il Risorgimento ! ( E poi? )
GARIBALDI

E' DISPONIBILE DA OGGI IL
MEMORIALE DI GARIBALDI
(circa 2000 pagine di memorie - 1400 immagini)
più 356 discorsi, proclami, inteventi alla Camera
e i ritratti di tutti i Mille
(VEDI QUI )


 Il Risorgimento come motivazione etica di un popolo, nasce in sordina nel 1821, ma termina nel 1943.
 Virtualmente è ancora oggi una  Italia unita, ma l' individualismo del singolo, piccoli gruppi (ieri una casta, una signoria, una nobiltà, oggi potenti gruppi economici oligarchici) o egocentrismi  regionali (ieri Comuni, Signorie, Ducati, oggi feudi elettorali) seguitano ad avere spinte secessionistiche.
Termina nel 1943, perchè l' 8 settembre lacerante ha portato l'Italia, il Sud, la Sicilia, nuovamente a un passo dalla frattura (per oltre un anno il nord fu separato dal sud); poi un dopoguerra nella riunita Italia che fu deprimente e uguale per tutti; poi un trentennio stimolante quasi uguale per tutti;  infine chi si è trovato nel punto geografico giusto, in quello geopolitico più fortunato (col padrino giusto) ha fatto passi da giganti nella prosperità; ed ecco ritornare i personalismi, e ai regionalismi che sono ancora tutti un'incognita per l'Italia di domani.
L'ideale della "coscienza nazionale" del Risorgimento c'è o è stata una illusione? E il popolo c'era o fu utilizzato a fare la comparsa, mentre nei Palazzi si univa l'Italia (degli affari)?


Dal 1821 al 1870 si compie
quello che molti definirono "il miracolo" dell'Unità d'Italia.
Il Risorgimento non fu solo un fatto politico, ma soprattutto fu una grande affermazione di eterni valori, di umanità.

La Rivoluzione francese (1789) é l'avvenimento che rompe l'equilibrio della vecchia società europea: essa apre l'era moderna, nella quale il sistema sociale si modifica profondamente. Alle monarchie assolute, agli stati dispotici, ai sovrani poco  illuminati, al potere esercitato esclusivamente dai gruppi  aristocratici-nobiliari, subentra un sistema più flessibile, che rinnega il "diritto divino" del sovrano e afferma, per contro, che il potere é esercitato per delega del popolo.  Esso é quindi un esercizio e non un diritto; viene affidato attraverso la scelta (elezioni) cui partecipa tutta la collettività.


La Rivoluzione francese fu come il dilagare di un impetuoso uragano su una pianura colma di messi: le idee rivoluzionarie si diffusero ben presto in tutta Europa. In Francia dopo molteplici vicende (la rivoluzione, la soppressione della monarchia, il terrore, la convenzione, il direttorio) Napoleone Bonaparte riassunse in sé tutto il potere dello Stato. Sarebbe facile dire, che il dispotismo napoleonico era soltanto un nuovo assolutismo in luogo del vecchio potere regio: in realtà anche se l'impero napoleonico si costituiva sotto le apparenze di una concentrazione del potere di tipo autoritario (che ricordava l'Impero Romano) esso rappresentava un fatto nuovo, una specie di parentesi provvisoria destinata a rafforzare le conquiste della rivoluzione. (questo, Napoleone lo sapeva benissimo, le sue riflessioni nelle Memorie, sono profetiche. E oggi a cosa tendiamo? A una UNIONE EUROPEA, che prima o dopo avrà un unico capo quando salirà al potere un uomo forte. Nel 1940 si era già sfiorata questa tendenza, proprio perché gli altri governi erano deboli, poveri, e alcuni anche  "accattoni" oltre che ambigui.  Ma anche quelli di oggi pur forti nell'economia, e forse anche capaci di condizionarla, sono incapaci di esprimere una politica forte nei confronti di un paio di nazioni che o per tradizione o perché equivalenti come forza non vogliono sentirsi subalterne ed aspirano come allora all'egemonia del vecchio continente. 

Come non ricordare queste frasi di Napoleone"... per istituire la nazione italiana io ho impiegato vent'anni, quella dei Tedeschi esige ancor più pazienza (venne poi ne 1870 - ndr.), io ho potuto soltanto semplificare la loro mostruosa complicazione. Con ciò io volevo preparare la fusione dei grandi interessi dell'Europa, così come avevo in Francia uniti i partiti...Il malcontento delle popolazioni poco mi preoccupava, il risultato le avrebbe di nuovo ricondotte a me...." 
"... L'Europa sarebbe diventata di fatto un popolo solo; viaggiando ognuno si sarebbe sentito nella patria comune... Tale unione dovrà venire un giorno o l'altro per forza di eventi. Il primo impulso è stato dato,  e dopo il crollo  e dopo la sparizione del mio sistema io credo che non sarà più possibile altro equilibrio in Europa se non la lega dei popoli".......""deve passare una generazione, poi i giovani che verranno,  capiranno, e vendicheranno l'oltraggio che io ora soffro qui" (S. Elena, Memoriale)

E ancora: "...Abbiamo bisogno di una legge europea, di una Corte di Cassazione Europea, di un sistema monetario unico, di pesi e di misure uguali, abbiamo bisogno delle  stesse leggi per tutta Europa. Voglio fare di tutti i popoli europei un unico popolo... Ecco l'unica soluzione che mi piace." (N.)

Eccola qui chiara, la visione napoleonica degli Stati Uniti d'Europa. Un disegno genialmente demoniaco nella sua origine, perfettamente razionale nelle sue deduzioni. "L'Europa non è più una tane di talpe...Quello che vuole ottenere a forza coi suoi 800 mila uomini in armi dovrà un giorno fondersi, spintovi dalla ragione e dalla necessità, in un patto spontaneo: un giorno da tutti quei popoli  nascerà un popolo solo... Ecco l'unica soluzione che mi piace." (N. )

In Italia, la Rivoluzione francese rappresentò ad un tempo l'affermazione dei principi di libertà individuale e personale, e il primo albeggiare della risorta coscienza nazionale. Nel 1796 a Reggio sventolava per la prima volta il tricolore, simbolo della Repubblica Cispadana, nata con l'aiuto dei rivoluzionari francesi.

Ma quando, nel 1815, cadeva l'impero napoleonico l'Italia ritornava sotto gli antichi sovrani, : l'Austria aggiungeva alla Lombardia (già annessa dopo la lunga dominazione spagnola, nel 1748) il Veneto, a seguito del tramonto inglorioso della Repubblica di S. Marco; i Savoia tornarono in Piemonte Liguria e Sardegna; i Borboni nel Regno delle due Sicilie; i Lorena-Medici nel granducato di Toscana; il Papa nello Stato Pontificio; i duchi d'Austria-Este nel modenese; e l'Emilia-Romagna con le Marche veniva restituita allo Stato Pontificio.

Ma questo assetto, che é quello del 1815 (pace di Vienna), rappresentava semplicemente un illusorio ritorno all'antico, dopo l'uragano napoleonico. In realtà i primi fermenti rivoluzionari avevano già preparato gli avvenimenti che si sarebbero successivamente sviluppati: la Restaurazione degli antichi Re e Principi era soltanto una provvisoria parentesi che preparava il Risorgimento e l'Unità.

GLI IDEALI

 

Che cosa é il Risorgimento? E' la coscienza del fatto che non esisteva solo l'Italia "geografica" composta di entità regionali affini per lingua e costumanze, ma esisteva anche un' Italia "storica" (prima delle dominazioni straniere) destinata a creare una nuova unità politica, a divenire uno stato, unitario retto dalle stesse leggi, governato allo stesso modo, capace di reggere il confronto con gli altri stati nazionali europei. Doveva esistere, insomma, anche un'Italia con una espressione politica, come sintesi di valori, di ideali, di civiltà, di espressione culturale-artistica, e aspirazioni a costituire un popolo libero e unito. Tutti questi elementi nel lungo corso del millennio "Romano" erano già diventati una realtà, politica, economica, culturale e quindi uno stato già unito.

 
GLI UOMINI

"Liberi non saremo se non siamo uni", suonava un verso famoso di Alessandro Manzoni, cui faceva eco l'inno garibaldino "Si scopran le tombe, si levano i morti ...". Il Risorgimento, si può dire, inizia con la stessa restaurazione (questa fu la vera "restaurazione"!) degli antichi princìpi e si esprime sia attraverso le società segrete dei patrioti (Carboneria, Giovane Italia), sia attraverso i moti rivoluzionari (moti di Nola 1820, moti del Piemonte 1821, moti dell'Emilia 1831, ecc.). sia attraverso l'opera dei pensatori, patrioti e poeti che nei loro scritti diffondono le idee di libertà, di unità, di indipendenza (Manzoni, Mazzini, Pellico, Balbo, Gioberti, Guerrazzi, Capponi, D'Azeglio, ecc.).
Ma non c'erano solo "teste calde", nei riassunti che abbiamo fatto di quei periodi, se analizzaiamo bene i nomi, non c'erano solo i "ribelli", c'erano professionisti, avvocati, possidenti, artigiani, classe media, qualche prete e anche qualche nobile cui non mancava di certo il benessere, eppure misero in gioco tutto, alcuni perfino la vita.
Il Risorgimento diventa così un fenomeno che gradualmente educa sempre più profondamente l'animo degli italiani. E comincia ad essere temuto e combattuto. La persecuzione dei patrioti apre infatti una storia di sacrifici eroici. L'Austria, insediata nel Lombardo-Veneto, ma più di ogni altro lo Stato Pontificio, non danno tregua a questi spiriti precorritori dell'Italia Unita, li processa e li condanna spietatamente a morte o al carcere; dai processi del 1821 di Milano (Pellico, Confalonieri) alle orrende stragi di Belfiore del 1852-53, il Risorgimento italiano trova nei suoi patrioti una testimonianza degna degli eroi e dei martiri. Feroci rappresaglie di piccoli sovrani come il duca di Modena o i Savoia in Piemonte,  le esecuzioni sommarie come quelle che funestarono il Regno delle due Sicilie governato dai Borboni, i processi senza appello dei tribunali pontifici, non disarmano i patrioti. I primi moti del 1821 finiscono tragicamente; ma rappresentano il preludio del  Risorgimento.

I PROTAGONISTI

 

Le figure che più rappresentano e incarnano gli ideali del  Risorgimento italiano, sono molte: quelle popolari e pittoresche come Giuseppe Garibaldi o quelle più intellettuali come Giuseppe Mazzini: il primo sarà "l'uomo d'azione" capace di conquistare un regno in un impresa leggendaria con un pugno di uomini; il secondo é invece  l'anima del   Risorgimento, colui che diede un senso alla ribellione, alla rivolta, alla cospirazione, non soltanto alla luce di un meschino ideale nazionalistico di potenza, ma alla luce di valori eterni di umanità. Anche se entrambi i due uomini -e molti altri-   commetteranno gravi errori.

Se, infatti, il Risorgimento ha un significato che trascende la storia dell'Italia anche come movimento d'ispirazione supernazionale, si é proprio perchè esso non vuole soltanto affermare ideali di forza, di potenza, di superiorità, ma al contrario difendere con moderazione il diritto di libertà per cooperare, insieme con altri popoli, e in maniera giusta e generosa, alla creazione di un mondo fondato su ideali di giustizia, di comprensione, di pacificazione, di convivenza rispettosa.

I FATTI

( QUI LA CARTA D'ITALIA DELL' EPOCA )

 

Il  Risorgimento italiano, nasce  e si svolge in questo spirito. Dopo le tragiche vicende del 1821, dopo i moti del 1831, con i protagonisti finiti nelle repressioni e nelle carcerazioni, l'alba della speranza risorge nel 1848: Milano si solleva (5 giornate); le truppe del re di Sardegna, Carlo Alberto (sebbene con un po' di ritardo, che ha sollevato molti dubbi) arrivano fino a Peschiera, e sogna già di liberarsi dal dominio austriaco il Lombardo-Veneto; perfino  Papa Pio IX in un primo tempo benedice l'impresa, poi inspiegabilmente fa marcia indietro. Si preparano cioè dure delusioni; i Borboni di Napoli restaurano l'antico potere, il Papa ritratta le parole piene di speranza, e Carlo Alberto  ambiguo oltre che debole, viene clamorosamente sconfitto a Novara (1849) e prende la via dell'esilio dopo venti anni di discutibile (un vero enigma) comportamento.

Sembra che tutto sia finito. Invece dieci anni dopo ha inizio la fortunata (secondo alcuni punti di vista)  impresa che porta all'Unità. Sotto la guida di Cavour e di Vittorio Emanuele II, il Piemonte alleato dell'Imperatore dei Francesi Napoleone III, dichiara guerra all'Austria e dopo le battaglie di Palestro e di Magenta (1859) é aperta la via di Milano.

La Lombardia viene ceduta con la pace di Villafranca (1859) tranne Mantova, alla Francia, la quale a sua volta consegna la regione al Piemonte. La pace firmata il 12 agosto da Vittorio Emanuele II, purtroppo sacrifica ancora il Veneto. Cavour (e con lui Garibaldi) che mirava a ben altre conquiste, si dimette per alcuni mesi dal governo ed é sostituito da Alfonso La Marmora.
Ma intanto si solleva la Toscana, si sollevano i ducati di Modena e di Parma, si ribellano le legazioni di Romagna allo Stato Pontificio; vengono effettuati dei plebisciti che proclamano l'"annessione" di queste regioni al Piemonte. (una parola anche questa che si rivelerà poi equivoca - soprattutto quando "annessione" significherà "sudditanza").
Ed é a questo punto che accade ciò che potrebbe sembrare leggendario se non fosse un fatto storico realmente accaduto. (anche se ci sono opinioni contrastanti su chi ostacolava (Cavour), chi appoggiava (oltre Mazzini, gli Inglesi!), o chi ambiguamente attendeva prima l'esito dell'impresa garibaldina per poi dopo intervenire (come a Peschiera).

I MILLE

 

Con poco più di un migliaio di uomini Giuseppe Garibaldi salpa da Quarto il 5-6 maggio 1860 sbarca a Marsala, sconfigge le truppe borboniche, conquista Palermo attraversa la Sicilia, passa lo stretto, conquista tutto il napoletano: il 29 ottobre 1860 consegna a Vittorio Emanuele II, conquistato  senza molto spargimento di sangue, il Regno d'Italia. Di lì a poco i plebisciti (2 ottobre 1860) "annettono" le due Sicilie al Piemonte seguiti a breve distanza da analoghi plebisciti nelle Marche e nell'Umbria.
Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II assume il titolo di re d'Italia.

L’unificazione avvenne nel 1861, ma non fu frutto di quel moto nazional popolare auspicato da Giuseppe Mazzini, ma fu la vittoria della linea monarchica e liberale di Camillo Benso conte di Cavour, per cui l’unità nazionale non era altro che l’ampliamento del Regno di Savoia; non a caso il primo Re d’Italia non mutò il numero della linea dinastica mantenendo il nome di Vittorio Emanuele II, segno tangibile della poca sensibilità nei confronti dei nuovi sudditi. Come ebbe a dire Gaetano Salvemini: “A mezzo il secolo XVIII, la parte settentrionale della penisola italiana era divisa fra quattro dinastie e due repubbliche. Se ora saltiamo da mezzo al secolo XVIII al 1871, troviamo che l’intera penisola è stata unificata sotto una sola delle dinastie, la casa Savoia. Tutte le altre dinastie erano state spossessate". (ora in Giovanni Spadolini, Gobetti un’idea dell’Italia, Longanesi & C., Milano 1993- p. 299)

Nel 1861 l’Italia smetteva di essere soltanto quella “espressione geografica” di cui aveva parlato il Metternich all’inizio del XIX secolo, ma non era ancora divenuta quell’unica entità cara a Manzoni, “una d’arme, di lingua, d’altare,/di memorie, di sangue e i cor." (A. Manzoni, Marzo 1821, v. 31-32, ora in L. Bianchi – V. Mistruzzi, Convegno, ed, Zanichelli, Bologna 1960, p. 900). Ciò riuscirà solo grazie alle trincee della Grande Guerra, ai diciotto mesi di lotta partigiana nella Seconda e, anche se ciò può sorprendere o risultare paradossale, soprattutto ad opera della televisione negli anni ‘50-’60 del XX secolo (Nessun altro mezzo era riuscito a unificare un intero Paese con la lingua)

Nel 1866, dopo la guerra Austro-Prussiana, si liberava (!?)  il Veneto; nel 1870 Roma occupata dal generale Cadorna, veniva proclamata capitale del Regno d'Italia. Era l'Unità raggiunta dopo cinquant'anni di lotte e di sacrifici. Era il coronamento della vicenda risorgimentale che faceva dell'Italia uno stato libero unito "sotto"  la monarchia Sabauda, nato per  volontà di popolo (si disse- ma  alla partecipazione elettorale mancava proprio il popolo che non fu "invitato")   desideroso di realizzare, finalmente, le grandi speranze e le grandi attese di uomini che per questi ideali avevano combattuto, sofferto, operato.

Il PRIMO CINQUANTENNIO DELLO STATO UNITARIO

 

"Ora é fatta l'Italia: bisogna fare gli italiani", scrisse D'Azeglio - E i primi cinquant'anni di vita unitaria misero a dura prova questo programma - L'Italia Unita pareva un assurdo disegno realizzato contro la storia, contro la geografia, contro l'economia . Cattaneo, invano aveva scritto Psicologia delle menti associate). Nessun paese ha posseduto come l'Italia una tale quantità di culture "particolari e reali", una tale quantità di "piccole patrie" , una tale quantità di mondi dialettali. Sembrava solo una  impossibile utopia di inguaribili sognatori. Invece la prova fu in qualche modo superata (anche se con molti malcontenti- quelli che credevano che "annessione" significasse autonomia, stati federali o repubblica,  come la concepiva Mazzini sull'intera Italia,   nel Veneto Manin e nel Sud i Siciliani.
L'idea più splendida - e quante cose sarebbero cambiate!- già all'inizio del primo anno di Unità, fu quella del Minghetti: la creazione delle Regioni autonome. Ma fu bocciata, non se ne parlò più fino al 1948, la legge fu poi varata nel 1970, ma ancora non perfetta, si insegue ancora nell'anno 2000 quel famoso progetto nato 140 anni prima. Questo significa che siamo ancora con i "lavori in corso", purtroppo con disastri irreversibili avvenuti.

Il Risorgimento italiano non è comprensibile se lo si estrapola dal resto della precedente storia italiana. Fin dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente era mancata una unica realtà geopolitica in grado di unificare la penisola che si era trasformata in un campo di battaglia su cui erano transitati tutti gli eserciti nazionali o mercenari dei principali (ma anche piccoli-vedi i Normanni) paesi europei. 
Mentre si formavano le principali nazioni europee, la penisola stentava a riconoscersi in un’unica realtà politica e culturale e continuavano ad esistere le rivalità tra i principali principi italiani, forte era l’influenza dei poteri stranieri e, come ben aveva sottolineato Machiavelli, fin dal XVI secolo vi era stato un esorbitante potere temporale delle gerarchie ecclesiastiche sempre contrarie all’unità nazionale. (e così anche per le "Regioni" poi)  


I primi tempi del nuovo Stato non furono tempi facili: problemi enormi e spaventosi, differenze di costumi, otto diversi pesi e misure e monete diverse, di leggi, di condizioni economiche, di sviluppo industriale e sociale resero i primi anni dell'Unità estremamente difficili: bisognava vincere resistenza occulte o palesi, trasfondere gli ideali del risorgimento in uomini scettici, impreparati, spesso ottusi, che pure ricoprivano cariche pubbliche nei vari settori; ed era difficile vincere i dislivelli, combattere i soprusi, affermare dovunque il valore della legge e della giustizia, realizzare l'Unità della Nazione cementandone l'adesione sincera di tutti gli abitanti, infine superare quelle distanze psicologiche, che sembravano incolmabili tra regioni e regioni.

Nel frattempo bisognava superare le difficoltà che nascevano dai primi moti sociali, dall'affermarsi graduale delle classi diseredate e del proletariato, sempre più organizzato sia sul piano politico che sul piano sindacale. (Anche questo "un mondo" che correva in parallelo con il "mondo" del capitalismo;  entrambi impegnati ad allargare ognuno  il "proprio regno".)
Cinquant'anni che conobbero vicende liete e tristi, le avventure coloniali (conquista dell'Eritrea, 1877) della Libia (1911); un assassinio (re Umberto I, ucciso, 1900), il terremoto di Messina (1908). Fra tutti questi avvenimenti però, gradualmente, la coscienza nazionale viene cementandosi e il costume democratico progressivamente si  consolida nella vita pubblica nazionale, anche se la massa (il 99,01%) non è stata mai chiamata a partecipare nelle grandi scelte; e quando più avanti il popolo fu chiamato a farle,  la "scelta"  era una sola, perchè erano già subentrate altri regimi, inventandosi questi  il "connubio", il "trasformismo",   fino all'ultima voluta e desiderata invenzione: la "dittatura".
La fine della guerra del 1915-18 contro l'Austria segnò, si può dire, la conclusione del vero ciclo con l'anima risorgimentale. Quello che invece venne poi dopo, l'anima risorgimentale in alcuni era ancora presente,  ma erano impercettibili residui di quell'anima; infatti  nel ventennio ci fu una nazionalismo piuttosto spettacolare, ma solo in superficie, non sostanziale.

L' importanza di quell'ultimo periodo non fu soltanto la liberazione del Trentino e della Venezia Giulia, ma dal fatto che, per la prima volta, tutto il Paese lottò insieme di fronte a un pericolo mortale. Fu la "prova del fuoco" dell'Unità, e fu superata con un risultato quale, forse nessuno aveva osato prevedere. Nonostante tante ambiguità, e ancora una volta tanta ottusità.

L'ITALIA FRA DUE GUERRE MONDIALI

 

Dopo gli anni difficili del primo dopoguerra, ecco spuntare il Fascismo;  fu come un narcotico per  rendere meno amaro il ritorno del paziente alla realtà - Fu una - "fuga dalle responsabilità", anche se ci fu un velato spirito di cooperazione e di fiducia reciproco. Un narcotico preparato negli stessi "palazzi" della grande borghesia e della nobiltà  con già una lunga militanza nel trasformismo. Compresi molti generali che salivano di grado ad ogni "Vittoria mutilata" o addirittura a battaglie e a guerre perse te li ritrovavi lì, di nuovo a comandare gli eserciti messi insieme qualche volta con la forza, e altre volte con la demagogia, e ultimamente con qualche spot pubblicitario.

Ma forse fu proprio questa prova terribile e durissima che, se da un lato consacrò la raggiunta unità del popolo italiano, dall'altro ne mise a durissima prova la capacità di mantenere gli ideali nel cui nome del Risorgimento si erano prima prodotti. Una parte del Paese, stanca dopo quattro anni di guerra, forse inutilmente lusingata in talune velleità di potenza  nietzschiana, o quella intellettuale marinettiana, ma con un Paese che era ormai estraneo ai reali motivi del conflitto, dilaniato all'interno da una profonda inquietudine politica, spesso travolta nelle spire delle agitazioni sociali. Ritenne di trovare la sua salvezza nell'accettare il programma di quell' ibrido movimento affermatosi nel primo dopoguerra: il Fascismo. (nemmeno Mussolini riuscì mai a spiegare cos'era il "fascismo" e tutti gli studiosi non ce l'hanno ancora spiegato nel corso dei successivi cinquant'anni).

Ma il Fascismo si presentava come il rimedio miracoloso ai mali che affliggevano il Paese; esso prometteva l'ordine contro l'anarchia politica e le agitazioni; prometteva il benessere; prometteva la stabilità e il rispetto dei poteri costituiti; e come contropartita affermava la necessità di rinunciare alla soluzione democratica delle controversie politiche, affidando il potere a un partito autoritario, espressione di presunti valori nazionali e di illusori ideali di potenza. Ma Mussolini in questa operazione non fu certo solo, anzi fu "utilizzato". Il 25 ottobre 1938 (vedi) Mussolini se ne accorse;  ma era ormai troppo tardi! )

Il Fascismo fu accettato: conquistò il potere (28 Ottobre 1922), soppresse (in presenza di una classe politica priva di volontà - ricordiamo la fuga sull'Aventino) gli istituti parlamentari e i sistemi di governo e di amministrazione elettivi, instaurò (e fu un "regalo" fatto dai politici deboli, solo impegnati a litigare fra di loro - 24 nov.'22) un regime autoritario a volte temperato, a volte intransigente, talvolta confusamente desideroso di risolvere con ostentati atti di imperio e di forza gli annosi problemi della vita italiana. Come contropartita delle perdute libertà politiche, " l'uomo nuovo", affermava risultati pratici di prestigio; costruzione di edifici, di strade, di città, bonifiche faraoniche, assistenza, previdenza, sagre, cerimonie di varia natura, sport, svago e tanto folclore. Il Paese accettò il Fascismo, forse nella speranza che fosse il male minore, forse confidando in una sua graduale e naturale evoluzione (così diceva Croce); che non avvenne proprio perchè era una ideologia ibrida (si passò dal socialismo  al corporativismo, dai patti con i lavoratori ai patti con gli industriali, dal noto ateismo mussoliniano agli utili Concordati con i cattolici, si guardava al liberismo e subito dopo si ritornava al capitalismo di Stato.  Ma  non lo si può negare,  l'Italia costituisce uno dei Paesi in cui più difficile é governare, oltre che per il temperamento individualistico del popolo, per l'intrinseca difficoltà delle questioni che il potere politico deve risolvere in regioni ognuna con le sue vocazioni, tradizioni, usi,  costumi e le molte  diversità caratteriali, spesso molto difficili, sospettose, chiuse e autonome di fatto (che alla fine fanno quello che vogliono).

Ma sarebbe illusione sperare che le difficoltà si possono risolvere semplicemente con un sistema autoritario, quasi come se noi volessimo guarire le malattie del bambino semplicemente ordinandogli l'obbedienza. La vita politica infatti non serve
se non ad affrontare i problemi per   risolverli, i mali per curarli,  sia pure gradualmente e nei limiti in cui ne sussistono le condizioni obiettive. E resta valida quella famosa frase del Conte La Margherita  rivolta a Carlo Alberto:   "Ricevere gli applausi sollecitati per decidere affari di Stato come in questa circostanza, — fece notare il Conte Della Margherita  — è autorizzare in altra circostanza i biasimi: e gli affari di Stato non si devono trascinare nelle piazze per avere il demagogico consenso". Chi applaude come una marionetta a comando, fischia anche come una marionetta. Quando alleviamo un popolo ignorante, quando occorre un popolo intelligente per sostenere una nazione, non possiamo pretendere che un bel mattino (vedi il mattino dell'8 settembre 1943) si presenti cosciente di quello che deve fare.

Il Fascismo dal 1922 al 1943 come regime autoritario. Nel 1940 esso aveva portato il popolo italiano in guerra accanto alla Germania, proprio contro quelle potenze che erano state invece le sue alleate nella prima guerra mondiale:
 La guerra contro una Francia in ginocchio, contro l'Albania,  la Grecia, la guerra d'Africa, l'occupazione della Iugoslavia, la campagna di Russia dissanguarono il Paese; la partecipazione morale e spirituale al conflitto fu quasi sempre più di ossequio e di obbedienza che di convinzione; il Paese non sentiva quella guerra nella quale,  in fondo, si rinnegavano gli ideali umanitari del Risorgimento in nome di esclusivi ideali di potenza, di grandezza, di imperialismo e di sopraffazione. L'Italia unita era una nazione ancora troppo giovane (e ancora misera) per catapultarsi in una avventura così grande, come quella imperialistica su modello  britannico. Oltre non avere le risorse, non aveva ancora il carattere.

LA RESISTENZA

 

La Resistenza sembrò riprendere il filo spezzato del Risorgimento. Ma anche i Repubblichini si attaccarono a quel filo anche perchè la parola è una sola. In nessuno esercito del mondo è ammesso che i suoi militanti un bel mattino scrivono loro sulla lavagna cosa fare, con chi e come  combattere. - Fu la tappa  di un'esperienza dolorosa (di tutti, fascisti e antifascisti) che  maturò i cittadini e li rese più coscienti dei valori genuini da riconquistare; soprattutto di riappropriarsi del proprio territorio, invaso dagli uni o dagli altri. "Tutto per l'Italia",dissero tutti insieme.  purtroppo  poi cominciarono i distinguo, i discorsi patriottici diventarono sempre di più astratti con la politica che andò a insinuarsi dentro le "bande", i "gruppi", le nuove "lobby". I compromessi fatti nel dopoguerra sono ancora oggi oscuri. 

Il 25 luglio 1943 il fascismo crollava vittima ad un tempo della disfatta militare e della disfatta politica. Era la stessa Monarchia che nel 1922 aveva accettato il fascismo a celebrare l'ultimo atto del dramma conclusosi nell'arresto e nella prigionia del capo del fascismo.
Di lì a poco, l'8 settembre veniva firmato l'armistizio (in effetti era una resa senza condizioni, che per molti fu una vera e propria umiliazione) con le potenze avversarie (Stati Uniti, Inghilterra, Russia); ma se l'armistizio segnava la fine della guerra dichiarata nel 1940, ne apriva un'altra; una vera e propria guerra civile, per fortuna limitata a un certo ambiente senza coinvolgere il popolo nelle strade e nelle piazze (come al solito il popolo subì - più a nord un po' meno a sud).

Fra  il 1943 e 1945 si svolse una guerra aspra e terribile senza pietà e senza tregua tra le forze tedesco-fasciste e le forze clandestine nel frattempo concentrate e organizzate come esercito della resistenza. 
Con il crollo repentino e totale del regime, la sconfitta militare, la resa senza condizioni, la fuga del re e del governo venne per molti la vergogna! altro che Risorgimento! Fu la data a cui si diede il colpo di grazia a tutto il Risorgimento. E a darlo questo colpo fu il più alto rappresentante di quel risorgimento). Con  la dissoluzione dello stato e dell'esercito, seguito dall'occupazione del paese da parte di due eserciti stranieri, l'Italia piombò in una profonda  prostrazione di animi, nella più grande confusione di idee e di sentimenti,  in un drammatico marasma politico e morale. Anche gli uomini più informati, gli spiriti più acuti, le menti più intelligenti, manifestarono smarrimento e confusione; furono  tutti incapaci di prevedere gli sviluppi di una situazione caotica con le coscienze dilaniate.  Si camminò alla cieca.
Ma intanto si era consumato un altro tradimento. Gli adulti (i "maestri") ebbero la sfrontatezza  di accusare i giovani -quando tornarono dalla guerra-  come responsabili, e non l'incontrario.
In tutte le guerre precedenti i figli piangevano e seppellivano i padri, mentre questa volta accadde che i padri seppellirono i figli che loro stessi avevano indottrinato.

"Per molti   (scriverà Carlo Mazzantini, in I Balilla andarono a Salò) fu il crollo di un universo dentro il quale sei nato e oltre al quale non hai termini, altri punti di riferimento, immagini di ricambio. Ero nato con quel che Mussolini aveva creato, credevo proprio di essere uno dei suoi giovani migliori e mi venne da piangere quel giorno, perchè sentii un terremoto dentro di me. La morte del pianeta. Una caduta vertiginosa in fondo a un abisso....un ritorno a zero della società italiana, il regresso a uno stadio pre-storico, a una sorta di realtà tribale: tutti livellati verso il basso. ....Corte, Re, ministri, generali, e ammiragli.... tutti in fuga, e noi lì, soli! SOLI !!! Ci avevano insegnato  i "maestri" , i "grandi", che era patriottico difendere la Patria, poi ci hanno dato l'esempio che era più patriottico non farlo....La Nazione...la Patria, l'Onore? Si salvi chi può."
Alcuni fuggirono  in montagna, mentre in altri radicato nell'animo c'era la convinzione che nella fuga  e nella diserzione, crollava quel patrimonio di valori che forma l'identità di una nazione e con essa la stessa etica dell'uomo che vive in questa nazione..

 

Nella Resistenza c'erano  ex fascisti, come nella RSI c'erano ex  antifascisti; in entrambe le due formazioni contrapposte si sono scritte pagine molto nere e pagine splendide ed eroiche: uomini che morirono come i patrioti del Risorgimento in nome degli ideali sostenuti e difesi; tanti giovani   raggiunsero  le formazioni operanti sulla montagna, e tanti giovani  raggiunsero le caserme nelle  pianure;  a combattere una guerra terribile, senza pietà, senza difesa, e soprattutto senza una guida politica, militare, civile e anche intellettuale. "Nessuno aveva elaborato una linea  di lotta armata, nemmeno il partito" (Giorgio Amendola, del Comitato Centrale del PCI - R. Gobbi, Il mito della resistenza)

Piaccia o non piaccia l'accostamento e la comunanza di ideali  in entrambi i due schieramenti  furono le ultime pagine  del nostro Risorgimento. Entrambi oscuri protagonisti hanno lasciato scritto nelle Lettere dei condannati a morte  la frase "Io ho vissuto per la Patria e per la Patria muoio". Voler negare che ci hanno lasciato un chiaro e sincero avvertimento, sarebbe come "ucciderli" due volte.

Non dimentichiamo le parole di VALERIO BORGHESE "Una guerra si può perdere, ma con dignità e lealtà; e allora l'evento storico non incide che materialmente, seppure per decenni. La resa e il tradimento hanno invece incidenze morali incalcolabili che possono gravare per secoli sul prestigio di un popolo davanti al mondo, per il disprezzo degli alleati traditi, e per l'eguale disprezzo dei vincitori con cui si cerca vilmente di accordarsi. Questi ideali non hanno solo l'impronta fascista, ma appartengono al patrimonio morale di chiunque". (Borghese non scappò la prima volta (dai tedeschi l'8 settembre '43) e non scappò neppure la seconda (dai partigiani, il 25 aprile '45).
A riprova di quanto sia valido l'accostamento c'è una frase proprio di MAZZINI   "Le masse si educano in virtù della repubblica;  i repubblicani non fanno la repubblica, ma la repubblica, con l'educazione fa i repubblicani".

Più tardi il Presidente della Repubblica Gronchi dirà più o meno la stessa cosa: "La Carta Repubblicana non é solo una legge; essa é anche e soprattutto una norma etica che vive e si sviluppa nella coscienza dell'individuo e della collettività, arricchendosi sempre del contributo dei giovani che dell'ordinamento repubblicano dovranno divenire i più fedeli assertori".
(Questo lo avevano detto anche tutti i governanti che lo avevano preceduto!!)


Le "Carte" e le "Leggi",  le fanno o le modificano  sempre i governanti, sono loro a creare una cultura, e sanno che la cultura   produce dei codici, e che i codici producono dei comportamenti. Sono i governanti  a provvedere per far spiegare ai cittadini fin da bambini nelle scuole di ogni ordine e grado il significato di quella  Costituzione,  gli istituti che essa prevede, e la sua intangibilità. Quella di Napoleone era "sacra", quella di Cavour pure, quella di Mussolini perfino  "benedetta" dal Papa. Poi....accadono gli 8 settembre! Il "sacro" diventa  tutto a un tratto una   vergogna e il "benedetto" un'eresia. Dopo vent'anni di educazione scolastica, somministrando un "minestrone"  politico-religioso, come  poteva il giovane giudicare se che quell'educazione era giusta o sbagliata?
E se diceva che era sbagliata, era una voce fuori dal coro, e se oltre la voce agiva, finiva in carcere con l'accusa di attentato allo stato, bollato come ribelle, terrorista, sabotatore.

Quel sentimento di vergogna l'8 settembre, e le conseguenze di quella resa umiliante, la provarono in molti, per gli stessi elementari motivi di "dignità di cittadini e di soldato",  motivi di "onore", di etica naturalistica più che educativa . Chi in un modo chi in un altro (trovandosi SOLO!) l'uomo semplice fu obbligato a fare una scelta. E chi sapeva o poteva giudicare in quel momento quale fosse la scelta   giusta?  Molti, di scelte, incalzati dagli eventi  non ebbero  nemmeno il tempo di farla (vedi Cefalonia, 1943).  Interi reparti anche con molti uomini capaci come numero di riprendere in mano la situazione dopo la disfatta,   lasciati allo sbando, dovettero alzare le mani davanti a uno sconcertato "nemico" di molto inferiore come numero, che  non credeva ai propri occhi.
Verso Mosca nell'"andata" c'erano  insieme fascisti intrepidi e comunisti travagliati,  poi nel "ritorno" i sentimenti si ribaltarono. Ma poi  finirono  a Bolzano,  "tutti ancora insieme"  e   l'8 settembre "tutti insieme" deportati nei campi di concentramento in Germania. Tre volte beffati; quando partirono, quando disillusi si ritirarono e quando li disarmarono. L'ultima ingiuria !
Meritavano questo gli uni e gli altri? Avevano entrambi quei giovani una colpa?


Carlo Mazzantini scriverà "Non credo di compiere un arbitrio stabilendo un parallelo di sentimenti e motivazioni etiche fra quelle unità che formarono il primo nucleo dell'esercito repubblicano e quelle formazioni partigiane che sorsero dalla dissoluzione di quei reparti militari che non si arresero ai tedeschi e furono denominate "autonome", perchè non riconducibili a un partito politico o a una precisa ideologia.....Scattò in alcuni un istintivo soprassalto di ribellione contro lo sfacelo, un sentimento di non accettazione della miseria morale in cui era sprofondato il paese, il bisogno di dissociarsi dalle viltà, dalle fughe, dall'abbandono; che si manifestarono nel cercarsi fra coetanei, nell'impulso a unirsi, a fare gruppo" (C. Mazzantini, "I ballilla andarono a Salò", Marsilio, 1975)

Lo scrive Mazzantini,  perchè era stato educato al fascismo, educato  a delle regole,  alle leggi contro la diserzione, alla lealtà verso l'esercito, verso il re. Come afferma sopra  scattò un "istintivo soprassalto di ribellione". Ma recentemente un altro Presidente della Repubblica  (Ciampi) anche lui educato alla stessa cultura di quegli anni, l'8 settembre abbandonò l'esercito e si mise a fare il partigiano in Abruzzo, reagendo con un "istintivo soprassalto di ribellione".
Siamo obiettivi: Se uno ha il diritto di piantare un reparto militare, un altro ha il diritto di piantare un altro reparto militare, per andare a casa alla macchia sui monti o a Salò conta poco. Ma allora dove finiscono le distinzioni morali, civili, penali, tra repubblichini e patrioti? Che ognuno serviva una sua  Italia. D'istinto. Saltando la formazione educativa, politica e militare, cioè gli ordini della gerarchia, le leggi vigenti, ecc. ecc. insomma tutto.

Le idee di patria trasformate in una lavagna dove ognuno un bel mattino, può scrivere o cancellare tutto quello che vuole e quando vuole, senza aver bisogno delle basse, medie e alte gerarchie militari. . Ognuno allora è giustificato per quello che fa se interpreta il dovere verso la patria secondo le sue opinioni, o i suoi interessi personali.
E la coscienza nazionale? I valori risorgimentali? Un gran colabrodo! Un bel precedente.

Il 25 aprile 1945 terminava la guerra in Europa e la guerra civile in Italia.
Da vere e proprie "tane"  gli "uomini lupo" tornarono nelle loro case.

Non sta all'autore coprire con mano pietosa anche l'ultima parte di questa tragedia, ossia le vicende meno nobili e meno generose che accompagnarono i giorni della liberazione: é difficile  nei grandi e luttuosi contrasti civili frenare la mano empia o sradicare dal cuore l'odio o il rancore o la vendetta. Ma quello che noi dobbiamo vedere e affermare non é solo il fatto che hanno vinto opposti ideali o forze contrastanti: il valore  sta nel fatto che tutti lo hanno fatto in nome di un ideale eterno, di un ideale di giustizia e di umanità in cui credevano.  E ci credevano perchè così erano stati educati (a parte gli istinti sopra accennati)

Anche negli ottanta anni di Monarchia, erano stati educati ai valori risorgimentali, da quel 1861, ci credettero fino all'8 settembre 1943.

Per questo ideale combatterono e morirono in molti; si sacrificarono per affermare quello che gli era stato insegnato da un Sovrano, da un Papa e da un Dittatore (a quest'ultimo il primo gli aveva detto sempre sì,  il secondo lo aveva chiamato uomo delle Provvidenza, e il terzo alla fine si convinse così di essere un Dio);  dissero che la violenza era ingiusta, che il diritto era incalpestabile, che gli uomini erano fratelli e non nemici, che l'Italia  era Sovrana, era Santa, era la Patria, e che i dissensi si potevano comporre  nella cooperazione e non nella distruzione e nella violenza. Quanti insegnamenti! Poi i "grandi maestri", agirono diversamente, anzi  alla prima difficoltà scapparono";  i veri valorosi furono  solo i cittadini, nel bene e nel male; distinguere era molto  difficile, rimuovere l'imprinting  quasi impossibile, per riflettere e cercare di capire non c'era più tempo; ma l'azione non venne meno; lottarono per la sopravvivenza di un Paese.

Questi sono gli ideali che gli uomini   di  questo confuso periodo  hanno consegnato a noi uomini semplici;   gli ideali che noi dobbiamo considerare come il patrimonio più prezioso che ha  superato questa lotta drammatica tra il bene e il male i cui confini erano molto astratti, anzi ognuno "seguendo l'istinto" si mise a fare i suoi..confini, del bene e del male.

Non é compito dell'autore oscurare o schiarire questo periodo;  ma per chi li ha recepiti  ci sono tuttavia  i più genuini messaggi , forti e chiari.  Hanno indicato a tutti come operare  perchè insieme si ritrovi sempre la pacificazione di tutti i cittadini, nel rispetto, nella collaborazione, nell'aspirazione alla pace e alla concordia civile e democratica. E soprattutto ci hanno dato un serio consiglio:  cercare di conoscere e saper distinguere molto prima  i "cattivi maestri",   per non cadere in altri gravi errori, nella confusione totale e senza un punto di riferimento, come l'8 settembre 1943.
(VEDI LA STORIA DI FRANCO: 8 SETTEMBRE, CHE BEFFA!)

Compito dei cittadini é far sì che le espressioni  - Risorgimento  - Resistenza - Democrazia - Onore di una Nazione - non siano soltanto parole vane. Altro compito é quello di conoscere, apprendere,  responsabilizzarsi nelle scelte,  scegliersi  un capo che non sia ambiguo, ma leale.

Non farlo, significa molte volte, che per non aver ascoltato gli ammonimenti dei padri, tocca poi ai figli  risolvere i problemi lasciati insoluti addirittura dai nonni, senza sapere poi da dove cominciare, il perchè,  per cosa,  per chi, e quale direzione prendere. Di 8 Settembre nella storia ce ne sono stati molti altri,  e i soccombenti sono stati sempre loro: gli uomini  che non sapevano o non volevano sapere nulla. Poi un bel mattino cosa fecero? seguirono gli "istinti". Ma questo lo fanno gli animali, non gli uomini che possiedono quel mezzo chiletto di quella cosa: che si chiama cultura

Quando ( all'ultimo conflitto ) scattò  questo desiderio di riflettere  era già troppo tardi;   centinaia di migliaia di loro si stavano trascinando  su una sconfinata distesa di neve, e altrettanti centinaia di migliaia  sulla sabbia. Tutti sognando  le ombrose valli e i prati verdi della Patria, ma purtroppo  moltissimi di loro, non la rividero mai  più.

Con loro fu sepolta anche il concetto risorgimentale di Patria. Ristabiliti gli equilibri nel mondo si iniziò a collaborare con altre nazioni,  spesso  per motivi che non avevano più nulla a che fare con le motivazioni di giustizia fra i popoli  facendo leva nuovamente alla coscienza nazionale. Ma solo in alcuni, perchè  le gridate ai quattro venti  "autodeterminazioni" dei popoli, anch'esse furono tanti colabrodi, che lasciarono in molti popoli sentimenti di amarezza per aver combattuto per nulla.

Un sentimento di avversione e di estraneità alla guerra che spuntò per la prima volta con tutta la sua drammaticità anche nella "nuova"'America  liberale  (così differenziata, di tante patrie e senza retorici legacci storico-culturali), quando negli anni Sessanta   molti giovani (fra l'altro quelli che avevano voti bassi nelle università) furono inviati a combattere in Vietnam (e a queste condizioni non poteva che essere un fallimento). Quella guerra -dissero- non li riguardava e ci mancò poco che  si scannassero in patria. Famose le grandi oceaniche Marce della Pace, e quando finì, le impietose denunce dei reduci, che dopo averla fatta quella guerra, al rientro furono emarginati, come se la guerra l'avessero proposta loro.

 

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