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211. 20). - LA GUERRA FRANCO-TEDESCA DEL 1870-1871
( e la "Commune" di Parigi )


La capitolazione di Napoleone III - Notte 1-2 settembre 1870 a Sedan

Gianni Delbrlick ha dimostrato in modo convincente contro il Sybel che Napoleone III fu tutt'altro che il ben intenzionato amico dell'unità tedesca, per cui più volte egli stesso si spacciò. Egli non si stancò mai di tentar di ottenere un'alleanza con l'Austria contro la Prussia - che indecentemente si ingrandiva - e l'Austria naturalmente sperava almeno di riacquistare l'antica influenza sugli Stati della Germania meridionale; e un'alleanza con l'Italia, alla riconoscente obbedienza della quale l'Imperatore credeva di aver diritto.

Si giunse per lo meno tanto oltre che ognuno dei tre monarchi promise "di considerare gl'interessi dell'altro come propri".
Il Re Vittorio Emanuele era incondizionatamente pronto a ritenere questa congiura di guerra come punto di partenza di una vera offensiva, mediante la quale sperava di conseguire il possesso di Roma.
Guidato da un istinto politico più giusto, il popolo italiano, almeno la parte più colta, rivolse, allo scoppiare della guerra, le sue simpatie verso la Germania; solo in seguito alla conversione della Francia alla repubblica provocò in molti un mutamento di opinione.

Da Vienna non giunsero a Parigi, come si espresse il Beust stesso, «assicurazioni, che obbligassero, ma però dichiarazioni amichevoli».
Il giorno dopo la dichiarazione di guerra il ministro svelò all'ambasciatore austriaco in Parigi, principe di Metternich, un po' più esattamente la tendenza della sua politica.
Dai Tedeschi d'Austria la guerra sarebbe stata ritenuta come una cosa sacra, nazionale anche per loro, mentre dagli Ungheresi, a cui la riconquista della posizione dell'Austria in Germania appariva poco desiderabile, sarebbe stata considerata con indifferenza; per questo motivo il Governo imperiale non si poteva immischiare della lotta. «Ma questa neutralità non è che un espediente, cioè il mezzo di avvicinarci al vero fine della nostra politica, l'unico mezzo per completare i nostri armamenti, senza esporci ad un attacco prematuro della Prussia o della Russia ».

La Prussia poteva contare con sicurezza sulla benevola neutralità russa; la prima aperta mossa ostile dell'Austria avrebbe portato come conseguenza la marcia di truppe russe contro la Galizia e sul Danubio inferiore.
Lo Hegel pensa: la storia è fatta dalle idee; il Treitschke dice: sono gli uomini che fanno la storia.
Le due massime non sono per nulla in contrasto; però bisogna considerare anche un'altra forza che lo scettico chiama caso, il credente Provvidenza.
È certo una strana disposizione che il desiderio d'un politico, che non ebbe mai una posizione preminente, di porre sul trono spagnolo vacante il principe ereditario d'una dinastia tedesca abbia causato il duello franco-prussiano e quindi la risoluzione intorno alla sorte della Germania.
Il deputato Salazar y Mazzarreda dette al presidente del ministero della repubblica, maresciallo Prim, il consiglio di porsi in contatto con il principe ereditario di Hohenzollen-Sigmaringen come uomo adatto candidato al trono spagnolo.

La candidatura fu appoggiata straordinariamente dal Bismarck, anche se non é fondato il sospetto dei Francesi che tutto fosse tramato da lui; un Tedesco sul trono spagnolo avrebbe potuto, così doveva pensare il Bismarck, rendere buoni servizi economici e politici.
Sembra certo che la candidatura dello Hohenzollern sarebbe stata abbandonata nella Spagna stessa, se il Bismarck non avesse condotto la cosa con tanta fermezza, in sostanza anche per avere alle spalle della Francia una Potenza amica.

Che il principe ereditario Leopoldo abbia chiesto al Re Guglielmo, se dovesse subito rifiutare l'offerta, fu esclusivamente un atto di cortesia personale; il ramo cattolico degli Hohenzollern era in rapporti tutt'altro che stretti col capo supremo della famiglia; il Re non aveva autorità né di vietarlo, né di concederlo.
Siccome c'era da attendersi sicuramente che l'elevazione di un principe tedesco sul trono spagnolo avrebbe fatto una sgradevole impressione in Francia, il Re trattò, la faccenda con grande serietà. Furono infatti invitati oltre il Bismarck anche il Moltke e il Roon a consulta nel Castello il 15 marzo 1870.

Non fu facile al Bismarck vincere le esitazioni del Re e della famiglia reale e mostrare loro che erano egualmente in gioco l'onore e l'interesse della dinastia. Se quest'attività del cancelliere già fin d'allora mirasse a eccitare la Francia alla guerra è stato con buone ragioni affermato e negato; probabilmente Bismarck nutriva la speranza che gli sarebbe riuscito di sorprendere la diplomazia col fatto compiuto.
Il Re Guglielmo s'indusse con estrema ripugnanza «a scherzare col fuoco». La candidatura doveva esser tenuta segreta, finche non fosse stata compiuta l'elezione delle Cortes, ma il Prim stesso crede di doverne dare notizia prima all'ambasciatore francese per cortesia.

Immediatamente in Francia avvampò un'appassionata indignazione. L'ambasciatore francese, Benedetti, dovette chiedere a Berlino, se la Prussia si fosse immischiata nella faccenda; al che il segretario di Stato von Thiele dette una risposta negativa. Nondimeno il ministro degli esteri, duca di Grammont, trattò alla Camera la spinosa questione in maniera offensiva per la Prussia.
«Giammai», egli gridò, «sarà tollerato dalla Francia che una Potenza straniera collochi uno dei suoi principi sul trono di Carlo V e così minacci l'onore e gl'interessi della Francia ».

Ancora il 30 giugno l'Ollivier aveva detto nel Corpo legislativo: «Mai la pace non fu più sicura che in questo momento!».
La dichiarazione del 6 luglio del Grammont gettò la fiaccola incendiaria fra due popoli bisognosi di pace; ed anche l'Ollivier, fino allora apostolo della pace e della libertà, divenne in un attimo complice di una politica, che si voleva toglier di dosso con un gran colpo all'estero tutte le difficoltà interne.

Si può tuttavia dire: se il Bismarck con l'appoggio concesso alla candidatura spagnola di Leopoldo dette campo al sospetto che egli proseguisse il fine di spingere ad un risolutivo duello la Francia, si può tuttavia affermare con ancora maggior sicurezza che il Governo francese per il medesimo scopo gonfiò la questione già quasi composta per farne scaturire la guerra; non solo doveva respingersi un pericoloso coinvolgimento della Francia, ma soprattutto doveva prepararsi all'odiata Prussia una umiliazione.

I contrasti nazionali si erano già così ostilmente acutizzati che la guerra non era più possibile evitarla. Quando il Re Guglielmo ebbe la cortesia, in Ems, dove dimorava per curarsi, di comunicare personalmente all'inviato francese che per amore della pace il principe Leopoldo aveva rinunziato alla candidatura spagnola, il Benedetti chiese al Re stesso una dichiarazione autentica che anche nel futuro, se la candidatura stessa dovesse risorgere, non le avrebbe mai concesso il suo consenso.

Questa arrogante domanda fu respinta con cortesia, ma con risolutezza dal Re. La maggioranza del popolo tedesco approvò il diniego; in tutti era vivo il sentimento che non a un singolo principe, si bene a un intero popolo era stata fatta un'offesa, che doveva respingersi con forze comuni. Il ritorno in patria del canuto principe assomigliò a un viaggio trionfale.
Perfino circoli popolari, che aborrivano da ogni esagerazione, si abbandonavano a una lieta speranza che finalmente fosse giunta l'ora di seppellire la millenaria discordia e di offrire le energie delle stirpi unite per impedire un'umiliazione della nazione.

Anche Re Luigi II di Baviera, il cui geloso attaccamento ai suoi diritti sovrani era stato frainteso a Parigi, dichiarò spontaneamente di volere, fedele al trattato federale, contribuire a difendere al fianco del Re di Prussia l'onore della Germania. Solo il kónigsberghese Jacoby ed altri rivoluzionari del 1848, come pure i Patrioti regionalisti della Camera bavarese non si poterono, neppur in quell'ora decisiva, indurre a rinunziare alle loro prevenzioni.
La mobilitazione e la marcia delle truppe di tutti gli Stati tedeschi si effettuarono con sbalorditiva rapidità e sicurezza.

Tanto nel nord, quanto nel sud della Germania appare una salutare «fusione di entusiasmo e d'ordine» (G. Freytag), mentre la Francia si abbandonò ad un'ebbrezza della vittoria fuori di proposito prima ancora dell'inizio della lotta.

Il 19 luglio arrivò l'ufficiale dichiarazione di guerra della Francia al cancelliere della Confederazione della Germania del nord; dopo ciò furono votati quasi ad unanimità così a Berlino, come nelle capitali della Germania del sud i crediti militari.
Napoleone stesso, in conseguenza delle sue gravi sofferenze non più del tutto padrone del proprio volere, non aveva per nulla incitato alla guerra, ma non aveva opposta alcuna seria resistenza al Grammont e all'Ollivier e al Leboeuf che la volevano.

Alla fine convinto, o perchè trascinato, il 28 luglio scrisse il Proclama ai soldati chiamandoli a difendere l'onore della Patria e che il Dio della guerra era con loro.


Per dimostrare che contro la sua volontà era stato coinvolto nel sanguinoso affare, si é notato che solo le sue esitazioni e le sue oscillazioni avrebbero impedito la conclusione dell'alleanza con l'Austria e con l'Italia.
«Non è nostra colpa», scrisse il Beust l'11 luglio al Metternich, «se il trattato d'alleanza è rimasto un semplice progetto».

Ma l'irresolutezza di Napoleone, come dimostrò il Delbrück, si fondava soltanto sul proposito di non essere limitato nelle sue determinazioni, specie nelle sue mire sul Belgio. Egli aveva salda fede che la superiorità delle armi francesi gli avrebbe permesso in qualsiasi momento di porre fine alla guerra, quando e a quali condizioni volesse; le trattative con l'Austria e con l'Italia erano per lui solamente «la seconda corda dell'arco», che lo doveva garantire per il caso inverosimile dell'insuccesso militare.

Il Bismarck, nella primavera del 1870, era stato di nuovo implicato in gravi lotte con la Camera. Questa volta aveva dovuto opporsi ai suoi vecchi amici i conservatori, perché non volevano capire che senza concessioni al liberalismo era impossibile sciogliere la questione tedesca.
Appunto da questa difficile condizione del Cancelliere si volle trarre la conseguenza che lui voleva servirsi della guerra per difendersi dai nemici all'interno; perciò egli avrebbe - così se ne dedusse - trasformato la innocua cortese risposta del Re Guglielmo al Benedetti, il dispaccio di Ems, mediante l'abile trasposizione delle frasi, in una assordante fanfara fatta arrivare ai quattro venti.

Tuttavia anche il più serio esame critico dei documenti non ci fa apparire come una falsificazione le modifiche della redazione del dispaccio di Ems. Anche il Re a dire il vero era rimasto molto infastidito; ma soltanto nella severità del tono la formulazione bismarkiana andava molto al di là delle intenzioni del Governo.
La contesa era divenuta troppo appassionata, e la risposta dell'offesa poteva consistere solo nell'attacco; la cedevolezza era esclusa, se la dignità del Re e l'onore del popolo tedesco non dovev
ano soffrire danni umilianti.
Inoltre ogni giorno poteva raddoppiare o triplicare la potenza dell'avversario; a Berlino si era bene informati sui piani di alleanza di Napoleone. L'arroganza dei Francesi aveva unito le stirpi tedesche; il felice momento doveva sfruttarsi per assicurare l'avvenire del popolo germanico.

Da parte dei Tedeschi il nemico fu stimato oltre il suo valore; poiché si temette che esso immediatamente con un colpo decisivo avrebbe inondato i paesi tedeschi di frontiera.
Già l'attacco a Saarbrück in un certo modo tranquillizzava. Se il piccolo distaccamento prussiano dovette ritirarsi dinanzi alla prevalenza numerica, e non poté impedirsi il bombardamento della città aperta, però con quest'azione finiva il movimento offensivo francese.
All'incontro già i giorni immediatamente successivi portavano notizia di fortunate azioni militari tedesche.

Le forze tedesche combattenti erano divise in tre eserciti: sotto il Generale Steinmetz (contingenti prussiani e tedeschi settentrionali), sotto il principe Federigo Carlo (Prussiani e Sassoni) e sotto il principe ereditario Federigo Guglielmo di Prussia (Prussiani, Bavaresi, Württemburghesi e Badesi). Come comandante supremo entrò in campagna lo stesso Re Guglielmo; il vero direttore di tutte le operazioni fu il Moltke.
Dal Come il grande taciturno sapesse coordinare i movimenti di tutte le singole ripartizioni dell'esercito- in modo che i mille piccoli ingranaggi della macchina incastrassero esattamente, che non solo ogni battaglione e ogni squadrone arrivasssero con sicurezza in un determinato quartiere, ma anche il nemico, al momento opportuno e nel punto più adatto, fosse costretto alla battaglia - forse la storia militare non offre un altro esempio.

Se il problema quale sia il più grande capitano dei tempi nuovi solleva molto rumore, accanto allo «stratega» tedesco non può prendersi in considerazione che Napoleone I.
Non sono, é vero, mancati assalti critici alla strategia del Moltke; alcuni rimproveri e obiezioni, per esempio, del Generale Blumenthal, possono anche non essere del tutto ingiustificati, ma nel complesso e assodato che tanto per chiaroveggenza, acutezza di pensiero, e presenza di spirito, quanto per grandezza e purezza di carattere nessun altro lo eguagliava. Per la strategia e la tattica il Moltke battè vie del tutto diverse da Napoleone I. Mentre questi si studiava sempre di mantenere il più possibile compatte le forze combattenti, il Moltke, di fronte all'aumento degli eserciti, al miglioramento delle strade e dei mezzi di comunicazione, del servizio d'informazioni e dell'uso delle carte, pose il principio fondamentale della nuova condotta della guerra:
«Nel coordinamento di marce separate, purché ci si riunisca a tempo opportuno, sta l'essenza della strategia: marciare separati, combattere uniti».

In stretta correlazione con queste massime sta la sua consuetudine di proporre « direttive » generali, che prescrivono ai subordinati soltanto l'assolutamente necessario: nel resto presuppongono la personale loro intelligente iniziativa. Anche se prevalentemente teorico, però il Moltke seppe sempre in ogni istante accordare teoria e pratica al momento opportuno. Quantunque egli nella coordinazione dei movimenti usasse della massima previdenza, perché deve «aversi di mira solo ciò che militarmente é possibile e utile», nel momento decisivo egli era il più gagliardo "ordinatore dell'offensiva"; poiché: "nella guerra non tutto può essere calcolato e deve anche arrischiarsi l'incalcolabile».

Il merito suo personale, che egli non deve condividere con nessuno, é la marcia sulla linea destra degli eserciti tedeschi verso Sedan. Il bombardamento di Parigi fu da lui rimandato, finché esso non potè sicuramente essere utile almeno solo come mezzo d'intimidazione.
Richiama all'antica grandezza il tratto, di cui fece menzione il principe ereditario di Prussia nel suo diario sotto la data del 15 gennaio 1871:
«Il Werder domanda, se egli non farebbe meglio di abbandonare adesso Belfort. Il Moltke lesse ciò al Re e aggiunse con calma imperturbabilmente glaciale: Vostra Maestà acconsentirà che sia risposto al Generale che egli deve rimanere fermo e combattere il nemico, dove lo trova».

Ma quel medesimo rigido soldato scrive che all'ingresso in Parigi il cuore di ogni Tedesco si sentì ricolmo più ardentemente di riconoscenza verso Dio, «perché la pace era assicurata! ».

La ricacciata della divisione Donay a Weissenburg per opera dell'esercito del principe ereditario il 4 agosto aprì l'Alsazia ai Tedeschi. «Che i Bavaresi - scrisse allora il Blankenburg al ministro della guerra Roon - sotto la condotta del nostro principe ereditario abbiano contribuito al primo colpo decisivo, é lo scioglimento della questione tedesca: L'unità é la cosa migliore! ».

I Francesi si ritirarono verso Worth, dove furono raccolti dal Mac Mahon. Per tenere ancora fermo il nemico incalzante al piede orientale dei Vosgi, il maresciallo, quando il corpo prussiano Kirchbach e i Bavaresi attaccarono, contro la volontà del Comando supremo, il 6 agosto a Worth e a Froschweiler, accettò la battaglia.
Fino alle tre del pomeriggio l'esito era incerto; finalmente i Francesi furono, mediante un furioso attacco concentrato di tutte le forze combattenti tedesche, rigettati; essi si dovettero ritirare in fuga attraverso la Lorena a Chalons. Egualmente, il 6 agosto anche contingenti di truppe del primo esercito, contro i propositi del supremo comando, assalirono a Spicheren su un terreno sfavorevolissimo; essi si mantennero sul campo di battaglia, ma la vittoria costò sacrifici sproporzionatamente grandi.

Secondo il piano d'operazione dell'Imperatore Napoleone le truppe, raccolte a Metz sotto il Bazaine, si sarebbero congiunte col Mac Mahon, quindi l'esercito unito avrebbe dovuto passare il Reno a Maxau. Ormai a causa di Worth e di Spicheren questo piano era impossibile anzi doveva essere abbandonata la linea dei Vosgi; su Metz e Strasburgo si concentrava adesso l'ultima speranza francese.
Sotto l'efficacia delle sorprendenti notizie nefaste in Parigi si compì un violento cambiamento repentino. Tutti prima avevano nutrito una sconfinata sicurezza nella vittoria; tanto più penoso ora fu il disinganno.

Si era appena ammutolito il grido: "A Berlino!" nelle vie di Parigi, che già specie i paurosi credevano di scorgere gli Ulani prussiani davanti alle porte della città. L'inquietudine, il malessere, il malcontento traboccavano da tutti gli animi. Non si poteva offrire un'occasione più favorevole per l'abbattimento del regime imperiale ai suoi avversari; questa convinzione li indusse anche a mostrarsi ora più apertamente contro la dinastia.
Al Governo imperiale non si poteva rimproverare la debolezza; si fece tutto per organizzare la difesa del paese, e per consolidare la propria forza difensiva con aiuti stranieri. Ma se l'alleanza con l'Austria e con l'Italia era stata impedita dall'atteggiamento arrogante della Francia, dopo le vittorie tedesche i Governi stranieri (a questo punto) ora si ritirarono sempre più. Un'azione mediatrice da ultima spiaggia, tentata dal Beust, ovviamente fallì per la previdenza e l'energia del Bismarck.

Mentre gli eserciti tedeschi si spandevano a ventaglio sul suolo nemico, il Bazaine risolvette di concentrare le sue forze combattenti a Verdun. Quando il Generale von der Goltz, che comandava l'avanguardia del primo esercito, si accorse della conversione dell'avversario, attaccò con il consenso del Generale von Steinmetz il 14 agosto, a Colombey-Nouilly, e un po' alla volta tutto il terzo esercito entrò in battaglia, che terminò solo nella notte con l'occupazione delle posizioni francesi da parte dei Tedeschi; così la ritirata del nemico verso Verdun era almeno trattenuta.
Il 16 agosto avvenne a Vionville, ad ovest di Metz, una continuazione della battaglia, a cui ormai, secondo le direttive del Moltke, parteciparono il primo e il secondo esercito.

È divenuta famosa l'incursione eroica della brigata di cavalleria Bredow, la quale, per salvare la divisione Buddenbrock, posta a gravissimo repentaglio, si era slanciata contro una posizione considerata inespugnabile, coperta da artiglieria e fanteria. L'assalto costò spaventosi sacrifici, ma la meta fu raggiunta, cosicché il corpo Canrobert fu posto in disordine, in modo tale da non potersi più eseguire l'aggiramento dell'ala sinistra prussiana.

Finalmente arrivò ai Tedeschi l'agognato rinforzo; il principe Federigo Carlo assunse la direzione della battaglia. «La bilancia della vittoria», così si dichiara francamente nell'opera dello Stato maggiore prussiano, «oscillò fino alla sera».

Ai Prussiani non era riuscito di ricacciare le forze nemiche dalle loro principali posizioni, ma neppure i Francesi non avevano potuto aprirsi di nuovo la linea sopra Mars la Tour. L'esercito del Reno però, secondo il piano del Moltke, non solo doveva essere impedito nella marcia verso Verdun, ma doveva esser rigettato verso Metz e così esser reso inutile per il resto della campagna.

Questo compito fu eseguito mediante la battaglia di Gravelotte del 18 agosto.
Re Guglielmo in persona ebbe il comando. Alcune disposizioni sono state criticate anche da parte tedesca; però il fine del complesso delle operazioni fu anche questa volta conseguito. Dopo la vittoria fu formata da sette corpi d'esercito e due divisioni di cavalleria un'armata di blocco, di cui ebbe il supremo comando il principe Federigo Carlo.
Lo Steinmetz, contro la cui impetuosa tattica offensiva ad oltranza si levavano molte voci rimproveranti, fu giustificato dal fatto che nello scontro di Noisseville del 31 agosto e del 10 settembre poté mandare a vuoto l'unico tentativo serio di sfondamento, intrapreso dal Bazaine; poi, con la nomina a Governatore generale della provincia di Posen, fu allontanato dall'esercito.

Gli eserciti francesi perdevano nelle tre battaglie dinanzi a Metz circa 600 ufficiali e 13.000 uomini; i tedeschi, che non di rado dovettero cacciare il nemico da posizioni simili a fortificazioni, ebbero a lamentare perdite di circa un abbondante terzo più elevate.
Mentre il Bazaine era rinchiuso in Metz, il Mac Mahon aveva condotto il suo esercito da Châlons a Reims. L'Imperatore gli lasciò mano libera sia che egli volesse di là retrocedere a coprire Parigi, sia che volesse tentare la liberazione di Metz.


Quando giunse dal Bazaine la notizia che egli nutriva il proposito di sfondare per Sedan verso Châlons, il Mac-Mahon irruppe in direzione di nordstest, verso la Mosa. Il terzo esercito e il quarto di recente formazione o esercito della Mosa erano in marcia verso Châlons. Ma quando le informazioni degli emissari rivelarono il piano del Mac-Mahon, nel grande quartiere principale di Bar-le-duc fu stabilito di seguirlo. I Francesi avevano un notevole vantaggio, ma le truppe tedesche furono loro ben presto alle calcagne e in parte li sopravanzarono.
I passaggi della Mosa a Dun e Stenay, il 27 agosto, erano in possesso del quarto esercito. Il 29 i Sassoni a Noustart, il 30 i Bavaresi e altri contingenti a Beaumont batterono i corpi contrapposti loro del Failly e del Donay.

Questi umilianti scacchi fecero abbandonare al Mac-Mahon il pensiero di congiungersi col Bazaine; per lui non restava ormai che la scelta fra il passaggio sul territorio belga e la ritirata su Sedan e Mezieres.
Egli si risolvette per Sedan.

Di buon mattino il 31 agosto le sue truppe, stanche della marcia notturna, giunsero dinanzi alla piccola fortezza. Per trattenere gl'inseguitori, il Mac-Mahon aveva dato l'ordine di rompere i ponti sulla Mosa; ma gli importanti ponti a Donchery e a Bazeilles a occidente e a mezzodì della fortezza erano stati già occupati a tempo dai Tedeschi. Il Mac-Mahon disponeva ancora di oltre 124.000 uomini, quando il 31 agosto s'avvicinavano il terzo e il quarto esercito tedesco.

Il giorno seguente, dopo le quattro di mattina, incominciò la battaglia. I Bavaresi avevano l'ordine di prendere il villaggio di Bazeilles ad oriente di Sedan, ma il corpo del Lebrun, appoggiato da fanteria di marina, difese la posizione con la massima energia. Anche in Bazeilles stessa gli assalitori si dovevano difendere non solo dalle truppe nemiche, ma anche dagli abitanti del villaggio che sparavano dalle finestre e dagli spiragli delle cantine; nessuna meraviglia che essi, eccitati a un estremo furore, esercitassero una spaventosa vendetta.

I Sassoni espugnarono la Moncelle, il corpo della Guardia Givonne, il quinto e l'undicesimo corpo avanzarono ad occidente. Sempre più però si stringeva il cerchio attorno ai Francesi; verso sera tutte le posizioni erano prese: essi stessi erano respinti nell'angusta città fortificata.
Capitolazione o annientamento; non c'era più una terza via.

Quando la grossa batteria piantata presso Frenois diresse il suo fuoco sullo città e in breve in tutte le strade salivano le fiamme, Napoleone fece issare lo bandiera bianca.

Lo mattina seguente (il 2) avvenne un abboccamento di Bismarck e Moltke con i plenipotenziari francesi Wimpffen e Faure nel piccolo costello di Donchery sulla Mosa; subito dopo seguirono la resa della città e della fortezza, la deposizione delle armi dell'intero esercito francese, il trasporto dell'Imperatore come prigioniero di guerra nel castello di Wilhelmshóhe presso Cassel.

Così la battaglia di Sedan finiva con un trionfo, che forse nello storia mondiale non ha l'eguale! Dei 124.000 uomini, che il Mac-Mahon aveva condotto a Sedan, 3000 erano caduti sul campo di battaglia, 14.000 feriti, 21.000 fatti prigionieri; per lo capitolazione, sottoscritto, il 2 settembre alle 12, dal Moltke e dal Wimpffen, furono catturati altri 83.000 uomini; molte centinaia di cannoni da compagna e da fortezza, enormi quantità di fucili e altre armi e oggetti di armamento toccarono come bottino al vincitore.

Di tutto l'esercito francese, che nel luglio ero stato condotto al Reno e alla Mosella, non rimaneva in campo neppure un solo corpo. Molte migliaia di uomini erano morti; centinaia di migliaia riempivano come prigionieri le fortezze tedesche di Ulma e Ingolstadt fino a Kolberg e a Danzica.
«È come un sogno», scriveva Re Guglielmo alla moglie, «quantunque ora per ora si sia visto svolgere! ».

«Quale spada hanno consegnato? La spada dell'Imperatore o quella della Francia?» così chiese Bismarck nel piccolo castello di Donchery ai plenipotenziari francesi. «Quella dell'Imperatore!» si affrettò a rispondere il Castelnau, l'aiutante di Napoleone. «Bene», disse il Moltke, «se la Francia tiene in mano la spada, noi dobbiamo per coprirci esigere le più rigorose condizioni».

Lo guerra anche dopo lo catastrofe di Sedan fu continuata, sebbene gli eserciti francesi non combattessero più sotto le aquile napoleoniche. Alla notizia dei recentissimi eventi scoppiò a Parigi la rivoluzione.
Il 4 settembre fu decretata lo deposizione di Napoleone, proclamata la repubblica, e posto alla testa un «Governo della difesa nazionale» col Governatore di Parigi, Generale Trochu: Giulio Favre assunse lo direzione degli affari esteri: Gambetta tenne il ministero degl'interni. Il corpo legislativo fu sciolto: il senato abolito e stabilita l'elezione di un'assemblea costituente per il 16 ottobre; ma ciò non fu però attuato, poiché prima la capitale era chiusa dal nemico e circa un terzo del territorio era già occupato.

Il Governo provvisorio dimostrò un'energia e una prontezza a combattere, che erano pari all'eroico coraggio degli assalitori. Immediatamente cercò, per via diplomatica, di ottenere un cambiamento della situazione.
Diresse una circolare alle Potenze neutrali, in cui rigettava tutta la responsabilità della guerra sfortunata sull'Imperatore deposto; era impossibile tenere responsabile l'infelice paese per la colpa di un despota: la Francia quindi non avrebbe ceduto un pollice di terreno e una pietra delle sue fortezze!

Qui si dimenticava che il Corpo legislativo quasi unanime, il Senato realmente unanime avevano voluto la guerra con la Prussia e la stampa con appassionato impeto vi aveva aderito.
Come Giulio Favre aveva tuonato contro la Germania, Giulio Ferry protestato contro la ferrovia del Gottardo, l'estrema Sinistra paragonato la giornata di Sodowa quale onta nazionale con l'esecuzione di Queretaro! «Io comprendo sotto la denominazione di nazione - disse una volta Luigi Bamberger nel Reichstag - non i singoli dei 38 milioni, che nelle loro case hanno per lo più idee pacifiche, ma quella parte che dà il colore alla pubblica opinione, per la quale ogni nazione é responsabile con la propria testa»!

Un abboccamento fra il Bismarck e il Favre, patrocinato dal Governo inglese, non portò ad alcun accordo. Anche il viaggio del Thiers alle corti europee passò senza risultati tangibili: non si risparmiarono manifestazioni di simpatia e di compassione, ma non fu promesso nessun effettivo appoggio.
La guerra proseguì. Nel frattempo Parigi era stata circondata da tutte le parti e separata da ogni rapporto col mondo esterno.
Il Gambetta era instancabile «nello spremere dalla terra» nelle regioni non occupate dal nemico, nuovi eserciti per la liberazione della capitale. Anche la guarnigione parigina cercava di continuo d'inquietare il nemico con alcune sporadiche sortite: ma tutti i tentativi di liberazione andavano a vuoto davanti all'avvedutezza del Comando supremo tedesco e al tenace valore delle truppe tedesche, ormai cresciute fino ad acquistare una grande strapotenza di mezzi e di uomini.

Il 28 settembre fu costretta alla resa Strasburgo, assediata da cinque settimane dai Badesi. Bismarck nel suo abboccamento col Favre aveva detto: «Strasburgo é la chiave della nostra casa; noi la vogliamo chiamare nostra in tutti i modi! ».
Dopo la capitolazione fu immediatamente costituita un'amministrazione tedesca, perchè fosse manifesto ai Francesi, che non avessero più a pensare alla restituzione della chiave.
La più sicura fiducia ponevano i Parigini nell'esercito di soccorso che si veniva raccogliendo alla Loira: per difendersi contro questo pericolo fu spedito il Generale von der Tonn alla Loira con un corpo, formato di Bavaresi e Prussiani.

Le vittorie di Artenay il 10 e di Orleans l'11 ottobre gli aprirono le porte della città di Giovanna d'Arco. Quando però l'Aurelle ebbe passato la Loira con forze superiori al di sotto di Orleans, per tagliare ai Tedeschi la linea di ritirata, il von der Tann dovette andarsene.
Segui l'angosciosa giornata di Coulmiers (9 novembre). La più gagliarda resistenza dei Tedeschi permise loro soltanto di poter proseguire indisturbati la ritirata. Appena però con l'unione al corpo del principe Federigo Carlo fu ristabilito l'equilibrio delle forze, fu conseguita ad Orleans una seconda vittoria, e occupata per la seconda volta la molto contesa città.

Difficilmente i Bavaresi avrebbero potuto essere salvati, se il 27 ottobre la fortezza di Metz non avesse capitolato e quindi non fossero state disponibili le truppe assedianti. Nuovamente un esercito, forte di 173.000 uomini con tre marescialli, Bazaine, Canrobert, e Leboeuf era fatto prigioniero, e una sterminata quantità di artiglierie e di altro materiale da guerra era caduta nelle mani dei vincitori.

Le truppe, divenute libere, ora poterono essere inviate in varie direzioni a coprire l'esercito bloccante Parigi, dove si erano riuniti i maggiori eserciti nemici. L'esercito del sud sotto il Generale von Werder doveva tener libera l'Alsazia e la congiunzione con la Germania. La forza di resistenza, che la Francia, infiammata dall'incomparabile organizzatore Gambetta, sviluppò nella sua sfortuna, fu degna di ammirazione.
Gli avanzi dell'esercito imperiale, truppe di marina, guardie mobili e nazionali vennero rafforzate dalla levée en masse, che chiamò sotto le armi tutti i Francesi da 20 a 40 anni d'età. Vi si aggiunsero pure i franchi tiratori, i cui attacchi guerreschi non erano certo un pericolo per i Tedeschi, ma solo un molesto imbarazzo.

Ancora verso la fine del dicembre del 1870 non era prevedibile, quando la guerra sarebbe terminata. Malgrado tutti gli orrori dell'assedio, Parigi teneva fermo nella maniera più coraggiosa; le improvvisazioni del Gambetta per liberare la capitale furono tutte quante fronteggiate, ma sempre nuove moltitudini affluivano dalle regioni più lontane; quattro nuovi eserciti sotto il Bourbaki, il Faidherbe, lo Chanzy, e il Briand dovevano darsi la mano, secondo il piano del Gambetta, per un "suprême effort".

Ad essi si univano pure i volontari condotti da Giuseppe Garibaldi. Quando nel settembre 1870 (con i francesi assenti e in crisi) fu operata dal Re d'Italia stesso la liberazione di Roma dal giogo papale, il 63enne vecchio eroe viveva pacifico a Caprera; la proclamazione della repubblica a Parigi gli fece apparire la lotta dei Francesi contro i Tedeschi come la battaglia d'un libero popolo con il suo oppressore straniero ed egli mosse con qualche migliaio di volontari in aiuto ai fratelli latini; il neo Governo parigino però lo appoggiò debolmente; la sua partecipazione alla guerra non esercitò alcuna essenziale efficacia sull'andamento degli eventi militari.

Le fila della direzione della guerra tedesca confluivano negli appartamenti del Re Guglielmo nel palazzo prefettizio di Versaglia. Quando giunse la notizia che lo Chanzy voleva procedere a un attacco contro Vendome e tentare la congiunzione col Bourbaki, il principe Federigo Carlo ebbe l'ordine di «sbrigarsi dell'esercito dello Chanzy, prima che quell'altro potesse far sentir da vicino l'azione propria».

In battaglie durate sette giorni egli rigettò il nemico fino nella Mayenne. Il 12 gennaio Le Mans fu occupata dai Tedeschi. Così era rimosso il pericolo minacciante dall'occidente il Quartier generale tedesco. Nel nord il primo esercito sotto il Goeben vinse a S. Quintino (19 gennaio).
L'esercito del Bourbaki doveva, secondo le disposizioni del Gambetta, sbloccare l'importante fortezza di Belfort, ma il Generale Werder annientò con la battaglia, durata tre giorni, alla Lisaine (15-17 gennaio 1871) anche questo progetto.
L'esercito battuto fu quindi dal Werder e dal Manteuffel, avanzantesi dal nord con tre corpi d'esercito, serrchiuso così bene che non gli rimase altro se non passare sul territorio neutrale svizzero; dove fu disarmato conforme a un accordo con il comandante in capo delle truppe svizzere, Generale Herzog.

Così era annientata l'ultima speranza dei Parigini nella liberazione. Anche gli sforzi per salvarsi con proprie forze erano andati a vuoto; tutte le sortite erano fallite dinanzi alla ferrea resistenza dei Tedeschi, protetti dalle loro batterie. Il problema, se convenisse bombardare Parigi, aveva suscitato un serio dissidio nel Quartier generale tedesco. Il Blumenthal non vi vedeva che un inutile spreco di forze; il Moltke non era un avversario sistematico del bombardamento, ma, soprattutto per le enormi difficoltà di trasportare il materiale d'artiglieria pesante, si era sempre più accostato all'idea di costringere la città alla resa solo mediante la fame; invece il Bismarck e il Roon volevano fosse iniziato il formale attacco tanto più energicamente, in quanto essi - come é apparso, non a torto - temevano che prevalessero esteriori motivi soggettivi per risparmiare la "ville lumiére".

Solo quando anche gli specialisti della guerra d'assedio, gli artiglieri e gl'ingegneri raccomandarono il bombardamento e il parco d'assedio fu giunto dalla Germania, il Moltke rinunziò alla sua opposizione, e si cominciò seriamente il bombardamento di Parigi. L'effetto non riuscì così notevole, come si erano attesi gli specialisti; pur tuttavia esso da un lato rialzò il coraggio delle truppe tedesche, finalmente uscite dalla inerzia, mentre, dall'altro, non contribuì poco ad accrescere l'inquietudine e il malcontento nella città.

Ancora una volta, il 19 gennaio, il Trochu intraprese una sortita in massa fra il monte Valerien e il castello reale di S. Cloud, incendiato dalle artiglierie francesi, ma anche questa battaglia, durata dall'alba alla notte, finì con la ricacciata dei Francesi.
Gli alimenti - non c'era più che pane cattivo e carne di cavallo - potevano bastare al più per un paio di settimane. Inoltre non c'era più dubbio che il proletariato mirasse ad approfittare della condizione penosa del Governo e della borghesia.

Già il 22 gennaio battaglioni armati di operai marciarono dai sobborghi di Belleville e di Montmartre contro il palazzo municipale. Quantunque il successore del Trochu, Generale Vinoy, riuscisse a reprimere la rivolta, però il timore di una lotta disperata, in confronto della quale il bombardamento non era stato se non un gioco di ragazzi, fece svanire nelle sfere governative gli ultimi scrupoli; il 23 gennaio giunse a Versaglia il ministro Giulio Favre per intraprendere trattative intorno alla capitolazione di Parigi.

Il presuntuoso Francese s'ingannava, se sperava che il cancelliere tedesco si sarebbe fatto un onore di dare il permesso che la guarnigione potesse uscire in uniforme di parata e a tamburo battente dalla città, dov'era ormai impossibile mantenersi.
Il consiglio di guerra tedesco stabilì dovessero esser fatte prigioniere tutte le truppe regolari. Per il momento non fu concluso che una tregua di tre settimane, affinché un'assemblea nazionale da convocarsi a Bordeaux risolvesse il problema della guerra o della pace.

Frattanto i forti parigini dovevano essere occupati da truppe tedesche, e le truppe di linea, le guardie mobili e i soldati di marina dovevano deporre le armi, ma rimanere nella città; a una divisione di linea e alla guardia nazionale doveva esser permesso di conservare le armi per il mantenimento dell'ordine.
Il Gambetta non volle, malgrado la disperata condizione, rinunziare del tutto alla speranza di una piega migliore delle cose, e pubblicò di nuovo un appello, perché il popolo francese eleggesse una rappresentanza popolare di sentimenti nazionali e coraggiosa, che fosse pronta solo ad accettare una pace onorevole; per ciò tutte le persone, che avevano avuto dal Governo imperiale un ufficio superiore dovevano essere escluse dall'eleggibilità.

Quando però Bismarck espose al ministro Favre che non poteva permettere elezioni, che «si svolgessero sotto il predominio dell'arbitrio e della oppressione», il decreto elettorale del Gambetta fu dichiarato dal Governo nullo ed invalido; il Gambetta si vide costretto naturalmente a dimettersi.


LÉON GAMBETTA (1838-1882) - Originario di una famiglia ligure emigrata in Francia, brillante avvocato, si distingue per le sue solide idee repubblicane.
Nel 1869 viene eletto deputato e diventa il capo della opposizione contro l'imperialismo di Napoleone III. Dopo la disfatta di Sedan proclama la decadenza di Napoleone III e l'istituzione della Repubblica. Dopo i fatti del 1871 fonda il giornale La République Française e si fa strenuo promotore dell'idea repubblicana in tutto il paese.
Nel 1877, come leader dell'opposizione repubblicana, mette alle strette il Presidente, filo monarchico, Mac-Mahon e lo costringe alle dimissioni. Rifiuta la nomina a Presidente della Repubblica ma accetta quella di Presidente dell'Assemblea Nazionale e da vita ad un "grande ministero di Unione Repubblicana".
Muore in un incidente nel Dicembre del 1882.
Gambetta e' stato riconosciuto come uno dei piu' grandi fautori della Repubblica e l'ideatore/codificatore delle caratteristiche fondamentali del pensiero repubblicano.
L'urna con le sue ceneri e' conservata al Pantheon di Parigi.


Le elezioni dettero, com'era da attendersi, una forte maggioranza conservatrice; il settantaquattrenne Thiers fu posto come presidente a capo della repubblica. Così era abbandonato anche il pensiero della continuazione della guerra.

«Concludere la pace - dichiarò subito il Presidente dopo la sua nomina - riordinare il Governo, rialzare il credito, ravvivare il lavoro questa è nel momento presente l'unica politica possibile e comprensibile!».

Per incarico dell'assemblea nazionale Thiers e il ministro Favre e il Picard si recarono a Versaglia. Il motto: "La Francia non può sacrificare un pollice del suo territorio!" era abbandonato da un pezzo; il Thiers era già risoluto a cedere l'Alsazia con Strasburgo.
Ma Bismarck esigeva per la pace un prezzo ancor maggiore. Gli domandavano non solo l'Alsazia con Strasburgo e Belfort, ma anche la Lorena tedesca con Metz, e inoltre un risarcimento delle spese di guerra, pari a sei miliardi di franchi. Soltanto il reciso rifiuto del Thiers di accogliere così dure condizioni, e ancor più la preoccupazione dell'ingerenza delle Potenze neutrali indussero Bismarck a una modesta concessione; egli rinunziò alla cessione di Belfort e ridusse la contribuzione di guerra a cinque miliardi.
Invece si tenne duro con fermezza su questo punto che le truppe tedesche il 1° marzo entrassero in Parigi e occupassero la parte occidentale della città dall'arco trionfale fino al giardino delle Tuglierì fino alla accettazione del trattato preliminare per parte dell'assemblea nazionale.

Il 1° marzo, mentre altre truppe assedianti stavano alla riserva e i cannoni dei forti erano rivolti contro la città, marciarono 30.000 uomini di tutti i contingenti tedeschi attraverso l'arco trionfale ai Campi Elisi.
Questa fu per i Parigini una gravissima umiliazione, ma non poteva omettersi dal Comando supremo tedesco per far vedere chiaramente ai Francesi che anche la città santa, la cui irrequieta popolazione aveva in sostanza voluto la guerra e aveva eccitato alla guerra, partecipava alla sorte dei vinti.

Non meno dolorosa dovette essere per l'orgoglio nazionale dei Francesi la solenne proclamazione dell'Impero tedesco nel Castello del Roi soleil , avvenuta il 18 gennaio 1871 alle 12. Invece essi potevano con soddisfazione pensare che la loro patria, nonostante gli spaventosi rovesci di fortuna, che aveva sofferto nella guerra, e nonostante gli incredibili sacrifici, che le costava la pace, appariva superiore al vincitore, subito dopo la catastrofe, almeno per quanto s'atteneva all'economia pubblica.
Il gigantesco prestito, necessario per la contribuzione di guerra, fu condotto senza fatica in porto, cosicché le regioni occupate da truppe tedesche, fino all'estinzione del debito, furono liberate dalla loro presenza nel più breve termine.

Eppure il Governo repubblicano, appena che dal Comando supremo tedesco fu consentita una tregua, dovette dirigere una seconda lotta, la quale, se fu circoscritta ad un territorio più piccolo e non richiese l'enorme levata in massa come quella appena finita, suscitò però un fanatismo piuttosto appassionato.

Mentre il nemico teneva stretta la capitale, e la "metropoli del godimento sensuale" era visitata dalla più terribile carestia, i seguaci della corrente comunista, vinta nelle lotte del giugno del 1848, reputarono favorevole il momento per attuare le loro radicali teorie.

Il Blanqui ed altri rivoluzionari, che fino allora avevano fatto dall'Inghilterra propaganda per la loro Internazionale, trasferirono nell'estate del 1870 il proprio quartier generale a Parigi. Fu preparata una poderosa campagna del popolo lavoratore contro la borghesia, la rappresentante del maledetto capitale.
Più volte si verificarono conflitti con il Governo della difesa nazionale. Ma il movimento assunse le dimensioni più vaste, quando, conforme alle stipulazioni dei trattati di Versaglia, furono disarmate le truppe regolari, e il mantenimento dell'ordine rimase affidato in sostanza alla guardia nazionale, nient'affatto avversa a quei principi radicali.

Anche l'odio antigermanico rendeva una notevole parte della popolazione parigina contraria ad un Governo, che - questa la grave colpa- si era lasciato strappare dal nemico condizioni disonorevoli.
Il 24 febbraio la maggioranza della guardia nazionale promise solennemente di accettare ordini non più dal Governo, ma solo dal Comitato centrale, una rappresentanza dell'associazione internazionale operaia.
Ben presto si giunse anche agli omicidi e alle atrocità nello stile della grande rivoluzione; il terrore doveva, come al tempo del Robespierre, rafforzare la posizione degli attuali capi rivoluzionari.

La marcia delle truppe, tedesche in Parigi fu sfruttata, col pretesto di salvare i cannoni della guardia nazionale dai Prussiani, portandoli a Montmartre, dominante Parigi. Quando, dopo la partenza dei Tedeschi, il Generale Vinoy volle riavere i cannoni, la guardia nazionale si oppose, e successe (18 marzo) una generale rivolta dei quartieri operai.
Il Governo non poteva fare assegnamento neppure sulle truppe di linea; quindi abbandonò formalmente la capitale. Parigi cadde del tutto sotto la signoria della Commune.

Il Comitato centrale, formato di soci dell'Internazionale e di delegati della Guardia nazionale con Assy alla testa, si piazzò nel palazzo comunale: fece innalzare su tutti gli edifici pubblici la bandiera rossa, e assoldò formalmente la Guardia nazionale, forte di circa 100.000 uomini, con 200 cannoni e mitragliatrici.

Il Governo dello Stato, che si era stabilito in Versaglia nel posto del nemico rimpatriato, rimase a lungo incerto dinanzi all'imponente moto popolare; ritirò a Versaglia anche gli ultimi reggimenti rimasti fedeli, e non fece nulla per proteggere i suoi numerosi seguaci in Parigi. Al legittimo comandante in capo della Guardia nazionale, colonnello Langlois, nessuno obbediva. Venti sindaci, amici del Governo, si contrapposero, come autorità legale, agli uomini del Palazzo di città: ma erano del tutto impotenti di fronte alla schiacciante strapotenza oltre che numerica dei rivoltosi.
Sotto l'efficacia di queste condizioni le elezioni comunali del 26 marzo ebbero esito del tutto favorevole al proletariato organizzato. Come capi indiscussi della rivoluzione, il Blanqui, l'Assy, Felice Pyat, il Delescluze, il Flourens e altri vennero eletti nel consiglio comunale, e il comitato centrale si sciolse.

La nuova Commune - per la difesa di Parigi - formò in luogo dei ministeri dieci commissioni del popolo; centro del Governo rimase l'Hotel de ville. A comandante di Parigi fu scelto un commesso, il Bergeret; il comando supremo sulle cose di guerra dei federali fu affidato a un sottotenente, a un operaio e a un farmacista. Per procurarsi il denaro, necessario al pagamento dei militi della Guardia nazionale, furono derubate le chiese, e sequestrati i beni della Chiesa e alcuni ricchi imprigionati.

A Parigi insomma, tutto andò relativamente liscio; invece il tentativo di costituire anche in altre grandi città di Francia il regime dell'Internazionale fallì, e andò pure a vuoto la spedizione a Versaglia, inscenata per disperdere l'Assemblea nazionale, sull'esempio di quella del 5 ottobre 1789. Tanto più furiosamente procedettero i radicali in Parigi contro i loro avversari.

I ricordi delle gesta della grande rivoluzione ammirate dall'intero mondo inebriarono i piccoli epigoni, anzi personaggi importanti addirittura furono vittime di quella fatale suggestione, come dimostra l'esempio del grande pittore Courbet: il quale, per scimmiottare il giacobino David, propose ed eseguì il grottesco piano di abbattere la colonna di Vendome, il vergognoso monumento del militarismo.
Per vendicare la morte del loro Generale Duval, fucilato a Versaglia, furono vilmente giustiziati l'arcivescovo Darboy ed altri preti.
Ma finalmente Mac-Mahon, successore del Vinoy nel comando delle truppe governative, credette abbastanza forti le sue truppe per poter castigare Parigi della sua defezione contro la Francia.

Dalla metà d'aprile in poi si intrapresero serie operazioni contro quei forti di Parigi, che non erano tuttora occupati da truppe tedesche. La Commune oppose una discreta resistenza; con tutto ciò le fortificazioni avanzate una dopo l'altra caddero nelle mani degli assedianti. Mediante la costituzione di un comitato di salute pubblica di cinque membri si doveva ottenere un accentramento più saldo del regime cittadino, ma gl'intrighi del vecchio comitato centrale resero illusoria ogni direzione unitaria.
Quando non era più possibile dubitare dell'esito della lotta, la Commune su proposta del dittatore Delescluze decise che tutti gli edifici pubblici, le «meraviglie del mondo », tanto celebrate da Vittor Hugo e da altri cantori, fossero incendiati per il funerale della Commune.

Effettivamente, quando le truppe governative, il 21 maggio, entrarono in Parigi per la porta di S. Cloud, il pazzesco decreto fu attuato. Durante la lotta sulle barricate, durata sette giorni, bruciarono le Tuglierì, il Palazzo Reale, il Palazzo di città, e numerosi altri edifici dello Stato, chiese e teatri. Ma alla fine si riuscì a prendere anche le ultime barricate, cosicché l'insurrezione della Commune poté considerarsi vinta.
Furono trasportati a Versaglia 50.000 comunardi come prigionieri; però riuscì ai più di sfuggire alla punizione con la fuga. I più audaci caporioni della Commune, Delescluze, Dombrowsky e altri erano morti durante la lotta per le vie; altri furono per giudizio statario fucilati o deportati, poi celebrati dall'Internazionale in Londra come martiri dello Stato dell'avvenire.

La rivoluzione communarda ha avuto seguito anche nella provincia dove numerose città si sono costituite in Communi, con esperienze del tutto effimere e subito soffocate dalla reazione governativa. Vanno ricordate le città di: Marsiglia, Saint-Etienne, Tolosa, Narbonne, Creusot, Limoges, Perpignan, Grenoble, Nantes, Bordeaux, Lille, Lione, ecc. Esistono però poche tracce di collegamenti o di legami tra queste esperienze e quella parigina.

Di questa rivoluzione, troppo presto rientrata, si è detto che i dannati della terra hanno tentato la conquista del cielo. Vero o meno che sia, resta indiscutibile il fatto che la Commune di Parigi ha mostrato, anticipando i tempi, quali possono essere i limiti di quella rivoluzione proletaria che Marx andava predicando da anni.
Resta comunque il fatto che, dopo oltre 130 anni, la maggior parte delle società moderne beneficia di quei principi, frettolosamente elaborati, durante la breve vita della Commune, che oggi nessuno si sogna più di discutere:
a - principio di uguaglianza di tutti gli uomini
b - parita' di diritti per ambo i sessi
c - separazione tra chiesa e stato
d - soppressione dei finanziamenti al culto
e - eliminazione delle ingerenze della chiesa nei servizi pubblici
f - insegnamento pubblico laico, gratuito ed obbligatorio
anche se occorre sottolineare che per i punti da c) d) e) f) l'Italia vive ancora in periodo pre-rivoluzionario.

Le trattative intorno alla pace definitiva tra la Francia e il nuovo Impero tedesco furono all'inizio aperte in Bruxelles. I negoziatori francesi non avevano fretta. Evidentemente le loro manovre miravano ad attendere un momento più favorevole, per revocare gli impegni della Francia, fissati nei preliminari di pace o per lo meno per alleggerirli.
Allorché però Bismarck nel parlamento tedesco dichiarò che, se il Governo francese non aveva la forza o la buona volontà di adempiere ai suoi obblighi, anche l'epilogo della guerra sarebbe stato portato a degna fine, e allorché al tempo stesso fu sospeso il rimpatrio dei prigionieri francesi, di cui il Thiers aveva urgente bisogno per vincere l'insurrezione della Commune, le trattative procedettero più celermente.
Il Governo francese stesso si offrì di continuarle in una città tedesca.

Il 5 maggio Bismarck e il conte Arnim, come pure Giulio Favre, il ministro delle finanze Pauyer-Quertier e il deputato Goulard si incontrarono nell'Albergo del Cigno a Francoforte sul Meno. Sostanzialmente si mantennero le stipulazioni versagliesi: soltanto rispetto alle frontiere furono introdotte alcune modifiche per riguardo alla nazionalità della popolazione, e chieste più forti guarentige per l'esecuzione delle clausole della pace.
Il 10 maggio 1871 fu sottoscritto il trattato di pace.

«La grande lotta di ambedue le nazioni - con queste parole la grande opera dello Stato maggiore prussiano celebra la conclusione della guerra - era finita dopo una battaglia durata sette mesi. Ciò che l'esercito vittorioso sui campi di battaglia francesi aveva conquistato compensava l'alta posta. Con Metz e Strasburgo si erano riprese le regioni, strappate alla Germania nei giorni della sua debolezza, e la Nazione doveva al valore e alla resistenza dei suoi figli l'unità da tanto desiderata».

(((( Qui non dobbiamo dimenticare che l'umiliazione subita dalla Francia rimase e covò per oltre 45 anni, fino a quando, e nella stessa Versaglia alla fine della Prima Guerra Mondiale, con tanto livore imposero alla Germania le ben note opprimenti condizioni di pace: il pagamento dei danni di guerra, l'occupazione di alcuni territori a loro spese, il disarmo (molto simili a quelle lette sopra). Trattato firmato a Compeigne su un vagone ferroviario.
Ma l'umiliazione e il livore si trasferì poi nuovamente ai tedeschi che con Hitler provocarono vent'anni dopo la Seconda Guerra Mondiale e tornarono a imporre alla Francia il proprio opprimente trattato di pace perfino sullo stesso vagone ferroviario a Compaigne. - Fino alla loro disfatta )))))

Lasciamo ora la Francia e la Germania (la riprenderemo più avanti)
e di questo stesso periodo occupiamoci dell'Italia.

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