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61. GENESI DELL'IMPERO FRANCO

a fondo pagina le cartine dello smembramento del regno

 

Entriamo ora all'inizio del periodo carolingio di cui faremo dopo queste prime righe la genesi. Nel capitolo dei Longobardi, avevamo brevemente accennato già a Carlo Martello, l'uomo che diede inizio ad una nuova politica volta a dare un volto unitario alle vicende del regno franco.
Lui morì il 21 Ottobre del 741 e solo uno dei suoi due figli, Pipino, continuò a governare il regno, dopo che nel 747 il fratello Carlomanno si fece monaco a Montecassino. Pipino detto il breve fu sicuramente il maggiordomo più potente della dinastia iniziata dal suo omonimo Pipino d'Heristal nel 714. Tanto potente che i nobili giuravano a lui fedeltà, svuotando di autorità la carica del re. Inoltre Pipino cominciò una politica d'intesa con la Chiesa che lo riconobbe, di fatto, come suo protettore. Nel 754 Papa Stefano II dichiarò Pipino re dei Franchi. A questo punto alla sua morte avvenuta nel 768, nel lasciare il regno in eredità, tutto è pronto per l’ascesa di suo figlio 26 enne: CARLOMAGNO. 

L'uomo destinato a spargere i semi del nuovo ordinamento europeo, i quali per qualche tempo ancora sarebbero naturalmente rimasti occulti; tuttavia questo grande sovrano fu l'uomo che - nei suoi 46 anni di regno - evitò al mondo civile nuove barbarie, anche se poi alla sua morte la divisione dell’Impero tra i litigiosi figli segnarono la fine della sua opera e la definitiva spaccatura dei territori dell’Europa continentale.
Eppure questo condottiero - quasi analfabeta - con milleduecento anni di anticipo, era riuscito a fare quello che presidenti e ministri si affannano oggi a raggiungere da decenni: l' "Unità d'Europa"


Ma partiamo dall'inizio, dagli anni della caduta dell'impero Romano e la formazione del primo regno.

Ai Franchi toccò in sorte di raccogliere l'eredità di Roma. Il loro regno e l'alleanza di questo regno col cattolicesimo vennero a costituire come i cardini su cui si impernia tutta la storia del Medio-Evo.

Ma chi erano i Franchi?

La più affascinante leggenda è quella di un anonimo storico con indubbiamente una feconda fantasia. Racconta che questo popolo nell'antichità faceva parte del regno di Re Priamo di Troia; dopo una sanguinosa guerra (non nomina quale) furono scacciati dalla Frigia. Vagarono con mogli e figli per molti anni, all'interno delle ottime terre del Mar Nero, poi scoperta la foce del Danubio, dopo essere venuti in lite fra loro, si divisero in due gruppi. Il gruppo comandato da un certo re Francione, risalì il grande fiume. L'agricoltura per quanto praticata era arcaica e non conosceva ancora la concimazione, essa si spingeva anno dopo anno su nuovi terreni dove i limi alluvionali favorivano le colture. Anno dopo anno, Francione nel corso della sua vita, arrivò nel territorio che ritenne il migliore e con non solo un fiume, ma incastonato fra quattro grandi fiumi, Danubio, Reno, Meno, Nekar. Vi si stabilì e gli diede il suo nome: FRANCONIA, il quel perimetro dove sorge oggi Norimberga, Stoccarda, Mannheim, Magonza, Darmstad, e infine Francoforte. Territorio che fu in seguito il centro della vita politica tedesca e del regno dei franchi orientali per molti secoli, poi residenza secolare degli stessi imperatori Carolingi.
Di qui, narra la leggenda, re FRANCIONE partì per conquistare a est, al di qua del Reno, il territorio che poi prese il suo nome: la FRANCIA.

Questa è una versione leggenda, molto popolare e accettata nel primo medioevo. Ma la storia più verosimile è un'altra forse più credibile; ed è quella dei Mero-Vei ("figli" del mare). Pur non disponendo di documenti storici, i reperti archeologici dicono oggi molte cose. Sembra dunque che il popolo dei Franchi, in questo periodo composto da moltissime tribù, una in particolare riuscì a prevalere e ad assorbire le altre. Era la tribù dei Salii, provenienti dal lago salato Issel (=Salato) (Nel mare del Nord - Olanda - dove oggi c'è la diga - qui un tempo le acque marine stagnanti provocavano evaporando grandi depositi salini).
L'intera zona circostante, infatti, è chiamata Saaland: Terra del sale. Queste tribù a poco a poco, una parte si impose a sud ovest e arrivò fino allo Schelda, alla Mosa e sulle rive sx del Reno, mentre un'altra, penetrò all'interno della riva destra renana rimanendo piuttosto ribelle nei confronti dell'altra.

E qui che GIULIANO l'Apostata li incontrò per la prima volta in quella "pulizia" del 357, e dove dopo i vari compromessi concedette ai primi anche la libertà (con uno statuto di foederati) di rimanere sul proprio territorio nei vari pagus = ormai non più accampamenti ma veri e propri villaggi, e in seguito città.

Ce lo riporta nelle sue cronache AMMIANO MARCELLINO. Parla infatti di tribù di salii, uomini coraggiosi che si erano spinti a sud della Mosa fino ai fortini della strada romana di Colonia.

AMMIANO i componenti delle varie tribù li chiama tutti salii, ma i romani iniziano a chiamarli per distinguerli, "i liberi" cioè gli af-francati, alias Franchi salii, mentre gli altri, Ripuari salii, cioè quelli che vivono nell'altra ripa, cioè nell'altra sponda. (ripa è un termine romano, più precisamente usato dai primi Itali di Corfinio, in Abruzzo).

AMMIANO afferma che questi ultimi, i Ripuari salii, avevano un proprio re. Uno di questi di cui si ha notizia é CLOGIO o CLOJO o CLODIONE che occupava con altre tribù, vari pagus nella riva destra.

Successivamente, quando i romani con STILICONE entreranno in difficoltà, i Salii si erano spinti risalendo il Reno, fino alla odierna Franconia. Qui nel 431 e 451 si scontreranno con Ezio il generale romano comandante della Gallia.

Tutte le storie di Francia narrano (Ma anche lo storico Prisco che conobbe di persona il re) che alla morte di CLODIONE successe suo figlio MEROVEO. Nel frattempo i salii si erano spinti nel Turnai e nella valle della Loira; e da Colonia fino alla odierna Francoforte (dando vita al loro territorio: la Franconia). Inizia dunque la dinastia dei Salii, detti anche Merovingi, o uomini venuti dal mare. Lo stesso re, definito il capostipite dei MEROVINGI, cioè MEROVEO significa del resto, figlio del mare, da mer= mare, oveo=figlio.

Anche su di lui è stata ricamata una leggenda: e nasce quando tornano alla ribalta i Franchi Ripuari Salii che avevano aiutato EZIO ai Campi Catalaunici a sconfiggere ATTILA. Uno dei tanti reparti che si erano uniti in quella battaglia, era guidato da un certo CLODIONE, insofferente ai Romani. Infatti Ezio in precedenza, prima che gli diventasse amico e alleato gli aveva requisito in una battaglia dei carri, aveva fatto prigionieri alcuni suoi soldati, ed infine aveva preso in ostaggio perfino sua moglie.
Costei si narra ebbe due figli, ma uno non si sa da chi, la leggenda dice (per coprire forse una certa libertà della donna o per far nascere appunto la leggenda) che essa mentre sedeva vicino al mare fu posseduta da un mostro marino, e che poi rimasta incinta dette alla luce un figlio, MEROVEO (che significa proprio "Figlio del Mare").

Il ragazzo diventato poi grande e trovandosi in difficoltà a succedere al padre CLODIONE con l'altro figlio legittimo, ventenni tutti e due, quest'ultimo chiese aiuto ad ATTILA, mentre MEROVEO si rivolse a Roma, proprio a EZIO per intervenire sulla questione della legittima investitura.

Prisco ci racconta quando MEROVEO giunse a Roma per conferire con EZIO "Io lo vidi qui, ed era ancora molto giovane. Aveva bellissimi capelli biondi, folti, lunghissimi che gli scendevano sulle spalle; Ezio lo ricevette molto amabilmente, fu comprensivo, lo ascoltò, lo difese nelle sue aspirazioni, lo colmò di doni e lo rimandò nelle sue terre come amico e alleato. Una volta giuntovi trovò l'altro fratello in disgrazia perchè defilatosi dall'Europa Attila, la sua gente ora preferiva essere filo-romana piuttosto che filo-attila e quindi si schierarono subito con il biondo MEROVEO che proprio per questa sua origine nativa incerta e con questo strano nome dà vita, proprio lui. alla famosa dinastia dei "Merovingi" che daranno a loro volta vita e origine alla vera e propria storia della FRANCIA come territorio e con le varie successioni dinastiche che dureranno circa due secoli. 

Questo MEROVEO guidò un regno e un popolo molto unito con forti legami di solidarietà tra parenti anche lontanissimi delle varie tribù che mano a mano stavano stanziandosi su quel territorio che va dal Reno alla Loira. Qui ebbero subito la predominanza sulle popolazioni native del luogo, che accettarono senza opporsi alla loro sovranità. 
Meroveo nel corso del suo regno, aveva già dato vita alle "LEGGI SALICHE", un codice dove sono elencate disposizioni civili e penali fatte da un popolo che attingeva queste leggi da una lontana tradizione arcaica, tutte tramandate oralmente e patrimonio memorialistico dei vecchi saggi dei vari clan. E che proprio per questo presero il nome di "leggi consuetudinarie" .
Inoltre aveva già tentato negli ultimi anni di vita di allargare il suo regno se però non ci fosse stato un attacco di ODOACRE il quale tentò di fermarlo nella sua espansione nei pressi della Senna e alle foce della Loira. Ma fu una buona occasione per Meroveo per dimostrare alla sua gente ma anche ai nemici che oltre che essere un degno erede di Clodione, era anche in campo un uomo coraggioso. 
MEROVEO andò allo scontro; Odoacre lo accerchiò, ma il Franco non si fece intimorire e coraggiosamente passò all'offensiva sfondando l'assedio e riconquistando le zone fra la Loira e il Reno. Lo stesso ODOACRE alla fine gli diventò amico praticando quella politica in comune voluta inizialmente da Roma; che era poi quella di sbarrare ai confini con dei barbari le scorrerie di altri barbari provenienti dall'est. Inizialmente stettero ai patti, ma poi i Franchi inizieranno a farlo per il proprio interesse e non più per i delegati dell'Impero Romano, di cui in tutta la Gallia ormai non vi era neppure più l'ombra.
Insomma iniziarono a difendere la propria terra per proprio conto.

Morto MEROVEO, salì sul trono suo figlio CHILDERICO, che dal 457 al 481 regnò con capitale a Tournai; egli si impadronì delle grandi città renane di Colonia e di Treveri. Audace come il padre, e buon organizzatore di un esercito. È perciò che lo si è caratterizzato come il fondatore della potenza franca. Questa potenza venne consolidata ed estesa da un degno principe dotato di qualità ben superiori alle sue; da suo figlio CLODOVEO. A 15 anni eredita la corona, e sarà proprio lui a portare a compimento l'opera iniziata dal nonno e dal padre e a riunificare i Franchi che diventeranno i padroni della maggior parte della Gallia; quella parte che prenderà il nome della popolazione, appunto dei Franchi, col nome di Francia. E' del resto lui, Clodoveo, considerato dai francesi "padre e battezzatore della patria". 

Appena quindicenne Clodoveo impugnò con mano ferma la lancia regale e la tenne dal 481 al 511. All'inizio dissimulò il suo pensiero e i suoi fini; poi nell'anno 485 si gettò improvvisamente su Siagrio che ancora reggeva l'ultimo residuo della signoria gallo-romana, lo sconfisse e ne annesse il territorio al proprio dominio che sino allora non aveva compreso che pochi cantoni. Soissons, la capitale del patrizio abbattuto, divenne la capitale di un nuovo Stato gallo-germanico. Ben presto Clodoveo estese i propri confini fino alla Loira, domò i Turingi e nel 496 sconfisse gli Alemanni nella accanita battaglia di Zúlpich. Anche i territori di costoro fino al Meno ed al Neckar inferiore caddero nelle mani del vincitore che vi stanziò parte dei suoi Franchi.

I Franchi abbandonano totalmente la vecchia politica mercenaria e lotteranno non più per gli imperatori d'occidente ma iniziano a creare definitivamente un territorio unificato di soli Franchi, mettendo un confine ben definito sul Reno e schierandosi perfino contro i cugini Germani dell'altra sponda.
Dal 507 la presenza etnica dei Franchi, dopo le conquiste fatte da Clodoveo battendo Romani e Alamanni, è presente a Reims, a Soissons, a Orleans e a Parigi. Che sono poi i quattro territori che lo stesso Clodoveo lascerà ai figli alla sua morte nel 511. Cioè una buona parte della Francia odierna, con Clodoveo era già divenuta una realtà. Mentre la misera Italia per rivedere unita la penisola che lo era già con i Romani, dovrà aspettare 1500 anni! La Chiesa ostacolò in tutti i modi questa unione, e se proprio doveva essere unita la voleva tutta per se. Non riuscendovi, chiamò per farsi aiutare una volta uno e una volta l'altro, i sovrani di Spagna, di Francia, di Germania, e spesso cambiando alleato.

I Franchi furono un popolo bellicoso, intraprendente, astuto, crudele e noto per la perfidia e la slealtà. Inoltre essi mostrarono di possedere un certo colpo d'occhio nell'apprezzare la possibilità dei fini da conseguire, una specie di istinto pratico, una naturale attitudine organizzatrice nel campo politico. Tornò loro di grande vantaggio l'avere alle spalle popolazioni di pura stirpe germanica da cui poterono trarre sempre nuove forze nazionali, ed inoltre quello possedere un ordinato sistema di successione al trono che attribuiva pieno diritto di succedere a tutti i figli, e con la legge salica, solo maschi.

Ai paesi romanizzati conquistati ad occidente vennero così ad aggregarsi ad oriente dei paesi germanici. Importanza quasi maggiore ebbe il fatto che la guerra contro gli Alemanni provocò la conversione (più opportinista che per convinzione) di Clodoveo al cattolicesimo. Ciò lo distaccò e gli fece assumere una posizione antitetica agli altri re germanici di fede ariana ed attirò sulla sua persona le speranze e le aspirazioni dei provinciali che formavano la classe di gran lunga più numerosa delle varie popolazioni. Una impresa contro i Burgundi finì dopo varie vicende col portare questi ultimi a schierarsi a lato dei Franchi e ambedue a muovere guerra ai Visigoti che rimasero sconfitti in maniera decisiva nei pressi di Vouillé (Vouglé). Teodorico, il re ostrogoto, salvò sì i vinti dalla completa distruzione, ma non potè impedire che essi perdessero la massima parte dei loro territorio gallico.

L'alto grado di potenza raggiunto da Clodoveo ebbe una espressione esteriore nella sua nomina a console romano. Ed ora egli pose mano a riunire sotto la sua sola autorità tutto il popolo franco, togliendo di mezzo i minori re che insieme con lui ancora dominavano sui Franchi. Allo scopo usò la violenza e l'astuzia, non arretrandosi dinanzi ad alcuna scelleratezza. Accanto a sé non ammise che vi fosse posto per altri. Né a questo si limitò la sua opera diretta, a raggiungere ed assicurare l'unità dello Stato; egli infatti ordinò una nuova redazione del diritto consuetudinario salico, disciplinò i rapporti fra Germani e Romani e quelli della corona con la Chiesa. L'ordinamento militare e giudiziario franco venne applicato dappertutto ma contemporaneamente i provinciali furono ammessi a partecipare alle funzioni pubbliche.

Il re germanico si pose perfino a capo del clero gallo-romano. È perciò che al vescovo Gregorio di Tours Clodoveo gli apparve come uno strumento della mano di Dio; né gli fece ombra il fatto che le mani di Clodoveo erano intrise di sangue ed il suo cuore colmo di peccati. Ancor nell'ultimo anno di vita vediamo quest'uomo di poderosa attività convocare ad Orléans il primo concilio ecclesiastico franco. Senza venir meno a tale intima unione con la chiesa e col suo popolo egli morì nel 511 a Parigi, in età di appena 45 anni, pur essendo rimasto sul trono per lo spazio di 30 anni. Come Genserico, così anche Clodoveo incarnò in proporzioni ingrandite il tipo del suo popolo che ne fece il suo eroe nazionale.
Egli fu rappresentato in Francia ed in Germania come il capo-stipite dei re posteriori; la sua capitale definitiva, Parigi, é rimasta capitale sino ad oggi. Clodoveo sta al punto di incontro di due religioni e di due epoche storiche. Quand'egli nacque il mondo romano rappresentava tuttora una forza; alla sua morte l'era medioevale era già aperta. Egli iniziò l'opera che fu compiuta in seguito da Carlo Magno, la fusione della civiltà romana e della civiltà germanica, l'alleanza dello Stato e della Chiesa, l'assoggettamento dei Germani al dominio franco. Primo passo alla formazione di quel "Sacro Romano Impero" che di romano non c'era più nulla, di sacro qualche cosa, e l'impero un regno germanico.

Le regole di diritto ereditario privato, che valevano anche per la corona, alla morte di Clodoveo chiamarono al trono i quattro suoi figli. Il maggioro di essi, TEODERICO I (Theuderich ; 511-33) ebbe la parte orientale del regno, la così detta Austrasia con capitale a Metz, e temporaneamente a Reims. Accanto a lui regnagva CLOTARIO I (-561) con capitale a Soissons; CHILDERBERTO I (-558) ottenne Parigi e gli Stati occidentali; mentre la parte sud-occidentale toccò a CLODOMERO I (-524) con capitale Orléans. Malgrado questa divisione per qualche tempo non venne meno il concetto dell'unità del regno franco; ma ben presto non impedì l'imperversare di fiere lotte fratricide.

Nell'anno 523 tre dei fratelli mossero guerra ai Burgundi, ma furono sconfitti a Véséronce; Clodomero vi perdette la vita, e gli altri due fratelli si divisero il suo regno. Migliori frutti trassero Teoderico e Clotario dalla guerra che essi portarono contro i Turingi ed il loro re Ermanfrido. Siccome la guerra andava per le lunghe, Teoderico invitò a banchetto il re nemico a Zúlpich e proditoriamente lo scaraventò giù dalle mura. Queste lotto fra i popoli germanici ebbero una influenza decisiva sulle sorti della Germania interiore. La parte settentrionale della Turingia fu occupata dai Sassoni, la regione lungo il Meno dai Franchi, mentre il nome di Turingia si restrinse alla regione compresa fra l'Unstrut e la catena selvosa che corre a mezzogiorno. Frattanto Clotario e Childeberto si erano nuovamente gettati sul regno burgundo, che fu sopraffatto a questo terzo assalto. Dopo ciò Teudeberto, figlio di Teuderico, guidò un esercito contro i Visigoti della Septimania. Egli aveva già fatto considerevoli progressi, quando si vide costretto a tornare indietro a causa della morte di suo padre. Teudeberto I (534-48) governò con giustizia, onorò il clero e colmò di doni le chiese. Fu intraprendente ed ardito, lussurioso e perfido. Con alterigia egli pose sulle monete d'oro dell'impero la propria effigie in luogo di quella dell'imperatore. Tuttavia si alleò con l'impero contro gli Ostrogoti, ma subito dopo con questi ultimi, ricevendone in compenso la Provenza ostrogota e una porzione dell'Alemannia. Quando poi vide Goti e Bizantini spossati dalla lotta, si mosse nel 531 con un numeroso esercito, li assalì entrambi, conquistò una gran parte dell'Italia settentrionale ed arrivò fino in prossimità di Ravenna.
Ma epidemie scoppiate nel suo esercito lo costrinsero ad abbandonare una gran parte delle sue conquiste.
Maggior fortuna ebbe in Germania, tanto che poté vantarsi che i suoi domini si estendevano dal Danubio e dai confini della Pannonia sino alle rive dell'Oceano.

Come Teudeberto ad oriente, così Childeberto e Clotario mirarono ad ampliare i propri domini ad occidente. Essi portarono la guerra oltre i Pirenei e giunsero sino a Saragozza, ma non furono in grado di mantenere le conquiste fatte. Nell'anno 548 morì Teudeberto ed il suo regno passò al figlio Teudebaldo (-555) che però si spense giovanissimo. Erede del regno orientale divenne Clotario. Ma qui cominciarono già a manifestarsi i primi segni della decadenza dell'autorità regia. Sassoni e Turingi rifiutarono di continuare a pagare il tributo, sobillati a quanto si dice da re Childeberto. Mentre Clotario guerreggiava coi Sassoni, gli si sollevò contro il figlio Cramm in lega con lo zio; ambedue avevano già fatto grandi progressi, quando Childeberto morì a Parigi. Ciò costrinse Cramm a sottomettersi al padre, che riunì nelle sue mani tutto il regno franco (558-61). Questa unificazione del regno ebbe pure ad effetto di mettere a contatto diretto l'oriente germanico con l'occidente romanizzato. Dopo aver domato una seconda ribellione di Cramm, dopo averlo fatto strangolare, e fatte morire sul rogo la moglie e la figlia, Clotario fu colpito da una febbre che lo uccise. Fu sepolto nella chiesa di S. Medardo a Soissons. Clotario fu esteriormente cristiano, ma nel suo animo era rimasto un pagano ed un violento.

Il regno franco era allora al punto di essere raddoppiato da quello che era al tempo di Clodoveo; aveva acquistato una estensione che non superò poi sostanzialmente sino a Carlo Magno. Nel suo interno si formarono quattro aggruppamenti territoriali che peraltro non giunsero ad avere limiti costanti e ben definiti. La vecchia patria germanica, la regione compresa fra la Schelda ed il Reno si usò chiamarla Austrasia (Auster: dominio orientale). Essa abbracciava paesi di pura popolazione germanica. Accanto all'Austrasia ad occidente si estendeva il territorio conquistato su Siagrio che arrivava un po' più in giù della Loira; lo si chiamava il dominio occidentale o il nuovo dominio (Neuster, Neustria) ed era abitato da Franchi e Latini. Dall'ex-Stato dei Burgundi, aumentato da una porzione di Neustria e da un tratto di territorio visigotico sorse quella che venne chiamata Burgundia. Qui vi predominava l'elemento latino.
Accanto si trovava l'Aquitania tolta ai Visigoti dove pure la popolazione era in maggioranza romanizzata. L'Aquitania per via della popolazione basca della Vasconia (Guascogna) assunse un colorito particolare che nell'VIII secolo si estrinsecò anche politicamente con la costituzione di uno speciale ducato d'Aquitania. La Provenza e i territori germanici della riva destra del Reno non vennero riassunti nelle accennate divisioni, mentre la Brettagna celtica restò indipendente. Il centro di gravità del regno era situato nella Neustria con le città di Reims, Soissons, Parigi, Tours ed Orléans. Assai presto la vediamo talvolta chiamata «Francia », nome che poteva nel tempo stesso valere per tutto il regno. Sono questi «Franci» che si trasformarono poi in Francesi. Le varie suddivisioni del regno mettevano tutte capo da un lato nella Neustria, o a meglio dire, si irradiavano dalle principali città ivi situate. Durante l'VIII secolo vennero poi a formarsi da un lato un gruppo composto dalla Neustria e Burgundia, paesi allora già di lingua neolatina, e dall'altro lato un gruppo composto dell'Australia e della Germania.

Dopo la morte di Clotario si accentuò la decadenza politica del regno. Seguirono guerre civili quasi ininterrotte, che scompaginarono lo Stato all'interno e lo indebolirono al di fuori; e ciò in un'epoca in cui esso si era visto sorgere accanto dei vicini bellicosi negli Avari, Slavi e Longobardi. Tra questi gli Avari erano di razza affine agli Unni; essi erano discesi dalle steppe del Volga espandendosi nell'Ungheria ed oltre verso sud-ovest, come a nord-est si erano estesi gli Slavi. Fin dal primo momento sorse conflitto per la ripartizione del regno franco. V'erano quattro figli di Clotario e quindi quattro furono gli eredi: CARIBERTO I (561-67), GONTRANO (Guntram, -593), SIGIBERTO I (-575) e CHILPERICO I (-584).

Fra questi Sigiberto, cui toccò l'Austrasia con Reims, appare la personalità più distinta intellettualmente e moralmente, mentre Chilperico, il quale ottenne l'Armorica ed il territorio salico a sud della «Silva carbonaria», fu un tipo di carattere avido, irrequieto. Il maggior pericolo pesava su Sigiberto. Già nell'anno 562 egli subì un assalto degli Avari che respinse dopo sanguinose lotte. Chilperico senza vaer riguardi per il fratello aveva approfittato della sua assenza per occupare Reims, ma il vincitore degli Avari lo sconfisse e prese Soissons.

Forse incoraggiati da questa guerra civile riapparvero gli Avari, e questa volta con forze molto superiori; solo mediante donativi Sigiberto riuscì a persuaderli a concludere la pace. La morte di Cariberto di Parigi modificò tutta la ripartizione del regno. La sua parte passò ai tre fratelli superstiti; ma il solito arrogante e sleale Chilperico si ritenne danneggiato nella divisione ed invase l'Austrasia. Per tenergli testa Sigiberto si alleò con Gontrano e lo ridusse al dovere. Nella famiglia reale all'avidità propria dei Merovingi era sinora andata unita una profonda depravazione di costumi, uno sfrenato libertinaggio con donne d'ogni ceto. Sigiberto decise di porvi termine e di vivere castamente con una degna consorte, quindi chiese ed ottenne in moglie Brunilde (Brunichilde), figlia del re dei Visigoti Atanagildo, una fanciulla bella e di talento.

Chilperico, imitandolo (e con chissà quali progetti) , sposò anch'egli Galsvinta (Galeisvinta), la sorella di Brunilde, ma accanto ad essa continuò a tenersi altre donne, principalmente Fredegonda (Fredigundis). Un bel giorno Galsvinta fu trovata morta, e la si disse assassinata dal marito o forse dalla sua amante. Anche perchè questa ambiziosa Fredegonda prese poi completamente il sopravvento, divenne la naturale nemica di Brunilde, a sua volta assetata di vendetta per l'assassinio della sorella.
Non passò molto che scoppiarono nuove guerre civili, ed anzitutto fra Sigiberto e Gontrano, nella quale gli Austrasiani ebbero la peggio. Questi sconvolgimenti interni porsero occasione ad una pericolosa invasione dei Longobardi. Erano a mala pena stati respinti gli invasori che si presentò un'orda di Sassoni; dopo lotte e trattative se ne tornarono nel loro antico paese. Ma ecco i Longobardi ad invadere una seconda volta il regno, devastando la Provenza.

Nelle guerre di difesa contro tutti questi nemici si acquistò molti meriti il generale franco Mummolo. Intanto le controversie territoriali fra i reali fratelli avevano assunto una piega critica. Essi si combatterono ferocemente col ferro e col fuoco, tanto che un contemporaneo poté scrivere: «A quel tempo le chiese risuonarono di lamenti più che all'epoca della persecuzione di Diocleziano».
Alla fine i seguaci di Chilperico ne ebbero abbastanza di lui; si volsero a Sigiberto e lo innalzarono sullo scudo eleggendolo re al suo posto. Sembrò per un momento segnata la fine delle guerre fratricide e l'avvenuta riunione di due terzi del regno franco in una sola ed energica mano, quando improvvisamente le cose purtroppo mutarono. La diabolica Fredegonda fece assassinare Sigiberto. La sua morte prematura fu causa di sanguinose rovine e favorì lo sviluppo della potenza dell'aristocrazia dei funzionari a spese dell'autorità regia.

Il figlio di Sigiberto, CHILDEBERTO II (575-96) non aveva che cinque anni; onde i Neustrii, non sapendo che farsi di un fanciullo, proclamarono nuovamente re Chilperico. Questi avrebbe voluto togliere di mezzo il nipote; non essendo riuscito nel suo intento volle per lo meno colpire le diaboliche donne della famiglia di Sigiberto. Di fatti mandò in esilio Brunilde e gettò in prigione sua figlia, e nel tempo stesso si appropriò quanto più poté del territorio compreso nella parte del fratello. Povera ed abbandonata, Brunilde punta nel suo orgoglio regio, iniziò quella lotta che ha reso terribile il suo nome.
Essa conquistò il cuore di Meroveo, figlio di Chilperico II, che la sposò e si ribellò al proprio padre. Meroveo tentò un colpo di mano su Soissons, ma gli andò fallito; fu costretto a fuggire, cercando asilo prima nella chiesa di S. Martino a Tours poi riparando poi in Austrasia.

Nel frattempo il patrizio di Gontrano, Mummolo, aveva sconfitto il generale di Chilperico. Il conflitto fra i due fratelai ebbe una solenne manifestazione nel 577 il giorno in cui a Pompierre sulla Mosa, Gontrano adottò come figlio il giovane Childeberto II. Le lotte intestine nella Neustria continuarono ad imperversare; Meroveo perdette la vita, pare ad opera della solita Fredegonda. Così Brunilde perdeva anche il secondo marito per mano della stessa donna. Né quella si arrestò qui, perché iniziò a tramare anche la rovina dell'ultimo figlio di Chilperico, Clodoveo. Egli venne gettato in ceppi, ucciso, sepolto e poi fu sparsa la voce che si era suicidato. Mentre si svolgevano questi orrori nella famiglia reale, si maturò un profondo mutamento politico. Il giovane Childeberto II cioè si staccò da Gontrano e passò dalla parte di Chilperico, spintovi da una fazione di grandi austrasiani avversa a Brunilde, la quale invece
coi suoi aderenti si tenne fedele a Gontrano.

Ben presto brillarono da ogni parte le spade. Guerra, vaiolo e dissenteria seminarono la morte e la distruzione in quegli anni. Seguì un periodo transitorio di pace, ma poi la lotta arse nuovamente, finchè i Neustri furono sconfitti piuttosto malamente da Gontrano presso Melun. Il paese ne rimase danneggiato in maniera perenne. Quando poi Childeberto fu sul punto di assalire Gontrano, i soldati si ribellarono ai capi, il che spinse nuovamente il giovane re a mettersi dalla parte di Gontrano.
Brunilde ora cominciò manifestamente a prendere il sopravvento in qualità di reggente d'Austrasia. Chilperico II, mentre un giorno si trovava a caccia, fu pugnalato, cosicché dei quattro fratelli non rimase superstite che Gontrano.

In Chilperico si erano date convegno tutte le cattive qualità dei Merovingi, l'avidità e l'ambizione del potere, la crudeltà e la violenza, la slealtà ed il carattere capriccioso, più la libidine che lo rese schiavo delle passioni malvage di una diabolica donna. Sotto questo riguardo egli aprì una serie cui appartiene una lunga serie di re francesi.
L'improvvisa morte di Chilperico mise in forse l'esistenza del suo regno, giacché egli lasciò soltanto un bambino di quattro mesi, figlio dell'odiata Fredegonda. Già gli Austrasiani si preparavano per ucciderlo, quando Gontrano prese sotto la sua protezione il bambino, e ciò per evitare l'estinzione della famiglia.

Di fronte a questa situazione i grandi della Neustria vollero salvare la propria indipendenza; elevarono quindi a re il bambino CLOTARIO II (584-628) ed imposero a tutte le città del regno di giurare fedeltà a lui ed a Gontrano. Questi venne così a trovarsi nella posizione di capo della sua famiglia e ad essere investito di una specie di alta sovranità su tutto lo Stato franco; ma il compito assunto non era facile. L'Austrasia continuò a mantenersi ostile alla Neustria ed alla Burgundia ed in Aquitania un sedicente Merovingio, GUNDOVALDO, spiegò la bandiera della rivolta, aiutato da Austrasiani, da grandi malcontenti e dall'imperatore.
Visti i suoi progressi, Gontrano fece chiamare suo nipote Childeberto e, porgendogli la sua lancia, simbolo dell'autorità regia, gli disse: «Questo è il segno che io da ora ti trasmetto tutto il mio regno. In forza di ciò, parti e sottometti le mie città come tue proprie».

Questa coalizione delle forze merovingie produsse presto un rapido mutamento di scena. Quegli stessi grandi che avevano innalzato Gundovaldo, ora lo tradirono per salvare se stessi. Colpito nel capo con una pietra e stramazzato a terra, egli venne trucidato. In questa confusione Gontrano si impegno a rimettere un po' ordine, cercò di tenere a freno la nobiltà ribelle, i vescovi, e le regine vedove nemiche Fredegonda e Brunilde; ma i suoi tentativi di ingerenza nelle altre parti del regno trovarono resistenza, ed egli che non era dotato di animo fermo batté in ritirata.

Frattanto Brunilde aveva trascorso giorni pericolosi, sinchè la crescente indipendenza di suo figlio aumentò la sua influenza. Per un certo tempo le lotte interne rimasero sopite a causa di guerre esterne dei Neustri e Burgundi contro i Visigoti e degli Austrasiani contro i Longobardi, guerre che però furono prive di risultati. Poi si addensò sul regno una tempesta più pericolosa di tutte le altre. Probabilmente per influenza di sua madre, Childeberto cominciò a stringere i freni nel governo dell'Austrasia; ma gli si levò contro l'insubordinata nobiltà.
Di fronte alla grave minaccia Childeberto nel 587 strinse ad Adelot con Gontrano un patto di alleanza e di successione reciproca nell'intento di salvare l'esistenza avvenire della dinastia e l'unità del regno. Poi mosse con queste forze superiori contro i ribelli che non furono in grado di resistere. La loro rivolta fu soffocata nel sangue; la corona trionfò nella lotta.

Gontrano tentò pure di proseguire ulteriormente nell'opera di concordia intrapresa. Egli cercò di stabilire pacifici rapporti con Fredegonda e di porre fine all'inimicizia tra costei e Brunilde; ma le circostanze e la sua poca perspicacia mandarono a vuoto tutto. Così aumentò il disordine all'interno e si moltiplicarono gli insuccessi all'esterno. Fredegonda seppe sfruttare la poca solidità dell'unione fra Gontrano e Childeberto, prendendo il vecchio re dal suo lato debole, l'apprensione per la sorte avvenire della dinastia dei Merovingi. E Gontrano sollevò dal fonte battesimale il figlio di lei. Poco dopo egli morì in età molto avanzata.

Conformemente al trattato di Andelot, fu suo successore Childeberto II, il quale così riunì in sua mano l'Austrasia e la Burgundia (593-96). Egli mosse guerra ai Neustri ed ai Bretoni, mentre nella Germania interiore gli Svevi lottavano con i Sassoni; nel frattempo si cominciano ad avere notizie più concrete sulla storia dei Bavari che vennero tutti riuniti in solo ducato, conferito da Childeberto a Tassilo.
Apparentemente le stirpi germaniche si mantenevano tuttora abbastanza indipendenti quando Childeberto morì all' età di soli 21 anni. Il vastissimo e poco compatto regno passò ai suoi due figli ancora fanciulli: Teudeberto I I (596-612) ebbe l'Austrasia, Teuderico II (596-613) la Burgundia.
Di ambedue i piccoli assunse la tutela Brunilde. Ma i grandi nobili, intolleranti, si levarono contro di lei e trovarono appoggio nella Neustria per parte di Fredegonda. A Laffaux l'esercito di Brunilde soccombette ai Neustri che erano scesi in campo.

Nell'ebbrezza della vittoria Fredegonda morì, mentre la sua nemica sconfitta dovette trovar riparo presso Teuderico. I regni d'Austrasia e di Burgundia dopo questi fatti riunirono i loro eserciti e sconfissero i Neustriani a Dormelles; in seguito a questa sconfitta Clotario II, ancora sedicenne, fu costretto a cedere la massima parte del suo territorio.

Nessuna meraviglia pertanto se i torbidi interni continuarono e se in conseguenza i più alti funzionari del regno, i maestri di palazzo (maggiordomi), cominciarono a prendere un grande ascendente. Nel 610 Teudeberto assalì il fratello e gli tolse l'Alsazia. Questi radunò un grosso esercito e sconfisse l'aggressore in una terribile battaglia nei pressi di Zúlpich. La saga narra che i colpiti a morte non avevano spazio per cadere, ma incastrati tra i vivi rimanevano ritti in piedi. Teudeberto fu preso prigioniero ed ucciso, il suo figlioletto venne sbattuto contro una pietra in modo che gli sprizzò fuori il cervello dal capo, del suo regno si impossessò Teuderico. Peraltro anch'egli l'anno successivo cessò di vivere.

Brunilde cercò di far passare l'intero dominio così brevemente retto da Teuderico al maggiore dei suoi figli, ma i grandi a lei avversi chiamarono Clotario e sobillarono l'esercito al tradimento. I figli di Teudeberto vennero uccisi, Brunilde fu invece legata alla coda di un cavallo e miseramente trascinata finché morì con il corpo a brandelli. Indubbiamente questa donna di veri sentimenti regali fu una figura moralmente più elevata di quasi tutti coloro che costituivano l'ambiente in cui visse. Essa fu sopraffatta nella lotta tra la corona e la nobiltà e vide ingiustamente trionfare il figlio di Fredegonda.
Con queste atrocità schiettamente merovingie, grondante del sangue dei suoi parenti, costui riunì nuovamente in suo mano tutto il regno franco (613-28).

Ma ben presto si vide che i Merovingi si erano perduti a dissipare le loro forze, mentre già si addensava quella nube da cui doveva scatenarsi il fulmine che abbatté la loro stirpe degenerata. Alla testa dei grandi austrasiani traditori che avevano chiamato Clotario, si trovavano Pipino ed Arnolfo, i capostipiti di quella casa che comunemente é detta la casa dei Carolingi.
Accanto al potere legale era germogliato un potere reale; come nell'impero romano si erano elevati accanto ai Cesari i magistri militum, così nel regno franco accanto ai re i maestri di palazzo. Ciascuno dei tre regni era governato da uno di questi funzionari. La carica sorse all'inizio in modi modesti, giacché originariamente il maggiordomo non era altro che il soprintendente dell'amministrazione interna della casa reale. Tuttavia il favore delle circostanze fece salire il titolare di detta carica alla dignità di rappresentante del re; collocato come era tra il re ed i grandi, si pose alla testa del partito di questi ultimi e riuscì a trarre completamente nelle sue mani le redini del governo.

Questa piega degli eventi si manifestò prima che altrove in Burgundia, dove l'accorta e preveggente Brunilde intuì il pericolo, senza poter riuscire a scongiurarlo. Fu un maestro di palazzo quello che la tradì, e, caduta lei, la nobiltà reclamò un certo diritto ad occupare la carica. Ancor più logico fu lo svolgimento in Austrasia, dove la strapotente nobiltà aveva già da un pezzo imposta la propria compartecipazione al governo accanto al re e la dignità di maggiordomo era rimasta sempre riservata ad una stessa famiglia, quella dei Carolingi.
Ricca di uomini ragguardevoli ed energici, questa famiglia ebbe fin da principio cura di tenersi in stretta intelligenza con la chiesa, di avere degli alleati nei vescovi. Nell'anno 614 si radunò a Parigi una grande assemblea laico-ecclesiastica, sul tipo dei concili visigoti, che rispecchiò l'unità del regno franco e segnò un regresso della monarchia di fronte al sorgere dell'ordinamento rappresentativo degli Stati nazionali.

Quando poi Dagoberto I, figlio di Clotario II, fu associato nel regno dal padre che gli assegnò la parte orientale dell'Austrasia, di nazionalità germanica, Arnolfo di Metz e Pipino il Vecchio, nella loro qualità di maggiordomi e di capi dell'aristocrazia, furono i suoi principali consiglieri. Siccome però per il momento l'autorità regia ancora si mantenne preponderante e dominò la pace nel paese, il regno di Clotario poté assumere l'aspetto di un periodo di splendore della dominazione merovingia. Tuttavia ai confini si addensavano le minacce. Da oriente gli Slavi si erano lentamente avanzati sino all'Elba ed avevano fondato in Boemia e Moravia un considerevole regno. Alla morte di Clotario, Dagoberto riunì in sua mano la massima parte del regno franco ed al fratello più giovane non lasciò che l'Aquitania, la quale poco dopo ritornò anch'essa al primogenito. Il diritto di primogenitura nella successione al trono cominciò ad eliminare la rovinosa applicazione delle regole di diritto privato ereditario.

Dagoberto I (628-639) fu un uomo energico, dispotico ed amante del fasto; percorse da ogni lato i suoi dominii facendo giustizia senza riguardi per alcuno, con terrore dei grandi, con gioia dei poveri. Come suo padre egli ebbe stabile residenza a Parigi. Dagoberto ricorda la figura di Luigi XIV. Egli tenne più che gli fu possibile in basso la nobiltà austrasiana, ma quando si trovò a dovere entrare in campagna contro gli Slavi subì gravi rovesci, si dice, a causa proprio del malvolere degli Austrasiani. I vincitori invasero i confini devastando tutto.

Si rivelò sempre più palese che un solo re non era più in grado di sopportare il peso di un regno così vasto come quello dei Franchi, tanto più che l'occidente e l'oriente di questo regno tendevano a separarsi. Sotto la pressione di questa situazione di fatto Dagoberto nel 633 (34) affidò l'Austrasia a suo figlio Sigiberto I (633-656) che ebbe di nuovo per guida due partigiani di Pipino, mentre il figlio minore Clodoveo II ebbe la Neustria e la Burgundia.

Poco tempo dopo morì Dagoberto, l'ultimo Merovingio dotato di energia. Dopo di lui non sedettero sul trono che bambini o incapaci e imperversarono lotte accanite tra le famiglie nobili per la conquista del potere. Alla corte di Sigiberto a Metz riuscì ad ottenere il predominio Pipino; ma morì poco dopo, nel 640, e con la sua morte si accesero aspre contese, fonte di turbolenze interne. Insorsero i Turingi ed i Bavari e non fu più possibile riassoggettarli completamente. Il regno orientale franco si era messo per la via della disgregazione; il figlio di Pipino, Grimoaldo, assunse di fatto le redini del governo e dopo la morte di Sigiberto elevò al trono il proprio figlio. Ma l'opinione pubblica gli si schierò contro dichiarandosi in favore della successione regolare dell'erede di Sigiberto; Grimoaldo scontò il suo tentativo violento, perché sopraffatto dalla nobiltà venne mandato a morte.

Fu un colpo così grave per gli Arnulfingi, che essi sparirono dalla storia e non vi riapparvero sinché le sorti della famiglia non furono risollevate da Pipino il Medio. Per il momento la preponderanza passò di nuovo alla Neustria. Morto Clodoveo II in età di soli 23 anni, sua moglie Baltilde assunse la reggenza dell'intero regno in nome del suo primogenito Clotario III (657-71): una pia donna cui i nobili posero accanto come maggiordomo Ebroin. Ma proprio quest'uomo scelto dai grandi si mutò nel loro più pericoloso nemico e nel più risoluto campione dell'autorità regia. Ebroin perseguì accanitamente e con tutti
i mezzi violenti quello che era il suo doppio fine: l'esaltazione dell'autorità regia come, sgabello-trampolino del proprio dominio. Ma era troppo tardi. Per i quattro anni, dal 657 al 661, egli governò da maggiordomo i tre regni, poi fu costretto «dietro consiglio dei grandi» a separarne l'Austrasia che ebbe come re Childerico II con un proprio maggiordomo.

In Burgundia gli si levò antagonista il vescovo Leodegar a capo della nobiltà. Morì intanto Clotario III ed Ebroin pose semplicemente sul trono l'erede più prossimo Teuderico. Ma gli Austrasiani diedero di mano alle armi, vinsero il maggiordomo e lo chiusero in un chiostro. Il re d'Austrasia Childerico II riunì nuovamente nelle sue mani tutto il regno, salvi però i diritti delle tre parti che lo componevano, vale a dire controllato ovunque dalla nobiltà.
Ma già nel 673 lo vediamo ucciso a caccia, e quindi la situazione tornò a farsi critica. Ebroin e Leodegar guadagnarono nuovamente la potenza perduta, ma il vescovo fu abbattuto da Ebroin, il quale riunì ancora nel suo pugno ferreo la Neustria e la Burgundia e ben presto pose pure le mani anche sull'Austrasia.

Egli era all'apice dei suoi successi, quando gli si contrappose Pipino il Medio, spalleggiato dalla riottosa nobiltà austrasiana. Ma Ebroin lo sconfisse in una sanguinosa battaglia e sembrò così aver raggiunto la meta di tutti i suoi sforzi. Improvvisamente pero cadde assassinato; un suo avversario gli spaccò proditoriamente il cranio con un colpo di spada a tradimento. Dopo di lui non si ebbe nella Neustria alcun altro maggiordomo con autorità estesa a tutto il regno; anzi il predominio passo all'Austrasia, raccolta attorno ai discendenti di Arnulfo.

Nei pressi di Testri Pipino sconfisse i Neustriani, si impadronì di re Teuderico II ed assunse la direzione del governo. La situazione era estremamente pericolosa. Si trattava di tenere a freno all'interno del regno la nobiltà senza irritarla, e ristabilire l'autorità regia al di fuori, dove Aquitani e Bavari, Turingi ed Alemanni, Sassoni e Frisi si erano resi più o meno indipendenti.
A tutti questi compiti Pipino corrispose come meglio poté. Con lui (687-714) comincia la costante ascensione della sua famiglia e la completa decadenza dei Merovingi. Dopo una vita operosissima Pipino si ammalò. Egli fece chiamare a sé il suo valoroso figliuolo GRIMOALDO, ma questi lungo la strada venne assassinato da un Frisio. Il vecchio non seppe far di meglio che conferire la carica di maggiordomo di Neustria all'altro figlio minorenne TEUDOALDO sotto la tutela della ambiziosa sua moglie Plectrude.

Ben presto i grandi si ribellarono al giogo di una dispotica donna e annientarono i suoi partigiani in lotte sanguinose. Tornarono a verificarsi formidabili sconvolgimenti, e tutto questo in un'epoca in cui i vicini Visigoti avevano dovuto soccombere all'islamismo invadente che vittorioso valicò i Pirenei. Erano insomma a due passi dal regno dei Franchi.
I tempi esigevano un uomo di carattere ferreo, e lo si ebbe in CARLO, che i posteri chiamarono MARTELLO (il martello). Era figlio di Pipino e di una concubina, e perciò Plectrude lo teneva imprigionato. Ma Carlo riuscì a fuggire e trovò seguito in Austrasia. Seguì una guerra contro i Neustriani e Frisi alleati; dopo alcuni insuccessi iniziali Carlo si affermò gloriosamente a Vincy (717) con una splendida vittoria.

Questa battaglia decise dell'avvenire del regno. I Neustriani ridiscesero, é vero, in campo alleati con Eudo, duca d'Acquitania, ma rimasero nuovamente sconfitti. Carlo si accordò con Eudo e si insignorì di tutto il regno governandolo in qualità di maggiordomo onnipotente accanto agli inetti principi Merovingi minorenni.
Poco dopo portò risolutamente le armi nella Germania semi-indipendente. Ed i Germani si sottomisero alla triplice forza delle armi, alle prediche cristiane e all'affinità di razza. Il regno ne rimase rinforzato, proprio nel momento più opportuno, dal momento che da sud avanzava un pericolo che minacciava la sua esistenza.

Nell'anno 720 i Maomettani valicarono i Pirenei e conquistarono la Septimania. Eudo tuttavia riuscì per il momento a tener loro testa, ma si dovevani prendere in considerazione che il califfo Hischam, nel lontano oriente sognava la conquista del mondo, e quindi non era escluso l'arrivo di rinforzi. Fallita la sua avanzata sotto Costantinopoli per merito dell'eroismo di Leone III, egli cercò di aggirare il nemico da occidente. E nel 732 il suo generale Abderrahman, che governava nella Spagna, si mise in moto con un poderoso esercito, sconfisse Eudo e avanzò oltre, mettendo tutto a ferro ed a fuoco. In questo critico frangente Eudo non trovò di meglio che sottomettersi al maggiordomo Carlo Martello che riuscì ad unire tutte le forze del regno franco per affrontare insieme gli arabi.

Il 25 ottobre 732 si venne a battaglia decisiva non lontano da Poitiers. I Mauri si slanciarono furiosamente all'attacco a corpo perduto, ma si infransero come «contro una muraglia di ghiaccio». Le sorti della giornata furono decise dai «popoli del nord». Abderrahman cadde nella lotta. Grande fu il giubilo dei Cristiani, e grande fu il bottino. La vittoria di Poitiers salvò la civiltà e la libertà dell'Occidente; come in Oriente, dove anche qui l'Islamismo era stato arrestato nel suo cammino da Leone III, l'Imperatore.
Mentre chi aveva compiuto questa gloriosa impresa non era nemmeno il re dei Franchi, ma il suo maggiordomo. Una seconda conseguenza di questa vittoria fu un maggiore affratellamento ed una più forte coesione tra Latini e Germani nell'interno del regno. Ancora una volta i Mauri tentarono la sorte delle armi, spinti da discordie scoppiate in Aquitania dopo la morte di Eudo. Già erano avanzati oltre il Rodano, quando Carlo li raggiunse, li ricacciò a Narbona e ve li tenne strettamente assediati. Un esercito saraceno mandato in soccorso degli assediati venne distrutto, ma Carlo non riuscì a prendere Narbona, la rocca principale del nemico. Ne derivò che la dominazione franca in Provenza ed in Aquitania rimase indebolita.
Non fa quindi meraviglia che i Saraceni nel 738 siano di nuovo tornati alla carica, per quanto anche questa volta invano. Poco dopo, il 21 ottobre del 741, Carlo Martello morì per un attacco di febbre; e con lui sparì una delle più notevoli figure di eroi della storia dell'antichità germanica, grande nel consiglio e nell'azione, il fondatore della monarchia carolingia. Egli salvò l'Occidente dall'Islam, ma tenne in basso la Chiesa e se ne servì soltanto a scopi politici. La storia del regno franco cominciò a divenire la storia dell'Occidente europeo.

Ancor prima della sua morte Carlo Martello aveva diviso il regno tra i suoi due figli legittimi: CARLOMANNO (741-47) ebbe l'Austrasia coi paesi della riva destra del Reno, PIPINO ebbe la Neustria e la Burgundia. Da ogni lato scoppiarono rivolte, in Aquitania, in Alamannia, in Baviera ed in Sassonia. Le popolazioni germaniche furono vinte, ma gli Aquitani evitarono ogni scontro decisivo. Anche le condizioni interne erano in parte minacciose; in tutti i casi i due fratelli ritennero prudente nell'anno 743 di insediare nuovamente sul trono, da lungo tempo vuoto, un'ombra di re; fu questi Childerico III (-751).

D'un tratto Carlomanno si ritirò dal governo; Egli si recò a Roma, prese l'abito monastico e da ultimo visse a Montecassino. Le ragioni della sua ascetica risoluzione ci sono ignote; forse questa avversione al mondo prendeva ricchi e poveri, era nello spirito dei tempi, era una tendenza derivata dall'Irlanda.

Signore unico dei Franchi rimase ora Pipino, uomo altrettanto tenace ed instancabile quanto suo padre, ma meno geniale e bellicoso di lui, più calcolatore invece, più devoto alla Chiesa ed intelligente di cose giuridiche. Egli seppe con accortezza togliere di mezzo il Merovingio.

Dopo essersi certamente messo d'accordo con il Papa, con chizzà quale promesse, Pipino mandò a Roma come legati, nei primi del 751, FULRADO, abate di S. Dionigi, e BERNARDO vescovo di Wurtzburg, che consultarono papa ZACCARIA circa i re franchi, i quali "portavano il nome di re, senza avere l'autorità regia".
Il Pontefice sapeva già cosa doveva rispondere, e se non l'avesse saputo avrebbe forse data la medesima risposta che diede, consigliato dagli interessi della Chiesa alla quale nella persona di Pipino assicurava il miglior difensore che si potesse desiderare. Zaccaria rispose che era meglio "che chi aveva l'autorità re, doveva avere anche il titolo di re" e che "ut non conturbaretur ordo" disponeva con l'autorità della sede apostolica che si eleggesse re Pipino. " Mi pare buono e utile che sia re colui che senza averne il nome ne ha il potere, a preferenza di quegli che ha il nome e non l'autorità di re".

Del resto ci ha lasciato scritto Eginardo "quegli che aveva il nome di re - il principe CHILDERICO - si accontentava di avere lunghi capelli e lunga barba; era egli ridotto ad avere una pensione alimentaria regolata dal prefetto di palazzo, non possedeva che una casa di campagna di una modica rendita, e quando viaggiava, era portato sopra un carro trascinato da buoi, che guidava un bifolco della sua campagna".

E' questa - nota lo storico Bartolini - una posizione del tutto nuova che il papato viene ora ad avere nella storia. Si è introdotto ormai a piene mani nel politismo del mondo cristiano, e la semenza del diritto teocratico è già posta nel suolo, che poi Gregorio VII saprà poi con maestria far germogliare, coltivare e raccogliere i frutti…".

Senza dubbio gli interessi appoggiarono le realtà politiche. Esistevano già grandi legami fra i papi Gregorio II e III ed il prefetto di palazzo Carlo Martello. Ora PIPINO desiderava diventare re dei Franchi, al pari di papa ZACCARIA che bramava di sottrarsi al giogo degli imperatori di Costantinopoli protettori degli Iconoclasti, e nel medesimo tempo con un forte alleato come i Franchi, liberarsi in casa (in Italia) dei Longobardi. Il tempo stringeva.
ZACCARIA però non riuscì a cogliere i frutti della sua politica e vedere il corso degli avvenimenti: nel marzo del 752 cessò di vivere e gli successe un prete STEFANO. Questi però morì tre giorni dopo, ed ebbe la tiara un altro STEFANO che fu detto II e non III essendo il suo predecessore morto prima che fosse consacrato.
La situazione in cui si trovava Roma era allora delle più critiche. L'esarcato era in potere dei Longobardi, il ducato di Spoleto era annesso al regno e Astolfo mostrava di volere invadere il ducato romano in cui - se è vero quel che scrive Benedetto di Monte Soratte, cronista del secolo XI - era invocato da un partito di Italiani ("viri Romani scelerati").

Stefano II con le stesse idee del suo predecessore, tentò di allontanare la tempesta che cominciava a addensarsi sul cielo di Roma e inviò al re il fratello Paolo e il primicerio dei notai Ambrogio ai quali riuscì stipulare con i Longobardi una pace di quarant'anni. Era questo un pretesto del papa solo per prendere tempo, ed infatti quella pace non durò che quattro mesi soltanto.

Tutti questi ultimi avvenimenti erano avvenuti quando dopo che Rachi si era fatto monaco, ed era salito al trono longobardo il fratello ASTOLFO, esponente di quel partito anticattolico che vagheggiava l'unificazione dell'Italia sotto la sovranità dei Longobardi. Appena salito al trono, Astolfo aveva revocate le donazioni fatte dal fratello in favore del clero e, proprio nello stesso anno 751, aveva invaso l'esarcato e si era impadronito di Ravenna.

Quindi ora il papa avere i Franchi amici, alleati, disponibili - come avevano dimostrato due volte- era già una garanzia; se poi la Chiesa riconosceva Pipino re, avrebbe avuto da lui o dai suoi discendenti anche un perenne debito di gratitudine.

Nel novembre del 751 Pipino convocò a Soisson un'assemblea e, con il consiglio di tutti i Franchi, con l'assenso della Santa Sede, con la consacrazione dei vescovi, con l'obbedienza dei Grandi, fu proclamato re. All'elezione seguì la consacrazione di Pipino a Re di Francia, che in nome del Pontefice, fu fatta dal vescovo di Magonza.
Chautebriand come certi storici francesi, arrabbiandosi, afferma che è una menzogna che poi si crede verità a forza di ripeterla, dire che "fu l'incoronazione di Pipino un'usurpazione alla corona merovingia", fu invece una vera e propria "monarchia elettiva"…La Francia intera lo proclamò Re! "…" .

Dopo quest'atto, CHILDERICO III e il figlio TEODERICO privati del simbolo della loro dignità, l'ultimo re dei Merovingi dovette emigrare in un chiostro, entrambi padre e figlio furono vestiti dell'abito monastico e chiusi, l'uno nel convento di Saint Bertin, l'altro in quello di Waudrille.
Terminava la dinastia Merovingia dei franchi salii, fondata dal leggendario Meroveo unificatore della Gallia, durata due secoli.
Iniziava quella dei Pipinidi, progenitori della prossima dinastia carolingia.

Assistito da vescovi il più autorevole ecclesiastico, Bonifazio (di lui parleremo più avanti) , consacrò il nuovo re; ciò fu fatto in omaggio a precetti del vecchio testamento che per opera della Chiesa avevano trovato accesso in Occidente.
L'inizio del nuovo regno fu assai promettente. Pipino si impossessò di parecchie città saracene, sconfisse i Sassoni ostinati, e fu incoronato re e nominato patrizio da papa Stefano, giunto di persona a raccogliere il successo nel regno franco.
A dire il vero questo viaggio (vero e proprio "colpo di teatro") del papa nel regno franco creò qualche imbarazzo a Pipino. Il Papa aveva spedito in Francia a Pipino una lettera per mezzo di un pellegrino chiedendo di essere ufficialmente invitato a recarsi in Francia. Lo scopo di questa lettera era evidente: Stefano II voleva che l'invito del re franco suonasse come minaccia o avvertimento agli orecchi del re Longobardo Astolfo e significasse annuncio formale ed esplicito della "protezione" della S. Sede da parte della Francia.
Pipino, al quale non sfuggirono le conseguenze che potevano derivare da un simile invito, perché protezione voleva dire intervento in Italia a difesa del Pontefice contro i Longobardi con i quali i Franchi non erano in cattivi rapporti, e un intervento in Italia non avrebbe potuto aver luogo senza il consenso dei Grandi duchi.
Ma il Papa seppe tanto e cosi bene insistere, che Pipino decise di convocare un'assemblea di duchi franchi per discutere dell'opportunità d'invitare il Pontefice in Francia. I duchi, che a loro volta erano stati direttamente sollecitati dal Papa, espressero parere favorevole e fu allora deciso che l'invito fosse fatto in forma solenne.
il Papa il 15 di novembre del 753 riuscì a partire da Pavia. Al monastero di S. Maurizio, nella valle del Rodano, gli vennero incontro FULRADO, abate di San Dionigi, e il duca Rotardo, i quali gli annunciarono che Pipino lo aspettava a Ponthion, sulla Marna. A venti miglia da Ponthion il Pontefice fu ossequiato da un ragazzino undicenne, Carlo, primogenito del re, che passerà alla storia col nome di CARLO MAGNO, e il 6 gennaio del 754 avvenne l'incontro tra Pipino e Stefano II. Il re franco scese da cavallo, s'inginocchiò ai piedi del Papa, ne ricevette la benedizione, poi lo accompagnò per un buon tratto di strada ed entrò insieme con lui a Ponthion tra una folla che plaudiva e cantava inni.

Dal Papa il re dei Franchi ricevette pure in quell'occasione il titolo onorifico di patrizio romano che fu conferito anche ai due figli. Era questa la prima volta che un pontefice si arrogava il diritto, che fino allora era stato soltanto dell'imperatore, di conferire il patriziato. Arrogandosi tale diritto egli si considerava investito della sovranità di Roma; conferendo al re tale titolo legittimava l'opera che Pipino si accingeva a compiere direttamente contro i Longobardi e indirettamente contro Costantinopoli.

Due assemblee di Grandi furono tenute in Francia, l'una il 1° marzo del 754 a Braisne, presso Soissons, l'altra il 14 aprile, giorno di Pasqua, a Quierzy ("Carisiacum"), e in quest'ultima fu decisa la guerra contro i Longobardi.
Secondo alcuni, in questa seconda assemblea Pipino rilasciò al Papa un documento ("Promissio Carisiaca"): prometteva di cedere alla S. Sede, dopo la conquista, la Corsica, la Venezia, l'Istria e i territori a sud di una linea che da Luni andava a Parma, a Reggio, a Mantova e a Monselice, e in più i ducati di Spoleto e di Benevento: secondo altri questo famoso documento è solo un parto della fantasia del biografo. Secoli dopo si disse che era un clamoroso falso storico sostenuto solo da un "continuo ripeterlo" fino a farla diventare una verità. La "promissio" fra l'altro s'intreccia con la "donazione" costantina, e sembrerebbe che quest'ultima ritenuta falsa come documento, sia stato redatto in quella composizione che avvenne poi in questi anni con l'incoronazione di Carlo Magno a Roma (falsità ipotizzata da Ottone III per motivi formali. Mancanza di sigillo. Fu poi dimostrata in base a incontrovertibili argomenti storici e linguistici da N. Cusano e da L. Valla nel XV secolo)

Sarebbe inutile qui riportare le tante ragioni per dimostrare l'esistenza o meno del documento "carisiaco". Se non scritta, la promessa ci fu certamente e questo importa sapere. E' presumibile - per come andranno le cose- che il papa chiese qualcosa di "solido", dopo che abbiamo visto che tipo che era.
II Papa in Francia aveva quindi ottenuto tutto quello che voleva. Ma nell'attesa che la guerra incominciasse e il ducato romano s'ingrandisse, con i domini bizantini, volle stringere ancor di più i legami con i Franchi e rendere un servigio a Pipino che, di riflesso, aveva lo scopo di accrescere maggiormente l'autorità papale. Secondo una leggenda -indubbiamente la mise in piedi lo stesso "papa-prete" durante una sua malattia contratta in Francia; gli apparvero al Pontefice, S. Dionigi, S. Pietro e S. Paolo che gli promisero di farlo guarire a patto che innalzasse un nuovo altare a S. Dionigi. Stefano II promise e fece erigere in pochi mesi l'altare nella chiesa di Saint-Denis, dove poi il 28 luglio del 754 si svolse una cerimonia importantissima.

Il Papa incoronò PIPINO e la regina BERTRADA e consacrò i due figli CARLO e CARLOMANNO e quel giorno stesso ordinò ai Franchi sotto pena di scomunica, che non eleggessero per l'avvenire, sovrani che non appartenessero alla stirpe di Pipino. Dall'autorità del Pontefice riceveva così consacrazione una dinastia e questa consacrazione altro non era che una conferma fatta in forma solenne del parere emesso dal Papa Zaccaria nel 751 che a Pipino aveva fruttato la corona di Re dei Franchi..

Occorreva ora garantire questa corona da qualsiasi urto, di dovunque potesse venire, ed allo scopo furono annodate le più strette relazioni col successore di S. Pietro, fra lo Stato e la Chiesa. In esecuzione della nuova alleanza scese due volte in Italia un esercito di Franchi, che sconfisse i Longobardi e li costrinse a chieder pace a dure condizioni. Con la definitiva esclusione dei Merovingi e dei figli di Carlomanno dal trono franco procedette in parallelo (con la rovina dei Longobardi) la fondazione in Italia di uno Stato della Chiesa indipendente.

Nel luglio del 755 convocati da Pipino si adunarono la maggior parte dei vescovi della Gallia a Verneuil per regolare la vita religiosa del popolo; da questo concilio i poteri dei vescovi uscirono grandemente aumentati. Quest'opera riformatrice fu proseguita in varie diete successive, ad una delle quali presero parte dei legati del papa. L'intera riforma fu promossa dal re col proposito di favorire le mire del seggio apostolico. Una delle idee direttive fu la separazione dello Stato dalla Chiesa; i chierici perciò furono sottratti ai tribunali comuni e sottoposti al foro ecclesiastico.
Ad una delle diete a Compiégne venne il duca di Baviera, Tassilo, e si riconobbe vassallo del re. Con ciò il rapporto beneficiario e di vassallaggio, da lungo tempo vigente nel diritto privato, fece il suo ingresso nell'ordinamento dello Stato, per il quale doveva in seguito divenire fondamentale.

La più lunga e fastidiosa lotta che dovette sostenere Pipino, quella contro Vaifar di Aquitania, si ricollega con questo fatto; si voleva ridurre il principe aquitano alla stessa condizione subordinata in cui si era messo il bavarese. La guerra si protrasse per nove anni, dal 760 al 768, e non finì che con la morte di Vaifar.
Già prima, nel 758, erano stati domati i Sassoni. Gli ultimi anni del regno di Pipino furono circondati da molto splendore. Nel 765 egli tenne una dieta solenne ad Attigny e inviò messaggi alla lontana Bagdad. Il Califfo ed il re dei Franchi avevano negli Omaijadi della Spagna e negli imperatori bizantini gli stessi nemici comuni. Ciò non impedì che i Franchi rimanessero in rapporti anche coi Greci.
Nel 767 legati dell'imperatore greco e legati papali disputarono al sinodo franco di Gentilly sulla questione delle immagini e del domma della Trinità. Fu questo il momento culminante della carriera ascendente di Pipino nella politica mondiale. Poi all'apogeo della potenza egli morì nel 768, lasciando al figlio primogenito, Carlo, la massima parte dell'Austrasia con la Neustria ed al più giovane, Carlomanno, il resto.

Prima di procedere nella narrazione dobbiamo gettare uno sguardo sulla Chiesa franca e sulla conversione dei popoli germanici.
I Franchi in origine non ebbero un'idea ed un sentimento molto profondo dei Cristianesimo. Essi abbandonarono i loro Dei ormai invecchiati perché credettero Cristo più potente, ma conservarono una buona dose di paganesimo e vennero a trovarsi in mezzo a Romani muniti di una completa organizzazione ecclesiastica e della corrotta civiltà dell'impero morente.
Di modo che il mutamento di fede arrecò scarso miglioramento morale ai barbari ed i vescovi pure loro si mondanizzarono. È un gran merito di Clodoveo di aver riassunto l'episcopato romano nell'organizzazione dello Stato germanico, di aver elevato l'autorità della corona al di sopra così del pastorale come della burocrazia laica e di aver posto l'uno e l'altra al servizio dei fini dello Stato.

L'autorità del papa venne completamente a cessare di fronte alla chiesa nazionale gallo-franca, il che non impedì che alla chiesa romana fossero fatte grandi donazioni, che le sue ricchezze, la sua autorità e la sua potenza aumentassero, mentre il tesoro dello Stato franco si vuotava.
Tutto ciò fece sì che ben presto anche dei Franchi trovarono attraente la carriera ecclesiastica e presero persino la tonaca. La chiesa romana si snazionalizzò ed il clero divenne una corporazione aristocratica, piena di inclinazioni e di cupidigie temporali, che si adunava in sinodi.

Ad un certo punto le sfere di competenza dell'autorità spirituale e dell'autorità temporale non furono nettamente distinte e l'una invase dappertutto il campo proprio dell'altra. I matrimoni rimasero ancora per lungo tempo sotto il dominio della legge civile. Il clero se ne conquistò la giurisdizione a prezzo della tolleranza di tutti i possibili vizi. Senza scrupoli lasciò che si praticasse la più sfrenata poligamia e la praticò talora esso stesso. Fiorirono rigogliosamente la bacchettoneria ipocrita e la predilezione per le cose materiali, tangibili. Il sentimento di umiltà dinanzi a Cristo andò unito alla tracotanza, la mortificazione esteriore al disprezzo d'ogni cosa sacra.
Solo il timore dell'onnipossente frenò forse gli istinti più selvaggi. Con preghiere e lasciti, chi era in procinto di andare all'al di là, cercò di guadagnarsi grazia e perdono donando i suoi beni. I martiri vennero considerati come divinità minori; essi premiavano i loro veneratori e punivano chi li disprezzava. Di Dio si aveva una concezione grossolana, lo si rappresentava dotato di carattere e di figura umana, circondato dai santi come il re dei Franchi dai suoi grandi; il vero sentimento cristiano si perdé sotto la scorza dei riti esteriori.

Vi furono tuttavia degli ecclesiastici che cercarono di far trionfare il bene, e dietro il servo di Dio, il prete armato di anatema stava il Dio stesso. Il contegno risoluto di Nicezio di Treveri piegò Teuderico; questi anzi lo venerò perché aveva osato biasimarlo. Venne introdotta per far seguire a tutto il popolo i riti liturgici, la festa domenicale anche se ci fu l'opposizione della classe laica; fu così enormemente aumentato il numero delle parrocchie e delle chiese che vennero straordinariamente con ogni mezzo abbellite. Specialmente i sinodi si impegnarono a migliorare il popolo ed il clero e giovò pure per l'unione dei chierici metropolitani a vita comune. La cultura letteraria andò quasi esclusivamente in mano al clero, e questo non scrisse più soltanto per mostrare il suo sapere, ma per educare ed esaltare il sentimento religioso.

Anche la tendenza alla vita claustrale si diffuse; si sentiva il bisogno di luoghi di pace e di lontananza dal mondo. All'inizio le comunità monastiche erano state società religiose laiche; nel VI secolo cessarono di esser tali, e i conventi vennero inclusi nell'ordinamento ecclesiastico, nelle giurisdizioni episcopali, e quindi nell'organizzazione dello Stato.
Essi divennero popolari e furono grandemente favoriti. Ben presto tutto il regno dei Franchi si coprì di chiostri, alcuni dei quali divennero altamente famosi. La loro grandezza era molto varia e così pure la loro ricchezza. Essi rimasero essenzialmente luoghi di ritiro, e perciò talvolta servirono anche come prigioni di Stato.

Ad un certo punto nel monachesimo franco penetrò un elemento straniero, l'elemento irlandese-scozzese seguace dell'antica chiesa britannica col suo miscuglio di aborrimento del mondo e di smania girovaga, con la sua cultura superiore ed il suo spirito di propaganda. Costoro si consideravano stranieri (peregrini) nel mondo, come era stato Cristo. Volentieri peregrinavano in dodici come gli apostoli. II rappresentante più eminente di questo indirizzo, Colombano iuniore, venne in Francia verso il 583. Egli fondò il convento di Luxeuil sulle pendici sud-occidentali dei Vosgi, dettò una propria regola con delle rigorosissime penitenze ed esaltò la santità del luogo sino al punto che nessun estraneo, neppure il re, vi poteva metter piede.

Alla castità della vita interna del chiostro andò unita l'attività dei monaci al di fuori. Essi arrivarono predicando sino in Baviera; ma suscitarono anche molte opposizioni per l'ostinato attaccamento agli usi del loro paese. Colombano dopo molte peregrinazioni terminò la sua vita al di qua delle Alpi. Nel frattempo il convento di Luxueil, cui molti altri avevano finito per ubbidire, aveva aumentato la sua autorità ed acquistato una larga serie di privilegi a discapito dei vescovi delle rispettive giurisdizioni.

Era questo l'inizio delle immunità ed esenzioni dei monasteri che nel Medio-Evo acquistarono così grande estensione. Come nel sistema irlandese i chiostri arrivarono persino a nominarsi propri vescovi. Il monachesimo assunse uno sviluppo sempre più poderoso. Gli spianò la via la regola di S. Benedetto che si propagò oltr'alpe all'epoca appunto in cui Colombano aveva messo piede in Italia.
Essa era molto più mite di quella degli Irlandesi e più adatta alle condizioni dei tempi. Verso il 663 essa dominò in assoluto ovunque. Ma intanto le tendenze ascetiche ferventi degli Irlandesi si erano diffuse nel popolo ed avevano acquistato una influenza sulla cura delle anime quale non si era mai vista prima d'allora nel regno franco e che non fu raggiunta e superata molti secoli più tardi se non dall'ordine dei mendicanti.

Come era naturale questa corrente, d'accordo con le tendenze all'espansione politica dei Franchi e con le mire dei loro re, spinse all'opera di diffusione della fede anche al di fuori, soprattutto verso i Germani orientali che erano tuttora più o meno pagani. Tra i Frisi cominciò nel VII secolo a penetrare il cristianesimo; fra gli Alemanni predicò Colombano; uno dei suoi allievi, Gallo, fondò il monastero di S. Gallo che divenne uno dei principali centri di cultura. Più più tardi venne Pirmino, probabilmente un anglo-sassone, che nel 724 fondo l'abbazia di Reichenau secondo la regola di S. Benedetto.
In Baviera salì alla dignità ducale una famiglia franca cattolica, che diede molto peso alla conversione e dal di fuori agì allo stesso modo la chiesa franca, soprattutto il monastero di Luxueil. Pur lottando duramente il paganesimo e l'arianesimo furono vinti dagli Irlandesi e dai Franchi, e l'ordinamento ecclesiastico del paese assunse uno spiccato tipo monastico.

Strettamente uniti coi Franchi erano i Turingi. Per questo i primi poterono in massa stabilirsi nelle regioni turingie attorno al Meno che lasciarono ad esse il loro nome. Qui il più celebrato propagandista fu ancora una volta un celto, Ciliano di Wurzburg. A datare dall'VIII secolo la Turingia potè considerarsi convertita e sostanzialmente conquistata dalla missione irlandese-scozzese. Come si vede, furono soprattutto degli Irlandesi quelli che attirarono i Tedeschi in seno al cristianesimo.
Ma i celti mancavano di disciplina e di solida organizzazione e la chiesa franca dopo la morte di Dagoberto cominciò a degenerare. Il clero si mescolò nelle lotte di successione al trono ed in quelle dei grandi contro i re e si mondanizzò di nuovo profondamente.

La cura ed il governo delle anime furono superati dallo strepito della guerra, preti e monaci tornarono alla vita laica; tutti i peggiori mali dilagarono; l'ignoranza, la rozzezza, la rapacità ed il libertinaggio. Si dovette vietare ai preti di vivere con le madri e con le sorelle, abbazie ed episcopati divennero ereditari ovvero si concentrarono in una sola mano, importanti seggi vescovili rimasero vuoti. I sinodi un tempo così attivi ed influenti cessarono dal 695 per lo spazio di cinquant'anni.
Papa Zaccaria poté scrivere che tra preti e laici non vi era ormai differenza di sorta. Quando i beni della corona furono esauriti, i re cominciarono ad appropriarsi quelli della Chiesa ed a disporne; il primo a farlo fu proprio Carlo Martello cui gli bisognava mantenere numerose truppe. Si aggiunse una disorganizzazione interna dell'episcopato, provocata dagli Irlandesi con la creazione di quel loro tipo particolare di vescovi tonsurati, vescovi erranti (peregrini) muniti di autorità episcopale ma senza seggio, che andavano e venivano suscitando torbidi e disordine. Nessuno sapeva se veramente avessero gli ordini o fossero invece dei semplici impostori. Ogni sorta di gente si mise in giro e persino degli schiavi si fecero tonsurare e divennero servitori di Cristo. Alla fine il disordine e la confusione salì al colmo.

Ma le cose in seguito mutarono ad opera di Bonifazio e con la collaborazione della monarchia e del papato. Sinora la chiesa franca era rimasta una chiesa nazionale sottratta all'ingerenza di Roma. Il re aveva su di essa maggiori diritti che il papa, e come é naturale, questa chiesa decadde col decadere della monarchia.

Ben presto però si fece sentire l'influenza di un popolo dotato di uno spiccato senso dell'ordine e della disciplina, il popolo degli Anglo-Sassoni. Costoro erano rimasti fermi nella loro stretta alleanza con Roma e cominciarono ad esplicare la loro attività presso i propri connazionali della Germania del nord. Così il loro indirizzo e le loro tendenze cattolico-papali poterono diffondersi in tutto il regno franco.
Nel 678 per primo Virfrido di York pose piede sulla costa frisia, e dopo di lui Virribrord. Egli si rivolse a Pipino e si recò a Roma, per ottenere protezione ed il permesso di predicare. Con questi due appoggi egli divenne vescovo di Utrecht ed apostolo dei Frisi. Morì vecchissimo l'8 novembre 739.
Presso i Sassoni tentarono di predicare il vangelo due preti: Sward e Liafwin. Ma tutti furono superati dall'amico di Virribrord, di lui più giovane, Vinfrido, che accoppiava in sé lo zelo e l'irrequieto spirito di propaganda degli Irlandesi e l'osservanza delle massime della Chiesa anglo-sassone.
All'inizio si recò in Frisia, poi nel 718 passò a Roma e si guadagnò la fiducia di Gregorio II.

Nel 719 il papa conferì a lui, che con la tonaca assunse il nome di Bonifazio, l'incarico di annunziare in nome di S. Pietro a tutti gli infedeli il regno di Dio. Bonifazio predicò fra i Turingi, Frisi ed Assiani e nel 727 venne dal papa consacrato vescovo di Turingia ed Assia, in cambio prestò al pontefice il giuramento di fedeltà. Quindi agì come vescovo dipendente direttamente dal papa e come propugnatore dei diritti della sede apostolica. Ma senza il sostegno dell'autorità temporale vi era poco da ottenere. Raccomandato da Gregorio, Bonifazio si rivolse perciò a Carlo Martello che gli assegnò una giurisdizione in cui agire come rappresentante dello Stato franco.

Pieno di nuovo zelo Bonifazio si mise all'opera nell'Assia; sotto i colpi della sua scure cadde la sacra (pagana) quercia di Geismar, tanto che poté tornare fra i Turingi, vincervi l'opposizione degli apostoli celtici e rimettervi l'ordine. L'Assia e la Turingia erano definitivamente divenute cattoliche. Papa Gregorio ricompensò questi successi di Bonifazio, creandolo arcivescovo e legato, coll'incarico di nominare i vescovi necessari alla sua diocesi che ben presto si estese all'Alemannia ed alla Baviera.
Egli reclutò nuove forze, come Lul, il suo successore a Magonza, e Burcardo, il futuro vescovo di Wurzburg. Bonifazio restò costantemente in stretti rapporti con la patria. Ovunque egli con il concorso dello Stato istituì stabili sedi episcopali. Ed a principio del 742 poté sottoporre all'approvazione del papa lo schema completo del suo ordinamento diocesano per i paesi germanici.

Bonifazio contava allora; per lo meno 65 anni; tuttavia seppe intraprendere una seconda opera fondamentale; quella della riforma del clero franco. Essa non poté attuarsi che con la morte di Carlo Martello, del tutto incurante alla chiesa, e con l'avvento dei suoi figli molto diversi da lui.
Carlomanno chiamò Bonifazio ad organizzare un sinodo di riforma, che infatti si radunò il 21 aprile 742. Per la sua importanza lo si é chiamato il «concilio germanico». Esso si propose il programma di «restaurare la legge divina e la devozione al clero», e ciò in nome dello Stato. Questo creò una reazione in meglio, i predicatori erranti britanni furono scacciati, il clero ricondotto all'osservanza dei doveri del proprio ufficio, e l'autorità di Roma si accrebbe nel regno dei Franchi.

Appena dopo un anno, nel 743, si radunò a Lestinnes il secondo sinodo austrasiano. Naturalmente le rigide norme emanate da questi concili urtarono in molte opposizioni, ma esse dovettero a poco a poco cedere di fronte all'alleanza dello Stato con i riformatori. Anche in Neustria l'opera di Bonifazio provocò un ritorno al meglio; ma qui il riordinamento della Chiesa fu fatto da Pipino personalmente ed egli lo attuò in maniera meno profonda e con criteri piuttosto politici.
Soprattutto per quel che concerne la posizione dei vescovi egli volle che essi tornassero ad essere l'unica autorità spirituale della rispettiva diocesi, ma in compenso dovessero anche assumersi tutti gli obblighi ad essa inerenti. Siccome questi obblighi riuscirono gravosi in modo eccessivo a molti vescovi, sembra che molti di loro siano tornati a servirsi di vescovi ambulanti, d'onde sorse il corepiscopato franco, quale istituzione ausiliaria dei capi delle diocesi.

Stabilita così all'incirca l'ossatura dell'edificio, si passò alla sua vera e propria sostanza, il clero. Esso fu profondamente scosso, ma la sua epurazione fu condotta fino in fondo con mano ferma, e dappertutto imposta l'osservanza delle rigide norme della chiesa romana.
In ultimo la riforma uscì persino dai limiti dei sinodi parziali e fece apparire la chiesa franca come un tutto unico. Nella primavera del 745 si radunò il primo concilio generale del regno. Bonifazio cui da principio era stata destinata come sede arcivescovile Colonia, ebbe di fatto Magonza. Nella primavera del 747 presiedette per l'ultima volta una adunanza di 13 vescovi delle due parti del regno, che rispecchiò chiaramente il quadro dell'organizzazione della chiesa da lui ideato.

Notevole che essa si attuò senza principi temporali. Ad ogni modo fu Bonifazio che (lo abbiamo già ricordato sopra) consacrò il mutamento di dinastia, allorché unse il nuovo re Pipino nel nuovo duomo di S. Dionigi (Saint-Denis, il 28 luglio del 754) Tutto l'ambiente divenne più religioso, Roma aumentò di autorità, si cominciò a recarvisi in pellegrinaggio e ben presto lo stesso papa, a sua volta fece la sua comparsa in terra franca.
Bonifazio era stato l'anima e la mente di questa trasformazione; ma egli andò invecchiando, gli eventi lo sopraffecero ed il papa subentrò al suo posto. Sembra che l'irrequieto apostolo non si sia sentito a suo agio sul seggio vescovile di Magonza ed in mezzo al metodico disimpegno delle incombenze inerenti alla carica; ogni anno si recò per un certo tempo nel chiostro di Fulda da lui fondato, anzi in ultimo tornò all'ideale della sua gioventù, la conversione dei Frisi, fra i quali i progressi del cristianesimo dopo la morte di Villibrord si erano arenati.

Egli se ne andò infatti fra quei pagani, predicò e battezzò, finché un giorno sull'alba fu da uno di essi fu ucciso.

Bonifazio é stato caratterizzato «l'apostolo dei Germani». Certo egli fu una personalità preminente, un uomo predestinato che aprì l'era medioevale. Puro di costumi e fedele ai suoi doveri, egli andò diritto per la sua strada con tenacia e dottrina. Realmente egli fu più monaco e predicatore che uomo politico; tuttavia era dotato di sano giudizio e di inesauribile operosità. I risultati della sua vita sono: la fondazione della chiesa germanica, la riforma della chiesa franca e la riunione delle due chiese fra loro e con la Santa Sede. Egli fu, se così possiamo esprimerci, il primo ultramontano, un pioniere incosciente della onnipotenza papale.

Ritornando alla storia dei re franchi, incontriamo nel figlio di Pipino, in Carlo Magno, la più grande figura di principe che la storia germanica presenti fino a Federico il Grande, la mente più universale e creatrice della sua epoca, che signoreggiò tutte le correnti e gli aspetti della vita sociale, che li modificò a sua volontà e segnò ai popoli dell'Europa centrale la via da seguire.

Al culto fervente per alti ideali egli univa una netta visione dei suoi scopi, una irresistibile forza di volontà e capacità di organizzazione su grande stile, ed il tocco sicuro del genio che dalle cose presenti fa germogliare e sorgere le forme del futuro. I posteri ammirano in lui le altissime doti che ebbe ad un tempo come guerriero e come organizzatore nelle opere della pace.

Come re germanico egli accrebbe e riordinò il regno, come successore degli imperatori prese sotto la sua protezione i residui della cultura romana artistica e scientifica per (lui quasi del tutto analfabeta) promuoverla ed infonderle nuova vita. Inoltre favorì lo sviluppo della poesia germanica e del diritto germanico ed introdusse la lingua nazionale nella Chiesa.
Nonostante la porpora, che indossò raramente, egli rimase intimamente tedesco, e con addosso un semplice e tradizionale vestito tedesco.

Egli intese pienamente quanto fosse potente la Chiesa, ma non la considerò come qualcosa di separato, come qualcosa che stesse al di fuori dello Stato, ma come un membro dell'organismo statuale, giacché personalmente egli si sentiva completamente laico e rappresentante degli interessi della totalità.
La sua attività si esplicò in tutti i campi della vita sociale: insegnamento, musica, architettura, pittura, plastica, industria artistica, lettere, monete, sigilli, storiografia, poesia, legislazione, amministrazione, disciplina ecclesiastica e dogma religioso.

L'antica Roma (non si stancava mai ad ascoltare orgni sera chi gli leggeva le opere antiche) esercitò una profonda influenza su Carlo, ma solo nel senso dell'ammirazione per il classico e per il bello. La Roma contemporanea non ebbe per lui che importanza locale. Per le arti e le scienze furono utilizzati i modelli dell'antichità, ma non, come avvenne più tardi, a fini ecclesiastici, ma nel vero senso umanistico come nel successivo tempo della rinascenza. Le sette arti liberali concorsero ad adornare le pareti della reggia di Aquisgrana, e come gli ecclesiastici, così anche dei laici scrissero libri e coltivarono le arti e la scienza.

Tutta l'opera di Carlo ha una impronta organizzatrice. Lo si vede meglio che altrove nella maniera sua di procedere verso i popoli vicini. Qui egli non ci si presenta come il brillante generale che signoreggia su i campi di battaglia, ma come l'uomo di Stato che fa la guerra a ragion veduta, che snuda la spada soltanto per raggiungere determinati scopi, come mezzo ad un fine, per consolidare immediatamente il frutto della vittoria con le leggi e l'ordinato governo e fecondarne la vita. L'una cosa fu in certo modo per lui la condizione per raggiungere l'altra. Inoltre egli seppe rafforzare il potere temporale mediante l'alleanza con la autorità spirituale; in Italia con l'aiuto del papato, nel resto d'Europa con l'aiuto della Chiesa.

Veramente alla morte di Pipino le prospettive per il regno franco non si presentavano proprio per niente liete, perché il regno andò diviso tra Carlo e Carlomanno, ciò che provocò scissioni e dissidi che giunsero ad addensare la minaccia di una guerra civile.
Ma la buona stella di Carlo volle che Carlomanno morisse dopo soli tre anni. I figli spodestati di Carlomanno fuggirono alla corte del re dei Longobardi, la cui figlia era stata ripudiata da Carlo. La guerra con i Longobardi si rese ora inevitabile, tanto più che appariva urgente una sistemazione degli incerti rapporti fra i due popoli.
Carlo era di gran lunga il più forte. Egli conquistò Pavia, prese prigioniero Desiderio e si insediò come re dei Longobardi, di modo che il regno franco e il regno longobardo vennero a formare una unione personale.

Molto più difficile si rivelò l'assoggettamento dei Sassoni. Dovette impegnarsi in oltre venti campagne. Bellicosi, recalcitranti e tenaci, essi avevano fino allora respinto tutti gli attacchi dei Franchi senza però giungere a costituire uno stabile organismo statuale. Nell'anno 772 Carlo entrò in campagna contro di loro per la prima volta; ma iniziò un'impresa che dovette rinnovare quasi ogni anno. I Sassoni ebbero in Widukind un gran condottiero ed un eroe nazionale. Fu una guerra di conquista e di religione ad un tempo in cui si mostrarono strettamente legate fra di loro la spada e la croce; pare quasi che vi avesse influito l'esempio del fanatismo della conquista saracena. fin dal primo anno Carlo distrusse le sacre colonne di Irmin, ma la vittoria non fu completa se non con il battesimo di Widukind, cui il vincitore fece da padrino e con una festa ecclesiastica di ringraziamento a Dio, ordinata dal papa per desiderio del re.

La dottrina dell'amor del prossimo fu inculcata ai Sassoni attraverso fiumi di sangue. Carlo fece decapitare in un solo giorno 4500 ostaggi sassoni, arrabbiato perché si erano ribellati mancando a una promessa data. Finalmente la pace del sepolcro si diffuse sul paese di questa gente ridotta allo stremo della disperazione, senza peraltro che ciò riuscisse ad impedire nuove insurrezioni.

Non prima dell'804 i Sassoni poterono considerarsi definitivamente soggiogati. La vittoria fu messa a profitto in due modi, stanziandovi dei Franchi nel paese divenuto spopolato e suddividendolo in vescovadi subordinati ai metropoliti di Colonia e di Magonza. A fare il resto ci pensò il prete franco e l'ordinamento politico-amministrativo franco.

A sud dei Sassoni dimoravano i Bavari, con i quali le relazioni erano altrettanto poco rassicuranti, come un tempo i Longobardi. Anche fra loro Carlo si presentò con un poderoso esercito ed il duca Tassilo dovette sottomettersi. Avendo poi questo esasperato principe cercato di procurarsi appoggio negli Avari, Carlo lo depose e lo chiuse in un chiostro. Al posto del ducato subentrò in certo modo il vescovado di Salzburg con il suo pastore Arno.
Poi venne la volta degli Avari che abitavano le steppe dell'Ungheria, spesso mescolati con ex Unni. Tuttora grossolanamente pagani, essi per la loro barbarie e per le loro abitudini nomadi costituivano un perpetuo pericolo per il regno.

Nel 791 i nobili cavalieri avari riuscirono a sfuggire ai Franchi, ma nel 795 questi ultimi giunsero a conquistare il «castello reale» barbarico. Si trattava di una immensa costruzione circolare (anello) munita di estese fortificazioni, che celava il bottino e la preda di secoli.
Carlo impose il battesimo al vinto capo degli Avari e incaricò il vescovo di Salzburg di provvedere alla conversione del paese al cristianesimo.

Già prima nel 789, Carlo era passato dal lato orientale l'Elba e soggiogato gli Slavi settentrionali, e ben presto il regno si allargò ad occidente sino all'Ebro.
A difesa di un così vasto territorio Carlo dovette creare tutt'intorno delle difese.
Come suo nonno, continuò nella concessione dei benefici, organizzò i suoi territori in contee, marche e ducati. Il conte è un rappresentante scelto dal sovrano, che può essere rimosso dal suo incarico per volontà dell’imperatore. La singola contea contiene molte signorie feudali, che fanno riferimento al conte per questioni di carattere amministrativo e giudiziario. Durante l’Impero di Carlo si contano quasi duecento contee. Le marche invece sono territori più grandi delle contee e solitamente si trovano al confine. La vastità del territorio si giustifica con il fatto che il marchese, anch'egli revocabile dal sovrano, ha bisogno di molte risorse per organizzare la difesa militare del territorio. Infine i ducati sono territori in cui sono presenti etnie diverse, e molto spesso il duca è il capo di un popolo sottomesso, che presta giuramento a Carlo. E lo stesso duca può essere rimosso solo se viene meno al giuramento prestato al sovrano. Marche e contee divennero in parte il primo nucleo di futuri stati.

In sostanza però il regno dei Franchi rimase uno Stato continentale che accomunò i popoli dell'Europa centrale sino allora separati e nemici gli uni degli altri. Ma non bastava riunire in quel modo, occorreva organizzare e rendere vitale questa unione. A tale scopo servì la burocrazia, soprattutto i conti, la cui attività fu sorvegliata dai vescovi e dai missi dominici. i quali attraversavano l’Impero in lungo e largo, chiamati a risolvere le questioni d'interesse generale, secondo le direttive emanate dal nuovo centro di direzione politica che Carlo aveva fissato ad Aquisgrana.

Annualmente si adunava una dieta, il così detto «campo di maggio», composta dei grandi del regno, cui andava unita una rivista dell'esercito.
In questa dieta, sotto la direzione del re, si provvedeva alla legislazione, di qui emanavano i capitolari regi che erano norme di diritto comune a tutto il regno in contrapposizione ai tanti vari diritti nazionali in esso vigenti. Così pure Carlo riordinò le finanze, soprattutto provvide all'amministrazione dei vasti beni della corona mediante funzionari regi, alla messa a cultura dei terreni boschivi, alle monete, alle dogane, ecc. Tuttavia questa sua molteplice attività, per quanto grande e metodica, non riuscì sempre pari alle esigenze del vasto regno. , Carlo nonostante tutti questi sforzi non riuscì mai a dare al regno un'organizzazione legale simile a quella della Roma antica, fatta di leggi uniche emanate da un potere centrale.

L'atto politicamente più importante per le sue conseguenze a venire che fu compiuto da Carlo Magno fu l'unione dello Stato con la Chiesa e principalmente col papato, giacché da esso é dipeso addirittura tutto l'andamento della storia del Medio-Evo. In seno alla gerarchia dei funzionarti pubblici egli non fece differenza tra ecclesiastici e laici, come non faceva differenza tra canoni della Chiesa e norme di diritto laico. I dommi della Chiesa cattolica furono da lui elevati a leggi fondamentali del regno franco. Chiesa e Stato costituivano per lui un solo concetto; dello Stato egli ebbe la stessa idea che ci si presenta presso gli Israeliti nel libro dei re. In un simile sistema non vi era posto per un papa munito di alta sovranità spirituale. E con la tendenza a volere anche la sovranità temporale. Eppure...

Allorché nel dicembre dell'800 Carlo fu a Roma, gli animi erano agitati da un processo contro il papa Leone III. Proprio i Franchi di Carlo lo avevano liberato dalle prigioni in cui era stato rinchiuso da un gruppo di nobili romani, già pervasi dall'idea della resurrezione dell'impero romano.

Una dieta tenutasi nella basilica di S. Pietro decise di conferire il titolo imperiale al re Carlo e di supplicarlo ad accettarlo sotto forma di una «preghiera di tutta la cristianità».

Sembra che egli abbia dato una risposta evasiva; probabilmente non gli andava bene il modo con cui gli si voleva far accettare la corona, oltre la forma con cui essa gli veniva conferita.
Inoltre vi erano da parte di Carlo idee piuttosto ostili nei confronti dell'Impero romano. Nei "Libri Carolini" l'impero romano viene definito pagano e idolatra. Vi si esprime odio, e non ci teneva proprio Carlo di confondersi con i precedenti imperatori, di sedersi sul loro trono con l'ampolloso loro titolo. Inoltre portava anche sfortuna, come dicevano le Sacre Scritture: nel sogno di Nabucodonosor il profeta Daniele affermava che quattro imperi si sarebbero susseguiti e che l'ultimo sarebbe stato la fine della civitates terrenae, la fine del mondo, poi ci sarebbe stato solo quello del Civitas Dei, l'impero celeste. Per tutte queste ragioni difficilmente il franco avrebbe rivendicato la dignità imperiale romana.
Alcuino gli aveva bene spiegato e spiegava in giro, che tre erano i massimi poteri del mondo: il papato a Roma, l'impero della seconda Roma a Costantinopoli e la dignità regale di Carlo ad Aquisgrana. E quest'ultima era ovviamente superiore a tutte le altre. Carlo Magno superava tutti, per potere, saggezza e dignità, in quanto posto da Gesù Cristo a capo del popolo cristiano. Insomma appariva chiaro che il massimo potere sulla terra era di Carlo Magno, e che quello di Bisanzio e quello di Roma era meno importante.

N
ei "libri Carolini" leggiamo ancora che, "...per dono di Dio, egli ha guidato il timone della chiesa attraverso i suoi domini, e che la chiesa gli è stata affidata perché la conducesse attraverso le onde impetuose del mondo". E aggiunge Alcuino "Riconosciamo come un meraviglioso e particolare dono di Dio il fatto che ti sforzi di mantenere la chiesa di Cristo internamente pura e di proteggerla dalla dottrina dei senza fede con lo stesso impegno con cui la difendi all'esterno dagli assalti dei pagani e la diffondi. Con queste due spade la potenza di Dio ha armato la tua mano destra e la tua sinistra".
C
arlo Magno viene chiamato "il rappresentante di Dio, cui spetta il compito di proteggere e governare tutti i membri della chiesa, signore e padre, re e sacerdote, capo e guida dei cristiani".
Del resto proprio lui
Papa Leone III, aveva fatto iniziare in Laterano ancora tre anni prima un mosaico (Triclinium) dove era raffigurato San Pietro con le chiavi in mano e inginocchiati alla sua destra e alla sua sinistra il Papa e Carlo. Sotto, una scritta "San Pietro tu hai conferito la vita a Papa Leone, a re Carlo la vittoria".
A dire il vero dalla parte opposta c'era in opera un altro mosaico con lo stesso atteggiamento, Cristo seduto intento a consegnare le chiavi della Chiesa a San Pietro (simbolo del potere religioso) e a Costantino il labaro cristiano-romano (simbolo del potere militare e temporale). Insomma se andava male con uno c'era l'altro.

Ma ora c'era a Roma Carlo e allora il papa compì un gesto, le cui conseguenze erano destinate a scuotere il mondo. Leone III si trovava di fronte ai suoi avversari in una posizione così critica che una potestà imperiale che lo prendesse sotto la sua protezione era divenuta per lui una necessità.
Ma appunto per questo era naturale in lui il desiderio che la creazione dell'impero non fosse una emanazione del popolo franco-romano ovvero di Bisanzio, ma della propria autorità apostolica. Così Leone III fece ciò che non avrebbe più potuto impedire, ciò di cui egli stesso abbisognava. La notte di Natale dell'anno 800, dopo che Carlo ebbe pregato nella chiesa di S. Pietro, il papa gli pose sul capo una corona d'oro,
pronunciando le parole : «A Carlo piissimo Augusto, incoronato per volontà di Dio grande e pacifico imperatore, vita e vittoria!» e tutti i presenti lo salutarono imperatore.

 

L’incoronazione fu vista dai contemporanei in maniere diverse. A Bisanzio Carlo, avendo accettato in quel modo, apparì come un diabolico un usurpatore, appoggiato da un altrettanto diabolico papa.
Quanto a Carlo non gradì forse la forma e il gesto, ma però prese sul serio la carica che l’incoronazione gli conferiva e s'impegnò veramente per difendere il sommo pontefice e quindi la Chiesa, ma anche per riunire l’impero, e non solo con le armi, ma se era il caso anche con un matrimonio. Infatti inviò una delegazione d'ambasciatori
a Bisanzio per proporre il matrimonio di Carlo con la non più giovane basilissa Irene. Madre di Costantino VI aveva detronizzato il giovane figlio e aveva preso lei in mano il potere. Purtroppo, essendo una donna, la sua carica non gli era mai stata riconosciuta e l’impero fu sempre considerato vacante. Tuttavia aveva cominciato una politica di riavvicinamento con i Franchi; aveva rinunciato all'iconoclastia, e cercato di combinare qualche buon matrimonio con i Franchi. Quindi c’erano tutti i presupposti che il corso della storia sarebbe cambiato, se la ambasceria di Carlo fosse arrivata a destinazione.

Ma un improvviso colpo di stato depose Irene, la quale finì i suoi giorni in un convento, e pose fine al viaggio della delegazione.

Non furono più felici dei Bizantini i ribelli Longobardi e gli aristocratici romani. Alcuni storici hanno visto nella vicenda dell’incoronazione quasi un colpo di stato da parte di Carlomagno. Sicuramente gli eventi della notte di Natale furono organizzati nei minimi dettagli al contrario di quanto voglia far credere , il biografo di Carlomagno Eginardo, combinati dal Papa e dai nobili franchi. Forse Carlomagno - se vogliamo credere ad alcune versioni - rimase sorpreso dai modi e dal gesto, forse volle fare il modesto, ma ormai i tempi erano maturi ed egli sapeva che l’incoronazione era solo questione di tempo. Da quel momento Carlo diventa definitivamente il protettore della chiesa, con il suo Sacro Romano Impero.

Creando questo precedente che non corrispondeva certo ai desideri di Carlo, ma che egli lasciò compiere senza fare opposizione (e l'avrebbe potura fare!) il re dei Franchi era divenuto imperatore per concessione del papa. Di per sé la dignità imperiale non gli conferì nuovi poteri, salvo nei riguardi dello Stato della Chiesa che ormai restò subordinato all'impero. I Romani ora divennero suoi sudditi e a dire il vero, il papa non fu da lui considerato che come il primo fra questi sudditi. Ad ogni modo però Carlo ora apparve come il successore di Costantino; e la dignità imperiale suggellò il suo diritto alla signoria universale ed all'assolutezza del potere derivantegli dalla consacrazione. E non crediamo proprio che tutto ciò gli dispiacesse.

Qualcuno giustificò che il papa si era comportato cosi perché l'impero non aveva un'imperatore ma una imperatrice (Irene) e che il rango imperiale apparteneva dunque a un uomo, e che quell'uomo non poteva essere se non Carlomagno.

La conclusione di tutta l'evoluzione precedente ed in certo modo il coronamento dell'edificio dei fatti storici fu l'acquisto di questa dignità imperiale da parte del re dei Franchi. Però a questo proposito le cose non sembra siano andate del tutto come egli avrebbe voluto. I problemi interni indebolirono l'Impero e spinse Carlo a ridurre i contrasti internazionali, cercando il riconoscimento da parte di Bisanzio del suo titolo, ma ottenne solo il riconoscimento del titolo d'Imperatore d’Occidente: il sogno di riunificare la cristianità orientale a quella occidentale sotto la sua corona era fallito.

Carlo non pensò mai fare di Roma la sua capitale; egli spostò il centro di gravità del suo impero verso la Germania; usò dimorare nel cuore del regno franco ormai molto progredito in estensione verso oriente, nei paesi renani, e specialmente ad Aquisgrana, che negli ultimi anni della sua vita divenne anzi la sua residenza ed il centro economico, politico, ecclesiastico ed intellettuale dell'impero.

Ad Aquisgrana sorse un sontuoso palazzo imperiale sorretto da colonnati e splendido di colori smaglianti e su di esso culminò l'alta cupola del famoso duomo: quello il centro dell'impero terreno, questo il simbolo superbo della chiesa dello Stato. Ad Aquisgrana si adunarono di solito le diete dell'impero; qui vi erano ricevuti gli ambasciatori stranieri che vi si recarono da Costantinopoli, da Bagdad e da Cordova. Intenzionalmente venne contrapposta alla latina Roma la germanica Aquisgrana. L'aquila romana divenne lo stemma del nuovo impero germanico, l'avvenire sembrò dovesse appartenere al genio germanico.

Ma in realtà il regno franco aveva raggiunto e sorpassato il culmine della parabola ascendente. Il peso della grande monarchia era troppo grave per il governo, e la politica universale di Carlo Magno affrettò la dissoluzione.
L'impero aveva tuttora l'organizzazione di un piccolo Stato senza funzionari stipendiati e senza un esercito stipendiato. Il mantenimento di questo stato di cose divenne impossibile quando i bisogni andarono sempre più aumentando ed il territorio acquistò sempre più vasta estensione. Perciò Carlo cercò di alleviare l'obbligo del servizio militare distribuendone il peso in base all'entità del patrimonio e di rendere meno gravosa l'amministrazione della giustizia con la formazione di una magistratura (scabini).
Ciononostante la classe dei piccoli e medi proprietari, oppressa dai gravami pubblici, andò rapidamente sparendo. L'arbitrio e la cupidigia dei conti affrettò la rovina e costrinse un'infinità di questi liberi proprietari a ridursi oltre che in miseria in soggezione dei grandi.

Il prete da parte sua predicava che, si ingraziava il cielo chi donava i suoi beni alla Chiesa. E quanto più l'agricoltore immiseriva, tanto più salivano in ricchezza e potenza i grandi, laici e gli ecclesiastici. Il re finché visse li tenne, é ben vero, a freno mediante il vincolo del vassallaggio ed in grazia della sua autorità personale, ma malgrado tutto questo, verso la fine del suo regno cominciarono a manifestarsi non pochi segni di decadenza della sicurezza e dell'ordine.

Nel 806 a Thionville fu decretata la divisione dell’Impero a favore dei figli di Carlo. Carlo poi morì nel 814 lasciando il regno all’unico figlio superstite: Ludovico il Pio. La fine della dinastia fu segnata da una guerra civile, che vide contrapporsi Ludovico il Pio e il suo primogenito Lotario contro gli altri due figli di Ludovico, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico.

Già nei primi decenni dopo la morte del gran re l'eribanno degli uomini liberi andò in gran parte scomparendo, cosicchè il sovrano perdette il suo più saldo sostegno e si ridusse in balìa della volontà dei suoi feudatari. Ad aggravare la situazione si aggiunse l'antagonismo delle varie nazionalità formanti il vasto impero, sopra tutto quello fra Romani e Germani, nonché la pretesa della Chiesa alla superiorità del potere spirituale sulla potestà temporale, ma più che ogni altro influì alla decadenza il funesto principio privatistico che lo Stato fosse un patrimonio divisibile fra gli eredi del sovrano; infine l'inettitudine del figlio di Carlo e dei suoi successori.

Se un uomo come Carlo Magno non aveva alla lunga potuto impedire che cominciasse la dissoluzione, tanto meno era in grado di arrestarne il progresso una persona come Ludovico il Pio.

Il destino volle che al gran Carlo Magno succedesse un uomo d'animo mite, poco perspicace e di spiccate tendenze religiose, che non era affatto alla pari del suo compito. Fin dall'817 egli emanò una legge di famiglia ad Aquisgrana, legge che, probabilmente per influenza del concetto dell'unità della dignità imperiale, derogò notevolmente al precedente sistema delle divisioni ereditarie dello Stato, proclamando il principio della monarchia indivisibile. A senso di essa la dignità imperiale doveva andare al suo primogenito Lotario, mentre ai due figli minori, Pipino e Ludovico (il Tedesco), non furono assegnate che porzioni insignificanti del regno sotto l'alta sovranità dell'imperatore.

Vala, l'abate di Corvey, dichiarò che "l'unità dell'impero era necessaria alla salute della Chiesa". Ma questo provvedimento che era destinato a garantire l'unità del regno produsse l'effetto opposto. Il nipote dell'imperatore, Bernardo, che governava l'Italia quale re vassallo dell'impero, si ribellò, ma ben presto fu costretto a sottomettersi e venne crudelmente accecato. Sembra che poi Ludovico si sia profondamente pentito di tale crudeltà, giacché nell'822 si sottopose a pubbliche penitenze religiose, non certo con grande edificazione della sua dignità.

Volle la mala sorte che la sua seconda moglie, la bella e vendicativa Giuditta, gli partorisse un figlio che dall'avo fu denominato Carlo (il Calvo). Da buon padre Ludovico volle assegnare anche a quest'ultimo nato una parte del regno e nell'829 alla dieta di Worms lo investì dell'Alamannia con alcuni altri territori. Ma ciò facendo egli distrusse tutta l'opera compiuta con la legge di Aquisgrana. L'aristocrazia laica ed ecclesiastica era già per molti motivi malcontenta, ed il suo malcontento aumentò a seguito di una insensata politica di corte.
I grandi radunarono un esercito ed esortarono Pipino e Lotario a far causa comune con loro. Pipino si fece subito avanti e costrinse Giuditta a chiudersi in un convento. Una dieta tenutasi a Compiégne sanzionò il fatto compiuto.

All'imperatore Ludovico non rimase che una vaga parvenza di autorità, perché Lotario lo tenne insieme col figlio Carlo sotto il suo controllo. Ma in seguito si verificò un mutamento nell'opinione pubblica e Ludovico nell'830 riacquistò il proprio potere; egli ridusse l'autorità di Lotario alla sola Italia e richiamò Giuditta alla corte.
Dopo questi fatti, si sollevò però Ludovico (il Tedesco), accampando pretesa a tutto il territorio dell'impero sulla destra del Reno; ma ben presto dovette constatare che non era forte abbastanza per spuntarla e fu costretto a sottomettersi al padre. Questi gli conservò la sua parte, mentre invece tolse a Pipino l'Aquitania per darla a Carlo. Era tutto questo frutto di tutta una macchinazione, che però fallì. Evidentemente il progetto di Giuditta, dalla quale l'imperatore era completamente dominato, in sostanza era questo: divisione dell'impero tra Lotario e Carlo, restrizione di Ludovico (il Tedesco) alla sola Baviera ed eliminazione di Pipino.

Ma i tre figli di primo letto si coalizzarono. Quando il padre nell'833 mosse loro contro, l'esercito lo tradì presso Colmar; da allora il luogo portò il nome di «campo della menzogna».
Lotario dopo l'increscioso episodio, assunse il governo, imprigionò il padre e Carlo e si divise il regno con i fratelli: in questa divisione Ludovico il Tedesco ebbe la parte orientale e Pipino la parte occidentale del paese franco. L'anomalia della situazione ed il duro trattamento fatto all'imperatore spodestato provocarono nuovamente una reazione in suo favore, che venne appoggiata da Ludovico il Tedesco, ed alla quale da ultimo fu aggregato anche Pipino. Lotario dovette cedere e rimettere in libertà il padre ed il fratellastro.

L'imperatore Ludovico riacquistò il regno, concesse al figlio omonimo tutto il territorio franco orientale ed aumentò anche la parte di Pipino. In seguito mosse guerra a Lotario, il quale non poté che sottomettersi al padre e accontentarsi dell'Italia; il suo principale fautore, l'arcivescovo Ebo di Reims, venne deposto.

Ma ben presto le cose mutarono completamente, perché Giuditta, fedele al suo vecchio progetto, tentò di trarre Lotario ad appoggiare suo figlio Carlo. Da principio in effetti le trattative intavolate con lui non portarono ad alcun risultato; ma in compenso Carlo ottenne in una dieta tenutasi ad Aquisgrana considerevoli ampliamenti di territorio. Ciò spinse nuovamente i tre fratelli di primo letto a ravvicinarsi fra di loro; specialmente Ludovico junior cercò di metter su Lotario, ma nel'838 dovette adattarsi a subire la perdita dei suoi estesi possedimenti che il padre gli riprese.
Pipino venne a morte. Subito dopo la corte decise di eliminare realmente il giovane Ludovico e di riconciliare Lotario con Carlo per dividere tra loro l'impero. Una campagna aperta contro il giovane Ludovico lo costrinse, come già l'altra volta, a mettersi in salvo in Baviera. Poi nell'839 avvenne ad una dieta a Worms la riconciliazione di Lotario col padre e la divisione dell'impero tra lui e Carlo.

A Ludovico fu lasciata la sola Baviera. La metà occidentale dell'impero toccò a Carlo, l'orientale con l'Italia a Lotario. Era ancora accesa la guerra col figlio di Pipino, Pipino II, a causa dell'Aquitania, allorché il giovane Ludovico spiegò la bandiera della ribellione allo scopo di conquistarsi la parte dell'impero che gli spettava di diritto. Allo stesso modo di prima le forze del padre si rivelarono di molto superiori dalle sue; il figlio fu costretto a fuggire dinanzi a lui fra gli Slavi. Se non che il padre ammalò gravemente e morì il 20 giugno 840 ad Ingelheim.

Ancor prima della sua morte egli aveva ordinato che le insegne imperiali fossero mandate a Lotario. L'impero piombò nel disordine e nella dissoluzione, anche perchè fu funestato dalle scorrerie dei Normanni.
Appena conosciuta la morte del padre, Lotario, basandosi sulla legge di famiglia dell'anno 817, accampò pretesa a tutto l'impero ed alla dignità imperiale. Naturalmente non era possibile ottener tutto ciò se non con la forza. Perciò egli marciò contro Ludovico. Incontratolo però nei pressi di Magonza con un numeroso esercito, pattuì una tregua d'armi per potersi rivolgere contro Carlo che incontrò presso Orléans. Anche qui egli evitò di decidere le sorti con una battaglia e strinse con Carlo un patto a senso del quale questi avrebbe ricevuto l'Aquitania con alcuni altri possedimenti minori.

Nel frattempo Ludovico si era fatto riconoscere per signore dai Tedeschi della riva destra dei Reno, ma ben presto Lotario gli mosse nuovamente guerra e lo costrinse a rifugiarsi in Baviera. Sembrandogli di aver messo così Ludovico nell'impossibilità di nuocere, Lotario si volse di nuovo contro Carlo. Ma Ludovico e Carlo ne approfittarono per allearsi contro il comune nemico ed operare il congiungimento delle loro truppe. Mentre le due parti si trovavano di fronte pronte a venire alle mani, si tentò ancora una volta la via dei negoziati. Questi andarono per le lunghe, interrotti da movimenti tattici, sinché nei pressi di Fontanetum (a quanto sembra Fontenoy-en-Puisaye) il 25 giugno 841 si venne ad una sanguinosa battaglia, che rimase perduta per Lotario, ma arrecò gravissime perdite anche ai due fratelli alleati. Con ciò - si disse - si era avuto il giudizio di Dio, il cui esito era contrario all'unità dell'impero romano.

 

Per lungo tempo la memoria della potenza del gran Carlo ed il timore degli invincibili Franchi avevano tenuto a freno i nemici interni ed esterni. Ma incoraggiati dalle continue lotte fratricide essi tornarono ora alla carica. I Danesi, gli Slavi ed i Saraceni ripresero le loro scorrerie ed i loro saccheggi di qua dai confini ed in Sassonia scoppiò una pericolosa insurrezione di contadini. Le illegalità e le violenze accrebbero il disordine e la miseria. Infuriò una carestia. L'autorità della corona precipitò rapidamente, ed al di sopra di essa si levò la potenza dei grandi dell'impero.

Era stata manifestamente già opera loro se le battaglie effettive erano state tante volte procastinate; dopo Fontenoy non ne vollero più sapere del tutto. Malgrado che la guerra continuasse, essi costrinsero i re a mettersi d'accordo sulla divisione dell'eredità paterna, e si diedero convegno nell'842 a Diedenhofen dove giurarono che i loro re avrebbero conservato la pace fino al 14 luglio dell'anno successivo per dividersi in parti uguali l'impero.

Questo era uno scacco mortale per la corona. Nell'agosto dell'843 avvenne la divisione, in cui Ludovico ebbe l'oriente dell'impero, Carlo l'occidente e l'imperatore Lotario il centro più l'Italia ed una lunga striscia di territorio fino al Mare del Nord che comprendeva il paese d'origine dei Franchi con Aquisgrana.

Al predominio del potere imperiale subentrò un compromesso fra i tre sovrani che si garantirono reciprocamente con giuramento l'integrità dei rispettivi territori. Con tutto ciò i tre regni continuarono a considerarsi come membri dell'impero carolingio ed i loro rappresentanti perciò si radunarono ripetutamente per decidere provvedimenti di comune interesse. L'ultimo residuo della preminenza della corona imperiale fu distrutto dalla morte di Lotario (855) e dallo spezzettamento dei suoi possedimenti fra i suoi tre figli.

Per effetto di esso il maggiore, Ludovico II, ebbe l'Italia sola. La corona imperiale venne ora a mancare delle basi indispensabili per avere un valore effettivo e si ridusse ad un semplice titolo esteriore. Il ciclo si chiuse nell'870 a Mersen, dove Ludovico il Tedesco e Carlo il Calvo si appropriarono dei territorii dei due figli minori di Lotario morti prematuramente, e se li divisero in maniera che a un certo punto i paesi di lingua tedesca vennero ad appartenere al regno orientale, i paesi romanici all'occidentale. Ma essi continuarono a chiamarsi come prima re dei Franchi.
Dai lunghi sconvolgimenti, dalla guerra e dal tradimento e dalle spregevoli liti in famiglia, erano a poco a poco spuntati fuori degli Stati nazionali. Ora si aveva un regno tedesco, uno italiano ed uno francese.

 

Prima di lasciare i Franchi,
crediamo che meriti un approfondimento la figura di Carlo Magno
anche se in qualche passo ci ripeteremo..


CARLO MAGNO E IL SACRO ROMANO IMPERO > >

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