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175. GUERRA CON L'INGHILTERRA - LA 3a COALIZIONE - 1803-1805
(la battaglia dei tre imperatori)

In Francia Napoleone e il governo nell'anno 1803 di fronte ai paesi esterni formavano una cosa sola. Sul continente la Repubblica trovò soltanto dei governi in mano a monarchi e li vinse. In Inghilterra invece ( come in Francia) governo e popolo erano uniti per la guerra e qui la Francia urtò non soltanto in un nemico della sua stessa forza, ma anche dello stesso suo genere.
Come antiche rivali le due potenze si combattevano già dai tempi dei Normanni e dei Plantageneti, e il premio di questa lotta era alto, anzi il più alto che si potesse immaginare, era la signoria del mondo. Si trattava di decidere a chi doveva aspettare.

L'Inghilterra nonostante la pace di Amiens del 18 marzo 1804 con la quale fu posto termine alle ostilità della Francia in Egitto, aveva comunque tentato nel provocare una sollevazione antinapoleonica in Francia, appoggiando una congiura ordita da gruppi assai eterogeni che comprendevano monarchici, aristocratici emigrati e vecchi repubblicani. Poi nel 1805 decise di formare una terza coalizione antifrancese.

Napoleone fu sorpreso dalle mosse della Gran Bretagna. Gli armamenti erano del tutto insufficienti. La sua flotta era formata soltanto da 23 vascelli di linea, da 25 fregate e da 107 corvette; una parte di essa si trovava nelle Indie occidentali, un'altra non era completamente allestita, di modo che aveva nei suoi porti soltanto cinque vascelli di linea e dieci fregate pronte a combattere; questa forza però poteva aumentare in pochi mesi.
Comunque anche il quelle condizioni, alla Francia gli aiuti da parte dell'Olanda e dalla Spagna non bastavano. Inoltre difettava di marinai e di ufficiali di marina, di disciplina negli equipaggi, di vario materiale militare e di armamento. E poiché sotto ogni aspetto la marina francese era in genere inferiore a quella inglese, mancavano in essa la fiducia e l'intraprendenza.
La guerra, non avendo la sua radice nel popolo, non fu sostenuta dalla pubblica opinione. Solo dopo le strepitose battaglie si unì al coro degli entusiasmi.

Del tutto differente era il caso dell'Inghilterra. Qui la guerra nasceva dalla volontà della nazione, contro i desideri del ministero, ed era considerata come una necessità, come un altissimo dovere. L'orgoglio britannico s'indignava contro le usurpazioni francesi. Gli uomini si presentavano in quantità negli arruolamenti per difendere il paese e il suo onore; il parlamento deliberò un prestito e un aumento delle imposte. Fin dal 1° giugno si allestirono con grande urgenza 60 vascelli di linea e un numero corrispondente di fregate. A capo del ministero della guerra stava l'eminente Lord St. Vincente e si avevano provati ammiragli come Nelson, Cornwallis, Keith, Collingwood e altri.
Toccò quindi agli Inglesi di prendere dovunque l'offensiva e con questa andò perduta una delle fonti principali della ricchezza francese, il commercio oltremarino.
Fin dall'inizio lo scopo degli Inglesi era di impedire la riunione delle singole flotte nemiche. A questo fine Keith andò a Dover per vigilare l'ingresso della Manica, Cornwallis a Brest, che tenne poi bloccata con molta costanza per più di due anni, chiudendo nello stesso tempo la via degli altri porti.

Il luogo più pericoloso, il Mediterraneo, lo ebbe Nelson, che utilizzò Gibilterra come base principale e dei porti settentrionali della Sardegna come punti eventuali di appoggio. Intenzionalmente concesse al nemico libertà di uscire da Tolone per poterlo poi assalire in mare. Doveva però sperimentare, come non si potesse contare su questo piano.

Per la loro debolezza i Francesi furono costretti all'inizio restare nei loro porti fortificati, così che l'anno 1804 non portò grandi avvenimenti, ma tuttavia sensibili perdite del loro naviglio mercantile in seguito alla guerra corsara. Fu quello ancora un tempo di preparativi, nei quali Napoleone dispiegò tutta la fertilità creatrice del suo genio. La sua attività si mostrò sopra un vasto campo. Per procurarsi in Francia una solida base, cercò con ogni mezzo di suscitarvi artificiosamente un'eccitazione ostile agli Inglesi e dovendo rinunziare a una politica coloniale, si adoperò per addossare il carico della guerra agli altri paesi europei.
Per 80 milioni di franchi vendette la Luisiana agli Stati Uniti; l'Olanda dovette procurare una propria flotta, la Svizzera concludere un'alleanza difensiva e offensiva, la Spagna pagare forti contribuzioni e dichiarare la guerra all'Inghilterra, il Portogallo sborsare 16 milioni e Genova fornire 4000 uomini.

Un esercito francese occupò il regno di Napoli e i suoi porti, un altro entrò nell'Annover, unito con l'Inghilterra per unione di casta monarchica; anche il Lauemburgo e Cuxhafen ricevettero truppe francesi e Amburgo prestò 3 milioni. Con una immediata decisione Napoleone volle chiudere al commercio britannico tutta la costa dell'Europa occidentale e centrale. Questo ebbe per conseguenza che l'Inghilterra trattò come territorio nemico tutti gli Stati continentali e arrecò danni gravissimi al loro commercio e alle loro industrie.

Per ovviare a questo, Napoleone pensò di far sbarcare un esercito sulla costa inglese, per combattere il nemico per terra nel suo proprio regno. La difficoltà era di portare le truppe oltre la Manica. Per raggiungere questo scopo Napoleone fece sforzi immensi, ideò vari piani dell'impresa e spese milioni sopra milioni. All'inizio sperò d'imbarcare per Dover 100.000 uomini su piccoli battelli, approfittando della nebbia, poi decise di dominare, sia pure in modo passeggero, la Manica con una flotta ed eseguire lo sbarco sotto la protezione di questa.
Perciò si dovettero costruire nei porti francesi della Manica, molti piccoli bastimenti di trasporto e si aumentò il numero delle navi da guerra, in modo che in circostanze favorevoli potessero misurarsi con la flotta inglese. Con la forza e la tenacia del suo volere Napoleone si pose all'opera. Boulogne fu ridotta a porto militare di prim'ordine, una vasta corona di batterie da costa le fu eretta intorno, la flottiglia da trasporto fu portata ad oltre 2000 bastimenti, con un equipaggio di circa 17.000 uomini, e l'esercito di sbarco a 150.000 uomini.

Nel tempo stesso si allestivano negli altri porti delle navi da guerra, finché si ebbero una ottantina di vascelli di linea, fra i quali però circa una trentina erano spagnoli e di valore più o meno inferiore. Siccome una parte dei porti rimase bloccata, secondo il calcolo di Napoleone, che valutava due vascelli spagnoli uguali ad uno francese, soltanto circa 35 vascelli di linea potevano prendersi in considerazione per quell'impresa.

All'inizio del 1805 gli Inglesi di fronte a questi avevano in servizio 63 vascelli di linea, di cui circa 20 erano stati inviati nei mari non europei e 37 servivano a bloccare i principali porti del nemico. I rimanenti formavano la riserva che stava nei porti inglesi.
Per ovviare a una tale superiorità di forze Napoleone concepì il piano seguente: da Tolone doveva uscire l'ammiraglio Villeneuve con i vascelli e Rochefort un'altra piccola flotta; ambedue dovevano far vela verso le Indie occidentali, congiungersi là ed attirarvi le flotte inglesi, per poi tornare indietro inaspettatamente verso l'Europa, rompere il blocco di Brest e, con forze schiaccianti, spazzare via gli Inglesi dalla Manica e render possibile il passaggio dell'esercito di sbarco. La riuscita dipendeva in massima parte dalle qualità personali del Villeneuve e appunto in questo Napoleone si era ingannato. L'ammiraglio era certo personalmente valoroso, ma era irresoluto e paralizzato dal sentimento della superiorità del nemico. E il destino volle che egli avesse a che fare con Nelson, cioé con uno dei più prestigiosi ammiragli di ogni tempo. Nelson era nato marinaio, con uno spirito inesauribile d'impresa e un coraggio indomabile. Con sguardo aquilino concepiva in pochi secondi quello che altri non riuscivano a scrutare in anni, e ciò che lui vedeva, prendeva decisioni con una rapidità vertiginosa, sicuro della vittoria e tenace. Inoltre lo faceva palpitare il più vivo amore per l'onore e per l'utile dell'Inghilterra e lo incitava l'istinto della potenza mondiale della sua patria. Se egli e i Francesi s'incontravano l'esito non poteva essere dubbio.
Riuscì al Villeneuve e alla flotta di Rochefort di sfuggire felicemente agli Inglesi e di raggiungere la Martinica; tuttavia l'uno giunse così tardi che l'altra era già tornata in Francia. Quando egli ricevette la notizia del sopraggiungere di Nelson, pure lui tornò indietro.
In effetti Nelson all'inizio cadde nel tranello, ed era andato vagando attorno in cerca dei nemico che aguitò a inseguire, non lo raggiunse nemmeno nelle Indie occidentali (i due come detto sopra le avevano abbandonate per far ritorno) e dovette perciò incominciare di nuovo l'inseguimento.

Frattanto Villeneuve arrivò presso la costa settentrionale della Spagna e avvistò qui 15 vascelli di linea inglesi, ma non si arrischiò ad attaccarli. Invece se ne andò a Cadice, dove si trovò presto chiuso con la flotta spagnola alleata. Napoleone era furente contro la pusillanimità del suo ammiraglio e mandò un altro comandante, che doveva sostituirlo. Spinto da questa circostanza il Villeneuve lasciò il porto dove stava al sicuro. La sua flotta contava 33 vascelli di linea, ai quali stavano a fronte sotto il Nelson 27 soltanto, però più agguerriti, meglio armati ed equipaggiati.

Il 21 ottobre 1805 non lontano da capo Trafalgar si venne a battaglia, che finì con la piena vittoria della flotta britannica. Questa dovette nondimeno festeggiarla con la morte del suo eroico ammiraglio, che aveva incitato gli inglesi con la famosa parola d'ordine: "l'Inghilterra aspetta che ognuno faccia il suo dovere".
Si era combattuto con terribile accanimento; gli alleati perdettero 18 vascelli e tutti quelli degli Inglesi furono danneggiati. Fu questa la più grande battaglia navale combattuta da più di cento anni. Se la vittoria di Abukir aveva reso gl'Inglesi padroni del Mediterraneo, quella di Trafalgar ne fece i signori degli oceani. «Trafalgar day» é d'allora in poi la festa nazionale degli Inglesi.
D'allora in poi la Gran Bretagna non ha più paura di alcun rivale sui mari e ha disteso il suo impero su tutte le parti del mondo. Come nel regno di Carlo V, anche sul suo non tramonta il sole. E non solo tutto questo fu raggiunto con quella vittoria decisiva, ma fece definitivamente escludere l'idea ai francesi di assalirne le coste.

Napoleone infatti l'idea l'abbandonò, fece mettere in marcia le sue truppe e le avviò verso il Reno per usarle contro l'Austria. Fece tuttavia mettere con ogni cura al sicuro la flottiglia da sbarco, sia pure soltanto come una minaccia contro il nemico inaccessibile. Il suo modo di condurre la guerra contro l'Inghilterra divenne del tutto differente: adotto una vigilante esclusione del commercio e delle merci inglesi dal continente europeo.
Il disegno di sbarco si mutò nel blocco continentale.

La guerra aveva recato all'Inghilterra danni relativamente piccoli; ma molto più gravi furon quelli che ebbe a soffrire l'impero. Era scoppiata una crisi finanziaria, il credito pubblico era disceso al più basso limite, la somma delle spese dello Stato era salita a 750 milioni di franchi. Al reddito delle imposte dirette si dovette aggiungere quello di altre imposte indirette e il carico delle tasse generò un gran malcontento ai francesi, sebbene Napoleone imponesse quanto più gli fu possibile forti contribuzioni agli Stati da lui dipendenti.

Invece in Inghilterra si sviluppava il commercio, il credito dello Stato rimaneva sicuro, il suo debito diminuiva, e il primo ministro Pitt sapeva farsi degli alleati, suscitare nuovi nemici al suo avversario e alleggerire le imposte alla nazione.

Così il continente entrò proprio nella corrente che conduceva alla guerra, nonostante le conseguenze di questa e gli sforzi eccessivi, che essa richiedeva e a cui la pace di Luneville doveva aver posto un termine.

Regnava in Austria l'imperatore FRANCESCO I, uomo di animo gretto, di non comune rigore ma di orizzonte limitato, che desideroso di ascoltare e di leggere tutto da solo, perdeva la visione complessiva degli affari e della loro importanza. Sotto un'apparente franchezza era scaltro, tenace, malfido, diffidente e di carattere debole, pieno di orgoglio di famiglia e di ammirazione per la casa sovrana da cui discendeva.

Sotto molti aspetti si mostrava affine a lui il tedesco FEDERICO GUGLIELMO III, sovrano operoso e coscienzioso, ma senza fiducia in se stesso e senza grandezza personale e di regnante, ma non privo di una sana intelligenza; avido, parsimonioso, onesto, sgraziato e incapace di primeggiare; timido e incerto andava tastando qua e là il terreno, sempre inclinato a lasciarsi guidare dagli avvenimenti.

Era essenzialmente diverso lo zar russo ALESSANDRO I. Bello di persona, affascinante nei suoi rapporti, aveva una vasta ambizione, uno spirito fantastico ed esuberante, il desiderio di brillare e di apparire una grande personalità. A dire il vero, gli mancava una visione chiara della realtà, una volontà consapevole dei suoi fini e l'energia di una condotta ferma, come pure profondità e sicurezza di sentimenti, abnegazione. Ondeggiava qua e là fra l'inclinazione ad una autocrazia asiatica e le idee democratiche occidentali, tra l'onnipotenza e il liberalismo, spesso persuaso dal suo consigliere del momento. Tuttavia facevano di lui una forza motrice degli avvenimenti la sua irrequietezza, il desiderio ardente di fare qualche cosa e una simulazione teatrale.

La Prussia aveva la posizione di gran lunga più difficile, poiché in essa alla debolezza dello Stato rispondeva quella dei suoi regnanti. Dalla pace di Basilea in poi era andata declinando; aveva allora tentato di aprire all'impero tedesco la via a una pace generale; aveva poi fatto suoi gl'interessi della Germania settentrionale, ma dovette accorgersi che essa in gran parte gli sfuggiva. Tuttavia si destreggiò in modo passabile, finché avvenne la rottura con l'Inghilterra.
Il primo ministro conte Haugwitz consigliò di occupare con qualche pretesto l'Annover, come già nel 1801, per non lasciarlo cadere nelle mani di Napoleone. Tuttavia il re non osò. Quindi i Francesi fecero quello che la Prussia aveva trascurato di fare. Fu questo per lui un grave colpo, quale potenza protettrice della Germania settentrionale, ed anche per la Russia.
Il re prussiano nondimeno persisté nella sua neutralità e questo eccitò nei Francesi un'audacia sempre maggiore. Invano l'Haugwitz cercò d'indurre il re ad unirsi alla Russia, facendo nello stesso tempo buon viso alla proposta di alleanza fatta dalla Francia.
Il re volle concludere un accordo con le due potenze, ma con questo ottenne anche meno di prima. Quindi Haugwitz si ritrasse e Hardenberg prese la direzione della politica estera. Frattanto l'Annover era saccheggiato senza misericordia dai Francesi, chiuse l'Elba e il Weser alla navigazione e Amburgo messa a contribuzione.
La Prussia lasciò per pusillanimità che accadessero anche queste cose, le quali però producevano altrove il loro effetto, specialmente in Russia. Qui Alessandro aveva sentito amaramente la mancanza di riguardi usatagli nel nuovo ordinamento della Germania; venne poi l'uccisione del duca d'Enghien e il timore di fronte ai disegni della Francia in Oriente.
Tentò perciò di porre dei limiti a Napoleone con una specie di ultimatum. Allorché questo fu respinto, il suo ambasciatore nel dicembre lasciò Parigi.

Alessandro sarebbe stato lieto di presentarsi alla testa degli Stati ancora indipendenti, come domatore del figlio insaziabile della rivoluzione. Fece dei passi in questo senso così a Berlino come a Vienna, ma trovò in ambedue i luoghi delle difficoltà. La Prussia si aggrappava ostinatamente alla sua neutralità, anche quando il pericolo di guerra si fece più minaccioso, e Napoleone fece quanto era in lui per mantenerla in quella disposizione e, se fosse stato possibile, per farsene anche un'alleata.

Intanto l'Austria attraversava tempi torbidi. Vinta in guerra, rovinata finanziariamente, aveva dovuto - dopo Marengo - concludere la pace di Luneville (9 febbraio 1801). IMa invece di rimettersi all'interno dai tanti mali, guardava con impazienza al di fuori, sperando in un mutamento della situazione mondiale.
L'esercito era così poco preparato a combattere che l'arciduca Carlo insisteva sempre perché si mantenesse ad ogni costo la pace e a questo corrispondeva anche la politica del conte Cobenzl. Da questa situazione il governo era costretto ad una maggiore arrendevolezza e con ciò non fece, come la Prussia, che provocare maggiori usurpazioni di Napoleone.

Questi desiderava apertamente di possedere la corona d'Italia, il che significava ricacciare molto indietro l'Austria; teneva corte ad Aquisgrana e a Magonza, come Carlo Magno, come l'alto sovrano dei principi tedeschi.
In simili circostanze il partito della guerra a Vienna prendeva sempre più il sopravvento, e l'imperatore si vide costretto a cercare l'appoggio della Russia. Il 6 novembre stipulò con questa un «concerto preliminare», secondo il quale Austria e Russia dovevano entrambe opporsi unite a ulteriori violenze di Napoleone, con forti sussidi in denaro dell'Inghilterra.

Alessandro aveva già da lungo tempo allacciato relazioni con il regno insulare. Pitt era disposto a pagar dei sussidi alle potenze continentali, supposto naturalmente che da ciò derivasse a lui un utile. Non facevano perciò a caso suo dei semplici trattati di alleanza difensiva, ma desiderava invece il ristabilimento dello stato di fatto secondo il trattato di Luneville con delle guarentigie per l'avvenire.
Questo tornava gradito allo zar, ma egli desiderava anche altre cose, un ingrandimento del suo territorio polacco e possibilmente la spartizione della Turchia europea, la restituzione di Malta ed altro. Sebbene Pitt dimostrasse di esser poco d'accordo su queste questioni accessorie, si concluse però finalmente l'11 aprile 1805 un'alleanza fra l'Inghilterra e la Russia per ristabilire la pace e l'equilibrio europeo.
L'Inghilterra si obbligò a pagare somme considerevoli se fossero entrate in campo almeno 400.000 uomini. Tuttavia le questioni di Malta e dei regolamenti marittimi ritardarono di più di tre mesi la conclusione definitiva del trattato.

Napoleone fece quanto stava in lui per provocare gli avversari. Il 26 maggio 1805 si era già messo in testa la corona ferrea dei Lombardi, nominando viceré il suo figliastro Eugenio Beauharnais. Subito dopo fu annessa la repubblica ligure al nuovo impero, offendendo così tanto l'Austria come l'Inghilterra.
Vi furono poi riunite anche Parma e Piacenza; Lucca fu data ad Elisa, sorella di Napoleone, come un piccolo Stato sovrano.
Così l'Italia settentrionale e quella centrale si trovarono in mano ai Francesi; e non si aveva alcun dubbio che avrebbero esteso il loro dominio anche sul Veneto e allo Stato della Chiesa.

A Vienna si era sempre più inclinati alla guerra. Il rappresentante principale di questa tendenza, il generale Mack, guadagnava sempre terreno sull'arciduca Carlo. Delle nuvole oscure si accumulavano anche a nord, perché si era venuti ad una rottura fra l'appassionato re Gustavo I V di Svezia e Napoleone.

Così l'Europa risuonava di strepitio d'armi e soltanto la Prussia perseverava nei suoi sentimenti pacifici. Fin dall'autunno del 1804 cercava di mantenere la «quiete del nord», promuovendo una conciliazione tra la Francia e la Russia e allontanando i Francesi dall'Annover; in questo si manifestava anche l'idea di acquistare l'Annover in cambio di un tratto disgiunto di territorio vestfaliano.

Ma tutte le trattative furono interrotte in seguito all'arresto del presidente inglese presso il circolo della Bassa Sassonia. Hardenberg proponeva d'intervenire subito là con le armi, anche a costo di una guerra. Il re provò ancora una volta ad usare serie rimostranze ed ottenne così il rilascio del prigioniero. Ma non riuscì a proposito dell'Annover e della Russia. Le relazioni divenivano sempre più difficili; come con Napoleone, così con Francesco e con Alessandro si cercavano di avere amichevoli assicurazioni.

Nel frattempo però la Russia aveva rivolto all'Austria la domanda se voleva o no accedere alla coalizione anglo-russa. Francesco, riconoscendo che una pace durevole con Napoleone era impossibile, il 9 agosto 1905 per desiderio e su invito di Alessandro si recò a Pietroburgo. Nei colloqui che seguirono, l'imperatore austriaco Francesco era disposto a mettere in campo 315.000 uomini, a questi 180.000 li avrebbe affiancati la Russia. Anche la Svezia si unì a loro e promise 12.000 uomini.
Con queste intenzioni c'era da aspettarsi lo scoppio di una nuova guerra generale, che però non si conciliava con le idee di neutralità della Prussia se i Francesi restavano nell'Annover.
Allora Napoleone si offerse di lasciare l'Annover alla Prussia, se questa avese sostenuto la Francia nel caso che si impugnasse il suo diritto sui possedimenti italiani.

Il re era dapprima disposto ad acconsentire, ma riconobbe poi il profondo contrasto tra la politica bellicosa della Francia e i propri desideri di pace. Ritornò pertanto alle sue idee di neutralità, evitando doveri che lo legassero troppo.
Già l'arciduca Carlo aveva concepito il piano di guerra. Divise le forze austriache in tre parti: la più grande doveva prendere l'offensiva in Italia sotto l'arciduca, una seconda sotto il generale Mack occupare la linea dell'Iller ed aspettarvi i Russi, che si avvicinavano, mentre la più piccola doveva nel Tirolo congiungere le altre due.
Tutto questo piano strategico difettava in questo che non si era tenuto conto della circostanza che l'armata principale di Napoleone stava nella Francia del nord-est presso Boulogne; essa doveva quindi venire ad urtare prima con le forze austriache che stavano in Germania, e non con quelle d'Italia.
I movimenti austriaci dovevano essere integrati da una quarta armata, che si raccoglieva presso Stralsunda, e da una quinta, che doveva cacciare i Francesi dall'Italia meridionale.

Tutte queste trattative e i movimenti degli eserciti si stabilivano nel più profondo segreto, per non dare l'allarme a Napoleone. Ma come poco conoscevano quel terribile avversario!

Mentre pareva che egli rivolgesse tutti i suoi pensieri agli Inglesi, guardava con occhio acuto ad oriente e prendeva le sue misure. Il 24 agosto obbligò la Baviera ad un accordo, per il quale tutta la Germania meridionale fu portata a seguire le sorti della Francia; anche alla Prussia offrì un'alleanza, però senza combinar nulla. Nel tempo stesso metteva in moto le sue truppe dall'interno della Francia verso i confini.
Aveva certo riconosciuto l'impossibilità di uno sbarco in Inghilterra, ma il desistere da questa invasione sarebbe apparsa come l'ammissione di una disfatta; perciò gli giungeva opportuna una guerra sul continente per fare dimenticare l'altra.

Il 13 agosto 1805 Napoleone pose all'Austria la questione se voleva la guerra o la pace. Il 24 cominciò a mettersi in movimento la «Grande Armata», che contava 190.000 uomini e a marce forzate si diresse oltre il Reno, per poi lanciarsi impetuosamente attraverso i territori tedeschi. Era certo il migliore esercito che Napoleone abbia mai avuto, guidato dai suoi generali più valenti, Marmont, Augereau, Davout, Soult, Lannes e Ney.

Ma neppure dal lato dei nemici si stava oziosi. Il 3 settembre l'Austria respinse l'ultimatum di Napoleone e l'8 le sue truppe passarono l'Inn. L'elettore di Baviera abbandonò la sua capitale e si volse verso nord, dove lo accolse Bernadotte, che veniva dall'Annover.
Alla fine di settembre 60.000 Austriaci stavano nella regione del Lech. La decisione era imminente. Essa dipendeva in gran parte dal Mack e volle la sventura nell'Austria che costui non fosse altro che un ingegnoso fanfarone. Ambizioso e vano sapeva ispirare anche agli altri la sua fiducia esagerata. Invece di riconoscere che, data la sua inferiorità numerica, non poteva in genere arrischiarsi ad una campagna con il più gran capitano del suo tempo, invece di ritrarsi perciò verso i Russi, che si avvicinavano lentamente e uniti avrebbe ingrossato il suo esercito, andò temerariamente contro al nemico e incontro al suo destino.

Napoleone con mosse da vero maestro lo rinchiuse dentro la fortezza di Ulma e lo costrinse il 20 ottobre ad abbassare le armi. Mack aveva del tutto perduto la testa. Fu più tardi destituito da un consiglio di guerra. Circa 50.000 uomini caddero prigionieri nelle mani di Napoleone; il suo genio di condottiero apparve nella più splendida luce. Ma aveva appena iniziato!

Rimanevano infatti ancora grandi difficoltà da vincere. Kutusoff con 40.000 Russi si era congiunto a Braunau a 25.000 Austriaci; dal nord si avvicinava un secondo esercito russo, da sud l'arciduca Carlo e pareva che anche la Prussia volesse prender parte alla guerra. Il 18 settembre si era saputo a Berlino che delle truppe russe avevano varcato il confine prussiano. Il re sdegnato ordinò che tutto il suo esercito fosse messo sul piede di guerra. Ma poi Bernadotte fece quanto avevano prima fatto i Russi e passò con le sue truppe attraverso Ansbach, che allora era prussiana.
Non poteva manifestarsi in modo più stridente quanto fosse logora quella neutralità. Nella prima eccitazione il re voleva rimandare gl'inviati francesi, poi si accontentò di permettere il passaggio anche ai Russi e di occupare l'Annover.

Il 25 ottobre Alessandro andò a Potsdam e concluse un accordo, secondo il quale la Prussia doveva presentare a Napoleone le sue condizioni di pace. Se questi le respingeva, la Prussia avrebbe messo in campo 180.000 uomini per costringervelo, e in compenso il re d'Inghilterra avrebbe acconsentito ad una cessione dell'Annover in seguito alla mediazione russa.

Con questo la neutralità della Prussia veniva abbandonata (o meglio svenduta) a favore degli alleati. Ma si mancava di serietà; gli uomini di Stato prussiani speravano di ottenere più con le trattative che con le armi, specialmente se la guerra avesse preso una piega sfavorevole all'Austria. E non era affatto improbabile con quel Corso in circolazione.

L'indecisione della Prussia venne utile proprio a Napoleone. Da Ulma subito avanzò ancora verso oriente, mentre un esercito secondario si volse contro il Tirolo. Kutusoff sfuggì abilmente con dei combattimenti di retroguardia verso nord nella regione di Olmütz. Gli Austriaci, che operavano insieme a lui, deviarono verso mezzogiorno con la loro massa principale, per lasciare libera la via all'arciduca Carlo, ma furono dispersi. I Francesi non ci misero molto a fare una passeggiata dentro l'Austria.

Il 13 novembre Napoleone entrò in Vienna e pose la sua dimora nel castello di
Schoenbrunn. Possedeva la capitale dell'Austria, ma la vittoria che voleva ad ogni costo sopra Kutusoff gli era sfuggita.
Come in Germania così anche in Italia l'Austria non aveva raccolto degli allori. Sebbene l'arciduca Carlo avesse a poco a poco portato a 90.000 l'effettivo del suo esercito, per un eccesso di cautela non si arrischiava ad assalire Massena nei suoi confronti pur molto più debole.
Questo decise il generale francese a farsi avanti, ma il 29 ottobre dopo una lunga lotta presso Caldiero fu respinto. Carlo non lo inseguì, marciò invece verso la sua patria, si congiunse a Villach col resto dell'esercito del Tirolo e allora coi suoi 80.000 uomini volle gettarsi su Vienna.
Ma poi non ne fece niente e deviando attraverso l'Ungheria cercava di raggiungere l'esercito austriaco del nord e i Russi, quando ricevette la notizia della battaglia di Austerlitz.

Prima che si giungesse a questo esito finale la situazione di Napoleone si era fatta pericolosa. Egli perciò sperimentò le arti diplomatiche. Tenne a bada abilmente gl'inviati dell'imperatore Francesco, ed affrontò il plenipotenziario prussiano, il conte Haugwitz, con tanta superiorità che questi non osò di esporgli le condizioni del suo re.
Napoleone si giovò di questa ritrosia per congedarlo ugualmente, ma propose in compenso allo zar Alessandro un armistizio e un incontro a due. Lo zar rifiutò. Allora Napoleone provò di nuovo ad intendersi con l'Austria, ma anche qui non si giunse ad alcun risultato. Intanto la sua situazione andava peggiorando, perché si trovava in Brünn soltanto con 65.000 uomini, mentre gli alleati con 89.000 uomini si erano stabiliti in un campo fortificato presso Olmütz.

Erano così piuttosto inattaccabili e potevano quindi anche aspettarvi i rinforzi, che si avvicinavano da diverse parti e che avrebbero finito col portare il loro numero a molto più che 200.000 uomini. E se questo accadeva anche la Prussia si sarebbe mossa dal suo temporeggiare.

Il destino volle diversamente. Era giunto nell'esercito degli alleati il giovane Alessandro, bramoso di gloria, e tanta voglia di emulare Napoleone. Con lui e il suo esercito - e che indubbiamente avrebbe avuto il sopravvento - tutti erano bramosi di assalire i francesi. Senza però una comune strategia, né a qualcuno gli venne in mente di ipotizzare quella dell'avversario.
Così invece di attaccare subito e di sorpresa, si dette tempo a Napoleone di ricongiungere lentamente tutte le sue divisioni disseminate e di diventare così altrettanto forte come gli alleati.

Sulla Goldbach, non lontano da Austerlitz, in Moravia, il 2 dicembre 1805, anniversario dell'incoronazione dell'imperatore dei Francesi, si venne alla battaglia, nella quale il genio dominatore del grande capitano inflisse agli alleati una tremenda disfatta.
86.000 uomini di 113 battaglioni e 200 squadroni degli alleati si scontrarono con i 74.000 dei 93 battaglioni e 80 squadroni francesi.
Fu una delle più brillanti operazioni strategiche di Napoleone.

In breve eccone la storia:

23 NOVEMBRE - Napoleone rinuncia a inseguire Kutusov. La situazione appariva potenzialmente  disastrosa. Napoleone improvvisamente decise che doveva forzare gli alleati a condurre un attacco contro una posizione e in un momento preciso, entrambi da lui scelto.

24 NOVEMBRE - Camminando sulla strada principale di Wischau a tre chilometri da Brunn, su un'anonima pianura con un'altrettanto anonima collina  a fianco della strada, si concentrarono tutte le sue energie mentali per questa grande sfida. Scese da cavallo, esaminò in silenzio per molti minuti il territorio, salì sulla piccola collina a cono tronco, poi alla fine si rivolse ai suoi generali: "Esaminate bene questo territorio, perchè questo sarà il vostro campo di battaglia". Il campo che sarebbe diventato il campo di battaglia di Austerlitz. La grande trappola per gli austro-russi.

25 NOVEMBRE - Napoleone con scaltrezza e un'attenta preparazione ha deciso tutte le mosse preliminari. Le più importanti sono: la messa in scena  con postazioni fasulle; poi chiedendo continui incontri con il nemico cercherà di enfatizzare ulteriormente l'apparente debolezza. Con espressione solenne ascoltò anche una lezione di politica europea di un certo conte Dolgorouki, e prima che si allontanasse - in modo che vedesse e riferisse - diede ordine ai suoi di abbandonare la cittadina di Austerlitz,  le alture di Pratzen, di vagare nel disordine, e dare l'impressione di un esercito in sfascio.

26-29 NOVEMBRE - I francesi con la precisa regia e strategia di Napoleone, in perfetta armonia  organizzano una grande babele e recitano  il panico;  in perfetto ordine organizzano il disordine e il caos. La scena si svolge in un "teatro" all'aperto, davanti a una collina.

30 NOVEMBRE - Sulla  piccola collina, a Zurlan, Napoleone mette il suo posto di comando. Tutti ubbidiscono agli ordini  più strani. Anche se pochi potevano immaginarlo, Napoleone con uno dei suoi stratagemmi più geniali stava per condurre i soldati della santa Russia e dell'Austria imperiale nelle sue braccia.
Con una macchina da stampa mobile, si decide di far stampare l'ordine da distribuire e leggere a ogni reparto: "Le posizione che occupiamo sono formidabili.....Soldati, dirigerò personalmente tutti i vostri battaglioni; e se, con la vostra abituale audacia, riuscirete a portare disordine e confusione fra le file del nemico, rimarrò a distanza; ma se la vittoria sarà in dubbio anche solo per un momento, il vostro Imperatore si esporrà in prima linea".

1 DICEMBRE - L'intera giornata Napoleone la trascorre osservando il nemico che stava comportandosi  come Napoleone aveva previsto. "Domani marceranno verso le nostre batterie, e noi gli piomberemo ai fianchi. Prima di domani sera quell'esercito sarà mio!".

 

2 DICEMBRE
Ore 1.00  Napoleone, con le ultime direttive e ordini termina la riunione del suo   Stato maggiore .
Ore 1.30 Napoleone con le fiaccole passa in rassegna tutti i suoi soldati.
Ore 2.00  false schermaglie nella vicina Sokolnitz procurano un falso allarme, ma Napoleone non vuole dubbi. Monta a cavallo e va di persona a esaminare la situazione così da vicino, da incappare in una pattuglia di cosacchi; e costretto a fuggire al galoppo. Alle 2.30 rientra  nel campo,  torna il silenzio. Manca un ora e mezza all'ora X.
Ore 4.00 tutti i francesi in una fitta nebbia prendono le proprie posizioni assegnate per la  battaglia.
All'alba si dissipa la nebbia e appare il sole (il famoso « sole di Austerlitz ")
Ore 8.30 gli alleati occupano i villaggi vicini e richiamano indietro i soldati dalle colline di Pratzen.
Ore 9.00  I francesi occupano le colline di Pratzen praticamente abbandonate, come previsto.
Ore 10,00 primo contatto dei due eserciti. I russi austriaci iniziano ad essere attaccati ai fianchi.
Ore 12.00 i francesi completano l'occupazione dell'altopiano Pratzen e Napoleone si sposta   a Starè. Non resta che aspettare che la trappola scatti al primo accenno di attacco.
Ore 13.00 i russi attaccano e contrattaccano e cadono nella trappola; la tenaglia francese si chiude.
Ore 15.00 buona parte dell'esercito alleato viene messo  in fuga o distrutto.
Ore 15.30 Ultimo atto. Mentre l'ala sinistra tenta di battere in ritirata scegliendo il lago ghiacciato di Satschan  Napoleone dal Pratzen  dominando questa via di fuga, fa portare 25 cannoni e ordina di sparare sul lago  per rompere il ghiaccio. Finiscono inghiottiti nelle acque gelide 2000 russi e 38 squadre di artiglieria (altre fonti parlarono di 20.000 - ma realisticamente si ipotizza la prima cifra)
Ore 16.00,  la sconfitta è totale. 11.000 i morti russi, 4.000 i caduti austriaci.   Le perdite francesi, 1300 morti (fonti russe riferiscono in 9.000 le vittime francesi). Sui dati dei prigionieri il generale Thiebald riferisce: " Fino all'ultima ora non prendemmo alcun prigioniero, non potevano correre rischi, non potevano fidarci, e quindi non lasciammo dietro noi nessun nemico vivo. Solo alle 16,30 esercitammo maggiore pietà. Perfino Napoleone soccorse i feriti, dando loro del brandy con le sue stesse mani.
La vittoria di Napoleone  è schiacciante e incredibile. La terza coalizione è di fatto letteralmente annientata.


Ore 16.30, sul campo di battaglia alla sera scende la neve, come a voler coprire il grande mattatoio.
Pur nella sua tragicità, Austerlitz é' una  delle  più grandi battaglie della storia; considerata una delle più alte prove del genio tattico di Napoleone. In questa battaglia mostrò pienamente le sue capacità di imporre al nemico il terreno dello scontro, ma soprattutto  l'abilità del comando anche quando Napoleone impartiva   istruzioni che  tutti - soldati, ufficiali e anche molti esperti vecchi generali non capivano, anzi le ritenevano in cuor loro insensate. Dimostrazione quindi di una sconfinata fiducia, ma anche di una preparazione meticolosa fino al più piccolo dettaglio. "Spesso non sapevamo cosa facevamo, ma sapevamo che  tutto quello che facevamo - eseguendo ciecamente gli ordini - era stato con estrema precisione calcolato da Napoleone. E ogni cosa si stava compiendo come lui aveva previsto - diranno poi i reduci. - Napoleone era a fine battaglia distrutto dalla fatica più dei suoi stessi soldati.  Aveva campeggiato all'aperto per otto giorni e otto gelide notti, e nell'ultima, finita la battaglia con la neve che scendeva, era fradicio come loro, e come loro senza un fuoco acceso. Solo verso mezzanotte gli uomini riuscirono ad accenderne uno.
Ore 24.00 - Al campo a quest'ora tarda, con la bandiera bianca si presentò  il principe Lichtenstein per  accordarsi su un incontro preliminare di Napoleone con l'Imperatore austriaco. Una volta partito, Napoleone iniziò a dettare il suo messaggio di vittoria al suo esercito. Giunse solo alle prime due righe poi fu sopraffatto dalla stanchezza.

3 DICEMBRE - Ore 6.00 - Napoleone il giorno dopo si svegliò di buon'ora, diede uno sguardo sulla pianura immacolata coperta di neve che aveva sepolto ogni cosa, e sul lago che  aveva inghiottito uomini e animali, si sedette alla scrivania, ricevette gli ultimi rapporti di tutti gli ufficiali che confermavano che il nemico era in piena ritirata, poi volle parlare direttamente ai suoi soldati. Fece loro un lungo discorso. Prima riservò le più grandi accuse agli inglesi, poi li ringraziò: "Soldati sono fiero di voi. Avete onorato la Francia. Quando il popolo mi ha incoronato, io ho confidato in voi per conferirle un valore. Quando tornerete vi basterà dire "io ero con lui alla battaglia di Austerlitz", e poi  racconterete con orgoglio che in meno di quattro ore abbiamo battuto e disperso un esercito di 100.000 uomini comandato dagli imperatori di Russia e Austria."
Napoleone non li ringraziò solo a parole. Il 7, ancora ad Austerlitz, furono promulgati due decreti per dare a loro premi e ricompense. Due milioni di franchi in oro  da distribuire fra gli ufficiali e i soldati. E non dimenticò i caduti. Le vedove avrebbero ricevuto una pensione a vita. I figli orfani sarebbero stati adottati formalmente dall'imperatore, i ragazzi  potevano aggiungere al loro nome "Napoleone", studiare nelle scuole speciali e ricevere un posto di lavoro,  mentre alle ragazze era in serbo una dote per il matrimonio pagata dallo Stato.

3 DICEMBRE - Ore 8.00 - L'Imperatore austriaco Francesco II  torna a chiedere formalmente un colloquio con Napoleone mentre i francesi occupano Austerlitz e i dintorni   e sono nonostante i disagi, nuovamente pronti a iniziare l'inseguimento dei russi e degli austriaci per annientarli del tutto.

4 DICEMBRE - ORE 14.00. Colloquio di due ore fra Napoleone e un arrogante Francesco II, che "vuole" un armistizio e che nell'incontro ha rifiutato sdegnato   l'abbraccio spontaneo di Napoleone, che non si scompone e di rimando  gli indirizza un rimprovero pungente  "Mi chiedete l'armistizio nello stesso giorno che avete deciso di attaccarmi". L'austriaco  non  immagina neppure lontanamente che quel "piccolo" uomo, cinque anni dopo sarà suo genero. Quando uscirà dalla tenda, meno arrogante di quando vi era entrato, permise che Napoleone lo abbracciasse. Fra cinque anni sarà suo suocero, ma dopo altri cinque lo combatterà.
Più elegante invece il commiato dello zar  con un messaggio affidato a un ufficiale: "Dite al vostro comandante che me ne sto andando. Ditegli che ha fatto miracoli... che la battaglia ha fatto aumentare ancor più la mia stima di lui; che è un uomo prescelto da Dio; e che ci vorranno cent'anni prima che il mio esercito potrà eguagliare il suo". (non mantenne nemmeno lui la parola, dopo soli dodici mesi lo tradirà).

15 DICEMBRE:  a Schoenbrunn, la Francia firma un trattato con la Prussia che s'impegna a non intervenire in nessun conflitto futuro in cambio della allettante offerta di Hannover. Federico Guglielmo III (con  intenzioni non ancora chiare) non manterrà i patti già il prossimo anno, entrando nella quarta coalizione. Dando inizio così   a una delle campagne militari più drammatiche della storia moderna! E anche se subì una cocente sconfitta a Jena, il prussiano cambiò il corso della storia. Senza la Prussia contro, Napoleone se proprio non avrebbe invaso e vinto l'Inghilterra, certamente l'avrebbe isolata dal resto dell'Europa; e la Russia e l'Austria non avrebbero mai più avuto il coraggio di combatterlo nè insieme nè tantomeno da sole.

26 DICEMBRE: Pace di Presburgo. L'Austria é costretta a cedere a Napoleone tutti i territori veneti, avuti a Campoformio che vengono uniti al Regno d'Italia,  inoltre   deve rinunciare a ogni influenza in Germania, dove i ducati di Baviera e di Wuertemberg, con ingrandimenti territoriali, si costituivano in regni indipendenti.   La Baviera  - prima era entrata nella coalizione, poi si era improvvisamente alleata con la Francia - a fine guerra raccoglie i copiosi frutti del voltafaccia e si permette di cedere in regalo il Tirolo. (Inutile la successiva sollevazione del popolo tirolese  nel 1809, guidata da Andreas Hofer,  cinicamente tradito dai Bavaresi, che per l'ennesima volta  avevano  prima incitato i tirolesi a combattere col ferro e col fuoco (coi  forconi e i bastoni) Napoleone per difendere la propria terra, poi i bavaresi passarono dalla parte opposta e per ottenere l'indipendenza donarono ai francesi il Tirolo.
L'Austria perdette 17.600 miglia quadrate con 3 milioni e mezzo di abitanti.
 
28 DICEMBRE - Napoleone lascia il territorio di guerra per rientrare a  Parigi. L'Europa ha un'altra mappa.

 

Nota di un piccolo retroscena. - La vittoria di Napoleone era stata grande. Ma poiché i vinti disponevano ancora di 50.000 uomini e forze rilevanti venivano in loro aiuto, la campagna avrebbe potuto proseguire, specialmente da parte dei Russi. Però fu appunto Alessandro che perse la calma. Egli convinse l'imperatore Francesco in quella stessa notte a chiedere un incontro con Napoleone.
Questo ebbe luogo il 4 dicembre. Le richieste di Napoleone erano così esose che Francesco era disposto a continuare la guerra, se avesse potuto contare su Alessandro. Ma questi lasciò in asso il suo alleato, e così l'Austria fu sacrificata.
La guerra detta subito con enfasi dei "Tre imperatori" fu invece la disfatta di tre paurosi "piccoli uomini".

Francesco sottoscrisse l'armistizio, poi seguì il 26 dicembre la pace di Presburgo. Una pace umiliante.

I negoziatori austriaci erano stati gravemente pregiudicati dal contegno del prussiano conte Haugwitz. Questi aveva dissimulato il suo ultimatum ai Francesi; e dopo la battaglia di Austerlitz Napoleone gl'impose con minacce un accordo, in virtù del quale la Prussia doveva ricevere l'Annover, tanto desiderato, in cambio di Ansbach, Kleve, NeuTchâtel e della guarentigia data ai possedimenti francesi. Haugwitz accettò, persuaso di dover scegliere soltanto fra la guerra e il trattato. Un corpo russo-svedese che era entrato nell'Annover si ritirò. Intanto la Prussia aveva dichiarato all'Inghilterra di volere occupare l'Annover per impedire che fosse di nuovo preso dai Francesi. Pitt si mostrava anche disposto.

A Berlino perciò si era non poco perplessi a causa del modo di trattare dell'Haugwitz. Questi dovette andare a Parigi per ottenere condizioni più favorevoli. Ma Napoleone si sentiva padrone della situazione. Senza alcun riguardo dichiarò nullo tutto l'accordo ed obbligò il plenipotenziario da lui intimidito a sottoscrivere un nuovo documento, che obbligava la Prussia a chiudere i suoi porti agli Inglesi e con questo a prendere parte addirittura alla guerra contro l'Inghilterra.
A Berlino non si aspettavano tanto e perciò la maggior parte dell'esercito era stato posto sul piede di pace. Come si poteva rischiare di opporsi al volere del terribile despota, così forte nelle armi? Il 25 febbraio 1806 Federico Guglielmo acconsentì al trattato, che faceva di lui un alleato della Francia.

Pitt, era già morto, con la speranza in cuore che l'Inghilterra avrebbe salvato l'Europa. La coalizione, che si andava sfasciando, aveva perduto in lui la propria anima. Nel nuovo ministero prevaleva l'influenza del Fox.

Pitt sembrò dire agli inglesi: Guai ai deboli!
Ma anche in Francia un uomo con una possente volontà
non "sembrò", lo disse veramente.

LA GUERRA CON LA PRUSSIA E LA RUSSIA - 1806 - 1807 > >

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