La mitica ribellione dei Comuni tiranneggiati da Federico Barbarossa 

CONTRO L’AUTORITARISMO
IMPERIALE UN ARIETE
CHIAMATO 

LEGA LOMBARDA

Una durissima battaglia che vede il sovrano tedesco disarcionato e in fuga con il suo
esercito. è il 28 maggio 1176, i milanesi e i loro alleati riconquistano l’indipendenza

L’epopea della Lega lombarda, immortalata da Carducci ne “La canzone di Legnano” è tornata di prepotente attualità a causa delle vicende politiche del nostro Paese. Oggi, infatti, un partito politico ripete un nuovo giuramento negli stessi luoghi dove secoli fa i Lombardi decisero di unirsi in difesa dei propri diritti contro l’autorità imperiale: ma davvero in quello scontro germogliò una distinta identità regionale, o semplicemente le circostanze imposero la lotta per difendere le proprie particolari prerogative e non un inesistente bene comune? Per tentare di rispondere a questa domanda conviene andare a verificare come stavano le cose a quei tempi.

A metà del XII secolo l’impero viveva un momento di grande fermento. Da tempo la popolazione andava aumentando. Sotto l’egida di intraprendenti signori laici ed ecclesiastici, ma anche dello stesso imperatore Lotario di Supplimburgo, contadini in cerca di nuove terre da coltivare superavano le acque del fiume Elba, dilatando verso Oriente la nazione tedesca. Nuovi borghi e città nascevano e fiorivano grazie al rinnovato impulso della produzione e dei commerci. Laici e chierici si interrogavano su come seguire con fedeltà i precetti evangelici e nuovi ordini nascevano quindi con l’ambizioso intento di imitare gli antichi padri. In una realtà tanto dinamica anche il potere politico doveva subire una netta evoluzione. L’anarchia feudale cedeva dinanzi alla richiesta di interlocutori politici stabili e capaci. Il potere dei grandi principi si accresceva però in Germania, mentre in Italia, accanto all’aristocrazia feudale, che aveva i propri centri di potere nel contado, una lunga tradizione di vita cittadina aveva mantenuto attivi numerosi centri urbani, oltretutto sedi vescovili, che ora, grazie alla rinascita economica ed al rinnovato volume degli scambi internazionali, conoscevano un periodo di incomparabile rigoglio.

Da sempre orgogliosi della propria libertà, i ceti cittadini erano ben coscienti della differenza che intercorreva tra quanti vivevano ancora nella campagna, soggetti ad un signore, e chi esercitava liberamente la propria professione fra le mura cittadine, pur sottoposto all’autorità vescovile, che per concessione regia o di fatto si era estesa dal campo spirituale alla stessa amministrazione civile. Accanto al potere vescovile si era però lentamente affiancata una nuova magistratura, che rappresentava l’intera civitas e ne rappresentava le insindacabili prerogative: il consolato. Dapprima in collaborazione con il presule cittadino, poi in sostituzione ad esso, i consoli, eletti in numero variabile dall’assemblea della cittadinanza (Arengo), avevano competenze esecutive e di rappresentanza.
Esponenti soprattutto di un ceto feudale che si era precocemente inurbato ed aveva servito il vescovo, essi incarnavano le tradizioni di libertà ed autonomia proprie della vita cittadina italiana. Essi erano il braccio del governo, organizzato, come poi si sarebbe detto, in “Comune”. Tra le città comunali una posizione di preminenza spettava a Milano. Forte della strategica posizione geografica ed ammantato del prestigio di ospitare la sede metropolitana di Ambrogio, il capoluogo lombardo aveva eletto i primi consoli sul finire del XII secolo, espressione del ceto dei cosiddetti “capitanei”, ma anche di quei semplici cives (mercanti, artigiani e soprattutto uomini di legge e di cultura), che con la propria opera costruivano ogni giorno la fortuna della città.

Splendidamente dotata di chiese ed edifici pubblici, cinta da poderosa mura, famosa per la stessa urbanità dei propri abitanti, Milano era a ragione già stata celebrata come una seconda Roma. Il dinamismo dei ceti cittadini e la loro apertura verso nuove istanze era infatti manifesta da tempo. Non erano stati forse i valvassori milanesi ad ottenere l’ereditarietà dei propri feudi dall’imperatore Corrado II? Non erano stati i patarini milanesi, guidati da Arialdo ed Erlembaldo, a riaffermare, anche con la spada in pugno, la moralità del clero? Anche sul versante comunale i milanesi avrebbero ben presto fatto sentire la propria voce. “Fra tutte le città di Lombardia oggi Milano è quella prima. Essa viene reputata la più importante non soltanto per la sua grandezza e per la sua ricchezza di uomini valorosi, ma anche perché ha ridotto sotto il proprio controllo due città vicine, Como e Lodi, site nel medesimo territorio. E per i successi ottenuti si è a tal punto gonfiata di superba temerarietà che non soltanto non si trattiene dall’attaccare i vicini, ma nemmeno teme la maestà del sovrano.”

Con queste parole Ottone di Frisinga, zio dell’imperatore Federico, descriveva quindi Milano, ben consapevole dello scontro che sarebbe sorto tra questi due irriducibili contendenti. “L’imperatore romano, incoronato da Dio, grande e Pacifico, trionfatore glorioso ed accrescitore dell’Impero” Federico di Hohenstaufen salì al trono tedesco nel 1151 a trentadue anni. Le fonti medievali ce lo descrivono di media statura, fulvo di capelli e di barba e da questo poi gli sarebbe derivato il soprannome di “BARBAROSSA”. Energico e pragmatico, egli si sarebbe adoperato durante tutto il proprio regno per ristabilire l’univocità del potere regio nei propri domini. Già da due secoli la corona di Germania e quella d’Italia erano strettamente legate, ed alla seconda in particolare si accompagnava la concessione da parte del pontefice romano della suprema dignità, quella imperiale.

Tutt’altro che semplice era però imporre tale autorità a coloro che spesso solo nominalmente ne riconoscevano l’imperio. In Germania la feudalità da sempre gelosa della propria indipendenza, aveva a lungo approfittato delle lotte per la successione imperiale per svincolarsi dalla scomoda tutela regia. Gli ampi possedimenti territoriali e le potenti clientele militari l’avevano appoggiata in questa azione e ne avrebbero sostenuto le rivendicazioni anche in futuro. In Italia la situazione era resa ancora più complessa dalla presenza dei Comuni, che da tempo si erano appropriati di prerogative proprie dell’autorità pubblica, come la riscossione di multe ed ammende, l’amministrazione penale e l’iniziativa nella costruzione di opere pubbliche.

La consuetudine, la memoria della città, ne assicuravano la spettanza alle autorità locali; il diritto le faceva però risalire alla suprema fonte di ogni potestà temporale: l’Impero. Federico, ben consapevole dei propri diritti, non avrebbe accettato alcun compromesso ed avrebbe domato ogni ribellione, certo dell’insindacabilità del potere che Dio gli aveva concesso. Alla dieta imperiale di Costanza nel 1153 ambasciatori dei lodigiani avevano lamentato la protervia dei milanesi, che avevano tolto alla loro città il mercato. Ne ottennero quindi la restituzione da parte dell’imperatore, ma, tornati in patria, vennero accolti a male parole e quando sopraggiunse un nunzio del re “tutti come muti, guardandosi l’un l’altro, stettero qualche tempo senza dir parole per la grande tristezza e soprattutto per timore dei milanesi”. Il potere di Milano era quindi tanto forte da intimidire gli abitanti delle altre città, pur sostenute dall’imperatore stesso. Per questo esse guardavano con speranza oltralpe in attesa che il nuovo re rivendicasse quanto gli spettava e vendicasse tutte le offese subite da parte dei milanesi. Federico scese in Italia per la prima volta nel 1154.

Convocata la dieta del regno nella piana di Roncaglia, qui ricevette i propri vassalli ed i rappresentanti delle città. Fra essi anche i superbi milanesi, che con un ingente versamento di denaro speravano di vedersi riconosciuti i diritti imperiali da tempo usurpati. Ed ecco che invece la loro richiesta fu sprezzantemente respinta e la loro città messa al bando. La fedele Tortona fu attaccata dagli imperiali e rasa al suolo. Federico si lasciava quindi alle spalle la Lombardia, dove i Comuni rivali di Milano rialzavano baldanzosi il capo, e si dirigeva a Roma per esservi solennemente incoronato imperatore. Sordi alla reprimenda imperiale i milanesi non avevano però cessato di molestare i Comuni vicini, arrivando perfino ad assediare il castello di Vigevano.
Lontano l’imperatore, i suoi antagonisti erano tornati all’antica sudditanza, tanto è vero che i Cremonesi, che avevano traversato l’Adda, vedendo alzarsi un gran polverone, scambiarono un “grex belluarum” per i terribili milanesi e se la diedero a gambe. 

Quattro anni dopo, Federico faceva quindi ritorno in Italia, ben deciso a domare la pervicace resistenza dei milanesi. “Non ci mosse il desiderio di potere, ma la violenza feroce della ribellione. E’ Milano che vi trascinò fuori dalle vostre case, che vi strappò al dolce abbraccio delle vostre famiglie, che vi costrinse ad affrontare tutte queste fatiche con la sua irriverenza e temerarietà” avrebbe affermato lo stesso Barbarossa rivolto ai suoi soldati italiani e tedeschi.

Cominciò quindi l’assedio alla città e molti Comuni lombardi vi diedero il proprio appoggio. “Non come popolo affine, non come un avversario interno, ma come contro nemici esterni, come contro popoli di un’altra stirpe incrudeliscono tanto contro quelli del loro sangue come non si dovrebbe fare neppure con i barbari” si stupiva dolorosamente un contemporaneo, vedendo l’astio con cui le città lombarde combattevano contro Milano. Infine la città si arrese e Federico poté celebrare il proprio trionfo in una nuova dieta a Roncaglia, dove i giuristi dell’università di Bologna riconobbero i supremi diritti dell’imperatore. Federico emanava quindi la Constitutio de regalibus e la Constitutio pacis, con cui avocava all’impero i diritti e le riscossioni (regalie) di cui i Comuni si erano appropriati e proibiva le guerre interne e le leghe tra città.
Milano usciva da Roncaglia offesa, ma non doma. Ben presto le sue forze avrebbero infatti assediato il castello di Trezzo, mentre il Barbarossa attendeva impazientemente a Lodi i rinforzi richiesti in Germania. Il conflitto doveva essere ulteriormente complicato dal sopraggiungere di uno scisma. Alla morte di Adriano IV i fautori di una politica conciliante verso l’imperatore si pronunciavano a favore dell’elezione a pontefice del romano Ottavio Monticelli, mentre una parte consistente dei consensi si rivolgeva verso il senese Rolando Bandinelli.
Due papi si contendevano quindi il soglio di Pietro, Vittore IV ed Alessandro III. Contrasto politico ed opposizione religiosa si sarebbero fusi in un unico conflitto, senza esclusione di colpi. Nel frattempo, l’imperatore veniva scomunicato e Milano tornava ad essere punto di riferimento degli oppositori del Barbarossa. Il notaio Burcardo non per nulla annotava: “Vinta Milano, abbiam vinto tutto.” Con l’intenzione di fare il vuoto intorno al capoluogo lombardo l’imperatore pose l’assedio ad una delle sue più fedeli alleate: Crema. Nel tentativo di portare gli assediati alla resa, Barbarossa non esitò ad esporre i prigionieri cremaschi sulle proprie macchine da guerra. Eppure, senza esitazione, i loro stessi concittadini, amici e parenti non esitarono dagli spalti ad attaccare le torri, martoriando i corpi di quegli innocenti scudi umani con i propri dardi. Era infine il momento della resa. E della vendetta.
Presa d’assedio dagli imperiali, anche Milano era costretta a capitolare e nei suoi confronti era decretata la più esemplare delle punizioni. Malgrado i milanesi avessero giurato fedeltà a Federico, gli avessero consegnato ostaggi e perfino le chiavi della città ed il Carroccio, simbolo dell’indipendenza comunale, la città, eccettuate solo le chiese, doveva essere rasa al suolo. I lombardi si accinsero quindi a mettere in pratica l’ordine dell’imperatore. “Tutti si applicarono con tanto zelo a questa distruzione che, nella successiva domenica degli ulivi, avevano già abbattuto un tratto delle mura cittadine così grande che, da principio, nessuno credeva potesse venir demolito in meno di due mesi.(...)
I lodigiani, memori dei passati innumerevoli dolori che i milanesi avevano una volta inflitto loro, non solo abbatterono completamente la Porta Orientale che era stata loro commessa da distruggere, ma demolirono anche gran parte della Porta Romana”. I cittadini milanesi si sparsero quindi tutt’intorno, rifugiandosi nei borghi vicini. Le città dell’Italia settentrionale si affrettavano quindi a prestare giuramento di fedeltà al Barbarossa, ma il malcontento era palpabile in uno schieramento che mal sopportava la protervia di qualsiasi padrone, fosse questi la superba Milano o la sacra persona dell’imperatore romano. Notava infatti un cronista: “I lombardi tra tutti gli altri popoli godevano della singolarità della libertà, per odio contro Milano rovinarono insieme a Milano e si sottoposero miseramente alla servitù dei tedeschi.” Verona, Padova, Vicenza e Venezia formavano così quella che è stata chiamata “Lega veneta”, che, priva di forze militari e nata da una contingente necessità di difesa, avrebbe comunque rappresentato un primo esperimento verso forme di aggregazione più efficienti e temibili. L’esosità delle esazioni imperiali, l’indebolimento del fronte di Federico, che doveva affrontare anche la ribellione in Germania di Enrico il Leone, e la rinnovata vicinanza tra Alessandro III e Milano avrebbero ulteriormente favorito la ribellione dei lombardi contro il dominio imperiale.
Quando Barbarossa, tornato in Italia, non prese provvedimenti davanti alle lagnanze dei Comuni, la delusione di questi fu cocente. Cominciarono ad intrecciarsi tra città e città segreti scambi di lettere e promesse. Gli interessi particolari venivano lentamente lasciati da parte, antiche diffidenze si scioglievano davanti al crescente rancore verso gli imperiali. Si costituiva così con un solenne giuramento la LEGA LOMBARDA, o Societas Lombardiae, che, volenti o nolenti, venne a rappresentare i maggiori Comuni e signori dell’Italia settentrionale. Perfino Lodi, da sempre fedelissima all’imperatore entrò a farne parte, anche se costretta con la forza.
Si creava anche un nuovo collegio, quello dei rettori, i rappresentanti di ogni città aderente, preposti alla gestione delle attività della Lega, dei rapporti tra i suoi componenti e gli organismi esterni. Gli stessi contemporanei guardavano alla Lega con crescente stupore. In un’età in cui la patria corrispondeva essenzialmente al limitato spazio stretto tra la cinta muraria cittadina, in cui l’universalità era un concetto astratto, spesso arma di poteri dispotici, i lombardi seppero superare radicate e profonde divisioni per “diventare un solo corpo”, come afferma un cronista dell’epoca.

Il primo atto della Lega è quello di ricostruire la città che in fondo era stata l’ispiratrice di questa resistenza: Milano. I componenti della Lega, infatti, “stabilirono di recarsi tutti in un certo giorno a Milano, di far rientrare i milanesi nella loro terra, di aiutarli a rialzare i fossati e di rimanere con essi fino a quando non si fossero sentiti di resistere da soli in città. (...) Giunto che fu il termine stabilito, tutti quei cittadini vennero a Milano con i vessilli e fecero entrare con grande gioia e letizia i milanesi in città e compirono bene e gioiosamente tutto quanto avevano promesso.” I milanesi tornavano quindi a vivere sul suolo patrio, innalzando semplici baracche, dove un tempo maestosi edifici romani avevano adornato la capitale dell’impero. Le mura venivano ricostruite, nuovo baluardo dell’orgoglio lombardo. Un’altra città sarebbe però divenuta, insieme a Milano, il simbolo dell’irriducibilità dei lombardi: Alessandria. Fondata dalla Lega con il preciso intento di occupare una posizione strategica e di ostacolare il marchese di Monferrato, partigiano imperiale, la nuova città prese inoltre il nome del papa ribelle, che aveva rifiutato ogni compromesso con Federico. Doppia era quindi la sfida che la Lega aveva lanciato con quest’atto. Inutilmente le truppe tedesche si sarebbero radunate sotto le mura di Alessandria, come se l’incarnazione di questa nuova e strabiliante unità lombarda non potesse davvero cedere in alcun modo al nemico. 

(dobbiamo però fare una pausa  e soffermarci su un precedente interessante. Quanti nostri connazionali (e forse lo stesso Bossi ) sanno che questa Lega tutta lombarda è stata concepita ed è nata in Ciociaria, precisamente in Anagni?
Ecco allora a riproporre qui, sinteticamente, la genesi della Lega, oggi tanto seguita, quanto discussa.
Nell' estate del 1159 Papa ADRIANO IV - già cardinale NICHOLAS BREAKSPEARE, unico pontefice inglese nella storia della Chiesa - si trovava in Anagni dove solitamente usava risiedere sia per la mitezza del clima che per la sicurezza del luogo.
Era tutto preso a preparare i piani di difesa, ma anche di controffensiva contro il sempre più invadente e minaccioso imperatore svevo FEDERICO BARBAROSSA, già calato più volte in Italia e particolarmente pericoloso lungo le vallate padane. Per concretizzare subito un'azione decisiva nei confronti dello Svevo, il Papa convocò in Anagni i rappresentanti ( o Legati) delle città ( o meglio dei Comuni lombardi di Milano, Brescia, Cremona, Piacenza e Mantova per discutere il da farsi e predisporre un opportuno piano di difesa contro l'Imperatore invasore. Il 19 agosto di quel 1159 tra il pontefice ed i Legati veniva sottoscritto il primo Pactum Anagninum che sanciva la costituzione ufficiale di una Lega tra Comuni lombardi e il Papato contro l'imperatore Barbarossa. L'anno successivo ( il 24 marzo ) la Lega ebbe la definitiva investitura con l'apposita bolla papale - promulgata sempre in Anagni alla presenza di tutti i vescovi lombardi - ma con il nuovo papa, ALESSANDRO III, successore da alcuni mesi di ADRIANO IV. E questo fu il secondo Pactum Anagninum.  Il resto è noto. Sedici anni più tardi ( maggio 1176 ) l' esercito della Lega Lombarda, all'insegna del Carroccio sconfigge definitivamente, nella battaglia di Legnano, il Barbarossa. Alla vittoriosa impresa partecipa anche un contingente di fanti laziali inviato dal Papa tra cui 400 anagnini guidati da GIOVANNI CONTI , legato e segretario di Alessandro III. A tangibile ricordo della Lega Lombarda in Anagni permane oggi, possente ed austero, il Palazzo Civico, dove ha sede il Comune, eretto da MASTRO JACOPO da Iseo, architetto e diplomatico lombardo, e anche lui un protagonista, qui in Ciociaria, di quegli eventi memorabili. (Ivan)
(Vedi  sito di ANAGNI  ( esterno - Ndr.)  

Fallito ogni tentativo da parte dell’imperatore di riaccendere le antiche animosità tra i Comuni lombardi, non rimaneva che lo scontro diretto:
La suprema autorità temporale del mondo medievale contro i liberi Comuni italiani, protetti dalla benedizione papale e sorretti dalla convinzione di lottare per la propria stessa esistenza. Mentre il Barbarossa muoveva incontro ai rinforzi che gli dovevano pervenire dalla Germania, l’esercito della lega, per scongiurare l’unione dei due contingenti nemici, mosse per intercettare l’imperatore. All’alba del 28 maggio 1176 le truppe lombarde attaccarono gli imperiali presso Legnano. L’esito della battaglia dapprima fu incerto. Riorganizzatisi intorno al Carroccio, un poderoso carro su cui era issato lo stendardo comunale e sormontato da una croce, i lombardi passarono all’attacco. Lo stesso Federico era coinvolto nella mischia ed era disarcionato. Privi della loro guida, i tedeschi prendevano la via della fuga, inseguiti dalle truppe della Lega.
Il Barbarossa, dapprima creduto morto nella mischia, riusciva comunque a salvarsi, ma il suo prestigio e la sua potenza erano irrimediabilmente compromessi. Legnano aveva aperto la strada alla riappacificazione tra i due opposti fronti. Dapprima Alessandro stipulò una tregua settennale con l’imperatore. Infine i Comuni lombardi ottennero il definitivo riconoscimento delle proprie prerogative e libertà con la pace di Costanza (1183). Strumento creato per la guerra, la Lega aveva dimostrato una forza di azione politica e diplomatica capace di mettere in ginocchio la prima potestà terrena del tempo.

A Costanza essa tuttavia accettava di muoversi all’interno dell’organismo imperiale. I Comuni, infatti, non avevano mai voluto sopprimere l’ordinamento di cui Federico era a capo, ma vedervi legittimate le consuetudini di indipendenza ed autonomia già da tempo acquisite. Colto questo fondamentale successo, la Lega, che non era nata quale organismo perpetuo, poteva essere mantenuta e rinnovata, ma fatalmente perdeva lo slancio e l’aura di eroismo, che la lotta per l’indipendenza le aveva conferito. Tre anni dopo quell’accordo, proprio a Milano si celebrava con la massima solennità il matrimonio tra il figlio di Federico, Enrico, e l’erede normanna dell’Italia meridionale, Costanza. Il Barbarossa avrebbe poi preso la croce e sarebbe morto in Terrasanta, mentre si faceva portatore del dovere imperiale di difendere la vera fede contro i suoi nemici. Il suo regno, dopo una lotta tanto lunga ed aspra, pareva quindi concludersi nel segno della riconciliazione tra Papato ed Impero, tra sovrano e sudditi. Davanti ad un nuovo, intransigente assertore dell’universalità del potere imperiale, Federico II, nipote del Barbarossa, la Lega sarebbe però risorta per difendere i propri diritti, riconosciuti a Costanza. Federico si sarebbe battuto contro di essa per tutta la propria vita ed a Cortenuova sarebbe riuscito a riportare un successo indiscusso.

“Allorché spavento e frastuono rimbombarono al nostro arrivo come tuoni nel cielo, con tale rapidità essi (i lombardi) si volsero alla fuga che fino al loro Carroccio, che avevano mandato innanzi a Cortenuova, nessuno dei fuggitivi riuscì a vedere in faccia uno dei nostri. E quando noi, col nucleo del nostro esercito, credemmo di dover correre in aiuto dei nostri, trovammo le strade ostruite da cavalli vaganti senza cavalieri e ostruite da cavalieri disarcionati e massacrati nella mischia. Dopo aver fatto rialzare i caduti e averli incatenati, ci rivolgemmo al Carroccio, che trovammo a Cortenuova, difeso da baluardi e terrapieni, circondato da un’infinità di cavalieri in lotta.” 

Così Federico descrive il proprio successo. Solo l’improvviso salire della nebbia aveva salvato il Carroccio dal cadere nelle mani del nemico, ma non per questo la vittoria imperiale era stata meno netta.
L’ebbrezza della vittoria spinse il sovrano a rifiutare le generose, quasi umilianti, offerte di Milano in cambio della pace. “Da quel momento l’imperatore perdette il favore di molti perché era divenuto un crudelissimo tiranno. I milanesi si sentirono più forti a causa dell’umiliazione patita, e vedendo che ne andava della loro vita, procurarono di armare se stessi e la città con maggiore zelo di prima e protessero la loro città con armi e con fossati e stringendo alleanze con altri Comuni.” La Lega era stata dunque vinta, ma non piegata. Il conflitto si sarebbe prolungato oltre la morte dello stesso Federico II, trovando un nuovo antagonista dei Comuni in Ezzelino da Romano, infine sconfitto a Cassano d’Adda (1259).

Alcuni storici hanno voluto vedere nella Lega lombarda il primo baluardo di un’identità italiana, capace di contrapporsi con successo allo strapotere dello straniero. In realtà essa fu l’espressione di diverse coscienze municipali in lotta per i propri diritti, consapevoli tuttavia della necessità dell’unità per poter raggiungere la vittoria. La capacità di superare rivalità e discordie fu infatti il principale presupposto del trionfo di Legnano e della lotta ad oltranza contro Federico II. Eppure, superato il bisogno contingente, questo organismo sovranazionale (ogni città era infatti allora una piccola natio) perdeva la propria ragione d’essere. Si apriva ormai una nuova e non meno travagliata epoca le cui lotte avrebbero portato all’affermazione delle signorie prima e degli stati regionali poi. Il tempo dell’eroismo cittadino, ma anche del calcolo e dell’interesse, si chiudeva per inaugurare un’età in cui la politica ed il pensiero avrebbero concepito orizzonti sempre più ampi. Paradossalmente, la stessa creazione della Lega lombarda aveva dimostrato che il particolare poteva essere superato verso nuove, più ambiziose e complete realizzazioni.

di ELENA BELLOMO

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