TABELLA BATTAGLIE NELLA STORIA

Battaglia di:    HASTINGS - COSTANTINOPOLI - PAVIA

LA COMPARSA DEI VICHINGHI 

ROMA -LA BATTAGLIA SARACENA DI OSTIA

BATTAGLIA DI HASTINGS

Data: 14 OTTOBRE 1066
Luogo: Hastings (piccolo villaggio inglese sulla Manica)
Eserciti contro: INGLESE e NORMANNO
Contesto: SUCCESSIONE AL TRONO D'INGHILTERRA

Protagonisti:
AROLDO II (re d'Inghilterra)
GUGLIELMO (duca di Normandia, aspirante al trono inglese)
ALANO DI BRETAGNA (Comandante normanno)
EUSTACHIO DE BOULOGNE (Comandante normanno)

La battaglia

La battaglia di Hastings ha rappresentato la conquista del trono d'Inghilterra da parte del duca di Normandia, Guglielmo, ai danni del re Aroldo II, considerato da molti un usurpatore. Costui, alla morte di re Edoardo il Confessore nel gennaio del 1066, si fece incoronare lo stesso giorno dei funerali.

Sicuramente Guglielmo aveva più diritti alla corona e così decise di attraversare la Manica e andare sul suolo inglese a dare battaglia.

Voleva farlo nella metà di luglio, ma il vento e il mare mosso lo costrinsero a rimandare la partenza che avvenne, invece, il 27 settembre del 1066, quando oramai dall'altra parte nessuno più si aspettava un'invasione.

Con un esercito di circa seimila uomini, composto da vassalli normanni, alleati bretoni e mercenari fiamminghi, Guglielmo e la sua flotta approdano, il 28 settembre, sul territorio inglese, precisamente a Pevensey, senza incontrare alcun ostacolo.

Nel frattempo, Aroldo II aveva dovuto far fronte all'invasione nel nord del paese da parte del re di Norvegia, Araldo Hardrada, riuscendo, il 25 settembre 1066, a sconfiggere il nemico e a ricacciarlo fuori dall'Inghilterra, uccidendo in combattimento il re di Norvegia.

Non cè neppure il tempo per riposare e raccogliere le forze, in quanto arriva la notizia che Guglielmo di Normandia era sbarcato e marciava verso Londra con il suo esercito.

Aroldo II si precipitò sulla strada del ritorno per affrontare il nuovo invasore.

Quando arrivò nel basso Sussex, metà delle sue forze, già decimate dalla precedente battaglia, erano ancora lontane e quindi si trovava ad affrontare Guglielmo in una condizione di netta inferiorità.

Forse per un eccesso di fiducia, Aroldo II invece di aspettare gli altri suoi uomini o di ritirarsi attirando i normanni più addentro in un paese ostile, preferì scontrarsi subito.

L'esercito di Guglielmo il Conquistatore era schierato in una vallata tra Telham Hill e una collinetta. Alla sua sinistra aveva messo i bretoni, comandati dal conte Alano di Bretagna, alla destra i mercenari francesi e fiamminghi agli ordini di Eustachio di Boulogne, e tenne il centro per sé con i suoi cavalieri normanni.

Di fronte, posto sulla collinetta, stavano i sassoni di re Aroldo II, circa cinquemila uomini logorati dalla lunghissima marcia e da una battaglia appena combattuta.

Alle 9 del mattino del 14 ottobre del 1066 si cominciò a combattere.

La prima mossa fu l'attacco alla collina da parte della cavalleria normanna, guidata personalmente da Guglielmo.

Dovendo però operare in salita, la cavalleria si trovò subito in difficoltà e il contrattacco dei sassoni provocò un macello. I soldati di Aroldo II cominciarono a inseguire giù per l'altura i nemici in fuga ma, rompendo la compatta formazione iniziale, si sparpagliarono, e Guglielmo, riunite le forze, li attaccò e annientò rapidamente gli isolati plotoni inglesi.

Questo primo episodio dello scontro aveva fornito a Guglielmo la chiave della battaglia. Ordinò ai suoi uomini di simulare la fuga e anche stavolta l'astuzia ebbe successo.

Le assottigliate file degli inglesi furono facile preda della fanteria e, soprattutto, della cavalleria normanna. Gli inglesi continuarono a battersi finchè Aroldo II non rimase ucciso sul campo. Verso sera, rimasti senza comandanti, i superstiti sassoni cominciarono a fuggire in disordine.

La battag'ia che decise la sorte dell'Inghilterra era terminata.

Guglielmo il Conquistatore, dopo la vittoria, entrò a Londra e il giorno di Natale del 1066 si fece incoronare re nella cattedrale di Westmister, ottenendo anche il riconoscimento dei conti inglesi.

Ecco come lo storico G. M. Trevelyan descrive i due eserciti che si fronteggiarono ad Hastings nel libro "Storia di Inghilterra":

"...L'assalto a quella collina si dimostrò un'impresa quasi al di sopra delle forze degli invasori, pur con tutta la loro superiorità rilevante di armi e di tattica. I due eserciti rappresentavano due diverse linee di sviluppo del tradizionale metodo di guerra nordico: i risultati, rispettivamente, di due diversi sistemi politici e sociali. Cavalieri normanni e "housecarls" inglesi (una guardia del corpo composta da fanteria professionale, con armi pesanti a cavallo, che riceveva la paga dal re) indossavano infatti un tipo di armatura difensiva assai simile: la prima cotta di maglia dei loro antenati comuni era stata allungata, e trasformata così in un indumento dello stesso materiale, che terminava in basso in un camice diviso da una spaccatura, adatto a montare a cavallo. Gli uni e gli altri portavano l'elmo conico e il nasale allora in uso, e reggevano scudi non più rotondi ma, nella maggior parte dei casi, di una nuova forma a cervo volante, lunghi e appuntiti, in modo da proteggere la coscia del guerriero a cavallo. Tutte due gli eserciti comprendevano anche un certo numero di uomini senza armatura o armati a metà, dotati di armi meno offensive: erano le truppe della leva in massa delle contee più vicine che in questa occasione venivano a ingrossare le file dell'esercito sassone"


BATTAGLIA DI COSTANTINOPOLI

Data: 29 MAGGIO 1453
Luogo: COSTANTINOPOLI (Capitale dell'impero romano d'Oriente)
Eserciti contro: BIZANTINO e TURCO
Contesto: I TURCHI AI CONFINI DELL'EUROPA

Protagonisti:
COSTANTINO XI PALEOLOGO (Imperatore bizantino)
GIOVANNI GIUSTINIANI (Capitano di ventura genovese, alleato dei bizantini)
MAOMETTO II (Sultano turco)

 La battaglia 

Alla battaglia di Costantinopoli, che ebbe il suo epilogo il 29 maggio 1453, ci si arrivò dopo un anno di assedio da parte dei turchi, da quando cioè, il 14 aprile 1452, il sultano Maometto II fece iniziare i lavori per la costruzione di una fortezza militare sulla sponda europea del Bosforo, a pochi chilometri da Costantinopoli.

Il sogno di Maometto II era quello di conquistare la città per farne la capitale dell'impero ottomano. Anche suo padre, Murad II, aveva tentato in passato la conquista, ma venne respinto.

Quando l'imperatore Costantino XI succedette nel 1448 a suo fratello Giovanni VIII, Costantinopoli era una città quasi in rovina, abbandonata da metà della popolazione, con scarsi commerci a garantirle la sopravvivenza. Era considerata imprendibile, dato che era circondata da alte e spesse mura, e fino all'avvento di Maometto II aveva saputo respingere molti tentativi di invasione.

Quando ancor prima del 1453 la situazione si fece seria, Costantino XI si rivolse all'Occidente perché si assumesse l'onere e l'onore di difendere la capitale d'Oriente. Egli offriva, in cambio di truppe e di navi, l'unione delle due Chiese, l'orientale e l'occidentale, che però non convinse i principi della cristianità, sempre divisi da discordie tra di loro.

Nel marzo del 1453 Maometto II pensò di essere pronto. Intorno a Costantinopoli aveva concentrato un esercito di circa centoventimila uomini. Inoltre poteva contare su centoquarantacinque navi e su potenti artiglierie.

Di contro, l'imperatore a Costantinopoli disponeva di poco più di seimila sudditi per difendere la capitale. Nonostante che nella città ci fossero anche dei genovesi (che abitavano nel quartiere di Pera) e veneziani, fu evidente che le città madri, Genova e Venezia, non si sarebbero mosse in aiuto dei propri sudditi che si erano stabiliti nell'Impero. Neppure Inghilterra e Francia sarebbero potuti venire in soccorso, in quanto ambedue erano appena uscite dalla guerra dei centanni.

Soltanto un famoso capitano di ventura genovese, Giovanni Giustiniani, mise a disposizione la propria spada, e un esercito personale di circa mille uomini, al servizio dell'imperatore, accorrendo a Costantinopoli. Era poco per difendere ventidue chilometri di mura dall'assalto di centoventimila musulmani.

Anche sul mare la differenza numerica delle forze era enorme. Come abbiamo già detto Maometto II disponeva di centoquarantacinque navi, mentre l'imperatore ne aveva a disposizione solamente ventisei, e per la maggior parte in cattivo stato. In quanto alle artiglierie, quelle di Costantino erano vecchie e scarse, mentre il sultano turco possedeva eccellenti e moderni cannoni e, grazie a un tecnico ungherese, aveva costruito un cannone con canna lunga più di otto metri, capace di sparare proiettili da mezza tonnellata a una distanza di oltre un miglio. Un prodigio, per l'epoca.

Mentre le mura potevano ben reggere, l'imperatore si preoccupò della difesa dal mare e fece tendere una grossa catena da punta Acropolis, limite meridionale del Corno dOro, a Pera, limite a nord.

Il 6 aprile del 1453 l'esercito ottomano si trovava a solo un chilometro da Costantinopoli e Maometto diede il segnale di inizio dell'assalto.

La prima mossa del sultano fu quella di mandare avanti la marina. Le sue navi tentarono di forzare il passaggio per entrare nel Corno dOro, ma vennero respinte dal cosiddetto "fuoco greco", frecce incendiarie lanciate da macchine speciali.

A sollevare il morale dei bizantini, oltre a questo iniziale successo, fu la riuscita, il 20 aprile, da parte di tre navi genovesi e una bizantina nel forzare il blocco ottomano e ad entrare così nel porto di Costantinopoli, dimostrando la possibilità teorica di portare aiuto agli assediati.

Nella notte tra il 21 e il 22 aprile avvenne la svolta decisiva della battaglia. Maometto II ebbe l'idea di trasferire parte della sua flotta all'interno del porto di Costantinopoli per via di terra, data l'impossibilità di superare l'ostacolo della catena all'ingresso del porto. Un'impresa ciclopica. A poco a poco i turchi riuscirono a trasportare nel Corno d'Oro ben settantadue navi. Le conseguenze per i bizantini che dall'alto delle mura avevano seguito per tutto il tempo l'incredibile manovra, erano chiare: la loro flotta, tagliata fuori; il quartiere era circondato e il tratto di mura da difendere si allungava di quindici chilometri.

L'attacco decisivo cominciò verso le due del mattino del 29 maggio 1453. I bizantini riuscirono, combattendo con coraggio, a respingere le prime due ondate d'attacco, ma alla terza, il valoroso Giustiniani rimase gravemente ferito e i suoi uomini cominciarono a sbandarsi.

La sfortuna o il tradimento volle che quella notte una delle porte all'estremità settentrionale delle mura fosse stata lasciata aperta. I musulmani la scoprirono e da quella porta si precipitarono all'interno della città, prendendo alle spalle i difensori. Costantino XI, accortosi di quanto stava succedendo, con la spada in mano e alcuni cavalieri al suo fianco, si precipitò addossò ai turchi. Scomparve nella mischia e solo dopo la battaglia verrà ritrovato il suo corpo, a cui verrà mozzata la testa per essere portata in trionfo dai vincitori.

Con questo episodio l'assedio ebbe fine. Costantinopoli era conquistata e Maometto II poteva vantare una delle più clamorose vittorie della storia. L'impero romano d'Oriente aveva cessato di esistere.
Ecco come Franz Babinger, nel libro "Maometto il conquistatore e il suo tempo", ci narra le ultime ore prima dell'assedio finale a Costantinopoli:

"...
Dal 26 maggio in poi si vedevano fino a notte fonda risplendere numerosi fuochi nell'accampamento turco, specialmente presso la Porta di San Romano, dove si trovava il sultano. L'intero esercito fremeva nell'ebbrezza gioiosa della promessa prossima conquista...Le grida e il giubilo del nemico erano così grandi che gli assediati credettero che il cielo stesse per aprirsi.

In quella terribile notte Giovanni Giustiniani Longo si adoperò senza posa a far chiudere le brecce nelle mura. Vicino alla Porta di San Romano, dove la muraglia era completamente in rovina, egli innalzò per mezzi di fasci di arbusti un nuovo vallo, dietro al quale si trincerò in un fosso. Giustiniani era una vera torre nella battaglia e perciò un bersaglio costante dell'astio dei suoi avversari. La fama del suo coraggio si dice essere arrivata fino al sultano, il quale cercò invano di corromperlo con oro. Ma di fronte alla pietosa condizione delle mura, che crollavano da tutte le parti, tutta la prudenza e la risolutezza del genovese e dei suoi aiutanti fu vana
".


BATTAGLIA DI PAVIA

Data: 24 FEBBRAIO 1525
Luogo: Nei pressi di Pavia
Eserciti contro: FRANCESE e IMPERIALE
Contesto: DOMINIO SUL DUCATO DI MILANO
Protagonisti:
FRANCESCO I (Re di Francia)
GUILLAME GOUFFIER (Ammiraglio di Francia)
ANNE DE MONTMORENCY (Maresciallo di Francia)
JACQUES DE CHABANNES (Duca di Palice, maresciallo di Francia)
Duca D'ALENCON (Maresciallo di Francia)
CARLO DE LANNOY (Vicerè di Napoli, comandante delle truppe imperiali)
CONNESTABILE DI BORBONE, CARLO III (Alleato degli Imperiali)
ANTONIO DE LEYVA (Governatore di Pavia)
FERDINANDO FRANCESCO DAVALOS (Marchese di Pescara)

La battaglia

La battaglia di Pavia può essere considerata la logica conclusione della campagna di Francesco I, re dei francesi, in Italia. Già nel 1515 il re di Francia era dovuto intervenire per riprendere il possesso del ducato di Milano dopo che, nel 1512, gli svizzeri e la Lega Santa guidata da Papa Giulio II avevano restaurato a Milano Massimiliano Sforza.

Con la vittoria nella battaglia di Marignano, il 13 settembre 1515, Francesco I imponeva ancora una volta il potere francese su Milano. Nel 1521, però, il ducato ritorna in mano agli Sforza, e precisamente a Francesco II, l'ultimo della casata.

Nel 1525 il re di Francia, trentunenne, decise di scendere nuovamente in Italia e di risolvere con la forza il problema del dominio sul ducato di Milano. Verso la metà di ottobre valica ancora una volta le Alpi. Egli è a capo di una formidabile armata, forte di diecimila uomini, di quattordicimila cavalieri svizzeri e di alcune migliaia di lanzichenecchi.

Di fronte stanno le forze di Carlo V, da cinque anni incoronato imperatore ad Aquisgrana, col quale si è schierato un traditore della Francia, Carlo III, il Connestabile di Borbone.

Francesco I entra a Milano senza colpo ferire. Solo la guarnigione imperiale, rinchiusa nel Castello Sforzesco, si arrende dopo sei giorni. Il 26 ottobre il re francese è tornato in possesso di Milano. Ora però il suo compito non è ancora finito. Bisogna sconfiggere definitivamente il nemico, per impedire il pericolo di un ritorno in forze degli eserciti di Carlo V. Ma quali erano questi eserciti? Prima di tutto le truppe del Connestabile di Borbone, poi gli spagnoli che sono riusciti a fuggire da Milano, e quindi i soldati di Carlo de Lannoy, vicerè di Napoli.

Francesco I sa benissimo che per essere padrone della situazione bisogna conquistare, soprattutto, la piazzaforte imperiale di Pavia. Quest'ultima, in mano al nemico, era difesa da una guarnigione di seimila spagnoli comandati da Antonio de Leyva, un illustre condottiero.

Così il re di Francia pone l'assedio a Pavia. Al suo fianco cè l'ammiraglio di Francia Guillame Gouffier, amico intimo e consigliere del sovrano, al quale sarà perdonata l'incapacità militare ed anche i cattivi consigli che egli dimostrerà durante la campagna.

Alle truppe di Francesco I si sono aggiunti i mercenari del capitano di ventura Giovanni dalle Bande Nere.

Alle spalle di questo esercito stanno le forze nemiche al comando di Lannoy e di Ferdinando Francesco d'Avalos, in attesa di rinforzi da parte dell'imperatore Carlo V.

L'assedio iniziò il 27 ottobre 1525 e durerà mesi, fino alla battaglia finale. I francesi hanno preso posizione: con seimila lanzichenecci Montmorency occupa i sobborghi meridionali di Pavia; il maresciallo de La Palice controlla a est la strada per Lodi; il duca D'Alencon occupa il parco di Mirabello, nel quale gli Sforza avevano costruito un castello; Francesco I e Gouffier avevano preso posizione a ovest.

Con il sopraggiungere del brutto tempo, che non favorisce sicuramente le operazioni di guerra, Francesco I si lascia convincere da Gouffier ad attaccare ugualmente Pavia. Tra il 6 e il 10 novembre avviene il primo attacco, ma i francesi sono facilmente ribattuti dagli assediati.

Passano altri due mesi di inerzia. Nessuno si muove.

Nel frattempo il Connestabile di Borbone riceve i rinforzi arruolati dall'arciduca Ferdinando in Germania e vanno a disporsi a fianco delle truppe di Lannoy. Francesco I, intanto, si trasferisce nel castello del parco di Mirabello.

Il 23 febbraio 1526 Lannoy e il Connestabile di Borbone decidono di dare battaglia. Nella notte una pattuglia di spagnoli penetra nel parco di Mirabello in modo di attirare su di sé l'attenzione dei francesi, mentre il grosso degli Imperiali attraversa il parco e avanza nella pianura per tentare l'accerchiamento del campo francese, costringendo così le truppe di Francesco I a lasciare le loro trincee e uscire allo scoperto.

Il re francese decide di andare all'assalto e si lancia ventre a terra con la sua cavalleria. Dopo il primo impatto a lui favorevole contro i cavalieri spagnoli, egli si trova ad affrontare il grosso della fanteria imperiale, mentre la sua non è ancora giunta sul luogo dello scontro.

Sotto l'impetuoso assalto dei soldati di Lannoy e del Connestabile, i cavalieri francesi crollano. Visto che le cose si mettevano male, gli alleati svizzeri abbandonano il campo di combattimento e fuggono in direzione di Milano. E un estremo corpo a corpo, con i fanti spagnoli avvantaggiati, per la maggior manovrabilità, sui cavalieri francesi, impacciati dalla corazza e dalle lunghe spade. E' un massacro.

Nello stesso momento dalle porte di Pavia escono i seimila spagnoli di De Leyva e irrompono nel combattimento. Per i francesi è la fine ed anche le loro fanterie, appena giunte sul posto, devono ripiegare precipitosamente.

Sono le nove del mattino del 24 febbraio 1526 e la battaglia di Pavia è già finita. In tutto è durata un'ora. I francesi lasciarono sul terreno circa diecimila morti.

Il re di Francia Francesco I viene fatto prigioniero e preso in consegna dal vicerè Lannoy, salvandolo da sicura mor
te. Lo deportano a Madrid. La vittoria di Carlo V ha delle enormi ripercussioni. Ha sconvolto l'equilibrio dell'Europa. La Francia che era considerata la prima potenza militare é sconfitta. Francesco oltre la deportazione viene persino umiliato, deve perdonare Carlo di Borbone, insediarlo nuovamente nelle sue terre, ed è costretto a lasciare in ostaggio i suoi due figli; inoltre è invitato a sposare la sorella di Carlo V, Eleonora. La vendetta di Carlo V, ora poteva estendersi anche a Roma contro CLEMENTE VII,  fargli arrivare una esemplare punizione con l'esercito mercenario dei   lanzichenecchi; quelli che erano stati a Pavia  i  "protagonisti".

Con la vittoria nella battaglia di Pavia, Carlo V sanciva definitivamente il suo potere in Italia.


( a cura di ENNIO DALMAGGIONI )
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le altre battaglie, 
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Bibliografia: “MILES” - Fabbri Editori - fondamentale.
"Storia Universale Marmocchi" - SEI Ed. 1855 
" Storia Universale Cambridge" - Garzanti Editori
"Grande storia Universale"-  Curcio Editore
Istoria dell'Antica Grecia e Romana, Conti Ed. 1822.
“Storia d'Italia” - Montanelli - Fabbri Editori.


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