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184. L'ELBA - WATERLOO - CONGRESSO DI VIENNA - 1814-1815

Napoleone dopo aver sottoscritto l'11 aprile l'abdicazione, costretto all'esilio sull'Isola d'Elba, il 20 aprile dopo essersi congedato dalla sua Guardia Imperiale si mette in viaggio per la sua nuova destinazione di sovrano spodestato dai suoi nemici, ma anche dal Senato che già il 30 marzo cedendo alle manovre di Talleyrand aveva dichiarato decaduto Napoleone.
In cambio gli è stato offerto il principato dell'Isola d'Elba e una rendita vitalizia di 2 milioni di franchi.

Dunque il trono di Francia era vacante. La maggior parte degli alleati era favorevole al ritorno della monarchia dei Borbone e sembra che anche l'opinione pubblica lo desiderasse, visto che aveva accolto il "liberatori" "stranieri" al grido di "Viva il re di Francia, viva Luigi XVIII".
La Rivoluzione? Dimenticata. Il grande uomo che aveva infiammato e inorgoglito tutti i francesi? Pure lui.
Per tale duplice tendenza il Senato il 6 aprile chiamò a regnare LUIGI STANISLAO SAVERIO di BORBONE, il fratello del re ghigliottinato, col nome di LUIGI XVIII, che dopo la fuga dalla Francia nel 1791, aveva peregrinato per venti e più anni nelle corti d'Europa a elemosinare presso i vari sovrani un intervento militare per la restaurazione della monarchia. Ovviamente con lui sul trono, visto che il delfino, Luigi XVII, il figlio di Maria Antonietta e di Luigi XVI, nel '95 era morto in circostanze piuttosto misteriose. La corona da quel giorno sarebbe quindi spettata solo a lui. Ma dovette aspettare venti anni!

Tornato finalmente in Francia a fare finalmente il Re, in tale veste, stipulò il 30 maggio la pace di Parigi con i vincitori del suo ultraventennale nemico finalmente abbattuto.

Gli alleati potevano certamente prescriverne le condizioni, ma non potevano desiderare che la dinastia restaurata per opera loro fosse d'allora in poi poco amata. Specialmente lo Zar gareggiava in magnanimità, non certo d'accordo con la Prussia. Di questa circostanza e di altre approfittò l'astuto Talleyrand, con una intesa con il diabolico Metternich che ottenne che tutti gli affari veramente francesi fossero regolati sul luogo, mentre quelli europei da trattarsi in un congresso da convocarsi a Vienna.
In seguito a questa intesa, la Francia conservò gli antichi confini borbonici dell'anno 1792 con alcuni ingrandimenti e ottenne perfino dall'Inghilterra la restituzione della maggior parte delle sue colonie, mentre gli alleati con gran costernazione della Prussia dovettero rinunciare ad ogni pretesa d'indennità e di compensi.

I prussiani, proprio loro che erano stati i primi a rompere l'alleanza Franco-Prussiana e passare sotto un' altra bandiera, erano decisamente scontenti di un simile risultato, dopo tanti indicibili sacrifici di sangue e perdita di beni. Ma amareggiati erano anche i Francesi che avevano sperato qualcosa di più, mentre quell'accordo di fronte all'opinione pubblica era una vera e propria umiliazione nazionale. Per i progressisti poi voleva dire tornare all'oscurantista epoca del 1792.

Eppure la Francia era diventata apparentemente per gli alleati un paese amico. Le loro truppe tornarono in patria, ricevute dovunque con grande (ufficiale) entusiasmo. Nel tempo stesso i diplomatici si recavano a Vienna per il congresso, dove enormi problemi aspettavano non facili soluzioni.
Il 29 settembre 1814 ebbe luogo la prima seduta e il 9 giugno del 1815 l'ultima.
(Ce ne furono poi altre dopo che Napoleone aveva tentato di riconquistare il trono, quando perse a Waterloo, e dopo essere stato relegato a Sant'Elena).
Essenzialmente Il Congresso di Vienna ispirandosi al principio legittimista, sostenuto da Talleyrand, vuole ricostruire gli Stati esistenti anteriormente alla Rivoluzione francese, di conseguenza la restaurazione dell'equilibrio europeo, rotto dalle guerre rivoluzionarie e napoleoniche. 

Tutta l'Europa ad eccezione della Turchia vi era rappresentata. Esclusione voluta soprattutto dalla Russia, la quale spera nella conquista di Costantinopoli e nell'ottenimento di uno sbocco sul Mediterraneo.

La riunione fu la più solenne e la più numerosa dai giorni del concilio di Costanza in poi.
Invece degli eroi della spada vi comparvero i ben pettinati eleganti diplomatici da salotto. Vi dominava ogni sorta di lusso e di godimenti in una monotona assise dove dominante era perà il grigiore delle menti.
Era un affaccendarsi brillante e scintillante ma con un carattere profondamente immorale, perché ognuno cercava con ogni mezzo di sfruttare quanto più poteva la situazione.

Le cinque grandi potenze del trattato di Parigi formavano un'intima lega; i sovrani d'Austria, di Russia, di Prussia, di Danimarca, di Baviera e della maggior parte dei piccoli Stati erano presenti.
Fra loro l'imperatore Francesco faceva la parte del padrone di casa, che non risparmia spese sperando con l'esteriorità opulenta e festaiola di ricavarne maggior profitto. Tuttavia nonostante il suo impegno non gli riuscì facile.

Diverso l'atteggiamento del il suo primo ministro Metternich, diplomatico e uomo di società. Nessuno sapeva meglio di lui ordire un intrigo fra un pranzo e un ballo in maschera, approntare un veloce dispaccio prima di recarsi a un convegno galante e con la più calorosa affabilità dire il contrario di quello che pensava.
Il suo ideale era quello di un'Europa conservatrice e monarchica con l'Austria quale centro. Perciò la Germania doveva rimanere sminuzzata, l'Italia servire di appoggio alla sua politica estera, la Russia doveva essere preservata da ogni ulteriore ingrandimento, l'avida Prussia cacciata in seconda linea e la Francia, sempre sospetta, ristretta per mezzo di Stati intermedi.

Metternich si trovò spesso d'accordo con Talleyrand, rappresentante della Francia, che più di ogni altro sapeva imbrogliare la cose per pescare anche lui nel torbido.

La Prussia inviò a quel congresso Hardenberg e Guglielmo von Humboldt, che non dimostrarono sempre la necessaria fermezza, l'Inghilterra lord Castlereagh e più tardi Wellington. La politica russa era diretta dallo Zar, sul quale esercitavano maggior influenza Czartoryski e Capo d'Istria. Tra gli uomini di Stato delle corti minori si segnalavano Wrede per la Baviera, il conte Munster per l'Annover e Giovanni von Gagern come plenipotenziario dell'Olanda e della Casa di Nassau.
Gli affari più importanti del congresso sempre più sfuggivano alle trattative ufficiali, mentre divenivano decisivi i negoziati separati, fatti in incontri più o meno segreti.
La Danimarca perdette il regno di Norvegia, che pervenne alla Svezia come compenso della perdita della Finlandia. L'Inghilterra fece ottenere alla Casa di Orange come baluardo contro la Francia oltre all'Olanda anche il Belgio, il Lussemburgo e il Limburgo, ritenne però per sé le migliori colonie olandesi. Quella stessa importanza, che aveva l'Olanda a settentrione, fu attribuita alla Sardegna nel mezzogiorno; fu perciò accresciuta di Genova e del suo territorio e restaurata come regno. Murat ottenne Napoli, finché egli stesso provocò la sua rovina e i Borboni riunirono nuovamente il regno delle Due Sicilie. Fu ristabilito anche lo Stato della Chiesa e un certo numero di piccoli Stati italiani presero forma di secondogenitura della Casa di Asburgo. L'Austria ottenne la parte del leone. La Lombardia, il Veneto, la Valtellina, il Tirolo, la Dalmazia e la Galizia orientale. Anche l'Inghilterra poteva essere del pari contenta con le più importanti colonie olandesi e poi con quelle francesi nelle Indie occidentali, con l'Isola di Francia, Helgoland, Malta e il protettorato sopra le isole Ionie. Inoltre il re d'Inghilterra divenne re anche dell'Annover accresciuto, così che parve assicurata la sua preponderanza nel Mediterraneo e nel mare del Nord.

Le maggiori difficoltà furono offerte dalla questione polacca e da quella sassone. Già nel marzo 1813 la Russia e la Prussia si erano accordate che la Russia dovesse cercare un compenso nella Polonia e la Prussia nella Sassonia. Ma ciò non rispondeva ai desideri degli altri Stati. Si venne così a interminabili trattative e a brutti intrighi, finchè le due potenze minacciate si unirono in una formale alleanza per conseguire quanto pretendevano, e l'Austria, l'Inghilterra e la Francia ne fecero un'altra per impedirglielo.

Ad un certo punto si ebbe l'impressione di essere vicini allo scoppio di una grande guerra, ma se ne era avuta abbastanza e in larga misura. L'Inghilterra cambiò di tono, la Russia e la Prussia la assecondarono e finalmente fu convenuto che la Prussia ottenesse quali compensi due quinti della Sassonia, un quarto del Granducato di Varsavia e alcune territori nella Vesfalia e sul Reno. La Russia restò in possesso della maggior parte della Polonia e fra gli Stati tedeschi uscirono specialmente accresciuti dal congresso la Baviera, il Württemberg e il Baden.

Questa ripartizione di territori è durata in Germania fino al 1866. L'Austria si vide accresciuta di 4.000.000 d'abitanti, ottenne un ampliamento di territorio quale non aveva mai avuto e fu nei fatti la dominatrice d'Italia.
Non così la Prussia; aveva certo un mezzo milione di abitanti più che nel 1805, però un territorio minore. Questo si estendeva in una piccola striscia da Saarbrücken fino a Memel ed era diviso in due parti disuguali e sotto l'aspetto ecclesiastico diviso in due confessioni religiose. Ma appunto per questo aumentò il suo nuovo compito.

Mentre il centro di gravità dell'Austria si allontanava dalla Germania, la Prussia fu destinata ad accrescersi dentro la Germania e divenne la rocca della Germania settentrionale ad oriente e ad occidente. Veramente tutte le speranze sopra una unificazione dell'impero rimasero distrutte. Dopo discussioni durate per dei mesi e dopo una moltitudine di proposte l'8 giugno 1815 si riuscì a concludere l'atto fondamentale della confederazione; secondo questo la Germania veniva costituita da 39 Stati autonomi confederati, i quali si facevano rappresentare da plenipotenziari a Francoforte a una dieta presieduta dall'Austria.
Una profonda delusione affliggeva i patriotti tedeschi.

Ritorniamo all'uomo che per quindici anni aveva regolato i destini dell'Europa. Secondo il trattato di Fontainebleau del 13 aprile Napoleone conservò il titolo d'imperatore ed ottenne come principato indipendente l'isola d'Elba con una rendita annua di e milioni di franchi, che, a dire il vero, non gli fu mai pagata.
Il 3 maggio il sovrano un tempo onnipotente sbarcò nella capitale del suo piccolo regno, al cui governo egli subito si dedicò con grande ardore e spirito d'impresa.
Creò un'amministrazione, un piccolo esercito di 1600 uomini ed una Corte, migliorò le dogane, le strade principali e secondarie, aumentò il reddito delle saline e fece piantare viti e gelsi. Mentre però si immergeva in queste piccole cose, teneva l'occhio fisso agli avvenimenti d'Europa, che prendevano una piega (con i vari contrasti) quasi quasi a lui favorevoli.

I Borboni, dopo il primo irrazionale applauso al loro rientro, non avevano saputo guadagnarsi l'animo dei Francesi e non potevano conciliare le opposte pretese della rivoluzione e degli antichi tempi monarchici.
Luigi XVIII era accorto, prudente e di buone intenzioni, ma vecchio ssessantenne, pesante e malaticcio; non aveva di certo il fascino romanzesco e guerriero di un Napoleone. E quel che era molto peggio, dietro lui stavano i partigiani della monarchia assoluta con a capo il fratello del re, il conte di Artois.
Gli emigrati ritornati in patria chiedevano rumorosamente una ricompensa della loro fedeltà e la ricostituzione dei beni, un tempo da loro posseduti e che la rivoluzione aveva spazzati via. Anche il clero rialzata la testa li sosteneva e faceva a sua volta valere le sue pretese ecclesiastiche su tutte quelle espropriazioni subite anche questa dalla rivoluzione in poi.

Certo il re aveva elargito una costituzione, la «Carta», che concedeva alla nazione di partecipare all'opera legislativa; ma si era malcontenti e lo si fu sempre di più sopattutto nell'esercito. L'esercito era napoleonico e di gran lunga molto grande per le condizioni della Francia di quel tempo. Inoltre sentiva con amarezza che il suo capo supremo si trovava sotto la protezione di baionette straniere.
D'altra parte il re e la corte diffidavano delle truppe, e poiché si mancava di denaro ci furono molti licenziamenti. Il soldo pagato alla vecchia guardia fu diminuito, migliaia di ufficiali furono posti a mezza paga, si deposero generali e marescialli, si preferirono i realisti e si regolarono le cose secondo le loro idee.
L'irritazione per tutti questi fatti aumentarono in progressione, fino a far nascere delle congiure di giovani generali, e l'opinione iniziò a schierarsi a favore di Napoleone. Si cominciò a parlare in pubblico di volere un suo ritorno.

Naturalmente le persone fedeli al re ne furono preoccupate e tramarono di allontanare dall'Elba quell'uomo pericoloso o di levarlo in qualche modo di mezzo. La notizia di queste trame che in qualche modo giungevano fino a lui, spingeva Napoleone ad agire. Quando dunque cominciarono le discordie nel congresso di Vienna, parve giunto il momento di una grande coraggiosa azione.
Con audacia incredibile nella notte dal 26 al 27 febbraio lasciò col suo seguito l'isola, sbarcò poi sulla costa francese, pubblicò dei proclami incendiari, e marciò verso l'interno della Francia. I Borboni avevano in mano tutte le forze dello Stato, Napoleone solo il fascino del suo nome.
Presso La Mure incontrò le truppe del re e senza alcun timore avanzò a cavallo fino a loro; il sentimento dei soldati proruppe e si manifestò con un alto grido di «Vive l'empereur !».

Con questa accoglienza il dado era tratto; in nessun luogo i battaglioni poterono resistere al loro idolatrato condottiero. Trascinando con sé tutti quelli che incontrava si avvicinò alla capitale. Verso la mezzanotte dal 19 al 20 marzo il re trovò più salutare mettersi in salvo, salì su una carrozza e si dileguò nel buio della notte.

Nella sera seguente una carrozza di posta si fermò nella corte delle Tuileries. Ne discese un viaggiatore avvolto in un soprabito grigio, salutato con pazze grida di gioia dagli ufficiali che vi erano raccolti. L'uomo fatale era di nuovo nel luogo del suo destino; non un sol colpo di fucile era stato tirato. Era il giorno del compleanno di suo figlio.

In quella stessa notte Napoleone formò un ministero. Davout prese la guerra, Carnot gli interni, Caulaincourt gli affari esteri. Però si vide ben presto che se il successo riportato era senza esempio, la Francia era tuttavia più facile a conquistare che a tenere.

Gravi pericoli minacciavano nell'interno e dal di fuori. L'imperatore era per la sua indole un autocrata, ma gli si opponevano le pretese rivoluzionarie della moltitudine e le idee liberali delle classi più elevate. Non poteva essere un sovrano assoluto e non voleva essere il dittatore della nazione; gli rimase soltanto un carattere sbiadito di principe costituzionale, una parte che non era fatta per lui.

Ma il vero pericolo si avvicinava da un altro lato. L'Europa dei sovrani e dei grandi uomini politici era in quel momento ancora adunata a Vienna e ognuno di loro aveva a disposizione potenti eserciti pronti a combattere presso la frontiera della Francia. Alle prime notizie di questo blitz di Napoleone per quanto fosse disunita, sentì subito il bisogno di comporre le sue contese e di unirsi contro il disturbatore della pace.

Il congresso fin dal 13 marzo - dopo la notizia che li aveva impietriti oltre che sgomentati - dichiarò Bonaparte proscritto, e il 25 marzo le quattro grandi potenze sottoscrissero un'alleanza, per la quale ognuna promise di fornire 150.000 uomini, finché il nemico comune fosse reso incapace di nuocere. Gli altri Stati aderirono all'alleanza.
Tutta l'Europa si dichiarò contro il Corso. Questo significava che la guerra stava per tornare ad ardere e che probabilmente la Francia avrebbe subito una nuova occupazione straniera.

A quel punto - qualche storico scrive "per il desiderio appassionato di pace", altri "per non subire ulteriori danni", e altri ancora "per non essere nuovamente chiamati a parteciparvi", l'opinione pubblica si volse contro l'autore del potenziale disastro che minacciava la nazione.

Gli oppositori di Napoleone rialzarono il capo, la rendita cadde al corso del 51%, la situazione finanziaria peggiorò notevolmente, la stampa approfittò della sua libertà per criticare continuamente ed attaccare il governo; si chiese ad alte grida la convocazione di un'assemblea di deputati.
In un simile imbarazzo l'imperatore fece redigere da Benjamin Constant una costituzione liberale, simile alla «Charte» regia.
Ma tutto rimase privo di connessione; per gli uni si andava troppo nell'astratto, per gli altri la costituzione era insufficiente.
Tuttavia questa "Charte" fu approvata da un plebiscito e il primo maggio con una coreografia tipicamente napoleonica fu proclamata in un «Campo di maggio».

Però la causa del Corso era in pericolo. Le elezioni alla Camera furono sfavorevoli. E fin dall'inizio nei confronti di questa il suo contegno fu di disubbidienza anche se in un modo appassionato, ma con questo atteggiamento rese ancor più debole il governo che era già in piena spaccatura.

Napoleone era sofferente di salute e travagliato da insonnie.
Quel che lo confortava era l'esercito. L'idea di una guerra imminente produceva anche questa volta un gran movimento patriottico, specialmente nelle classi inferiori. Coscritti e volontari accorrevano sotto le bandiere, dove affluivano poi denari, e una quantità di doni.
Nella notte dall' 11 al 12 giugno Napoleone lasciò Parigi e si recò a prendere il comando del suo esercito.
La scelta della Francia in quel momento era piuttosto critica. Se il nemico esterno vinceva, lo straniero sarebbe divenuto padrone in casa propria, questo voleva far capire Napoleone ai Francesi; a lui importava poco la sua definitiva caduta.

Pochi mesi prima aveva detto a Fouchè "Non ho ancora compiuto il mio destino, debbo finire quel che ho iniziato. Dal tempo delle mie nozze, si crede che il leone sia addormentato. Vedranno se dormo. Ho bisogno di ottocentomila uomini, mi trascinerò dietro tutta l'Europa. L'Europa non è che una vecchia, della quale coi miei 800 mila uomini posso fare quel che voglio...Non mi avete detto voi stesso che accettate il genio in quanto non conosce l'impossibile? Che colpa ne ho io, se una forza troppo grande mi spinge verso la dittatura mondiale? Non avete contribuito a far questo anche voi e gli altri che oggi mi biasimano e che oggi vorrebbero far di me un piccolo principe pacifico?  Io non ho ancora compiuto il mio destino, debbo finire quel che ho iniziato." (N. )

Con grande impegno e con abilità straordinaria Davout aveva messo insieme una quantità di truppe, che comprendevano 284.000 uomini di linea e 220.000 di riserva. Il nucleo era formato dall'armata del nord con 122.000 combattenti sotto il comando dell'imperatore. Pieni di ardore e di devozione soldati e ufficiali seguivano il loro adorato condottiero; meno fiduciosi invece si dimostravano i generali e soprattutto Napoleone stesso, che era cambiato, avendo conservato la sua genialità ma non più il volere, non più la illimitata fiducia in sé stesso.

La sventura volle che davanti a lui stessero di fronte due eserciti quasi eguali sotto i generali più valenti. Nel nord-ovest del Belgio lord Wellington con gli Inglesi, Tedeschi del nord e del centro, Olandesi e Belgi, mentre la parte sud-est del Belgio era difesa da un esercito prussiano sotto Blucher con Gneisenau per capo di stato maggiore.
Il primo esercito contava 93.000 uomini, l'altro 125.000, però in massima parte soldati giovani o truppe della «landwehr» scarsamente addestrate. Per la caratteristica e alcune qualità del suo esercito Napoleone era superiore a ciascuno dei suoi avversari se essi si presentavano ognuno isolato, ma se uniti insieme con il loro numero potevano contare sopra una quasi sicura vittoria.

Napoleone sa benissimo che deve giocare la sola carta che gli rimane: riaprire le ostilità e anticipare il nemico. E lo farà con una puntata sul Belgio per impedire alle forze inglesi di Wellington di congiungersi con quelle prussiane di Blucher, e impedire loro di marciare su Parigi con duecentomila uomini. E lo farà mentre queste due armate sono ancora in fase di concentramento, e prima che sul Reno le altre tre armate alleate siano pronte con il compito di invadere la Francia.

Napoleone non può permettersi di dare battaglia quando le due armate nemiche sono riunite perché egli dispone soltanto di 93 mila fanti, 22 mila cavalieri e 11 mila artiglieri con 366 cannoni. Questa armata del Nord era così composta: Sotto Napoleone, comandante in capo, stavano il capo di stato Maggiore maresciallo Nicolas Soult, il comandante della cavalleria Emmanuel Grouchy, che aveva anche il comando dell'ala destra dell'armata, il maresciallo Ney, comandante dell'ala sinistra, di riserva la Guardia imperiale affidata al maresciallo Mortier.

In questo momento tra le due armate alleate c è un ampio spazio vuoto e Napoleone intende inserirvi il cuneo del suo esercito. Egli, il 12 giugno 1815, lascia segretamente Parigi per raggiungere il suo esercito in Belgio. Il 13 è ad Avesnes, il 14 a Beaumont dove sono concentrate le sue forze: cinque corpi d'armata più la riserva di cavalleria e la Guardia imperiale.

L'imperatore conta sul fattore sorpresa, ma deve rinunciarvi subito perché il 15 giugno il generale Bourmont, che comanda la 14a divisione del 4° Corpo d'armata di Gerard, diserta e passa al nemico con il suo Stato Maggiore, e confida al nemico i piani di battaglia e la consistenza delle forze di Napoleone. L'imperatore non si scoraggia per questo grave avvenimento. Egli ha già deciso di attaccare le forze prussiane di Blucher con l'ala destra, comandata da Grouchy.

All'alba del 15 giugno 1815 la prima parte di quella che sarà la battaglia di Waterloo prende avvio. Il maresciallo Grouchy deve sbaragliare le forze di Blucher e poi spostarsi in aiuto di Ney che quello stesso giorno, con l'ala sinistra, darà addosso a Wellington.

Il vecchio feldmaresciallo prussiano ha schierato le sue truppe nella piana di Ligny, a circa cinque chilometri a sud-est di Quatre Bras. I francesi attaccano con impeto, anche con assalti alla baionetta, perfino lungo i viottoli di campagna e tra le tombe del cimitero. Alle sei di sera il villaggio di Ligny brucia. Due divisioni prussiane resistono, ma il formidabile urto dei granatieri della Guardia spezza la loro resistenza. I prussiani lottano con accanimento, ma ripiegano e lungo il corso del fiumiciattolo di Ligny subiscono le ripetute cariche della cavalleria francese. Lo stesso Blucher rimane ferito ma riesce, dopo aver lasciato sul terreno sedicimila uomini, a sganciarsi definitivamente da Grouchy e a fargli perdere le tracce.

E questa sarà la chiave della sconfitta napoleonica di Waterloo: perché Grouchy non ha distrutto a Ligny i prussiani, secondo le speranze di napoleone, ma li ha soltanto parzialmente sconfitti, consentendo loro di ripiegare e, avendone perduto il contatto, per due giorni continuerà a vagare alla loro ricerca, anche quando l'imperatore lo farà raggiungere dal generale Etienne Gerard con l'ordine di accorrere a Waterloo, dove la presenza dei suoi trentamila uomini diventa di ora in ora risolutiva.

Intanto il maresciallo Ney conquista la posizione strategica di Quatre Bras ma, inspiegabilmente, subito dopo ordina alla sua avanguardia di ritirarsi su Frasnes, quattro chilometri a sud di Quatre Bras. Un mistero.

La sera del 17 giugno il duca di Wellington viene informato delle mosse di Napoleone e subito ordina di fare arretrare le truppe avanzate di Quatre Bras su Mont Saint-Jean, accorciando così il fronte, con la speranza che Blucher possa arrivare in tempo per consentirgli di non venire colto di sorpresa.

Alle nove del mattino del 18 giugno 1815 Napoleone, a cavallo, lascia la fattoria di Le Caillou e passa in quella detta della Belle Alliance, sulla destra del castello di Hougoumont. Sarà il suo osservatorio per la battaglia.

Occorre aspettare le undici e trenta del mattino per cominciare una battaglia che, nei piani di Napoleone, avrebbe dovuto essere scatenata non al più tardi delle sette. Ma è stato necessario ritardare per forza a causa del terreno reso fradicio dalla pioggia caduta nell'intera notte fino all'alba e quindi non certo idoneo per lo spostamento dei cannoni. Bisognava aspettare un minimo di rassodamento del terreno.

Ora Quatre Bras, nodo cruciale del campo di battaglia, è nuovamente in mano ai francesi, ma è stato ripreso in ritardo, permettendo così al duca di Wellington di far ripiegare comodamente le sue truppe dietro Mont Saint-Jean, con la divisione di Chassè sulla destra e il corpo di Sassonia Weimar sulla sinistra, mentre al centro stanno le forze di Dornberg, di Kruse, di Maitland.

Il piano di Napoleone prevede un attacco di disturbo da parte del maresciallo Ney al castello di Hougoumont, per ingannare Wellington sulle reali intenzioni dei francesi, quindi dovrà sfondare al centro in direzione della fattoria della Haie Sainte e di Mont Saint-Jean, e sulla destra, in direzione dell'altra fattoria di Papelotte. Poi, raggiunto da Grouchy, dovrà andare avanti oltre Waterloo e la notte si dormirà a Bruxelles conquistata. Tutto questo in teoria.

Quando alle 11 e 35 del 18 giugno 1815, con tre colpi di cannone sparati dall'artiglieria della Guardia, Napoleone dà il segnale dell'attacco, certo non può immaginare che Waterloo rappresenterà per lui una tremenda sconfitta, soprattutto per la testardaggine di Grouchy, i ritardi e la confusione di Ney, l'inefficienza di Soult.

La giornata di Waterloo inizia con il finto attacco di Ney al castello di Hougoumont. Il maresciallo ha affidato questo compito al comandante del 2° Corpo, generale Reille, il quale, a sua volta, ha distaccato per l'impresa la 6a divisione agli ordini del fratello di Napoleone, Girolamo, con il preciso ordine di attaccare, ingannare il nemico e fermarsi dopo aver occupato le vie d'accesso al castello.

Invece Girolamo Bonaparte manda all'assalto l'intera divisione che, avanzando allo scoperto, incappa nel micidiale fuoco dei fucili nemici. Così, quella che doveva essere semplicemente una scaramuccia, diventa una battaglia vera e propria. Hougoumont sembra diventare improvvisamente importante e altre forze vi vengono dirottate per sostenere la divisione di Girolamo.

Il combattimento va avanti per l'intera giornata, impegnando molte truppe francesi che sono necessarie altrove, e alla fine Hougoumont non viene nemmeno conquistato.

L'offensiva principale deve invece svilupparsi al centro, per cercare di sfondare lo schieramento nemico. Tocca a Ney, che affida l'azione di rottura al Corpo d'armata del generale Drouet d'Erlon. Gli ordini per Drouet sono semplici: deve muovere su Mont Saint-Jean, conquistando le fattorie della Haie Sainte e, più a destra, di Papelotte. Il generale dispone di circa ventimila uomini divisi in quattro divisioni. Alla testa di quella di sinistra, che attaccherà la Haie Sainte, ci sarà lo stesso Ney.

Dopo mezz'ora di fuoco intenso da parte dell'artiglieria francese, alle 13 e 35 inizia l'operazione. La fanteria francese avanza ma è seriamente ostacolata dal terreno non ancora del tutto prosciugato.

Mentre l'enorme testuggine francese avanza esposta al fuoco nemico, ecco che Napoleone scorge, dal suo osservatorio, l'arrivo di truppe dalla parte di Saint Lambert. Dopo poco tempo viene a sapere che quelle che stanno per arrivare sono l'avanguardia delle truppe prussiane. Napoleone non si scompone. Egli suppone che dietro loro ci deve essere il maresciallo Grouchy che le sta inseguendo da due giorni. Invece la supposizione risulterà errata. Dietro ai prussiani no c è nessuno e Blucher porterà la sua armata a Waterloo e Grouchy non si farà vedere.

Intanto i ventimila uomini di Drouet d'Erlon avanzano sulla salita verso Mont Saint-Jean, facili bersagli del fuoco inglese. Contro di loro si lanciarono prima la divisione di Picton, che in quella lotta perderà la vita, e poi la carica della cavalleria di Uxbridge, la Somerset Household Brigade di lord Raglan, qui trentenne, che sarà in tempi successivi il comandante del corpo di spedizione inglese in Crimea.

Tale era l'impeto dei cavalieri inglesi che, dopo aver travolto le file di Drouet d'Erlon, continuarono sullo slancio fin sotto le mura della Belle Alliance, dove si trovava Napoleone, finendo col farsi massacrare dai cannoni francesi. Nonostante tutto questo, l'offensiva di Drouet, che aveva lasciato sul terreno un terzo degli effettivi, poteva considerarsi fallita. Ma a questo punto Ney decide di dare man forte a Drouet. Mentre si è giunti ormai quasi alle cinque del pomeriggio, cinquemila cavalieri francesi vengono mandati all'assalto. L'idea della carica è di Ney, Napoleone non gli aveva ordinato nulla di simile.

La fanteria di Wellington, con un micidiale fuoco di fucileria, abbatteva a colpo sicuro uomini e cavalli. Tuttavia l'avanzata della cavalleria francese continuava con cariche che si susseguivano con indomito coraggio.

Nel frattempo Napoleone spedisce due divisioni del 4° Corpo d'armata di riserva del generale Lobau a contrattaccare i prussiani.

Ney, al centro di un'orrenda carneficina, conduce ancora una volta all'attacco novemila cavalieri, su un fronte di seicento metri, tra la Haie Sainte e Hougoumont. Ma ancora una volta la fanteria inglese respinge l'attacco, anche se poco dopo deve arretrare e alla fine la Haie Santie cade in mano ai francesi. A questo punto Napoleone potrebbe impiegare la Guardia, ma l'imperatore non è più quello di Austerlitz, e temporeggia.

Comincia a scendere la sera e si combatte ancora con esito incerto. Ney continua ad attaccare con disperazione e dei novemila uomini andati all'assalto ne tornano soltanto quarantatrè. Finalmente Napoleone decide di impiegare la Guardia, ma è troppo tardi. Manda la Giovane Guardia a tenere la posizione di Plancenoit per bloccare il feldmaresciallo Blucher ma, dopo due ore di lotta furibonda, i prussiani riescono a passare e allora non resta che la Vecchia Guardia, i veterani di tutte le vittorie.

Guidata dal generale Morand, la Vecchia Guardia riprende Plancenoit, ma verso le 19 e 15 si capisce che il suo eroismo non porterà ad alcun risultato. Duemila soldati inglesi compaiono all'improvviso, come sbucate da sottoterra, e la prima ondata dei francesi viene abbattuta.

Per ben tre volte il generale Cambronne, del primo cacciatori della Guardia, riporta a morire i suoi soldati nell'ultimo quadrato. Ad uno ad uno quei leggendari eroi cadono, sotto l'ammirazione stessa del nemico. Nessuno si arrende. La leggenda racconta che prima di cadere ferito alla testa, Cambronne avrebbe risposto all'invito di Maitland di arrendersi con la famosa frase: "La Guardia muore ma non si arrende" poi aggiunse anche la famosa parola che è diventata un modo di dire nello stile appunto di "Cambronne", e cioè "M....".

Qualche reparto della Guardia comincia a sbandarsi e a retrocedere. Se la Guardia indietreggia, significa che non cè più scampo.

Nel frattempo Blucher è riuscito ad insinuarsi tra Drouet e Lobau e nelle prime ombre della sera prende Plancenoit. Di Grouchy nessuna traccia e la sua latitanza nel momento cruciale ha deciso le sorti della battaglia.

I francesi sono in rotta. Gli ultimi soldati della Guardia si sacrificano per consentire a Napoleone di fuggire e raggiungere Parigi.

Sul terreno rimangono venticinquemila francesi, ventimila inglesi e settemila prussiani. I francesi prigionieri sono settemila. L'unico indenne è Grouchy con i suoi trentamila inutili soldati, il quale conoscerà l'esito della battaglia solo il giorno dopo.

Waterloo conclude la grande avventura napoleonica e cambia la storia dell'Europa.

Napoleone si mostrò affranto; senza perdere altro tempo dentro i reparti allo sfascio, abbandonò l'esercito, che solo poteva difenderlo, ed accorse a Parigi dove le Camere e la piazza in breve gli tolsero il comando.

Nella profonda delusione, così commenterà in seguito Napoleone:
"....credevo, ero convinto che la nazione mi avrebbe ancora sussidiato del suo concorso, invece trovai una turba di imbroglioni, legioni di titolati che avevo io tolto dal fango, un gregge di malavveduti, di ambiziosi, di egoisti, facevano a gara ad essere stranieri; pensavano i vilissimi sciagurati, alle individuali loro convenienze, mentre trattavasi di una guerra mortale di princìpi; che prima o poi li ingoierà tutti".
(Memoriale di Sant'Elena)


Irresoluto e infuriato si trattenne a Parigi qualche giorno, il 22 giugno abdicò in favore del figlio e si recò alla Malmaison, residenza preferita della sua morta consorte Giuseppina. Il destino della Francia si decise rapidamente. L'esercito sconfitto si trovò in piena dissoluzione; l'unica parte che ancora si mantenne ordinata era quella di Grouchy.

Senza arrestarsi presso le fortezze gli alleati marciarono su Parigi, e davanti a tutti i Prussiani che impegnarono in molti combattimenti e poi avvolsero l'esercito di Grouchy, cosicché a gran fatica raggiunse, precedendoli, la capitale.
Comandava in Parigi il Davout che disponeva di 70.000 uomini, ai quali Blucher poteva opporne appena 60.000. Ma i Francesi erano scoraggiati e i Prussiani sicuri della vittoria. Più volte vennero a battaglia, poi i difensori sgombrarono la loro capitale e si ritirarono dietro la Loira. Il vecchio maresciallo esultante scrisse: «La mia opera é compiuta, Parigi é mia!».

Ma il risultato anche questa volta doveva non corrispondere agli sforzi fatti da Blucher. Fin dal giorno dell'ingresso dei Prussiani, l'8 luglio, ritornò anche Luigi XVIII sotto la protezione inglese come re legittimo e di fatto.
Due giorni più tardi comparvero i monarchi alleati. Dopo molte trattative e vivaci discussioni fu conclusa la seconda pace di Parigi, che per il contegno della Russia, dell'Austria e dell'Inghilterra contrario a quello della Prussia, fu in sostanza un rinnovamento della prima.

La Francia non ebbe nemmeno bisogno di cedere quel che allora aveva conservato al di là dei suoi antichi confini. Nello stesso tempo le quattro potenze rinnovarono la loro alleanza per il mantenimento della pace e della monarchia legittima.

Come una visione di spiriti, il sogno dei «Cento giorni» si era dissipato. Napoleone aveva nel frattempo trascorso giorni inquieti alla Malmaison. Quando arrivarono i Prussiani e Blucher intendeva sul serio far fucilare Napoleone come un delinquente, questi se ne andò a Rochefort e si arrese ad un vascello inglese, che sorvegliava quel porto.

Come prigioniero di Stato fu condotto nell'isola rocciosa di Sant'Elena, separata dal mondo. Anche qui quell'uomo instancabile non usava riposarsi, ma dettava senza posa delle memorie, che faceva pubblicare sotto un altro nome. Combatteva ancora per la sua fama, forse per un nuovo avvenire. Troppo tardi.

Dopo un esilio di sette anni il Potente dovette soccombere, il 5 maggio 1821, di fronte alle sue intime sofferenze, all'abbattimento ed all'impazienza che lentamente lo consumavano.
In quel medesimo giorno con l'apertura degli Stati generali era incominciata l'inizio di una nuova rivoluzione. Rivestito dell'uniforme verde dei cacciatori a cavallo della guardia, con la croce della legion d'onore, Napoleone fu sepolto in Sant'Elena sotto dei salici piangenti al suono di melodie inglesi ed al rombo dei cannoni britannici.

Moriva, ma lasciò scritto:

""Io confisco a mio vantaggio le due forze in ascesa del XX secolo, il liberalismo e il nazionalismo". (dal Memoriale di San'Elena )

""deve passare una generazione, poi i giovani che verranno, capiranno, e vendicheranno l'oltraggio che io ora soffro qui"(ib.)

"All'ingiustizia, alla violenza essi mi aggiungono l'oltraggio, il dolore, il martirio.
Ma non iscorgono essi che uccidono in me sè medesimi colle proprie mani?" (ib)

 

 

A proposito della battaglia di Waterloo
(Si è scritto molto su questa storica battaglia. Ma sempre per quasi due secoli con i panegirici dei vincitori. La verità, venne clandestinamente fuori pochi mesi prima della morte di Napoleone. Nel 1820 circolò per l'Europa, una relazione, dal titolo "Nove considerazioni militari e politiche sulla disfatta e sugli errori a Waterloo". Gli errori non erano quelli di Napoleone (che non poteva immaginare  la testardaggine assenza di Grouchy, i ritardi e la confusione di Ney, l'inefficienza di Soult,  il tradimento di Beaurmont)  ma semmai gli errori clamorosamente commessi da Wellington.
Poi sparì dalla circolazione; la relazione di 8 pagine si capì subito era di Napoleone, o dettata da lui, perchè solo lui poteva conoscere alcuni particolari, inoltre  c'erano sue usuali espressioni. Fu fatta uscire furtivamente da Sant'Elena nonostante l'oculatissima vigilanza che c'era sull'isola.
Il testo fu poi anche incluso nel Memoriale di Sant'Elena  uscito nell'anno dopo il rientro a Parigi della salma di Napoleone. (Di cui abbiamo anche l'opuscolo di 10 pagine stampato in questa famosa occasione dopo i spettacolari funerali). Fu stampato dai Fratelli Fontana a Torino, con Carlo Alberto Re!, ma già l'anno dopo, nel 1845, con i tagli della censura, le 1450 pagine erano erano diventate solo 700, i due grossi volumi uno solo! E la relazione mancava.
Entrambe le due edizioni furono ovviamente eliminata da tutte le biblioteche pubbliche di tutti i Paesi. Ma anche i privati se ne sbarazzarono, perchè ovviamente era rischioso avere una copia in casa del Memoriale, con la repressione in atto che c'era chi ne possedeva una copia in casa poteva finire sulla forca. Napoleone era sempre un fantasma che toglieva il sonno a molti monarchi e ai principi di tutta Europa.
Di lui (e soprattutto delle sue idee) non bisognava far sapere nulla; salvo quello di far sapere che era un ambizioso, un macellaio, un rivoluzionario, un senza Dio, una nullità, una nuvola grigia passeggera subito sgombrata dal ritorno della loro "solare illuminazione" (sic!) con la retriva Restaurazione.

Della prima edizione ne abbiamo una copia  originale dell'epoca, e appena possibile la pubblicheremo integralmente. (già fatto - vedi MEMORIALE DI SANT'ELENA )
Se non altro leggeremo la versione di Napoleone.
La vittoria degli inglesi paradossalmente scaturì da un gravissimo errore che si rivelò invece provvidenziale, e lo commise clamorosamente  proprio WELLINGTON. Si era messo ingenuamente in una sacca, dietro Mont Saint-Jean; ma tutta la notte precedente la battaglia era piovuto a dirotto; Napoleone l'attacco l'aveva previsto per le sette del mattino, ma non riuscì a muovere i cannoni fino a mezzogiorno. Quella critica posizione di Wellington divenne per lui provvidenziale, ebbe tutto  il tempo -cinque ore- per accorgersi dove ingenuamente si era cacciato, e di ritirarsi. 
Ecco perchè la relazione sparì dalla circolazione !!!
Vinse insomma la pioggia, non Wellington! E l'Inglese, questa, non la poteva certo prevedere; non è da generale affidarsi al cielo, ma alle armi e alla intellelligente strategia. Wellington se non aveva questa fortuna dal cielo era spacciato! Invece
la battaglia finì come l'abbiamo descritta sopra.

Ora torniamo proprio a LUI
a uno degli uomini più grandi che la storia conosca, anzi per la molteplicità del suo potere, per la grandiosità del pensiero, per la genialità, per l'energia, e l'irresistibilità é stato forse il più grande.

 

NAPOLEONE BONAPARTE > >

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