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188. - 3.- 4.) LA RESTAURAZIONE - IL RIORDINAMENTO DELL'EUROPA


3. - IL PERIODO DELLA RESTAURAZIONE IN FRANCIA
4. - L'INGHILTERRA PRIMA DELLA LEGGE RIFORMATRICE

 

3. - IL PERIODO DELLA RESTAURAZIONE IN FRANCIA

Oltre un rapido progresso materiale, la Francia deve, nel campo spirituale, all'età della restaurazione, una poesia lirica notevole, una storiografia ricca d’idee e una pagina gloriosa nella storia della conoscenza della natura; mentre dopo, i Francesi hanno da incolpare sé stessi, se, dopo tante snervanti scosse dal basso e dall'alto, non giunsero finalmente ad assuefarsi ed adattarsi a una ordinata libertà.
Dopo la seconda restaurazione il Re Luigi XVIII, sotto l'influsso dello Zar, aveva riconosciuto giusto di non doversi comportare più come il Re dei suoi antichi compagni di sventura, avendogli lo sfacelo della prima restaurazione, causato dalla cecità dei suoi fautori, permesso di aspirare ad una maggiore indipendenza, di fronte a costoro.

A dire il vero, quel principe, politicamente non inetto - il conte d'Artois - non si liberò mai da una certa soggezione all'appassionato suo fratello ed erede, che rimase con cavalleresca gentilezza il prototipo degli amici della vecchia Francia e degli incorreggibili campioni di un ritorno politico ed ecclesiastico al passato. Ma, consigliato dal patriottico duca di Richelieu, che aveva portato con se dal posto di governatore d'Odessa la fiducia della Russia, e in seguito consigliato anche con maggiore efficacia dal suo noto favorito, il versatile duca di Decazes, affine a lui per l'autentico buon senso francese, egli volle onestamente essere il Re dei Francesi, il Re dell'intera Francia, e non di un partito, paragonandosi al grande suo antenato, Enrico IV, che adempì all'ufficio di formare, per così dire, di due popoli uno solo. In realtà le migliaia di emigrati rimpatriati, da un lato e le centinaia di migliaia di venuti su con i progressi degli ultimi vent'anni, dall'altro, formavano due campi separati, dispuntantisi il terreno, sul quale si trovavano.

La costituzione, concessa da Luigi XVIII (1814), con la camera dei pari, in fin dei conti, di nomina regia, e con la camera dei deputati scelta da elettori, forniti di un alto censo, doveva diventare per l'attività in comune uno strumento di conciliazione. Ciò non di meno nel settembre 1816 bisognò risolversi a sciogliere la così detta camera «introvabile», che in grazia di un procedimento elettorale, mutuato dall'età napoleonica, rappresentava il più gretto punto di vista degli antichi emigranti; quegli ultra realisti non solo avrebbero preteso la maggior parte delle cariche e del possesso fondiario come proprietà vacante e spettante ad essi, ma avevano anche tentato d'imporre alla Corona riluttante, contro la lettera e lo spirito della costituzione, un ministero a loro gradito.

All'incontro i cosiddetti dottrinari, che, per un certo tempo, formarono insieme con i conservatori moderati il partito governativo, avevano difeso l'autorità del Re, quantunque tormentassero i ministri, anche quando ne approvavano l'opera avviata, con la petulante prepotenza e con l'orgogliosa loro deficienza di riguardi. Ma essi tuttavia non riuscirono a mandare a vuoto l'attuazione del più profondo desiderio del cuore degli ultralegittimisti, l'abolizione cioè del Concordato napoleonico. Questo accomodamento, concluso nel 1801, e pubblicato nel 1802, come legge dello Stato, insieme con l'aggiunta degli articoli organici, emananti dal solo Napoleone, aveva assoggettato la restaurata Chiesa romano-cattolica ad un (si disse allora) ben ponderato diritto ecclesiastico statale.

( i precedenti:

Napoleone era personalmente incline alle idee rivoluzionarie e, in fondo, religiosamente indifferente, se non proprio libero pensatore; la religione per lui contava solo in quanto fattore politico: infatti egli vedeva chiaro che soltanto il Cristianesimo poteva servire da fondamento etico dell'Europa e da tessuto connettivo della compagine sociale. Ed in questo fu anche molto coraggioso perchè si mise contro i politici imbevuti di idee illuministiche, i generali, i letterati, i giornalisti, la borghesia colta e intellettuale; ma egli sapeva che gran parte del popolo francese voleva ritornare alla religione cattolica, che egli riteneva congenita-educativa, perchè atavica. Infatti secondo Napoleone il cattolicesimo aveva tenuto insieme la famiglia e il borgo, aveva difeso alcuni valori, e nei riti aveva dispensato commozione e spiritualità. "... Ho bisogno del Papa... lui solo può riorganizzare i cattolici di Francia nell'ubbidienza repubblicana".
Napoleone con il suo realismo politico seppe valutare l'ascendente della religione sulle masse e il suo valore come garanzia di ordine sociale, strumento per conciliare gli uomini all'idea dell'ineguaglianza e per renderli disposti ad obbedire all'autorità terrena. L'opera di pacificazione e di riconciliazione intrapresa da Napoleone esigeva quindi la pace religiosa, indispensabile per sanare le aspre divisioni interne che si erano venute a creare con la nuova religione, che anziché unire, dividevano. Insomma la "religione del culto della ragione" dopo dieci anni era fallita, scarsa l'influenza sul popolo e grande  il danno in molti apparati della vita civile, prima in mano alla chiesa. 
Nella celebre allocuzione al clero di Milano del 5 giugno 1800 (Te Deum in Duomo, dopo la Vittoria di Marengo) Napoleone espresse pubblicamente la convinzione che la religione fosse indispensabie come sostegno allo Stato ed espresse la sua volontà di riconciliare la Francia con il Papato. Furono allacciate presto le trattative. Si giunse ad una conclusione solo quando, in seguito ad un ultimatum di Napoleone, lo stesso segretario di stato cardinal Consalvi comparve a Parigi.
Nonostante mille difficoltà (opposizione anticlericale in Francia, opposizione di Luigi XVIII, opposizione della Chiesa costituzionale, opposizione del clero gallicano francese) fu stipulato il CONCORDATO "CONSALVI" (Ecclesia Christi), in 17 articoli, il 15 luglio 1801. Furono così poste nuove fondamenta legali alla Chiesa in Francia; per il suo adeguamento al moderno stato di cose.
Il cardinale Consalvi era un i
ntelligente segretario di stato della Chiesa, un abile politico.
A soli 43 anni aveva già raggiunto le più alte cariche  nella curia romana. All'appena eletto PIO VII troviamo lui al suo fianco, e subito si preannunziò un clima nuovo e più liberale. Fu infatti  lui il padre di questo "Concordato" e quindi a normalizzare i rapporti della Santa Sede con Napoleone. Non senza problemi con i vecchi cardinali conservatori. 
Ma poi anche con Napoleone le cose non andarono molto lisce:
non mantenne i patti. Anzi fece segretamente redigere 77 ARTICOLI ORGANICI che furono pubblicati, insieme al Concordato, il 18 aprile 1802, quasi come parte integrale di quello. Erano articoli interamente dominati di gallicanesimo e contrastavano con le disposizioni del Concordato. In questi articoli organici tutti i decreti del Papa e dei sinodi stranieri venivano subordinati al placet statale, gli articoli gallicani del 1682 venivano dichiarati obbligatori per i docenti dei seminari, si ammetteva un unico catechismo approvato dal governo, si proibiva la convocazione di sinodi e la permanenza di legati pontifici in Francia senza il permesso del governo, si ammetteva il ricorso al consiglio di stato contro il tribunale ecclesiastico, si introduceva una distinzione tra parroci cantonali (curés) e parroci succursali (desservantes) molto piu numeorsi, ma scarsamente retribuiti e senz'altro più facilmente amovibili.
Il Papa protestò definendo inaccettabili 21 dei 77 articoli organici. Napoleone non se ne curò.

Riapertosi il conflitto fra la Santa Sede e Napoleone,
Consalvi fu costretto ad abbandonare la segreteria di stato nel 1806 e recarsi in esilio in Francia, dove però si adoperò per indurre il papa a sconfessare nel 1913 il concordato e gli articoli organic di Fontaineblue. (Lo leggeremo più avanti).
Consalvi poi alla caduta di Napoleone, ritornò ad essere il protagonista al congresso di Vienna con la ricostituzione integrale dello Stato della Chiesa. Riottenuta la carica di segretario di stato, diede ai domini pontifici una  struttura politico-amministrativa moderna accentrata e uniforme, ma sempre tenendo conto dei mutamenti introdotti da Napoleone, conservando perfino molte sue leggi (come il codice di commercio). Struttura che rappresentò un grande progresso rispetto a quella prima esistente nei domini papali. Uomo nuovo, risoluto, capace, moderno, e proprio per questo Consalvi fu sempre combattuto dai cardinali più conservatori. Appena morì PIO VII, il 20 agosto 1823 riuscirono a farlo allontanare e a non "nuocere" più. L'anno dopo morì pure lui. La Chiesa ritornò in mano ai conservatori, all'ostinazione dei tradizionalisti, con le conseguenze di creare enormi fratture in un mondo che stava mutando profondamente.

Qui non é il caso di decidere che cosa abbia allora indotto la Curia ad accettare o almeno a tollerare (anche se non tutti) quegli articoli organici. Ma in seguito (come abbiamo detto sopra) Pio VII accortosi di essere stato giocato, ritrattò il tutto con una lettera datata 25 gennaio 1813, che...la Francia ha però tenuta nascosta per oltre un secolo, infatti è stata ritrovata solo nel 1962.

"...Apres maints assauts endures pendant plusieurs jours, auxquels nous avons oppose' une resistance farouche, sans ceder aux requetes de l'Empereur, effraye' par les maux tragiques que notre tenacite' aurait fini par causer, nous avons eu peur pour la religion et l'Eglise, et non pas pour notre propre personne pour laquelle, Dieu en est temoin, nous n'avons jamais e! prouve' la moindre crainte et, ignorant encore le veritable etat des choses, nous avons signe'...douze articles destines a servir de base a un reglement definitif des litiges suscites depuis quelques annees par les matieres ecclesiastiques. Nous avons malheuresement realise' presque immediatement notre surprise et notre erreur, et le ciel nous en est temoin qu'a compter de ce moment, nous n'avons plus connu ni paix ni repos et qu'en proie aux remords et au repentir, nous melons constamment, comme le royal prophete, notre boissons a nos pleurs car nous jugeons trop grave le dommage que nous avons cause' a l'Eglise et au Saint-Siege par les dispositions et le concessions contenues dans les articles sus-dits; nous sommes conscient de les avoir utilises non pas pour l'edifications, mais pour la destruction du pouvoir que Dieu nous a confere' dans la conduite de son Eglise".
(IN ITALIANO - "...Dopo infiniti attacchi durati per diversi giorni, ai quali abbiamo opposto una resistenza feroce, senza cedere alle richieste dell'Imperatore, spaventati dai tragici mali che la nostra tenacia avrebbe finito per causare, abbiamo temuto per la religione e per la Chiesa, e non per la nostra propria persona per la quale, Dio ne e' testimone, non abbiamo mai provato il benche' minimo timore e, ignorando ancora il reale stato delle cose, abbiamo firmato...dodici articoli destinati a servire di base ad una regolamentazione definitiva delle controversie suscitate da qualche anno in materia ecclesiastica. Abbiamo purtroppo realizzato quasi immediatamente la nostra sorpresa ed il nostro errore, e il cielo ci e' testimone che a partire da quel momento, non abbiamo piu' conosciuto pace ne' riposo e che in preda ai rimorsi e al pentimento, mescoliamo costantemente, come il real profeta, la nostra bevanda al nostro pianto giacche' giudichiamo troppo grave il danno che abbiamo causato alla Chiesa e alla Santa Sede attraverso le disposizioni e le concessioni contenute negli articoli sopradetti; siamo coscienti di averli utilizzati non per l'edificazione, ma per la distruzione del potere che Dio ci ha conferito nella condotta della sua Chiesa". 

Ma questo documento è stato intenzionalmente tenuto nascosto da Napoleone, che continuava a sostenere che l'accordo era stato al Papa "Ispirato dallo Spirito Santo".  
Testo tratto da un articolo di Padre Alessandro Galuzzi, Superiore Generale dei Frati Minimi, titolare della Cattedra di Storia della Chiesa Moderna alla Pontificia Universita' del Laterano in TRESORS DU VATICAN/La Papaute' a Paris - Centre Culturel du Pantheon, Paris 1990.  (Inviatami da:  G. d'Ottaviano Chiaramonti).

Ora é fuori dubbio che la nuova Corona, mediante quel concordato concluso col papa - prescindendo affatto dagli articoli organici - esercitava rispetto alla Chiesa, per esempio, nell'investitura dei vescovi, delle funzioni, che non permettevano realmente di rimpiangere il passato.
Ma il concordato si opponeva però al ritorno nelle antiche sedi dei vescovi monarchici, allontanati fino dal 1792, di quei vescovi, che avevano preferito I'esilio alla costituzione civile del clero, e si erano, a dispetto della Curia, rifiutati al momento della conclusione del concordato, di rassegnarvisi.

Questi emigrati ecclesiastici insistevano perchè, a somiglianza dei prìncipi, e dei loro pari nobili, anche essi riconquistassero gli antichi titoli; e i possessi, come il Re aveva riacquistato la sua corona. Se costoro la spuntavano con le loro pretese c'era poco da obiettare in teoria contro la completa restituzione dei beni a tutti gli ecclesiastici emigrati. Per disgrazia si fece però strada nell'animo della dinastia restaurata il concetto che un concordato, strappato dall'«usurpatore» al pontefice Pio VII, non s'accordasse con la dignità della monarchia.
Forse al desiderio del Re avrebbe meglio di tutto corrisposto una revisione dei concordato, ma gli ultralegittimisti lo indussero a considerarlo come inesistente, perché napoleonico e quindi estraneo alla legittima autorità della Corona, e a sostituirlo con uno del tutto nuovo.

Per quanto erroneamente si credesse che non sarebbe stato difficile ottenere, con l'abrogazione degli articoli organici, il consenso della Curia, il PIO VII oppose al principio di una strana legittimità quello dell'infallibilità della Chiesa, per il quale non s'intendeva di sacrificare i vescovi, istituiti in forza del concordato, ai loro avversari.
Quindi le trattative, intavolate in Roma subito dopo la prima restaurazione, si arenarono, é solo dopo la seconda restaurazione nel 1816 si ripresero e si condussero, con in mezzo vari incidenti, nel 1817 alla conclusione d'un nuovo concordato fra il papa ed il Re.
Ben presto si procedette alla nomina di nuovi vescovi. In forza di questo accordo fu, con la pura é semplice abrogazione degli articoli organici, sostituito al concordato del 1802 quello del 1516, che, a prescindere dall'ordinamento, convenuto fra Leone X e Francesco I, del diritto di conferire i benefici ecclesiastici, era già antiquato e inservibile molto prima della rivoluzione.

L' annullamento, che esso stabiliva, della libertà gallicana era stato durante i quattro secoli oggetto di continue contraddizioni per parte dei tribunali. Dovevano ora introdursi di nuovo le '"annate"? Un ingente aumento del numero dei vescovadi esigeva nuovi carichi dello Stato. Tutto ciò senza qualsiasi garanzia delle pretese statali riguardo al diritto ecclesiastico e senza qualsiasi vantaggio per l'estensione dei diritti dello Stato sulla Chiesa (jura circa sacra et in sacra).
Il ministro Richelieu opinava ché, in forza del diritto della Corona, un trattato, legante ambedue le parti, fosse, mediante la ratificazione, belle e perfetto: ma alcuni colleghi, come il confidente personale del Re, Decazes, e il ministro della giustizia Pasquier, osservarono che il concordato del 1802 - essendo una legge di Stato - non poteva abolirsi o modificarsi se non mediante la via legislativa.

A tal fine nel 1818 venne presentato alla camera dei deputati un disegno di legge, con cui si dovevano rimuovere alcuni ostacoli, attinenti al diritto pubblico. La coesistenza del concordato e della legge avrebbe potuto creare nel futuro delle difficoltà, per esempio perché, secondo il disegno di legge, gli articoli organici si sarebbero aboliti solo in quanto essi contenessero qualcosa di contrario al dogma.
Essendo onesti ultramontani in dubbio fino a qual punto la loro cooperazione ad una legge, che modificava un'espressa volontà pontificia, fosse compatibile coi loro doveri religiosi, uno di essi si rivolse direttamente al Papa, che per lettera esortò a impugnare quella legge. Allora, quantunque alla fin fine avessero manifestata l'intenzione di rassegnarvisi per evitare un male peggiore, gli ultra si opposero con energia al disegno di legge che ai dottrinari era già piuttosto sospetto.

Così, siccome il ministero ritirò il progetto, fu risparmiato alla Francia l'aborto di una mostruosa restaurazione. Roma, che poteva ringraziare dello scacco i suoi amici, parve da principio volesse tenersi fermo al suo documento; ma, già nell'agosto del 1819, il Papa acconsentì a un accomodamento provvisorio, con cui fu proporzionalmente accresciuto il numero dei vescovadi e tacitamente fu abbandonato il concordato del 1817, cosicché, come niente fosse successo, i rapporti fra lo Stato e la Chiesa in Francia si conformarono (é difficile ciò avvenisse con dispiacere di Luigi XVIII) al concordato del 1802 e agli articoli organici.

Nel 1822 furono impostati i fondi per trenta nuovi vescovadi. Molto prima il Richelieu, il quale, in cuor suo, pendeva più verso gli ultra, si era ritirato dal potere, dopo che nel 1818, in grazia della fiducia in lui delle Potenze straniere , ebbe ottenuto la fine dell'occupazione militare e lo sgravio delle indennità fissate nella pace.
Sotto il liberale monarchico Decazes fu con saggezza proseguita la politica, mirante a rendere nazionale la monarchia e monarchica la nazione: fu riordinato l'esercito, stabilita per legge la libertà della stampa e introdotta una legge elettorale, che spostava un po' verso sinistra il centro di gravità. L'opposizione degli ultrarealisti, schieratisi attorno al conte di Artois, crebbe, quando nuove elezioni portarono alla camera alcuni personaggi, dei quali il sentimento monarchico pareva sospetto. L'ira più violenta fece dimenticare loro ogni riguardo, allorché nel 1820 un fanatico ferì mortalmente il figlio più giovane del conte d'Artois, il duca di Berry; il quale, essendo senza prole suo fratello, il duca di Angouléme, era la speranza della dinastia.

Gli ultra realisti ebbero la sfacciataggine di bollare dalla tribuna il ministro Décades come complice dell'assassino. Il Re, vecchio e malaticcio, l'energia del quale era inferiore al senno, si rivolse ancora una volta al duca di Richelieu, che si sforzò invano d'attutire le passioni politiche con una saggia opera di governo. Inoltre egli introdusse una modifica nel diritto elettorale, per cui oltre un terzo dei deputati veniva nominato dai maggiori contribuenti dei dipartimenti, che avevano già votato nelle elezioni circondariali.

Ormai le nuove elezioni procurarono agli ultrarealisti un tale predominio che fin dal 1821 il Richelieu dovette lasciare la direzione degli affari al loro capo, al visconte di Villéle. Così il timone dello Stato passò per degli anni nelle mani degli ultrarealisti, anche se da principio, a causa del senso pratico dei Villéle, poterono smussarsi alcune esagerazioni delle tendenze partigiane. Ma il giorno del completo trionfo dei retrogradi spuntò, quando nel 1824 il conte di Artois salì sul trono col nome di Carlo X. Egli guardava al futuro con piena sicurezza nella vittoria.

Da quando l'esercito in Spagna aveva nel 1823 dimostrato valore e fedeltà, Carlo X sperava, mediante la semiclericale Congregazione, portata ormai fino alla sua massima efficacia, di attrarre lo spirito pubblico sulle vie del passato. Legislazione e amministrazione furono adoperate soltanto a questo scopo. La stampa, che aveva iniziato a sentirsi una potenza, fu di nuovo resa dipendente dai poteri pubblici; ai funzionari fu raccomandato come il dovere più importante era quello di procurare buone elezioni; e s'introdusse un settennale rinnovo completo della camera.

Un'assurda legge draconiana contro il sacrilegio produsse indignazione, mentre il principio di un compenso in rendita agli emigrati ecclesiastici per le perdite del loro patrimonio, non riprovevole come tentativo di riparare una vecchia ingiustizia, non fece che approfondire l'abisso fra i partiti, i concetti dei quali intorno alla patria erano sostanzialmente diversi. L'uno di questi partiti comprendeva almeno i sette ottavi della nazione !

Contro il "partito clericale" si erano da lungo tempo diffuse delle società segrete. Peggio fu che nei circoli della borghesia ricca e colta, danneggiata dalla partigiana politica reazionaria, non semplicemente tra i liberali collegati con i bonapartisti (indipendenti), ma anche fra i dottrinari dinastici si perdette quasi del tutto la fede nella durata della monarchia borbonica.
Quanti di essi rimanevano monarchici, rivolgevano i loro sguardi da Carlo X e dalla sua casa (sette mesi dopo l'assassinio del duca di Berry era nato un suo figliuolo, Enrico) al rappresentante della linea cadetta, al duca d'Orleans.

La lotta dei partiti si svolse nei salotti e nei processi giudiziari in Parigi, e soprattutto nella stampa; che all'inizio in riviste, quindi, in numero sempre maggiore, in giornali quotidiani (dal 1820 in poi) e opuscoli, libelli, come quelli del Courier e così via lavorarono tutti a conquistare l'opinione pubblica.
Ma, sebbene la stampa fosse nobilitata dai nomi di collaboratori, come il Chateaubriand, il Remusat, il Mignet, il Thiers, il Guizot, le Camere, le discussioni delle quali avevano eco in tutta Europa, rimasero il centro della vita politica, tanto più che, nel periodo della più sospettosa reazione, la stessa camera dei pari apparve un baluardo contro gli arbitri e la mania di persecuzione politica.
Quando si mise mano sul serio a rendere semplicemente facoltativo il matrimonio civile, a introdurre un diritto di maggiorascato, a sciogliere la guardia nazionale, gli elettori nel 1828 inviarono alla Camera dei deputati una maggioranza avversa al Governo. Al Villéle subentrò il signore di Martignac, che si adoprò a formare un partito del centro moderato, ma fallì col suo assennato tentativo di educare la Francia all'autonomia amministrativa mediante consigli comunali e circondariali elettivi, per colpa del sospettoso partito liberale.

Allora Carlo X credette di poter scegliere, nel luglio del 1829, un ministero "secondo il suo cuore", alla testa del quale fu posto il duca Giulio di Polignac, mezzo bigotto, mezzo mistico, assai inviso come uno dei capi della congregazione. Personaggi, quasi più apertamente sospetti, completarono il consiglio dell'illuso sovrano; il quale sperava che dei buoni successi nella politica estera, fossero essi (d'accordo con la Russia) conquiste sul Reno, e mediante un fermo contegno contro l'arrogante Dey d'Algeri, una desiderata conquista coloniale, avrebbero permesso di instaurare un regime monarchico secondo il suo desiderio.
Ma i notabili della politica nazionale tenevano gli occhi chiusi a simili adescamenti, mentre quella diffidenza, che aveva sbarrato la via al Martignac, si volgeva direttamente contro il Borbone.

Il disagio dell'opinione pubblica si palesava nel giornale il « National », ispirato dagli uomini di maggior ingegno, e nell'unione di tutti gli oppositori in un partito elettorale: «Aide-toi, le ciel t'aidera». Avendo la camera dei deputati nella risposta al discorso della corona deplorato con sufficiente chiarezza la mancanza d'accordo fra i supremi poteri dello Stato, ed essendo stata sciolta, la vecchia maggioranza, in grazia dell'energia dell'opposizione, che prese perfino disposizioni per il rifiuto di pagare le imposte nel caso di bisogno, tornò alla camera notevolmente rafforzata, senza che le notizie della presa di Algeri per opera delle truppe francesi, notizie giunte durante il periodo elettorale, producessero alcuna impressione. La nazione aveva parlato; oramai la risposta spettava alla Corona.

 

4. - L'INGHILTERRA PRIMA DELLA LEGGE RIFORMATRICE

Costituitasi, dall'unione parlamentare con l'Irlanda in poi, quale regno unito dalla Gran Bretagna e Irlanda, l'Inghilterra sotto la vigorosa mano del Pitt, e quindi seguendo l'impulso, da lui dato, aveva, sola fra tutti gli Stati, attraversato incolume il periodo delle grandi guerre napoleoniche. Ancora una volta, riparando con la fortuna e con la costanza agli errori ed ai falli, in grazia della sua fortuna e dei suoi mezzi, aveva potuto adempiere al suo officio di baluardo dell' indipendenza degli Stati europei.
Con la politica belligera era andato di conserva il progresso commerciale, cui era seguita un'egemonia marittima quasi indiscussa, promossa dai patti dei trattati di pace: a ciò avevano portato non già, in qualche modo, eccezionali talenti di capi, ma da ultimo almeno, esclusivamente la costante rotta secondo la direzione dell'interesse nazionale. - Un Re colpito da un'inguaribile malattia mentale, un Principe reggente stimabile come uomo, e politicamente falso e interessato [Giorgio, dal 1820 Re Giorgio IV], un ministero dalle mezze misure, furono dal 1812, per un lungo periodo, i rappresentanti dell'autorità statale.

Lord Liverpool era il capo del gabinetto, rigidamente conservatore, la tendenza del quale s'imperniava nella maniera più singolare nel lord cancelliere Eldon, che negava agli scritti del Byron per la loro immoralità la protezione legale contro le contraffazioni; come segretario di Stato Lord Castlereagh, il futuro marchese Londonderry, dirigeva gli affari esteri, uomo di grande energia di volere e di lavoro, ma di così tenace partigianeria da inaridire ogni sua originalità. A lui si rimproverava di avere, a causa della sua dimestichezza con gli statisti continentali, soprattutto col Metternich, impresso alla sua maniera di pensare, per eccellenza conservatrice, un non so che di non inglese, a così dire, di assolutistico.
Oltre a ciò i conservatori (tories), quali propugnatori de' diritti del trono e dell'altare, s'erano fatti, dopo il vano tentativo di Giorgio III di governare personalmente, una specie di partito di corte. Ma, mentre il Pitt e i suoi seguaci non avevano escluso un assennato progresso, il gruppo del gabinetto d'allora, così angusto mentalmente, era proprio risoluto - inorridito dal ricordo della rivoluzione francese - a difendere ogni magagna statale e sociale esistente, come baluardo tutt'altro che superfluo per la saldezza del trono.

C' era poco da sperare, da quando il principe reggente si era buttato dalla parte dei conservatori, d'infondere un po' di vita nella morta acqua stagnante della politica interna per opera dei liberali, ai quali, per riguardo alla libertà individuale, egli si era accostato all'inizio. D'ora innanzi, a causa della struttura sociale dei partiti, i liberali, destinati a far la parte dei più deboli numericamente, potevano sperare la vittoria nella lotta soltanto, se un vento propizio gonfiasse le loro vele, e li guidassero capi insigni per le qualità della mente e per l'energia.
Invece allora il rimprovero di avere idee affini a quelle dei giacobini li danneggiava tra il grosso del popolo, di modo che dalle loro file diradate il gabinetto non aveva a temer nulla nel parlamento per un avvenire non troppo remoto.

La Camera dei signori era la rocca ereditaria della nobiltà (nobility) e dei vescovi, esclusivamente consevatori, dell'alta Chiesa anglicana, legati con la nobiltà stessa, per parentela o per altri motivi.
Ma questa nobiltà di grandi proprietari, e i gentiluomini, affini ad essa per idee ed interessi, prevalevano anche nella Camera dei Comuni in tal modo che questa Camera bassa, parlamentarmente predominante, era tutt'altro che una vera rappresentanza del popolo.
Tanto a causa della preponderanza dei loro possessi nelle contee, quanto anche dell'influenza artificialmente venale, ma ben salda, sui seggi della Camera bassa nei così detti borghi putridi (cioè nei comuni un tempo privilegiati), un certo numero di nobili signori disponevano della maggioranza dei deputati, come ne disponeva il Governo, che era sorto dalla maggioranza stessa.
Seggi per giovani d'ingegno, forse future stelle del sistema parlamentare, non potevano mai mancare nella Camera dei Comuni. Oltre a ciò l'andamento stabile e ordinato dell'amministrazione pubblica garantiva che gli uomini politici fossero ad un tempo gli addestrati al servizio dell'amministrazione delle città e della campagna come pure nel giurì. Prescindendo dai cattolici e dai dissidenti protestanti, esclusi per legge dagli impieghi e dal Parlamento, il numero degli elettori era piuttosto meschino.

La distribuzione dei collegi elettorali appariva assurda, poiché ricche località industriali come Leeds, Birmingham, Manchester non avevano rappresentanti, mentre borghi con una mezza dozzina di capanne spesso disponevano di più di un seggio. Quanto più la struttura sociale del popolo e specialmente delle classi possidenti si modificava, tanto meno le reali condizioni della nazione si rispecchiavano nella costituzione politica, perché in essa interessi d'importanza almeno equipollente a quella del grande possesso non erano considerati.

Ma dopo che, prima della rivoluzione, si fu lasciato passare il momento opportuno, non c'era per allora alcuna speranza di spuntarla con la riforma parlamentare, tante volte proposta. Solo al di fuori degli organi statali dominava, soprattutto nelle questioni umanitarie, un soffio di vita moderna.
I vecchi partiti si combattevano letterariamente nelle loro celebri Riviste; solo più tardi si aggiunse ad esse un meno ragguardevole foglio settimanale, sostenitore di idee democratiche. Lo slancio del traffico dei commerci britannici, durato fino alla fine della guerra, era stato arrestato ben presto dalla politica commerciale indipendente degli Stati continentali. Gli articoli industriali, prodotti in quantità sovrabbondante, non trovavano sbocco; i salari dei lavoratori soffrivano limitazioni; e la carestia del 1816 faceva il resto per stimolare e far aumentare giorno dopo giorno il malcontento.
Le classi dominanti avevano addirittura, nel loro egoismo, tesoreggiato il primo periodo del ristabilimento della pace per negare al Gabinetto a fine di compensare le spese di guerra l'inasprimento delle imposte dirette sulle rendite, e, pensando solo alla propria borsa elevando i dazi sui cereali.

Dal 1815 in poi i cereali stranieri si potevano porre in vendita soltanto quando il prezzo medio del quarto di grano (corrispondentemente per altre specie di cereali) fosse salito a 80 scellini. Ogni coalizione dei lavoratori per ottenere stipendi maggiori era fino al 1824 proibita. Si immagini quanto numerose e oppressive fossero le gravosità e gli abusi contro la gente bassa nel campo dell'imposta, dell'amministrazione della carità pubblica, della scuola, del regime carcerario e della polizia.
Persone assennate avevano, da un pezzo, levato la voce, e più di tutti il Bentham, la cui "dottrina utilitaria del massimo giovamento al maggior numero" formava il più aperto contrasto con l'egoismo dei ceti privilegiati.

Bentham ed altri trovarono ascolto fra gli istruiti e ricchi rappresentanti dell'industria, che si rafforzava in modo stupefacente. L'uso delle macchine a vapore aveva prodotto il concentramento del lavoro e l'agglomeramento in grandi opifici delle moltitudini operaie. Una terribile carestia e un'opinione errata condussero, nel corso dell'anno 1816, a tentativi violenti di difendersi da sé con la distruzione delle macchine.
Avendo gli industriali acquistato per l'incessante agitazione, fatta con la parola e con gli scritti da un Cobett, la chiara coscienza dell'ingiustizia e della durezza dell'ordinamento statale e sociale, avvantaggiante l'economia rurale, il pensiero di togliere di mezzo quell' ingiustizia e quella durezza, mediante il suffragio universale nelle elezioni dei deputati alla Camera bassa, fu accolto con favore.

Ma contro i tentativi di discutere in giganteschi comizi gli abusi e il modo di rimuoverli si accanì la repressione governativa con uno zelo così ceco che non si arrestò dinanzi alle fondamenta costituzionali della stessa libertà inglese. La sospensione dell'habeas corpus e le sei leggi d'imbavagliamento (1819) parlano un linguaggio chiarissimo.

All'ossequio verso la Corona nacque tra il popolo il processo di divorzio, che l'ormai Re Giorgio IV intentò alla sua moglie Carolina dinanzi alla Camera alta, mentre per i ceti superiori esso ebbe appena un'importanza maggiore della rottura del matrimonio di un legislatore ereditario, come lord Byron, avvenuta qualche anno prima.

Il 1822 forma una linea divisoria riguardo alla canonizzazione di ordinamenti statutari e tradizionali per opera dei conservatori, giacché il 12 agosto il ministro Castlereagh in un accesso di malinconia si uccise. Il suo successore, e dal 1827 anche formalmente capo del Gabinetto, fu GEORGE CANNING (1770-1827), cui ingegno e bramosia di potere fecero trovare le vie ad un progressivo svolgimento dello Stato, senza una deviazione troppo aspra dai sentimenti del partito e del Re.
Le leggi criminali soprattutto riguardo all'applicazione della pena di morte, con la collaborazione specialmente di R. Peel, vennero mitigate, e il divieto di coalizione per gli operai fu affievolito (le famose "trade union" furono legalizzate proprio nel 1824, anche se una legge considerava reato lo sciopero. Legge poi abolita nel 1875).
Inoltre s'aggiunse, con l'appoggio dello Huskisson, un graduale abbassamento dei dazi: nella quale occasione entrò in vigore per i dazi sui cereali almeno una scala mobile. Le condizioni delle leggi sulla navigazione furono modificate. Così, senza passare alla libertà commerciale, era stato mosso un passo sicuro per promuovere lo sviluppo del paese, iniziato con l'apertura delle prime vie ferrate.

Al contrario il Canning osteggiò ogni proposta di modificare la costituzione, sebbene egli avrebbe volentieri abrogato, per quanto stava in lui, per ragioni d'opportunità, la legge eccezionale contro i cattolici. Questo rispetto ai pregiudizi della maggioranza anglicana era una premessa della buona riuscita delle sue riforme particolari: le quali però procurarono fiducia e forza alla sua azione all'estero, alla quale egli dovette la sua straordinaria popolarità.

Innanzitutto, sulla base del bene inteso "per interesse del paese", egli fece abbandonare all'Inghilterra il legittimismo delle Potenze orientali, e portò a termine i suoi capolavori politici riconoscendo l'indipendenza delle repubbliche dell'America meridionale, appoggiando il Portogallo costituzionale, infine favorendo i Greci ribelli, e garantendo l'abolizione della schiavitù dei Negri.

Nonostante l'arguta eloquenza, con la quale il Canning giustificò la sua condotta politica dinanzi alla nazione, il ministro non riuscì a lungo a mantenere i conservatori soggetti a una rigida disciplina. Nel Parlamento e nella stampa infuriavano violente lotte partigiane non ancora appianate, quando egli morì appena 57enne nel 1827. Il Re invitò, per resistere ad ogni "tempesta" , il venerando capo dei vecchi conservatori, il Duca di Wellington, a formare un nuovo gabinetto: il quale, sebbene cacciasse via i cosiddetti canningiani, non riuscì a resistere del tutto alla cresciuta corrente della opinione pubblica, e dovette adattarsi alla proposta dei liberali di sostituire una semplice promessa di leale rispetto verso la Chiesa episcopale alla legge corporativa, introdotta nel 1661, per frenare gli appassionati dissidenti; legge che poneva come condizione dell'investitura degli uffici civici la cena eucaristica secondo il rito anglicano.

Ma dopo questa legge di ritardata giustizia divenne tanto più urgente l'emancipazione dei cattolici, considerata dal 1812 anche fra i capi del partito conservatore come una questione aperta. Il mantenimento della legge sul testo, che nel 1673 subordinò l' ammissione ad impieghi statali e al Parlamento ad una abiura della dottrina della transunstanziazione, era assurdo, dopo che il pericolo di una illegale preferenza verso i partigiani cattolici, per opera dei Re della casa Stuart, aveva perduto ogni importanza.
La condizione dei cattolici non era più del tutto eguale nelle varie parti del regno; come in Irlanda dove i cattolici possedevano il diritto elettorale per le elezioni al Parlamento, ma naturalmente solo per l'elezione di deputati anglicani. Con tutto ciò l'isola celtica, che, mediante dure leggi penali e danni commerciali in contrasto con le promesse del tempo del Pitt, si vedeva spogliata della sua eguaglianza di diritti, era teatro d'un crescente malcontento.

Dal 1823 in poi il valoroso e celticamente esuberante avvocato O' Connell aveva apertamente fondato l'associazione cattolica, e con l'aiuto del clero aveva con la propaganda egregiamente disciplinato le moltitudini cattoliche. Gli ecclesiastici minacciavano i contadini, che votavano per i signori protestanti, delle pene infernali e ammonivano ad astenersi da ogni traffico con mercanti protestanti.

A dispetto dei preconcetti dei conservatori O' Connell aveva osato farsi eleggere alla Camera bassa nonostante il giuramento di supremazia. Fra le oscillazioni del movimento irlandese nel 1829, se non si trovava un riparo, pareva a quasi tutti si corresse il pericolo della guerra civile, che era per l'esperto primo ministro, il ferreo duca, addirittura l'unico spauracchio, a cui egli sacrificava tutto, perfino la propria convinzione: tanto che all'ultima ora il Wellington si risolvette, d'accordo col ministro dell'interno, R. Peel, a sostenere l'abolizione delle leggi eccezionali contro i cattolici.
Essendovisi da ultimo accordato, quando capì l'inutilità della resistenza, il malaticcio, amareggiato ed eccitato per il ricordo del suo giuramento all'atto della incoronazione, Giorgio IV, il progetto passò in ambedue le Camere; e il 13 aprile 1829 divenne legge dello Stato.

Così soltanto il movimento irlandese liberava i cattolici della Gran Bretagna da un'ingiusta restrizione. Senza questa conquista, tutto lo zelo dei liberali, tutta la violenza d'una sottocorrente democratica non sarebbero bastate per strappare ai conservatori una più ampia riforma, che dopo la morte di Giorgio IV, durante il regno di Guglielmo IV, fu il risultato di un nuovo movimento mondiale.

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