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108. LA RUSSIA MEDIOEVALE

 

Dopo il gruppo Occidentale e Meridionale, arriviamo dunque al gruppo slavo orientale. Un gruppo che non ebbe alcun rapporto fino ai dintorni dell'anno 1000 col rimanente Medio Evo d'Europa. Si inizia a parlare di questo popolo quando intorno all'860 alcuni arditi Normanni scesero in questo paese già popolato da circa tre secoli da Slavi, su un territorio posto fra la Dvina, l'Oka e il mar Bianco, ma già si stavano allargando a sud verso il Dniepr.

Questi normanni già in tempi antichi risultavano insediati nella penisola scandinava e nello Jutalnd. (vedi poi il successivo capitolo dedicato a questo popolo). Nell'età carolingia apparivano già chiaramente differenziati in tre gruppi fondamentali: Danesi, Norvegesi, Svedesi. Forse per l'asperità e la configurazione stessa dei territori in cui vivevano li spinsero molto presto sui mari e sulle coste occidentali e orientali. In queste ultime alcuni gruppi, oltre essere degli abilissimi navigatori e guerrieri erano anche ottimi commercianti con intensi traffici con le tribù indigene non solo sulle coste del mar Baltico ma anche all'interno. Le merci venivano trasportate per mare, per terra e per via fluviale fino a raggiungere il mar Nero e la lontana Bisanzio. Lungo tali vie commerciali ben presto sorsero roccaforti, magazzini custoditi, piccoli villaggi. Questi primi stanziamenti il cui scopo era di rendere più sicuri i trasporti, si andarono poi ampliando fino a divenire veri e propri organismi politici. O per l'intraprendenza e perchè ci sapevano anche fare, o perchè portavano lavoro e benessere, ben presto i locali slavi da circa tre secoli già stanziati su questi territori si unirono volentieri a loro.


Riguardo alla genesi di questo popolo, oltre che appoggiarci più avanti al compendio redatto da A. Bruckner dell'Università di Berlino, in "Storia Universale - Lo sviluppo dell'Umanità sotto l'aspetto politico, sociale e intellettuale", ci viene in soccorso uno studioso con recenti pagine inedite offerte a "Cronologia": Aldo C. Marturano, italiano, ma con moglie e suoceri russi, e che spinto dalla curiosità, con impegno partendo dagli antichi storici, si è dedicato alla ricerca, fino a diventare autore di alcuni libri sulle origini del popolo russo... (o meglio dei tre popoli russi: Bielorussi, Ucraini e Grandi Russi) .... che oggi popola l’immensa pianura orientale europea. (vedi qui le pagine del singolare volume "LA MAFIA SULL'ACQUA" > ).

L’Arrivo degli Slavi nella Pianura Russa.

Scrive Marturano:
Può darsi che Erodoto nei suoi viaggi nella Scizia (più o meno il sud della Pianura Russa d’oggi) e in Tauride (la Crimea odierna) intorno al V sec. a.C. abbia sentito parlare degli Slavi (o meglio di Proto-slavi) e, chissà!, ne abbia anche incontrati, ma purtroppo i suoi scritti non riescono a svelarcelo e non c’è alcuna gente da lui visitata nella Scizia o nella Sarmatia che sia da lui chiamata con qualche nome vagamente rassomigliante alla radice SLAV- diffusasi, appunto!, molti secoli dopo (nel V-VII sec. d.C.). Dalle sue Storie dunque non possiamo mai partire perché sarebbe inutile ipotizzare quali tribù scitica da lui elencata possa essere stata antenata degli Slavi.

Avvertiamo il lettore che non siamo particolarmente affezionati a questo antico storico greco, ma siccome una delle fonti sulla storia russa è la letteratura bizantina non si può evitare di incontrare spesso le classifiche etniche che furono introdotte proprio da Erodoto.
D’altro canto l’Impero Romano aveva creato un quadro storico talmente artificiale delle regioni più periferiche dell’Europa che, quando le migrazioni che ebbero luogo nel secoli IV-V proprio dal nord d’Europa verso il sud, questa “geografia” ne fu talmente sconvolta da non lasciare più alcuna possibilità di ricostruire con sicurezza quale fosse la sede degli Slavi o degli altri popoli che immigrarono nella Pianura Russa (ivi compresi i Baltici).

E tuttavia è consolante che non sia così importante andare troppo indietro nel tempo giacché, per quanto ci riguarda, la storia russa comincia solo intorno alla prima decade del IX sec. d.C.
Per curiosità però vediamo di orientarci meglio ancora raccogliendo le notizie che antichi geografi e storici ci forniscono sulla situazione delle aree del Nordest europeo.

Altri autori classici si interessarono di queste aree ed è Plinio il Vecchio che parla dei Veneti o Venedi a nord dei Carpazi, sebbene molti secoli dopo Erodoto. Se i Venedi sono appunto i primi slavi della storia, come cercheremo di capire più avanti, vediamo se di essi ne parlano altri autori. Tacito ne parla fra i popoli del Baltico a contatto coi Germani ed infine Claudio Tolomeo nel II sec. a.C. li assimila alle grandi tribù Sarmatiche.
Ci sono alcune teorie riguardo all’origine del nome Venedi o Veneti.
Innanzitutto ci colpisce l’assonanza di questo nome con le popolazioni dell’Italia nord-orientale e balcaniche. Queste genti però sono molto antiche rispetto all’apparizione degli Slavi Vendi e quindi non dovrebbero avere alcuna relazione con questi ultimi.

Sicché, quando qualche secolo dopo una grande confederazione di popoli si stanziò nelle zone della Polonia e della Germania del nord fino ai Carpazi e alle Alpi, quasi logicamente i vicini Germani affibbiarono loro l’appellativo Wenden in quanto non-germanici, ma probabilmente si riferivano alla popolazione illirica, i Veneti balcanico-italici, che già i Germani avevano incontrato sebbene quella fosse ormai scomparsa e che gli Slavi ne avessero preso il posto. Sarà lo storico dei Goti, Jordane, che fisserà tale appellativo e lascerà che si diffonda d’ora in poi.

Ciò però non spiega poi il mistero come mai nel nostro Veneto già nel I sec. d.C. Plinio nomini una città di Tergeste (oggi Trieste) con una denominazione slava “moderna”, (lo slavo T’rghešte significa infatti Mercato), ammenocché non si ammetta un’esistenza slava più antica!
Nella famosa Tavola Peutingeriana copiata da antichi documenti (fra cui sicuramente anche la Geografia di Claudio Tolomeo) nel XIII sec. d.C. appaiono ancora questi Venedi e il Periplus Marciani li trova ormai localizzati sulle rive meridionali del Baltico dove il mare stesso è chiamato Golfo Venedico mentre i Carpazi sono denominati addirittura Monti Venedici! Questi dati però sono già molto posteriori…

Tutto quanto sopra detto già ci avvisa che gli Slavi della Mitteleuropa non si davano un etnonimo proprio, ma tante diverse denominazioni e che Venedi/Veneti si riferisce propriamente ad una confederazione di tribù, più che ad una sola grande nazione.
Una fonte primaria, sebbene non sempre affidabile con sicurezza, è il già ricordato Jordanes che scrisse De origine actibusque Getarum ossia Origine e Imprese dei Goti nel VI sec. d.C., benché anch’egli si basasse su documenti anteriori ed è questo autore a fornirci molto materiale “accettabile” sugli Slavi.
Ad esempio, vi si parla del famoso idromele, il liquore alcolico fatto dalla fermentazione del miele (chiamato medos o miod), bevuto in un famoso banchetto funebre per la morte di Attila. Addirittura la stessa veglia è detta con parola slava strava!

Più avanti Jordanes parla delle conquiste di Ermanarico, re dei Goti, e dice:
“Fra questi due fiumi (Danubio superiore e Istro ossia Danubio Inferiore) si trova la Dacia che quasi come una corona circonda le rocciose Alpi. Sulla zona pedemontana di sinistra (dei Carpazi) che declina verso nord, cominciando dalla zona dove ci sono le sorgenti della Vistola, su una regione immensa si è insediata la numerosissima tribù dei Venedi (Venethae) e, benché la loro denominazione va cambiando ai nostri giorni a causa delle diverse genti che la compongano e delle diverse regioni che queste vanno ad abitare, tuttavia prevalentemente hanno i nomi di Sclavini (Sclaveni) ed Anti (Antae). Gli Sclaveni abitano ad una certa distanza dalla città di Novietunum (probabilmente Noviodunum o Isaccea in Romania) e dal lago chiamato di Mursia (??) fino al fiume Danastrum (Dnestr) e a nord fino alla Viscla (Vistola). Paludi e foreste circondano le loro città. Gli Anti sono i più potenti, specie dove il Ponto (Mar Nero) fa una curva, allargandosi fino al Danaprum (Dnepr)… ”

E non è il solo. Anche Procopio di Cesarea nella sua Guerra contro i Goti e lo Strategikon, attribuibile all’Imperatore Maurizio (fra gli altri), parlano dei Venedi che premono sul confine settentrionale dell’Impero e informano che questi si divisero in Sclavini che occuparono la regione della riva destra del Dnepr e in ANTI che si distribuirono lungo il corso medio del Dnepr e del Dnestr, concordando quindi in linea di massima, con le informazioni date da Jordanes. Alcuni nomi di persona ricordati da questi ultimi autori sono poi indubbiamente slavi ed in particolare molto vicini nel suono e nell’etimo quelli che successivamente appaiono nei diversi documenti in cui sono coinvolti personaggi slavi orientali!

Ciò vuol dire che fra il V e il VI sec. delle tribù slave si stavano già movendo in direzione dell’Impero Romano d’Oriente e che esse si scontrarono con i suoi eserciti durante tutti gli anni seguenti, a poco a poco riuscendo ad accaparrarsi i territori della Penisola Balcanica e giungendo fino al Peloponneso in cui si stabilirono definitivamente. (di questi "slavi meridionali" ne abbiamo già parlato nei precedenti capitoli).

Naturalmente non fu l’unica migrazione slava perché se ne innestarono altre in altre direzioni probabilmente sollecitate dai loro dominatori Avari che mantennero uno stato “confederale” fino all’VIII sec. d.C., prima di scomparire. Le migrazioni che a noi interessano sono proprio gli spostamenti verso nordest poiché fu in questo modo che i gruppi, ormai divisi per sempre, si differenziarono fra di loro, almeno e soltanto nella lingua, in Slavi Occidentali e Slavi Orientali.

Notiamo qui per chiarifica al lettore che, se la dicitura Sklavenos è un adattamento greco della parola Slovene o Slavene dell’antico-russo o paleo-burlgaro, abbastanza presente nei toponimi in tutta l’area, il nome ANTI invece è completamente sparito!
Innanzitutto per l’assonanza non slava di questa parola (persiana, secondo alcuni linguisti) gli ANTI potrebbero essere collegati con gli Alani dell’Anticaucaso più che con gli Slavi, veri e propri. E questo sembra confermarlo Procopio di Cesarea quando dice che gli ANTI si trovavano ai suoi tempi (VI sec. d.C.), non soltanto fra la riva sinistra del Danubio e il Dnepr, ma anche oltre: fino al Don e al Mar d’Azov! Vuol forse dire che gli ANTI in posizione così lontana erano ancora vicino alle loro terre d’origine e che si sarebbero spostate col tempo verso occidente e poi verso nord o, al contrario, che erano arrivati là dalla lontana Mitteleuropa?

Il problema dunque rimane aperto. Esso sarebbe di minor importanza se non fosse stato caldeggiato dal prof. B.A. Rybakov che vede negli Anti gli antenati dei popoli russi che oggi si trovano nella Grande Pianura Russa.
La domanda è: Come mai l’etnonimo ANTI è sparito?
I reperti archeologici non ci permettono di scegliere una risposta sicura in questo caso. L’unica cosa che possiamo constatare è che gli ANTI, se mai sono esistiti come popolo a sé già nella Mitteleuropa, movendosi verso nordest, trovarono davanti a loro le Paludi del Pripjat e dovettero o aggirarle da nord, passando dall’odierna Bielorussia, o da sud spingendosi ed inerpicandosi sui rilievi della Podolia e della Volynia per poi stabilirsi intorno alle alture dove oggi si trova Kiev.

Jordanes, a questo riguardo, menziona tutta una serie di popoli che, secondo lui, erano stati assoggettati da Ermanarico quando questo re goto aveva fondato un grande regno nel sud della Pianura Russa. Descrivendo così l’itinerario del re e dei suoi uomini lungo le correnti d’acqua oggi russe e indicando le aree da lui toccate (era partito dal Baltico ed era giunto fino al Mar d’Azov e in Crimea), già si riconoscono molte tribù baltiche fra i popoli che lì abitavano.
Dunque gli ANTI, se furono proprio essi a penetrare per la prima volta nella Pianura Russa, incontrarono quelle genti giunte qui in precedenza, ma non vi furono grandi o soventi scontri, visto che… c’era spazio per tutti!
L’archeologia ci dà la prova di una situazione “abbastanza pacifica” poiché gli oggetti portati alla luce negli scavi delle famose tombe a tumulo (kurgany e sopki) comuni nell’area slava-orientale o dei “santuari” pagani sono abbastanza mescolati nei loro caratteri distintivi e non sono facilmente attribuibili ad una cultura “slava” piuttosto che ad una “baltica” o “finnica”o addirittura “nomadica”.

Essi indicano una promiscuità abbastanza avanzata probabilmente costruitasi attraverso matrimoni misti e cerimonie religiose a volte comuni!
Oppure ha ragione Procopio ad essere convinto che ANTI e Sclavini non fossero poi genti tanto bellicose? Costui scrive:
“…poiché quelle tribù, degli Anti e degli Sclavini non hanno un unico governante, ma dai tempi più remoti vivono in “democrazia”. Per questi motivi gli eventi favorevoli o sfavorevoli della vita, il riuscire o il fallire nelle cose, sono sempre questioni di interesse comune. E in tutti gli altri campi le leggi e la vita di queste due tribù barbare sono identiche. Hanno un solo dio, creatore del fulmine che essi ritengono come il signore di ogni cosa e gli portano sacrifici di buoi ed hanno altri rituali sacri. Non riconoscono che ci sia un fato prestabilito o un potere che possa decidere del destino dell’uomo e quando la malattia o la morte impende o quando si trovano in pericolo in una guerra essi promettono al loro dio che gli faranno sacrifici (eccezionali) se ne verranno fuori incolumi.
Adorano i fiumi e le ninfe ed altri dèi, fanno loro sacrifici e prevedono il futuro col loro aiuto. Vivono in povere capanne, sparse e lontane l’una dall’altra e spesso cambiano di sede. In guerra scendono a piedi contro il nemico con scudo e lancia nella mano, mai con un’armatura. Alcuni di loro non hanno né camicie né mantelli. Qualcuno ha dei pantaloni tenuti insieme da una alta cintura stretta sulle anche e vanno incontro al nemico vestiti così. Parlano tutti la stessa lingua, una lingua non raffinata, ma barbara.
Né si differenziano fra di loro (nelle forme del corpo e nei tratti del viso). Si distinguono dagli altri (popoli barbari) per l’altezza e per la grande forza (delle membra), la loro pelle non è troppo bianca né troppo rosea, ma neppure troppo scura, solo un po’ abbronzata. Il modo di vita è simile a quello dei Massageti, rude, senza comodità, sempre coperti di porcherie, colpiti dalla povertà ma non dal male e tengono la morale semplice degli Unni…”

Maurizio ricevé un’impressione analoga:
“(Gli Sclavini e gli Anti) hanno modi molto simili di vita e di costumi e sono molto liberi, non sottostarebbero a qualsiasi schiavitù, almeno non nella loro terra. Sono molto numerosi e resistenti alle fatiche, sopportano senza problemi il caldo e il freddo, la pioggia anche quando manca loro il vestito o il cibo. Sono molto accoglienti verso gli ospiti e li accompagnano ovunque l’ospite chieda di andare, per proteggerlo, e quando l’ospite a causa di una loro svista soffre per qualche disgrazia ecco che colui che aveva affidato l’ospite ad un altro litigherà aspramente con chi lo ha trascurato perché si ritiene che l’ospite debba essere vendicato dell’offesa subita. Gli uomini che (questi barbari) hanno in cattività, non li detengono a lungo come fanno altre genti, ma solo per un certo tempo stipulato previamente. Dopodiché lo rilasciano e costui è libero o di rimanere dov’è, da libero, oppure di tornarsene al suo paese. In quest’ultimo caso è obbligato a pagare un certo indennizzo…”

Tuttavia non doveva essere tutto rose e fiori poiché da altre fonti sappiamo che gli Avari, dominatori di quel territorio occupato dalla “marea” slava impiegavano queste genti proprio per contrastare l’Impero Romano con le loro scorrerie. Abbiamo una testimonianza (fine del VI sec. d.C.) in cui un avamposto imperiale aveva catturato una missione composta di slavi del Baltico che riferì che il loro popolo era stato spinto a scontrarsi con i Romani dagli Avari, ma di aver rifiutato “perché erano gente pacifica”! Certamente un’esagerazione…
Se questa allora è la situazione degli ANTI, per quanto riguarda gli Sclavini riusciamo invece a trovare tracce della loro migrazione nella Pianura Russa allorché nella tradizione sulla fondazione di Novgorod-la-Grande sono implicati appunto gli Sloveni o Slaveni. Dunque una tribù di Sclavini aveva risalito i fiumi fino al limite dell’agricoltura praticabile e si era stabilita intorno al Lago Ilmen nel grande nord prima del IX sec. d.C.

E’ certo, e pure logico, che i primi migranti slavi a spingersi quanto più lontano possibile dal luogo d’origine dal lato sud delle Paludi del Pripjat furono i Vjatici e i Radimici i quali raggiunsero l’alto Volga e vennero a stretto contatto coi Bulgari e i Magiari dell’Okà (affluente del Volga superiore). Per di più all’analisi glottologica la parola Vjatici corrisponde bene a discendenti dei Vendi (*Vend-ic’) e i Vendi/Venedi li abbiamo già incontrati.

Oltre a questo, enumerando le tribù slave della Pianura Russa è facile accorgersi che alcune di esse avessero “parenti” anche lontanissimi nella Slavia Occidentale e ciò non si può spiegare soltanto col fatto che i nomi di queste tribù fossero dati da altri estranei che si riferivano esclusivamente alle loro attività commerciali…
Dunque non solo gli ANTI concorsero al popolamento slavo della Pianura Russa!
Concludendo, il quadro che si delinea è una serie di migrazioni a raggiera che partono più o meno dall’area fra l’Elba e l’Oder e si dirigono principalmente verso sud e verso nordest, nell’ambito delle grandi migrazioni dei popoli del nord meglio note nella storiografia tedesca col nome collettivo di Völkerwanderung e in quella russo-sovietica con Pereselènie Naròdov (?).


L’unica questione rimane la datazione e la giusta sequenza di quegli spostamenti…
Alla ricerca di altre fonti più precise che ci permettano grosso modo di fissare dei limiti cronologici, non possiamo che rivolgerci, in primo luogo, alle Cronache Russe (una raccolta impressionante di pagine di scritto) compilate da monaci amanuensi…
In questa fonte “classica” il racconto, ahimè!, si riferisce esclusivamente alla vita e alle imprese delle élites al potere e pochissimo ci vien detto sulla gente comune, sulla sua eterogeneità e sulla consistenza numerica dei popoli slavi e non slavi e lascia che tutto vada interpretato “scavando” fra gli accenni e i doppi sensi innumerevoli. Data la loro specificità tuttavia, avvisiamo subito il nostro lettore, che le Cronache Russe saranno sempre la fonte principale alla quale attingeremo per le nostre tesi, non appena se ne presenta l’occasione, sebbene al momento le tralasciamo perché abbiamo scelto altre fonti “più laiche”.
Queste sono relazioni scritte da viaggiatori del IX-XI sec. provenienti dal mondo islamico, i quali, interessati al commercio con le Terre Russe, ci hanno lasciato molte pagine notevoli proprio sul popolo più che sull’élite al potere. L’unica cosa che speriamo è che queste fonti siano state ormai “tutte” individuate e tradotte!

Senza entrare nelle questioni che competono alla loro veridicità e affidabilità, che diamo per accettate, cominciamo subito da un geografo del X sec. al-Istakhri (traduciamo dal russo dai lavori di A. P. Novoselzev) che scrive nel suo Libro delle Vie e degli Stati il brano seguente da noi stralciato:
“I Russi. Di questi se ne conoscono tre raggruppamenti. Uno è vicinissimo ai Bulgari (ormai già mossisi dalla loro antica sede sul Volga e in movimento verso il sud della Pianura Russa) e il loro re si trova nella città chiamata Kujaba (Kiev), più grande di Bolghar (la capitale bulgara del Volga). Il raggruppamento più lontano è as-Slauija (la zona di Novgorod la Grande nel lontano nord, nota di ACM) e il terzo si chiama al-Arsanija, il cui re si trova nella (città di) Arsa (probabilmente è Rjazan’, città non lontana dal corso medio del Volga). E la gente per commerciare viene a Kujaba. Per quanto riguarda Arsa non se ne sa molto perché tutti quelli che l’hanno raggiunta sicuramente sono stati uccisi dagli abitanti di quella regione che sono solite eliminare ogni straniero. Soltanto essi stessi scendono lungo il fiume per trafficare, ma non svelano a nessuno da dove vengono, delle loro merci e di dove le prelevano, né permettono ad alcuno di accompagnarli nella loro terra. Da Arsa esportano lo zibellino nero e il minerale di piombo. I Russi sono un popolo che bruciano i loro morti (…) e il loro vestito è una giacca corta (…) e questi russi trafficano con i Cazari, con l’Impero Romano e con i Bulgari (del Volga)…”

Qui (e così in altri testi di simile origine e contenuto) si possono individuare tre zone culturalmente importanti abitate dalle tribù slavo-russe e noi le sceglieremo per la nostra indagine.
Notiamo subito che nel I Confini del Mondo, una specie di enciclopedia geografica persiana con notizie risalenti al IX sec., i Rus’ sono tenuti a parte e vengono additati per la loro brutalità e per il loro modo di vivere selvaggio (almeno a parere dell’anonimo autore persiano).
Il fatto che questi Rus’, secondo lui (ma anche secondo altri), vivessero separati dalle tribù slave e addirittura sembra che non fossero neppure slavi, per noi è confortante poiché la nostra tesi è proprio che costoro fossero degli stranieri, solo successivamente slavizzatisi, quando negarono persino le loro origini!

Secondo noi, i Rus’ erano Variaghi e, se teniamo presente che già in quest’epoca (VIII-IX sec. d.C.) bande variaghe frequentano le vie d’acqua russe, i conti tornano…
Andiamo però avanti e leggiamo quanto un altro “osservatore” musulmano, il geografo Ibn Rusté che scrive un po’ più tardi, intorno al 930, racconta degli as-Saqalibat (intendendo con questo nome - sicuramente molto generico – la zona dove si riforniva il traffico degli schiavi) ossia degli Slavi:

Scrive: “Il paese degli Slavi è piano e pieno di foreste ed essi vivono lì. Ed hanno delle specie di botti nei quali mettono il miele. Non coltivano la vite né coltivano i campi (come li coltiviamo noi). Hanno delle specie di botti fatte di legno nelle quali pongono i favi e il miele. Loro li chiamano ulig’ (è chiaramente il russo ulei che significa arnia - nda) e da una botte di queste tirano fuori fino a 10 boccali di miele. Allevano i porci come noi alleviamo le pecore …. Gran parte delle loro coltivazioni sono miglio (Panicum sp.). Al tempo del raccolto prendono un secchio di miglio, lo elevano al cielo e dicono: O signore! Tu che ci hai dato finora il cibo, daccene ancora e in grande quantità! Hanno una loro bevanda inebriante ricavata dal miele!”

E a questo punto rifacciamoci finalmente alle Cronache Russe.
Le Cronache partono dal IX sec. d.C. e in esse si legge che in tempi molto antichi abitavano la Pianura Russa (ossia le terre Russe) i seguenti popoli slavi: “…Queste sono le genti slave della Rus’ (questo è il nome dello stato di Kiev nel XII sec. dove le Cronache cominciarono ad essere compilate), i Poljani, i Drevljani, gli Slavi di Polozk, i Dregovici, i Severiani, quelli del Bug, e infine i Volyniani…”

Qui mancano i novgorodesi, ma probabilmente l’amanuense ha giudicato inutile nominare questi Sloveni/Slaveni per ragioni particolari a noi ignote.
Successivamente leggiamo che Igor di Kiev nella sua campagna militare del 944 d.C. ingaggiò “…i Variaghi, i Rus, i Poliani, gli Sloveni, e i Krivici, i Tiverzi, e i Peceneghi…” E qui già vediamo che i Rus si trovano accanto ai Variaghi, denunciando così che alcune bande variaghe sono ormai slavizzate!

Nel 965 per opera di Svjatoslav di Kiev cade l’Impero Cazaro! Questa potenza aveva dominato gran parte dei traffici fra nord e sud e addirittura aveva assoggettato Kiev e tutte le tribù slave fino al Volga (compresi Radimici e Vjatici). Una parte degli uomini che avevano accompagnato Svjatoslav nell’impresa decise di stabilirsi a Tmutarakan sul Mar d’Azov (più nota col nome moderno di Taman’) dove si formò così un quarto centro variago-russo intorno alla foce del fiume Kuban. Anche questa zona è riconosciuta nelle fonti arabe come slava…

Alla fine del X sec. la situazione del popolamento slavo è il seguente:
A Kiev ci sono i Poljani dominati militarmente dai Rus (ex variaghi), verso i Carpazi ci sono i Volyniani (Volynia e Podolia) e i Buzhani (lungo il Bug bielorusso). A sud di Kiev ci sono i resti dei Tiverzi e degli Ulici. Intono alle Paludi del Pripjat ci sono i Drevljani lungo il fiume Uzh (affluente di destra del Dnepr), a nord ci sono i Dregovici e i Krivici (bacino della Dvina Occidentale) e gli Smoljani. A nordest ci sono gli Slaveni intorno a Novgorod. Lungo il Volga ci sono poi i Radimici e i Vjatici.
Ed ancora, ma queste righe sono state probabilmente interpolate tardivamente, nelle Cronache si legge: “E queste sono le altre tribù che sono soggette alla Rus’ (che pagano tributo e non sono di etnia slava) Ciud’, i Merija, i Ves, i Muroma, i Ceremis’, i M’rdva, i Perm’, i Pecera, i Jam, , i Litvà, i Semigola, i Kors, i Noroma, i Lib…”

Fra la Pianura Russa e il Mar Nero poi, ce n’è un’altra area abbastanza particolare da menzionare a parte: La steppa ucraina!
Questa ampia fascia di terra a sud di Kiev era abitata anche da popolazioni slave (la Cronaca Russa nomina i Tiverzi e gli Ulici), ma queste poi, sotto le spinte di Magiari e Bulgari provenienti dall’alto Volga si concentrarono o sulle alture pre-carpatiche o oltre (i cosiddetti Croati Bianchi) nel bacino inferiore del Danubio. Ai Magiari e ai Bulgari succedettero poi altre popolazioni di diversa provenienza (dal Caucaso e fin dalla lontana Asia Centrale). Sicuramente molti usi e costumi nuovi entrarono di qui in area slava e, sebbene solo molto più tardi, essi influirono sulla cultura delle popolazioni fin su nel nord e bisogna tenerne conto. (Aldo C. Marturano).

 

Ritorniamo alla storia del prof. A. Bruckner.

Le prime popolazioni locali erano indubbiamente una tribù di slavi che si era stanziata nell'anno 530, nella zona del bacino del fiume Dnepr, poi si trasferiscono in quello del fiume Rus. Fondarono il villaggio Kiev e iniziarono occupare il territorio fino a Kursk. Sembra guidati da un capo bulgaro che negli anni precedenti era vissuto o combattuto a Costantinopoli.
Verranno poi chiamati questi primi abitanti slavi Rus (dal nome del fiume), anche se successive infiltrazioni di altre tribù riverseranno in continuazione sul territorio moltissime altre tribù provenienti dalle coste baltiche. Il padre della storiografia paleorussa Nestore, nativo proprio di Kiev, menzionerà tribù di Varegi, di Svien, Nurmanni, Angleni, Goti, e alla fine li chiama anche lui tutti Rus, e da questi in seguito prenderà il nome l'intera Russia.

Ma che siano stati gli slavi a chiamare il fiume Rus, e loro stessi poi a chiamarsi con questo nome, sorgono dei dubbi. I Normanni e gli Swien che cita Nestore furono invece loro - trecento anni dopo lo stanziamento degli slavi - a dare il nome al fiume, al territorio e allo stato, col finnico-svedese RUOTSI, che in lingua russa ancora oggi è sempre lo stesso per dire russi.


La zona in viola lo stanziamento degli Slavi nel corso degli anni 530-850
La linea azzurra sono le vie commerciali a Sud dei popoli del nord da gli anni 850 in poi.
La linea rossa sono le vie commerciali degli Arabi verso il nord alla stessa data

Dunque dei Nurmanni e degli Svien discesi dal nord (soprattutto da Gotland) si erano in zona insediati sulle rive del fiume e avevano fondato questo Stato che prese poi il nome di Rus. La più antica cronaca nazionale, redatta a Kiew verso la metà del IX secolo, narra però che nell'862 sia i Finni che gli stessi Slavi si chiamarono spontaneamente da soli «Vareghi» ("uomini del nord") per metter l'ordine nel paese afflitto da alcune discordie a sud; ma questa pretesa non è che il travestimento di un nuovo patriottismo a seguito di una effettiva conquista fatta insieme dopo che nordici e slavi si erano integrati e uniti nel lavoro ma anche come guerrieri. Già nella prima metà del IX secolo noi vediamo dei Normanni-Slavi arrivare con le loro mercanzie sulla costa del Mar Nero. Non si può escludere che qualche razzia l'abbiano fatta. I «fratelli» Rurik, Sineo e Truvor, che guidarono, secondo la leggenda, gli "uomini del nord" fino a Costantinopoli non furono di conseguenza solo capi slavi ma anche capi normanni che erano appunto immigrati nel territorio dove esisteva questo popolo di slavi già da tre secoli. Ma forse furono proprio questi nordici a spronare e a far cambiar carattere ai locali fino allora miti slavi. Nè fino allora avevano fatto parlare di sè.

Del resto questa leggenda caratterizza esattamente il fatto in sè; essa non parla di una chiamata dei Normanni da parte degli stessi Slavi, nè parla di una invasione aggressiva, ma dice che il grande stato slavo fu fondato da gente venuta di fuori e prese il nome non dagli slavi ma dai nuovi arrivati.

A differenza della tradizione nazionale polacca e boema, la saga russa crede di poter dare numerose e circostanziate notizie circa i principi del periodo pagano. Invece la tradizione diventa tale soltanto dal momento in cui narra le gesta di uno dei seguaci di RURIK (un membro dell'antica dinastia normanna), OLEG (Helghi), il quale, come tutore del minorenne figlio del suo signore, IGOR (Ingvar), scende dal nord della Russia, da Nowgorod, verso mezzogiorno e conquista il capoluogo della regione del Dnieper, Kiew, che sarebbe stato antecedentemente già occupato da altri «Vareghi», Ascold e Dir. Segue la narrazione di spedizioni militari condotte dal «savio» Oleg e da Jgor, specialmente contro Costantinopoli, il notevole episodio della morte di Oleg e Igor; il racconto della terribile vendetta che la vedova di Jgor, Olga («Helga»), nei confronti degli uccisori di suo marito, e finalmente il racconto della vita avventurosa e sfrenata di suo figlio Sviatoslav, il quale - conoscendo la vita sfarzosa e opulenta di Costantinopoli - non riusciva a capacitarsi di vivere nella sua misera Kiew e si diede perciò a sconsiderate imprese che alla fine però pagò con la sua temerarietà.

Leggiamo ancora dopo, le vicende di un lotta scoppiata fra i suoi figli per disputarsi l'esclusiva signoria, finché Vladimiro (Voldemar) si sbarazzò di suo fratello competitore e prese il battesimo cristiano ortodosso a Cherson sul Ponto. Con ciò entriamo già in un'epoca pienamente storica e possiamo dire trascorsi i tempi eroici della Russia (che tratteremo più avanti).

L'emergente stato non fece solo qualche spedizione militare, ma mantenne ottimi contatti commerciali, e anche legami politici con Bisanzio. Risale infatti al 911 un vero e proprio trattato fra i due paesi che divennero pochi anni dopo ancora più stretti e non solo commerciali e politici ma anche religiosi.
Ma anche i contatti con gli Arabi e quindi con il mondo musulmano erano intensi. Anche qui fin dal 908-932 ci sono i contatti col califfo Muktedir, tramite un singolare personaggio. Il califfo ha nella sua corte un intelligente ambasciatore, scienziato, navigatore, geografo: Ibn Fadhlan. Costui fu mandato alla corte bulgara di Re Almus. Qui compila dei rapporti e una ricca relazione al suo califfo di Bagdad, narrando molti viaggi compiuti nel nord, specificando i numerosi contatti commerciali con i paesi "Gog e Magog" fino al Mar Baltico nel Gotland, citando la Polonia, lo Schleswig, il Dnjepr, il Don, e infine il regno di Kiew, con i Rus'. (abbiamo visto nella cartina sopra, il percorso di Ibn Fadhlan, che era poi la linea commerciale degli arabi con il nord.)

Non erano di certo quelli di Ibn Fadhlan gli unici rapporti, perchè nel territorio di cui stiamo parlando, si sono ritrovate numerose monete arabe di quest'epoca. Nel 1857 si conoscevano già 170 località dov'erano state rinvenute monete musulmane. Quindi doveva esserci con il nord (oltre il baratto) un vero e proprio corso legale della moneta araba. E con le monete venne anche introdotta indubbiamente pure la religione musulmana.

Regnando dal 972 in poi (fino al 1015) re VLADIMIR dopo non solo scambi commerciali con Bizanzio ma anche diplomatici (e con chissà quali intenzioni, visto che fece una discesa poco pacifica a Costantipoli), nel 988 sposò la principessa bizantina Anna Porfitogenita, si convertì e abbracciò la fede della moglie, quella cristiana ortodossa di Bizanzio.
Sotto una trentennale influenza bizantina furono proprio questi reggenti a introdurre e a convertire al Cristianesimo (ortodosso) i propri sudditi. Non senza problemi nella scelta "ideologica" fra le due religioni allora dominanti, l’islamica e quella cristiana divisa in due chiese, la orientale (ortodossa) e la occidentale (cattolica). Ed era quest'ultima, con l'appoggio dei cristiani tedeschi e la creazione di vescovadi, a fare tanti proseliti nei vicini paesi slavi occidentali (Polonia, Boemia, Livonia, Lituania, Ungheria ecc.). Più difficile fu invece l'opera missionaria a est.

 

 

 

 

 


Diversamente dalla chiesa cattolica, la chiesa ortodossa era meno lontana dalle masse popolari, meno legata alla gerarchia ecclesiastica straniera, mentre la chiesa latina, con l’idea del papato, pretendeva una totale sottomissione a Roma da parte di tutte le chiese cattoliche del mondo. A conferma di ciņ, basta osservare il diverso modo di considerare le lingue nazionali. Nei paesi cristiani orientali gli uffici venivano celebrati nella lingua dei fedeli; in quelli cattolici occidentali invece era d’obbligo il latino, che per il popolo era come leggere gli eratici geroglifici dell'antica casta sacerdotale d'Egitto, non c'era comunicabilità con le masse. Semmai diffidenza.


Ma di tutto questo diremo in avanti qualcosa di più dopo questi brevi paragrafi

Come si presentava questo paese ?
Le stirpi slave orientali, prive di una denominazione comune, non occupavano allora che una piccola parte del territorio della futura Russia. Queste popolazioni si erano estese scarsamente verso est fuori delle loro sedi originarie, e meno ancora verso mezzogiorno, verso le regioni del basso Dniester e del Danubio,. dove si erano avvicendati Bulgari ed Avari, poi Magiari e Peceneghi, e da ultimo i Polowzi. Soltanto più a nord nelle regioni selvose questi Slavi si sentivano sicuri. Qui dimoravano le stirpi dei Polani (nella regione di Kiew), dei Severi, dei Drevlani e Busani, gli antenati dei futuri Piccoli Russi; costoro arrivavano sino ai Carpazi, anzi pure oltre, verso l'Ungheria. Più a settentrione, oltre il Pripet, fra il Dnieper ed il Niemen, abitavano i Dregovici ed attorno alla Dvina i Krivici con i capoluoghi Polozk (sulla Dvina) e Smolensk (sul Dnieper): gli antenati
degli odierni Russi Bianchi.

Ancora più a nord, sino ai laghi di Peipus ed Ilmen, dimoravano gli «Sloveni» con i capoluoghi di Nowgorod e Pskow: costoro, insieme ai Radimici e Viatici, loro confinanti a sud-est, sono gli antenati delle popolazioni della odierna Grande Russia, o dei Russi propriamente detti.
Attorno a questi Slavi si trovavano ad ovest Jatvingi, Lituani e Letti, a nord e ad est popolazioni finniche, come Ciudi (Estoni), Voti, Inghi (Vepfi) sul Mar Bianco, Meri, Muromiti, Mordvini. Dal nord, dal Mar Bianco, da Nowgorod e Pskow, l'insediamento normanno si estese verso mezzogiorno, verso Kiew. Quella che abbiamo già accennata sopra.


L'organizzazione statale dovuta a questi popoli del nord, dopo l'opera compiuta da Oleg e Igor, fu completata da Vladimiro; egli riunì sotto il suo scettro tutti gli Slavi orientali, dai cantoni "cervenici" del San e del Bug, da Przemysl e Belz che tolse ai Polacchi, sino al Volga, e dagli Sloveni di Nowgorod alle steppe: ovunque i suoi ufficiali, stabilitisi sui luoghi, esigevano il tributo per lui. Anzi la sua influenza si estese oltre i confini etnografici della nuova «Russia». Verso est già suo padre, Sviatoslav, aveva dato il colpo di grazia al decadente regno dei Cazari sul basso Volga. Da tempo questi Cazari, con i loro sovrani giudaici, non costituivano più un argine sicuro contro la pressione delle popolazioni di razza turca provenienti dall'Asia; ora i Russi presero il loro posto, domarono gli Osseti ed i Circassi, nonché i Mordvini ed i Bulgari del Volga e si aprirono così la via dell'Oriente.
Essi ora soltanto cominciarono a divenire uno dei fattori della storia europea; ma Vladimiro volle mantenere l'antica suddivisione territoriale del suo paese; egli insediò fin dalla più tenera età i suoi figli, sotto la guida dei suoi bojari che governavano in loro nome, a Nowgorod, Pskov, Polozk, Smolensk, Turov, Vladimir (in Volinia), Tmutorocan in Crimea, Rostow e Murom (in territorio finnico); per sé tenne la regione del medio Dnieper con Kiew, la «madre delle città russe».

Feconde di conseguenze della più alta importanza furono sia le precedenti (già accennate) e sia le nuove relazioni di Vladimiro con Bisanzio. Nel 988 gli imperatori greci Basilio e Costantino chiesero aiuto ai «Russi» contro l'usurpatore Foca; Vladimiro promise questo aiuto a condizione che gli fosse concessa in moglie Anna, la sorella dei due imperatori, e Basilio acconsentì purché Vladimiro prendesse il battesimo e si convertisse alla religione cristiana. Vladimiro mantenne ambedue le promesse; mandò un esercito, con l'aiuto del quale Basilio ebbe ragione di Foca, e prese il battesimo con tutto il suo seguito; non mantenne invece la promessa Basilio, il quale indugiò a consegnare la sorella, non sapendo adattarsi all'idea che una principessa imperiale bizantina dovesse andare in braccio ad un barbaro; allora l'offeso Vladimiro mosse contro Cherson, assediò la città e la prese nel 989 dopo una strenua resistenza. E chissà cos'altro ancora avrebbe fatto.

A quel punto Basilio, messo alle strette, dovette accordarsi a "sacrificare" Anna che fu sposata a Vladimiro nella stessa Cherson; a titolo di dono del mattino il barbaro Vladimiro restituì la città ai Greci e con il matrimonio suggellò la pace.

Il Cristianesimo già da tempo aveva cominciato da occidente a penetrare fra i Russi; nella prima metà del X secolo esisteva infatti già una chiesa di S. Elia a Kiew e Olga stessa era morta cristiana.

L'atto compiuto da Vladimiro ad ogni modo dà prova della sua oculatezza politica. L'adozione del cristianesimo da parte del suo popolo (ed al raggiungimento di questo fine egli dedicò anche in seguito tutta la sua attività) rappresentava un nuovo fattore di unificazione politica dei vari territori aggiunto al vincolo unitario dinastico che egli aveva annodato fra essi distribuendo questi territori tra i suoi figli. I Russi poi, divenuti ortodossi, mentre si isolavano di fronte a tutte le popolazioni pagane e maomettane dell'Oriente, entrarono per la loro nuova religione in rapporti sempre più intimi con Bisanzio. Ed in seguito al matrimonio con la principessa imperiale la posizione di Vladimiro si trovò straordinariamente avvantaggiata. Bisanzio a quel tempo incarnava ancora l'idea dell'impero e quindi ogni autorità terrena, ed una parte del suo splendore si rifletté anche sul principe russo. Infatti la fama di Vladimiro e della sua Kiew, della grandezza ed opulenza favolosa di questa città, arrivò fin nel lontano occidente. Il resto del regno di Vladimiro (sino al 1015), se si escludono alcune incursioni dei Peceneghi, passò tranquillo; della pace egli approfittò per ordinare e rafforzare il suo Stato.

Il suo paese accolse la nuova fede senza opporre resistenza, ma assai debole fu l'opera guidata dall'alto per promuovere una vera e sostanziale diffusione del cristianesimo. Da Bisanzio infatti non vennero che il metropolita (di Kiew) e qualche vescovo, e lo scarso numero di preti quindi fece sì che la fede non penetrò se non assai lentamente nelle regioni più lontane e che le idee e le pratiche pagane sopravvissero comunque sotto l'esteriore osservanza delle forme cristiane.
Nella chiesa venne adottata la liturgia slava che aveva già dato buona prova fra gli slavo-bulgari; e anche se questo rappresentò una deviazione dalla chiesa greca, quest'ultima si accontentò di occupare con i propri membri gli alti gradi della gerarchia, mentre gli atti pastorali non solo furono trascurati ma si affidarano a inetti collaboratori che per farsi capire non andarono oltre qualche predica e qualche opuscolo tradotto in lingua locale .

Tuttavia l'importanza e la grandezza di Vladimiro consisté nell'aver saputo creare alcuni vincoli unitari spirituali e politici tra gli slavi orientali; uno sgretolamento della Russia sembrò dopo di lui quasi impossibile, pur andando divisa tra i suoi figli e i loro discendenti. Invece !
La morte di Vladimiro fu improvvisa (lui e la sua ava Olga divennero santi nazionali russi per l'apostolato compiuto in favore della diffusione del cristianesimo, e così pure i suoi due figli Boris e Gleb, vittime innocenti della cupidigia del loro perverso fratello).

Infatti, morto Vladimiro, seguirono discordie e lotte fratricide tra i suoi figli, dalle quali, aiutato dalla fortuna, Jaroslavo uscì alla fine come assoluto ed esclusivo signore dei territori russi. Il suo regno rappresenta sotto molti aspetti una specie di epilogo che chiude l'evoluzione storica antecedente. Ciò anzitutto per quel che concerne i contatti con la Svezia, il paese d'onde era originaria la dinastia, perché Jaroslavo fu l'ultimo principe che vi mantenne attive relazioni, ed ai « Vareghi » di Nowgorod egli ricorse sempre come suo più fido sostegno nella lotta contro i propri fratelli. A dire il vero la misura dell'innesto di elementi normanni nell'antica società russa é stata spesso esagerata. Tuttavia furono determinanti.

I Vichingi che secondo la leggenda scandinava invasero la Russia e procedendo per Nowgorod e Kiew giunsero alle porte di Costantinopoli, ebbero la funzione di scuotere dal loro isolamento pacifico ed inerte le stirpi slave dei Polani, Drevlani, ecc., di trascinarli nel loro movimento: ne equipaggiarono i loro battelli, colmarono con essi i vuoti delle loro file e li condussero fino a Costantinopoli ed al Caucaso; essi furono per così dire il lievito che pose in fermento le grandi masse slave inerti. Ma la loro parte si arresta qui; essi erano troppo scarsi di numero per non sparire a lungo andare nella marea delle popolazioni russe. Ricorre a tal proposito spontaneamente il pensiero il parallelo dell'invasione bulgara fra le popolazioni slave danubiane; anche qui i Bulgari fondano l'organizzazione politica, lo Stato, gli infondono il suo carattere aggressivo, ma poi spariscono rapidamente e senza lasciar traccia di sé, assorbiti dall'elemento slavo immensamente preponderante di numero.

Lo stesso avvenne dei Normanni in Russia; noi vediamo che già il figlio di Igor (Sviatoslavo) porta un nome slavo; e suo nipote fu l'ultimo che mantenne ed annodò nuovo contatti col nord; dopo di lui la Russia scompare dall'orizzonte della tradizione scandinava; essa vien perduta di vista. Jaroslavo intraprese anche l'ultima spedizione contro Costantinopoli (1042); ma dopo ciò i rapporti con Bisanzio furono esclusivamente pacifici, cioè in sostanza la Russia non ebbe che rapporti commerciali con l'impero greco.

L'opera di Jaroslavo si orientò esclusivamente verso occidente, perché nel mezzogiorno la ritirata dei Peceneghi gli procurò pace e tranquillità. Egli annodò relazioni familiari con i principi occidentali; siccome le due chiese non erano ancora definitivamente separate (separazione che avvenne soltanto nel 1057) le sue figlie poterono senza ostacoli sposare re e principi francesi, polacchi ed ungheresi, come pure principesse tedesche poterono maritarsi ai suoi figli.
Dal lato occidentale Jaroslavo ripristinò pure il regno di Vladimiro nei suoi primitivi confini, assicurò i confini a nord-ovest, combattendo contro Jatvingi, Lituani, Letti, Estoni e costringendoli a sottomettersi ed a pagar tributo. In occasione di una di queste spedizioni fortificò una posizione contro gli Estoni e la chiamò Juriev, dal suo nome cristiano Jurij (Giorgio). Nel resto questo principe, denominato appunto perciò il «bibliofilo» ed il «savio», si impegnò a diffondere la religione ed il sapere; fece redigere numerose copie di testi religiosi slavi per dotarne le chiese che ne erano prive, costrinse (ad es. a Nowgorod) i genitori a cedere i loro ragazzi per farli istruire, ed eresse chiese (l'imponente cattedrale di S. Sofia a Kiew fra le altre).

Sotto Jaroslavo la sede metropolitana di Kiew fu occupata dal primo metropolita russo (1051); a lui risalgono gli inizi del monachismo russo col primo convento sorto presso Kiew ed i primi paragrafi del «diritto russo» che fissano il guidrigildo e le composizioni. Egli fu pure l'ultimo sovrano che abbia dominato su tutto il territorio russo uno ed indiviso.

Alla sua morte (1054) Jaroslavo aveva già diviso il territorio in vari principati come un patrimonio privato, ritenendo di poterne salvaguardare l'unità con l'attribuire al granducato di Kiew una supremazia sugli altri, nei quali il granduca doveva come un padre badare che tutto andasse in ordine. Questi principati costituivano alla lettera una scala gerarchica, una specie di carriera nella quale si avanzava per anzianità sino ad arrivare al granducato di Kiew; il più basso gradino era invece rappresentato dalla sede di Cernigow. In seno ai diversi principati si ebbero poi più tardi nuove divisioni.

Questa organizzazione, o meglio disorganizzazione, era fatta apposta per alimentare infinite discordie e per indurre gli ambiziosi ed indisciplinati principi, soprattutto i giovani, a sfoderare la spada e a cercare alleati anche all'estero ed aiuti principalmente nella steppa. E difatti la storia di questi principati russi si compendia in una continua guerra di tutti contro tutti; e solo la debolezza dei vicini (alla Polonia in primo luogo che ben presto cadde nella stessa disorganizzazione) impedì di sfruttare una simile situazione. Ma le stesse lotte incessanti maturarono dei mutamenti e prepararono l'avvento di un nuovo ordine di cose.

Esse ebbero l'effetto di accrescere l'importanza e l'influenza, prima quasi nulla, del popolo, specialmente nel mezzogiorno. Questo perché i principi in lotta fra loro si videro in diversi momenti prima costretti a far affidamento sull'appoggio del proprio partito nel popolo e sul favore delle masse popolari; queste però cominciarono ad acquistar coscienza della propria influenza e da ultimo chiamarono e deposero, specialmente a Kiew, i principi a loro piacimento.
Se non che alla lunga questo situazione tornò a detrimento della stessa posizione predominante del granducato di Kiew, perché il continuo mutare di titolare gli fece perdere ogni prestigio; alla fine si arrivò al punto che i veri migliori principi - anche se chiamati dal popolo - rinunziarono di sedere sullo svalutato soglio di Kiew. Si aggiunga che su di esso si scatenò una nuova tempesta dal sud, dalla steppa, per opera dei Polowzi. E il popolo non era all'altezza di affrontare queste situazioni di emergenza, che sono difficili anche per chi è un politico navigato.

In ottantatre anni Kiew mutò trenta volte principe, fu conquistata e terribilmente devastata (1169) e decadde a vista d'occhio; a poco a poco il centro di gravità della vita politica russa si spostò altrove; dei territori situati ad occidente ed a nord dove si resero indipendenti e divennero centri di nuovi aggruppamenti territoriali. Ciò avvenne principalmente a nord. Qui, in regioni recentemente tolte ai Finni con una assidua opera di conquista coloniale, in mezzo a popolazioni disperse e completamente devote al principe colonizzatore, non poterono metter radici le tradizioni dell'irrequieta, popolosa Russia meridionale con i suoi partiti di predominante influenza e con le sue assemblee popolari strapotenti, ma solo come numero ma inetti come politici; cosicchè a Suzdal, a Vladimir, a Rostov, si formò un nuovo tipo di vita pubblica.
Il principe di Rostov, residente a Suzdal, Giorgio Dolgorukij (lunga-mano), invece di farsi prendere nella vorticosa rete di Kiev, si sente completamente attratto verso Kiel; sotto di lui spunta per la prima volta il nome di Mosca, un castello di legno da lui fatto costruire (nel 1147) sulla Moscova nel territorio di uno dei suoi ricchi bojari che aveva fatto uccidere.

Suo figlio Andrea (Bogolubskij) invece già congiura per occupare il trono di Kiew che fa occupare però da altri, mentre egli stesso assume il titolo di granduca (di Vladimir). Il suo granducato abbracciò ben presto l'intera Russia settentrionale (salvo Nowgorod), ed anche dopo l'uccisione di questo principe temuto ed odiato, suo fratello che gli successe, non solo seppe conservare l'egemonia acquistata, ma seppe ampliare il proprio dominio verso mezzogiorno assoggettando alla sua sovranità i principi di Riasan e Cernigov.

Un altro centro indipendente si ebbe a nord proprio nella città di Nowgorod. Questa vecchia città, che in fatto di antichità non era inferiore a Kiew e che era allo sbocco delle vie commerciali dell'oriente e del sud, era riuscita a conservarsi quell'autonomia che Kiew aveva invece perduta con i suoi principi in balia delle masse; essa divenne sempre più potente e ricca e monopolizzò il traffico fra la Russia e l'occidente, con Wisby e le città anseatiche. Protetta dalla sua posizione lontana e dall'ostacolo delle paludi in cui non si poteva accedere con sicurezza se non nell'inverno, favorita da Jaroslavo il Savio, cui aveva reso importanti servigi durante le sue lotte per la successione, essa godeva di una indipendenza cui neppure il suo principe, scelto liberamente dalla città, era in grado di privare.
Purtroppo l'espansione di questa città per le vie del mare, verso ovest, fu impedita dalla mancanza di una flotta militare per cui non poté tener testa a Gothland ed alla lega anseatica; in compenso il suo territorio e la sua sfera di influenza si ampliò straordinariamente da parte di terra; i suoi domini, lungo il Mar Bianco ed il Mar Glaciale sino all'Ural si stendevano in ampio arco attorno al granducato di Suzdal-Vladimir.

Fra tutte le città slave, Nowgorod costituisce l'esempio unico di una così singolare politica mercantile: la sola Ragusa le si potrebbe paragonare, se non esistesse la circostanza che essa era mezzo italiana. Uno spirito autarchico spiccato animava tutte le sue istituzioni, e persino la sua chiesa aveva dovuto subordinarsi al governo del comune, tanto che la «viece» l'assemblea popolare eleggeva e deponeva a sua volontà il vescovo; la coscienza della propria potenza (era divenuto proverbio che era "inutile lottare contro Dio e contro Nowgorod"), di questa potenza che si era felicemente cimentata in tante lotte contro gli Svedesi, l'Ordine livoniano, i Lituani ed i granduchi russi, manteneva vivo e tenace nel popolo uno spirito di abnegazione, di patriottismo e di solidarietà che é quasi senza riscontro nella storia degli Slavi.

A questi due centri nordici, ad opera della cui colonizzazione vennero slavizzati antichi territori di nazionalità finnica, se ne aggiunse un terzo nel sud-ovest, che abbracciava la regione di Halicz e la Volinia; qui peraltro per la debolezza dei principi schiavi della tracotanza dei nobili, dei bojari, gli assalti dei vicini, Polacchi ed Ungheresi, allettati dalla ricchezza- del fertile paese, minacciarono per la prima volta seriamente di intaccare il patrimonio territoriale russo.

A questo punto un turbine si abbatté sulla Russia dalle steppe dell'est. Dai tempi d'Attila l'Asia non aveva riversato attraverso l'Ural e il Volga sulle regioni sud-orientali d'Europa se non orde isolate, le eccedenze dei suoi Turchi; ora invece si preparò una tempesta che per la vastità delle sue proporzioni ricorda l'invasione degli Unni, ma per le sue conseguenze doveva riuscire infinitamente più rovinosa e fatale per l'Europa.

Nell'Asia posteriore sull'Amur si era venuto formando un vasto impero mongolico sotto lo scettro di Temugin, che aveva assorbito tutti i popoli nomadi viventi attorno all'Amur, allo Ienissei, all' Irtisch; nella «curiltai» (assemblea) dei Mongoli tenuta a Caracorum, antecedentemente capitale del regno degli Uiguri, uno Stato turco di una certa civiltà, il gran Khan (gurkhan) Temugin fu proclamato Gengis Kan (gengis significa potentissimo, khan = re); egli procedette irresistibilmente a nuove conquiste (la Cina settentrionale sino alla Corea) e dopo queste si volse ad occidente; ben presto la regione del Chovaresm (Chiwa) cadde sotto una serie di furiosi colpi dei Mongoli e la sua fiorente civiltà andò per sempre distrutta; milioni di uomini furono massacrati e le grandiose residenze di Samarkand, Uisciagur, Herat ridotte a un cumulo di rovine.

 

Cosi i Tartari erano già arrivati all'Ural ed al Caspio. Le popolazioni del Caucaso e del Caspio, invase dal terrore, si allearono per far argine alla tempesta che li minacciava; gli Alani ed altre stirpi caucasiche si unirono con i Polowzi e riuscirono persino a ridurre i Tartari a mal partito. Ma questi ultimi seppero poi seminare la discordia fra gli alleati e li sconfissero ad uno ad uno, prima gli Alani e poi i Polowzi. I malcapitati Polowzi si rivolsero per aiuto ai Russi dicendo loro quale pericolo gravissimo si stesse addensando anche contro di essi, ed un congresso di principi tenuto a Kiew decise l'alleanza con i Polowzi.
Invano ambasciatori dei Tartari chiesero che i Russi non si mischiassero nella contesa pendente con i loro schiavi e staffieri (cosi li chiamavano i Polowzi); questi ambasciatori per tutta risposta vennero mandati a morte.

Un forte esercito radunato dai principi di Kiew, Halicz e Cernigov mosse contro i Tartari nella steppa ed il 31 maggio 1223 si venne a battaglia sulla Kalka che sbocca nel Mar d'Azof; la fuga dei Polowzi scompigliò le file dei Russi che si battevano con valore e ne provocò la rotta; essi tentarono pure di fuggire, ma pochi riuscirono a salvarsi; catturati i loro principi vennero messi sotto le tavole su cui i vincitori banchettavano per solennizzare il trionfo e soffocati.
La vecchia Russia fin da questo momento poteva dirsi perduta, benché la crisi estrema abbia tardato ancora di qualche anno; in quanto ai Tartari per il momento scomparvero con la stessa rapidità con cui erano venuti.

Ma poi essi ritornarono dalla parte del Turchestan; sotto il nipote di Temugin, Batu, cominciò nel 1236 ad opera del vincitore della battaglia della Kalka, Subutai, l'assoggettamento sistematico delle regioni del Volga, prima dei Bulgari, poi dei Mordwini; nell'autunno del 1237 le armi mongoliche si volsero contro la Grande Russia; Riasan, Mosca, Vladimir, Susdal, Twer, Torshok furono le tappe più importanti di quest'opera di completa distruzione che si arrestò a poche miglia da Nowgorod, d'onde i barbari tornarono indietro (marzo 1238) perché il disgelo minacciava di rendere impraticabili le strade; essi marciarono verso mezzogiorno, verso la steppa per sbarazzarsi dei Polowzi.
Il nucleo principale dei «Cumani» cacciati così dal loro paese si ritirò nel 1240 in Ungheria, dove si disperse ed a poco a poco si magiarizzò e si cristianizzò, ma per tutto il XIII secolo l'elemento cumano rappresentò una parte notevole in Ungheria, perfino in seno alla corte regia.

Nel 1239 Batu, dopo la sconfitta dei Polowzi, aveva ripreso la campagna contro i Russi, distruggendo Perejaslaw e Cernigow; uno dei suoi manipoli era arrivato fin sotto Kiew della cui grandezza e sontuosità era rimasto ammirato. Ma solo nel 1240 Batu mosse decisamente verso ovest prendendo come obiettivo l'Ungheria. All'inizio del dicembre egli cominciò a battere con grandi macchine le mura di Kiew; lo scricchiolio dei suoi carri, il muggito dei suoi cammelli ed il nitrito delle sue orde di cavalli, si dice, che in Kiew impedisse perfino di parlarsi. Ma ad onta di tutto ciò i cittadini di Kiew, lasciati in asso dal proprio principe, si difesero disperatamente; ma servì a poco, il 6 dicembre la città fu presa e distrutta. Per secoli essa non riuscì più a risollevarsi da questo colpo, e con le sue vaste rovine diede ai popoli l'impressione di una nuova Troia.

Dopo questa impresa i Tartari procedettero oltre, verso Halicz e la Volinia, mentre altre orde penetrarono passando per la Piccola Polonia sino a Breslavia ed a Liegnitz, d'onde Batov le richiamò in Ungheria; qui egli annientò nella battaglia di Mohi (11 aprile 1241) l'esercito di Bela, conquistò l'Ungheria e spinse le sue genti a saccheggiare la Serbia e la Bulgaria.
Verosimilmente la morte dal gran Khan Ogotai indusse Batu, il quale già si preparava ad insediarsi in Ungheria definitivamente, a tornare indietro per Halicz e la Volinia; egli passò oltre il Dnieper e fece occupare per sempre l'intera steppa dalla sua orda, che fu denominata l'orda d'oro (Kipciak).

All'inizio quest'orda continuò ad appartenere all'impero mongolico, ma quando in seguito questo spostò il suo centro di gravità verso la Cina, divenne impero cinese, essa si rese completamente indipendente con capitale a Sarai sul basso Volga dove ancora oggi presso Zarew si possono vedere le sue vaste rovine.
I Russi avevano sperato che i Tartari se ne sarebbero ritornati in Asia come dopo la battaglia della Kalka; invece essi si stabilirono tra l'Ural ed il Dniester, e ben presto i principi russi dovettero recarsi a Sarai od addirittura a Caracorovm per far atto di sottomissione al gran Khan dei Tartari e per ricevere dalle sue mani come vassalli i loro principati.

Tutti questi principi - per conservare i loro territori - fecero a gara a obbedire, non esclusi Alessandro il vincitore della Neva e Danilo, il « re » di Halicz, i due più valorosi e potenti principi russi dei XIII secolo; fino a piegarsi in ginocchio dinanzi al Khan mongolico. Né le cose mutarono nel XIV secolo; anzi, se il khan mandava degli ambasciatori a Mosca, lo stesso granduca doveva versare ed offrire all'inviato ancora seduto sul suo cavallo il «kovmys», il latte fermentato, e leccare le gocce che dai suoi baffi potevano cadere sul cavallo o per terra.
I principi o granduchi russi erano divenuti veri schiavi dei Khan tartari e vi si adeguarono così bene da combattere perfino quelli fra di loro che non volevano subire il giogo; solo quando erano in possesso del «iarlik» (firmano) del khan, essi si arrischiavano a salire sul soglio avito.

Gli oneri imposti dai Mongoli ai principi russi furono la prestazione di milizie ausiliarie (e infatti, truppe russe accompagnarono i successori di Batov nelle loro spedizioni contro la Polonia) ed il pagamento di tributi. Il baskak (esattore) esigeva le imposte personali e sui beni, dopo averne compilato i ruoli andando di casa in casa; in questo lavoro di censimento come nella organizzazione delle poste ed in genere dei servizi civili i Tartari si rivelarono maestri.

I primi Tartari erano sciamani e, salvo le pratiche esteriori, erano in materia di religione del tutto indifferenti; persino quando l'orda d'oro (dopo il 1256) fu conquistata all'islamismo per influenza dei suoi vicini orientali, non ne ereditò il fanatismo religioso; essa anzi fu benevola di proposito verso il clero russo affinché pregasse per la salute dell'anima dei khan, gli lasciò i suoi beni esenti da imposte e punì ogni offesa arrecata dai suoi alle chiese ed ai preti russi.
In compenso costoro si impegnarono a convincere sempre più i principi della necessità di obbedire incondizionatamente ai Tartari.
E la ricchezza, i possedimenti terrieri, l'autorità del clero aumentarono notevolmente, perché sotto la pressione dei tempi così drammatici, molti rinunziarono ai beni terreni e li offrirono alla chiesa per mettersi sotto la sua protezione, l'unica che fosse efficace con le prediche.

L'immediata conseguenza dell'invasione tartara fu il completo sfacelo del mezzogiorno della Russia; i residui delle popolazioni che erano riusciti a scampare alla terribile carneficina operata dai mongoli (spesso in alcune città non fu risparmiata anima viva), tornarono sì a raggrupparsi ma senza più arrivare ad organizzarsi politicamente su vasta scala.
Così quel vincolo unitario, per quanto già da tempo puramente nominale, che era rappresentato dalla supremazia del granducato di Kiew, venne definitivamente a mancare; l'unità della Russia si spezzò, il nord (i principati susdalici) si separò dal sud-ovest, dallo Stato di Halicz-Vladimir (Vladimir nella Volinia) e fra l'uno e l'altro ora si incuneò lentamente lo Stato lituano-russo. Le regioni di Halicz e la Volinia divennero le prime prede dello straniero.

Danilo e Vassilico, che dopo tante lotte le avevano unificate, dominarono fin nei pressi di Kiew e Pereiaslav e conservarono nel governo comune una concordia esemplare; Danilo, benché molto a malincuore, aveva dovuto recarsi pure lui a rendere omaggio a Batu; ma, ritornato incolume in patria, questo «schiavo» tartaro seppe aumentare il proprio prestigio. Egli annodò e mantenne attivi rapporti con l'occidente, con l'Ungheria e con la Polonia, intervenne persino nelle lotte che si accesero per la successione dell'ultimo Babenberger, indebolì per sempre la potenza dei Iatvingi, pagani e predoni, e fronteggiò pure vittoriosamente i Lituani.
Fondò insieme con suo fratello (e del pari fecero i loro figli; da Leone ad es. deriva la Leoburg = Lemberg) vari centri fortificati, chiamandovi coloni stranieri, non esclusi tedeschi. La sua politica fu dunque quella di accostarsi agli Stati occidentali nella speranza di trovarvi appoggio contro i Tartari; ed a tale scopo intavolò pure trattative col papa, il quale però invece della crociata delle nazioni occidentali contro i barbari ch'egli mirava ad ottenere, gli offrì unicamente la corona reale nella speranza a sua volta che egli si convertisse al cattolicesimo.

Senza così nessun aiuto, tutto l'edificio crollò quando per ordine dei Tartari Danilo fu costretto ad abbattere le fortificazioni delle sue città, per quanto ad ogni modo non sembri che la soggezione dei principi di Halicz abbia mai assunto le terribili forme di vera e propria schiavitù rispetto ai principi nordici. Se non che ben presto le discordie e contese scoppiate tra i figli degli accennati due principi fecero scadere completamente il prestigio di questo «regno» ; una prova particolarmente significativa dell'intimo distacco di questi paesi dal resto della Russia si ha nel fatto che dopo la rapida estinzione della dinastia nazionale (dopo il 1320) i bojari non chiamarono più al trono un principe di sangue russo, ma un cattolico e polacco, il nipote dell'ultimo principe, Boleslavo Giorgio di Masovia.

Boleslavo si fece tuttavia ortodosso, anche se favorì in tutti i modi l'infiltrazione dell'elemento latino; ma così facendo si attirò, come più tardi il falso Demetrio a Mosca, delle congiure, e nel 1340 i congiurati se ne liberarono avvelenandolo. Al trono vacante concorsero dopo il delitto, il lituano Lubart, come genero di Boleslavo, e Casimiro di Polonia, come suo nipote; la Volinia rimase staccata dalla Russia fino all'epoca dell'ultima spartizione della Polonia, il territorio di Halicz.
In modo notevolmente più grave pesò il giogo tartaro sui principi del settentrione della Russia: alla dura scuola del servilismo verso i dominatori essi compresero che nelle loro competizioni la vittoria sarebbe rimasta a chi, soffocando ogni sentimento di morale e di pudore, si fosse mostrato schiavo più sottomesso dei khan ed avesse saputo sfruttare ogni occasione, ricorrere a denunzie e corruzioni per rendere sospetti i propri avversari e liberarsene per restar soli a dominare. Anzi questi nuovi principati presero essi stessi un atteggiamento e carattere orientale, tartarico; i principi, attuando la massima: perinde ac cadaver, introdussero nei loro paesi quanto vedevano usato presso i Mongoli. E a tale processo di orientalizzazione si prestava il terreno vergine costituito dalle popolazioni di Susdal, Vladimir e Mosca, prive di tradizioni nazionali e di organizzazioni comunali, prive di una nobiltà ereditaria affezionata al passato.

Così i khan di Sarai coltivarono essi stessi l'elevazione di coloro che nell'avvenire erano destinati a compiere la loro rovina, e loro facilitarono del resto questo compito con le incessanti lotte intestine e con le continue rivoluzioni di palazzo che detronizzarono un khan dopo l'altro.
Per il momento tuttavia i principi nordici riconobbero senza riserva la loro autorità. Fra costoro emerse per la sua capacità e bravura personale Alessandro, il figlio del granduca di Nowgorod; egli difese con successo l'integrità del suo principato riportando una splendida vittoria contro gli Svedesi sulla Neva (1240) - perciò il suo soprannome di «Newsky»; un'altra vittoria sull'Ordine della Spada presso il lago di Peipus (1241) allorché l'Ordine - approfittando della gran confusione e dei litigi di palazzo - si era già impadronito di Pscov; ed un'altra vittoria sui Lituani che avevano invaso il territorio di Nowgorod.

Come suo padre, Alessandro si recò, dietro invito di Batu, a far atto d'omaggio a Sarai, anzi si spinse fino a Caracorum per presentarsi al Gran Khan dei Mongoli, e non indugiò un istante a muovere con un esercito tartaro contro suo fratello che pretendeva di essere stato defraudato di quanto gli spettava dal padre. In questo modo egli divenne granduca di Vladimir ed in tale qualità costrinse la città di Nowgorod, che con tutte le sue forze vi si opponeva, a ricevere l'esattore tartaro ed a permettere che iniziasse e terminasse le operazioni di accertamento del tributo; così anche la superba, libera Nowgorod divenne tributaria dell'orda tartara.

Sotto i successori di Alessandro il granducato di Vladimir tornò a perdere la sua importanza; dal gruppo infatti dei principati suzdalici si staccarono quelli di Twer e Jaroslaw che assursero alla dignità granducale. Una nuova riorganizzazione unitaria, questa volta definitiva, di tali principati si ebbe in seguito, ma attorno ad un centro diverso. Per arrivarvi però era soprattutto necessario romperla col sistema finora seguito per cui la dignità granducale si trasmetteva sempre al più anziano della famiglia e quindi, non al figlio del precedente granduca, ma a suo fratello. E il compito di conseguire questi fini toccò a Mosca.

Quello di Mosca era stato il più misero dei principati russi del settentrione. Un figlio di Alessandro «Newsky», che lo aveva ricevuto in eredità, seppe arrotondare il suo territorio con delle usurpazioni; suo figlio Jurij poi usurpò contro ogni consuetudine la dignità granducale di Vladimir. Con astuta determinazione, non arretrando dinanzi ad alcuna umiliazione, egli, come cognato del khan, mirò non solo a toglier di mezzo il suo legittimo competitore, il granduca di Twer, ma a privarlo del suo principato, e non si fermò finché non riuscì a farlo giustiziare dai Tartari come traditore.
Ed il clero consacrò col suo riconoscimento le pretese di Mosca all'egemonia nel nord; il metropolita di Kiew, Pietro, il quale, in seguito alla distruzione di Kiew compiuta dai Tartari, nel 1299 aveva trasferito la propria sede a Vladimir, si lasciò persuadere a passare da Vladimir a Mosca, ed i successori del santo uomo ne seguirono l'esempio.

Il fratello di Jurij poi arrivò alla completa distruzione dell'importanza della rivale Twer, naturalmente con l'aiuto dei Tartari. Usbek si fidò interamente di lui e gli concesse il privilegio di curare egli stesso la riscossione del tributo dovuto all'orda; nuova fonte per lui di ricchezze. Il primato di Mosca era così consolidato, e si poteva già prevedere il suo grande avvenire.

Ma, se il principe moscovita non aveva più da temere rivali fra i suoi confratelli russi indeboliti, se ne vide sorgere dinanzi uno nella Lituania, la quale, indomita di fronte ai Tartari, si era impossessata dei territori russi occidentali e dopo le ripetute sconfitte che Olgerd inflisse ai Tartari, occupò la fertile Podolia in cui i Mongoli si erano insediati conducendovi vita nomade;- in seguito anche Kiew cadde sotto il dominio lituano. Vennero così a trovarsi di fronte Olgerd di Lituania e Simeone Ivanovic, entrambi animati dall'ambizione di unificare nuovamente la vecchia Russia smembrata.

Il principe di Mosca morendo aveva stabilito che i suoi figli Usbek e Simeone Ivanovic avrebbero posseduto in comune Mosca, e che il primogenito, Simeone, sarebbe divenuto granduca di Vladimir e dell'intera Russia, dignità che doveva ereditarsi permanentemente nella sua famiglia. Di conseguenza Simeone si atteggiò a supremo signore di fronte agli altri, umiliò gravemente Nowgorod, e con la sicurezza e opulenza che offriva la sua Mosca attrasse l'affluenza di immigranti da ogni parte. Sotto di lui non si verificò ancora un conflitto aperto con Olgerd perché la peste fece strage nella famiglia del granduca e lo stesso Simeone prematuramente (1353) ne fu vittima. La crisi si produsse soltanto sotto suo fratello Dmitrij Ivanovic.

Lungo tutta l'estensione delle frontiere le fonti di conflitti tra la Lituania e Mosca si erano venute moltiplicando, mirando ciascuno dei due Stati ad assoggettare alla propria influenza esclusiva i paesi che servivano di cuscinetto fra l'uno e l'altro. La lotta era cominciata a Nowgorod e Pscov, dove l'influenza lituana e moscovita all'inizio si bilanciarono; ma in seguito le discordie intestine stremarono le forze di Nowgorod, ed allorché schiere di suoi avventurieri si diedero a saccheggiare le regioni lungo il Volga, essa andò incontro alla collera del granduca e dovette ottenerne il perdono a prezzo di gravi umiliazioni.
Solo nei riguardi del granducato di Smolensck la fortuna si mostrò completamente avversa al principe moscovita. Questo granducato (cuscinetto) era così indebolito dalle continue spartizioni ereditarie che non poté conservarsi indipendente tra la Lituania e Mosca; ma piuttosto che la tutela priva di scrupoli del principe di Mosca, preferì la protezione di Olgerd, il quale seppe difenderlo contro ogni ingerenza moscovita.

In soggezione anche più completa questi aveva ridotto i principi cernigoviani, estendendo il proprio dominio prima sul capoluogo della regione che non era più l'antica Cernigov, ma Briansk, e poi sui principati particolari. Quelli che si assoggettarono volontariamente mantennero i loro vecchi signori, salvo a dover riconoscere l'alta sovranità della Lituania; quelli che si fecero conquistare con le armi vennero invece assegnati ai suoi figli e nipoti. A sua volta Olgerd non poté vantare uguali successi nella lotta per Twer; egli arrivò due volte fin sotto le mura di Mosca, ma alla fine, nonostante questo e nonostante gli aiuti mandati a difesa di Twer da Mamai e dall'orda, il granduca moscovita lo sbaragliò.

Disfatta che suscitò le ire del tartaro Mamai il quale si propose, coalizzandosi coi Lituani, di punire esemplarmente il tirannico granduca. Per la prima volta dopo un secolo e mezzo i moscoviti raccolsero il guanto di sfida, e Dimitrij, prima ancora che i Lituani avessero il tempo di congiungersi con i loro alleati, mosse contro i Tartari di Mamai e riuscì a sconfiggerli in battaglia campale.

L'effetto dì questa vittoria, da lui riportata sul Don, nelle pianura di Kulicov (1380), e che gli valse il soprannome di Donskoj, fu straordinario, per quanto per il momento si sia trattato di effetto unicamente morale; il prestigio di Mosca aumentò smisuratamente. Inoltre, benché non sia arrivata a liberare Mosca della signoria tartara, tuttavia già il figlio del vincitore, il granduca VASIL, approfittando di lotte interne scoppiate fra i Tartari, poté sottrarsi all'obbligo dì pagare tributo.

Più importanti ancora furono poi i successi da lui conseguiti nella Russia medesima. Smolensk andò perduta definitivamente nelle mani dei Lituani, ma Nowgorod fu da lui gravemente umiliata e ridotta all'obbedienza; essa dovette accorgersi che con i soli suoi mezzi non poteva resistere giacché il semplice blocco commerciale che le arrecò la guerra le inflisse danni tali da rovinarla. Un atto arbitrario ed illegale poi, una semplice verbale donazione da parte dei Mongoli, fece acquistare al granduca l'altra Novgorod, quella bassa (Nischni), ed i cittadini dovettero adattarvisi.

L'ascesa della potenza di Mosca, che era stata progressiva e continua perché essa si era sempre proposta degli obiettivi proporzionali alle sue forze e li aveva perseguiti e raggiunti con accortezza e tenacia straordinarie, rimase interrotta dopo la morte dì Vasil, perché, avendo egli lasciato un figlio minorenne, lo zio turbò la concordie interna contrastandogli le successione.

Delle lotte che ne seguirono Vasil II (che nel corso delle medesime venne accecato) uscì tuttavia alla fine vittorioso, procedette alla radicale eliminazione dei minori princìpi subordinati che privò subito dei rispettivi territori mandandovi dei propri governatori o voivodi, e fece sentire gravemente il peso della sua mano a Pscov e Nowgorod.
Ma soltanto suo figlio doveva raccogliere il frutto seminato dei suoi antenati.

IVANO III aveva dovuto all'inizio in osservanza del testamento paterno dividere il territorio con i suoi fratelli, ma la sua superiorità era così tale che lo pose in grado di spogliare ben presto i fratelli come altri minori principi del loro retaggio o per lo meno di ridurre i loro dominii a ben poca cosa per non renderli troppo potenti e pericolosi; i sistemi di inesorabile crudeltà con cui procedette a tale scopo riuscirono inauditi perfino a Mosca, il che é tutto dire.

Nel 1485 cessò di esistere il granducato di Twer, e la stessa sorte toccò anche ad altri. Me la sorte più dura toccò a Nowgorod. Malgrado tutti gli sconvolgimenti interni il traffico mercantile della città aveva cominciato a rifiorire, ma nel tempo stesso si erano aggravato l'odioi tra la classe povera e la classe danarosa che in precedenza nel periodo critico non aveva fatto alcun sacrificio; lo spirito militare si affievolì e gli ordinamenti guerreschi decaddero e sempre più grave si rivelò la mancanza di ogni direttiva di governo che perseguisse un programma politico organico con scopi ben definiti: le masse eccitabili, l'assemblea popolare (viece) sempre pronta ad impennarsi ed a prendere risoluzioni avventate erano a tal riguardo i peggiori consiglieri, soprattutto avendo e che fare con un così accorto e freddo calcolatore quale era Ivano III.

Stessa situazione in Lituania. Egli lasciò senza curarsene troppo che i focosi cittadini contravvenissero ai loro impegni, che stringessero trattati contro di lui con i suoi nemici, che si vantassero delle loro libertà in contrasto alle sue affermazione che le città erano una parte del suo retaggio ereditario. Poi alla fine a queste città isolate sferrò il colpo decisivo.

Nell'estate del 1471 egli si mosse col suo esercito, vinse le scarse e mal guidate milizie della città, le impose un enorme tributo, si impadronì dei suoi vasti dominii a settentrione e ricoprì tutte le cariche pubbliche con persone a lui devote.
Nuove discordie interne delle città e contese scoppiate fra esse e Pscov fedelissima alla parte moscovita gli offrirono poi il pretesto per intervenire una seconda volta e Nowgorod nel 1477 dovette assoggettarsi a vedere i suoi ordinamenti trasformati sul modello di Mosca, vale a dire a veder soppresse l'assemblea popolare, soppresso il posadnic ed affidato il governo esclusivamente ai funzionari del granduca.

Seguirono, questa volta senza ombra di giustificazione, gli ultimi colpi, fra il 1479 ed il 1488; essi mirarono a cancellare persino ogni ricordo della passata autonomia della città; perciò le famiglie che incarnavano questa tradizione d'indipendenza furono distrutte o cacciate, i cittadini, sulla cui parola il commerciante straniero poteva prima fidarsi ad occhi chiusi, vennero sostituiti da una marmaglia moscovita bugiarda e ladra, e così nel 1494 anche gli stabilimenti commerciali dell'Hansa si chiusero ed emigrarono altrove i mercanti e le merci tedesche; la città si ridusse a un misero paese.

Già da un pezzo anche Viatca, Perm, ecc. avevano riconosciuto la sovranità del granduca, e quindi ormai in Russia la sua volontà dominava assoluta ed esclusiva.
Con egual fortuna egli ottenne, quasi senza colpo ferire, di emanciparsi dai Tartari. Solo contro il kanato di Kasan fu costretto ad usare le armi e lo costrinse ad adeguarsi alla politica moscovita; e fu anche fortunato perchè le discordie del kanato gli facilitarono il compito. Così, senza vera e propria lotta, fu quasi abolito del tutto il giogo tartaro. Poi il cauto e paziente Ivano non attese la morte di Casimiro di Lituania e di Polonia per osare l'ultimo passo e delineare il programma della politica moscovita per i secoli a venire; egli assunse il titolo di "gosudar" (autocrate) di tutti i Russi proclamando così la pretesa al riacquisto di tutti i territori già appartenenti ai domini dei figli di Rurik e posseduti da altri.

Prima di lui non vi era stato che un solo Zar in Russia, e questo risiedeva a Sarai; ora venne incontro allo stesso granduca la speranza del futuro titolo imperiale come unico legittimo erede degli imperatori greci; non per niente egli aveva sposato la nipote dell'ultimo Paleologo, Zoe (Sofia), e lo stesso papa, tutore di Zoe, aveva favorito tale matrimonio nella speranza di agevolare per mezzo di Zoe l'unificazione delle due chiese.
Da questo momento con Zoe, il granduca aggiunse sul suo stemma all'antica effigie di S. Giorgio, l'uccisore del drago, l'aquila bicipite bizantina.

Come si rassegnò la Lituania a questo sacrificio di tutti i suoi vitali interessi? Il programma un tempo formulato da Olgerd, che «l'intera Russia dovesse senz'altro appartenere alla Lituania» fu da essa per così dire sepolto dal giorno in cui il figlio di Olgerd si unì alla Polonia ed accolse insieme col popolo lituano il cattolicesimo.

La Russia ortodossa infatti non avrebbe potuto associarsi che con una Lituania ortodossa; invece tra la Lituania cattolica e la Russia ortodossa si produsse immediatamente un distacco, anzi germogliarono sentimenti di odio profondo. Il nuovo programma di Jagello e di Witowt si ridusse pertanto a cercar di non perdere i territori di nazionalità russa che possedevano, e con questo la Lituania si mise in una posizione sfavorevole a priori, nella posizione puramente difensiva e neppure tanto resistente. Finché visse Witowt, in grazia delle sue spiccate qualità personali, tutto andò bene; ma egli non ebbe dei successori della sua forza. Soltanto il suo separatismo lituano, per cui egli si era proposto di ricevere da Sigismondo la corona di re di Lituania, gli sopravvisse.
L'unione con la Polonia invece di stringersi maggiormente, si indebolì, e tale distacco divenne insanabile quando i boiari lituani proclamarono il principio che soltanto dei Lituani avrebbero potuto rivestire cariche pubbliche in Lituania; la Polonia allora abbandonò la Lituania a sé stessa.

In queste condizioni il paese scarsamente popolato e scarsamente progredito nella civiltà, con all'interno il suo elemento russo sospettoso, non era affatto in grado di lottare con Mosca; e forse persuaso di questa inferiorità, Casimiro IV durante il suo lungo regno si astenne prudentemente dall'ingerirsi nelle lotte della Russia.
Minacciato come era ad ogni momento dalla defezione al granducato moscovita dei principi russi di confine, egli non si lasciò sfuggir di mano la direzione delle cose di Lituania, ad onta di tutte le proteste della nobiltà lituana, per tenere a freno le velleità separatiste: e tuttavia già egli stesso non poté impedire che passassero nel campo moscovita i suoi vassalli principi russi dell'Oka superiore (nella regione cernigoviana). Costoro, discendenti dalle antiche famiglie principesche russe, si erano riservati il diritto di optare («baciare la croce») per la Lituania o per Mosca quando volessero, di passare con i loro possedimenti ereditari dall'uno all'altro sovrano.

Cominciò così l'esodo di questi principi, che assunse più vaste dimensioni dopo la morte di Casimiro; ma erano degli illusi, essi non prevedevano che a Mosca li avrebbe attesi la stessa sorte che era toccata a Nowgorod. Finché regnò Casimiro i confini che il dominio lituano aveva ai tempi di Witowt poterono in complesso essere mantenuti; ma la sua morte fu per Ivano il segnale dell'attacco, ed allorché i Lituani, costretti a mostrarsi concilianti nelle questioni di confini, ottennero per procurarsi maggior tranquillità la mano dell'ortodossa Elena, figlia di Ivano, per il loro granduca cattolico, il principe moscovita ebbe un pretesto in più per piombare in ogni momento in Lituania a causa di pretese angherie di cui era vittima la figlia per la sua religione diversa, e quindi mettere largamente a profitto queste sue invasioni.

In tal situazione non rimase alla Lituania altra via che ravvicinarsi più strettamente alla Polonia; se non che ciò non servì che a rendere peggiori le sue relazioni con il principe moscovita, il quale seppe ugualmente far valere ed imporre il titolo da lui usurpato di autocrate di tutta le Russia in confronto ai Lituani ed ai Polacchi.
Il metropolita russo per giunta benedì le armi moscovite nella lotta contro i «maledetti, miscredenti» (cattolici!!) principi Lituani; ed i pochi vescovi Lituani ortodossi, seguiti da quella popolazione russa soggetta alla Lituania, non giurarono che in «Dio, nella madre di Dio e nel nostro signore Vasil» (di Mosca).

Altre cause di inferiorità della Lituania e della Polonia erano la povertà del paese e la sua dipendenza dal beneplacito del re in mano alla arrogante nobiltà, mentre a Mosca una sola volontà imperava assoluta e faceva legge, ed i grandi miglioramenti agricoli operati dal governo centrale, nonché le ricchezze che affluivano nelle sue mani (il tributo un tempo pagato ai Tartari si era continuato a prelevare per i granduchi e ad esse si erano aggiunte le colossali confische eseguite soprattutto, ma non soltanto, a Nowgorod) procuravano una quantità di risorse, che messe al servizio di una politica priva di scrupoli e mirante con ferrea logica ad uno scopo ben definito, non potevano fare a meno di assicurare a Mosca l'assoluta sovranità.

Già sulla fine del XV secolo si poteva prevedere quale sarebbe stato, se nulla di straordinario avveniva, l'esito della lotta per l'egemonia slava.
In questa lotta rappresentarono una parte decisiva il clero e la religione; a differenza però di quanto avvenne in occidente il clero non perseguì fini antitetici allo Stato, ma come a Bisanzio spiegò la sua opera sostanzialmente al servizio degl'interessi della potestà civile. A questo scopo conferiva la stessa condizione tutta speciale fatta al metropolita russo. Benché il territorio di sua giurisdizione fosse più grande dell'intero patriarcato costantinopolitano, il metropolita di Kiew occupava il sedicesimo posto nella scala gerarchica dei vescovi greci e veniva nominato dal gran patriarca bizantino invece di essere eletto dai vescovi locali.

La carica venne quindi coperta da greci sconosciuti completamente nell'ambiente russo ed imposti ad esso, gente che aveva unicamente voto consultivo e che era (dati i buoni rapporti con Mosca) mandata a Kiew col preciso compito di seguire le volontà del granduca.
Dal fatto che la giurisdizione del metropolita russo si estendeva su territori politicamente separati derivarono gravi incompatibilità; e perciò i signori di Halicz e più insistentemente ancora i principi di Lituania e di Polonia chiesero al patriarca la creazione di una sede metropolitana a parte ad Halicz o in Lituania.
Ma i metropoliti di Mosca si opposero, affermando che una simile innovazione implicava una menomazione dei propri diritti, in quanto essi, quali successori dei metropoliti di Kiew (ricordiamo che nel 1299 il metropolita di Kiew aveva prima trasferito la propria sede a Vladimir, poi si lasciò persuadere a passare da Vladimir a Mosca) a
vevano giusto titolo all'egemonia sull'intera Russia; così la chiesa preparava il terreno all'opera dello Stato, proclamando e sostenendo l'unità della Russia.

Nel clero russo regnava la più rozza ignoranza. In confronto al clero cattolico, con la sua gerarchia, il suo celibato, la sua dottrina, il clero russo offriva uno spettacolo pittosto meschino; i preti erano completamente zotici, ed i monaci, dai quali uscivano normalmenete i vescovi, non erano migliori. Con l'ignoranza e con un becero fanatismo, aumentò in costoro l'odio contro tutto ciò che sapesse di civiltà latina e la presunzione dell'esclusiva infallibile verità del proprio dogma e del proprio rito.

I Greci (sempre in lotta con il papato) avevano del resto con intenti egoistici alimentato tale presunzione, ma finì a ricadere a loro danno. Il progetto greco-romano di unificazione delle due chiese ventilato a Firenze nel 1439 non naufragò infatti soltanto di fronte al fanatismo del popolo e del basso clero di Costantinopoli; esso non avrebbe ugualmente avuto alcun esito perché ormai la potente Mosca non si sarebbe mai adattata, con la sua autorità camminava da sola.
Anche il clero polacco (in Polonia come in Lituania) non assecondò affatto l'idea dell'unione delle due chiese perché sperava di cattolicizzare lentamente ma sicuramente i Russi e naturalmente preferiva questo al dover riconoscere la legittimità di una chiesa russa.

E neppure in Lituania, dove l'idea unionista non venne mai completamente respinta, arrivò a risultati pratici. Invece i Russi le furono a priori avversi e la caduta di Costantinopoli nel 1453 venne da loro considerata come la giusta punizione divina per l'apostasia dei Greci, per il peccaminoso loro tentativo unionista; essi soli non avevano sottostato alla tentazione e quindi soltanto la loro ortodossia poteva dirsi provata e sicura. Così Mosca, rimasta l'unica sede metropolitana ortodossa indipendente del mondo, si sostituì alla Nuova Roma (Costantinopoli - in antitesi alla vecchia Roma da un pezzo divenuta eretica) ed i Russi si considerarono, anche in confronto ai Greci, come i veri custodi dell'ortodossia: la loro presunzione non conobbe più limiti.

Presunzione completamente ingiustificata e puramente esteriore, perché il clero russo, che avrebbe dovuto rappresentare l'unico elemento illuminato del paese, divenne sempre più incolto e rozzo. Non vi erano scuole, e dai preti non si esigeva appena appena la capacità di leggere e di saper compiere gli atti rituali più semplici. Mentre in Occidente Wicleff, Hus, i conciliaristi, mettevano in opera le forze della loro mente per riparare agli abusi della chiesa e soprattutto alla mondanizzazione del clero, il clero russo si perdeva in controversie come queste: quante volte si dovesse cantare l'alleluja, se nella consacrazione delle chiese la processione dovesse andare nello stesso senso del cammino del sole od all'inverso, ed altre simili quisquilie.

Allorché si insinuarono delle vere eresie nel seno della chiesa russa, il clero si trovò intellettualmente disarmato per combatterle e non poté arginare il male che con la tortura ed i supplizi.
Queste condizioni del clero ci spiegano il livello bassissimo dell'antica letteratura russa; e che solo il clero sarebbe stato in grado di coltivarla, ed invece si appagò di non uscire dallo studio delle sue traduzioni di populistici e dozzinali libri religiosi.


Anche l'arte rimase condannata all'immobilità. Lo sviluppo di un'arte scultoria fu impedito completamente da ostacoli dogmatici. Invece pitture bizantine adornarono le chiese e miniature bizantine i manoscritti; ma anche qui i pittori dovettero non allontanarsi da regole fisse, e quindi le loro "icone" ci ripresentano sempre le stesse figure pallide e smunte, le stesse facce cupe, gli stessi lineamenti stereotipi.
Anche l'antica architettura russa, salvo naturalmente per le costruzioni in legno, é opera dei Greci. Mentre tuttavia nel campo artistico una certa produzione dozzinale si ebbe, lo sviluppo di una attività scientifica mancò del tutto.

La scienza «ellenica», cioè pagana, era vietata sotto la minaccia di pene; non esisteva una scienza medica, salvo considerare tale l'impiego di esorcismi e di erbe salutari; tanto meno una astronomia, salvo il calendario delle feste religiose rimasto poi in vita fino al 1918; persino la dialettica e la grammatica, anche a livello delle classi superiori, erano cose ignote.
Gli Slavi meridionali per il loro più immediato contatto con i Greci si erano sotto questo aspetto elevati già un po' di più. Ma l'invasione tartara fece anche qui regredire la Russia, benché non abbia del resto causato grosse perdite , ad es. di tesori letterari.
Specialmente nella Gran Russia la dominazione tartara lasciò tracce notevoli, non solo nella lingua, ma anche nei costumi (clausura delle donne sul tipo degli harem musulmani) e nel carattere del popolo; esso ereditò l'idea che di fronte al sovrano tutti gli altri non sono che schiavi che debbono prostrarsi ai suoi piedi, ne ereditò la servibilità, il disprezzo di sé stessi, acquisì i vizi orientali della malafede e dell'astuzia, della crudeltà e dell'arbitrio, della mancanza di punto d'onore, della inestirpabile corruttibilità dei funzionari.
Insomma nella nobiltà russa si insinuarono i peggiori difetti orientali, ad es. l'infingardaggine, la pigrizia, ed infine la volgare piaggeria, che non sappiamo se fatta per opportunismo o perchè la dignità era scesa così in basso fino al punto da entrare nel Dna delle successive generazioni fino al grande collasso all'inizio del XX secolo.

Tuttavia già il XV secolo vide necessariamente penetrare le prime influenze occidentali in Russia. I nuovi metodi di guerra, le armi da fuoco, la polvere, costrinsero a ricorrere a periti stranieri e alla corte di Zoe (Sofia) sappiamo che si trovavano artisti ed artigiani italiani; ad essi sono dovuti i sontuosi edifici sacri e profani del Cremlino a Mosca e furono essi che provvidero alla costruzione di altri edifici, armi da fuoco e campane. Questi stranieri non costituirono che l'avanguardia dell'ulteriore immigrazione; e se Mosca a principio del XVI secolo fece ogni sforzo per spingersi fino al mare lo fece nel desiderio di ottenere una via di comunicazione diretta con l'occidente per poter sfruttare i vantaggi della sua cultura.

Anche nel campo dell'organizzazione politica russa l'invasione tartara fu causa di profondi mutamenti. Le antiche forme di organizzazione cedettero il posto a forme nuove. L'antica Russia aveva un ordinamento politico di tipo prettamente patriarcale. Il principe, il cui compito principale era la guerra ed il cui passatempo preferito era la caccia, fungeva da padrone assoluto; in lui si concentravano tutti i poteri; questi erano esercitati da persone del suo entourage e del suo consiglio che lui inviava nei vari centri per vigilare alla riscossione dei tributi, provvedere alle fortificazioni ed alla viabilità, render giustizia in suo nome, radunare e guidare all'occorrenza i contingenti di truppe ed amministrare i suoi beni.

Da questa classe di persone venne però fuori anche un ceto di latifondisti: i bojari, gli ottimati, che però non costituirono ancora una casta rigorosamente chiusa. Assai più numeroso era il vero e proprio comitatus del principe, la sua «drushina», i suoi uomini d'arme, che egli manteneva, li faceva partecipare al bottino di guerra e li dotò pure di terre. Questo corpo accoglieva i guerrieri più sperimentati e benemeriti, e quanto più ricco era il principe, tanto più numerosa era la sua drushina, con la quale veniva così a formarsi un proprio esercito permanente; e proprio per questo era gente che viveva in rapporti di intimità e quasi di confidenza col principe.

Tutti gli altri, che non fossero prigionieri di guerra o schiavi acquistati, erano detti «piccoli uomini» (mush e mushik, in antitesi agli "uomini del principe"), od anche «gente nera» o "puzzolenti" (contadini, schiavi, lavoratori ecc.).
Dai veri e propri contadini si differenziarono molto presto come classe gli abitanti delle città (Mosca, Nowgorod, Kiew, ecc.). Tuttavia nei centri rurali poi si stanziarono artigiani e mercanti che non tardarono anche nei più piccoli villaggi a salire ad una certa considerazione.
Non nelle campagne, ma nelle città sopravvisse e si perpetuò l'antica assemblea popolare slava, la «viece» , che però era una ipocrità formalità, ogni cosa discussa veniva poi a patti col principe, che decideva lui della pace e della guerra, e quant'altro accogliendo sempre le sue volontà.
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e convocazioni di queste assemblee (anche se qualche volta degeneravano) avvenivano senza regole di tempo e di luogo. Circostanze esteriori poi fecero si che nel corso ulteriore della storia esse avessero a seconda dei luoghi una diversa impostazione politica.

Se nelle grandi città l'assemblea popolare divenne una potenza con cui il principe non poté a meno di fare i conti; altrove, sotto il governo di principi inetti e servili, i grandi latifondisti, i bojari, accentrarono nelle proprie mani tutta l'influenza politica.
Ciò che differenzia gli ordinamenti russi dei secoli successivi dai più antichi é principalmente la mancanza della drushina dei principi, che perdendo autorità si erano ridotti ad essere i servi dei bojari e dei latifondisti. Una casta decaduta insomma, ben presto sostituita da una miriade di latifondisti e bojari.
Nella Russia lituana e non solo in questa, il granduca per diritto di conquista divenne assoluto padrone di tutte le terre incolte e prive di proprietari, e le distribuì ai bojari con l'onere di prestargli servizio militare e li obbligò anche a prestazioni di servigi personali; costoro potevano essere costretti quando egli lo credeva opportuno a spostarsi anche altrove; in cambio il principe con magnanimità accordava a loro i diritti sulle proprietà terriere.

Lo stato di soggezione dei paesi russi appartenenti alla Lituania non era ugualmente grave per tutti. I territori annessi anche se perdettero ogni autonomia, divennero governatorati lituani (ovviamente filo-russi). Quelli incorporati più tardi perdettero i propri principi, ma conservarono la loro autonomia provinciale; il granduca vi insediava spesso suoi luogotenenti col loro consenso, ma concesse di destinare alle cariche locali gli indigeni.
I territori acquistati più tardi (quelli dei principi cernigoviani) conservarono pure i propri principi, i quali si riservarono persino il diritto di optare in seguito per la Lituania o per Mosca (ma era una illusione, una ipocrita fittizia concessione; se l'avessero fatto, non sarebbero andati molto lontani).

Nella Russia moscovita l'affluenza del lavoro per la intrapresa colonizzazione dei latifondi dei bojari o dei latifondisti fu causa di un maggiore asservimento dei contadini. Il numero dei servi aumentò particolarmente dopo l'invasione dei Tartari che ridusse in schiavitù una moltitudine di uomini liberi; costoro, poi liberati e riscattati dalla schiavitù dei Tartari furono stanziati sui fondi, e caddero dalla padella alla brace perchè rimasero servi dei loro nuovi padroni.
Il posto della drushina fu preso dai «cortigiani» di corte, dai militari e perfino dai funzionari inferiori, completamente ligi alle volontà del principe.
Al di sopra di costoro stavano i bojari ed i servili principi (i discendenti degli innumerevoli principotti d'un tempo), dai quali se affidabili si dava a loro il contentino e si traevano i funzionari ed ufficiali superiori, i voivodi e namjestniki, che il granduca mandava poi a governare i suoi castelli; alcuni «cortigiani» invece venivano destinati nei minori centri fortificati, specialmente ai confini meridionali, di fronte alla steppa, per tener d'occhio i Tartari.

In queste regioni anzi il granduca stanziò volentieri dei Tartari disertori per così «sguinzagliare cani contro cani». I suoi voivodi e namiestniki cumulavano nelle proprie mani funzioni militari, amministrative e giudiziarie, da loro ci si poteva appellare al granduca, il quale insieme con la sua "duma", un consiglio composto anch'esso di bojari e di servili principi, decideva in ultima istanza ed in ogni materia.

Peraltro la duma non aveva che voto consultivo e per di più era in balìa completa del granduca, perché il diritto di sedere alla duma non era ereditario; gli sgraditi, i non ligi ai suoi voleri venivano subito rimpiazzati; inoltre il granduca convocava questo consiglio se e quando voleva e maltrattava il più ragguardevole bojaro come l'ultimo schiavo.
I servigi dei bojari erano compensati con i redditi di possedimenti terrieri, ed anche lo stipendio degli altri funzionarii consisteva soltanto in prestazioni in natura. Il diritto che i bojari avevano di optare per un altro principe fu assai presto limitato; tuttavia uno dei loro privilegi era ad es. quello di essere tassati più mitemente.
Tutti si consideravano, malgrado i privilegi e gli onori, umili schiavi del granduca; era questa una eredità del lungo giogo tartaro, e chi volle ribellarsi a tale umiliazione, come Nowgorod, pagò con l'esistenza stessa il suo amore di libertà.

Così a poco a poco si andò, instaurando in Russia una forma di dispotismo orientale, anche se alla dura scuola di questo dispotismo vennero pure poste le basi della grandezza della Russia.

Gli Slavi dunque si affacciarono alla soglia dell'epoca moderna suddivisi in due grandi Stati completamente nazionali, l'uno dei quali incarnava la civiltà latina ed occidentale, l'altro la civiltà greca ed orientale (ma nei difetti anche quella tartara).

L'avvenire avrebbe deciso a quale dei due sarebbe spettata l'egemonia sulla razza slava.

Se tutta questa trasformazione caratteriale degli slavi
era iniziata con l'arrivo a Rus dei popoli nordici
chi erano questi popoli nordici?

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