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IL NUOVO PREDOMINIO - LA NASCITA DEI RANCORI


237. 46) - LA "PRIMA" GRANDE "TRAGEDIA-SUICIDIO" DELL'EUROPA


L'Europa nel 1914, già da parecchi anni era divisa politicamente in due blocchi che, per le rispettive forze militari terrestri si equivalevano. Da una parte la TRIPLICE ALLEANZA formata da Germania, Austria-Ungheria e Italia; dall'altra Francia, Russia e Inghilterra con degli accordi avevano formato e dato origine alla TRIPLICE INTESA.
Il carattere della prima - come del resto anche la seconda - stipulata per la prima volta il 20 maggio 1882 e rinnovata nel 1891, nel 1902 e nel 1912, era nettamente difensivo senza possibilità di equivoci, infatti, all'Art. III si affermava "Se una o due delle parti contraenti, senza provocazione diretta da parte loro, venissero ad essere attaccate ed a trovarsi impegnate in una guerra con due o più grandi potenze non firmatarie del presente trattato, il casus foederis si presenterà nsimultaneamente per tutte le altri parti contraenti".

Quanto alla Triplice Intesa, una di queste potenza, la Francia in uno scambio di lettere avvenuto nel 1902 tra il ministro degli esteri italiano Prinetti e l'ambasciatore di Francia Barrere, si era convenuto quanto segue: "Nel caso che la Francia fosse oggetto di un'aggressione, diretta o indiretta, da parte di una o più potenze, l'Italia conserverà una stretta neutralità. Lo stesso avverrà se, in seguito ad una provocazione diretta, la Francia si trovasse costretta a prender l'iniziativa d'una dichiarazione di guerra per la difesa del suo onore e della sua sicurezza. La parola "diretta" ha questo senso e questa portata: I fatti, che possono eventualmente essere invocati come provocazione, debbono concernere i rapporti diretti tra le potenze provocatrici e la potenza provocata. Non esiste da parte dell'Italia, e non sarà concluso da essa alcun protocollo o disposizione militare contrattuale d'ordine internazionale, che fosse in disaccordo con la presente dichiarazione".

Questi erano gli accordi dell'Italia con la Francia. Ora veniamo all'applicazione.
Nel novembre 1912 la Serbia invade l'Albania settentrionale ed occupa Durazzo. L'Italia e Austria-Ungheria si oppongono; la Russia tace. Il governo italiano fa sapere a quello francese che l'Italia sarebbe stata risolutamente a fianco dell'Austria-Ungheria contro la Serbia se questa avesse persistito nella pretesa di tenere Durazzo; se Francia e Russia avessero appoggiato la Serbia, si sarebbe trattato di un'aggressione. Questo deciso e fermo atteggiamento dell'Italia fu importante per la risoluzione dell'episodio ed il 9 novembre Sazonov dichiarava alla Serbia ch'essa doveva rinunciare a qualsiasi acquisto territoriale sul litorale albanese (Tittoni - Nuovi scritti di politica interna ed estera - pag. 63 - già in "Fatti e cifre inconfutabili" del generale Marietti - Ediz Ist. Nastro Azzurro, Torino).

Nel marzo del 1913 la conferenza di Londra decide che Scutari deve rimanere albanese. I Montenegrini entrano in Scutari e rifiutano di abbandonarla. L'Austria-Ungheria minaccia d'invadere il Montenegro. L'Italia si oppone a questa azione isolata della sua alleata, e reclama quella collettiva. Anche questa volta il fermo e deciso atteggiamento dell'Italia conduce alla soluzione pacifica del conflitto con la partenza dei Montenegrini da Scutari. (ib. pag. 64).

Pochi mesi dopo nell'agosto del 1913 un'avventata iniziativa della Bulgaria contro i suoi alleati nella precedente ed appena cessata guerra, si riduce a mal partito. L'Austria che aveva non solo incoraggiato ma anche aiutato militarmente la Bulgaria, vede crollare il suo piano di indebolimento della Serbia e pensa subito di attaccarla. Questa volta però vuol sentire prima i suoi due alleati. La Germania è contraria, "perchè il conflitto non avrebbe potuto rimanere localizzato". Mentre l'Italia rifiutando categoricamente ricorda che il trattato non è applicabile ad un'aggressione contro la Serbia (Ib. pag. 65).

A questo punto emergono chiaramente questi tre fatti precedenti alla crisi dell'agosto 1914:
1° Che l'Italia fu coerente ai precedenti episodi;
2° ciò che aveva detto non poteva essere da nessuno ignorato;
3° se anche la Germania avesse mantenuto la propria coerenza, la guerra sarebbe stata evitata.

I fatti però precipitano con l'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia in una visita programmata a Sarajevo.

Su questo assassinio - a dire il vero - non è stato fatto molta chiarezza.
In questi ultimi anni si è però scoperto, dopo aver scartato gli archivi statali austriaci che sono rimasti immacolati per quasi un secolo, notizie interessanti sui rapporti dell'Austria con la Serbia. Sembra, infatti, che nei mesi precedenti all'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando e della Principessa Sofia ad opera di Gavril Princip, studente serbo-croato facente parte dell'associazione segreta "La mano nera", il primo ministro serbo Nicola Pasic fosse venuto a conoscenza del disegno terroristico previsto dall'associazione anarchica e avesse prontamente informato i servizi segreti austriaci del probabile attentato all' Arciduca...... Ma il 28 giugno 1914, a Sarajevo, i servizi di sicurezza asburgici risultarono decisamente inefficienti....... Avevano ignorato l'avviso, non perchè fosse infondato, ma perchè forse era quello che aspettavano da tempo.
Un pretesto valido per stroncare definitivamente la forza emergente dei Balcani, la Serbia, che era l'unica a minacciare l'egemonia austriaca sulla penisola balcanica.
E se fosse veramente così, fu un pretesto molto cinico; sacrificarono l'Arciduca!

Inoltre, in quello stesso giorno, nello stesso Corso Voivoda, Princip non era solo, infatti di attentati ve ne furono due, ma la polizia pur avendo arrestato quest'altro attentatore (Cabrinovic) sembra strano che il giudice Pfeffer incaricato di investigare, ignorò e non mise in relazione i due attentati, che avrebbe permesso di scoprire il complotto organizzato da Princip, Cabrinovic, Gabrez, Popovic, Cubrilovic, Ilic, tutti rivoluzionari della "Mano Nera"; e che solo in seguito furono arrestati per delazione.

 


Sarajevo fu la miccia per scatenare quella che ormai porta il nome di "Grande Guerra", e dato che ne seguì poi un'altra, gli fu dato il nome di "Prima Guerra Mondiale" per distinguerla dalla Seconda, che nella realtà fu figlia di quella, con il livore che passò dalla spietata rivincita della umiliata Francia del 1870, all'altrettanta spietata rivincita della umiliata Germania a Versailles nel 1919.

Jean-Baptiste Duroselle e François Furet: alla fine della loro vita, la Grande Guerra rimaneva ancora qualcosa di «incomprensibile» per il primo e di «enigmatico» per il secondo. L’uno e l’altro non alludevano soltanto alle cause scatenanti della guerra, ma al conflitto nella sua interezza e in particolare all’accanimento con cui si combatté e all’ostinazione dimostrata dai popoli europei nel distruggersi a vicenda. Ma di questo fatale finale non dobbiamo meravigliarci, Napoleone lo profetizzò esattamente cento anni prima ""Ma non iscorgono essi che uccidono se medesimi colle proprie mani? ...."

Nei nuovi Stati nazionali dove nel corso del XIX secolo avevano concesso alcuni delle approssimate, altri delle ottime Costituzioni repubblicane, gli abitanti avevano cessato di essere sudditi di un sovrano per diventare cittadini con diritti e doveri; tra questi doveri ve n’era uno che aveva assunto un ruolo centrale: la difesa della patria contro i pericoli e le ambizioni esterne, vere o presunte.
Questo ruolo così radicato aveva mascherato il fatto che il confronto tra Stati nazionali non avrebbe più avuto molto a che vedere con la guerra tradizionale, con le penose guerre«dinastiche». Non si trattava più di guerre dalle quali i popoli erano esclusi, ma di un conflitto che li avrebbe coinvolti tutti, di cui sarebbero stati (dissero) i «beneficiari» e che avrebbe dato loro la sensazione di combattere per i propri interessi. Il servizio militare obbligatorio e, nel caso, la mobilitazione generale erano due aspetti di questa nuova realtà. I popoli erano diventati «patrioti» nel senso nuovo del termine e né i politici, né i popoli stessi avevano immaginato gli effetti di questo cambiamento.

L’aspetto più grave era costituito dall’atteggiamento dei politici di quegli Stati nazionali, i quali non si rendevano quasi conto della nuova situazione, spesso estranea alla loro formazione intellettuale, ancora quasi tutti servili al loro - ancora di fatto - sovrano. I monarchi e anche i politici repubblicani continuavano a ragionare secondo schemi che appartenevano al passato, all’epoca degli Stati dinastici: questa inadeguatezza fu fatale ai secondi e tragica per i primi (vedi lo Zar).
L'idea nella sua degeneratezza, non aveva cessato di essere quella di combattere i propri vicini, in seno alle quali era cresciuto l’odio nei confronti dell’altro per i contenziosi ormai sì datati, ma con una carica di rivincita non indifferente (vedi il quarantennale livore, astio, invidia, rancore della Francia nei confronti dei Prussiani).


Quindi molto prima dello scoppio della guerra,
da una parte era cresciuto Il patriottismo, ribattezzato in questo caso nazionalismo (che induce spesso a percepire il vicino come un avversario, un nemico); dall’altro, un gruppo di politici europei riteneva che fosse loro dovere dare prova di «fermezza», e pensavano che regolare un contenzioso con i vicini, se necessario, attraverso l’uso delle armi, fosse certamente un fatto deplorevole, ma pur sempre nella natura delle cose. Come era sempre stato.
«Difendersi» contro ciò che non poteva essere interpretato altrimenti che come un’aggressione era un indiscutibile dovere.

Dunque prima ancora dei tragici fatti di Sarajevo, la volontà di alcune potenze era di scatenare una guerra per raggiungere loro fini particolari, specialmente nel campo territoriale; fini che prescindevano dal diritto di autodecisione, dal rispetto delle nazionalità e anche dalla perfetta uguaglianza delle nazioni, e si proponevano il maggior danno possibile per il nemico, che in definitiva era poi uno solo: l'impero tedesco.
Si distinguevano in questi proponimenti specialmente la Francia e la Russia, sia per quello che richiedevano a proprio favore, sia per quello che non volevano dare ai loro minori alleati. E per i conti che dovevano regolare.
Ad assecondare Francia e Russia, vi era la Gran Bretagna, che pur priva di un qualsiasi contenzioso, era spinta solo dalla volontà di mantenere i suoi commerci e il suo dominio sui mari, da qualche tempo sempre più minacciati dai tedeschi.
(La Reichsverband tedesca (una specie di Confindustria) fin dal 1870 era già potente ed efficiente, e per l'Inghilterra molto preoccupante! Il primo cartello carbonifero in Germania, era sorto a Dortmund nel 1879. Nel 1905, dieci anni prima che la guerra mondiale scoppiasse, in Germania si contavano già sessantadue (62!) cartelli metallurgici. C'era un cartello della potassa nel 1904, un cartello dello zucchero nel 1903, e dieci cartelli nell'industria vetraria. Le ferrovie erano già pari a quelle inglesi, con circa 40.000 chilometri in entrambe. Mentre anche sulla forza navale i tedeschi stavano facendo passi da giganti).

La Francia dopo la sua discesa in campo nel conflitto (3 agosto 1914) e una crisi iniziale (eliminata dalla dichiarata neutralità dell'Italia; che permise alla Francia un arretramento, l'abbandono della difesa sul fronte alpino italiano e finalmente di poter organizzare bene l'esercito, fino al punto di essere questo in grado di sferrare una grande offensiva - Il 3 settembre già era minacciata Parigi (tedeschi a 40 km.). Il governo dovette abbandonare la capitale e trasferirsi a Bordeaux. Se l'Italia, in questa circostanza molto critica per i francesi, non fosse stata neutrale ma schierata a fianco dell'Austria e Germania - ricordiamo che Cadorna aveva già predisposto di portare al loro fianco sul Reno 5 corpi d'armata e 2 divisioni di cavalleria - la catastrofe francese sulla Marna sarebbe stata inevitabile) espresse dopo il "salvataggio" dell'Italia, la sua determinatezza di continuare "Noi non rimetteremo nel fodero la spada che non abbiamo tratto fuori alla leggera finchè il Belgio non avrà in pieno tutto quello che esso ha sacrificato, finchè la Francia non sarà adeguatamente assicurata contro la minaccia di aggressione, finchè i diritti delle piccole nazioni dell'Europa non saranno posti su una base tangibile e finchè la dominazione militare della Prussia non sarà completamente e definitivamente distrutta". Questo discorso alla Guilhall è del 9 novembre 1914. (Lloyd George, The Truth about the Peace Treaties, London, 1938, I, p. 23). A queste dichiarazioni si associava anche il capo del governo francese, Viviani, il quale aggiungeva che la Francia avrebbe combattuto "finchè non fossero tornate per sempre le province che le erano state strappate nel '71" (Ib. p. 24).

 

Gli scopi degli alleati promulgati al principio della guerra possono essere così riassunti:
" 1) Rivendicazione del diritto internazionale contro la tirannia della forza adoperata come strumento non di giustizia ma di arroganza, di avidità e di oppressione nazionale;
2) Completo ristabilimento dell'indipendenza nazionale e dell'integrità del Belgio e della Serbia;
3) Disfatta e distruzione del militarismo prussiano come una minaccia alla pace del mondo;
4) Instaurazione del principio del diritto internazionale su basi solide, tali che fosse garantita una protezione delle nazioni piccole e deboli contro l'aggressività delle grandi;
5) Restituzione, per quanto riguarda la Francia, delle perdute province dell'Alsazia-Lorena".
(Ib. p. 25)

La guerra era appena iniziata, ma fin dai primi giorni fra le tre potenze (Gran Bretagna, Francia e Russia) nacquero le divergenze sui fini di quella guerra che andavano insieme ad iniziare, anche se questi fini erano rivestiti da quelli che saranno poi in seguito gli utopistici principi wilsoniani. Proprio Wilson ancora un anno prima che scendesse in campo con l'esercito americano (e dopo due anni che in Europa si combatteva) il 18 dicembre 1916, chiese alle tre potenze quali fossero i loro veri scopi di guerra. Lui e i suoi consiglieri poco sapevano della lunga e complessa Storia d'Europa, quasi sempre fatta e scritta da intricanti personaggi dentro quelle corti impregnate di reciproci atavici rancori di ogni genere, compresi quelli personali per i falliti matrimoni dinastici.

La Francia tramite Bourgeois affermava che "il diritto e la giustizia dovevano essere la base del regolamento di tutti i conflitti, di tutte le divergenze internazionali" (Bourgeois, Le Pacte de 1919 et la Societè des Nations, Paris 1919, I, p. 367) e più avanti (a pag. 43) aveva scritto, condividendo l'opinione di Ribot, che "il diritto senza la forza non è altro che l'umiliazione della giustizia oppressa dalla violenza".

Già prima della guerra, nel 1913 a Pietroburgo, si erano avute conversazioni fra il ministro degli Esteri russo, Sazonoff e l'ambasciatore francese DELCASSE. "La partecipazione di quest'ultimo ai colloqui è sufficiente ad indicarne la loro indole" (Fr. Stieve, Iswolski im Weltkrieg, Berlin, 1925, n.225).
Come ministro degli esteri dal 1898 al 1905 Delcasse aveva lavorato tenacemente ad assicurare alla Francia le amicizie necessarie per il "giorno della rivincita".
Rivincita per tutto quello che la Francia aveva perduto in seguito alla guerra del 1870-71, il che significava riavere l'Alsazia-Lorena e, nel quasi cinquantennale rancore nutrito verso i tedeschi, primo obiettivo era quello di distruggere quell'impero nato proprio con quella guerra.
Questa aspirazione era così tanto radicate nella natura di Delcassè che ancora nel 1919 a Versailles egli voleva ancor di più lo smembramento della Germania, e il giorno in cui alla Camera francese venne approvato il Trattato di Pace con la Germania, egli si astenne dal voto perchè quel trattato
"manteneva l'unità della Germania" (Henry Leyret, Delcassè parle ... in "Revue des Deux Mon des", 15 sett, 1937, p. 381).

Quindi Sazonoff quando il 14 settembre 1914 riprese le conversazioni con gli ambasciatori inglese e francese, non rivelava un argomento completamente nuovo. Dopo aver notato che era necessario "elaborare un progetto" Sazonoff esponeva ai suoi interlocutori le linee generali del nuovo assetto europeo (anche se come notiamo al punto 8, nè lui né tantomeno le altre tre potenze prevedevano la totale sconfitta e la conseguente disintegrazione dell'Impero Austro-Ungarico). Il principale pensiero Francese, Inglese e Russo era rivolto unicamente alla Germania).

Dobbiamo subito dire che per quanto il programma fosse uscito dalla mente fervida di Sazonoff e non impegnasse ancora i suoi alleati, tuttavia era un indice delle idee che circolavano in proposito nei mesi precedenti e nei primi giorni di una guerra che era ancora tutta da fare (la Francia aveva dichiarato guerra all'Austria l'11 agosto, la Gran Bretagna il 12, ma già il 3 e 4 agosto l'avevano dichiarata alla Germania, che a sua volta l'aveva dichiarata il 1° agosto alla Russia e il 2 agosto a Francia e Gran Bretagna).

Ecco il programma dei tre alleati
(concepito nel 1913, preso in considerazione nel 1914, diventato realtà nel 1919). Dal
"Die internationalen Beziehunghen im Zetailter del Imperialismous, VI, p.I, n. 256).

1) L'oggetto principale dei tre alleati deve essere quello di rompere la potenza tedesca e la sua pretesa di dominio militare e politico;

2) Le modificazioni territoriali devono essere determinate secondo i principi di nazionalità.

3) La Russia si annetterà il corso inferiore del Niemen e la parte orientale della Galizia. Unirà al regno di Polonia la Posnania orientale, la Slesia.... (qui mancano parole) e la parte occidentale della Galizia.

4) La Francia si riprenderà l'Alsazia-Lorena, aggiungendovi a suo piacere una parte della -Prussia renana e del Palatinato.

5) II Belgio otterrà in... ...... ......(mancano più parole) un aumento importante di territorio.

6) Il territorio dello Schleswig-Holstein sarà restituito alla Danimarca.

7) Il regno di Hannover sarà ristabilito.

8) L'Austria sarà formata da una monarchia tripartita, composta dell'impero d'Austria, del regno di Boemia e del regno di Ungheria. L'impero d'Austria avrà unicamente le province ereditarie. Il regno di Boemia si estenderà alla Boemia attuale e alla Slovacchia. Il regno di Ungheria dovrà intendersi con la Romania a proposito della Transilvania.

9) La Serbia avrà la Bosnia, l'Erzegovina, la Dalmazia e il nord dell'Albania.

10) La Bulgaria riceverà un compenso dalla Serbia in Macedonia.

11) La Grecia si annetterà l'Albania meridionale, ad eccezione di Valona destinata all'Italia.

12) L'Inghilterra, la Francia e il Giappone si divideranno le colonie tedesche.

13) La Germania e l'Austria pagherà una indennità di guerra»

(All'incirca è ciò che poi nel 1919 figurerà a Versailles nel Trattato di Pace con la Germania)

L'argomento venne ripreso da Nicola II in un colloquio che egli ebbe il 21 novembre 1914 con l'ambasciatore francese Paléologue. Anzitutto lo Zar ripeté quello che abbiamo già sentito e cioè la necessità della «distruzione del militarismo tedesco, cioè la fine dell'incubo nel quale la Germania ci fa vivere da più di quarant'anni. Bisogna togliere al popolo tedesco ogni possibilità di rivincita. Se ci lasciamo impietosire sarà una nuova guerra a breve scadenza».

e aggiunse "... noi consolideremo molto la pace futura. Perchè questo deve essere il nostro pensiero direttivo. La nostra opera non sarà giustificata davanti a Dio e davanti alla storia se non è dominata da un'idea morale, dalla volontà di assicurare per molto tempo la pace del mondo».

E parlando di «idea morale» lo Zar era certamente sincero, però non vedeva che l'"idea morale" non si conciliava con le sue conquiste (Polonia, Prussia Or.) a spese della Germania. Per «idea morale» intendeva soprattutto assicurare sì la pace, ma non prima di aver fatto una sua guerra di "conquiste".

Qualche mese più tardi, in un colloquio del 3 marzo 1915, lo Zar ritornò sull'argomento e, mentre domandava per la Russia anche il possesso di Costantinopoli e degli Stretti, per le richieste francesi dichiarò: «Desidero che la Francia esca da questa guerra il più che sia possibile grande e forte. Io sottoscrivo in anticipo tutto quello che il vostro governo può desiderare. Prendete la riva sinistra del Reno, prendete Magonza, prendete Colonia, andate anche più in là se lo ritenete utile. Io ne sarò felice e fiero per voi » (PALÉOLOGUE, Op. cit., p. 33; POINCARÉ, Au service de la France: Les Tranchées, Paris, 1930, p. 90). Più che una strategia, o «idea morale», c'era tanto livore per i tedeschi.

In un telegramma dell'8 marzo 1916 ad Iswolski, Sazonoff riconfermava che la Russia «era pronta ad accordare alla Francia ed all'Inghilterra piena libertà nel fissare i confini occidentali della Germania», in cambio si attendeva altrettanta libertà nello stabilire quelli tedeschi ad est (E. ADAMOW, Die europàische Màchte und die Turkei wàhrend des Weltkrieges: Kostantinopel und die Meereugen, Dresden, 1930, II, n. 106.).

Insomma il Trattato di Pace (cioè le condizioni) con la Germania a fine guerra, era già stato scritto prima della guerra. Prima ancora che morissero 10 milioni di soldati.
Quella poi di Versailles fu soltanto una sceneggiata e il patto della Lega delle Nazioni null'altro che carta straccia. Fu subito chiaro e anche sarcastico il giovane ministro della Marina Winston Churchill "Una Lega delle Nazioni non è il sostituto della supremazia della flotta inglese". E il Times dell'11 dicembre aggiunse chiaramente quali erano stati gli scopi della Gran Bretagna nella guerra "Una cosa è chiara: questa guerra non è stata vinta per la civiltà ma per il dominio inglese dei mari. Perciò per quanto riguarda questo paese, non può esser messa in discussione l'eventualità di spuntare l'arma che in questa guerra ci ha dato la vittoria".
Questo narcisismo della forza, non teneva però conto di un nuovo nascente narcisismo della forza formatosi oltreatlantico.
Page, ambasciatore degli Stati Uniti a Londra appena terminata la Grande Guerra, era stato subito preveggente, aveva già visto molto lontano, quando chiedeva ai suoi collaboratori "Che cosa ne faremo di questa vecchia Inghilterra quando saremo noi a dirigere tutta la razza anglosassone?".

L'inghilterra non ha mai voluto confessare alla Storia che la sua dominante posizione europea era nata da un equivoco e si era consolidata (da Elizabetta e Drake in poi) con l'arbitrio. E la Storia è spietata verso chi ha cercato di illuderla e di tradirla. Più che uno Stato Europeo, l'Inghilterra (che non ha mai collaborato al nuovo ordine europeo) è stata in seguito relegata ad essere nel vecchio continente una modesta succursale degli Stati Uniti. Il suo secolare predominio economico-industriale sull'Europa: avvilito. La sua presunzione messianica (dovuta al suo gigantismo coloniale (e quindi alla facile e gratuita opulenza) finita nel cono d'ombra statunitense. Oggi (anni 2000) sta ancora in piedi solo perchè esiste sull'isola il feudalesimo bancario; in grado purtroppo di gestire il Club dell'Euro anche senza dover pagare l'Inghilterra la sua quota di socio.
Infatti a quanto pare in Gran Bretagna gli 11 Paesi che il 1° maggio 1998 hanno raggiunto la sofferta intesa di una moneta unica adottando l'Euro, sono "Stranieri". Lo ha detto chiaro e tondo La Mont "Dannoso adeguarci a culture straniere. Dio salvi la sterlina!".

L'assurdo per gli stessi americani é che il padrino del battesimo dell' Euro é un Paese che non fa parte degli 11: ed é ancora più assurdo che saranno proprio gli inglesi a Londra che concentreranno le attività di negoziazione dei titoli e dei relativi derivati della moneta "straniera".
Galbraith ha perfino sulla stampa americana ironizzato: "L'intesa è solo una prova della vanità della vecchia Europa, convinta di poter ridiventare il centro del mondo"
.
Paul Samuelson il decano Nobel di Economia e professore al MIT, ha invece così commentato: "Non é ancora chiaro che cosa succederà a questi undici Paesi che resteranno diversi, per lungo tempo, pur avendo la stessa moneta".

Se nella Grande Guerra tre dinastie crollarono, per come andrà a finire l'Inghilterra a fine guerra, noi oggi lo sappiamo già: "Ridimensionata!" per non dire "Spacciata". In America i "maligni" (rifacendosi all'arrogante passato dei loro cugini) hanno iniziato a considerarla l'Inghilterra una "colonia" in Europa). E' quasi vero: dal secondo dopoguerra saranno gli Inglesi a fornire appoggi alle varie guerre degli Stati Uniti, ingaggiate anche queste in ogni parte del mondo per difendere (seguiteranno a dire, spesso facendo anche carte false) l'ideale democratico in altri Paesi.
Del resto fin dal 29 dicembre 1945 - a Londra, l'autorevole settimanale Observer, terminata la Conferenza a Mosca dei TRE GRANDI, definì quella pace con questo titolo: "Un compromesso tra gli Stati Uniti e la Russia.   La Gran Bretagna è stata esclusa,  e i Tre Grandi, stanno per diventare due".
Ma in realtà la fine del "secolo inglese" era già stato chiuso nella prima guerra. E ne era già cominciato un altro: il "secolo americano".

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Dunque torniamo ai tragici fatti quando l'Europa fu sconvolta da questo conflitto che andò poi a segnare un epoca di incertezze, che in breve daranno vita a tre grandi totalitarismi: fascismo, nazismo e stalinismo.
Totalitarismi nati e fortificati dalla paura e che faranno sì, come ha scritto lo storico tedesco Momsen, che "le due Guerre Mondiali, in realtà non siano solo che la prima e la seconda parte di una lunga guerra civile europea che raggiungerà l'apice con la Seconda Guerra mondiale alla fine della quale l'Europa perderà la propria centralità a vantaggio delle due nuove superpotenze: gli Stati Uniti d'America e l'Unione Sovietica".

 

I fatti e gli eventi:

(per l'Italia vedi anche i numerosi capitoli a parte QUI > )

La lotta della Prussia contro la Danimarca e contro l'Austria, il concetto del germanesimo rivolto contro la Francia e l'animus di rivincita dei Francesi, la questione balcanica imperniata sugli sforzi della Russia nei Balcani e nell'Asia minore per contrastare l'egemonia dell'Impero austro-ungarico, i conflitti diplomatici anglo-tedeschi dovuti alla loro concorrenza economica e militare: sono questi gli avvenimenti più importanti dei decenni che precedettero la Grande Guerra.
L'abbiamo già letto nei precedenti capitoli, e va subito posto in evidenza che in quel periodo l'Inghilterra aveva appoggiato la Triplice Alleanza contro la Francia e la Russia, in quanto la politica europea della Germania non aveva interferito nella politica mondiale dell'Inghilterra stessa. Ma questa - e senza avere dei contenziosi in sospeso - non indugiò un attimo ad appoggiare Francia e Russia per schierarsi contro la Triplice Alleanza, non appena intravide che la politica tedesca - avviata da Guglielmo II - puntava alla conquista di una influenza economica e militare di portata mondiale.

Ma a parte le motivazioni dell'Inghilterra, altri avvenimenti di forte rilievo caratterizzarono la politica delle potenze europee con un movimento diplomatico ed un sistema di alleanze che dal 1873 al 1881 comprese: l'alleanza tedesco-austro-ungarica contro la Russia; l'alleanza dei tre imperatori (russo, tedesco ed austro-ungarico), di valore formale, rivolta in parte contro l'Inghilterra; l'alleanza tedescoaustro-ungarica-italiana contro la Francia; l'alleanza tedesco-austro-ungarica-romena contro la Russia e la Serbia; l'alleanza austro-ungarica-serba rivolta fondamentalmente contro la Turchia.

Nel frattempo l'Inghilterra appoggiava ancora la Triplice Alleanza e la Francia era ancora isolata. Seguì, nel 1885, l'unione della Bulgaria e della Rumelia orientale che dichiararono l'indipendenza del nuovo stato (principe Alessandro di Battenberg) e crearono una certa tensione nei rapporti tra la Russia e l'Impero austro-ungarico. Dal 1885 al 1888 si generò una profonda trasformazione nei concetti politici delle potenze europee.

Nel 1885 infatti il parlamentare francese Clemenceau volle fare abbandonare alla Francia lo stato d'isolamento, preparando l'opinione pubblica del suo paese al pensiero della révanche contro la Germania. E si rivolse verso la Russia che si dimostrò ben disposta verso la Francia a tal punto che ne scaturì un avvicinamento franco-russo di notevole durata (fino al crollo del potere zarista).

Già in precedenza (febbraio 1877), per iniziativa del Bismarck, era stato concluso il patto anglo-italiano al quale aderiva (nell'aprile dello stesso anno) l'Impero austro-ungarico che con l'Inghilterra si impegnava a mantenere lo status quo sulle sponde del Mediterraneo, del mar Egeo e del mar Nero. Nello stesso tempo fu rinnovato l'accordo della Triplice Alleanza, in base ad una proposta del Bismarck, e fu conclusa, all'insaputa dell'Austria-Ungheria, una segretissima alleanza tedesco-russa in contrasto con lo spirito degli accordi della Triplice e del patto tedesco-austro-ungarico.
Fin qui giunse l'attività del Bismarck, deus ex machina della politica europea di quel momento.
Ma, nel 1890, con l'ascesa al trono germanico di Guglielmo II - che non volle adattarsi a seguire le idee del vecchio "cancelliere di ferro" - avvenne il distacco della Russia dal sistema di alleanze bismarckiano, dando
vita ad una maggiore intesa franco-russa. Seguì un raffreddamento delle relazioni diplomatiche tra la Germania, l'Austria-Ungheria e l'Inghilterra e tra queste potenze e la Russia, a causa della situazione sulle coste africane del Mediterraneo, della questione dei Dardanelli e del Congo, della guerra cino-giapponese, degli insuccessi inglesi contro i Boeri e della intricata questione dei Balcani.

Con la nomina del Bülow a cancelliere della Germania, si verificò il mutamento della politica tedesca che - secondo le mire del giovane imperatore - volle entrare nel gioco della politica mondiale sviluppando le sue forze navali, indipendentemente dal sacrificio economico, per potenziare al massimo le sue forze armate.
Peraltro, il forte sviluppo della flotta tedesca rappresentò l'elemento fondamentale che animò l'Inghilterra a manovrare in ogni campo contro la Germania. Cosicchè si giunse alla vigilia dello scoppio della P. G. M. attraverso agitate fasi diplomatiche ed avvenimenti politico-militari che si possono riassumere nei seguenti punti principali: l'accordo franco-inglese del 1904; l'interessamento nei Balcani dell'Austria-Ungheria e della Russia; l'influenza della Germania in Turchia e la conseguente azione russa per isolare i Tedeschi; le ripercussioni della guerra russo-giapponese sulla politica europea; l'abile patto steso dall'Inghilterra con la Russia nel 1907 (che contribuì fortemente all'isolamento della Germania); le relazioni dell'Austria-Ungheria con la Serbia che mirava alla realizzazione di una a grande Serbia; la rivoluzione dei Giovani Turchi; la proposta russa circa l'annessione della Bosnia-Erzegovina in relazione con il problema dei Dardanelli; l'atteggiamento antigermanico dell'Inghilterra sulla questione marocchina; l'occupazione italiana della Tripolitania; l'alleanza balcanica e poi la prima guerra balcanica; la conferenza di Londra per i Balcani (1912-13); la seconda guerra balcanica; l'intervento della Romania e la pace di Bucarest; la divisione delle potenze europee in due schieramenti l'uno contro l'altro, in continua corsa verso gli armamenti.

Il primo gruppo ora comprendeva le potenze attratte nell'orbita inglese, l'altro gruppo era rappresentato dalle potenze della Triplice Alleanza e dalla Romania. Questo schieramento però subirà alcune varianti proprio nell'imminenza dello scoppio della guerra e nel suo corso. L'Italia e la Romania infatti si staccheranno dalle potenze centrali, alle quali passarono la Turchia e la Bulgaria.
L'esposto complesso gioco diplomatico - ruotante da un lato attorno ai fulcri della sovrapproduzione industriale germanica ed alle impossibilità di un'ulteriore espansione coloniale tedesca in Africa e in Asia, e dall'altro lato attorno agli interessi politici e militari delle varie potenze europee nel settore mediterraneo (sponde africane ed Asia minore) e nei Balcani - costituì il nucleo essenziale delle cause remote e prossime della P. G. M.

Non erano mancate varie occasioni perché questa divampasse; la diplomazia degli stati interessati la differiva nell'attesa che Francia e Russia preparassero i loro armamenti: data presunta fra il 1914 e il '15. Le crisi venivano momentaneamente superate ma la scintilla doveva scoccare.

E scoccò il 28 giugno 1914 con le rivoltellate del giovane nazionalista serbo Princip, che a Sarajevo uccise l'erede dell'impero asburgico, l'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria e la consorte, duchessa Sofia di Hohenberg. L'assassinio era frutto di complotti terroristici ai quali non era estraneo lo stesso governo serbo. In conseguenza, l'Austria il 23 luglio presentò alla Serbia un ultimatum - obbligo di risposta entro 48 ore - con condizioni dure, tuttavia accettabili (e la Serbia aveva deciso di accettarle) se non che, avuti dalla Russia l'assicurazione dell'appoggio e il consiglio di mobilitare, il governo serbo diede all'Austria una risposta apparentemente conciliativa ma piena di riserve ed in parte anche negativa.

Insoddisfatta, l'Austria dichiarò la guerra alla Serbia. Il 30 la Russia - non tenendo conto del suggerimento francese di astenersi da misure militari per non offrire alla Germania "un pretesto per la mobilitazione totale o parziale delle sue forze" - emanò l'ordine di mobilitazione generale.
La Germania allora, sorpassando i tentativi di un accordo pacifico proposto dall'Inghilterra, il 1° agosto dichiarò guerra alla Russia, il 3 alla Francia. Il giorno 2 aveva presentato al Belgio un ultimatum per ottenere il libero transito delle truppe tedesche in territorio belga verso il confine settentrionale francese. Negativa fu, il 3, la risposta belga. Il giorno dopo la Germania dichiarava la guerra al Belgio e ne invadeva il territorio, come già il 1° aveva invaso il Lussemburgo.

Evidentemente, la Germania prendeva simili decisioni calcolando che l'Inghilterra - non disponendo di un esercito idoneo e non avendo precisi impegni - potesse rimanere neutrale. E nella certezza inoltre che l'Italia avrebbe seguite Germania e Austria in base ai legami della Triplice Alleanza ed ai buoni rapporti esistenti con la Germania medesima.
Queste previsioni invece fallirono, in quanto l'Inghilterra, dinanzi all'invasione del Belgio e al pericolo germanico che minacciava di affacciarsi sulla Manica, - inviato un ultimatum alla Germania, rimasto senza risposta - scese in guerra (4 agosto 1914) a fianco della Francia e della Russia, mentre l'Italia piuttosto frastornata dai precipitosi eventi, dichiarava nello stesso giorno la propria neutralità.
Avvenimento questo di essenziale importanza nel campo politico in quanto la neutralità italiana non costituiva tradimento - come fu ripetutamente blaterato dagli Imperi centrali - bensì la fedele interpretazione nello spirito e nella lettera del trattato di alleanza che attribuiva al casus foederis carattere difensivo mentre nella fattispecie l'azione degli Imperi centrali era offensiva e l'Italia alleata non era stata posta nemmeno a conoscenza dei piani formulati dagli altri due alleati. La segreta intenzione forse era quella di dividersi solo in due i successi e i relativi territori. L'Italia inoltre da tempo reclamava il Trentino-Alto Adige e Trieste, e quindi certamente avrebbe presentato in anticipo il suo conto in caso di partecipazione come alleato.

Accesa la miccia, l'incendio non tardò a svilupparsi: il 5 agosto, l'Austria dichiara guerra alla Russia e il Montenegro all'Austria; il 12 dello stesso mese Inghilterra e Francia presentano le loro dichiarazioni all'Austria; il 23 il Giappone si schiera a favore dell'Intesa e dichiara guerra alla Germania. Frattanto l'esercito tedesco, ancora in fase di copertura, aveva invaso il piccolo Belgio (4 agosto). Le potenti artiglierie tedesche da 380 e 420 demoliscono i forti di Liegi e di Namur: il 20 agosto è occupata Bruxelles. L'esercito belga si ritira nel campo trincerato di Anversa. Così 7 armate tedesche e 2 corpi di cavalleria, al comando dell'imperatore (capo di S.M. Moltke junior) si aprivano la via per penetrare in territorio francese.

A Charleroi, (21-23 agosto) vengono battuti i Francesi; a Mons (23-24) gli Inglesi del corpo di spedizione già sbarcato in Francia. Ora la battaglia delle frontiere è in pieno svolgimento. Il generale Joffre ordina la ritirata delle armate di sinistra e del centro che prosegue fino all'Aisne e poi alla Marna. Ma, in seguito alla dichiarazione di neutralità italiana, la Francia può richiamare sul fronte tedesco le truppe dislocate sulle Alpi (6 divisioni), organizzando una tenace resistenza imperniata sul ripiegamento operato dal generale Joffre e sull'afflusso delle forze francesi richiamate dalla frontiera italiana.
Cosicchè nella battaglia della Marna, svoltasi dal 6 al 13 settembre 1914, il sacrificio delle truppe francesi votate alla difesa del proprio suolo consentì di resistere vittoriosamente ai micidiali e continui attacchi dei Tedeschi che, giunti quasi davanti a Parigi, furono costretti a ripiegare sulla linea dell'Aisne.

La Francia per il momento era salva. L'insuccesso tedesco era dovuto ad insufficiente schieramento delle forze sull'ala destra, colpa del Moltke che per questo venne esonerato dal comando e sostituito dal Falkenhayn. Crollava così per i Tedeschi la speranza di una rapida vittoria. Nel contempo Inghilterra, Francia e Russia firmavano il patto di Londra (5 settembre), con il quale si impegnavano a non concludere, ciascuna per proprio conto, alcuna pace con la Germania.
La Russia peraltro, conoscendo che nella Prussia orientale erano rimaste poche forze avversarie, iniziò un'operazione offensiva in quella regione con l'impiego di due armate (gen. Silinskij). Le truppe tedesche subirono un grave colpo al centro del proprio schieramento (gen. Mackensen), seguito da una situazione poco tranquillante in tutto il settore dell'8a armata (gen. von Prittwitz), tanto che il comando supremo germanico sostituì il von Prittwitz con il generale Hindenburg (che era già a riposo). Il nuovo comandante tedesco - cui era stato assegnato il gen. Ludendorff, come capo di stato maggiore - riuscì a sconfiggere le forze russe, catturando circa centomila prigionieri e circa quattrocento cannoni nella battaglia manovrata di Tannenberg.

A questo punto la 1a armata russa pensò di ripiegare dietro i laghi Masuri, ma Hindenburg, che aveva ricevuto rinforzi, concepì un abile piano per aggirare le forze avversarie a S dei menzionati laghi Masuri. Però i grandi movimenti necessari allo svolgimento di questo piano non poterono essere nascosti alle truppe russe (gen. Rennenkampf), che, ripiegando, riuscirono a sfuggire all'accerchiamento voluto dagli avversari. Tuttavia Hindenburg effettuò un poderoso inseguimento mediante il quale inflisse notevoli perdite al nemico (circa cinquantamila prigionieri e centocinquanta cannoni).

I risultati vittoriosi di Tannenberg e dei laghi Masuri - associati ai nomi di Hindenburg e di von Ludendorff - contribuirono a ripristinare in parte il tono delle truppe tedesche, già depresse per lo scacco subito alla battaglia della Marna, ma soprattutto furono di considerevole effetto morale all'intera Germania.

Da parte sua, l'Austria iniziò (maresciallo Potioreck) le operazioni belliche contro la Serbia impegnando non solo le due armate previste, ma anche una terza armata che era destinata ad operare all'ala destra dello schieramento contro i Russi. E questo perché ritenne che la minaccia tedesca avrebbe consigliato la Russia di non intervenire nella mischia. Errati concetti tattici (tendenza all'aggiramento del principe von Conrad e del maresc. Potioreck che posero le proprie truppe in difficoltà di rifornimenti) fecero fallire l'attacco austriaco che era costretto, da una pronta controffensiva serba, a ripiegare.
Il maresc. Potioreck però ripresa l'offensiva (7 settembre) ebbe ragione della resistenza avversaria, che venne a trovarsi a corto di munizioni, e riuscì ad avanzare fino a Belgrado (2 dicembre). I Serbi tuttavia, di fronte al pericolo dell'invasione nemica, ebbero una gagliarda reazione che, anche per l'arrivo dei rifornimenti di munizioni, consentì loro di contrattaccare (il 3 dicembre) e di respingere gli Austriaci, i quali con gravi perdite alla battaglia della Kolubara, dovettero ritirarsi in Bosnia e alle spalle del Danubio.

Così la Serbia, liberato il proprio territorio (15 dicembre), si illuse di poter resistere sulle sue posizioni senza prendere più parte ad operazioni di guerra. Errore grave codesto, perché permise all'Austria di spostare le proprie truppe dalla frontiera serba alla frontiera italiana e lasciò agli avversari di poter scegliere il momento buono per occupare il suolo serbo. Nelle prime operazioni austro-russe il Conrad, facendo avanzare le truppe austriache tra i fiumi Vistola e Bug, riportò due vittorie il 23 ed il 26 agosto. Ma il granduca Nicola di Russia, rinforzate le proprie armate, poté riprendere l'offensiva, minacciando il tergo delle armate tedesche impiegate sulla linea Rawa Ruska - Leopoli. In questa situazione gli Austriaci dovettero ritirarsi consentendo ai Russi una lenta avanzata fino alla piazzaforte di Przemysl.

Alla fronte occidentale i combattimenti tra Tedeschi, Francesi ed Inglesi si protrassero fino al termine del 1914, con lotte lunghe e cruente, senza peraltro risultati apprezzabili da parte di chicchessia. Dalle coste del mare del Nord all'Yser, ad Ypres, ad Arras, alla zona di Amiens (battaglia della Somme) le due parti opposte rinnovarono a prezzo di sangue, i tentativi di prevalere; dovettero poi rassegnarsi alla lotta lunga e statica: la guerra di trincea.

Nell'autunno dello stesso anno (1914) la Russia, sollecitata dalla Francia, trasferì la maggior parte delle proprie truppe in Polonia con l'intenzione di avanzare verso Breslavia. In effetti però le opposte forze, dopo parziali alterni successi, finirono con il fronteggiarsi sulle posizioni dei laghi Masuri e dell'Angerapp.
La stessa situazione venne a determinarsi anche tra Russi ed Austriaci, che vennero a trincerarsi lungo la linea che dalla zona di Varsavia, attraverso i Carpazi, giungeva al confine della Romania.

Il 29 ottobre 1914 la Turchia, finora neutrale, assaliva i forti russi del mar Nero. Il 3 novembre contro di essa entravano in guerra Inghilterra, Francia e Russia. Intanto in Africa e in Asia, si approfittò della situazione e venivano conquistati i possedimenti germanici. Sul mare si combatteva a Helgoland, Coronel e alle Falkland.

Sopravvenuto il 1915, i Russi tentarono di penetrare in Ungheria attraverso la fronte dei Carpazi, ma gli Austriaci, con l'appoggio di 5 divisioni tedesche, riuscirono a fermare il nemico. La Germania però inviò in Prussia 4 corpi d'armata affinché Hindenburg - promosso maresciallo e nominato comandante in capo di tutte le forze tedesche sulla fronte orientale - potesse attaccare la 10a armata russa schierata ad oriente dei laghi Masuri. L'offensiva di Hindenburg sorprese e travolse le truppe russe che subirono gravi perdite (circa 110.000 prigionieri). Un altro tentativo del granduca Nicola contro la fronte dei Carpazi falli con notevole pregiudizio per le operazioni future.

Sulla fronte occidentale intanto tutti gli sforzi intesi, da una parte e dall'altra, a sfondare le linee avversarie furono vani a tal punto che si pensò di fare esercitare il massimo sforzo dalla Russia che possedeva grandi riserve di uomini. Però, a causa del blocco dei sommergibili tedeschi esercitato anche sulle vie del mar Baltico, le potenze occidentali decisero di forzare lo stretto dei Dardanelli per facilitare le comunicazioni con la Russia. Un primo tentativo svolto da mezzi navali inglesi falli (18 marzo) con la perdita di quattro corazzate; così come fu destinato al fallimento anche il secondo tentativo, effettuato mediante sbarchi di truppe inglesi e francesi (ultimi giorni del mese di aprile).

I Turchi infatti contennero le truppe avversarie che erano riuscite a formare alcune teste di ponte sulla penisola di Gallipoli, attaccandole senza sosta. Le perdite, dall'una all'altra parte, furono gravissime (200.000 ai soli Inglesi); ma tra la fine di dicembre 1915 ed il 9 gennaio del 1916 le superstiti forze anglo-francesi dovettero reimbarcarsi. Conseguenza di quest'operazione fu l'entrata in guerra della Bulgaria a fianco degli Imperi centrali (14 ottobre 1915). Frattanto (primavera del 1915), gli eserciti austro-tedeschi si organizzarono per azioni di grande portata sulla fronte orientale: l'118 armata tedesca (gen. Mackensen) puntava nella zona di Gorlice e la 4a armata austriaca nella zona di Tarnow.

L'impresa, concertata tra il Falkenhayn (del comando tedesco) ed il Conrad (del comando austriaco), ebbe i suoi risultati positivi con il raggiungimento della linea del San da parte tedesca e con l'avanzata, a sud, da parte austriaca.

Ai primi di giugno 1915, pur essendosi già verificate l'entrata in guerra dell'Italia e l'offensiva francese nell'Artois, il Falkenhayn ed il Conrad proseguirono le operazioni in Galizia penetrando nelle linee russe (Leopoli, Chelm, Lublino, Brest-Litovsk, Grodno) ed infliggendo gravissime perdite all'avversario (fra cui 750 mila prigionieri). In questo stato di cose il granduca Nicola fu dispensato dal comando supremo delle forze russe per essere inviato al comando delle forze nel Caucaso.
Assunse allora il comando lo zar di Russia, con capo di stato maggiore il gen. Alekseev. Impegnati a fondo nell'offensiva contro i Russi, i Tedeschi rimasero sulla difensiva nello scacchiere francese anche quando attaccarono con gas asfissianti la zona di Ypres tenuta dagli Inglesi (21 aprile 1915). I Francesi peraltro operarono offensivamente in diversi settori (gen. Foch nella zona di Arras; gen. Pétain al centro dello schieramento; reparti inglesi nella zona di Neuve Chapelle; due armate nella Champagne); ma i risultati furono di portata limitata a costo di fortissime perdite (fra cui 180 mila prigionieri da parte francese e 60 mila da parte inglese).

Nello stesso tempo però gli Austriaci, i Tedeschi e i Bulgari, svilupparono i loro attacchi contro la Serbia che occuparono quasi interamente (gen. Mackensen). I Bulgari avanzarono su Salonicco e si fermarono sul confine greco, per volontà del comando tedesco che vedeva così raggiunto il collegamento con la Turchia.
Gli Austriaci occuparono il Montenegro. Nella disfatta generale le truppe serbe avevano raggiunto le coste dell'Albania, dove furono imbarcate da navi italiane e di altri alleati, e trasportate, decimate, nell'isola di Corfù (circa 150 mila). Nel complesso, gli Imperi centrali avevano conseguito notevoli successi e si preparavano alle operazioni del 1916 con nuove forze approntate. Cosa, del resto, che si andava verificando presso quasi tutti gli eserciti delle due parti in conflitto. Senonché si era sempre più accentuato il dissidio, strategico e tattico, tra il tedesco Falkenhayn e l'austriaco Conrad che decisero di continuare le operazioni con azioni distinte e separate: il primo contro Verdun, il secondo contro l'Italia.

L'Intesa frattanto decideva di svolgere contemporaneamente azioni offensive al fine di togliere agli avversari l'iniziativa e la scelta di tempo. L'attacco alla piazzaforte di Verdun fu portato dal gruppo di armate al comando del Kronprinz Guglielmo: esse conseguirono successi parziali, non sfruttati prontamente per mancanza di riserve. Cosicché il generale Joffre organizzò una difesa ad oltranza, rinforzata da nuove truppe e da nuovi mezzi, difesa svolta con grande decisione e fiducia dal gen. Pétain.
La serenità di questo comandante e la resistenza di Verdun esaltarono grandemente lo spirito patriottico francese a tal punto che tutti gli sforzi tedeschi si infransero contro l'abilità del Pétain ed il valore delle sue truppe. Frattanto la Francia aveva chiesto ed ottenuto che la Russia attaccasse sul fronte orientale al fine di costringere gli Imperi centrali a non distogliere forze da quel settore. L'offensiva russa fu condotta dal gen. Brusilov su tutta la linea tra le paludi del Pripet ed il confine della Romania. Gli Austro-Ungarici furono costretti a retrocedere con gravi
perdite (200 mila prigionieri), mentre il Falkenhayn ed il Conrad dovettero concentrare nuove forze per contrattaccare gli avversari (17 giugno 1916).

I Russi però risposero adeguatamente su tutta la linea, riuscendo a contenere l'azione dei Tedeschi e degli Austriaci. Nello stesso tempo era stata facilitata l'offensiva franco-inglese sulla Somme e, successivamente, sulla fronte italiana il generale Cadorna sconfiggeva gli Austriaci a Gorizia (8 agosto). Questa vittoria italiana contribuì alla decisione della Romania di schierarsi contro gli Imperi centrali (27 agosto). Venuto così meno il prestigio del Falkenhayn, la Germania affidò la sorte delle proprie armi al maresciallo Hindenburg e al generale Ludendorff, che nel 1914 avevano salvato la situazione ad oriente.
In parallelo, la fortuna dei generali Joffre e Foch declinò in seguito alla battaglia della Somme, dove erano state impiegate circa cento divisioni anglo-francesi contro sessantasette tedesche senza ottenere tangibili risultati. E così la Francia rivolse le sue speranze verso il generale Nivelle che si era distinto a Verdun.

La Romania, scesa in guerra contro gli Imperi centrali, invase subito (28 agosto 1916) la Transilvania; ma i Tedeschi e gli Austriaci risposero prontamente costringendo le truppe romene a sgombrare la Transilvania ed a limitarsi alla difesa dei colli (27 settembre). Nel novembre dello stesso anno la Romania riprese l'offensiva, con rinforzi russi, ma gli avversari travolsero le forze romene occupando Bucarest. Vinto, ma non distrutto, l'esercito romeno si riorganizzò e ritornò all'attacco nell'estate del 1917 impegnando la 9a armata tedesca, rinforzata da unità austriache e turche. Quando nel 1917 il generale Nivelle preparò le forze franco-Inglesi per una forte offensiva, che dalla zona di Arras si estendeva fino alla zona di Reims, non seppe tenere celate le sue intenzioni, presto venute a conoscenza dei Tedeschi. I quali, trovandosi con forze inferiori a quelle previste dall'attacco nemico, ripiegarono sopra una linea di resistenza (Sigfried) tra Arras e Soissons in modo da ridurre la fronte e da far ritardare l'avanzata franco-inglese.
Il gen. Nivelle, che mancava delle vere qualità del condottiero, non attaccò i Tedeschi nel momento critico del ripiegamento. E quando si decise all'azione ottenne solo scarsi risultati a grave prezzo di sangue. Il morale delle truppe francesi venne infranto ed il malcontento generale si estese a tutta la Francia. Cosicchè il Nivelle venne sostituito con il gen. Pétain che si accinse autorevolmente a restituire la fiducia alle truppe ed al Paese.

In tale periodo di stasi francese (maggio - settembre) l'Italia e l'Inghilterra mantennero l'offensiva per impegnare l'avversario comune. Il 31 gennaio 1917 i Tedeschi avevano proclamato la guerra sottomarina senza esclusione di colpi ed il 3 febbraio l'America aveva rotto le relazioni diplomatiche con la Germania. Cosicchè l'azione dei sottomarini cominciò a gravare sulla bilancia dei rifornimenti e la posizione degli Stati Uniti d'America influì moralmente e materialmente (per le risorse di materie prime) sui popoli dell'Intesa. Da parte sua l'Inghilterra portò l'offensiva nelle Fiandre per permettere all'esercito francese di riaversi dalla crisi subita.
La battaglia delle Fiandre fu sanguinosissima soprattutto per gli Inglesi (perdita di 400 mila uomini contro 250 mila dei Tedeschi) e diede agli attaccanti modesti risultati. Anzi, dopo un attacco inglese nella zona di Cambrai (appoggiato da carri armati e da aeroplani in numero considerevole), attacco che costrinse i Tedeschi a ripiegare fino alla Schelda, questi ultimi contrattaccarono improvvisamente e ripresero le posizioni perdute.

In Russia intanto era scoppiata la rivoluzione e quindi le condizioni dell'esercito erano malferme anche se Kerenskij aveva cercato di galvanizzare le truppe al fronte con il calore e la passione della parola. Tuttavia Brusilov, per ordine dello stesso Kerenskij, incaricò il gen. Kornilov per portare l'attacco in direzione di Leopoli. L'iniziale progresso di Kornilov fu annullato, dopo 20 giorni, dalla controffensiva tedesca che ricacciò i Russi, che perdettero inoltre tutta la Galizia e la Bucovina. I Tedeschi, dopo una spinta in avanti di 150 chilometri, si fermarono per difficoltà di rifornimenti. Successivamente però il comando tedesco decise di attaccare a fondo la Russia affidandone il compito alla 8• armata che conseguì notevoli successi (occupazione di Riga e del territorio circostante, conquista della testa di ponte di Jakobstadt ed occupazione delle isole Osel, Moon e Dagò a sud del golfo di Finlandia).

I Russi, in seguito all'assunzione del potere da parte dei bolscevichi, chiesero l'armistizio (26 novembre) che venne firmato a Brest-Litovsk (15 dicembre 1917). Il 9 febbraio dell'anno successivo fu conclusa la pace con i rappresentanti della sola Ucraina che si era separata dalla Russia. Per conto di quest'ultima Trockij interruppe le trattative pacifiche ma la Germania fece appello all'armistizio e riprese l'avanzata spingendosi sulla linea Kiev-Narva.

Dinanzi alla realtà delle cose anche i Russi accettarono la pace, così come dovette fare la Romania, dopo la sconfitta dell'estate del 1917, con la pace di Bucarest (7 maggio 1918). Qui però gli Austro-Tedeschi lasciarono sei divisioni d'occupazione. Cessata l'attività alla fronte russa, i Tedeschi diedero all'Austria il rinforzo di sette divisioni nell'intento di svolgere la progettata offensiva contro l'Italia, la quale era stata costretta a battersi con impegno per compensare la scarsa attività della Francia in crisi.

Le truppe austrotedesche attaccarono improvvisamente, il 24 ottobre, le linee italiane dell'alto Isonzo fra Tolmino e Plezzo, determinando il ripiegamento sul Piave e il consolidamento sul Grappa in una resistenza ad oltranza, che valse a scongiurare l'invasione nemica. Benchè gli Imperi centrali avessero chiuso vantaggiosamente il bilancio bellico del 1917, essi tuttavia non poterono trarre conseguenze decisive per la lotta finale non solo, ma anzi si vennero a trovare in difficoltà d'ordine interno (disertori, prigionieri, sabotaggi) a causa dei contatti rivoluzionari russi subiti dalle truppe impiegate alla fronte orientale. Peraltro nel marzo del 1918 il gen. Ludendorff diede vita ad una potente offensiva che ebbe inizio nella zona tra Arras e La Fére.

La lotta divampò terribile sul suolo francese e Parigi fu bombardata da un cannone tedesco di oltre 100 km. di gittata. Inghilterra e Francia capirono la necessità dell'unione degli sforzi dinanzi al pericolo comune e decisero di affidare al Foch l'azione di coordinamento delle armate alleate al fronte occidentale. E frattanto giungevano in Europa truppe statunitensi e, soprattutto, rifornimenti necessari alla vita degli eserciti, in quanto gli U.S.A. si erano decisi a dichiarare la guerra alla Germania (6 aprile 1917).

Non avendo però raggiunto gli scopi prefissi, i Tedeschi iniziarono una seconda offensiva a nord dello schieramento. Occuparono Armentiéres e Messines penetrando nelle linee inglesi per circa 20 km. L'offensiva germanica si sviluppò ancora verso le Fiandre con parziali successi, ma le riserve dell'Intesa entrarono in gioco per arrestare l'invasione. Sensibilissimi gli sforzi degli opposti schieramenti, che verso la fine di aprile dovettero fermarsi per consentire una ripresa di fiato e per colmare i vuoti paurosi creatisi negli eserciti contrapposti. Dopo la sosta necessaria, si sviluppò la terza offensiva tedesca che sorprese gli avversari, penetrando in più punti del loro dispositivo. L'attacco sferrato a fondo minacciò di pregiudicare le sorti dell'Intesa, ma le forze morali e materiali dei Tedeschi tendevano a diminuire sempre più al contrario delle forze e degli aiuti americani che crescevano d'intensità e di portata.

Tuttavia, dopo una breve pausa, l'attacco germanico divampò con epicentro sulla Marna (seconda battaglia della Marna). La lotta fu senza quartiere e registrò l'affermazione del corpo d'armata italiano (gen. Albricci) che tenne saldamente le posizioni nella zona di Reims. A costo di gravi perdite e di sacrifici immensi le truppe dell'Intesa resistettero ed infersero gravi perdite al nemico che non riuscì, ancora una volta, nelle sue intenzioni, principalmente per mancanza del fattore sorpresa. Cosicchè il Foch pensò di organizzare una controffensiva che riuscì pienamente, sull'Ourcq e sulla Vesle, proprio per la sorpresa con la quale furono colte le truppe germaniche, costrette a difendersi fra Soissons e Reims con oltre ottanta divisioni (18-25 luglio).
I Tedeschi non solo perdettero 30 mila prigionieri, 600 cannoni e 3000 mitragliatrici, ma il loro stesso prestigio. Così come era capitato alle truppe austriache dopo la battaglia del Piave (15-20 giugno 1918) che aveva battezzato la rinascita italiana.

Il 7 agosto, mentre la Germania era costretta alla difensiva, il generale Foch veniva nominato maresciallo di Francia. Sosteneva il Foch che occorreva insistere nello sforzo complessivo (azioni combinate alleate) per dare il colpo di grazia al nemico, ma non erano dello stesso avviso gli altri capi militari (Haig, Pétain e Pershing), i quali presentavano difficoltà di vario genere, ivi compresa la stanchezza delle proprie truppe. Peraltro erano tutti d'accordo nel ritenere di intensificare il più possibile la lotta per porre termine alla guerra nell'anno successivo (1919). Venuti in questo ordine di idee, gli Alleati ripresero su tutta la fronte l'attività operativa costringendo sistematicamente gli avversari a perdere posizioni e terreno.

Nel frattempo era crollata la Bulgaria che, sconfitta, aveva chiesto l'armistizio (29 settembre 1918); così come fece la Turchia che, battuta in Palestina ed in Mesopotamia, chiese ed ebbe concesso l'armistizio (31 ottobre) permettendo agli Alleati il transito nei Dardanelli e l'occupazione di Costantinopoli.
I risultati vantaggiosi ai fini del quadro generale della guerra erano però costati gravissimi sacrifici di uomini e di mezzi alle truppe alleate. Mentre precaria ed allarmante era diventata la situazione politico-militare degli Imperi centrali. Il 12 ottobre il governo tedesco accettava la condizione preliminare del presidente americano Wilson intesa a stabilire che la pace poteva essere trattata solo dopo lo sgombero dei territori occupati dalle potenze centrali. Seguì quindi uno stato di fatto abbastanza fluido in quanto gli Alleati continuavano a progredire nelle proprie operazioni militari mentre la Germania si sfaldava soprattutto all'interno.

Il 24 ottobre sul fronte italiano il generale Diaz dà inizio alla grande battaglia che prenderà nome di Vittorio Veneto. Il 29 il nemico chiede l'armistizio che verrà firmato il 3 novembre a Villa Giusti a Padova. L'esercito austroungarico é distrutto e con esso anche l'impero. Il crollo dell'alleato e la minaccia che le armate italiane attacchino la Germania attraverso il Tirolo e la Baviera, inducono il governo tedesco a chiedere l'armistizio.

Il 9 novembre l'imperatore Guglielmo ripara in Olanda, dando modo al capo del partito socialista tedesco, Friedrich Ebert, di assumere le funzioni di cancelliere. In queste condizioni fu firmato l'armistizio di Compiégne (11 novembre) tra gli Alleati e la Germania la quale il giorno seguente proclamò la repubblica tedesca.

 

Sopra abbiamo già segnalato le pagine che riguardano in particolare l'Italia,
QUI >
mentre sotto riproponiamo in una sintesi i quattro anni di guerra
che sconvolsero la nostra penisola.

 

Verso il macello (600.000 non torneranno più)

Per quanto concerne le operazioni alla fronte italiana bisogna riportarsi all'anno 1914, vigilia dell'entrata in guerra. Proprio in quell'anno era morto il capo di Stato Maggiore, generale Pollio, al quale era subentrato il generale Luigi Cadorna. Molte erano le deficienze nell'assetto politico-militare dell'Italia, sì che alla vigilia della mobilitazione l'efficienza bellica del nostro Paese era limitata, malgrado il faticoso lavoro di organizzazione e di preparazione compiuto dal generale Cadorna con l'appoggio del governo.
Peraltro, ai pochi mezzi dell'Italia si contrapponeva non solo la forte organizzazione militare austro-ungarica, ma anche una posizione naturale di confini difficile e svantaggiosa. Tutto il sistema montuoso dei confini dell'epoca era a totale favore dell'avversario e l'Italia, fra l'altro, non disponeva di alcuna fortificazione permanente nella pianura veneta.
Il generale Cadorna ebbe quindi il merito di aver provveduto, in così grave situazione, a perfezionare il sistema di mobilitazione italiano, a trasformare il piano d'operazioni da difensivo in offensivo - riflesso della situazione creata dallo scoppio della guerra mondiale - ed a creare i presupposti indispensabili per mettere in marcia la macchina bellica del Paese.

Avvenne infatti che la dichiarazione di guerra italiana, la mobilitazione generale ed il passaggio del confine da parte delle truppe (notte dal 23 al 24 maggio 1915) si susseguirono regolarmente.
L'esercito è costituito su 4 armate (1a Brusati, 2a Frugoni, 3a Duca d'Aosta, 4a Nava), 14 corpi d'armata, 35 divisioni di fanteria, 1 divisione speciale bersaglieri, 4 divisioni di cavalleria, vari gruppi alpini, artiglierie di medio e grosso calibro, poche squadriglie di aerei. Comandante supremo: re Vittorio Emanuele III; capo di S. M. il generale Cadorna. Il piano di operazioni prevede: azione di massa sulla fronte Giulia - km. 90 - (armate 2a e 3a: 15 divisioni di fanteria e 4 di cavalleria) ove il terreno é più agevole; azione difensiva sulla fronte montana - km. 500 - (armate la e 4a: 14 divisioni) con il compito per la 1a armata di migliorare le posizioni e per la 4- di tendere alla conquista del nodo di Dobbiaco per minacciare alle spalle il saliente tridentino. Le truppe della zona Carnia - cerniera fra fronte giulia e tridentina - tenderanno alla conquista del nodo di Tarvisio, a protezione della sinistra dello schieramento della fronte giulia. Riserva del comando: 7 divisioni nella zona Verona-Bassano.

Le forze austro-ungariche contrapposte sono al comando dell'arciduca Eugenio e comprendono: armata Dankl (dallo Stelvio al Paralba), armata Rokr (dal Paralba all'alto Isonzo), armata dell'Isonzo (generale Boroevic) (dall'alto Isonzo al mare). Sono circa 20 divisioni, presto aumentate, bene agguerrite, di massima provenienti dall'inoperoso fronte serbo. Scartato il piano di Conrad di far giungere gli Italiani fino alla Sava per poi attaccarli sul fianco sinistro mediante forze raccolte nella zona Villach-Klagenfurt, il comando supremo austriaco stabilisce una linea di difesa sull'Isonzo (sul margine delle montagne nell'alto Isonzo, e degli altipiani della Bainsizza e del Carso nel medio e basso Isonzo).

Vengono create due potenti teste di ponte in corrispondenza di Tolmino e di Gorizia per eventuali operazioni offensive.
Non è certo favorevole il momento dell'intervento italiano nella grande guerra: lo sfondamento del fronte russo a Gorlice-Tarnow e l'assoluta inazione del fronte serbo consentono all'Austria di concentrare ogni sforzo sul settore italiano. Pur tuttavia, gli Italiani scattano all'attacco occupando i più importanti passi di frontiera e varie località nella Valcamonica, nelle Alpi Giudicarie, sul versante orientale del Garda ed in Vallarsa.
Con un colpo maestro gli alpini conquistano il monte Nero; la 3a armata occupa Gradisca e Monfalcone. Ora si trovano di fronte al grosso ostacolo dell'Isonzo, ai pilastri difensivi di Tolmino e Gorizia. L'attacco contro queste posizioni austriache é portato di slancio e di ardimento, ma questa 1a battaglia dell'Isonzo si chiude (7 luglio) con
piccoli vantaggi locali.
Dal 18 luglio al 3 agosto si svolge la 2a battaglia dell'Isonzo con obiettivo principale il monte San Michele. Gli sforzi compiuti ed il valore prodigato sul Sabotino e sul Podgora nonchè sul San Michele, raggiunto più volte, e più volte riconquistato dagli Austriaci, non riescono ancora a far conseguire la meta.

Seguono una 3a (18 ottobre 4 novembre) ed una 4a (10 novembre - 5 dicembre) battaglia dell'Isonzo, durante le quali le truppe italiane continuano, con rinnovata lena, a scrivere pagine di gloria sul Sabotino, Oslavia, Podgora (Calvario), San Michele - S. Martino, Sei Busi, ma i risultati sono scarsi in confronto alle perdite.
Alla fine del 1915 il bilancio delle perdite é il seguente: 200.000 italiani circa contro 250.000 austriaci.

In dicembre un corpo di spedizione italiano (50.000 uomini) sbarca a Valona (Albania) e una brigata raggiunge Durazzo per proteggere l'imbarco dei resti dell'esercito serbo in ritirata attraverso le montagne albanesi, imbarco e trasporto in salvo a Corfù, operato in gran parte da navi italiane. Al convegno degli stati maggiori alleati, convocato a Chantilly il 6 dicembre 1915, viene concordato di armonizzare gli sforzi bellici dei vari scacchieri contro il nemico comune. Cosicché, quando nel febbraio del 1916 i Tedeschi attaccano Verdun, gli Italiani si preparano a riprendere la propria offensiva per impedire eventuali spostamenti di truppe austriache (dal settore italiano al settore francese) in aiuto agli alleati germanici.

Ha così vita la 5a battaglia dell'Isonzo (11-29 marzo). Dal Podgora, al San Michele, ad Oslavia, alla Marmolada, all'Adamello, al Cevedale-Ortles, al Col di Lana, riprendono le vampate vermiglie di una lotta accanita che vede le truppe italiane progredire anche nelle zone più impervie. (qui sotto scendendo dal Gran Zebrù verso Punta Cevedale)


sotto : Passo del Lago Gelato, verso Solda e l'Ortles

Ma intanto il comando supremo austro-ungarico prepara un grande sforzo offensivo contro l'Italia sulla fronte tridentina, nell'intento, superati gli altopiani di Folgaria e Asiago e raggiunta la linea pedemontana Thiene-Bassano, di prendere alle spalle le armate dell'Isonzo e annientare l'esercito italiano. L'offensiva, pomposamente battezzata Strafe-Expedition (spedizione punitiva), ha inizio il 15 maggio. Lo schieramento italiano ripiega sulla linea Coni Zugna - passo Buole - Pasubio - monte Alba - Cogolo - Cengio - Lemerle - Valbella - margine S della conca di Asiago - linea marginale dell'altopiano di Asiago.
La 1a armata, opportunamente rinforzata dal Cadorna, con truppe tolte da altri settori, contende il passo agli invasori i cui sforzi, a metà giugno, si concludono col fallimento, nè é valso per essi alimentare la battaglia con l'afflusso di rinforzi richiamati dalla fronte russa.

II 16 giugno 1916 gli Italiani passano alla controffensiva e gli Austriaci sono costretti a ripiegare sulla linea Zugna Torta - Ponzacchio - Pasubio - Col della Borcola - monte Seluggio - monte Cimone - vai d'Ansa - monte Mosciagh - monte Ortigara - monte Civaron - conca di Borgo - alpi di Fassa. E in luglio si combatte ancora al Pasubio, allo Zebio, al Corno di Vallarsa - ove vengono catturati Cesare Battisti e Fabio Filzi - e a monte Cimone. Il sogno di dilagare nella pianura è dileguato; ma il sacrificio è costato 148.000 uomini per l'Italia contro 82.000 per l'Austria. Nè l'attacco con i gas asfissianti sul S. Michele il 29 giugno - pur avendo posto fuori combattimento 6500 uomini - viene sfruttato dagli Austriaci perchè contenuto dalla strenua resistenza dei difensori.

Ed ecco profilarsi la 6" battaglia dell'Isonzo con l'attacco della testa di ponte di Gorizia alle ali, cioè dal Sabotino al Podgora e dal S. Michele a Doberdò. In pochi giorni 300.000 uomini vengono trasportati dalla pianura vicentina al fronte dell'Isonzo a rinforzo della 3" armata. Segreto e sorpresa: il 4 agosto la preparazione é finita. Cade in quello stesso giorno a quota 85, presso Monfalcone, il bersagliere Enrico Toti, suggellando col suo gesto eroico il valore italiano. Il 6 la battaglia divampa. Del VI corpo d'armata (generale Capello), la colonna Badoglio conquista il Sabotino; la 12a divisione (brigate Casale e Pavia) il Podgora, malgrado i reiterati contrattacchi nemici protrattisi fino alla sera del 7; la brigata Cuneo, il Grafenberg.
Nella notte sull'8 il nemico fa saltare i ponti ad eccezione di quello di Salcano: la crisi è matura con l'ordine della ritirata sulla sponda orientale dell'Isonzo. A mezzogiorno si arrendono gli ultimi difensori della quota 240 del Podgora. Ormai tutta la sponda destra del fiume é italiana. A guado i fanti della Casale e della Pavia passano l'Isonzo e raggiungono Gorizia su cui sventolerà subito il tricolore.

Sul Carso l'XI corpo d'armata conquista il S. Michele e gli Austriaci sono costretti a ripiegare oltre il Vallone, sulla linea San Grado di Merna - Nad Logem - Opacchiasella - Nova Vas - Debeli - alture di Monfalcone. Il giorno 9 si urta contro la nuova linea fortificata sulle alture ad E di Gorizia contro cui sarebbe vana la lotta senza un preordinamento metodico di offesa: perciò il 17 la battaglia ha termine.

Segue la 7a battaglia dell'Isonzo (14-17 settembre 1916) che porta alla conquista di San Grado di Merna, quota 144 e 208 S nel settore di Doberdò; la 8a (9-12 ottobre) che porta al possesso della quota 95 a SE di San Pietro e del costone del Sober (Gorizia), di Nova Vas e quota 208 N sul Carso; e la 9a (31 ottobre - 4 novembre) che strappa al nemico quota 171 del San Marco, quota 123 N (E di Vertoiba) e la 2a linea sul Carso (Veliki Hribac, Pecinka, Faiti, Volkovujak e quota 202 presso Castagnavizza).
Sul fronte montano la 4a armata conquista il Cauriol, Costabella e Busa Alta: la 1a l'altopiano di Cosmagon.

In Albania nel febbraio 1916 gli Italiani sgombrano Durazzo e si raccolgono a Valona, ma nell'agosto il costituito XVI corpo d'armata procede all'occupazione di tutta l'Albania meridionale e di alcune località dell'Epiro. In Macedonia, la 35a divisione (generale Petitti di Roreto), sbarcata a Salonicco l'11 agosto, entra in azione con l'Armée d'Orient e si schiera nell'ansa della Cerna, nel conteso e aspro settore di quota 1050. Il 19 novembre la brigata Cagliari occupa Monastir e si stabilisce il collegamento con la fronte italiana d'Albania, costituendo una linea unica da Valona a Salonicco. Il 1916 si chiude così con bilancio attivo per l'Italia; sarà invece ben diverso il 1917 soprattutto per le crisi sopraggiunte negli altri scacchieri di guerra, e per il senso di stanchezza delle popolazioni e delle forze armate.

Il crollo del colosso russo prima e della Romania dopo, riversano sull'Italia tutto il peso dell'esercito austro-ungarico ora al comando dell'imperatore Carlo - succeduto a Francesco Giuseppe, morto il 21 novembre 1916 - con il generale von Arz a capo do Stato Maggiore in luogo del Conrad. Organizzato e rinforzato nel periodo invernale, in primavera il l'esercito italiano affronta la 10a battaglia dell'Isonzo (12 maggio - 8 giugno).
Il compito è affidato ad una nuova unità: Zona di Gorizia (generale Capello: 3 corpi d'armata: III, VI e VIII) e alla 3a armata. Vengono conquistati il Kuk, il Vodice, il monte Santo che viene poi riperduto. La 3a armata raggiunge le foci del Timavo, S. Giovanni, Medeazza, Hudi Log, ma o violenti contrattacchi del nemico annullano in poche ore i progressi compiuti con gravi perdite (36.000 morti, 96.000 feriti e 25.000 prigionieri).
Alterni anche i combattimenti sugli Altopiani: l'Ortigara conquistato il 19 giugno viene riperduto il 25. Qui s'immola il fiore delle truppe alpine (52" divisione) con 15.800 uomini fuori combattimento su una cifra totale di 26.000. E perciò l'Ortigara é considerato tomba e monumento massimo degli Alpini.
Breve pausa. Nell'agosto l'11a battaglia dell'Isonzo. La 2a armata punterà all'altopiano della Bainsizza, indi a quello di Ternova per conquistare da tergo le posizioni ad E di Gorizia; eliminerà, se possibile, la testa di ponte di Tolmino.

La 3a attaccherà l'altopiano di Comeno, superando a destra l'Hermada. Nel giorni 18 e 19 le fanterie passano l'Isonzo. Crollano i monte Fratta, Semmer, Oscedrih e Ielenik, poi il Kobilek e il monte Santo. Gli Austriaci ripiegano sulla linea di resistenza dell'orlo orientale della Bainsizza verso cui si spuntano vanamente gli attacchi italiani. Nel settembre vengono conquistate le quote 895 e 862 e il Na Kobil.
Sul Carso le posizioni conquistate ritornano in parte in possesso del nemico. Brillante nel suo successo tattico la battaglia della Bainsizza, ma non decisiva in quanto all'ultimo momento è venuta a mancare la forza che avrebbe dato il successo strategico per cui era stata concepita e combattuta. Gravi le perdite d'ambo le parti; scosso il sistema difensivo nemico. Il Ludendorff scrive che governo e stato maggiore austriaco erano convinti che "...le armate austro-ungariche non avrebbero potuto sostenere un proseguimento della battaglia e un dodicesimo attacco sull'Isonzo".

Da qui la genesi dell'offensiva di Caporetto, impropriamente chiamata 12a battaglia dell'Isonzo.
In previsione d'una nuova offensiva italiana, l'Austria chiede ed ottiene l'aiuto tedesco: 7 divisioni tolte dal fronte occidentale si concentrano sulla fronte Giulia ove si raccolgono 30 divisioni austro-ungariche. Armata di attacco: la 14a (generale Otto von Below) col concorso della 10a (Krobatin) e delle 2 armate dell'Isonzo (Boroevic). Scopo: "Ricacciare il nemico dalla zona del Carso e dietro il Tagliamento" (ordine di operazione).
Zona d'attacco: l'alto Isonzo fra Tolmino e Plezzo. Qui é schierata da parte italiana la 2a armata (gen. Capello): 25 divisioni di fanteria e un potente schieramento di artiglierie. Nel settore minacciato vi sono 10 divisioni. Nella notte sul 24 ottobre si sferra l'attacco: dopo 6 ore di violentissimo bombardamento con largo uso di gas tossici, verso le otto le fanterie si lanciano contro le posizioni del IV (gen. Cavaciocchi) e XVII corpo d'armata (gen. Badoglio).

Divario di concezioni in merito alla difesa tra il Cadorna e il Capello, potenza dei mezzi impiegati, mancata resistenza di alcuni reparti, errata interpretazione di ordini: sono i fattori determinanti del fatto per cui, travolte le prime linee, le fanterie austro-tedesche in poche ore, superati Idersko, Caporetto e Saga, raggiungono il 25 lo Stol, il Kolovrat e il Globocak. Mancata la resistenza sulla linea del Montemaggiore, la via per Cividale é aperta.
Il comando supremo italiano ordina che sia rimessa in efficienza la linea del Tagliamento e il 27, caduta Cividale, ordina il ripiegamento su questa linea alle armate 2a, 3a e zona Carnia.
Il 28 Udine è occupata. Anche la 4a armata inizia il ripiegamento con direzione al Grappa. Il 29 e 30 la 2a e 3a armata passano il Tagliamento e si avviano al Piave. Le divisioni di cavalleria si sacrificano nella pianura friulana per ritardare l'avanzata nemica. Il ripiegamento generale al Piave é ultimato il 9 novembre.

La situazione è tragica: immense le perdite sia in uomini (10.000 morti, 30.000 feriti, 300.000 prigionieri) sia in armi, materiali, ecc. Il generale Cadorna in un appello alle truppe conclude: «Noi siamo inflessibilmente decisi: sulle nuove posizioni dal Piave allo Stelvio si difende l'onore e la vita d'Italia; sappia ogni combattente qual è il grido e il comando che riceve dalla coscienza di tutto il popolo italiano: morire, non ripiegare".

E il re indirizza questo proclama alla nazione: "Siate un esercito solo. Ogni viltà é tradimento, ogni discordia é tradimento, ogni recriminazione é tradimento. Questo mio grido di fede incrollabile nei destini d'Italia suono così nelle trincee come in ogni remoto lembo della patria, e sia il grido del popolo che combatte, del popolo che lavora. Al nemico che, ancor più che sulla vittoria militare, conta sul dissolvimento dei nostri spiriti e della nostra compagine, si risponda con una sola coscienza, con una sola voce: tutti siam pronti a dar tutto per la vittoria, per l'onore d'Italia».

Vittorio Enmauele è l'unico a non essere scoraggiato, e la nazione raccoglie l'esortazione del suo re. Solidali nel comune pericolo, gli Alleati offrono soccorsi: 6 divisioni francesi e 5 inglesi giungono a scaglioni durante il novembre ma si dislocano fra Mantova e Vicenza come massa di manovra da contrapporre nel caso di un nuovo sfondamento.
Come il re da solo al convegno di Peschiera (9 novembre) difese l'Italia a viso aperto e sostenne, contro il parere degli Alleati, la necessità della difesa al Piave, così il fante italiano rivendicò solo a se stesso l'onore di difendere la Patria sulla riva sacra di questo fiume.

L'8 novembre il generale Diaz prende il posto del generale Cadorna nella carica di capo di Stato Maggiore dell'esercito: sottocapi i generali Giardino e Badoglio. Ora la nuova linea misura dallo Stelvio al mare 400 km., cioé 200 in meno di prima dell'ultima battaglia dell'Isonzo. Di fronte però alle 35 divisioni di fanteria e 4 di cavalleria stanno 55 divisioni di fanteria austro-tedesche, imbaldanzite dal successo di Caporetto.

Il 10 novembre comincia la battaglia d'arresto sugli Altipiani, sul Grappa e sul Piave. I pochi successi conseguiti dal nemico non ripagano delle perdite subite. Il generale tedesco von Below propone la rinuncia alla prosecuzione delle operazioni, proposta accolta dal comando austriaco, salvo che per la fronte montana. Alla ripresa dell'offensiva (4-26 dicembre 1917) cadono in mano austriaca alcune cime degli Altopiani e del Grappa, ma la resistenza italiana si irrigidisce sui monti e sul Piave e fa dileguare al nemico la speranza di concludere la guerra nelle pianure del Veneto e della Lombardia. Scrive il maresciallo Hindenburg: "Io mi dovetti convincere che le nostre forze non bastavano per impadronirsi delle Alpi Veneziane, che dominano per grande tratto le pianure italiane, e far così crollare la resistenza sul Piave... La nostra vittoria era rimasta incompleta".

Sul mare nella notte del 10 dicembre i siluri del mas di Luigi Rizzo affondavano nella rada di Muggia (Trieste) la corazzata austro-ungarica Wien. Dopo la stasi invernale, la primavera del 1918 é primavera di rinascita per l'esercito e il popolo italiano. L'Austria, che sperava di atterrare l'avversario, si vede ergersi di fronte un'Italia potente e salda come forse non era stata mai.
Quando, il 15 giugno i gruppi di armate del Conrad e del Boroevic iniziano l'offensiva che si ripromette " lo sfacelo militare dell'Italia" - come scrisse von Arz a Hindenburg - ben 56 divisioni (di cui 6 alleate) con oltre 7000 bocche da fuoco sono pronte a contendere il passo al nemico.
Alle ore 3 inizia la preparazione d'artiglieria austro-ungarica, contemporaneamente si scatena la contropreparazione dell'artiglieria italiana con tale efficacia che disorienta il nemico. Viene persa Valbella, col del Rosso, col Moschin, il Pertica e, varcato il Piave, sul Montello, gli Austriaco si attestano sulla linea Casa Serena, Bavaria, Nervesa.
Il 16 i contrattacchi italiani nella zona montana riprendono le posizioni perdute; il 16, 17 e 18 sul Montello la situazione è immutata, sul Piave il nemico consegue altri vantaggi.

Tuttavia tragica si delinea la situazione del nemico, ammassato entro brevi strisce di terra, con un fiume alle spalle e in piena; i ponti bersagliati dal tiro incessante delle batterie italiane, scarsi i rifornimenti di viveri e munizioni. Il comando supremo italiano intuisce questa crisi e il 19 ordina la controffensiva. Sul Montello e sul Piave gli attacchi si succedono ai contrattacchi; ovunque arde la mischia e se in bravura gareggiano le brigate italiane non meno degno d'encomio è il valore del nemico, aggrappato alla riva in una situazione disperata.
Alla sera del 20 il comando austriaco ordina il ripiegamento di là dal Piave che è compiuto nella notte sul 23. Nei giorni che seguono gli italiani raggiungono le antiche posizioni. La battaglia del Piave costava all'Austria 35.000 morti, più di 100.000 feriti e 25.000 prigionieri. Di essa scrisse il maresciallo Hindetburg:
"La calamità del nostro alleato fu la maggiore delle disgrazie anche per noi. L'avversario sapeva al pari di noi che l'Austria-Ungheria aveva in questo attacco gettato tutto il suo peso nella bilancia della guerra. Da questo momento la monarchia danubiana aveva cessato di essere un pericolo per l'Italia".

Non è tuttavia possibile passare immediatamente alla controffensiva dopo lo sforzo sostenuto al Piave. Il generale Diaz però, mentre progetta un'offensiva sull'altopiano di Asiago, prepara i piani d'una più vasta azione da attuarsi ove le circostanze lo consigliassero. Il crollo del fronte bulgaro verificatosi nel settembre diede l'occasione favorevole. Il piano consistette nel separare, con deciso sfondamento, le armate del Trentino da quelle del Piave, quindi produrre, con attacco avvolgente e travolgente, il crollo completo di tutto il fronte montano e, di riflesso, il cedimento del fronte della pianura.
Zona d'attacco: medio Piave con direzione su Vittorio Veneto. Alla vigilia dell'offensiva fra la 4a armata e l'8a e fra la 8a e la 3a vengono inserite 2 nuove armate: la 12a (generale francese Graziana) e la 10a (generale inglese conte di Cavan).

L'offensiva ha inizio il 24 ottobre 1918, giorno anniversario di Caporetto. Poiché la piena del Piave non consente l'azione simultanea di tutte le armate, la 4- armata, che In un primo tempo avrebbe dovuto svolgere azione impegnativa, riceve l'ordine di agire a fondo. Tutti i suoi attacchi sono rigorosamente contenuti. dalla resistenza nemica. Il 26: passaggio del Piave. All'alba del 27 sono stabilite tre teste di ponte: Valdobbiadene, Sernaglia e Cimadolmo. Rotti i ponti dall'artiglieria austriaca, gli italiani sono riforniti di viveri e munizioni a mezzo di aerei e resistono eroicamente.
Le teste di ponte si allargano: la 10a armata raggiunge il Monticano, la 12a conquista Alano e le alture di Valdobbiadene. Alla sera del 28 il fronte austriaco è spezzato in due tronconi. Il 29 sono conquistate Susegana e Conegliano, Dalla piana della Sernaglia, bersaglieri e cavalleria dilagano nella pianura veneta.

Sul Grappa però il nemico resiste accanitamente. Il 30 l'8a armata punta su Belluno; la Livenza é raggiunta dalla 1a divisione di cavalleria. Nella notte sul 31 il nemico abbandona il Grappa. L'esercito austriaco é in rotta. Emanati gli ordini per l'inseguimento, la cavalleria dopo il Tagliamento punta verso l'Isonzo, la 7a armata sulla fronte Bolzano-Mezzolombardo, la 1a su Trento, la 6a su Trento-Egna, la 4a su Bolzano-Egna, l'8a su Bolzano-Brunico e fino a Toblach.
Il 1° novembre sono raggiunti Feltre e Belluno. Un'immensa morsa serra l'esercito austriaco. Il 3 sul pomeriggio é occupata Trento; quasi alla stessa ora la Va brigata bersaglieri sbarca a Trieste. In questo stesso giorno a Villa Giusti é firmato l'armistizio richiesto dall'Austria il 29 ottobre.

Alle ore 15 del 4 cessano le ostilità su tutto il fronte. La guerra é finita. Non possiamo qui dimenticare il sacrificio e l'eroismo dell'aeronautica italiana. Entrata in guerra con solo 12 squadriglie di aeroplani e 3 dirigibili, tra il 1915 e il 1918 si ingigantisce. A Vittorio Veneto dispone di 84 squadriglie. Ed al valore dei piloti italiani si deve se di fronte ai 1000 e più apparecchi nemici abbattuti durante il periodo della guerra, solo 128 sono gli apparecchi italiani abbattuti dal nemico. Gesta leggendarie di Salomone, Ercole, Baracchini, Olivari, Ancilotto, e il volo su Vienna dei velivoli della « Serenissima » guidati da Gabriele d'Annunzio, e l'ala dell'asso di guerra, Francesco Baracca,

dominatore incontrastato dei cieli, caduto nel furore della battaglia sul Montello mentre mitragliava le linee avversarie, ancora non pago delle sue conquistate 34 vittorie.

Ricordiamo infine la marina italiana che, entrando in guerra, anelava lavare l'onta di Lissa. Ma la flotta nemica preferisce invece che alla battaglia sul mare i muniti fondali di Pola, Sebenico, Cattaro. Provvederanno a scovarla i mas di Luigi Rizzo, l'affondatore della Wien a Trieste e della Szent Istvan nelle acque di Premuda e quelli di Costanzo Ciano e D'Annunzio a Buccari; e il grillo di Pellegrini e di Goiran a Pola e a Fasana e la mignatta di Rossetti e Paolucci, gli affondatori della Viribus Unitis.

Dopo il salvataggio dell'esercito serbo da Scutari e Durazzo a Corfù con navi italiane (45 piroscafi, 150.000 tonn., 202 viaggi) il comandante del quartiere generale serbo, colonnello Mitrovic scrive: "Ora e sempre per quest'opera, vi accompagnino, o marinai d'Italia, la gratitudine e i voti di tutta la Serbia che nelle vostre navi oggi rinasce".

Così nel coordinamento fra le forze della terra, del mare e del cielo si rinvenne il germe che doveva maturare la vittoria. Con stile lapidario, il 4 novembre il proclama di Diaz così conclude:
"La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S. M. il Re Duce Supremo, l'Esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, é vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte 51 divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano contro 63 divisioni austro-ungariche, é finita. La fulminea arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento, sbarrando la via della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della Settima Armata italiana e ad oriente da quella della Prima, Sesta, e Quarta, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della Dodicesima, dell'Ottava, della Decima Armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta Terza Armata anelante di ri
tornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute.
L'esercito austro-ungarico é annientato: esso ha subìto perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento: ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e presso che per intero i suoi magazzini e i depositi: ha lasciato finora nelle nostre mani circa 300.000 prigionieri con interi stati maggiori e non meno di 5000 cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza ».

A guerra finita, molti problemi interessanti le varie potenze che avevano preso parte al conflitto, attendevanoo peraltro una sistemazione definitiva. A tale scopo il 18 gennaio 1919 si tenne a Parigi una apposita Conferenza (della Pace) per l'elaborazione dei vari trattati. In base a tale conferenza furono poi firmati i seguenti patti internazionali tra gli Alleati e gli ex Imperi centrali: Trattato di Versailles (28 giugno 1919) con la Germania; Trattato di Saint Germain (10 settembre 1919) con l'Austria; Trattato di Neuilly (27 novembre 1919) con la Bulgaria; Trattato del Trianon (4 giugno 1920) con l'Ungheria; Trattato di Sèvres (10 agosto 1920) con la Turchia. Il trattato di Sévres, non ratificato perchè non accettato dal nuovo governo nazionalista turco, non entrò in vigore. Fu quindi necessario stipulare un nuovo documento (Trattato di Losanna del 24 luglio 1923), mediante il quale si pose fine, ufficialmente, alla guerra tra le potenze alleate e la Turchia.

Questi trattati non furono ratificati dagli U.S.A., che stipularono direttamente trattati particolari con gli stati ex nemici. Nata come lotta di equilibrio europeo contro la dilagante supremazia germanico-austro-ungarica, la guerra mondiale 1914-1918 si concludeva con la sconfitta della Germania, ma anche con lo sfacelo degli imperi austroungarico, russo e turco. Si affermavano quei principi di nazionalità, tipici del sec. XIX con la loro storia ed anche tanta gloria, e nuovi stati sorgevano sulle rovine di quelli scomparsi. Tuttavia queste trasformazioni furono anche fonti di disgregazione. Nè sempre le potenze vincitrici ebbero la visione preveggente dei problemi che sarebbero scaturiti da un nuovo assetto europeo.

Così, ad esempio, consentendo il dissolvimento dell'impero asburgico di fronte all'affermarsi delle nazionalità, non fu valutata quella funzione unificatrice della regione danubiana, che era secolare retaggio di questo vecchio stato. Nè fu considerato che ai movimenti nazionali ora si aggiungevano anche quelli sociali, cui faceva sfondo l'Internazionale comunista, sotto l'influenza della Russia sovietica, esponente di un nuovo grande nazionalismo.

Le speranze fondate sulla Società delle Nazioni - nata il 10 gennaio 1920 - furono presto deluse: non si risolse il problema della sicurezza collettiva, nè quello del disarmo, auspicato dopo cinque anni di lutti e di rovine. La mancanza di una pace lungimirante, i dissapori, i malcontenti, le rivendicazioni costituirono le premesse per quel nuovo immane conflitto che fatalmente sfocerà nel 1939 con la Seconda Guerra Mondiale.

Winston Churchill, scrisse «Dopo la fine della prima guerra mondiale la convinzione profonda e la quasi universale speranza che la pace avrebbe regnato nel mondo si diffusero in tutti.
In effetti però si trattò di un desiderio di pace che animava i popoli tutti, stanchi di stragi e di distruzioni, di miserie e di privazioni, di morti e di feriti, di sacrifici e di dolori. In altri termini, usciti da una immane sciagura e vincolati al peso enorme di clausole economiche, territoriali e militari, i popoli - vinti e vincitori - non potevano essere convinti della possibilità di una pace durevole od a lunga scadenza. Nè potevano sperarlo, conoscendo, per legge inesorabile di natura e per insegnamento preciso della storia, che non può esservi pace là dove non c'é possibilità di vita. Ora dunque, la pace era nel cuore dei popoli; ma per realizzarla occorreva la buona volontà di tutti, vincitori e vinti, giacché se i primi dimenticano i secondi ricordano».

Ma - come abbiamo già scritto - vedere certi sguardi dei "biscazzieri" di Versailles, a loro importava poco il tanto sangue versato, il mare di lacrime di tanti pianti, quello che interessava era una catalogazione di crediti, il possesso di un bacino minerario, una serie di privilegi doganali, una flotta marina o aerea. E ogni cosa aveva un costo.
Uno di loro, SHUTS delle Nazioni Unite, a Wersailles, fece un'amara constatazione "l'intera Europa, oggi, sta per essere liquidata per 2 miliardi di sterline". Insomma l'Europa era stata messa in vendita.
Ed anche Sir GEORGE (inglese) fece il suo commento: "Ho la sensazione crescente che gli USA si stiano comportando da prepotenti".

E fu profeta quando lo stesso George scrisse: "Non riesco ad immaginare più grave motivo di una guerra futura se non il fatto che il popolo tedesco, che si è dimostrato uno dei più forti e potenti del mondo, possa trovarsi circondato da tanti piccoli stati formati per lo più da popoli che non abbiano mai avuto prima un governo stabile, ma che comprendono un gran numero di tedeschi desiderosi di riunirsi con la madre patria" ( Lloyd George, "The Truth About the Peace Treaties", Vol I, p.622").

Mentre lo scriveva, un arrabbiato caporale austro-tedesco, stava già maledicendo la mano di chi aveva firmato la umiliante e penalizzante pace, ed entrava nel Partito Arbeitpartei; il caporale era Adolf Hitler, e con lui nei primi iscritti il generale Lundendoff, il decorato Hermann Goring, i fratelli socialisti Otto e Gregor Strasse, Alfred Rosemberg, Rudolf Hesse, Julius Streicher, l'anno dopo Joseph Goebbels. Vogliono loro risolvere i problemi della Germania.

Ma sarà un'altra grande tragedia. Una "guerra totale". E non solo della Germania, ma di tutta quella che seguitiamo a chiamare "civiltà".

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UNA SINGOLARE PROFEZIA
( ma era una realistica analisi della situazione )

Quando Hitler nel 1933 sale le scale del Reichstag, tutta la politica, soprattutto quella economica-finanziaria-industriale della Germania era a monte già stata tutta pianificata, con a valle una struttura altamente organizzata; già tutta razionalizzata dalla Reichsverband (associazione industriali tedeschi - 600 cartelli - vedi in Biografia di Hitler) poi diventata Wirtschaftslenkung "imprese private guidate" (dallo Stato? No! era semmai lo Stato guidato dalle imprese). E sia la prima (già esistente) come la seconda (nata nell'occasione) non erano certo "creature" di un caporale che aveva fatto la quinta elementare, che non era capace nemmeno di fare una moltiplicazione e una divisione. Non erano progetti che si potevano creare in un mattino. Erano necessari i maghi della finanza, i grandi banchieri, occorrevano notevoli capacità imprenditoriali, e abbisognava di nutrito appoggio dei conservatori.

In pochi mesi la produzione della Germania sale già a fine 1933 al 3,2%, nel 1935 al 5,5%, nel 1938 al 18,1 %.
Le riscossa con gli animi nuovamente bellicisti dei tedeschi erano ben chiari fin dall'inizio, con Hitler appena salito al potere.
L'autoritarismo tedesco era insomma nato prima ancora dell'ascesa di Hitler. I cartelli delle grandi imprese bancarie e industriali erano dal 1933 in poi, gli stessi che avevano già spinto la Germania nella sua "prima" avventura nel '14; e -aumentati come numero e come potenza- erano nuovamente pronti per iniziare la "seconda".

Le "gare eliminatorie" delle 43 nazioni che andranno a partecipare alle prossime "Olimpiade della morte" erano insomma già iniziate nel 1933 !! Hitler era stato messo lì solo perchè era un ottimo e utile demagogo.
Hitler infatti, sale (è messo) al potere con la legalità; ma è un potere che gli viene offerto da una elite tedesca su un vassoio d'argento.
(Inoltre qui ricordiamo che Hitler diventa Capo dello Stato, col titolo di "Fuhrer", solo il 2 agosto del 1934, dopo la morte di Hindenburg)


"Olimpiadi della morte" - Così le aveva preannunciata profeticamente Knickerbocher nel 1934 nel suo libro-inchiesta, poi pubblicato in 13 lingue nel 1934 (In Italia, Bompiani ed. 1° giugno 1934 - Ne abbiamo una copia). Il grande famoso giornalista (premio Pulitzer del giornalismo) lo intitolò il suo libro "Ci sarà la guerra in Europa?" .
Con inquietudine  Knickerbocher aveva letto Main Kampf. Ne era rimasto scioccato e dato che Hitler era salito al potere da pochi mesi, in quella Germania in piena ebollizione, si era messo in viaggio intorno al mondo e aveva intervistato tutti i potenti della terra.
Dopo aver interrogato i grandi capi di stato (e di ognuno riporta le opinioni), dentro le sue pagine rispose:  "La guerra ci sarà, il punto interrogativo è da mettere semmai  dopo queste due parole. Quando scoppierà?  Churchill ha risposto "forse fra diciotto mesi, è inevitabile".

 Poi Knickerbocher continuava  "Un'unica opinione è comune a tutti, che ci sarà! "Ci sono sei milioni di uomini pronti con il fucile in mano, cosa credete che aspettano? Aspettano di sparare!".
"Il vecchio continente, nei suoi cinque "accampamenti" aspetta con la baionetta in canna. Che cosa aspetta? Danzica, la Saar, l'Anschluss, .....i Francesi".

Questa guerra, più ancora della Grande Guerra, concludeva Knickerbocher, avrebbe segnato la "fine dell'Europa nella forma attuale".
E affermava  nelle ultime due pagina (292-293) che l'Inghilterra, Francia e.... gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica insieme (e quest'ultima sembrò una sua bizzarria - l'URSS con gli USA !!!!!! ) avrebbero vinto, per un motivo molto semplice "che hanno tutto quanto desiderano per fare una guerra, mentre le nazioni che non hanno quanto desiderano sono la Germania e il Giappone, e queste due perderanno". Fu profeta? No, semplicemente analizzò bene la situazione.

E l'Italia? "Questa ha un suo timore, che l'Austria si converta al nazional-socialismo: si troverebbe sul confine alpino settantadue milioni di Nazis. A quel punto cosa farà Mussolini? Dovrà entrare nelle "olimpiadi".  La disfatta dell'Italia mussoliniana è già preannunciata, perchè millantatrice e impreparata anche se la guerra scoppiasse nel 1942-43". Fu profeta anche qui? No, semplicemente realista.

E l'Inghilterra? "E' un'isola che vive di commerci e ha quindi un interesse vitale. E' l'Inghilterra che oggi detiene la chiave della pace o della guerra in Europa. L'opinione dei capi responsabili è "tutto dipende dall'Inghilterra". In Inghilterra parlando della Francia, dell'odiata Francia, si teme che concedendo gli armamenti ai tedeschi, la Francia chieda anch'essa di aumentare i suoi arsenali - e l'Inghilterra vuole la sua sicurezza oltre La Manica, non temendo i tedeschi ma i francesi perchè non ha dimenticato Napoleone. Ma anche la Francia vuole la sua sicurezza, la parola inglese impegnata a Locarno a difesa della Francia contro l'aggressione tedesca non gli è sufficiente. Hanno paura degli inglesi, perchè anche loro non hanno dimenticato Napoleone".

E la Francia? "Un generale francese ha criticato aspramente chi ha voluto  la "inutile" colossale Maginot-  "quella non serve a nulla, ci sono due punti precisi per invadere la Francia: uno, basta aggirare  la Maginot dal Belgio a Sedan, l'altro è che è possibile sfondare la stessa Maginot dalla Foresta delle Ardenne, ritenuta impenetrabile, ma questo dai novantenni generali che pensano ancora ai cavalli, non sanno cosa sono i carri armati e che con un paio di questi  gli alberi cadono come birilli e aprono un'autostrada a quelli che seguono"
Era il generale francese MILLIET a confidarsi
(a pagina 225 di questo libro) "non é per nulla impossibile l'aggiramento della Maginot, inoltre è perfettamente effettuabile anche passando dalla foresta delle Ardenne" poi a pagina 243, "la Francia è cosi sicura della sua "muraglia" Maginot che vi concentrerà ogni soldato francese a contemplarla, a sedersi, e ad aspettare la vittoria. Lo storico dell'anno 2034 potrà scrivere che la caduta della Francia ebbe inizio il giorno della costruzione della sua muraglia "trappola".
Sono queste 4 righe addirittura sconcertanti.

Il libro di Knickerbocher costava 12 lire, e Hitler acquistandolo spese bene i suoi soldi, perchè gli indicò la strada della futura invasione del 1940. Infatti fece proprio così. La Maginot (ritenuta dai francesi e non solo da loro, invalicabile e inespugnabile; era costata 5 anni di lavoro e 133 milioni di dollari) la aggirò dal Belgio, poi con le sue panzedivision la sfondò pure, passando proprio dalle Ardenne.

 Knickerbocher  indica che il grande conflitto sarà nuovamente mondiale e che "questa volta non serviranno come nell'ultima guerra, eserciti di fanti o di alpini,  ma l'arma decisiva per vincerla saranno gli aerei, i bombardamenti delle città, e forse una sconvolgente "arma segreta" che alla fine metterà termine a tutto". Che veggente !!!!!

Knickerbocher ha fatto persino i calcoli dei bombardamenti: "per quattro anni verranno rovesciati quotidianamente 600 tonnellate di esplosivi , che uccideranno 17.600 persone al giorno", e fa perfino i conti di quanti soldati tedeschi - dopo la prima fase infausta - dovranno essere richiamati nel 1944 per proseguire la guerra, calcolando persino i fanciulli dai 10 ai 14 anni del 1934, quando appunto ne avranno a tale data di anni 18-20. 
Non sbagliò! la 2nda guerra mondiale in Europa terminò nei primi mesi del 1945; nel mondo in agosto; durò 2190 giorni, e Knickerbocher sbagliò di poco anche sulle vittime dei bombardamenti, ma in difetto, furono infatti 25.528 vittime al giorno.

Si poneva anche questa domanda:
"Dove inizierà la guerra ? a Danzica! E nelle fasi successive? In Polonia, Cecoslovacchia, Austria, nella Saar, e se il generale francese ha ragione, anche in Francia"
.
Knickerbocher  indica pure la minaccia dell'Olocausto; il patto con la Russia di Hitler, e la successiva rottura del patto seguita dall'invasione.  A questo punto la Russia si unirà ai Paesi democratici  (agli Inglesi e agli USA !!) contro la Germania; e predice anche l'attacco dei Giapponesi.

Altra inquietante profezia: "I concorrenti, su terra, in mare e nell'aria, entreranno appunto come detto sopra nel rettilineo finale verso la fine del 1944. Quel giorno nella sola Germania saranno 13 milioni di maschi dai 15 ai 40 anni chiamati a lottare, e si aggiungeranno ai 4 milioni di veterani tra i quaranta e cinquant'anni d'età" (Sbagliò in difetto solo di un milione).

"La corsa agli armamenti è cominciata. Partiti! Germania, Francia, Inghilterra, Russia, Giappone, Italia partecipano alla contesa che culminerà  nei giuochi olimpici della morte. Stanno iniziando le gare eliminatorie. Domani saranno le semifinali e infine la finale... se non si tronca la contesa"
.

(Queste righe sembrano la esatta cronaca della 2a Guerra Mondiale, invece sono state scritte nel 1934!)

 

Ma tutto questo fa parte di un altro tragico capitolo

"LA SECONDA GUERRA MONDIALE"

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