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29. LA DECADENZA DEGLI OTTOMANI - FINO AL XVIII SEC.


La Battaglia di Lepanto - Poi inizia la decadenza degli Ottomani - Ma anche di Venezia

Come abbiamo visto nelle precedenti pagine, Selim II era salito al trono durante la campagna d'Ungheria, ma nonostante le sue scarse attitudini bellicose andò a iniziare una guerra, che non solo finì male, ma minò subito dopo le fondamenta dell'impero ottomano.

Ma le cose erano già cambiate prima, da quando morto nel 1566 Solimano, gli era successo questo figlio, il quale, fatta una affrettata pace, all'inizio del 1568, con l'Imperatore MASSIMILANO II, aveva l'occasione di rivolgere il pensiero ad altre imprese, che doveva tentare non per avidità di gloria e smania di conquiste, lui non era proprio il tipo gli piaceva fin troppo la bella vita, ma per consiglio di un ricchissimo ebreo portoghese, GIUSEPPE NASSI, intimo del Sultano, e per le istigazioni dell'ammiraglio PIALE, desideroso di rifarsi della sconfitta che nel settembre del 1565, assediando Malta, gli avevano inflitta i Cavalieri gerosolimitani comandati dal loro gran maestro GIOVANNI LA VALLETTE.

Qui nel narrare gli eventi che seguirono, faremo anche un po' la storia occidentale e in particolare di Venezia, dove iniziò la tempesta, i cui danni furono però pari a quelli subito dopo degli Ottomani appena morto Selim.

Già fin dalla fine del 1566 (l'anno che era mancato Solimano) Venezia era stata informata, dal suo bailo di Costantinopoli, MARCANTONIO BARBARO, che il nuovo Sultano - appunto Selim II - voleva Cipro o altrimenti minacciava di prendersela con le armi,
ed era stato esortata la Serenissima ad abbandonare la debole politica fino allora tenuta con gli Ottomani e a premunirsi e prepararsi per una probabile guerra, restaurando la disciplina navale e cercando forti alleanze in Italia e fuori. Quindi non dovette esserci nessuna meraviglia al Senato veneziano quando arrivò la arrogante richiesta fatta nel marzo del 1570 dal nuovo Sultano Selim II che gli fosse ceduta Cipro.

La repubblica rispose - come era naturale - con un rifiuto; e poiché, prima ancora di domandare la cessione dell'isola, Selim II aveva dato ordine che fossero sequestrate tutte le navi venete che si trovavano nelle acque di Cipro e fossero imprigionati tutti i mercanti veneziani che risiedevano a Costantinopoli. Venezia, per giusta rappresaglia, fece arrestare tutti i Turchi che erano nel suo territorio e sequestrare le loro mercanzie, quindi si preparò a sostenere valorosamente la guerra che a quel punto si poteva considerare iniziata, imponendo alle province di terraferma un sussidio di centomila ducati, mandando a Cipro artiglierie e milizie e mandando al Pontefice PIO V un'ambasceria per avere aiuti da lui e dagli altri stati cattolici.


""« Se non che - scrive il BATTISTELLA - codeste difese fatte in fretta e furia, all'ultimo momento, riuscirono insufficienti o disordinate e non tutte furono pronte quando sarebbe stato necessario. Ci voleva altro che rinforzi e apprestamenti raccolti e studiati sotto l'imminenza del pericolo e senza un criterio generale: sarebbe occorsa una preparazione tempestiva la quale avesse colmate le vecchie deficienze dell'armamento, avesse tolti certi difetti dell'organizzazione militare e preordinato razionalmente un disegno organico di difesa dell' isola per terra e per mare. Oltre a questo e forse prima di questo, sempre nella previsione del pericolo lontano, sarebbe stato necessario provvedere a calmare il malcontento degli isolani angariati dalle imposte, impoveriti dal monopolio industriale e commerciale dei dominatori, offesi dalle prepotenze e dai privilegi della nobiltà veneziana spadroneggiante, senza riguardo ai nativi del luogo ed alle loro misere condizioni, e formare in tal modo un ambiente di simpatia verso la Repubblica, agevolare una fusione cordiale fra indigeni e forestieri, ciò che avrebbe reso mal tollerato ogni mutamento di Signoria e raddoppiate, nel comune affetto e nella concordia di tutti, le forze della resistenza. 
Sotto tale rispetto, invece, nulla fu fatto e il malcontento rimase, fu cagione di debolezza e persuasore di partiti non certo giovevoli. alla causa di S. Marco. Quanto a una difesa premeditata di lunga mano basterà che io ricordi come soltanto nel 1557 il governo desse incarico di fortificare alcuni luoghi dell'isola, che pure la Repubblica possedeva da circa ottant'anni, a GIROLAMO SANMICHELI, la cui opera, interrotta alla sua morte avvenuta nel 1559, si ridusse a disegni, modelli, progetti e null'altro, e come si lasciasse passare un'altra decina d'anni prima di riprendere gli studi per mettere in condizioni di sostenere almeno Famagosta e Nicosia, come meglio potevano consentire la ristrettezza del tempo e dei mezzi ..."" (Battistella).

Quanto agli aiuti sollecitati presso il Pontefice ed altri stati cattolici, Venezia riuscì ad ottenerli: la Spagna promise sessanta navi comandate da Gian Andrea Doria, Genova una galea, il Papa dodici, tre Malta, tre il duca di Savoia, i Medici e gli Estensi promisero truppe da sbarco; ma tutte queste forze che, se impiegate a tempo e insieme, avrebbero potuto tenere in rispetto il Turco, si mossero lentamente, senza un piano prestabilito, senza un comando unico e non riuscirono di alcun giovamento all'isola, minacciata.

Venezia aveva approntata una flotta di centotrenta navi delle quali aveva avuto il comando FRANCESCO ZANE. Questi nell'estate del 1570 partì da Venezia e si recò a Corfù di cui era provveditore SEBASTIANO VENIER. Ma mentre questi assaliva ed espugnava il castello di Sopotò, e MARCO QUERINI provveditore di Candia con venti galee recatosi sulla punta della Morea occupava la fortezza di Maina facendo prigioniera la guarnigione turca con trenta pezzi d'artiglieria e poi veleggiava verso Corfù, Fancesco Zane rimaneva inoperoso in questo porto, malgrado la sollecitazioni del Senato di assalire la flotta turca, e solo dopo l'arrivo del Querini, faceva vela verso Candia.

Più sollecite ad agire non furono le navi pontificie, le quali, partite con grande ritardo, si fermarono ad Otranto per aspettarvi la flotta spagnola che doveva giungere da Messina. Questa a sua volta, prima di muoversi, aspettava le istruzioni di Filippo II, e solo il 19 agosto comparve davanti ad Otranto, dove poi le due flotte, riunite sotto il comando di Marcantonio Colonna, andarono a raggiungere quella veneziana che già si trovava a Candia, nella baia di Suda.

Mentre le navi come abbiamo visto  perdevano del tempo preziosissimo, i Turchi avevano iniziate le ostilità. Nel giugno del 1570 usciva dai Dardanelli un'armata ottomana di trecentocinquanta navi con centomila uomini e faceva vela verso il porto di Saline, nell'isola di Cipro, dove sbarcarono le truppe Ottomane comandate da Mustafà. Queste, occupata la piccola terra di Lefcara, andarono ad assediare Nicosia, capitale dell'isola, che era difesa da un presidio di circa tremila uomini comandati dal luogotenente generale NICCOLÒ DANDOLO e dal capitano ciprioto EUGENIO SINCLITICO, conte di Rocas. Ma la città non aveva fortificazioni tali da resistere a tanti nemici; d'altro canto, forse temendo di esser sopraffatto, il Dandolo non permetteva uscire dei suoi o non voleva che questi si impegnassero a fondo, cosicché, dopo un mese di assedio, Nicosia venne espugnata (9 settembre).

Il saccheggio e la strage che seguirono all'occupazione della città furono orribili secondo uno storico, quarantamila abitanti vennero trucidati, e fra questi NICCOLÒ DANDOLO e il vescovo FRANCESCO CONTARINI; numerosissime donne, destinate all' harem del vincitore, vennero ammassate in una nave, ma una di esse, ARNALDA ROCAS, per evitare il disonore, diede fuoco alle polveri e la nave, saltata per aria con tutto il suo carico, si inabissò nel mare.

Grande fu l'indignazione di Venezia per l'esito di quella campagna navale; da un canto essa sfogò il suo sdegno su Francesco Zane mettendolo a riposo e sostituendolo con il vecchio ma battagliero SEBASTIANO VENIER, dall'altro, avendo compreso che da Filippo II non c'era molto da sperare, cominciò a prestare orecchio alla Francia, la quale cercava di convincerla a trattar la pace con Selim.
Il Pontefice però si dava da fare  in tutti i modi per ricostituire la lega e per mezzo del suo ambasciatore, cardinale Michele Bonelli, riusciva, dopo lunghe discussioni a persuadere Filippo II a partecipare alla lega contro i Turchi. Questa venne conclusa il 25 maggio del 1571. La costituivano la repubblica di Venezia, il Pontefice e il re di Spagna; più tardi  si unirono Firenze, il duca di Savoia, Urbino, Ferrara, Parma, Mantova, Genova e Lucca.

Tutti gli Stati partecipanti alla lega si trovarono d'accordo circa l'entità delle forze da mettere in campo: cento navi onerarie, duecento galee ed altri legni minori, cinquantamila fanti e quattromilacinquecento cavalli, un numero adeguato di artiglierie; l'accordo però non fu facile per ciò che riguardava il comando supremo perché Venezia e la Spagna lo volevano ciascuna per sé. Deferita la risoluzione della contesa al Pontefice, questi stabilì che il comando supremo della flotta alleata venisse affidato a don GIOVANNI d'AUSTRIA e che si nomînasse comandante in seconda MARCANTONIO COLONNA.

Mentre gli alleati discutevano e facevano i preparativi necessari Famagosta si trovava stretta nell'assedio. I Turchi di Mustafà vi erano giunti poco tempo dopo la caduta di Nicosia e per intimorire i difensori della città che erano comandati da Astorre Baglioni e Marcantonio Bragadino, avevano mandata la testa di Niccolò Dandolo (già trucidato a Nicosia).

Questi invece si preparavano alla difesa, decisi a resistere fino all'ultimo sangue. Il presidio della fortezza, tenuto anche conto dei millecinquecento fanti che i fratelli Querini e Luigi Martinengo avevano potuto condurvi da Candia, ammontava, a circa settemila uomini, ma di questi, due terzi circa erano veramente adatti alle armi; questa esigua schiera doveva difendere una cinta dì fortificazioni che misurava più di due miglia e tener fronte a un esercito nemico forte di quasi centomila combattenti, ben fornito di artiglierie e di macchine d'assedio.
L'inverno trascorse per i Turchi nei lavori d'approccio; sebbene disturbati continuamente dal presidio, essi riuscirono a costruire intorno alla città, dalla parte di terra, ben dieci trincee e a piazzare oltre  cento pezzi di grossa artiglieria e con l'aprile del 1571 cominciarono il vero e proprio assedio

 « ...fu - scrive il Battistella - una primavera di sangue, fu un assedio epico del quale è impossibile raccontare tutti gli episodi gloriosi, le azioni eroiche, i sovrumani sforzi senza sentirsi nell'animo al medesimo tempo un fremito di orrore e di orgoglio. Combatterono uomini e donne, soldati e sacerdoti; mobili, masserizie, arredi preziosi, ogni cosa fu tratta dalle chiese, dalle case e dai conventi per chiudere gli squarci che le batterie turche andavano aprendo nelle mura. Quattro schiere di giovani donne accorrevano da ogni parte dove più ardeva la mischia, per curare i feriti e incoraggiare i superstiti, mentre monaci e preti guidati dal vescovo di Limissò, che morì poi sugli spalti, si aggiravano per ogni dove, recando un crocifisso e invocando l'eterna requie per i morenti e l'aiuto divino sui difensori. La, disperazione ingigantiva 1'anima e le forze e il ricordo recente del feroce macello di Nicosia, togliendo ogni illusione sulla pietà degli assalitori, persuadeva al sacrificio della vita, purché questo, quasi anticipata rivincita, fruttasse nuove stragi e nuove rovine al nemico". 

"Ma tale estrema resistenza, il cui racconto ancora oggi risveglia, la nostra commozione, non poteva durare: dopo cinque terribili assalti coraggiosamente respinti, con il presidio ridotto ormai ad 800 uomini, esaurite le polveri e le vettovaglie, sgretolate in più  punti irreparabilmente le mura e perduta ogni speranza di soccorsi, il 7 agosto, dopo cinque mesi di lotta furibonda e incessante di tutti i giorni e di tutte le notti, il BRAGADINO, cedendo alle unanime suppliche dei miseri cittadini, pur con lo strazio nel cuore, mandò a Mustafà la proposta di resa. La difesa era stata troppo lunga e valorosa perché tale proposta non fosse accettata: si convenne che i difensori avrebbero potuto con armi e bagagli uscire onorevolmente dalla città incolumi ed essere trasportati su navi ottomane fino a Candia. Ma questi patti onesti sotto l'aspetto militare non erano ancora stipulati che già la maala fede dei Turchi si preparava a violarli con una infamia..""(Battistella )

Gli infelici superstiti erano appena saliti a bordo, allorquando Mustafà, messi innanzi inconsistenti pretesti e accuse ignobili a cui sdegnoso ribattè il Bragadino, fece d' improvviso ammazzare una quarantina di soldati che formavano la scorta, accanendosi in un modo barbaro contro i capi della medesima: un Querini fu strozzato, il settantenne Lorenzo Tiepolo fu impiccato all'antenna di una galea; il Baglioni e altri ufficiali furono tagliati a pezzi; i soldati imbarcati una parte furono uccisi e l'altra catturati per poi farne schiavi. Poi dalle navi il furore della soldatesca turca si riversò  sugli sciagurati cittadini compiendo un selvaggio sterminio.

Più crudele sorte attendeva il Bragadino contro il quale doveva sfogarsi nella maniera più brutale ed atroce tutta l'ira e la sete di vendetta del Mustafà per la gloriosa resistenza che aveva decimato l'esercito turco. Mozzatigli il naso e gli orecchi, fu costretto ad assistere al supplizio dei suoi compagni, poi per undici giorni lo trascinarono alla gogna per le strade di Famagosta e il dodicesimo, legato ad una lunga pertica sulla nave fu sbeffeggiato tra i lazzi e gli insulti dei soldati, tuffandolo più volto in mare come una secchia. Poi sempre per diletto lo costrinsero sfinito com'era, a portare dei cestoni di materiale, infine lo scorticarono vivo. 

Nè i vituperi né lo spasimare riuscirono a strappare un lamento dalle labbra del torturato il quale ai dileggi di Mustafir che gli chiedeva perché il suo Cristo non gli venisse in soccorso, rispondeva bisbigliando il miserere. Finito il supplizio con la morte, si inferocì contro il cadavere: la sua pelle  impagliata e ricucita, fu appesa come un fantoccio all'albero della nave ammiraglia ed infine trasportata a Costantinopoli fu deposta all'arsenale come trofeo.
Di qui nove anni dopo riuscì a trafugarla un certo Gerolamo Polidoro che la mandò a Venezia dove fu accolta con alti onori ed ebbe fine la sua triste odissea dentro un' urna marmorea nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo. 
A rappresaglia dell'empio atto di questa barbaria ottomana, nel 1572 ALMORÒ TIEPOLO, fatto prigioniero un feroce noto corsaro, Ricamatore, usò lo stesso trattamento: deplorevole ma - fu detto- meritata vendetta ».(Battistella)

L'eroica resistenza di Famagosta rappresenta una delle pagine più gloriose della storia di Venezia: quattromila uomini avevano valorosamente resistito per cinque mesi contro ventimila ottomani, fiaccandone gli assalti. I difensori di Famagosta, prima ancora della celebre battaglia di Lepanto che ci accingiamo a raccontare, venivano a sfatare la leggenda dell'invincibilità che si era formata sul conto dei Turchi e con la, loro costanza, e il loro sacrificio furono di grande sprone per altre più gloriose imprese.

BATTAGLIA DI LEPANTO

Cinque giorni dopo la presa di Famagosta, a Messina, dove aspettavano la flotta veneziana a quella pontificia, giungeva a capo delle galee della Murcia e della Catalogna, don Giovanni d'Austria seguito da Alessandro Farnese, da Francesco Maria della Rovere, dal marchese di Carrara, da Ottavio e Sigismondo Gonzaga, da don Francesco di Savoia e da parecchi valenti capitani, quali Ascanio della Cornia, Andrea Provana conte di Leini, Pirro Malvezzi, Gil d'Andrate. i Doria, i Grimaldi, gli Imperiali, gli Spinola e don Alvaro di Bazan marchese di Santa Cruz.

Le forze che venivano a trovarsi sotto il comando di don Giovanni d'Austria erano le seguenti: trentuno galee e venti navi spagnole con cinquecentocinquantacinque cannoni, ottomila soldati e millesettecento marinai; diciannove galee napoletane con novantacinque cannoni, mille e novecento soldati e mille e cento marinai; sedici galee siciliane fra le quali la Capitana, la Sicilia, la Padrona, e la S. Giovanni, con venti cannoni, quattrocento soldati e duecentoquaranta marinai; dieci galee di Gian Andrea Doria. con cinquanta cannoni, mille soldati e seicento marinai; due di Niccolò Doria, quattro dei Nomellini, quattro dei Negroni, due dei De Mari, due dei Grimaldi, due degli Imperiali, una dei Santi, tre galee di Genova, tre del. duca di Savoia (la Piemontese, la Margarita e la Duchessa), tre di Malta, dodici galee pontificie noleggiate presso Cosimo de' Medici  montate da Cavalieri di Santo Stefano e soldati delle Marche e delle Romagne; infine centocinque galee veneziane con novecentocinque cannoni, undicimila e duecento soldati e settemila marinai.

In totale vi erano duecentonove galee, milleottocentocinque cannoni, ventottomila soldati, dodicimila e novecentoventi marinai e quarantatremila e cinquecento rematori.
Di tutte queste forze la maggior parte era stata fornita dall 'Italia (Stati indipendenti e Stati soggetti), la quale aveva dato centosettantotto galee, milleduecentosettanta cannoni, ventimila soldati, undicimila e duecentoventi marinai e trentasettemila e trecento rematori, il resto, secondo le cifre su riferite, era della Spagna.
Il 16 settembre, dopo lunghe discussioni sulla via da prendere, questa grande flotta, lasciò le acque di Messina e, raccolti nuovi soldati sulle coste calabresi, il 27 dello stesso mese giunse a Corfù dove apprendeva la dolorosa notizia della caduta di Famagosta e dello scempio fatto dei suoi difensori.
Da Corfù l'armata andò nel golfo di Gomenizza, che si apre nelle coste albanesi, e il 4 ottobre andò ad ancorarsi nel porto di Fiscardo, da dove poi ripartì il 6 ottobre, diretta al golfo di Lepanto dov'era la flotta turca comandata da ALI', forte di duecentoventidue galee, sessanta galeotte, settecentocinquanta cannoni, trentaquattromila soldati, tredicimila marinai e quarantamila rematori.

La mattina del 7 ottobre del 1571 la flotta alleata giunse in vista delle Curzolari, isolette poste presso l'imboccatura del golfo di Lepanto, e subito l'armata ottomana uscì e si schierò in ordine di battaglia di fronte al nemico.
Lo schieramento dell'armata alleata aveva una lunghezza di circa tre miglia, il centro era formato da una squadra di sessantuno galee, quasi al suo fianco quella  Reale di Spagna guidata da don Giovanni d'Austria, la Capitana pontificia comandata da Marcantonio Colonna, la Capitana di Savoia al comando del Provana, la Capitana di Venezia con Sebastiano Venier e la Capitana di Genova con Ettore Spinola ed Alessandro Farnese; all'ala destra stava una squadra di cinquantatré galee capitanata da Gian Andrea Doria, alla sinistra altrettante navi veneziane sotto il comando di Agostino Barbarigo; di riserva erano trentacinque navi comandate dal marchese di Santa Cruz don Alvaro de Bazan; di avanguardia, a un miglio a mezzo circa dalla linea frontale, stavano sei galeazze al comando di Francesco Duodo.


Della flotta ottomana il centro era comandato dall'ammiraglio supremo ALI', il centro destro da Mehemet Sciaurak, vicerè d'Egitto, il centro sinistro dal bey d'Algeri Ulugh Ali. Grande la determinazione dei Turchi, che, pur essendo forniti di minor numero di cannoni, si affidavano al maggior numero delle loro navi e nella conoscenza del luogo; non meno grande era l'ansia di battersi degli alleati, desiderosi di vendicare i martiri di Famagosta e, confortati dai frati i quali con il Crocifisso in mano benedicevano i combattenti e davano notizie delle indulgenze promesse dal Pontefice.

La battaglia fu ingaggiata verso mezzogiorno. Prime ad entrare in combattimento furono le sei galeazze di Francesco Duodo, le quali, vedendo la flotta ottomana avanzare a semicerchio con lo scopo evidentissimo di avvolgere quella cristiana, aprirono un fuoco violentissimo e ruppero l'ordine serrato dello schieramento nemico. Allora la battaglia infuriò contemporaneamente su tutti i punti della fronte e presto prese l'aspetto di una mischia apocalittica.

Al centro, l'ammiraglia turca si lanciò contro la Reale di Spagna, imitata da altre navi ottomane; in aiuto della capitana spagnola accorsero altri navigli cristiani, fra cui quello di Sebastiano Venica, il quale a capo scoperto combatté valorosamente e contribuì moltissimo all'esito dello scontro. Questo durò a lungo, con un accanimento straordinario; fin quando Ali fu colpito gravemente da una palla di cannone e la sua nave con la ciurma  nel panico presto venne fatta prigioniera.

Con accanimento non minore si combatté all'ala sinistra, dove in un primo tempo i cristiani furono quasi sopraffatti anche perché il Barbarigo, sebbene strenuamente difeso da Camillo da Correggio, aveva riportato una gravissima ferita che il giorno dopo doveva causargli la morte; ma i restanti non tardarono  a risollevarsi; un impetuoso assalto dato alla nave di Mehemet Sciaurak cambiò la sorti della battaglia, e lo Sciaurak cadde anche lui, come Alì, sotto i colpi di Giovanni Contarini, il suo legno fu colato a picco e la sua squadra anch'essa presa dal panico fu completamente sbaragliata.

Diversamente procedettero le cose all'ala destra. Gian Andrea Doria aveva poca voglia di sferrare battaglia forse per cieca obbedienza agli ordini di Filippo II, che avrebbe voluto che la flotta anziché contro i Turchi andasse contro Tunisi, forse anche per certe segrete trattative corse tra la Spagna e Ulugh aventi lo scopo di staccare quest'ultimo da Costantinopoli. A sua volta Ulugh Alì cercava di evitare il combattimento mosso dalle medesime ragioni ed anche perché  voleva che le sue forze rimanessero intatte par difendere le coste del suo remo di Algeri che potevano essere assalite dagli Spagnoli.

L'uno e l'altro pertanto dopo una serie di abili evoluzioni presero il largo; ma una parte della squadra del Doria, formata di veneziani, pontifici, piemontesi e maltesi, ardendo dal desiderio di combattere, si staccò dal resto della flotta genovese ed assali la navi nemiche. Sopraffatta dal numero dei legni avversari ebbe la peggio; ma in suo soccorso si mossero dal centro don Giovanni d'Austria e Marcantonio Colonna; lo stesso Gian Andrea Doria, visti i suoi in pericolo, fu costretto a rivolgersi contro gli Algerini; allora Ulugh Alì, temendo di essere accerchiato, abbandonò il combattimento e le galee che aveva catturate e con venticinque galee e venti galeotte se ne fuggì a Costantinopoli.

Il contegno del Doria fu la sola ombra che offuscò la vittoria cristiana di Lepanto, la quale fu completa. Centodiciassette galee ottomane e circa venti galeotte furono catturate; cinquantasette colate a picco durante la battaglia, cinquanta altre che si erano fracassate contro gli scogli furono prima saccheggiate poi incendiate; quarantamila turchi tra soldati e marinai furono uccisi, ottomila fatti prigionieri e circa diecimila schiavi cristiani furono liberati. Dei capitani nemici, oltre Ali e Sciaurak, trovarono la morte parecchi pascià e il comandante dei Giannizzeri. Ma la vittoria fu pagata a caro prezzo: settemila e cinquecento cristiani perirono, dei quali duemila e trecento veneziani fra cui il Barbarigo e ventisei gentiluomini, quindici galee andarono perdute; i feriti ammontarono a settemilasettecentottantaquattro e tra questi il CERVANTES, il celebre autore del Don Chisciotte.

Finita la battaglia, la flotta vittoriosa si rifugiò nel porto di Petala per sfuggire ad una tempesta che stava per scatenarsi; non essendo possibile tentare altre imprese per la stagione inoltrata e per le condizioni delle navi, il consiglio di guerra stabilì di far vela verso ponente e il 10 ottobre la flotta entrava nel porto di Santa Maura, poi  si recò a Messina. Qui fu fatta la divisione delle spoglie e a Venezia toccarono ventisette galee ed altre navi minori, sessantadue cannoni tra grossi e piccoli e milleduecento schiavi. L'annuncio della sconfitta produsse a Costantinopoli grandissima costernazione e si dice che il sultano Selim rimanesse tre giorni senza prender cibo; però il Gran Visir Mehemet Sokolli non rimase scosso dalla disfatta e al legato veneto Barbaro disse: «Lepanto ci ha solamente tagliata la barba; essa crescerà più folta di prima; Venezia con Cipro ha perso un braccio e questo non cresce più ». 

E in verità quell'astuto uomo di Stato non aveva torto. Difatti gli Ottomani, con la sconfitta di Lepanto, non subivano perdite territoriali; in quanto ai danni materiali subiti, questi, date le immense risorse dell'Impero, erano facilmente riparabili, ed infatti l'anno dopo, una nuova flotta turca di oltre duecento navi al comando di Ulugh Alì veleggiava minacciosa sui mari d'Oriente. Due sole cose avevano perduto i Turchi, che non poterono più riacquistare la fama d' invincibilità che tanto aveva loro giovato e la fiducia nelle proprie forze. 
Venezia, se aveva perso Cipro, acquistava prestigio e fede in sè stessa: l'uno e l'altra, avrebbero potuto rialzare le sorti della repubblica, se le gelosia degli altri Stati e la tortuosa politica della Spagna non l'avessero costretta più tardi ad una pace, la quale non era quella che dalla strepitosa vittoria di Lepanto si era ripromessa.

La notizia della vittoria di Lepanto produsse una gioia indescrivibile in tutti i paesi del mondo cristiano; ""...dallo Jonio all'Atlantico volarono inni e canzoni; e mentre, in onore di Pio V, veniva rimessa e saliva dagli altari fervorosa alla Vergine del Rosario l' auxilium Christianorum, la bella preghiera del banditore della prima crociata; dai pergami di tutte le chiese cristiane piovvero panegirici e le più sfolgoranti immagini seicentistiche  a celebrare il comune entusiasmo, e dalle aule di tutti i consessi municipali si bandirono editti che ordinavano processioni e falodi per festeggiare il trionfo della croce.." (Battistella).

A Venezia l'annunzio fu portato il 17 ottobre dalla galea Angelo Gabriele, che si avvicinò al porto sparando tutte le artiglierie e suonando vari strumenti. Le botteghe furono subito chiuse, le finestre si ornarono di drappi e bandiere, il popolo si riversò tutto in piazza San Marco e inginocchiato davanti alla basilica innalzò un inno di ringraziamento a Dio e a S. Marco; poi fu eretto un arco di trionfo in capo al ponte di Rialto, tutte le campane suonarono a distesa per tre giorni in segno di letizia. Il giorno dopo vennero fatte le esequie ai gloriosi caduti e l'umanista G. B. Rosario recitò in latino l'elogio funebre; il senato liberò i prigionieri e per non turbare la generale gioia proibì a tutti i sudditi di non vestire le gramaglie per i parenti morti nella battaglia; quindi il doge diede l'annuncio a tutte le città della terraferma,  e in tutti i paesi della Serenissima la vittoria venne festeggiata.

Feste ancor più solenni furono celebrate a Roma: Marcantonio Colonna, capitano della marina pontificia e luogotenente generale della Lega, entrò a Roma da trionfatore e salì al Campidoglio preceduto da una schiera di prigionieri; le insegne tolte ai Turchi vennero appese nella chiesa di Santa Maria d'Aracoeli e dopo una messa celebrata dai ministri e dai cantori della cappella papale, per incarico del Senato, di fronte ad popolo ed alla nobiltà, il MURETO recitò il panegirico del Colonna; infine a memoria perpetua della grande vittoria, il Senato decretò che nell'atrio del palazzo dei Conservatori si innalzasse una marmorea colonna rostrata.

Altre feste grandiose vennero fatte ai reduci di Lepanto in altre città, come Genova Messina e Napoli ; soltanto a don Giovanni d'Austria, che era stato il condottiero dell' impresa, fu fatta una fredda accoglienza dal re di Spagna, contrariato forse da quella vittoria che, secondo lui, riusciva di giovamento solo alla repubblica di Venezia, a quello stato cioè che fino allora non aveva voluto accettare di inchinarsi alla supremazia spagnola.

Il contegno di Filippo II minacciava ora lo scioglimento della Lega e faceva temere che non si dovessero raccogliere i frutti della vittoria. Difatti era necessario non dar tempo al Turco di rifarsi, occorreva che di fronte alla potenza ottomana la Lega si mostrasse unita e concorde e combattesse l'irriducibile nemico nei mari di Levante, dove tante terre cristiane erano cadute in suo potere e da qui poteva minacciare l'Occidente.
Invece Filippo da una parte temeva che Venezia si accostasse a Carlo IX re di Francia, e dall'altra voleva per sé solo i guadagni utilizzando la Lega e nelle conferenze tenute a Roma nel 1572 per discutere sulle future operazioni militari aveva fatto proporre dai suoi ministri che le forze alleate fossero impiegate nell' impresa di Tunisi e d'Algeri, contro quei Barbareschi che rappresentavano una continua minaccia per le coste di Spagna e ovviamente anche i suoi domini spagnoli in Italia.
La proposta dello Spagnolo provocò il giusto sdegno di Pio V e di Venezia, i quali non potevano permettere che  una lega fatta per il bene di tutta la cristianità ne ricavasse i benefici soltanto il sovrano di Spagna.

 La questione venne messa nelle mani del Pontefice e questi- com'era da aspettarsi - stabilì con delle delibere che l'Oriente fosse il teatro delle prossime operazioni, che si accettasse il piano deliberato dalla maggioranza dei componenti il consiglio di guerra e che infine le squadre alleate si riunissero nell'aprile nelle acque di Corfù.
PIO V non riuscì a vedere attuate queste sue deliberazioni essendo venuto a morte; il suo successore GREGORIO XIII però ne seguì la politica per quel che riguardava l'azione contro i Turchi, e le sue insistenze fecero sì che si stabilisse come luogo di raduno delle flotte il porto di Messina.
Qui, nel giugno del 1572, cominciarono a raccogliersi le navi alleate: vennero quelle di Spagna, quelle di Napoli, quelle di Sicilia, quelle di privati armatori genovesi, le tredici galee pontificie e venticinque veneziane con il provveditore Jacopo Soranzo; altre galee della repubblica dovevano giungere da Candia e inoltre il grosso della flotta veneta, composto di settanta galee, aspettava, a Corfù sotto il comando di Jacopo Foscarini che aveva sostituito il Venier.

Ma quando tutto sembrava pronto, don Giovanni d'Austria dichiarò che non poteva muoversi a causa degli ordini ricevuti dal re di non prender parte alle operazioni di guerra. I motivi che avevano provocato questi ordini erano la solita ripugnanza a partecipare ad un'impresa che Filippo II (anche lui, visto dalla sua parte) reputava vantaggiosa soltanto a Venezia; infine si tirò indietro per  il timore di una  invasione delle Fiandre e della Lombardia da parte dei Francesi.
Gregorio XIII fece di tutto per dissipare i timori del sovrano e in parte ci riuscì. Filippo II infatti diede ordine che all'impresa contro i Turchi partecipassero venti galee con cinquecento soldati spagnoli. Per le preghiere di Marcantonio Colonna, don Giovanni d'Austria portò il numero delle galee a ventidue, che affidò al comando a Gil d'Andrate, e il numero dei soldati a mille.

Nella prima decade di luglio (1572)  Marcantonio Colonna uscì con la flotta dal porto ili Messina per andare a congiungersi con le altre navi veneziane e muovere quindi contro Ulugh Alì, che con centottanta galee era uscito dai Dardanelli e veleggiava lungo le coste della Morea. A Corfù dove poco dopo giunse, ebbe la notizia che don Giovanni d'Austria, avendo ricevuto dal re il permesso di andare con gli alleati, si era messo in mare con cinquanta galee.
II Colonna, desideroso di misurarsi col nemico e avendo sotto di sé un numero di navi non inferiore a quello degli Ottomani, stabilì di non attendere don Giovanni e, avendo saputo che Ulugh era uscito dal porto di Malvasia, gli andò incontro; ma, i Turchi non accettarono battaglia e tutto si ridusse a una piccola scaramuccia, che, sebbene favorevole agli alleati, lasciava intatte le forze nemiche. Allora il Colonna fece ritorno a Corfù dove intanto era giunto don Giovanni d'Austria.
A Corfù tra i capi delle forze alleate si discusse a lungo sulle operazioni da fare. Marcantonio Colonna e Jacopo Foscarini volevano dare  la caccia alle navi nemiche, esprimendo la convinzione che sarebbe stato facile sgominarle poiché  disponevano di centonovantaquattro galee, otto galeazze e quarantacinque vascelli con circa ventimila soldati; don Giovanni d'Austria invece diceva che si dovevano aspettare altri aiuti per aver la sicurezza completa della vittoria.

Senza dubbio don Giovanni obbediva a precise istruzioni del re di Spagna, il quale da un canto metteva a disposizione della Lega la sua flotta, dall'altro impediva che si desse battaglia ai Turchi per il solito scopo di non fare conseguire dei futuri vantaggi a Venezia con un'altra vittoria navale. Solo così si spiega la condotta di don Giovanni d'Austria, il quale si lasciò persuadere dell'opportunità di andare contro il nemico quando ormai l'occasione di sorprenderlo e sbaragliarlo era già passata e i Turchi dal porto di Navarino ed erano andati a mettersi sotto la protezione del forte di Modone. Più tardi, con il pretesto della mancanza dei viveri, la flotta alleata lasciò, senza aver nulla concluso, le acque della Morea e gli Spagnoli se ne tornarono a Messina provocando lo sdegno dei Veneziani e dei Pontifici, che per colpa dello sleale alleato non avevano potuto raccogliere nessun frutto dalla vittoria di Lepanto e dai successivi sforzi fatti per abbattere la potenza del Turco.

Ed ecco che ancora una volta la lega cristiana si sfasciava !!
GREGORIO XIII si adoperò attivamente affinché essa rimanesse in piedi e, sapendo che Venezia era in grandi strettezze economiche, le concesse, pur di rimanere nell'alleanza, di vendere i benefici ecclesiastici fino alla somma di centomila ducati; Filippo II promise che avrebbe dato rilevanti aiuti per la futura campagna di cui perfino, nel febbraio del 1573, si discussero a Roma i piani; la repubblica però, che sapeva per esperienza che non c'era da fare nessun affidamento sulle promesse della Spagna e come fosse inefficace l'unione di Stati gelosi l'uno dall'altro, non volle sapere di rinnovare l'alleanza.

Venezia ormai era esaurita di forze, aveva un debito pubblico di cinque milioni settecentoquattordicimila e quattrocentotrentanove ducati, e sentiva bisogno di pace, comprendendo inoltre che, se avesse perseverato nelle ostilità contro il Turco, si sarebbe in breve trovata sola contro di esso. Perciò, malgrado l'opposizione del Venier, la repubblica diede ascolto ai consigli del re di Francia, che le offriva la sua mediazione per un accomodamento con gli Ottomani, e il 7 marzo del 1573 firmò la pace, per la quale rinunziava a Cipro, a Dulcigno, a Sapotò e ad Antivari, pagava in tre rate una indennità di guerra di trecentomila ducati e si obbligava ad un tributo annuo di millecinquecento ducati per l' isola di Zante conservando in cambio gli antichi privilegi in tutto l' Impero Ottomano.

Questa pace era certamente umiliante per Venezia, la quale, sebbene vittoriosa, aveva dovuto accettare condizioni onerose che solo ad una potenza vinta potevano essere imposte. Ma la colpa non può attribuirsi alla vecchia repubblica, che tutto aveva fatto per rialzarsi, sacrifici di danaro, di dignità e di sangue, e che tutt'altra sorte meritava per la vittoria di Lepanto alla quale più degli altri aveva contribuito.
""...Dopo la pace del 1573 - scrive il Battistella- Venezia non è più una grande potenza, quantunque per oltre due secoli ancora il suo nome risuoni famoso nel mondo per la saggezza del suo governo, per lo splendore della sua civiltà, per l'opera sagace della sua diplomazia, per gli ultimi trionfi delle sue armi. Perdute la Morea, le Cicladi, Negroponte, Cipro, essa non ha più che la colonia di Candia; ormai il suo impero marittimo, percorsa la sua parabola, declina rapido al tramonto e la grande Repubblica marinara, si può asserire, non fa che sopravvivere a se stessa. A questo scadimento non c'era il solo urto con i Turchi, ma un'altra causa più generale e più alta aveva contribuito, l'essere cioè venute meno le ragioni storiche della sua esistenza, com'erano già cessate per altre (e nello stesso tempo e anche prima)  antiche città marinare.

Ma le cose non stavano meglio dall'altra parte. Anzi subito dopo fu peggio.

Dopo la pace del 7 marzo 1773, l'anno dopo il 12 dicembre 1574 Selim logorato da una vita di eccessi finiva prima del tempo la sua vita.

Il figlio maggiore, MURAD III, salì sul trono senza opposizioni. Lo si era creduto principe di carattere serio e si sperava che avrebbe seguito le orme del suo nonno. Ma presto s'immerse ancor più del padre nei piaceri dell'harem, lasciando che la madre dirigesse l'andamento degli affari.
Da quando le potenze d'occidente avevano lasciato in asso i Veneziani, questi cercarono di aizzare il vecchio Shâch Tahsmâsp di Persia contro il sultano. Ucciso costui durante una rivoluzione di palazzo (maggio 1576), il figlio Muhammed Chodâbende potè salire al trono solo dopo aver lottato per un anno e mezzo con i suoi dieci fratelli.

Il partito bellicoso degli Ottomani non si lasciò sfuggire tale favorevole occasione di assalire l'avversario così indebolito. La lotta cominciò nel 1578 nel Caucaso, dove gli Osmanì espugnarono Tiflis e compirono la costruzione della fortezza di Kârs, preziosa per affermare il loro dominio. Solo nel 1585 riuscirono a trasportare il teatro della guerra in Persia e a impadronirsi di Tebriz, la capitale dello Shâch. La potenza di costui si era indebolita per disordini interni, si che nel giugno del 1587 dovette abdicare a favore di suo figlio Abbâs. Essendo quest'ultimo trattenuto nell'oriente del regno dalle lotte con la tribù turca degli Uzbeg, egli dovette concludere la pace con gli Ottomani (1590), rinunciando alle regioni da essi conquistate nel Caucaso e nel Nord del Àzarbaìg'ân.

La necessità aveva per allora dettato tale pace allo Shâch, non già la propria debolezza. A buon diritto Abbâs figura nella storia del suo popolo col soprannome di Grande: infatti nessun altro forse contribuì a risollevare il paese quanto lui durante il suo lungo governo (1586-1628).
Con mano di ferro, spesso con esemplare crudeltà, ricacciò nei loro confini i Turchi e gli Uzbeghì che da secoli defraudavano i contadini persiani del frutto del loro lavoro. Lo aiutò in questo una nuova milizia da lui assegnata alla propria persona, indipendentemente dagli antichi gruppi di tribù. A questo esercito egli dovette poi ancora i successi contro gli Ottomani: coronati nel 1623 dalla conquista di Bagdad e del santuario sciita di Kerbelâ.

Al benessere del suo popolo cercò di giovare con la costruzione del porto di Gamrûn, cui diede il nome di Bender Abbâss, dopo aver fatto distruggere dalla compagnia inglese delle Indie il punto d'appoggio dei Portoghesi nel suo regno a Hormuz. Il suo nome é immortalato anche nella capitale Isspahân da magnifici edifici, quali la grande moschea e il palazzo d'inverno dalle quaranta colonne.

Sul confine austriaco dell'impero l'incendio della guerra aveva continuato ad ardere, dall'armistizio del 1583 in poi, in piccole ostilità, finché, dieci anni dopo, divampò violento.

Nel giugno del 1593 il governatore della Bosnia, mentre faceva un'incursione in Ungheria, soffrì una grave sconfitta presso Sissek. Per vendicarla, doveva riaprirsi la grande guerra, ma prima che s'incominciasse, Murâd III morì (16 gennaio 1595).
Gli successe il figlio MUHAMMED III, l'ultimo principe ereditario ottomano cui fosse dato di prepararsi liberamente al suo futuro grado mantenendo in precedenza il governo di Magnesia. Dopo la nomina nell'anno seguente scese egli stesso in campo ed ebbe la fortuna di partecipare alla prima brillante azione delle sue truppe in questa guerra, la vittoria sugli imperiali presso Keresztes.
Da allora in poi però la guerra si trascinò debolmente, né la morte di Muhammed (1603) e l'ascensione al trono di suo fratello ACHMED valsero a mutare tale stato di cose. Solo quando il magnate ungherese Stefano Boccia, eletto principe della Transilvania, si mise dalla parte dei Turchi, la loro sorte cambiò in meglio. Si venne così alla pace di Sitvatorok (1605) con la quale però il sultano dovette rinunciare al tributo fino allora corrispostogli in forma di donativo.

Già nella battaglia di Keresztes, favorevole agli Ottomani, si era manifestato un male che da lungo tempo insidiava e seriamente minacciava la compagine dell'impero. Non solo i giannizzeri avevano da tempo perduto ogni rispetto per l'autorità del sultano, ma anche della chiamata alle armi dei Tîmârli, in specie degli Asiatici, si vide che non c'era da fare gran affidamento.
Si dice che più di tremila uomini di questi ultimi fuggissero, inseguiti per ordine del gran visir dai loro propri compaesani. Tornati essi in patria, il capo dei Segbâni, Abdulhalim, prese il comando dei malcontenti (1599) e s'impadronì della
città di Edessa. La Porta credette di poterlo rabbonire nominandolo governatore di Amasia, ma non gli fornì in tal modo che i mezzi per commettere nuovi eccessi.
Nell'aprile del 1600 riuscì a vincere in campo aperto i governatori di Aleppo e di Bagdad. Morto in battaglia, suo fratello ne prese il posto, riuscendo per un certo tempo a mantenervisi; finché lasciatosi allettare dalla promessa del governatorato di Bosnia, morì nell'assedio di Buda.(16o3) colla maggior parte delle sue truppe.

Nello stesso anno 1600 scoppiò anche nella guarnigione turca di Tebriz una rivolta, che offrì allo Shâch Abbâss l'occasione di riprendersi la sua capitale. La Porta si vide così costretta ad una guerra su doppio fronte. Nella lotta contro la Persia, le difficoltà aumentavano per il fatto che insorsero sempre nuovi condottieri di bande nell'Asia minore, nella Siria il Curdo G'ânbulâd, governatore ereditario di Klis e nel Libano il principe dei Drusi Fachraddîn. Dopo la pace di Sitvatorok G'ânbulâd riuscì però a sconfiggerli, distruggendo i più pericolosi fra i capi ribelli dell'Asia minore.
Ripresa che ebbero gli Ottomani anche Tebriz, Abbâss dové adattarsi ad una pace che lo liberò dal pagamento di un tributo, ma lasciò le questioni territoriali nello stesso stato provvisorio in cui le aveva lasciate in Ungheria la pace di Sitvatorok.

Al sultano Achmed, morto nel 1617, successe, secondo l'antico diritto ereditario, il fratello MUSTAFA,, il maggiore dei principi della famiglia ma piuttosto inetto; infatti dopo soli tre mesi dovette cedere il posto al suo giovane nipote OSMAN II. Le scaramucce di confine contro i Polacchi condussero nel 1620 ad una grande battaglia presso Jassy, che diede occasione al sultano di scendere egli stesso in campo. Ma già sotto le mura della fortezza di Choczim i suoi ambiziosi progetti naufragarono; senza aver concluso alcunché, dovette adattarsi alla pace (1621).

Attribuendo Osman, e non senza ragione, ai giannizzeri la colpa di tale insuccesso, si lasciò persuadere dal gran vizir a sbarazzarsi di essi e ad appoggiarsi nuovamente alle province asiatiche. Un pellegrinaggio alla Mecca doveva render possibile l'esecuzione di questo disegno. Ma i giannizzeri, informati da qualche traditore della sua intenzione, lo costrinsero a rinunziare al viaggio. Essendosi egli rifiutato a consegnar loro il gran vizir, fu assassinato; e rimesso sul trono MUSTAFA, mezzo scemo. Solo due anni più tardi gli elementi più assennati ripresero il sopravvento a Stambul. Mustafa fu costretto nuovamente a rinunciare al trono (30 agosto 1623) a favore del quattordicenne MURAD IV, figlio maggiore di Achmed.

Durante questi disordini nella capitale, il dominio degli Ottomani in Siria ebbe a soffrire un grave colpo. Già nel 1603 nel Libano il principe druso Fachraddin era insorto contro la Porta, unendosi col curdo G'ânbulâd, rimanendo, anche dopo la sconfitta di costui, in possesso del proprio territorio, contro pagamento di un tributo annuo. Entrò in relazioni con lui l'avventuroso Ferdinando I, duca di Toscana, coll'intento di aprire nuove vie al commercio fiorentino, mentre Fachraddin sperava di conquistare la Palestina coll'aiuto del duca stesso, del Papa e della Spagna.
Già nel 1610 aveva occupato Baalbek e minacciava Damasco. Nel 1613, per l'ulteriore sviluppo de' suoi piani, si recò anche in Europa, trattenendosi due anni a Firenze, mentre la sua saggia madre difendeva il suo paese dal pasha di Damasco. Tornato, approfittò dei tumulti del 1623 per prendere possesso di questa città. Durante la guerra persiana estese il suo dominio lungo la costa siriaca di Antiochia.

Però nel 1631 si mise in aperto conflitto con la Porta, avendo rifiutato ad un esercito in marcia contro la Persia di svernare nel proprio territorio, allontanandolo anzi con le armi. Di lì a due anni, per vendicare questa violazione di pace, una flotta turca comparve sulle coste della Siria e ne occupò tutti i porti. Contemporaneamente i governatori Ottomani assalivano i Drusi per terra. Ali, figlio di Fachraddin. si lasciò attirare con le sue truppe migliori in una pianura, dove fu miseramente sconfitto in una battaglia decisiva (15 ottobre), perdendovi la vita insieme a suo zio.
Il 12 novembre Fachraddîn dovette capitolare nel suo ultimo rifugio, donde fu condotto a Istambul e qui decapitato (13 aprile 1635), mentre suo nipote Melhem tentava invano, con una levata di scudi, di restaurare l'onore della sua famiglia.

Già nel 1623 era di nuovo scoppiata la guerra con la Persia, avendo il governatore turco consegnato Bagdad allo Shâch. Per un decennio e mezzo si combatté una guerricciola per il possesso di questa città, e nello stesso tempo nel Caucaso e nell'Azarbaig'ân, terminata solo nel 1638 con la riconquista dl Bagdad per parte degli Ottomani.
Il sultano Murad non sopravvisse a lungo alla fortunata conclusione della campagna di Persia. Il 19 febbraio 1640 egli moriva per effetto di una malattia. Gli successe il fratello INRAHIM e insieme a lui ripresero a regnare a Istambul la mancanza di disciplina e il governo delle donne; i due malanni che Murâd era riuscito a bandire negli ultimi anni.
Già aveva cercato di combatterli, e con qualche successo, il gran vizir Kara Mustafa, facendosi però numerosi nemici; difatti con le economie introdotte nell'esercito e nella flotta, con la riforma monetaria e con la riorganizzazione delle imposte era venuto a danneggiare molti interessi economici privati. Fu pertanto cosa facile, per la sultana-madre e per i tre favoriti di Ibrâhiin, di aizzargli contro i giannizzeri; e quando essi ne richiesero la testa, il sultano non osò di opporsi (22 marzo 1643).

Quantunque Ibrâhim fosse una nullità, gli Ottomani riuscirono sotto il suo regno a compiere in Europa una grande impresa militare. I Veneziani dominavano pur sempre da Creta l'entrata nel Mare egeo; ma a Istambul si era da tempo imparato a disprezzarli, poiché ad ogni conflitto sul confine dalmato o contro i Barbareschi si ritiravano e cercavano di comprare la pace. Qui si maturò pertanto il disegno di privarli anche del loro ultimo possedimento nel Levante e a tale scopo cominciò fin dal 1644 un fervido lavoro negli arsenali. Il primo giugno dell'anno seguente la guerra si iniziò coll'ordine di arrestare i Veneziani in tutto l'impero e di confiscare i loro beni. Senza trovare seria resistenza, la flotta turca aveva potuto sbarcare a Creta e prima dell'autunno si era impadronita della Canea. I progressi successivi furono più lenti: dal che sorse a Istambul una congiura, attribuendosi la colpa del debole procedere della guerra al sultano, il quale sprecava le risorse dello stato in un lusso pazzo. Egli fu deposto (6 agosto 1648) e il figlio minorenne MUHAMMED innalzato al trono.

Tre anni dopo una rivoluzione di palazzo tolse di mezzo anche la rovinosa influenza della nonna dei giovane sultano, la cui madre aveva già posto gli occhi sull'uomo chiamato a riorganizzare lo stato: il vecchio Muhammed KOPRILI, di Kópri sul Halys, presso ad Amasia. Entrato, a quanto pare, nel Serraglio come «fanciullo di decima», dagli umili servizi di corte era salito a più alti uffici di stato, prima come cassiere del gran vizir, poi come pasha di Damasco, Tripoli e Gerusalemme; da poco era tornato nella capitale come «vizir della cupola».
I suoi nemici riuscirono allora a toglierlo di mezzo, sicché dovette andare in esilio, mentre il sigillo dello stato veniva; assunto dal debole Gurg'i Muhammed.

Nel frattempo i Veneziani avevano invano cercato di ottenere l'aiuto di altre potenze nella lotta disperata per mantenere la loro posizione nel Levante. Non poterono togliere il blocco di Candia, ma fecero progressi in Dalmazia e nel 1651 riuscirono a sconfiggere la flotta turca presso Paros. Cinque anni dopo sbarazzavano il mare dalle navi nemiche con una splendida vittoria dinanzi ai Dardanelli.
Con questa sconfitta l'impero osmano era venuto a trovarsi nella situazione più critica; fu quella l'ora di Kóprili. Già ottantenne, egli accettò il gran-vizirato solo a patto che il sultano gli desse pieni poteri e facoltà di disporre liberamente di tutti gli uffici. Con implacabile severità annientò, mediante esecuzioni in massa, lo spirito della rivolta, non risparmiando nemmeno i favoriti del Serraglio. Riuscì a riordinare le finanze con abbondanti prestiti del tesoro privato del sultano, col secolarizzare fondazioni pie e con la limitazione dei redditi ecclesiastici.
Prima di morire (1661) riuscì anche a far nominare suo successore il figlio ACHMED, che ne completò felicemente le riforme, senza dover ricorrere ai mezzi sanguinosi del padre.

La rinascita interna dell'impero osmano non tardò a manifestarsi anche nell'energica condotta di fronte ai vicini di settentrione. Il principe della Transilvania Giorgio Rakoczy, che aveva cercato di sottrarsi ai suoi obblighi di vassallo verso il sultano, fu sostituito dal docile Apafy. Essendosi l'imperatore, istigato dai Magiari, rifiutato di riconoscerlo, la Porta minacciò la guerra.
In Europa si risvegliò allora il sentimento del comune dovere della cristianità per la difesa contro il pericolo turco, quel sentimento in cui a lungo e invano avevano sperato i Veneziani.
Perfino Luigi XIV di Francia, nonostante le sue buone relazioni con la Porta, rispose all'invito del Papa coll'indurre i principi tedeschi partecipanti con lui alla lega del Reno, a mettere 20 mila uomini a disposizione dell'imperatore. Tale offerta però mise la corte di Vienna in imbarazzo, cercando essa pur tuttavia di evitare la guerra mediante trattative.


L'assedio di Vienna

Ma nell'aprile del 1663 il sultano, perduta la pazienza, fece invadere l'Ungheria austriaca dal proprio esercito. Minacciando gli Ottomani Vienna stessa, l'imperatore invocò l'aiuto della lega renana e della Svezia. Ma già dopo due battaglie vittoriose concluuse la pace (1664), per riaver mano libera verso la politica francese.

Ora gli Ottomani poterono volgere nuovamente tutte le loro forze alla guerra di Creta, nella quale l'assedio di Candia non aveva fatto ancora alcun progresso. I Veneziani speravano tuttora nell'aiuto almeno della Francia. Ma Luigi non voleva romperla apertamente con la Turchia: addirittura per l'aiuto concesso all'imperatore aveva formalmente presentato scuse a Istambul. Ancor più gli facevano carico delle misure restrittive contro i Barbareschi; ad impedire la pirateria, aveva fatto prendere G'ig'eli (1664) o bombardare Algeri e Tunisi (1665). Per questo, dopo la pace di Aquisgrana concesse solo a pochi ufficiali di entrare al servizio di Venezia.
Solo nell'estate del 1669 una flotta francese, con 7000 uomini, partì per Creta. Ma né tale aiuto né quelli dell'imperatore e del duca di Braunschweig valsero ormai a salvare la fortezza investita. Il 6 settembre dovette capitolare, e con la pace che ne seguì i Veneziani rinunziarono al possesso di Creta.

Stabilito che ebbero gli Ottomani il loro dominio sul bacino orientale del Mediterraneo, cercarono di estendere la loro potenza a nord-est. Nel 1668 l'hetman cosacco Doroshenko, fino allora suddito della corona polacca, aveva chiesto la protezione della Porta. Ma solo nel 1672 quest'ultima osò chiedere apertamente alla Polonia la cessione dell'Ukraina, dopo essersi convinta che Luigi XIV non sarebbe intervenuto.
Già nel settembre, Michele re di Polonia rinunziava, mediante una pace vergognosa, alla Podolia e alla Ukraina, dopo aver perduta in seguito a breve assedio Kameniec, fortezza di confine. Ma già l'anno seguente questa pace fu rotta dal generale della corona, Isobieski. Vittorioso presso Choczim (11 novembre), fu di lì a poco, morto Michele, incoronato re.

Ma nemmeno Isobieski poté conquistare successi durevoli nelle campagne successive ; e quando, fatto audace da una vittoria presso Leopoli (1676), osò passare il Dniester, fu bloccato presso Zurawna e costretto nell'ottobre ad una pace, con la quale dovette nuovamente rinunciare alla maggior parte della Podolia e dell'Ukraina.
Di tali condizioni, pur sempre indulgenti, fu debitore alla minaccia di un conflitto fra la Porta e la Russia.

Gli Ottomani si erano intromessi, nell'Ukraina, nelle lotte dei Cosacchi contro i Russi; dopo gravi perdite da ambo le parti, solo nel 1681 fu conclusa la pace, con la quale Kiew e il suo territorio passarono alla Russia.
Appena gli Ottomani ebbero mano libera in Oriente, volsero di nuovo tutte le loro forze contro l'Ungheria. I magnati magiari, guidati dal conte Tokóly, avevano offerto al sultano, contro un tributo annuo, la sottomissione della parte tuttora austriaca dell'Ungheria; nel maggio del 1683 l'esercito turco, muovendo da Belgrado, iniziò la campagna contro l'imperatore, le cui truppe, in attesa di altro aiuto, ripiegarono lentamente su Vienna.

 

Il 17 luglio la capitale era bloccata dagli Ottomani. Ma apparve allora, nonostante l'atteggiamento minaccioso di Luigi, un numeroso esercito di complemento che, unito ad un corpo polacco, sconfisse gli Ottomani presso il Kahlenberg e li costrinse a togliere l'assedio. Sebbene fossero scoppiati dissensi fra gli imperiali e il re Isobieski di Polonia a causa dell'albagia di quest'ultimo, si pensò allora sul serio a riconquistare tutta l'Ungheria; e con la mediazione del Papa fu stretta un'alleanza (31 marzo 1684) cui aderì anche Venezia, fra l'imperatore e Isobieski, per combattere i Turchi.

Da allora gli Ottomani ebbero a soffrire in Ungheria una sconfitta dopo l'altra. Nel 1686 gli imperiali comparvero dinanzi a Buda e dopo due mesi di assedio cadde nelle loro mani questa città, che per 145 anni era stata la rocca del dominio turco in Ungheria.
Degli altri membri dell'alleanza toccò ora ai Veneziani di compiere il loro dovere; ma anche i loro successi ebbero fine con l'occupazione di Atene (1687), che nell'anno seguente dovettero di nuovo sgombrare.
I Polacchi si sforzarono invano, dal 1684 al 1687, di espugnare Kameniec. Nel 1687 la Russia entrò a far parte dell'alleanza; ma anche il suo tentativo di impadronirsi della Crimea finì con una sconfitta.

Ma' quando l'esercito turco ebbe sofferto una nuova e grave disfatta in Ungheria, presso Mohacz (1687), scoppiò una rivolta, presto passata a Istambul, contro il gran vizir Sulaimân. Né valse che il sultano lo sacrificasse; gli si fece il rimprovero di trascurare il bene dello stato per i piaceri della caccia.
Gli ulemâ, adunatisi a Santa Sofia, lo dichiararono decaduto dal trono (8 novembre 1687) e vi innalzarono il fratello di lui, SULAIMAN II.

L'estate seguente gli imperiali mossero contro Belgrado, che fu presa d'assalto il 6 settembre 1688. Nel Casteilo imperiale (Hotburg) di Vienna si pensava già a cacciare gli Ottomani dall'Europa. Ma questi ripresero animo quando si pose a capo dello stato un nuovo gran vizir, Mustafa, della provata famiglia dei Koprili. Nel settembre del 1690 egli riconquistò Belgrado. Invasa l'anno dopo l'Ungheria, cadde nella sfortunata battaglia presso Szalankemin (19 agosto 1691).

Nel 1695 era salito sul trono un altro sultano energico, MUSTAFA II, che prese egli stesso il comando supremo dell'esercito. Ma trovò un degno avversario nel principe Eugenio di Savoia, che distrusse l'esercito del sultano presso Zenta sulla Theiss (settembre 1697). Avendo lo zar Pietro ripreso la guerra (1695) ed espugnato Azof (1696), il sultano accettò la mediazione offertagli dall'Inghilterra e dai Paesi Bassi.
Il 26 gennaio del 1699 fu firmata a Carlowitz la pace, con la quale la Porta dovette cedere all'imperatore la Transilvania, quasi tutta l'Ungheria e la maggior parte della Slavonia e Croazia; alla Polonia, Kameniec e tutte le sue conquiste nella Podolia ed Ukraina; ai Veneziani la Morea e alcune località della Dalmazia.

Conclusa simile pace ingloriosa, il sultano si ritirò ad Adrianopoli, affidando il governo al Mufti Faisullâh, che si fece profondamente odiare per la sua cupidigia e nepotismo. Scoppiata una rivolta (luglio 1703), il sultano fu invitato a Istambul per giustificarsi dinanzi a un consiglio del Divano; non essendo comparso, lo si depose, eleggendosi a Padishach suo fratello, ACHMED.

Con la cessione di Azof, avvenuta poco dopo la pace di Carlowitz, il Mar Nero, fino allora lago turco, si era ormai aperto allo zar. Sorto a costui un pericoloso avversario nella persona di Carlo XII re di Svezia, la Porta entrò volentieri in relazione con quest'ultimo e gli concesse asilo, dopo che fu sconfitto a Poltava, nella propria fortezza di Bender. Ma solo verso la fine del 1710 cominciò essa ad armarsi contro lo zar, non essendo riuscita a mettersi d'accordo con lui circa il ritorno del proprio protetto ne' suoi stati.
Lo zar Pietro si vide quindi costretto a sospendere le operazioni nelle province baltiche e a volgersi a mezzogiorno. Poco mancò che fosse fatto prigioniero dei Turchi, con tutto l'esercito, sul Pruth; e dovette solo alla venalità del gran vizir se poté ritirarsi a discrete condizioni (luglio 1711). Dovette però riconsegnare Azof e radere al suolo le fortificazioni di Taganrog.

L'aver la Porta approvato questo trattato in apparenza favorevole, dipese dal fatto che il riacquisto dei territori d'occidente perduti con la pace di Carlowitz le stava assai più a cuore che non l'estendere la propria potenza a nord-est.
Nel 1714 un conflitto col Montenegro fornì un pretesto per muover guerra a Venezia e in breve la Repubblica perse ancora la Morea. A questo punto l'imperatore intervenne nella guerra. Il principe Eugenio riportò una vittoria presso Peterwardein (5 agosto 1716) e in ottobre espugnò Temesvar, l'ultima fortezza turca su suolo ungherese; l'anno seguente, Belgrado stessa.

Ma i suoi trionfi furono "vittorie di Pirro" infatti lì a poco furono vanificati oltre che ostacolati dalla politica spagnola in Italia, che costrinse l'imperatore ad accogliere le proposte di pace degli Ottomani. Nel trattato concluso a Passarowitz (1718), questi cedettero all'imperatore Belgrado con tutto il territorio fino allo sbocco dell'Aluta nel Danubio, mentre i Veneziani dovettero rinunciare alla Morea.

Per la Porta non finiva qui, si vide ancora una volta costretta a volgere la sua attenzione all'Asia, essendo scoppiati disordini tra i suoi antichi avversari di Persia. Hussain, ultimo discendente dello shach Abbass, salito sul trono nel 1694, era venuto a conflitto con gli Afghani, i quali sin dalla metà del XVII secolo si erano posti sotto la protezione dei Persiani per evitare di essere assoggettati dai Mongoli dell'India, riuscendo però fino allora a conservare la propria libertà. Avendo lo shach tentato di stringere alquanto i freni, il loro capo Mir Waiz si sollevò, dichiarandosi, e fino alla morte (1715) mantenendosi, principe indipendente.
Il suo successore, Mir Machmûd, passò allora ad assalire la Persia e nell'ottobre del 1722 detronizzò a Ispahan l'ultimo dei Safawidi. Lo zar Pietro approfittò di questi disordini per impossessarsi della provincia caucasica del Daghestan. Contro di lui invocò la protezione della Porta il capo dei Lesghi, stabilitisi a Shamachi, capitale dello Shirwan, ottenendone l'investitura di Derbend. Ma essendosi Pietro spinto già fino a Baku, essa dovette acconsentire che si annettesse il territorio findove il Kur sbocca nell'Araxes.

I Persiani non erano in grado di opporsi. Tahmasp, figlio di Hussain, resisteva ancora all'afghano Machmûd, ma fu respinto verso il Mazanderan dal successore di lui, Ashraf. Ma quando costui pretese che la Porta lo riconoscesse come secondo Imam accanto al sultano, si venne alla guerra, terminata, nonostante una vittoria degli Afghani (1726), con la rinunzia alle loro pretese.
Ma il loro dominio in Persia non durò a lungo. Contro di essi insorse nel Chorassan il capo delle bande tatare Nadir Kuli, sconfiggendoli, insieme a Tahmasp, nell'ottobre del 1729 presso Dangûn e nel gennaio del 1730 presso Shiraz. Ashraf fu ucciso mentre fuggiva nel Belûg'istan.
Tahmasp assalì poco dopo anche i possedimenti Ottomani su territorio persiano, per riguadagnare nell'antica estensione il regno paterno. Sembrando che il sultano esitasse ad aprire la campagna contro di lui, scoppiò a Istambul una rivolta di giannizzeri: Achmed III fu detronizzato e nominato sultano il nipote MACHMUD I. Ma dopo appena due anni poté tornare la pace nella capitale, dopo una sanguinosa persecuzione dei ribelli, che costò la vita a 50 mila uomini.

Ma contro lo shach si sollevò il vassallo Nadir, che in suo onore aveva assunto il nome di Tahmasp Kulichân; e fece incoronare il figlio di lui Abbas, ancora pargoletto. Quindi, concluso un accordo con la Russia, aprì energicamente la guerra contro i Turchi. Dopo tre campagne fortunate prese egli stesso, essendo morto il piccolo Abbass, le redini del governo (1736), e concluse la pace con la Porta, rinunziando essa a tutte le sue conquiste precedenti, eccetto Bagdad.

Già durante questa guerra la Porta si era trovata più d'una volta in conflitto con la Russia a causa dei Tatari di Crimea. Ma l'imperatrice Anna aveva le mani legate dagli affari della Polonia, per quanto fosse decisa a continuare la marcia in avanti sul Mar Nero e sul Mar Caspio, iniziata da Pietro.
Le potenze marittime, premurose di trattenere - nell'interesse del loro commercio - un'ulteriore penetrazione della Russia, impedirono un attacco della Porta. Terminate le agitazioni in Polonia, la Russia attaccò i Turchi (autunno del 1735) ma non si spinse al di là di Azof. L'imperatore, obbligato da un trattato ad appoggiare la Russia, cercò all'inizio di agire come mediatore; e solo nel 1737 intervenne nella guerra. Però le sue truppe furono ripetutamente sconfitte e nel 1739 consegnarono ai Turchi Belgrado, allora appunto bloccata.

Nella pace che ne seguì, l'imperatore rinunciò a tutte le conquiste di Passarovitz ed anche la Russia si vide costretta alla pace, ottenendo solo Azof, ma smantellato. A mostrare la propria gratitudine per l'appoggio diplomatico concessole dalla Francia in questa guerra, la Porta rinnovò l'atto di riconoscimento del suo protettorato sui cristiani in oriente (1740).

Nel frattempo Nadir Shach aveva assalito i Mongoli nell'India (1739) ed espugnato Dell; ma la sollevazione di suo figlio l'aveva richiamato in Persia. Assalì allora i Turchi in Bagdad, ma ostacolato dai disordini scoppiati in diversi punti del suo impero, dovette concludere la pace (1746). Suo nipote e successore Adil Shach, non poté difendersi contro i pretendenti che sorgevano da tutte le province; la guerra civile ricacciò la Persia nella debolezza di prima.

Il lungo periodo di pace non giovò all'impero turco; basato com'era del tutto sul militarismo, s'illanguidì, sebbene fin dal 1756 avessero preso la direzione degli affari un altro sultano energico, MUSTAFA III, e un valente gran vizir, Raghib Muhammed.
Solo dallo sviluppo della questione polacca, la Porta fu ricondotta a partecipare attivamente alla politica europea. All'inizio l'indebolimento della Polonia da parte della Russia l'aveva lasciata tranquilla; ma davanti ai progressi sempre maggiori dei Russi, il partito bellicoso del Divano prese il sopravvento e la distruzione della città turca di Balta sul confine della Bessarabia condusse alla dichiarazione di guerra (1768).

Si videro allora i danni della lunga trascuratezza in cui era stato lasciato l'esercito osmano. I Russi espugnarono Choczim e nel 1770 Bender ed accolsero l'atto di omaggio per Caterina nella Moldavia e Valacchia.
Apparve allora per la prima volta una flotta russa nel Mediterraneo col compito avventuroso di eccitare ed appoggiare una sollevazione dei Greci. Ma i briganti Mainoti non poterono prendere i luoghi fortificati del Peloponneso. In compenso la flotta riuscì a distruggere la potenza marittima turca nella baia di C'ezme presso la costa dell'Asia minore (1770). Già si temeva una sorpresa a Istambul stessa; ma i Russi non approfittarono della loro vittoria.

Nel 1771 i Russi riuscirono ad assoggettare la Crimea, ma qui si fermarono i loro successi. Sconfitti presso Rustshuk e fallito loro l'assedio di Silistria e Varna dovettero, verso la fine del 1773, ripassare il Danubio. Morto però il sultano Mustafa (gennaio 1774) l'incapace gran vizir del suo successore ABDULHAIMID si spinse, nella campagna successiva, troppo avanti, sicché cadde in un agguato e dovette nel campo di Küc'ük Kainarg'a (21 luglio 1774) sottoscrivere la pace colla quale la Porta cedeva alla Russia le fortificazioni più importanti lungo il Mar Nero e le due Karbarde, riconosceva l'indipendenza dei Tatari e concedeva amnistia e libertà religiosa agli abitanti della Moldavia e Valacchia.

Il prestigio degli Ottomani in Europa era così caduto che il cacciarli dall'Europa stessa sembrava allora essere solo una questione di tempo. L'Austria approfittò di questa loro grave situazione per annettersi, subito dopo la pace e con futile pretesto, la Bucovina, senza che la Porta potesse impedirlo. Cinque anni dopo essa dovette con la convenzione di Ainali Kayak riconoscere all'imperatrice Caterina il diritto di assoggettarsi i Tatari della Crimea, il che essa fece nell'anno 1794.

Ma tutto questo lo abbiamo riportato nelle vicende europee
di questo stesso periodo (Età Moderna - Lotte politiche)
mentre quelle degli ottomani le riprenderemo nelle pagine del XX secolo.

Dobbiamo passare ora all'India antica....

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