Una pubblicazione che tratteggia la rozzezza psicologica del regime

 IL FASCISMO IN CARTOLINA

 

Raccolti in volume centinaia di "pezzi" con i quali la dittatura si autocelebrava e veniva celebrata.
Ritratto di un regime afflitto da bullismo

 

                                          "Vivace testa geniale con forti capelli scomposti
                                         
occhi ardenti fieri ed ingenui, che non ignorano
                                         
l'ironia / Bocca sensuale ed energica, pronta a
                                         
baciare con furore, a cantare con dolcezza e a
                                         
comandare imperiosamente / Elasticità di muscoli
                                          
asciutti, irradiati di fasci di nervi ultrasensibili / Cuori
                                         
di dinamo, polmoni pneumatici, fegato di leopardo /
                                         
Gambe di scoiattolo, per arrampicarsi a tutte le cime e
                                         
per scavalcare tutti gli abissi / Eleganza sobria virile e
                                         
sportiva, che permette di correre, di lottare, di
                                          
svincolarsi, di arringare una folla".

Da dove viene questo soufflé di parole? Da una pagina di Liala, dalla "base" di uno spot pubblicitario, da un mozzicone di telenovela, dal delirio di un narcisista?

 

Ebbene no. Queste righe dettano agli italiani i caratteri fisici del prototipo maschile fascista. Le scrive nel 1919 Mario Carli, autore alla ricerca di successo, sul "Manifesto dell'Ardito-Futurista". Ma non è proprio così il macho intruppato nelle squadre d'azione di Benito Mussolini, l' "uomo della provvidenza" sceso in campo per salvare l'Italia dalle orde bolsceviche. Anzi. Alle volte è piuttosto bruttarello, ha tratti plebei, l'espressione fra il tonto e il torvo, spesso è un po' rachitico perché, salvo eccezioni, non è figlio di ricchi e di proteine e vitamine ne ha viste poche. Ma ce la mette tutta per adeguarsi al diktat estetico di Carli e di Lui, il Mito, il Condottiero, il novello Cesare. E così assume pose marziali, gonfia i polmoni a quattro atmosfere, fa la faccia trucibalda, spinge in avanti la mascella fino allo spasimo, spalanca e sbarra gli occhi sui quali fa scendere sopracciglia minacciosamente arcuate. In verità nemmeno l'immagine del duce si attaglia ai "caratteri fisici dell'Ardito Fascista": egli ha un testone pelato, torace a botte, fianchi larghi, gamba corta, movimenti legnosi, il tutto sapientemente nascosto da rutilanti uniformi, da berretti o elmetti sui quali stende maestosamente le ali l'aquila imperiale, che i "disfattisti" antifascisti chiamano "il pollastro".

FIUMI DI RETORICA Testo e immagine vengono dalle pagine di un paziente e importante lavoro di Enzo Nizza ("Autobiografia del fascismo" e "Autobiografia della Terza Italia", Edizioni La Pietra, 2 volumi, Lire 100.000) grazie al quale l'autore ha raccolto centinaia di cartoline illustrate edite fra il 1885 e il 1945. Sono immagini che, per la loro immediatezza, più di un testo storico fanno capire i meccanismi psicologici ed economici che hanno indotto gli italiani a consegnare il Paese a un uomo incapace di giocare le grandi partite politiche internazionali ma abilissimo nei produrre grandiose fiamme retoriche alla fine delle quali rimaneva soltanto un topolino arrosto. Di grande aiuto, quando si scorre questo "album di famiglia" del fascismo, le brevi annotazioni di Ruggero Zangrandi, uno dei più credibili studiosi del "ventennio".

 

 

Che cosa, dunque, ha spinto milioni di persone, la maggioranza degli italiani, a far gregge dietro il pifferaio magico che ha portato le vittime verso l'abisso? Cartoline e foto parlano chiaro, fanno venire a galla la fragilità della cultura collettiva, la grande insicurezza di un popolo schiacciato da una storia che gli ha impedito di maturare e conquistare coscienza critica, identità individuale e nazionale. Un popolo ancora oppresso da tabù politici, sociali, religiosi e sessuali. Un popolo nel quale convivono una piccola e media borghesia penosamente snob, tormentate da fantasie d'affermazione continuamente frustrate, e un basso ceto divorato dalla miseria, ridotto in un'umiliante condizione di subalternità. Ecco dunque il bisogno del mito, del grande condottiero, di far parte delle "quadrate legioni" che marciano alla conquista dell'impero, la prepotente esigenza d'identificazione con il duce. E' il desiderio d'avere il padre-guida, che deresponsabilizza ma fa anche restare eterni fanciulli.

Perciò gli italiani, giovani e non, s'individuano in figure stereotipate, ingessate e risibili, simili a quella del giovane "eroe" in camicia nera, fez, macro-distintivo del partito e faccia simil-feroce, il quale fa scudo con il proprio corpo ad una fragile fanciulla. Sull'amena scenetta domina la scritta: "Onde si leva per la difesa con il pugno teso dei forti".

Per non dire del cartoncino dal quale il duce guarda il suo popolo con occhio severo e magnetico mentre, di lato, una scritta encomiastica recita: "Sguardo che ammalia / Petto che impone / Anima, mente / Cuore di prode / Cuor di leone / Mano di ferro / Voce che taglia / Penetra e vuole".

UNA DOMANDA INQUIETANTE Una voce il cui volere risuona in una storica foto dell'aula dove il Tribunale speciale per la difesa dello Stato fascista (che in 16 anni d'attività emetterà 42 condanne a morte, 3 ergastoli e 27.735 anni di carcere) nel 1927 infligge 9 mesi di galera ciascuno a due manovali colpevoli di aver mugugnato sul duce, dicendo: "Li mortacci sui, ‘sto puzzolente ancora non l'ha ammazzato nessuno!".

 

                                    Ma perché quest'ingratitudine verso l'uomo della  provvidenza? La vittoria di Mussolini non poggia soltanto  sul consenso ingenuo del ceto medio-piccolo ma anche su quello calcolato degli industriali. E a questi il dittatore deve saldare il conto attraverso finanziamenti statali ed altre regalie: una delle quali consiste nella generale riduzione dei salari (decretata nel 1926 con il pretesto di "difendere la lira") che immiserisce il già basso tenore di vita degli operai e dei braccianti.

                                    L'immagine che abbiamo ricordato rappresenta una delltante forme di violenza sulle quali si regge il fascismo. E,  paradossalmente, è proprio questo l'aspetto che maggiormente affascina piccola borghesia e sottoproletariato, due categorie sulle quali la frustrazione pesa di più, sia pur per ragioni molto diverse: la violenza di gruppo, che lo Stato autorizza a proprio favore, diventa il veicolo attraverso il quale il frustrato s'illude di liberarsi dal proprio senso d'impotenza e d'inferiorità, di poter diventare  un piccolo duce.

E Mussolini "lavora" sulla trasformazione dell'agnello in lupo: "E' evidente che noi, per imporre le nostre idee ai cervelli, dovevamo a suon di randello toccare i crani refrattari". Accanto alla citazione, le cartoline che ritraggono due manganellatori, in posa con piglio tracotante. Così, immagine dopo immagine, l'album di famiglia del fascismo finisce per dare un ritratto degli italiani di allora, del loro male oscuro. Chiudendolo, s'insinua nella mente una domanda inquietante: possono reincarnarsi i fantasmi racchiusi in questo libro?

   

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 


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