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CRONOLOGIA
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99. INSEGNAMENTO E SCIENZA

E' abbastanza comprensibile, visto che il dominio della Chiesa con i suoi papi era ormai in cielo, in terra e in ogni luogo, che le prime scuole nel Medio-Evo sorgono al suo interno, cioè nello stesso ambiente ecclesiastico. È infatti per l'istruzione dei religiosi e del clero diocesano sempre di più numeroso, la necessità di avere proprie scuole si fece sentire all'inizio, e perciò esse sorsero normalmente o all'interno dei chiostri delle numerose nascenti abbazie o nello stesso arcivescovado.

Durante la prima metà dell'epoca medioevale questi due tipi di scuole rappresentarono gli unici veri centri degli studi. Ma non della popolazione ma di una sola elite, quella dei religiosi. Di tutti gli altri centri studi del passato non solo non esistevano più, ma non si aveva nemmeno più il ricordo; a partire dalla chiusura della Scuola di Atene, le varie accademia scomparvero dal sapere universale umano, in Grecia come in Italia. Così le scuole d'arte, di musica, le Olimpiadi stesse. In una parola si stese un lugubre velo nero e piombò il buio sugli anni del basso medioevo. Fino alle crociate, promosse con un incitamento fanatico da tutti i pulpiti d'Europa col grido "Dio lo vuole!"

All’odierno lettore le crociate possono apparire solamente come un insensato spargimento di sangue, in realtà capire l’intolleranza del passato ed osservarne le conseguenze non può essere considerata opera priva d'utilità, in un’epoca come la nostra che ancora conosce la discriminazione religiosa ed il terrorismo fondamentalista. Da considerare che allora erano entrambe le due religioni, la cristiana e l'islamica, che regolavano, ispiravano e condizionavano anche la politica dei re e degli imperatori.

Comunque sia le crociate europee furono conquiste mercenarie. Dietro i valori di fede si nascondevano ben altri progetti. Del resto questa volontà di conquista mercenaria è dimostrata da una circostanze drammatica nella crociata del 1204. I crociati cristiani d'occidente non esitarono a Costantinopoli a scontrarsi e a scannare i cristiani d'Oriente. La liberazione della Terra Santa, e la stessa fede andò a farsi "benedire". Addirittura i cristiani non esitarono ad allearsi con la parte più radicale dell'Islam - con i "diavoli" Sciti - per meglio sconfiggere i loro nemici: i "diavoli" Sunniti. ( se osservate gli ultimi eventi dell'anno 2000, non è cambiato proprio nulla - anzi una volta appoggiamo i primi e la volta dopo i secondi)

Il bilancio di tutte queste Crociate fatte nel corso di duecento anni, sotto il profilo dell'incivilimento fu fallimentare.
I crociati non furono in grado di apportare alcun elemento di novità nella vita economica dei paesi temporaneamente conquistati, semplicemente perché in quel periodo le forze produttive, la ricchezza materiale e culturale dell’Oriente, era di molto, superiore, a quella occidentale.

L'avventura delle crociate fu iniziata per imporre una civiltà - che l'Occidente credeva altissima - e finì invece che ne scoprì un'altra più avanzata: scoprì le scienze, la matematica, la medicina, l'astronomia, la letteratura, la filosofia, l'agronomia, l'ottica, la geografia del mondo, e tante altre. Un'enorme "mensa del sapere" che nutrirà d'ora in avanti l'intera Europa. Sconvolgendola!

Infatti al ritorno delle ultime crociate gli europei avevano scoperto in Oriente un universo nuovo. Culturale e materiale.
Dopo le crociate, ecco in un lampo, a Venezia apparire nel 1291 le vetrerie del vetro soffiato, a Fabriano la carta, ad Amalfi la Bussola, in ogni luogo l'energia idraulica dei mulini, quella eolica, i numeri decimali arabi. Cose importanti come mille e mille altre cose, ma gli oggetti più importanti furono i libri.

A Firenze un crociato è tornato a casa con delle casse piene di libri sottratti in qualche biblioteca araba (mai furto fu così ben fausto, fortunato, fertile nella storia di tutta la nostra Europa). In quelle casse, c'erano le Opere di Aristotele, Platone, Democrito, e poi Eratostene, Epicuro, Pitagora, Archimede; c'erano i testi storici di Polibio, Erodoto, Ippocrate, i testi matematici di Euclide e di tutti i suoi allievi quando era direttore della Biblioteca di Alessandria e aveva negli scaffali 1.000.000 di codici. C'erano perfino i testi dei latini, tradotti in arabo e che noi in Italia non ne avevamo nessuna copia.

Pochi anni prima - guidando una sua crociata - altrettanto aveva fatto Federico II, e così pure suo suocero Ruggero d'Altavilla. La sua Palermo era diventata il più grande centro europeo culturale. Erano migliaia i volumi prelevati dalla Biblioteca di Bagdad. In Sicilia, Federico li fece moltiplicare copiandoli e li inviò ai monarchi di tutta Europa e alle scuole da lui fondate, che proprio a modello di Baghdad cominciarono a chiamarsi Università, Policlinici, Scuole di Medicina.

In alcune città (ma in particolare a Firenze, nel 1300 città cosmopolita che stava vivendo lo "spirito dei nuovi tempi") si formarono circoli culturali quasi clandestini; alcuni dopo un lungo soggiorno in Oriente avevano imparato un po' di arabo, di greco; altri si erano portati a casa il dotto schiavetto, che divenne coccolato, vezzeggiato perché unico e capace di tradurre i testi arabi, che spuntavano fuori dalle grandi biblioteche esistenti in Oriente o in quelle altrettanto ricchissime allestite in Spagna, divenute disponibili dopo la caduta dei Mori, e dove leggendo quei testi ad ogni pagina i lettori e i presenti rimanevano sconvolti.

Ma com'era possibile? Le date parlavano che quei testi erano stati scritti 1000 anni prima, alcuni concetti filosofici e scientifici, avevano più di 1500, 1600, 1700, 1800 anni. C'era veramente da rimanere sbalorditi.
Più nessuna barriera umana politica e ideologica poteva sbarrare questo sapere che lasciava sconvolti e smarriti; ma non abbastanza, l'ansia di sapere scatenò il desiderio di conoscere. Ormai si sapeva che quella cultura c'era, esisteva. Un libro rimandava a un altro, e questo ad altri dieci, ad altri mille, bastava ora solo cercarli, e poi studiarli. Un oscuro monaco di un monastero inglese, inviava a un suo collega in Italia una lista con i titoli di libri che lui desiderava avere; così dalla lista sappiamo che cercava titoli che erano citati in libri che lui ovviamente già possedeva.

Un'altra singolare curiosità; quel fiorentino citato sopra, si portò dietro anche uno schiavo che nel suo paese ci sapeva fare con lo scalpello sul marmo bianco. Lo mandò nella vicina Carrara, dove questo schiavetto fece fare un salto di qualità a tutti; lui era un semplice scalpellino ma a memoria faceva le stesse statue che molti in qualche villa privata tenevano nascoste da sguardi indiscreti dalla notte dei tempi. Scolpiva quel ragazzo lasciando di stucco (in questo caso di marmo) le facce di chi osservava. L'impulso che ebbe la scultura con quel semplice anonimo scalpellino, fu epocale. Un'arte scomparsa da secoli perché pagana ritornava a fiorire in quella città che diventerà fra brebe una fucina di artisti: Firenze.

Si afferma in alcuni testi di parte che quest'arte era passata in disuso perché non c'erano committenti, è ipocrita affermare una motivazione del genere. La ragione è che l'arte statuaria era considerata pagana e nel periodo di Teodosio con il suo editto del 394 si diede l'ordine di distruggere tutte le statue di Olimpia, e nello stesso tempo si abolirono i giochi stessi, le Olimpiadi.

A Roma e Costantinopoli altrettanto, i due figli di TEODOSIO fecero eliminare da ogni angolo delle due città tutte le statue esposte, considerate dall'episcopato cristiano tutte pagane e pertanto eliminate dalla vita pubblica; più nessuno osò farne delle altre, e chi era capace di farne si portò la sua arte nella tomba senza lasciare eredi. Le pietre erano considerate una forma d'espressione della cultura pagana. Le Veneri poi con quelle oscene nudità... tutte opere del diavolo!

E così la pittura, quando vediamo le prime espressione del 1200-300 sembra di vedere le primitiva pitture delle caverne di Lescoux. Poi invece quando verrà alla luce Pompei con le sue stupende decorazioni murali scopriremo che 2000 anni prima l'arte pittorica non era inferiore a quella odierna, così fresca nella ritrattistica, nel paesaggio, nei chiaroscuri, nella prospettiva.

Dunque a datare dal XIII secolo, queste scoperte del nuovo sapere e nella misura che crebbe lo sviluppo e l'importanza delle città, alcuni audaci uomini sentirono il bisogno di provvedere all'insegnamento, ed allora, accanto alle scuole esistenti nei monasteri e nei vescovadi, sorsero scuole cittadine. Anche queste scuole però - almeno all'inizio - non si staccarono dalla chiesa; esse infatti operavano accanto alle stesse chiese delle città e probabilmente questi primi allievi costituirono il nucleo principale della popolazione studentesca delle future scuole cittadine e universitarie.

Questo perchè in seguito noi vediamo penetrare in queste scuole l'ingerenza del consiglio cittadino, il quale, dove non poté basare il suo intervento sul possesso del patronato sulla chiesa, si sforzò di avocare a sé per lo meno il patronato della scuola e di eliminare la concorrenza del vescovo; cosa che di regola gli riuscì di ottenere, non senza aspre lotte e accese dispute accademiche.

Famose quelle di DOMINICI (1337-1419) e SALUTATI (1331-1406):
SALUTATI è lapidario sulla "opportunità, utilità, e convenienza di dare istruzione al popolo e di conseguenza, far conoscere oltre i concetti sacri, anche quelli profani " (questione umanesimo)
DOMINICI invece è contrario e dichiara "...la cultura non è per tutti; qualcuno la potrebbe usare solo per attentare ad ordini costituiti, che quindi bisogna tenere a bada il sapere, farlo gestire solo a chi n'é capace, non bisogna lasciarlo in mano al volgo "
SALUTATI risponde e promuove "il principio della dignità dell'uomo nell'opera Del fato, della fortuna e del caso".
Come in tutti i processi storici, anche qui, il capitalismo emergente fece del mecenatismo al movimento, cercando di avere "con questo e da questo" garanzie di stabilità (o meglio di non essere disturbato nei propri affari).
Fu forse - secondo alcuni storici - strumentale mettere gli studi in condizioni privilegiate, che andranno poi a limitare la propria indipendenza e a esaurire quei sani impulsi morali e politici che erano la base dello stesso umanesimo.
Ma del resto proprio Salutati scrisse "cosa santa é la peregrinatio, piu' santa è la giustizia, ma a nostro giudizio, "santissima" è la marcatura (il commercio) senza la quale il mondo non può vivere".

E vedremo tra poco l'ago della bilancia del potere spostarsi dalla nobiltà e dal clero, pendere verso la borghesia mercantile, sempre più agguerrita, sempre più forte, con sempre più mezzi (di denaro soprattutto), e sarà questa a condizionare le prime due, fino ad arrivare alla fine del lungo percorso ad essere i due poteri entrambi subalterni; perchè entrambi predicano la morale ma per sostenersi... hanno bisogno dei soldi dell'amorale e spesso cinico mercante. E a quest'ultimo sono sempre debitori di qualcosa, ovvero perennemente servili. Tutto il resto sono solo chiacchiere.

Tuttavia quello di Salutati era un progetto di un umanesimo "totale", che dalla sfera filologica passava a quella morale, religiosa, filosofica e politica, restituendo all'uomo tutti i suoi attributi di dignità terrena, tutti i suoi diritti d'intervento critico nelle cose del mondo.

In questo clima quasi rovente, pochi anni dopo, nel 1439 venne alla ribalta anche l'audace Lorenzo VALLA (1407-1457) che con il suo "Libero arbitrio" (in verità qualche copia manoscritta) attacca gli ecclesiastici e il potere papale discutendo sulla libertà umana. Scendono in campo i conservatori, e tutti si danno da fare per incriminarlo davanti agli inquisitori senza riuscirci. Ma ottengono un grosso risultato, che è il modo migliore per mettere a tacere le tesi eretiche del Valla: il suo libro infatti non vedrà mai la luce! Apparirà per la prima volta solo nel 1882, dopo 400 anni!!
Il suo De professione religiosorum I, fa la stessa fine, sarà pubblicato solo nel 1869. (proviamo a pensare quante cose sarebbe cambiate se all'epoca di Valla ci fosse stata già la stampa e quindi una maggiore diffusione del libro!)

VALLA nella sua opera svolge il tema della libertà umana: La frase più significativa e lapidaria che diventerà uno slogan nella guerra d'Indipendenza italiana era "La religione deve essere una convinzione solo interiore e non può essere imposta".

Con i componimenti del Valla si ha l’inizio di quella corrente filologica basata sull’analisi critica e la ricostruzione dei testi biblici che sarà strumento essenziale della Riforma protestante e che rappresenterà il centro della speculazione "filosofica" degli umanisti d’oltralpe. Tuttavia in questo quadro di grande sviluppo culturale, il problema religioso, non era rimasto estraneo agli umanisti, i quali anzi ne avevano affrontati vari aspetti. Con l’atteggiamento critico nei riguardi della religione "scolastica" infatti, gli intellettuali europei e in special modo quelli italiani cercarono - anche se indirettamente - di intraprendere un movimento di riforma all'interno alla Chiesa. E’ perciò sbagliato pensare alla civiltà umanistica come una età percorsa da atteggiamenti paganeggianti e antireligiosi.
Indubbiamente questa riforma - per quanto vi erano i migliori maestri (e sopra ne abbiamo citati solo alcuni) - non poteva certo nascere in Italia, sede del papato e con gli ecclesiastici pronti a inquisire gli audaci. Così il centro della speculazione si concentrò nei paesi tedeschi, e proprio in una delle sue università, quella recentissima di Wittenberg, venne fuori il riformatore di cui parleremo a suo tempo: Martin Lutero.

 

Torniamo al '300 e all'ingerenza del consiglio cittadino nella scuola fino allora gestita dai patronati della Chiesa. In molte città riuscì a eliminare la concorrenza del vescovo.
La scuola così divenne comunale ed il consiglio ne nominò il rettore, il quale, almeno nei centri maggiori, era spesso una persona fornita di studi. Questo rettore non veniva assunto dalla città per un periodo indeterminato, ma era precario, licenziabile a vista; non aveva neppure stipendio fisso, salvo la concessione che normalmente gli si faceva di alloggiare nell'edificio scolastico; i suoi proventi consistevano nelle tasse scolastiche (nella "retta") e nei donativi in denaro ed anche in commestibili che gli allievi in certe ricorrenze offrivano al loro maestro. Con queste entrate inoltre il rettore doveva provvedere a stipendiare il personale dei suoi ausiliari, detti locii o locali appunto perché presi in locazione sul posto, erano insomma come i nostri attuali lavoratori interinali.

Anche i nomi di maestro e lavorante usati nel ceto artigiano vennero applicati ai rapporti tra il rettore della scuola ed i suoi ausiliari. Nelle scuole cittadine vigeva una disciplina rigorosa, spesso brutale. La "bacchetta" ma anche la "frusta" erano adoperate senza risparmio anche a carico degli allievi già abbastanza avanti negli anni.

Per quel che riguarda le materie di insegnamento, nella maggior parte delle scuole cittadine, salvo gli elementi del leggere, scrivere e far di conto, si insegnava prevalentemente solo la religione e la grammatica latina in funzione religiosa; né la storia, né la geografia, né la matematica e men che meno le scienze vi erano rappresentate.
Il metodo di insegnamento era ancora rudimentale, erano rari i testi scritti, e ci si limitava a far ripetere all'allievo quanto il maestro formulava. Per il latino nei primi anni di studio si usava generalmente quale libro di testo il «Donato», vale a dire la grammatica del retore romano Elio Donato, vissuto verso la metà del IV secolo, che godette di grandissima autorità in tutto il Medio-Evo.

Già all'inizio del XV secolo la xilografia diffuse molte copie del suo libro e perchè molto richiesto al pari della Bibbia, Giovanni Gutenberg lo scelse per i suoi primi tentativi di stampa con i caratteri mobili.
Per gli scolari già progrediti nello studio del latino serviva invece come testo il cosiddetto «dottrinale», una grammatica latina in versi, composta dal chierico francese Alessandro de Villa Dei verso il 1200.
E
sso serviva pure da libro di lettura, perché fino al sorgere dell'umanesimo gli antichi scrittori latini rimasero si può dire completamente esclusi ma anche sconosciuti dalla scuola (paradossalmente bisognò ritradurli in latino dall'arabo, perchè non esistevano piu gli originali).

In queste scuole, dalle quali sono poi uscite le scuole laiche di latino del XVI secolo, la lingua adoperata nell'insegnamento era ovviamente il latino. Ma, specialmente nelle città anseatiche, si avevano già scuole in cui l'insegnamento era impartito in tedesco, e che, bandendo il latino, avevano come scopo principale quello di dare una istruzione pratica professionale idonea a formare il commerciante, l'artigiano, l'impiegato; queste scuole precorrono le scuole commerciali o professionali dei tempi moderni.

Di scuole per fanciulle non si hanno nel Medio-Evo che esempi assai rari; a Bruxelles sappiamo che nel 1320 ve ne era una ripartita in quattro classi con altrettanti insegnanti. Di solito le fanciulle di buona famiglia venivano invece allevate ed istruite nei conventi di monache, un uso che tuttora sussiste nei paesi cattolici.
Nella pratica esse imparavano solo a leggere, scrivere e il cucito, e se figlie di facoltose famiglie e destinate a matrimoni o a ereditare patrimoni, allora seguivano corsi anche di puericultura e a far di conto, in modo da formare una capace madre e amministratrice della famiglia.

Dopo queste prime scuole, finalmente il Medio-Evo ha creato anche istituti di istruzione superiore, le università. Esse erano corporazioni di insegnanti e studenti dotate di autonomia amministrativa ed esercitanti giurisdizione sui propri membri. Fra queste università salì nel XII secolo a grande importanza Parigi, e su di essa si modellarono tutte le altre. L'Università di Parigi nacque dalla fusione di precedenti scuole ecclesiastiche, ma dovette la sua rapida ascesa soprattutto al metodo dialettico di Abelardo, la cui fama richiamò a Parigi schiere numerose di giovani di ogni nazionalità desiderosi di seguire il suo insegnamento.

Docenti e scolari erano soggetti alla vigilanza della chiesa, e questa funzione di sorveglianza era esercitata dal vescovo di Parigi od in sua rappresentanza da un membro del capitolo della cattedrale preposto al ramo degli affari scolastici. Questo canonico si chiamava cancelliere; a lui spettava di soprintendere al buon andamento di tutte le scuole della diocesi ed era lui a rilasciare ai docenti l'autorizzazione ad insegnare. Fu soprattutto questa posizione di dipendenza al cancelliere che spinse gli insegnanti ed i loro scolari ad organizzarsi in associazione, cosicché sorse una unione corporativa, o con la parola latina questa unione la si chiamò universitas.

Di qui il nome moderno di università dato agli istituti di istruzione superiore; ma si badi che l'originario significato di questo termine non é quello di una universitari literarum, di un istituto scientifico di carattere universale, abbracciante tutti i rami dello scibile, ma é quello di una semplice associazione dei docenti e scolari, precedentemente non legati da alcun vincolo di solidarietà e solo in seguito organizzati in forma corporativa.


Questa corporazione poi cercò di assicurarsi l'indipendenza dal cancelliere sollecitando dal papa una serie di privilegi, ed in sostanza ottenne nel 1213 il suo scopo approfittando del favore di papa Innocenzo III (i 198-1215), che aveva pure lui studiato a Parigi e aveva provato pure lui cosa voleva dire essere sottoposti al cancelliere.

Nel corso del XIII secolo l'università acquistò una organizzazione interna più perfetta. Da un lato, cioè, i vincoli corporativi, inizialmente più deboli, divennero più saldi, e dall'altro a datare dalla seconda metà del XIII secolo il gruppo più numeroso dei membri dell'università, quello degli «artisti» (facoltà filosofica) si suddivise in quattro «nazioni», vale a dire in quattro corporazioni autonome a base nazionale: quella dei Francesi (originari dalle regioni che formavano il nucleo principale del territorio del regno), quella dei Normanni, quella dei Piccardi (francesi del mezzogiorno) e quella degli Stranieri, che da principio furono chiamati di regola «Inglesi» ed in seguito «Tedeschi».

A capo di ciascuna « nazione » stava un procurator o provisor, che curava gli affari correnti. I procuratori poi eleggevano il capo supremo di tutte le quattro nazioni, il rettore. Accanto alle quattro menzionate corporazioni poi gli insegnanti delle discipline artistiche formavano a loro volta una corporazione distinta: la facoltà.
Un po' più tardi degli artisti vediamo anche le tre altre facoltà dei teologi, dei decretisti-giuristi e dei medici organizzate sotto la direzione di un preside che reca il nome di «decano», nome desunto dalla gerarchia ecclesiastica.

Sorsero così sette corporazioni autonome, ciascuna delle quali curava per suo conto la propria amministrazione interna, mentre gli affari di interesse generale venivano discussi e decisi in comune sotto la presidenza del rettore degli artisti, il quale così venne ad assumere la figura del vero e proprio capo dell'intera università.

Come istituti accessori dell'Università e ad imitazione delle scuole organizzate a Parigi dagli ordini monastici per i loro affiliati, sorsero dalla metà del XIII secolo pure dei «collegi» che accoglievano un certo numero di maestri e scolari, fornendo loro alloggio, vitto e libri e sorvegliando che conducessero una vita regolare.
Fra questi istituti acquistò grande reputazione quello del canonico Roberto di Sorbon (1257), nei tempi posteriori denominato poi Sorbonne, destinato ad accogliere trentasei soci che avevano terminati gli studi della facoltà artistica, poi superato l'esame per il grado di magister volevano proseguire ancora gli studi nella facoltà teologica per ottenere un grado anche in essa.

Con l'andar del tempo il collegio della Sorbona salì a fama mondiale in materia scientifica; i suoi 36 componenti divennero una specie di collegio arbitrale, alle cui decisioni furono sottoposte da ogni parte d'Europa ardue questioni teologiche.
Nelle aule della Sorbona poi cominciarono a tenersi esercitazioni e dispute; esse si fecero sempre più frequenti ed alla fine la Sorbona divenne addirittura il vero e proprio campo principale d'attività della facoltà teologica. A sua imitazione sorsero in seguito anche altri istituti analoghi, e l'insegnamento abbandonò sempre più il sistema delle lezioni pubbliche e si ridusse nei collegi, dove anche i docenti delle università presero l'abitudine di andare ad insegnare.

Dopo l'Università di Parigi la più rinomata Università del Medio-Evo era quella di Bologna. Essa ebbe però un carattere essenzialmente diverso, giacché a Bologna nel XII secolo si formò attorno ad alcuni giurisperiti del tutto spontaneamente e del tutto indipendentemente dall'organizzazione scolastica della chiesa; formarono una corporazione di docenti e scolari, la quale nel 1158 ottenne in virtù di un privilegio dell'imperatore Federico I una speciale protezione e particolari prerogative.

Gli studenti si suddividevano nelle due «nazioni» dei citramontani (italiani) e degli ultramontani (stranieri); a capo di ciascuna stava un rettore elettivo che esercitava la giurisdizione civile e criminale su tutti i membri dell'università, insegnanti e scolari. A differenza di Parigi, dove specialmente gli scolari della facoltà artistica erano spesso dei ragazzi o almeno giovanissimi, gli studenti bolognesi erano prevalentemente ecclesiastici e signori laici già adulti. La posizione indipendente dell'università in via di formazione subì una certa menomazione nel 1219, in quanto papa Onorio III la assoggettò alla vigilanza dell'arcidiacono di Bologna, allo stesso modo che l'università di Parigi era stata all'inizio soggetta alla sorveglianza del cancelliere; ciò provocò una ingerenza della chiesa nell'organizzazione dei corsi, negli esami e nelle promozioni, in materie che sinora erano state amministrate esclusivamente dal collegio dei dottori.

Nel corso del XIII secolo l'università aumento per l'aggiunta di una facoltà artistica, la quale a Bologna abbracciò anche la facoltà di medicina; l'istituzione invece di una facoltà teologica non si ebbe che nell'anno 1360.
Bologna fu per così dire la madre di un'altra università italiana che in seguito salì anch'essa a gran fama: l'università di Padova. Essa sorse nell'anno 1222 in seguito al fatto che una parte degli scolari bolognesi emigrarono prima a Vicenza, ma qui furono cacciati non sopportando i cittadini le goliardate studentesche, e così scesero nella vicina Padova.
Pochi anni dopo vediamo già la nuova università in piena espansione e famosa con i suoi professori in utroque iure circondati da un numeroso stuolo di scolari provenienti da ogni parte d'Italia e dall'estero.

Anche la più antica di tutte le scuole superiori specializzate dell'occidente europeo si incontra in Italia; la sua sede fu la città di Salerno, ma le sue origini rimangono nascoste in una oscurità impenetrabile (sembra fondata da un arabo); di sicuro si può dire soltanto questo che già nell'XI secolo la scuola di Salerno godeva di alta fama come cultrice eminente delle scienze mediche. Più tardi Federico II nelle leggi da lui emanate nel 1231 per il suo regno della bassa Italia portò la sua attenzione anche sulla scuola di Salerno e stabilì fra altro che nei suoi Stati nessuno poteva insegnare medicina e chirurgia se non a Salerno.
Nella seconda metà del secolo però l'università di Napoli fondata da re Manfredi entrò in concorrenza con Salerno anche nella medicina, ed in seguito a ciò la scuola di Salerno non riuscì più a mantenersi all'antica fama.

Un'altra scuola di medicina di origine antichissima é quella di Montpellier, ma le prime notizie sicure sui dotti medici che vi insegnarono risalgono all'anno 1137. Verso la fine del secolo troviamo menzionati anche dei giuristi come insegnanti a Montpellier, e la scuola conservò nella medicina e nella giurisprudenza un'alta reputazione durante tutto il Medio-Evo; invece la facoltà artistica di Montpellier visse una vita oscura e lo studio della teologia non vi fu introdotto che nel 1421 da papa Martino V.

In inghilterra divennero famose fin dall'inizio nel campo della teologia le due università inglesi di Oxford e di Cambridge. Fra le due scuole superiori la più antica é quella di Oxford; essa prosperava già nel XII secolo, anzi é una delle pochissime università in cui già nel XIII secolo si insegnavano tutte le discipline scientifiche allora conosciute. Il periodo però della sua massima fama, soprattutto nel ramo della teologia, cade nell'epoca in cui si espresse ad Oxford - in una ininterrotta attività - i due ordini mendicanti, cioè a datare dalla seconda metà del XIII secolo.

Nel corso del XIII secolo e nel XIV il numero delle università aumenta considerevolmente. Ne sorsero di nuove in Francia, in Italia, nella penisola iberica e finalmente anche in Germania, dove le prime presero vita nelle regioni orientali dell'impero, quelle che erano più lontane da Parigi.
La più antica università tedesca fu istituita nel 1347 a Praga dal dotto imperatore Carlo IV, ampliando e trasformando in università la scuola che da lungo tempo esisteva presso il vescovado di Praga per l'educazione del clero boemo. Per alloggiare e mantenere gli artisti fu creato un apposito collegio (collegium Caroli), i teologi invece vennero provvisti di benefici. Ad essi inoltre l'imperatore donò anche una casa, ed un'altra la donò nel 1373 ai giuristi che un anno prima si erano organizzati in una speciale corporazione. Più tardi vediamo anche i medici possedere una casa propria.

Poco dopo la Boemia anche la Polonia ebbe la sua università a Cracovia ; essa fu fondata nel 1366. Ma già un anno prima era sorta la prima università sul vero e proprio suolo tedesco: quella di Vienna divenuta capitale con gli Absburgo. Suo fondatore fu il duca Rodolfo IV, la cui morte prematura però impedì che la giovane istituzione assumesse un immediato sviluppo. Essa perciò cominciò a funzionare realmente ed efficacemente solo nell'ultimo ventennio del secolo, quando già nell'interno dell'impero tedesco e nelle sue parti occidentali erano sorte analoghe scuole; queste infatti avevano preso vita quasi contemporaneamente ad Heidelberg, a Colonia e ad Erfurt. Questa fioritura di università tedesche è dovuta al fatto che l'università di Parigi a quei tempi, infierendo lo scisma della Chiesa, era venuta in conflitto con la corona francese circa la questione dei 3 papi cui si dovesse prestare obbedienza e quindi era stata abbandonata da molti insegnanti e scolari.

Per questa ragione ad es. maestro Enrico di Langenstein, originario dell'Assia, ma allora uno dei più eminenti insegnanti dell'università di Parigi, passò a Vienna, e sotto la sua direzione la scuola fondata da Rodolfo IV venne riorganizzata a completa imitazione dell'università parigina (1384). Anche il fondatore spirituale dell'università di Heidelberg (1385) fu un docente parigino, Mattia di Inghen.

Quanto a Colonia, essa già da lungo tempo era un centro di studi scientifici in Germania; nelle numerose scuole ivi esistenti presso le chiese ed i monasteri fiorivano gli studi artistici e teologici. Ma una università venne istituita formalmente solo nel 1388 per iniziativa del consiglio cittadino: in quell'anno si organizzarono in corporazione 21 maestri e si elessero un rettore. Più che di una creazione ex novo si trattò dell'unificazione e del coordinamento dei corsi già esistenti, cui si aggiunse il diritto di concedere gradi accademici in virtù di un privilegio accordato dal papa.

In un'altra città, anch'essa antica sede di studi scientifici in Germania, cioè ad Erfurt, il consiglio cittadino sollecitò ed ottenne nel 1378 dal papa avignonese Clemente VII una bolla che permetteva l'istituzione di una università; poi nel 1389 ne ebbe una seconda dal papa romano Urbano VI. L'università si aprì nel 1392; essa fu in sostanza alimentata con i benefici delle chiese collegiate di S. Maria e di S. Severino ad Erfurt.

Con queste due, sembrò che si fosse per il momento soddisfatto alle esigenze dell'impero tedesco in fatto di università. Nelle due generazioni successive ne sorsero solo altre due. La prima fu fondata nel 1409 a Lipsia in seguito all'emigrazione da Praga dei maestri e scolari tedeschi provocata dalle ingiuste preferenze accordate alla nazione boema. Dieci anni dopo le regioni litoranee orientali della Germania ebbero la loro prima università a Rostock, dove furono coltivati specialmente gli studi giuridici (1419).

Ma in seguito nella seconda metà del XV secolo vediamo sorgere non meno di sette università in varie parti dell'impero. Apre la serie quella di Greifswald, della quale vero e proprio fondatore deve considerarsi un ricco cittadino, Enrico Rubenow (1456). Alla stessa epoca erano già in corso le predisposizioni per la fondazione di una università a Friburgo, auspice il signore territoriale del paese, Alberto, fratello dell'imperatore Federico III; l'università sorse poi infatti nel 1459, e nello stesso anno si aprì a farle concorrenza anche l'università di Basilea; però essa non prese lo sviluppo sperato. In quel tempo papa Pio Il aveva già dato al duca Guglielmo di Baviera il consenso alla fondazione di una università nei suoi territori; essa sorse poi ad Ingolstadt nel 1471.

Dopo di questa si aprì nel 1473 una università a Treveri, per la quale la bolla di fondazione era stata ottenuta sin dal 1450, e nel 1476 un'altra università renana a Magonza; queste due ultime scuole superiori del resto non rappresentarono che l'unificazione ed il coordinamento di scuole artistiche e teologiche già esistenti, che formarono una corporazione munita del diritto di conferire gradi accademici. Vera creazione ex novo fu invece l'università di Tubinga, fondata nel 1477 dal conte Eberardo di Wurttemberg.

In questo stesso periodo poi sorsero anche due università scandinave: ad Upsala nel 1477 ed a Copenaghen nel 1479; l'ordinamento di quest'ultima si modellò sull'università di Colonia che sino allora era stata frequentata a preferenza delle altre dagli scandinavi.
Le ultime università fondate nel Medio-Evo in Germania appartengono già al XVI secolo; furono i due elettorati settentrionali che alla fine sentirono anch'essi il bisogno di possedere una università propria. E così sorse prima nel 1502 l'università di Wittenberg e nel 1506 quella di Francoforte sull'Oder.

L'università di Wittenberg fu la prima università tedesca istituita senza autorizzazione pontificia; la sua fondazione fu consentita da un privilegio imperiale; tuttavia un legato papale le concesse il diritto di conferire gradi accademici in teologia ed in diritto canonico, ed in seguito anche il papa riconobbe ai membri dell'università le prerogative d'uso. Mai più immaginava che proprio in questa università stava formandosi un monaco ventenne che andrà a sconvolgere la Chiesa: Martin Lutero (1483-1546)

Le accennate università tedesche non giunsero tuttavia nel Medio-Evo ad agguagliare le più antiche e celebrate università francesi ed italiane. Chi voleva approfondirsi nelle scienze ed aveva mezzi per farlo, dopo aver posto le basi della sua cultura nelle università nazionali, era solito andare a perfezionarsi a Parigi od in una università italiana. E a tale riguardo Parigi conservò il suo vecchio primato nel campo della teologia e della filosofia, mentre le università italiane, come Bologna, Padova, Pavia, ecc. si posero alla testa nel campo delle scienze più moderne, del diritto romano e della letteratura classica.
Spesso si cercò nel fondare una nuova università di dotarla di insegnanti provenienti dalle famose università più antiche.

Per quanto, come già si rileva dalla breve rassegna finora fatta, ogni università abbia avuto caratteristiche sue particolari ed una storia tutta sua, pure l'ordinamento ed il funzionamento di tutte le università europee del Medio-Evo é nelle sue linee fondamentali identico.
Uguali erano i privilegi che godevano ovunque insegnanti e scolari; dappertutto essi erano esenti da imposte e dalla giurisdizione comune. In tutte le università un'autorità é incaricata di vigilare a che non fosse conferita l'abilitazione ad insegnare a persone che ne fossero indegne; tutte hanno un rettore elettivo, che di regola dura in carica un semestre ed è il vero e proprio capo dell'università, ed insieme col «senato», composto dei docenti rivestiti dei gradi più elevati, esercita la giurisdizione sui membri della corporazione; tutte finalmente presentano, per quanto non ugualmente sviluppate e complete, le quattro facoltà con a capo un preside proprio, con un proprio sigillo e con autonomia amministrativa.

Oltre alle facoltà esistevano, come già accennammo, in seno all'università altre corporazioni minori, i collegi o «borse», che talora avevano la qualità di membri più o meno subordinati delle singole facoltà o nazioni, talora stavano accanto alle facoltà o nazioni con la qualità di membri della universitas. Così vi erano case istituite dai vari ordini monastici per i rispettivi affiliati; gli interni in questi collegi rimanevano monaci, ma partecipavano alle dispute pubbliche ed agli atti ufficiali dell'università.

In più immediato contatto con l'università stavano gli altri collegi o borse, benché fossero poi molto variamente organizzati internamente. In senso stretto per collegi si intendevano delle corporazioni di maestri, i quali, conservandosi celibi, facevano vita comune in determinate case, con l'osservanza di appositi statuti o regole che per lo più assomigliavano alle regole degli ordini monastici. Invece le così dette borse erano in origine quelle destinate agli studenti; e si trattava o di grandi istituti costituiti per fondazione o di minori edifici organizzati da maestri e baccellieri a fine di lucro.
I prezzi ed il corrispondente trattamento erano diversi, e ciascun studente poteva scieglierne uno migliore o più modesto a seconda dei propri mezzi. Nelle borse si impartivano anche lezioni, soprattutto per gli scolari più giovani e che non avevano avuto una sufficiente preparazione.

I corsi universitari erano in origine annuali e non semestrali. L'anno scolastico andava dall'autunno all'autunno successivo, interrotto da periodi di ferie; un periodo più lungo nell'alta estate; periodi più brevi a Natale, a Pasqua e Pentecoste.
Tuttavia anche durante le ferie la vita universitaria non si arrestava del tutto; di regola cessavano solamente le lezioni ordinarie, ma si continuavano a tenere lezioni straordinarie, dispute ed esercitazioni.

Nel corso del XV secolo spuntò l'uso di dividere l'anno scolastico in due semestri di studi, consuetudine mantenutasi sino ai giorni nostri ad es. nelle università tedesche.
Le università medioevali ebbero un carattere assai differente dalle università moderne; esse, per lo meno in generale ed in via principale, non perseguivano lo scopo di coltivare l'indagine scientifica ed ampliare il campo delle conoscenze e nemmeno quello di preparare gli studenti ad una determinata carriera professionale.
Le università nel Medio-Evo erano (e tali rimasero per molto tempo anche oltre il Medio-Evo) semplici istituti di cultura generale, una specie di scuole di grado superiore, dalle quali in fondo non si distinguevano se non per la facoltà che avevano di conferire gradi accademici che abilitavano chi li aveva conseguiti ad insegnare lui stesso nelle università.
Questi gradi accademici potevano ottenersi in parecchie facoltà secondo un determinato ordine di progressione. Tra le facoltà infatti intercorreva un rapporto di precedenza; prima veniva la facoltà di teologia, poi quella di giurisprudenza, poi quella di medicina, ultima quella degli artisti; esse erano considerate di volta in volta superiori l'una all'altra, ed i gradi accademici conseguiti in ciascuna; ed erano gradini sempre più elevati di cultura scientifica che non si era autorizzati a salire se non in progressione, uno dopo l'altro.

I gradi accademici conferiti dalle università erano poi tre: il più basso quello di baccelliere, al di sopra di esso quello di licenziato; il grado massimo era nella facoltà degli artisti quello di magister, nelle tre facoltà superiori quello di doctor. I requisiti richiesti per il conseguimento di questi titoli accademici erano considerevolmente diversi nei vari luoghi. In generale per il più basso grado accademico, quello di baccelliere nella facoltà artistica, si richiedeva una età minima di 17 anni e per lo meno un anno e mezzo di studi; al dottorato in teologia, che era considerato il grado supremo, non potevano invece aspirare che docenti di almeno 30 anni i quali avessero dato prova di capacità didattica in un periodo non breve di insegnamento.

Nell'insegnamento i professori universitari non godevano della libertà di cui godono al presente. Essi erano obbligati a seguire il sistema tradizionale; erano prescritti i testi sui quali dovevano svolgersi le singole lezioni nonché i commentari ai medesimi e persino il metodo con cui dovevano essere trattati testi e commenti.
Anche agli scolari non era lasciata quasi nessuna libertà; era per lo più nei dettali stabilito quali corsi dovessero seguire, quali esercitazioni frequentare per ottenere un determinato grado accademico e persino l'ordine che erano tenuti ad osservare nella iscrizione ai vari corsi di lezioni.

Molte altre disposizioni miravano a costringere gli studenti a frequentare regolarmente le lezioni, e non era rara l'esistenza perfino di multe per gli studenti negligenti. Anche la condotta degli studenti nella vita ordinaria era oggetto di svariate disposizioni: precetti sul modo di vestire, divieti di portare armi, di frequentare i balli, le osterie e di giocare a carte e a dadi.
Inoltre i pensionanti delle borse vivevano sotto una continua sorveglianza. Che la naturale vivacità giovanile non si lasciasse completamente imbrigliare lo dimostrano le lagnanze che risuonavano da ogni lato sugli eccessi della gioventù studiosa, una buona parte della quale si perdeva nel vortice dei piaceri.
Sono note pure le angherie cui, specialmente nelle borse delle università, gli studenti anziani sottoponevano i «beani» (in Germania) o novellini (le matricole in Italia), nella cosiddetta «deposizione».

Il numero degli studenti che frequentavano le università medioevali non era così grande come per molto tempo si è ritenuto; le matricole di moltissime vecchie università che sono state di recente pubblicate danno per le università della Germania vera e propria (quindi escluse Praga e Vienna) le seguenti cifre: verso il 1400 le tre università tedesche allora esistenti furono frequentate in complesso da 800 studenti; una generazione dopo le cinque università esistenti ebbero una popolazione studentesca complessiva di 1500 studenti in cifra tonda; questa somma, col crescere del numero delle università e per effetto evidente del diffondersi dell'umanesimo, aumenta del doppio fino al fine del secolo XIV; e finalmente al principio del XVI secolo vediamo che nelle dodici università già sorte fino allora sono iscritti circa 9200 studenti, cifra che in seguito decresce di molto e non viene di nuovo raggiunta e superata se non molto più tardi.

Ad ogni modo è certo che sulla fine dei Medio-Evo le università riversarono annualmente nella vita pratica una sempre crescente valanga di giovani, che in parte andavano ad occupare le alte cariche ecclesiastiche, in parte entravano nella magistratura giudiziaria o nelle amministrazioni pubbliche dello Stato e dei comuni; con costoro cominciò a formarsi un nuovo ceto numeroso destinato ad essere la futura classe intellettuale dirigente delle varie nazioni.

La scienza particolare del Medio Evo è la scolastica, il connubio cioè della teologia e della filosofia; suo scopo era di dare fondamento razionale al dogma religioso, di giustificarlo al lume della ragione e dimostrarlo logicamente vero. La scolastica non intende elaborare i fatti contenuti nell'evangelo cristiano ed i principii che ne scaturiscono per costruire un sistema di filosofia cristiana, ma si propone, come indica il suo stesso nome, di mostrare come si possano con un metodo da fissarsi e perpetuarsi nella scuola sviluppare e giustificare i dogmi già affermati dalla chiesa relativamente a quei fatti e principi.

La scolastica sorse verso la fine dell'XI secolo, nell'epoca cioè in cui la chiesa sotto la guida di Gregorio VII si emancipò dallo Stato. Il suo primo rappresentante fu l'italiano Anselmo, un fautore del papato e del sistema curiale, che fu posto a capo della chiesa inglese quale arcivescovo di Canterbury (m. 1109). Anselmo era convinto che la razionalità e l'ineluttabilità della fede cristiana, quale unica vera, si poteva dimostrare agli stessi infedeli e si assunse questo compito relativamente ai due punti principali della dottrina cristiana; il concetto della divinità ed il dogma della redenzione.

Il trionfo del metodo scolastico fu però dovuto in seguito ad Abelardo, il quale con la sua brillante dialettica assistita da una vasta cultura conquistò completamente al nuovo metodo il pubblico dei suoi tempi. Abelardo, come già vedemmo, fu pure il vero e proprio fondatore dell'università di Parigi e quindi della scienza del tardo Medio-Evo che rimase basata sul metodo divulgato dall'università parigina.

Una fase ulteriore di sviluppo si aprì per la scolastica quando il mondo occidentale poté acquistare una conoscenza più vasta e completa dei risultati della speculazione filosofica antica; il che avvenne allorché furono note in occidente le opere complete di Aristotele. Nel corso del XII secolo vi immigrò e vi si diffuse per prima la logica del filosofo di Stagira; ma più importante ancora fu il fatto che in seguito per il tramite degli arabi vi penetrarono anche gli scritti (ancora del tutto ignoti) di Aristotele riguardanti le scienze naturali e le sue opere psicologiche, metafisiche ed etiche, insieme col lavoro esegetico accumulato attorno ad esse dalla scienza maomettana e giudaica degli ultimi secoli, riassunto nei commentari dei suoi più eminenti rappresentanti, gli arabi Averroe e Avicenna ed il filosofo Moisé Maimonides.

Il compito di divulgare nella società medioevale tutto questo nuovo materiale scientifico rielaborato col metodo proprio del Medio-Evo se lo assunsero per i primi i due ordini mendicanti, i quali, animati ancora da giovanile energia e da un fecondo spirito di emulazione reciproca, cercavano a gara di impadronirsi dei vari campi del sapere. In quest'opera si segnalò dapprima il francescano Alessandro di Hales, che mori nel 1245 professore a Parigi, ma la parte preminente vi fu rappresentata dai due astri maggiori dell'ordine domenicano, Alberto e Tommaso.

Alberto, uno svevo della famiglia dei conti di Bollanden, soprannominato Magno od anche doctor universalis (1193-1280) é il vero tipo dell'enciclopedico nutrito del nuovo materiale di sapere, un poliedrico, genere del quale per l'appunto il suo ordine offre parecchi esempi. La sua attività fu precipalmente diretta a rendere intelligibili ai teologi le nuovi fonti e ad insegnarne l'utilizzazione agli scopi della scuola teologica. Per più di dieci anni egli si impegnò esclusivamente al lavoro preliminare di rendersi padrone di tutto il patrimonio del sapere contenuto nelle opere dei greci e dei loro commentatori; poi si dedicò a diffondere la dottrina peripatetica con l'insegnamento e con gli scritti.

Ma il primo che affrontò il compito di organizzare fin nei minimi particolari il nuovo e vecchio materiale in un vasto sistema e nel tempo stesso di elaborare e svolgere le dottrine aristoteliche in modo che servissero ai fini della teologia mediante commentari il cui metodo è desunto da Averroe, fu il più famoso tra gli scolari di Alberto Magno, il doctor angelicus, Tommaso di Aquino (1225-74). I problemi teologici agitati nella patristica ed i dogmi ecclesiastici del suo tempo, i problemi di filosofia, di psicologia, di etica e di scienze sociali dibattuti nell'antica scienza greca: tutto fu preso in esame da Tommaso e nella sua Summa di teologia ridotto ad un sistema teologico-filosofico che nella sua universalità riflette l'immagine dell'autorità universale della chiesa.

Comunque Tommaso rinunzia al metodo semplicista di Anselmo, che pretendeva poggiare su basi razionali tutto il dogma cristiano. Tommaso invece distingue tra la filosofia naturale, pagano-aristotelica, comprendente i principi giustificabili razionalmente, e la verità rivelata, la quale in ultima analisi é un mistero divino, rispetto al quale occorre accontentarsi di dimostrare che esso è per lo meno verosimile, che non urta contro la ragione.

A questo modo il grande teologo ha potuto accettare Aristotele senza dover rinunziare in alcun punto al dogma; ché anzi le dottrine aristoteliche sembrarono dare a quest'ultimo un ancor più saldo fondamento. E questa fu anche la convinzione della chiesa cattolica, per la quale ancora oggidì la Summa di Tommaso di Aquino costituisce il principale manuale di dogmatica.

All'aquinate però non mancarono contraddittori nello stesso Medio-Evo; fra costoro ci si presenta per primo l'inglese Giovanni Duns Scoto, il quale nato nel 1265, dopo aver compiuto i suoi studi ad Oxford, entrò nell'ordine dei francescani ed insegnò con grandissima autorità a Parigi, finché i suoi superiori non gli imposero nel 1308 di passare a Colonia, dove morì nello stesso anno, appena agli inizi di una operosità scientifica molto promettente.

In contrasto con S. Tommaso d'Aquino, Duns Scoto assegnò al dominio della filosofia molti più ristretti confini, negandole ogni diritto di ingerirsi in questioni soprannaturali; filosofia e verità rivelata sono per lui due campi molto più nettamente distinti che non per l'aquinate.
Inoltre, in contrasto con S. Tommaso che subordina la volontà alla facoltà intellettiva, Duns Scoto afferma la libertà d'arbitrio dell'uomo in confronto alla natura soggiacente alla legge di necessità. Tutte le facoltà umane, materiali e spirituali, sono subordinate alla volontà, tutti gli istinti sono da essa dominabili. Se anche le facoltà intellettive dell'uomo sono sottoposte alla legge di necessità naturale (giacché il pensiero è un processo naturale e quindi necessario), nel campo della volontà regna l'arbitrio, perché il volere é un processo assolutamente libero.

Sono idee queste che, superando lo stadio di evoluzione del pensiero di Tommaso d'Aquino, preludono a tempi nuovi. Duns Scoto, per quanto col metodo scolastico da lui portato al massimo grado di perfezione in grazia della sua dialettica, del suo incomparabile acume, della serietà della sua critica scientifica e del rigore dell'argomentazione, ha preparato il terreno alla critica del XV e XVI secolo.

In fondo in fondo Duns Scoto col sostenere il divorzio tra la fede e la scienza veniva a distruggere le basi della scolastica che ne tentava invece il connubio.

Ancor più nettamente separò i due campi il suo connazionale Guglielmo Occam, dimostrando addirittura l'irrazionalità del dogma. Ciò nonostante non si arrivò nel Medio-Evo alla costruzione di un nuovo sistema teologico differente da quello dell'aquinate ed il metodo scolastico si perpetuò nelle università tradizionalmente sino al XVI secolo. La dialettica peraltro degenerò sempre più in vuoto formalismo od in inutili sottigliezze, vizi dei quali si riscontrano del resto già i primi segni nelle opere di S. Tommaso.

Il metodo scolastico non regnò nel Medio-Evo esclusivamente nel campo della teologia e della filosofia; esso invase anche il dominio delle altre discipline, come la letteratura, il diritto e le scienze naturali. Tuttavia, pur con tal metodo, si raggiunsero notevoli risultati, paragonabili solamente ai risultati scientifici di epoche migliori. Venne coltivata la sintassi e la grammatica, e non più con esclusivo riguardo alla lingua della chiesa, il latino. Le lingue nazionali guadagnarono sempre più terreno a detrimento di quest'ultimo, e noi vediamo che già' a principio del XIV secolo Dante tratta anche teoricamente della lingua italiana nell'intento di creare una lingua scritta comune e fissarla con regole grammaticali.

Molta cura fu pure dedicata agli studi di diritto. Il corpus iuris civilis di Giustiniano venne minutamente chiosato con un lavorio che richiese uno sforzo non comune di ingegno e di memoria. Per converso le materie giuridiche offrirono alle sottigliezze ed agli artifici dialettici della scolastica un campo nel quale essi potevano germogliare e fruttificare a piacere. E quindi gli scolastici non hanno fatto gran che per quel che concerne la conoscenza scientifica del diritto romano; ma si sono sforzati di far penetrare nella vita pratica i concetti ed i principi di questo diritto, prepararono semmai il terreno alla sua recezione.

É poi alla scuola del diritto civile che si formarono pure i canonisti o decretisti, i quali si impegnarono in seguito a trattare scientificamente il diritto canonico, ormai separato dalla teologia. I loro lavori perseguono il fine pratico di compilare - eliminando tutta la mole disordinata dei decreti e canoni spesso contraddittori dei papi, dei concili, dei padri della chiesa - un manuale di diritto adatto a servire all'uso pratico.

Questo scopo fu raggiunto verso il 1150 dal già ricordato prete bolognese Graziano. Il suo "Decretum" divenne poi il primo codice di leggi della chiesa ed il primo nucleo della posteriore edificazione del sistema del diritto canonico cattolico, di quella unificazione legislativa che era condizione indispensabile all'unità della chiesa.

Le stesse scienze naturali e le matematiche, per quanto poco adatte all'applicazione del metodo dialettico, non furono trascurate completamente nell'epoca della scolastica. La conoscenza acquistata degli scritti di fisica di Aristotele non rimase senza frutto. Già Alberto Magno si acquistò dei meriti di carattere duraturo nel campo della botanica.
Attitudine e genialità ancor maggiore nelle scienze positive manifestò il francescano Ruggiero Bacone (1219-94); egli appoggiò fin da allora quella riforma del calendario giuliano che non fu attuata se non tre secoli più tardi, ed assurse fino alla ideazione di macchine aerostatiche, di mezzi di trazione automatici, di strumenti ottici di ingrandimento, ecc.;
In altri punti invece questo ardito ingegno si manifesta ancora completamente dominato dalle superstizioni del suo tempo, e perciò, attribuendo alle pietre ed alle piante facoltà misteriose, egli abbassò la chimica al grado di alchimia e l'astronomia al grado di astrologia, impedendo per lungo tempo il progresso positivo di queste scienze.

Tuttavia si incontrano fin da allora dei dotti che entrarono in lizza contro queste pseudo-scienze, come Enrico di Langenstein, matematico e teologo ad un tempo, il quale scrisse un trattato contro gli astrologi e le loro menzogne.
Coltivata con amore fu anche la medicina, anche fuori delle università; si studiarono gli scritti degli antichi e degli arabi in questa materia e si seguirono spesso le loro indicazioni nell'esercizio pratico dell'arte salutare. Ma le scienze mediche non poterono fare ulteriori progressi per la mancanza dei metodi e dei mezzi di indagine indispensabili; la chirurgia, per quanto si incontri anche qualche cattedra speciale in questo ramo, rimase tuttora assai frequentemente abbandonata ad incolti barbieri e bagnini. Già vediamo tuttavia che alcune volte i corpi dei delinquenti giustiziati vengono ceduti alla scienza a scopo di studi anatomici.

Solo il XVI Secolo fu caratterizzato da un’importante fase evolutiva in ambito medico, incentivata in particolare dagli studi di Leonardo da Vinci (1452-1519), che lasciò alla sua morte notevoli tavole anatomiche. In realtà, tuttavia, tale periodo fu dominato dall’eccezionale figura di Andrea Vesalio, l'uomo che rinnovò l'arte medica nel Rinascimento. (vedi qui la sua BIOGRAFIA > )

La geografia finalmente trasse profitto per l'ampliamento e l'arricchimento delle sue conoscenze dalle crociate, dai viaggi dei missionari e dei mercanti e dalle informazioni recate da alcuni arditi navigatori, come il veneziano Marco Polo (1254-1323) che si spinse fino in Cina e nel Giappone.

Ma è nel successivo secolo che si inensificarono le esplorazione, e non mancarono le sorprese !! Il mondo conosciuto divenne il doppio.

Vedi in "LE GRANDI ESPLORAZIONI"

Lasciamo ora questo argomento, rimaniamo in questo periodo
e passiamo a quello letterario

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