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169. LA GUERRA CON L'AUSTRIA - SORGE L'ASTRO NAPOLEONE
ANNI 1795-1797

L'incredibile percorso di Napoleone nella campagna d'Italia.

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"Invano si tentò e si tenta di diminuire la gigantesca figura di Napoleone, invano una legione di dotti e di ricercatori s'ingegna a dimostrare che il colosso non era esente da qualche meschinità, da qualche debolezza; invano il Taine ricorse (e non solo lui), contro colui con tutto l'arsenale della sua critica più pesante. Napoleone, il Napoleone della leggenda rimane ritto nella storia, più sorprendente, più ammirabile, più vicino, dopo ogni attacco, al tipo simbolico che di lui ci dà la tradizione popolare. - Fu forse rovinoso? - Rispose Nietzsche "E perchè precisamente l'uomo che sortì gli effetti più rovinosi non potrebbe essere il vertice dell'intero genere umano, così alto, così superiore che tutto rovina per invidia nei suoi confronti?" (Nietzsche: La volontà di potenza, af.877).
Può essere o non essere amato, può forse anche essere odiato, ma davanti a lui non é possibile restare indifferenti, e non é possibile all'uomo che pensa, fare a meno di porsi, almeno una volta nella vita, il problema di Napoleone, che il Corso risolve con questo stupendo pensiero nel suo Memoriale di San'Elena, come a voler giustificare la sua grandezza:

"Tutti nascono anonimi come me, in una anonima Ajaccio, in un'anonima isola, in un anonimo 15 agosto, di un anonimo 1769, da due anonimi Carlo e Letizia Ramolino; solo dopo diventano qualcuno; e se prima di ogni altra cosa sono capaci di non deludere se stessi, anche la volontà divina si manifesta sull'uomo."
Il "MEMORIALE DI SANT'ELENA" interamente digitalizzato figura nelle opere disponibili di Cronologia su CD-ROM, vedi qui la presentazione, assieme ad altre notizie sulla vita di Napoleone)

 

Abbiamo nel capitolo 167, narrati i fatti politici fino al Direttorio del 1799, quando con una svolta autoritaria il generale Napoleone Bonaparte, reduce dalle sue strepitose campagne militari fuori dalla Francia, rientrato in patria, per ridare ordine alla nazione francese, irruppe minaccioso nella sala dei 500 del Direttorio, e con il colpo di Stato, dagli spaventati deputati, fu nominato insieme a Sieyés e Ducos console provvisorio.
Noi qui dobbiamo ripercorrere le tappe di questo giovanissimo uomo che guadagnatosi sui campi di battaglia un carisma fuori dal comune riuscì in una simili impresa, che per la determinazione e l'audacia ricordava quelle degli antichi imperatori romani: i Cesari.

L'anno 1795 ci apre subito l'inizio dell'epoca di Napoleone Bonaparte, che durerà esattamente 20 anni. E sono questi gli anni che nella Storia Universale, occupano un posto considerevole, e che ebbero conseguenze sostanziali su tutti gli aspetti della civiltà dei popoli.
Napoleone Bonaparte si alza, gigante e solitario, sulla soglia del secolo XIX, ed è rimasto sempre presente nel XX, come il vero creatore dell'Europa moderna.
Se si nominano in una discussione tanti e tanti generali, condottieri, re, principi, imperatori, e poi si nomina lui, tutti gli altri diventano dei piccoli nani.



Come abbiamo visto nel precedente capitolo, la Prussia si era sul Reno tirata indietro scontenta per dedicarsi agli affari polacchi. Invece nel settembre del '95 l'Inghilterra, l'Austria e la Russia conclusero una triplice alleanza, ma con fini così differenti che soltanto l'Austria e la Sardegna rimasero direttamente sul teatro della guerra.

Se la Francia avesse in certo modo fatto il primo passo verso i suoi avversari, questi ne sarebbero stati certo contenti. Ma il destino volle che invece della Convenzione, ormai stanca, prendesse il suo posto il Direttorio, il cui potere dalla guerra esterna doveva essere mantenuto, e che l'Austria richiedesse ostinatamente la restituzione del Belgio. Così le trattative di pace avviate dall'Inghilterra furono rotte e di nuovo si presero in mano alle armi.

La Repubblica cominciò per gradi a cambiarsi interamente. Si spense l'ardore democratico e sempre più ne prese il posto l'arte e la chiaroveggenza dell'uomo di Stato, un governo deciso e un modo di guerreggiare, che non differivano molto da quelli del tempo d'oro di Luigi XIV.
Così la Francia si rimise di nuovo nelle antiche vie e si dovette trovare anche l'uomo che portasse avanti quest'opera. Non si combatteva più per la difesa della patria e per la liberazione di popoli oppressi, ma ci si muoveva in campo da potenza conquistatrice; si voleva acquistare gloria ed onore, territori e ricchezze.

Questa piega delle cose si manifestò anche nell'ordinamento dell'esercito. Il primo esercito nazionale era mescolato di Belgi, di Olandesi e di Italiani; la differenza tra soldati di leva e volontari scomparve ben presto nei nuovi soldati di mestiere. Erano questi di sentimenti repubblicani, sicuri di sé e valorosi, ma inclini al saccheggio ed alla prepotenza e questo ne fece il terrore dei popoli, contro i quali combattevano. I generali all'inizio provenivano dalle truppe regie, ma fin dal 1794-95 ne prese il posto una nuova specie di condottieri, repubblicani, già sottufficiali fortunati o semplici cittadini.
Erano gli uomini come Pichegru, Hoche e Moreau. Le continue guerre dopo il 1795 ne fecero inoltre sorgere un secondo gruppo; i generali puramente di mestiere o militari senza mire politiche segrete, come Augereau, Desaix, Kleber, Ney, ecc., uomini che poi uno di loro e molto più giovane di loro, Bonaparte seppe piegare alla sua volontà.

E fu per simili trasformazioni che in genere si richiedeva moltissimo dagli ufficiali. L'incontrarsi di tutte queste circostanze condusse l'esercito francese ad un grado, che non si era fino allora mai raggiunto; esso superava per il suo valore gli eserciti avversari e divenne poi uno strumento irresistibile nella mano del più gran generale del suo tempo o forse di tutti i tempi. E' fuori dubbio che soltanto con la comparsa di questo genio cambiò la situazione generale. All'inizio tutto faceva prevedere ad una continuazione dei modi precedenti. E le azioni degli altri generali sono lì a testimonialo. Nessuno si aspettava un astro nascente pari solo ai grandi Cesari Romani.

La pace conclusa in primavera e le complicazioni polacche dettero tempo alla Francia di riaversi dal profondo esaurimento, in cui si trovava. La Convenzione fece nuovi armamenti, ma al Carnot, sperimentato organizzatore di quelle guerre, sostituì due uomini di partito incapaci.
Questo recò qualche turbamento nella campagna estiva. Nell'autunno Carnot ritornò di nuovo quale membro del Direttorio a capo dell'amministrazione militare e nella primavera seguente Bonaparte snudò la sua spada vittoriosa. Il piano di campagna dei Francesi per l'estate del 1795 aveva come obiettivo che l'armata di Sambra e Mosa sotto Jourdan e quella del Reno e della Mosella sotto Pichegru assalissero di comune accordo gli Austriaci per respingerli verso il Danubio.

Lussemburgo e Magonza furono assediate. Jourdan valicò il Reno presso Düsseldorf e raggiunse il Meno, mentre Pichegru acquistava per tradimento Mannheim. Se allora questi si fosse avanzato risolutamente si sarebbe potuto cacciare fra Clerfait e Wurmser, ma invece iniziò trattative segrete, che miravano a rovesciare il Direttorio. Questo permise agli Austriaci di liberare Magonza e di riconquistare Mannheim, mentre Pichegru doveva ritirarsi dietro le linee di Weissenburg.
Anche Jourdan non poté allora sostenersi e Clerfait lo respinse indietro fino ad un campo fortificato presso Trarbach. L'inverno fu rigido; ne seguì un armistizio; nulla si era concluso.

Ancora più sfavorevole sembrava dovesse essere l'anno 1796. Nella credenza che l'Italia dovesse essere soltanto un teatro di guerra accessorio, l'Austria concentrò 170.000 uomini sul Reno sotto l'arciduca Carlo. Gli stavano a fronte Jourdan sulla Sambra e Moreau sul Reno di mezzo con truppe molto più deboli e male armate. Per Carlo sarebbe stato assai agevole aprirsi una via tra Bingen e Worms. Ma non osò tanto.

Così passava il tempo; mentre nel mezzogiorno Bonaparte riportava intanto le sue vittorie; fu mandato contro di lui il Wurmser con 25.000 uomini, che più tardi mancarono all'arciduca. I nemici approfittarono di questo imbarazzo per riparare alla loro iniziale crisi e il 1° giugno Jourdan con 45.000 uomini passò il Reno presso Neuwied; ma subì una sconfitta presso Wetzlar.
Comparve allora il Moreau con 70.000 uomini, occupò Baden e respinse avanti a sé l'arciduca.
Anche Jourdan avanzò di nuovo per prenderlo tra due fuochi. Il Direttorio attraversò questo critico periodo dei suoi generali con l'ordine che ambedue gli eserciti, che si trovavano allora in Germania, marciassero direttamente su Vienna, mentre Bonaparte più che altro con una guerra diversiva doveva tentare di raggiungerla da mezzogiorno, dopo aver attraversato le Alpi.

Se il piano fosse riuscito, la guerra sarebbe stata decisa, ma andò a vuoto. Carlo si rimise in sesto, lasciandosi indietro davanti al Moreau un piccolo corpo di truppe, e si gettò sul Jourdan, lo vinse e lo costrinse ad una rapida fuga oltre il Reno.
I Francesi avevano perduto quasi la metà delle loro truppe ed il giovane e valoroso generale Marceau cadde mortalmente ferito nelle mani dell'arciduca. Intanto Moreau giungeva a Monaco. Carlo, che gli stava alle spalle lo avrebbe potuto prendere, ma il duca austriaco disseminò le sue forze e invece di affrontarlo e vincerlo rese possibile al nemico la possibilità di fuggire attraverso la Valle dell'Inferno nella Selva Nera. Tuttavia la gloria di Carlo fu immensamente celebrata, poiché aveva guadagnato una campagna di grande stile. I Tedeschi concepirono nuove speranze e il Gabinetto di Vienna si sentì rincuorato.

Anche in Italia la fortuna delle armi fu all'inizio incerta. Al principio della primavera del 1795 due armate francesi sotto Kellerman stavano sulla cresta delle Alpi, ma l'armata d'Italia contava soltanto 20.000 uomini e quella delle Alpi solo 15.000. Contro di loro mossero contro gli Austro-Sardi con 70.000 uomini, mirando ad avanzarsi nella Savoia e nella Riviera. I loro movimenti in genere fallirono; tuttavia determinarono la ritirata dell'ala destra francese.
Siccome poi Kellerman si trovava in cattivi rapporti con il Comitato di salute pubblica, nell'ottobre fu sostituito con Schérer. Con lui la guerra prese nuova vita. Nella battaglia durata due giorni presso Loano si riuscì a sloggiare dalle sue posizioni il centro degli alleati; anche i Piemontesi per quanto sino allora si fossero sostenuti valorosamente dovettero indietreggiare. Schérer poteva buttarsi anche sopra Torino che era in tumulto, tuttavia non pretese questo dalle sue truppe spossate, ma preferì andare nei suoi quartieri d'inverno.

Le cose in complesso non volgevano sfavorevoli agli alleati. L'esercito austriaco contava 32.000 uomini, quello piemontese 20.000 ed ambedue potevano essere quasi raddoppiati dalle riserve. I Piemontesi si segnalavano per un'eccellente fanteria, che sapeva far bene la guerra di montagna. Il loro comandante Colli era un capitano sperimentato. L'esercito austriaco mancava forse di consistenza nazionale ma era tuttavia ben addestrato e la sua cavalleria passava per la migliore del mondo. Gli nuoceva il predominio d'influenze di corte nel corpo degli ufficiali, l'ingerenza del consiglio di Vienna e la consorteria che governava a Milano.

Teneva il supremo comando degli Austriaci il settantenne Beaulieu, non inabile di per sé stesso, ma troppo vecchio, logoro e di volontà fiacca. Molto più nociva era l'influenza degli interessi divergenti dei due alleati; diffidenza e frequenti contrasti impedivano un'azione comune. I due paesi erano esauriti da una lunga guerra, e l'Inghilterra era allora molto parca di sussidi, sperando in una pace generale.
Per questo gli eserciti restavano male armati e nutriti difettosamente e questo nel momento in cui dovevano affrontare i pericoli. E questi pericoli divennero più tremendi quando Napoleone Bonaparte prendeva il comando delle truppe nemiche.

Le cose più diverse cospirarono ad innalzare in mezzo a quella tempesta l'uomo dell'avvenire.
Bonaparte era Corso. Proveniva da una delle più conosciute , ma non delle più ricche famiglie dell'isola. Suo padre dimorava in Aiaccio ed era uomo sveglio, senza un grande ingegno, prima ardente patriota corso, poi un opportunista amico dei Francesi. La madre Letizia Ramolino passava per bella ed appassionata, per buona moglie e madre e per donna di non comune senso pratico. Accompagnò il marito che combatteva per la Corsica fin sui campi di battaglia ed era allora incinta di un figlio che nacque il 15 agosto 1769 ed al battesimo ricevette il nome di Napoleone.
Dal suo matrimonio ebbe tredici figli, otto sopravvissero. Il figlio maggiore, Giuseppe, fu destinato alla carriera ecclesiastica, il secondo, Napoleone, a quella militare. A 10 anni entrò nella scuola militare di Brienne, dove non si segnalò né per diligenza né per sapere. Fin d'allora si dimostrò piuttosto come una testa adatta ad apprendere e a dar forma alle idee. Era debole nel latino e non riuscì mai a scrivere un francese puro. Per il suo carattere burbero e solitario i suoi compagni di scuola, lo consideravano un originale. Quelli erano francesi, figli di nobili, lui invece era fanatico della Corsica, che solo da qualche anno da italiana era diventata francese, quindi uno straniero.

Nell'autunno del 1784 fu trasferito alla scuola militare di Parigi ed il 1.° settembre 1785 fu nominato luogotenente d'artiglieria. Privo di mezzi, annoiato dalla monotonia giornaliera del servizio, leggeva molto e si stillava il cervello in un pessimismo generale. Più volte se ne andò in patria. Soltanto quando conobbe che là non gli era riservata alcuna posizione dominante, si volse nel 1792, come prima aveva fatto suo padre, alla Francia, la cui ardente rivoluzione prometteva una carriera agli uomini di talento.
Il 20 giugno 1792 fu in Parigi testimone di quel tumulto. Ottenne il grado di capitano e nel 1793, grazie a un suo compatriota, e perchè era stato ferito l'addetto, ottenne il posto di capo dell'artiglieria nell'armata che assediava Tolone. Qui si distinse per acume coraggio ed energia tanto che divenne comandante di battaglione e poi generale di brigata.

Nel 1794 lo troviamo già comandante dell'artiglieria dell'armata d'Italia, dove propose di riunire in uno i due corpi separati. Aveva 25 anni quando ad un tratto fu imprigionato ed accusato di tradimento per le sue amicizie con il fratello di Robespierre entrambi finiti sulla ghigliottina. Assolto riabilitato in servizio doveva raggiungere l'armata dell'Ovest come comandante di una brigata di fanteria, ma invece se ne andò a Parigi.
Nello stesso giorno per insubordinazione, fu cancellato dalla lista dei generali attivi; ma mentre era in congedo, fu destinato ad una missione presso il Sultano. Evidentemente questi due documenti contraddittori provenivano da diverse correnti dei circoli governativi. Il viaggio andò a finire in nulla, ma la destituzione rimase in vigore.

Non avendo più nessun incarico, solo, dentro una stanza d'affitto parigina, pensieri e sentimenti mutevoli si incrociavano nel cervello eccitato del giovane costretto all'inazione. Lavorava infaticabilmente per accrescere il suo sapere e la sua conoscenza degli uomini e delle cose, e forse chissà furono forse proprio queste letture a farlo cambiare in un uomo positivo, in un uomo di Stato. Volle divenire grande e compiere grandi cose. Prudente ma attento si mantenne in contatto con i suoi amici giacobini. Ottenne così accesso al salotto di Barras già conosciuto a Tolone. E appunto dietro sollecitazioni del Barras - che aveva definito l'artigliere di Tolone l'uomo dal "moto perpetuo", perchè non stava mai fermo - ebbe l'incarico di dare il suo parere sopra un piano di guerra contro gli alleati.
Lui espose la sua strategia e lo fece con un cipiglio che ammutolì i presenti, che la decisione doveva cercarsi nell'Italia settentrionale; che l'armata d'Italia rafforzata doveva spingersi verso le pianure fertili, separare gli Austriaci dai Sardi, costringere questi alla pace, passare l'inverno nella pianura, nutrire i soldati con la guerra, e nella primavera successiva occupare la Lombardia, poi penetrare dal Veneto nel Tirolo ed insieme all'armata del Reno imporre all'imperatore la pace.

Questo piano di guerra attirò lo sguardo dei governanti su questo giovane ardito stratega. Fece poi nuovi piani di guerra ancora più dettagliati. Quando poi furono mandati a Schérer (suo ex comandante in Liguria), questi sdegnosamente disse che solo l'autore di quei piani poteva metterli in esecuzione. Non si sa se per scherno perchè li riteneva impossibili, oppure perchè lo riteneva veramente capace di eseguirli. Ma fu comunque preso in parola e il 2 marzo 1796 si nominò il Bonaparte comandante dell'armata d'Italia.

Tuttavia la cosa non fu così semplice e con solo l'opinione di Schérer. La piazza vi aveva cooperato. Quando gli avversari della Convenzione vollero dare alla guerra un colpo decisivo, questa nominò comandante supremo il Barras, che però diffidando della sua propria capacità andò a cercare nelal sua stanzetta solitaria il Bonaparte. Questi - come abbiamo già narrato in altre pagine - il 13 vendemmiaio mitragliò gli assalitori ed assicurò l'avvenire ai termidoriani. Barras divenne direttore e Bonaparte ottenne il posto occupato da lui di comandante supremo dell'armata dell'interno.

Con questo incarico Bonaparte era divenuto il sostegno principale del governo ed aveva conseguito potenza e considerazione. Per mezzo di Barras conobbe anche Giuseppina, vedova del generale marchese di Beauharnais poco prima decapitato, creola bella e spensierata, che nei circoli dominanti era passata di mano in mano ed aveva trovato in Barras l'amante preferito. Il suo brillante salotto riuniva i capi del vecchio e del nuovo regime. L'incanto, il profumo che la circondavano, l'unione della grazia e della sensualità fecero una profonda impressione sopra Bonaparte, che fino allora non si era mai invaghito di donne, sebbene Giuseppina avesse sei anni più di lui. Con un istinto giusto quella ragguardevole «demi-mondaine» fiutò nel giovane generale Bonaparte un buon partito; gli usò delle attenzioni e ne guadagnò l'animo.

Il 9 marzo fu concluso il matrimonio, nel quale Barras fece da testimone. Tre giorni dopo il marito lasciò la moglie per correre in Italia di vittoria in vittoria, mentre Giuseppina a Parigi continuò ad essere l'amica dei suoi amici.

Quando Bonaparte venne in Italia, trovò l'armata in uno stato di estrema miseria. I soldati erano affamati, con gli abiti laceri, senza fiducia e senza disciplina. Migliaia tra loro marciavano a piedi nudi, né tutti i generali avevano un cavallo; la scarsezza di denaro era opprimente. Sul mare la flotta inglese, per terra il nemico impedivano ogni approvvigionamento. All'inizio la figura gracile e scarna del nuovo generale, di questa creatura del Direttorio vista così di malocchio, di questo vincitore della piazza, ispirava poca fiducia. Ma tutto si mutò come per un tocco di bacchetta magica. Innanzi al suo sguardo d'aquila, ardente e penetrante, al suo contegno sicuro e imperioso, al suo meraviglioso ingegno si piegarono le teste più ostinate e vanitose.

Al giovane generale ventisettenne, misero a disposizione 38.000 soldati raccattati qui e là, male armati, male equipaggiati, inesperti, insofferenti alla disciplina, abulici, molti per la prima volta inquadrati in un reparto militare. Doveva insomma pensarci Napoleone a farsi il suo esercito, a organizzarlo a disciplinarlo a metterlo in movimento. Napoleone scrive al direttorio: "quello che esigete da me, sono miracoli, ed io non li posso fare". Lui che è dell'artiglieria, non ha nemmeno un reparto di artiglieria. Ha in tutto 24 piccoli cannoni da montagna. Lui che ha vinto l'assedio a Tolone non ha un solo soldato che abbia mai partecipato ad un assedio. Gli hanno dato 400 cavalli malati. Viveri per i suoi 30.000 uomini per un solo mese e mezzo, a mezza razione. E 300.000 franchi per le paghe: 7 franchi per ogni soldato, sottufficiali e ufficiali compresi. Alcuni erano tornati a cantare gli inni reali, altro che impresa repubblicana! Erano tutti coscienti di essere stati scelti solo per andare al macello.

Non ha nessun piano prestabilito e nessuna carta a proprio favore. Non conosce i soldati che comanderà, nè questi conoscono lui. Come non conosce i generali, tutti più anziani di lui, di carriera, più pratici di comando e di battaglie, che dovranno essere i suoi sottoposti, e sa di non poter essere nè amato nè stimato da loro."Sapevo che dalle mie prime giornate dipendeva tutto il mio avvenire. Decise la mia ambizione, come rivincita contro la mediocrità della vita e le miserie degli uomini. In Italia con i "miei" uomini, scoprii che ero stato chiamato a fare grandi cose". (dalle Memorie) . La "scampagnata" verso l'ignoto doveva durare poco più di 30 giorni, soldi da Parigi non sarebbero mai arrivati. Se voleva continuare avrebbe dovuto pensarci solo lui; cioè arrangiarsi lungo la strada, e la strada che doveva percorrere era piena di città ricche, gli dissero.
Ai suoi uomini - un rudere di esercito - ha fatto un discorso da imperatore romano: "Soldati, voi siete nudi, mal nutriti; il governo molto vi deve, però nulla può darvi. La vostra pazienza , il coraggio che mostrate sono ammirevoli...voglio condurvi nelle più fertili pianure del mondo, ricche province, delle grandi città saranno in poter vostro: vi troverete onore, gloria, ricchezze....". Quando terminò ci fu qualche debole acclamazione, ma poi quando si ritrovarono da soli qualcuno osservò: "Con quella pelle gialla come il limone, molto resistente non mi sembra, non andrà molto lontano. Ha delle belle parole con le sue pianure fertili! ma dovrebbe pensare prima a darci le scarpe per arrivarci".

Con gli ufficiali le cose andarono meglio. Li aveva convocati, ma li fece attendere, così la diffidenza aumentò. Il più carismatico tra di loro, Augereau, si sbilanciò con i colleghi: "io mi farò sentire, userò le maniere forti con questo giovanotto". Quando Napoleone arrivò, disse quasi nulla; senza gesticolare, impartì solo ordini secchi e precisi, ma non - come si faceva di solito - dal centro di un emiciclo, ma con passi calmi li affrontava uno alla volta ponendosi di fronte a loro. Con il suo sguardo per nulla generico, nell'affidargli uno specifico compito che indicava "è suo dovere....fare questo e quest'altro...ecc. ecc.." li guardava uno a uno fissi negli occhi mentre parlava; quelli accanto a cui doveva ancora rivolgere la parola già provavano disagio, e quando toccava a loro di trovarselo di fronte, erano già imbambolati, ipnotizzati, e annuivano solo senza più parlare.
Anche lo stesso Augereau - quello che doveva "usare le maniere forti" era a disagio e quando venne il suo turno, annuì pure lui solo col capo, mentre Napoleone gli parlava di cosa lui avrebbe dovuto occuparsi; rimase muto fino alla fine; poi -quando Napoleone si congedò- riprese fiato, ma solo per dire quasi balbettando al suo collega vicino, al generale Messena: "questo piccolo generale corso... mi ha fatto... mi ha fatto...paura!".

Ed allora si vide quali energie sonnecchiassero appunto in questo esercito: un'ambizione ardente, un fiero amore di patria, il bollente e sublime sentimento della Rivoluzione. Qui si scorgeva Augereau, valoroso, intraprendente, sebbene millantatore; Massena sperimentato, accorto, ardito; inoltre Sérrurier, La Harpe ed altri. Nel seguito di Bonaparte vennero poi Berthier, un vero capo di stato maggiore nato, metodicamente abile, di una instancabile operosità, Murat, che si era già fatto un nome come generale di cavalleria, inoltre Marmont, Junot e Duroc. Era così raccolto il quartier generale dei futuri marescialli. Bonaparte aprì la campagna.

1 APRILE - Napoleone in una tenda, passa ore e ore a far calcoli e a visionare mappe. Nello Stato maggiore fatto di vecchi ufficiali abituati all'azione e alle battaglie a vista, questa mania intellettuale apparve come una bizzarria. Dirà in seguito Messena: "passava o per un matematico o per un visionario".

5 APRILE - Napoleone concepisce il suo piano. Non fa affidamento sulla forza ma sull'intelligenza. Annibale ha invaso l'Italia valicando le Alpi, lui le vuole invece circuire le Alpi. "Non é necessario attendere l'estate; fra le Alpi e l'Appennino ligure c'é un solco. E da lì noi entreremo, con la neve ancora dura perchè si cammina meglio, questo mese stesso! Anzi fra sette giorni. La data e il luogo da dove entreremo, per i piemontesi e gli austriaci sarà una vera sorpresa, che non si aspettano di certo".

L'armata francese si distese da Nizza a Savona, avendo di fronte a sé gli Austriaci e i Piemontesi. Colli voleva rompere la linea nemica in un punto, Beaulieu invece voleva avanzare in diversi punti. Perciò le sue truppe furono sparpagliate e fu creata quella situazione, di cui Bonaparte si avvalse.

12 APRILE - Scatta l'ora X. Tutto si svolge secondo i piani di Napoleone, ed è una campagna lampo contro il Piemonte: Napoleone osa attaccare - a Cairo Montenotte - l'esercito austriaco comandato dal generale Beaulieu. I suoi 38.000 uomini e 25 cannoni, contro i 70.000 uomini e 200 bocche di fuoco degli austriaci. Attaccano, sbaragliano, vincono e proseguono....

13 APRILE - Altra battaglia vittoriosa contro un reparto a Millesimo, seguita subito dopo da quella a Dego. Gli austriaci sono costretti alla ritirata verso la Lombardia. Ma Napoleone invece di inseguirli in quella direzione, secondo il piani del Direttorio, visti divisi i due alleati, quindi con l'esercito sabaudo isolato, si volge contro i Piemontesi. Il primo a cadere é il bastione trincerato di Ceva, i piemontesi arretrano su Mondovì, subito inseguiti dai francesi.

21 APRILE - Dilagando da Ceva abbandonata e con la via spalancata, tutti i reparti di Napoleone raggiungono Mondovì. I resti delle truppe sabaude che qui vi si erano rifugiate sono sconfitte, nella cosiddetta Battaglia di Mondovì. Uno scontro per nulla impegnativo per i francesi, e già pronti a marciare verso Torino. Non c'è più nulla da fare per Vittorio Amedeo III; con i francesi a pochi chilometri dalla capitale piemontese, il Savoia inviò a Napoleone la richiesta di una tregua d'armi, pronto a trattare a Cherasco il giorno 28 aprile e con la triste disponibilità a cedere alcuni territori alla Francia.

28 APRILE - Viene firmato a palazzo Salmatoris l'armistizio di Cherasco (col Regno sabaudo Sardo piemontese). Con il successivo Trattato di pace firmato a Parigi, la Francia acquisisce Nizza e l'alta Savoia. Ora Napoleone, con le spalle coperte, ha la strada libera per entrare nel resto d'Italia, può dilagare nella pianura Padana. Siamo a fine Aprile, e la Primavera ha infiorato valli, campi, giardini, città e paesi. I suoi soldati non devono più credere al magniloquente discorso della partenza, davanti a loro hanno la realtà. E che realtà! La Pianura Padana in fiore! Altro che terra promessa! Quello che hanno davanti per chilometri e chilometri è il Paradiso terrestre!

Concluso l'armistizio di Cherasco, Bonaparte unì al suo esercito 10.000 uomini dell'armata delle Alpi di Kellermann, e si volse nuovamente contro gli Austriaci, che subito cedettero inseguiti dai Francesi, sebbene questi avessero penuria di munizioni e perfino di scarpe. L'astuto Corso fece accortamente credere al generale nemico di voler passare il Po direttamente a Valenza, ma nei fatti marciò lungo la riva meridionale del fiume e lo valicò a Piacenza, dove gli Austriaci accorsi in minor numero furono sbaragliati.
Si trovava allora alle spalle di Beaulieu, allorchè questi comparve improvvisamente con le sue forze. Soltanto con gran pericolo riuscì ai Francesi di respingerlo. Invece di persistere vigorosamente nell'attacco e di gettare possibilmente il nemico nel Po, il vecchio generale si ritirò pusillanime verso Lodi.

Anche qui Beaulieu non capì l'importanza della posizione, che rappresentava il suo collegamento col Piemonte, e la assegnò ad un generale in sottordine con appena 10.000 uomini; questi difese valorosamente il ponte, ma finì coll'essere aggirato e messo fuori causa dal numero dei nemici. La leggenda narra che lo stesso Bonaparte si sia posto a capo degli assalitori.
Beaulieu se ne tornò a Mantova. Qui non fu seguito dal suo terribile avversario, poiché Bonaparte voleva prima di tutto concludere una pace definitiva con la Sardegna, per essere coperto alle spalle. Inoltre egli era allora in disaccordo col Direttorio. Desiderava di penetrare nel Tirolo e di operare insieme con l'armata del Reno; Carnot invece richiedeva che egli conquistasse prima tutta l'Italia settentrionale per gettarsi poi su quella centrale, mentre Kellermann avrebbe assunto il comando in Lombardia. Bonaparte si oppose a questa pretesa, sostenuto dall'entusiasmo popolare destato con le sue vittorie, di cui sapeva egregiamente mettere in rilievo l'importanza.
Quando poi entrò in Milano i cittadini, i governanti, l'intera Francia non osarono dir più nulla sul militarismo sempre più crescente. Così Bonaparte poté procedere a suo modo nel cammino glorioso da lui percorso.

15 MAGGIO -  Napoleone entra trionfalmente in Milano, accolto dal popolo e da una fazione filo-rivoluzionaria, come un  liberatore. Ma non mancano i dissidenti, monarchici reazionari e filo austriaci. Ma molti di loro tremano. Si chiedono perchŔ ha vinto? PerchŔ ogni settimana coglie una vittoria? Dove sta il segreto? Ma chi Ú veramente questo Napoleone? Che a 27 anni in un mese ha battuto i piemontesi (I Savoia !) e ha cacciato via gli austriaci da Milano (gli Asburgo !)? Che in un mese ha fatto salire al grado di colonnello un oscuro granatiere perchŔ in tre battaglie ha dimostrato coraggio? E chi Ú costui che  ha senza il minimo indugio relegato nelle tende delle retrovie onorati anziani generali con la nota "Buono per l'ufficio, ma non per la guerra!"?. Chi Ŕ quest'uomo che paga con 7 miserabili franchi un gruppo di pezzenti e ottiene da loro in cambio, audacia, coraggio, fedeltÓ, ed epici eroismi d'altri tempi? Chi Ú questo generale  che apostrofa tutti, inferiori o superiori, con Camerati, Amici?

Che dire poi dell'impressione che procura quando questo generale francese si rivolge agli italiani nella loro lingua, che sa  nomi e ricordi storici dell'Italia dalla fondazione di Roma in poi? Ha solo 27 anni, ma molti hanno l'impressione che ne abbia più di 2000. Cita Aristotele, Platone, Cesare, Marco Aurelio, Diocleziano ecc. come se fossero  amici intimi lasciati il giorno prima a casa. Cita il Campidoglio, Bruto e gli Scipioni. Parla di Sparta, della democrazia di Atene, della Repubblica di Roma,  del domino bizantino e della schiavit¨ feudale. Ha la storia del mondo stampata dentro la testa. Ma da dove viene, e come questo Ú possibile in un piccolo uomo di 27 anni?

La leggenda ha inizio. Tenteranno poi di farla dimenticare, ma la leggenda resta e resterà. Queste prime vittorie, di fatto, non sono che scontri di poca importanza, ma che Napoleone trasforma però in "Epiche Battaglie", e queste battaglie le trasfigura in "eventi storici", e raggiunge il doppio effetto aggiungendovi la dotta oratoria. Preparato lo è per davvero! Di ogni Staterello ricorda la sua storia, chi vi ha governato in passato e quelli che hanno governato bene o come questi sono stati annientati dai nemici della libertà. Parte da molto lontano, ridesta nell'italiano l' audacia del popolo romano, quella altrettanto non meno ardita, sorta nella lotta dei Comuni, annientata poi dalla schiavitù feudale e dalle signorie. "Popoli che si sono arresi alla volontà di agire. Che si sono spenti nella rassegnazione? Non è così, voi avete in potenziale tutta quell'audacia e quell'arditezza, dovete solo sprigionarla".

In un primo momento in mezzo ai quei straccioni di suoi soldati, Napoleone vuole ristabilire la disciplina ferrea. Questi dall'eccitamento per le vittorie sono passati all'autoesaltazione incontrollata. Lui non vuole passare come un capo di briganti, nè come un oppressore di popoli. Ha giustificato - per necessità - per qualche giorno i saccheggi (per la fame dei suoi uomini). Ora non li tollera più. E' implacabile! I proclami ci parlano di fucilazione immediata per chi ruba, disonore per i reparti che hanno fatto razzie, destituzione e vergogna per alcuni ufficiali colpevoli di saccheggi.

Riunisce gli uomini e fa loro un discorso durissimo: "Dovete essere dei liberatori per coprirvi di onore, non dei saccheggiatori e dei flagelli, coprendovi di vergogna. L'Italia dovete stupirla con un contegno esemplare dopo averla stupita con il vostro coraggio". - E non si ferma alle parole: fa fucilare alcuni soldati e un caporale che avevano rubato in una chiesa arredi sacri. Altri saccheggiatori li incatena e se li trascina per tutta la campagna.

 A Lodi aveva già gridato loro in faccia "siete dei vili o siete dei vincitori di Lodi, come volete essere ricordati dai posteri? Avete la gloria immortale di mutar volto al più bel paese d'Europa, e lo volete fare comportandovi come dei ladroni?".

Un reparto si comporta male? Lui schiera tutti i reparti, poi fa sfilare in modo disordinato e senza mostrine davanti a loro quello colpevole con davanti la bandiera di quel reparto sgualcita appesa a un'asta come uno straccio: "guardate questi uomini, stanno infangando il vostro onore, la vostra gloria, il vostro coraggio, la vostra onestà. Stanno sporcando la bandiera che è anche la vostra, la nostra. E questo non ve lo devo dire io, non ho il minimo dubbio che lo capite anche voi, da soli, guardando questi squallidi uomini, questi sciagurati".
Non risparmia nemmeno i più alti marescialli. Proprio a Lodi ne ha liquidato uno; "Sotto il vostro comando si è veduta molta cupidigia e scarsa rettitudine, ma sino ad oggi non sapevo che voi foste anche un vile. Abbandonate l'esercito e non venite più sotto i miei occhi".

Ricordiamo anche la sorte di un altro generale che aveva capitolato (e si era dileguato) in campo aperto. Dopo sei mesi ha osato apparigli dinanzi durante una rivista. Ma Napoleone non ha dimenticato né quella faccia, né cosa ha fatto. Lo investe in presenza di tutti i soldati e non riesce a calmare il suo livore nemmeno dopo un'ora dalla scenata, e gli grida in faccia: "Si può cedere una fortezza, la fortuna in guerra è instabile, si può venir vinti. Si può cader prigionieri. Può capitare domani anche a me. Ma l'onore! Sul campo di battaglia ci si batte, mio signore, e se invece si capitola e si fugge, si merita di essere fucilati... Un soldato deve saper morire. Come suddito avete compiuto con la vostra capitolazione un delitto, come generale una sciocchezza, come soldato una viltà, come francese avete disonorata la gloria ! ".

Con il suo modo di fare, bisogna dire che avvenne un mutamento profondo nel costume anche nel popolo italiano. Napoleone a Sant'Elena così lo ricordò, perfino nei minimi e insignificanti particolari:
"Dopo il mio passaggio, l'Italia non era più la stessa nazione: la sottana, che era l'abito di moda per i giovani, fu sostituita dall'uniforme: invece di passare la loro vita ai piedi delle donne, frequentavano i maneggi, le sale d'armi, i campi militari; i bambini stessi iniziarono a giocare sul selciato con interi reggimenti di soldatini di stagno; indubbiamente dopo averlo sentito raccontare in casa tra le mura domestiche dai loro padri, imitavano i fatti di guerra e le mie battaglie. E quelli che cadevano non erano più gli italiani, ma gli austriaci. Prima, nelle commedie e negli spettacoli di piazza, veniva sempre messo in scena qualche italiano vile, anche se spiritoso, e di contro a lui un tipo di grosso soldato straniero, forte, coraggioso e brutale, che finiva sempre col bastonare l'italiano, fra le risa e gli applausi degli spettatori. Anche se non c'era proprio niente da ridere ma semmai da piangere. Orbene: il popolo italiano non tollerò più allusioni di questo genere; gli autori dovettero cambiare copione. Iniziarono a inserie italiani valorosi, che mettevano in fuga lo straniero, vi sostenevano il proprio onore e il proprio diritto. Vi sembra poca cosa tutto questo? No! La coscienza nazionale si era formata. E l'Italia ebbe per la prima volta i suoi canti guerreschi e gli inni patriottici".
(Memoriale di Sant'Elena)


Il generale vittorioso però da Milano in poi si comportò sempre più da padrone. Nell'Italia settentrionale alle città estorse somme immense e saccheggiò i musei del paese. Gli tornò a proposito la penuria di denaro, in cui si trovava il Direttorio, e il governo venne in gran parte a dipendere dai suoi favori (ed è quello che voleva Napoleone - quasi come vendetta per non averli i denari ricevuti all'inizio della sua campagna, che nessuno credeva quanto importante fosse; solo lui l'aveva concepita e condotta. Ma lui era Napoleone!).

La sua gloria e la sua indulgenza per gli eccessi dei soldati mutarono l'esercito repubblicano in un certo modo in un'armata privata, che seguiva più solo lui con una fanatica devozione. Troppo tardi gli Italiani riconobbero il vero carattere del loro liberatore; si sollevarono in diversi luoghi, ma non fecero che aggravare la loro servitù. Volevano forse tornare sotto gli Austriaci? Più tardi ci riuscirono! Per poi pentirsene.
Anche con Venezia Bonaparte stipulò un trattato di neutralità, che gli aprì ad oriente dell'Adige i confini per attraversare il Veneto verso l'Austria. La Repubblica Serenissima dovette poi amaramente pentirsene. Ma questo perchè al suo interno la Serenissima aveva (e non solo per merito delle idee rivoluzionarie francesi ma per l'ottusità dei suoi apatici patrizi fermi all'economia settecentesca) seguaci giacobini, ed erano questi dentro le masse di diseredati o i miserabili contadini dell'entroterra che da Venezia ricevevano quando si ricordvano solo la magnanima carità.
Ma anche qualche nobile decaduto, furbetto, già correva a Parigi a fare futuri affari, all'insaputa degli altri.

Nel frattempo la guerra continuava. Beaulieu combattendo contro forze superiori fu costretto a risalire l'Adige fino a Rovereto, mentre s'iniziava l'assedio della fortezza di Mantova. Era evidente l'inferiorità del comandante austriaco; fu perciò sostituito dal Wurmser, valoroso soldato, già segnalatosi sul Reno, ma che pure lui aveva 70 anni. Mentre questi raccoglieva truppe fresche e i Francesi assediavano Mantova, i piani di Bonaparte si spingevano molto lontano.

Passate le Alpi intendeva penetrare in Baviera e perciò chiedeva che l'armata del Reno assalisse, per collegare i movimenti di quella con i suoi. Ma non si era ancora a questo punto. L'Austria aveva nel Tirolo una posizione vantaggiosa e soldati locali abbastanza per impedire la congiunzione degli avversari. Napoleone sapeva che Wurmser non avrebbe potuto intraprendere nulla di serio prima della metà di giugno. Approfittò pertanto di questo tempo per irrompere con una parte delle sue truppe nell'Italia centrale, sorprendere Livorno e incutere spavento al Papa e insieme al re di Napoli.
Ambedue si affrettarono a concludere un armistizio, che costò al Papa 21 milioni di franchi, molti manoscritti e quadri e concesse ai Francesi di occupare le Legazioni con Ancona e di riscuotere 13 milioni. Dovunque si rubava e si saccheggiava; si vuole che siano stati raccolti così 62 milioni.

Si avvicinava però una nuova decisione. Alla fine di giugno Massena che occupava la posizione avanzata di Rivoli fu respinto dagli Austriaci. Wurmser discese l'Adige con 24.000 nomini. Quasdanovich con 17.000 lungo la riva occidentale del lago di Garda. La situazione divenne assai pericolosa. Dopo alcune esitazioni il Bonaparte prese una decisione ardita. Levò l'assedio da Mantova e raccolse la sua armata fra le due parti dell'esercito nemico. Invece di assalirlo con tutte le sue forze, Wurmser gli dette tempo di mettere in fuga prima Quasdanovich e poi di volgersi contro il corpo principale. Non lontano da Castiglione (Solferino) Bonaparte e Wurmser cozzarono tra loro; dopo una violenta lotta, questi fu pienamente battuto. Essendo andata a vuoto anche un'ultima resistenza sull'Adige, la campagna era finita; in 14 giorni gli Austriaci avevano perduto 17.000 uomini.

A Parigi tutti sbalorditi celebravano Bonaparte come «l'invincibile». Tuttavia aveva perduto 8.000 uomini. Mantova era stata rifornita di nuovo e tutta l'artiglieria d'assedio era andata perduta. Poiché questa non si poteva sostituire si dovette cominciare un lunghissimo blocco. Frattanto il Wurmser portò il suo esercito a 41.000 uomini e lo divise in due parti. Davidovic doveva difendere il Tirolo mentre il nucleo principale delle forze guidato dal generale supremo avanzava verso l'Adige.
Ma prima ancora che questo si ponesse in movimento i Francesi assalirono Davidovic lo respinsero verso Trento e finalmente verso Bolzano. Nonostante ciò il Wurmser marciò attraverso la Valsugana convinto di sbucare sul Viventino e prendere alle spalle Napoleone.
Con rapida decisione Bonaparte lo raggiunse a Bassano. In un'ora tutto era finito; al generale austriaco non rimase che raccogliere gli avanzi della sua armata e metterli al sicuro a Mantova. La forza di questa guarnigione salì a 28.000 uomini, troppi per una fortezza malsana e insufficientemente vettovagliata. Bonaparte vi pose 9.000 uomini in osservazione e spinse avanti le truppe che gli rimanevano verso le valli alpine.

Tutte queste avversità non poterono vincere la ostinazione dell'imperatore Francesco. In Germania l'arciduca Carlo aveva pienamente vinto i Francesi e perciò fu possibile inviare verso il Tirolo rinforzi così considerevoli da portare a 60.000 uomini l'armata, che qui si trovava. Alvintzy ne ottenne il supremo comando. Per la terza volta l'armata fu divisa in due. Lo stesso generale in capo condusse 35.000 uomini attraverso il Friuli, mentre Davidovic il rimanente per la valle dell'Adige. I Francesi furono cacciati da Rivoli e subirono presso Caldiero perfino una grave disfatta.
Bonaparte riprese la sua fortuna con una ardita marcia notturna, che lo condusse verso le paludi di Arcole nel fianco di Alvintzy. La posizione si dimostrò singolarmente favorevole. Quello che doveva fare Alvintzy era di lasciare là tranquillo il nemico e congiungersi con Davidovic sotto Verona. Invece Alvintzy assalì e dovette impegnarsi in una ostinata battaglia di tre giorni piuttosto accanita, e che finì con la vittoria di Bonaparte. Alvintzy dovette ritirarsi e pure Davidovic a mala pena si sottrasse al pericolo.


Per la quarta volta l'Austria tentò ancora di riprendersi l'Italia perduta e questa volta nel cuor dell'inverno. Alvintzy con 28.000 uomini si proponeva di sopraffare i Francesi a Rivoli, Provera di assalirli con 9.000 sulla linea dell'Adige inferiore, mentre altri corpi di truppe avrebbero distratto la loro attenzione. All'inizio gli Austriaci combatterono con buon esito, ma in seguito Bonaparte, avendo riconosciuto il vero stato delle cose, respinse Alvintzy in una sanguinosa giornata presso Rivoli e prese prigioniere quasi tutte le truppe di Provera non lontano da Mantova. Ebbe termine con questo l'eroica resistenza di questa fortezza. La sua guarnigione dovette arrendersi con 315 cannoni ed un immensa quantità di materiale da guerra.
Perché fosse compiuta la sua vittoria, Bonaparte mandò un corpo di truppe contro il Papa e il 19 febbraio lo costrinse ad accettare la pace di Tolentino, che gl'impose il pagamento di 330 milioni di franchi, senza contare i tesori artistici prelevati e inviati a Parigi. Di questa estorsione il generale per ora si accontentò; dal punto di vista politico tuttavia protesse per quanto gli era possibile la Santa Sede dalla furia rivoluzionaria del governo di Parigi. Fin d'allora pensava già che in seguito poteva servirsi del papa..
La Corte di Vienna si giovò della sosta che gli offriva la campagna contro il Papa per rimettersi in sesto una quinta volta, per raccogliere nuove truppe che mise sotto il comando dell'arciduca Carlo.

Di fronte a lui Bonaparte con più di 70.000 uomini fece irruzione nel Friuli. Con maggior efficacia che non la forza di questo esercito agiva sull'animo degli Austriaci il loro sfacelo morale. L'arciduca Carlo era sfiduciato; ovunque si trovavano ostacoli e deficienze, da ogni parte dominava il malcontento, la diffidenza e lo scoraggiamento. Eppure si continuava senza far nulla; invano l'arciduca tentò di mantenersi nella posizione dominante del Colle di Tarsi - in due settimane perdette 20.000 uomini .
Il 30 marzo Bonaparte vittorioso pose il suo quartiere generale in Klagenfurt. Vienna pareva non solamente minacciata ma perduta. In realtà l'abile conquistatore e stratega si trovava isolato in un modo pericoloso per essere andato così lontano.
Dal Reno nulla si faceva per sostenerlo, attorno gli stava minaccioso il paese nemico: di fianco si sollevavano i Tirolesi, alle spalle i Veneziani. Tuttavia quando fu giunto fino a Judenburg, ogni vigore della Corte imperiale e dell'esercito era giunto al suo termine. Seguì un armistizio che il 18 aprile condusse ai preliminari di pace di Leoben, firmati sovranamente da Napoleone a nome della Francia.

Secondo questi preliminari la Casa di Asburgo cedeva definitivamente il Belgio e riconosceva i confini richiesti dalla Repubblica; di questa perdita doveva poi essere risarcita con qualcos'altro alla pace definitiva. Con articoli segreti si stipulò che l'imperatore avrebbe rinunziato ad ogni territorio italiano posto a ponente dell'Oglio, quindi al possesso del Milanese, e che sarebbe stato compensato dal territorio a levante del fiume, comprese l'Istria, la Dalmazia e la terraferma veneta. Venezia in compenso avrebbe ottenuto una parte dello Stato della Chiesa.

In questo stato di cose, la pace non era sfavorevole all'Austria, poiché appunto allora si ponevano in movimento gli eserciti francesi del Reno, cosa che Bonaparte non sapeva.
Già si erano ampliati i disegni del generale; questi scriveva al Direttorio che sarebbe stato bene muovere guerra a Venezia per procurarne all'imperatore il possesso e unire con Milano la parte settentrionale dello Stato della Chiesa.
La fine di quella, che un tempo era stata regina dell'Adriatico, fu decisa e le circostanze l'accelerarono. Nella città veneziana di Verona e sul lago di Garda si giunse ad una selvaggia sollevazione contro i predatori francesi, ci furono diversi morti di francesi alle cosiddette "Pasque Veronesi"; a Brescia e a Bergamo sorsero tumulti democratici, non certo senza l'aiuto dei repubblicani stranieri.
Appena Bonaparte ebbe le mani libere, scrisse una lettera arrogante al Doge, fece soffocare e castigare terribilmente la sollevazione di Verona (che allora era sotto Venezia) ed occupare infine tutta la terraferma veneziana. La situazione insulare della città di Venezia offriva qualche difficoltà. Per ridurla in suo potere l'astuto Corso fece diffondere nella popolazione delle idee democratiche e spingere il senato a concedere una forma di governo costituzionale.

Con minaccie di guerra concesse poi un armistizio, che privò di ogni difesa lo Stato. Il 16 maggio truppe francesi entrarono nella città lagunare; la cittadinanza (ovvero il popolino non certo i nobili) nell'onda repubblicana piantava alberi della libertà e Bonaparte concluse una così detta pace, che poneva Venezia del tutto nelle sue mani. Poteva ormai essere così consegnata agli Austriaci. A questo risultato pietoso avevano cooperato non solo la dissimulazione del generale ma anche la senile codardia del governo, che come dissero i veneziani nel loro dialetto "si erano calate le braghe". O come disse un opportunista nobile e banchiere: "inetti come siamo e per mantenere tutto ciò che abbiamo conviene cooperare".

Ebbe termine allora anche l'indipendenza di Genova, di questa antica avversaria di Venezia. In mezzo alle grandi potenze, che guerreggiavano tra loro, aveva passato giorni tristi. Bonaparte favoriva ovviamente i democratici; tra questi e i patrizi si venne nel maggio ad una aperta lotta per le strade, nella quale caddero alcuni Francesi. Il Corso ebbe quanto aveva desiderato. Impose alla Repubblica minacciosamente una nuova costituzione moderata, che era una cosa di mezzo fra quella genovese antica e quella della Francia del Direttorio. Lo Stato assunse presto il nome di Repubblica ligure; l'influenza francese vi prevaleva.

Il Direttorio aveva considerato l'Italia soltanto come un paese da depredare. Bonaparte invece volle fondarvi la supremazia della Francia. Il 4 ottobre 1796 approfittò di una sollevazione a Modena per stabilirvi un governo democratico. Le Legazioni pontificie di Bologna e Ferrara furono congiunte al nuovo Stato, che il 16 ottobre ottenne il nome di Repubblica Cispadana. Ed allora anche i democratici lombardi richiesero un simile ordinamento politico. Questo riuscì opportuno al Bonaparte, che fece elaborare una costituzione a modo suo, seguendo quella direttoriale della Francia, in modo che si tenesse lontana dal clericalismo e dal giacobinismo.

Il 9 luglio tra l'esultanza e le feste pubbliche fu proclamata la Repubblica Cisalpina. Bonaparte ne designò i primi funzionari. Cisalpini e Cispadani il 15 luglio 1797 furono poi riuniti in un tutto comune che si estendeva a levante fino all'Adige e comprese finalmente anche la Valtellina. Alla fine del 1797 ebbe qui inizio un florido Stato di 3.500.000 abitanti.

Non solamente questi nuovi Stati creati in Italia ma anche il Direttorio cominciarono ad esser debitori della loro esistenza a questo generale tanto ambizioso. All'inizio sostenne quel governo con invii di denaro, poi fece compiere il colpo di stato del fruttidoro ad un suo subordinato, il generale Augereau, e rese così sempre più da lui dipendente quel potere vacillante. A poco a poco lasciò da parte i riguardi e ampliò i suoi disegni sul Mediterraneo in modo arbitrario ("chi possiese il Mediterraneo ha in mano il mondo"); desiderava possedervi una flotta e il dominio delle Isole Ioniche, e già pensava anche a Malta e all'Egitto. Tutto questo contribuiva a dar forma ai risultati delle trattative di pace.

Da parte dell'Austria queste furono condotte dal Cobenzl a Udine e a Passariano. Bonaparte chiedeva il confine dell'Adige e le Isole Ionie, cedendo in compenso Venezia. Cobenzl si oppose ostinatamente, ma dovette infine lasciarsi estorcere il consenso e così dopo lunghe discussioni ed esitazioni di ogni genere si riuscì a concludere una pace definitiva il 17 ottobre a Campoformio presso Udine.
In virtù di questa la casa d'Asburgo ottenne la città e il territorio di Venezia fino all'Adige, la Dalmazia e l'Istria e la Francia ottenne le Isole Ionie. L'imperatore riconobbe la Repubblica Cisalpina, rinunciò ai Paesi Bassi e cedette la Brisgovia al duca di Modena, spogliato del suo Stato. Un congresso da convocarsi a Rastatt doveva sbrigare le questioni, che si riferivano all'Impero tedesco.

In articoli segreti l'imperatore prometteva ancora di sostenere la sua avversaria nell'acquisto del confine del Reno; la Francia prometteva in cambio di aiutare l'Imperatore ad annettersi Salisburgo e un territorio di confine appartenente alla Baviera.
Venezia era in preda alla disperazione. Quegli stessi, che erano venuti come liberatori, consegnavano ora la città all'Austria. E questo non bastava. In contraddizione alle stipulazioni segrete - prima di andarsene - ebbe luogo una completa depredazione da parte dei Francesi. Cannoni, polvere, provviste di vettovaglie, capolavori della pittura e perfino i cavalli bizantini di bronzo di S. Marco furono portati via dai vincitori.

Tutti i bastimenti capaci di navigare furono presi e quelli inservibili incendiati, tra i quali la venerabile nave di Stato, il Bucintoro. Al principio dell'anno 1798 la regina dell'Adriatico, caduta ormai così in basso, era divenuta una provincia austriaca. Quando il vecchio doge Manin dovette prestare il giuramento di fedeltà cadde a terra svenuto.
I rivolgimenti italiani furono compiuti con l'occupazione di Roma e di Napoli, che però avvenne molto più tardi.

Nell'estate del 1797 a Mombello presso Milano Bonaparte tenne corte come un principe regnante. Vi organizzò ricevimenti solenni, feste, spettacoli e vi introdusse una specie di etichetta. Con aria affabile ricevette i dignitari delle nuove repubbliche, gli inviati degli Stati stranieri, generali, artisti, poeti e dotti. Per accrescere questo splendore fece venire la sua famiglia. Prima ancora aveva fatto venir da Parigi la consorte Giuseppina.
In mezzo a simili divertimenti intanto si sbrigavano gli affari politici e militari.
Conclusa la pace, Bonaparte si recò in Germania per intervenire alle trattative di Rastatt e poi a Parigi, dove ricevette gli omaggi entusiastici dei suoi concittadini.

La campagna del 1796-97 segna la crisi nella storia di quell'epoca. La Rivoluzione stanca ottenne nuova vita in una nuova forma, in quella militare. Nel seno della Repubblica francese il militarismo (vincente come quello bonapartista) sembrò trionfare con le idee democratiche e così decideva anche la sua vittoria sopra l'Europa monarchica.

Il luogo dei grandi fini ideali e positivi della prima Rivoluzione, da molto tempo estinti, la Francia fu tutta presa da fini personali. L'avidità sollecitata dall'espansione nazionale non ebbe più limiti, di modo che l'immoralità nella politica e nella conquista violenta raggiunsero il colmo. Il contegno di Bonaparte di fronte agli Italiani fu di una impareggiabile doppiezza e mancanza di coscienza e di pudore - ma fu coronato dal successo.

Anche i rivolgimenti nel modo di guerreggiare militare furono decisivi. Quello della Rivoluzione fu sviluppato fino alla sua massima efficacia e arricchito di nuove idee e di nuovi principi. Si doveva incatenare la vittoria con la rapida azione di grandi masse, cercare la battaglia decisiva, ma combatterla se fosse possibile con forze superiori e in migliori posizioni.
Il rappresentante di questo modo di combattere fu proprio Bonaparte. La sua fortuna volle che egli avesse a che fare con generali austriaci dozzinali, che come agnelli pazienti si compiacquero di dividere le loro truppe e di lasciarsi attaccare quando erano in minor numero.
Quale forma diversa avrebbe preso la storia universale se fosse allora comparso un Suworow - Bonaparte allora non sarebbe mai diventato Napoleone I.

A Parigi questa vittorie, entusiasmavano, ma c'era anche chi cominciava a temere ques'uomo.

E come meravigliarci se al suo ritorno in Francia
il governo acconsentì di buon grado al suo piano contro l'Egitto?
Allontanavano così il generale che stava diventando troppo pericoloso.

LA SPEDIZIONE IN EGITTO - 1798-1801 > >

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