HOME PAGE
CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
1 D.C. AL 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

vedi stesso periodo "RIASSUNTI STORIA D'ITALIA"

ANNO 1831 169 ANNI FA -
MOTI MAZZINIANI E GIOBERTI
LA POLIZIA NELL'800
I Personaggi politici di questo periodo - Personaggi Cultura Ottocento

*** L'ITALIA IN PIENA RIBELLIONE  -   
*** IL TRADIMENTO DEL DUCA DI MODENA
*** LA MORTE DI CARLO FELICE
*** CARLO ALBERTO DI CARMAGNOLA, RE
*** RADETZKY A VERONA CON 100.000 UOMINI

 una panoramica  sull'intero anno

E' l'anno delle insurrezioni. Fin dal suo inizio i fermenti rivoluzionari sono esplosivi. La sede vacante del soglio pontificio  (dopo il lungo conclave a dicembre - che proseguirà nell'intero gennaio) e il primo tentativo di cospirazione a Modena di Ciro Menotti (non riuscito per tradimento), accendono la miccia della rivolta nelle vicine città; nel ducato di Parma e  in quelle dello Stato Pontificio: a Ferrara, Bologna, Rimini, Faenza, Ancona, in Umbria e nelle Marche. Nel corso dell'anno altri episodi insurrezionali insanguineranno pure la Sicilia.
Infine, una cospirazione di esuli italiani viene scoperta sul nascere anche in Piemonte. Il fallimento e la reazione dei Savoia (e poi l'amara delusione del principe Carlo Alberto) é tale da togliere ogni speranza a Mazzini di continuare ad aver fiducia nelle azioni della Carboneria (che addirittura in uno scritto condanna) o in un appoggio del principe di Carignano, in aprile salito sul trono di Carlo Felice e su cui nutrivano i liberali tanta fiducia e un sostanziale cambiamento della politica reazionaria sabauda. (molti credevano che il suo pentimento -per i fatti del '21- era dettato solo per non essere esautorato, ma che una volta salito sul trono sarebbe ritornato il Carlo Alberto liberale):

Poi a febbraio il  drammatico fallimento dell'ingenuo Menotti a Modena, con l' infido  tradimento del duca Francesco IV,  tolsero ogni dubbio a Mazzini.
Costituisce così a Marsiglia,  in agosto, una nuova associazione; segreta solo nei nomi, ma non sul  programma: repubblicano e unitario con il simbolo della bandiera bianca rossa e verde. E' la Giovine Italia, e il titolo del documento programmatico parla chiaro: Istruzione generale per gli affratellati

Restiamo in Piemonte, e anticipiamo  la narrazione degli eventi  di aprile, perchè  proprio nel regno sabaudo, dove  Mazzini é stato prosciolto dall'imputazione di cospirazione, scarcerato  ma espulso dal Regno, avviene dopo poche settimane l'episodio  più rilevante: quello che contrassegnerà un intero ventennio.

27 APRILE - E' questa la data dell'anno che fa storia. A Torino muore re CARLO FELICE di SAVOIA, gli succede al trono un lontano nipote: CARLO ALBERTO DI CARIGNANO. Una delle figure più enigmatiche della storia italiana, giudicato nei modi più contraddittori sia dai contemporanei sia dagli storici.  Un sovrano perpetuamente dibattuto fra l'onore e il dovere, fra i contrastanti impulsi che gli venivano dall'educazione liberale (avuta in Francia nel periodo napoleonico) e gli obblighi verso la tradizione dinastica nella quale  si trovò improvvisamente inserito. Con quest'ultima, con la saga dei Savoia che da otto secoli bramava conquiste e regni più grandi, Carlo proseguì l'atavica tradizione, cioè all'ingrandimento territoriale del piccolo Piemonte.

Questa caparbia ambizione  la coltiverà dall'inizio fino al suo ultimo giorno di regno, quando inutilmente tenterà il 29 giugno del '48 di annettersi la Lombardia, destando stupore e sconforto negli ambienti democratici che si erano distinti, con sacrifici e immolazioni, nel portare avanti (da Carlo questo si aspettavano) un progetto più "nobile": realizzare l'unione, l'indipendenza e la libertà d'Italia con lui.  Invece Carlo, fino all'ultimo giorno di regno, rimase  totalmente indifferente ai problemi dell'Italia del suo tempo, pur conoscendoli benissimo in venti anni di regno;  e rimase inoltre sempre  insensibile agli incitamenti di mettersi a capo del movimento nazionale. Un progetto questo, che Mazzini, appena Carlo quest'anno era salito sul trono, gli aveva inutilmente  manifestato con una lettera aperta.

Ma chi era questo nuovo re? CARLO ALBERTO DI CARIGNANO, era un lontano nipote del re, con i genitori che avevano aderito al regime napoleonico, ed era vissuto con loro  in Francia, a Parigi. Qui Carlo trascorse la sua adolescenza. Appena sedicenne fu nominato tenente dei dragoni da Napoleone in persona, a poche mesi dalla sua disfatta. Da lui e dal clima rivoluzionario bonapartista, Carlo aveva assorbito con tanto entusiasmo le idee liberali d'indipendenza.

Alla restaurazione, ritornato in patria, a Torino, questo imprinting giovanile, di vita libera, non era certo scomparso, ma in una corte bigotta e la tradizionale politica  assolutistica come quella piemontese di Vittorio Emanuele I, gli procurò grandi inimicizie dentro il Palazzo e molti contrasti con il fratello del re, Carlo Felice, un uomo rigido, severo, conservatore come lo era tutta casa Savoia; un reazionario convinto e che poi salì sul trono nel '21, con l'abdicazione del fratello.
I tentativi di ribellione di Carlo, con alcuni aspri e sarcastici giudizi nei confronti dei suoi regali lontani parenti, erano arcinoti all'esterno e suscitò nei liberali l'illusione che egli fosse un giovane principe "illuminato", un uomo pronto all'azione quando il momento sarebbe sopraggiunto.

In realtà CARLO ALBERTO nonostante le impressioni che suscitava, era in crisi, in una profonda contraddizione con se stesso, perfino angosciante, da soffrirne molto. Era cresciuto in due mondi incompatibili fra di loro, ma non riusciva ad appartenere né all'uno né all'altro, anche se non mancarono alcune impulsività geniali controcorrente alla sua dinastia,  dovute  forse solo alla  sua impulsiva esuberante e ribelle giovinezza.

Quando nel 1821 (vedi L'Insurrezione Piemontese) Vittorio Emanuele allo scoppio della prima insurrezione abdicò a favore del fratello CARLO FELICE, assente il nuovo re, il giovane Carlo,  poco più che ventenne, divenne reggente dello zio (senza prole).  In questa occasione,  tentò di appartenere ad un mondo moderno ed entrato subito nella parte, con una improvvisa audacia giovanile ne approfittò per varare addirittura una Costituzione con una forma di governo meno assolutistica. Non era un colpo di stato ma era molto simile.  Lo zio si precipitò a Torino, revocò ogni sua decisione e allontanò in nipote da Torino ordinandogli di raggiungere le truppe fedeli alla corona. Carlo questa volta molto ubbidiente, rientrò nell'"altro mondo", in quello dinastico-reazionario, e l'illusione dei liberali che speravano molto in lui, naufragò a Novara, una destinazione-esilio per il giovane, con l'obbligo di rimanerci per non nuocere nel Palazzo sabaudo e alla "tradizione" della secolare casata.

Comportamento che da alcuni liberali fu bollato come un tradimento, mentre altri più comprensivi, conoscendo la natura di Carlo Alberto e l'assolutismo di Carlo Felice, si rassegnarono, attendendo giorni migliori, meno coercitivi; aveva del resto Carlo  23 anni e lo zio era sulla sessantina, quindi guardavano con ottimismo al futuro.

Il momento tanto atteso arrivò invece dopo dieci anni, in questo 1831, con la morte di Carlo Felice. La  giovanile  fama di CARLO ALBERTO, come ribelle del Palazzo e l'esilio subìto per la sua irrequieta anima troppo liberale, ridestò la fiducia, rientusiasmò gli animi, risuscitò l'illusione. Ci si aspettava da lui grandi cose, ora che era libero da ogni ostacolo, più maturo e più temprato.

Gli entusiasmi si smorzarono subito. Nasce il periodo  più contraddittorio della sua vita che durerà altri venti anni. Se prima si era dimostrato debole per motivi contingenti (zio, età, situazioni  complesse a Vienna) ed era stato costretto a tradire una causa che sentiva dentro il cuore, in questo secondo periodo della sua vita con lo scettro e il potere in mano, inizia invece l'enigma del suo comportamento, commettendo moltissimi errori.   Per incapacità o per indecisione?  Questo non lo sapremo mai, se  veramente in lui erano assenti le qualità e il valore o se  l'ottusa tradizione dinastica gli stroncò queste virtù.
Quando si decise - in ritardo - nel '48 a combattere quella che gli sembrava fin dagli anni giovanili, la causa giusta, il condurre una guerra contro l'Austria, gli errori  e le ambiguità si moltiplicarono, nelle strategie, nelle manovre inutili, negli attacchi, nelle ritirate sconsiderate, nell'abbandono di Milano, o mettendo al comando generali imbelli; fino alla drammatica sconfitta, che oltre all'amarezza di vedere i cittadini delusi, se li trovò ancora  contro un'altra volta (come nel '21, come nel '31) con l'accusa di tradimento per il dramma che aveva causato. Era salito sul trono in questo '31 tradendo una causa, e scendeva dal trono a Novara nel '49, dando la netta impressione di aver compiuto un altro tradimento, in  una  vittoria ritenuta da tutti gli storici facile, a portata di mano.
Abdicò a favore del figlio ventottenne VITTORIO EMANUELE II, sperando che la  rinuncia al trono rendesse meno dure le condizioni di pace. Un atto nobile, ma molto doloroso; un fallimento esistenziale, fra l'altro stramaledetto dai lombardi.

Il 23 marzo di quel '49, dopo la catastrofica sconfitta di Novara con l'ottantaduenne Radezcky, la notte stessa partiva per l'esilio a Oporto. Carlo aveva appena compiuto cinquant'anni, il 28 luglio moriva di crepacuore. Questa volta, nella minuscola cittadina, i momenti di profondo abbattimento, di sfiducia negli uomini, e le contraddizioni che aveva provato e in cui era vissuto fin dal suo rientro a Torino dopo la caduta di Napoleone (a Palazzo, poi a Novara) furono ancora più forti;  a questi ricordi ricolmi di tante crisi e turbamenti giovanili, aggiunse quelli di quasi vent'anni di regno. In poco più di cento giorni,  probabilmente ripassò in rassegna tutta la sua vita, forse si affaticò a fare un bilancio e giunto alla fine si accorse quasi certamente che era vissuto senza mantener fede ad un ideale;  ebbe forse vergogna, e non poteva scegliere morte migliore: morire di dolore! Una fine che ci appare come il riscatto di una vita enigmatica; una morte che si portava via un re molto orgoglioso, e restituiva un uomo umile, soffocato dal dolore di un'esistenza vuota.

(su CARLO ALBERTO di CARIGNANO) per le origini vedi 1817
e anche il 1821 - L'Insurrezione Piemontese

ORA  RITORNIAMO AI FATTI DELL'ANNO IN CRONO

Prima della morte di Carlo Felice, quindi prima della salita al trono di Carlo Alberto, i fermenti rivoluzionari in Italia erano già esplosi. Ci fu la prima ondata della rivoluzione, e questa volta con una popolazione un po' più convinta del successo, pur mettendo in conto la dura repressione che avrebbero certamente poi scatenato i nemici delle libertà. Ne facciamo la cronaca.

1° GENNAIO - I progetti rivoluzionari di autunno prendono consistenza. In Romagna si cerca di accelerare i tempi mentre é vacante la sede papale. I contrasti per l'elezione sono interni alla Chiesa ma anche esterni, con i vari veti di alcune potenze, al primo posto la solita Austria.

A Modena invece è già stata fissata la data. Su indicazione degli esuli italiani a Parigi che hanno formato un comitato,  CIRO MENOTTI  il 5 febbraio darà inizio all'insurrezione; subito dopo  la rivolta scoppierà nel ducato di Parma, poi si estenderà nello Stato Pontificio. Si nutre  fiducia oltre che nell' appoggio  della Francia, il sostegno dello stesso duca di Modena Francesco IV.

26 GENNAIO - Il re di Francia, Luigi Filippo assicura gli italiani a pochi giorni dall'insurrezione che interverrà  in aiuto della rivoluzione qualora gli austriaci abbiano intenzione di stroncarla. E' in sostanza il proclama lanciato lo scorso anno dalla Francia contro il Patto di Vienna e Luigi Filippo ne ha ribadito il contenuto ma ha pure aggiunto qualcosa. Al "non intervento"  a fianco delle potenze  per reprimere moti indipendentisti, ha contrapposto un  "intervento"  contro chiunque varcherà  i confini di un paese che lotta per la sua indipendenza. Il monito è chiaramente per l'Austria che si sta già mobilitando per le numerose notizie che girano, ma anche perché a Modena c'è aria di tradimento.

2 FEBBRAIO - Dopo sessantaquattro giorni di lungo e polemico conclave, l'elezione del papa avviene su precisa  sollecitazione asburgica. Le notizie dello scoppio delle rivolte in Italia hanno fatto pressione sui cardinali. Viene dunque  eletto MAURO CAPPELLARI, bellunese (che è sotto l'Austria) col nome di GREGORIO XVI

3 FEBBRAIO  - Modena é alla vigilia  della prima ondata insurrezionale. E' notte e sta per scoccare la fatidica ora.  Menotti era riuscito ad organizzare una serie di comitati insurrezionali contemporanei  a Bologna, Firenze, Parma e Mantova. Aveva anche lui deciso di accelerare i tempi con una rivolta all'alba di questo 3 febbraio (e non il 5) convinto di avere l'appoggio del duca di Modena  FRANCESCO VI,  che proprio Menotti fiducioso aveva indicato come guida del movimento rivoluzionario liberale e futuro sovrano della monarchia costituzionale del nuovo Regno d'Italia.

Ma FRANCESCO gli riserva un amara sorpresa. Ha fatto il doppio gioco, anticipa e stronca sul nascere la rivoluzione. I suoi soldati precedono il grande disegno rivoluzionario.  A poche ore dall'inizio della ribellione, Francesco IV, ha rivelato le sue vere intenzioni: ha fatto scattare  il suo piano antirivoluzionario; ha fatto  circondare la sede operativa di Menotti riunito con i capi rivoluzionari,  e ha mobilitato l'esercito nei punti strategici della città per prevenire i moti in altri quartieri.
Dopo l'assedio e una impari resistenza, MENOTTI (ferito tentando la fuga buttandosi da una finestre) con altri quarantuno  compagni sono arrestati e  processati con rito sommario.  Menotti e Vincenzo Borrelli saranno poi impiccati a Modena il 26 maggio, in una città assediata da primi soldati austriaci, chiamati da Francesco IV, mentre lui allo scoppio dei moti si era messo già al sicuro, fuggendo. 
I rivoltosi nelle poche ore di rivolta, sempre più numerosi, nel breve vuoto di potere, assediarono il municipio, le carceri e liberarono i compagni  di Menotti arrestati nella drammatica retata
FRANCESCO IV poi, rientrato in città,  per mettere a soqquadro tutte le sette segrete, aveva fatto diffondere ai quattro venti la falsa voce, che  il MENOTTI e il suo amico MISLEY a Parigi, erano suoi agenti infiltrati (*)  nelle varie società segrete per scovare e denunciare gli appartenenti, e che ora avevano tradito facendo il doppio gioco. L'invito era ambiguo: i sediziosi costituendosi - questo era il suo invito - avrebbero avuto una pena molto mite, ma nel caso contrario, se attendevano di essere catturati uno per uno in base alle informative dei due arrestati, sarebbero invece finiti tutti fucilati o impiccati.
(*) Altri storici ritengono che semmai era Francesco l'infiltrato per scovare gli appartenenti)

(NOTA di un lettore: Concordo, in linea di massima, con quanto enunciato nel Vostro sito a proposito del Duca di Modena, che sarebbe stato in combutta con Menotti ed i congiurati carbonari per ambizioni personali di potere (divenire "Re d'Italia") e di espansione territoriale per il suo piccolo Stato.
E' vero che Francesco IV d'Austria d'Este era un ambizioso di prima categoria ( come dimostrato da altre macchinazioni di cui fu fautore, ad es. ai danni del "liberale" Carlo Alberto di Savoia) ma, a tutt'oggi, la sua partecipazione alla cosiddetta "Congiura Estense" é ben lungi dall'essere dimostrata in tutta la sua completezza, almeno per i fini sopra esposti.
Un'ulteriore teoria, peraltro enunciata da storici favorevoli alla casa d'Este, é che egli fosse entrato, sia pur con molta cautela, nella congiura capeggiata dal Menotti per svelare le trame della cospirazione carbonara nei Ducati e consegnarne gli aderenti agli austriaci, in cambio di ricompense ed ingrandimenti territoriali per il suo piccolo Stato.
In effetti, quello del coinvolgimento del Duca di Modena nelle cospirazioni carbonare dal primo al terzo decennio del secolo decimonono é uno degli aspetti più intricati, più controversi, più inesplorati ed anche per questo più affascinanti della nostra storia nazionale. (By: Enzo.G.C.).

(NOTA di un altro lettore: In merito alla congiura del Menotti che sarebbe fallita a causa del tradimento di Francesco IV (noto che già un altro utente ha lasciato una nota in merito), vi esprimo la mia convinzione, maturata dopo anni di studi sull'epoca e con l'esame degli archivi segreti austro-estensi conservati all'Archivio di Stato di Modena, che si tratti di una delle tante "leggende" costruite ad arte da coloro che alla fine furono i vincitori, e cioè i fautori dell'Italia unita. A seguito della rivolta piemontese del 1821, Carlo Felice di Savoia, allora ospite a Modena di Francesco IV, pensò di togliere a Carlo Alberto il diritto di succedergli al trono e di ciò ne scrisse nel carteggio che, anche nei periodi successivi al suo ritorno a Torino, intrattenne con Francesco IV. Fu Francesco IV che insistette con Carlo Felice sulla necessità del perdono a Carlo Alberto e a lasciarlo erede al trono sabaudo, ciò è sempre riportato nel carteggio citato. Commento quindi con un deciso scetticismo all'idea che rinunciando alle ambizioni di espansione del suo potere nel 1821, cambiasse poi a 180° la sua politica dieci anni dopo. Ulteriore documento a sostegno di questa ipotesi è la relazione del convegno dei capi di stato e di governo a Lubiana, nello stesso anno (1821) ove si decise la reazione ai moti piemontesi e napoletani. Venendo alle relazioni tra il duca e Menotti, i documenti esistenti portano ad una interpretazione degli stessi all'interesse che Francesco IV nutriva per le innovazioni tecnologiche nell'economia (i Menotti erano imprenditori) e nel suo interesse a conoscere i piani dei carbonari per poterli prevenire e bloccare, tutto qua. L'idea del complotto con la protezione del duca fu espressa dal Misley parecchio tempo dopo i fatti (sembra che il Misley non fosse molto considerato nell'ambito della Carboneria e questa azione potrebbe essere stata un tentativo di recuperare credito ed ottenere aiuto nelle sua condizione di esiliato). Nella famosa notte in cui venne sventata la congiura, poco mancò che riuscisse. Il duca al comando dei soldati circondò la casa del Menotti ed intimò la resa, i primi colpi furono sparati dagli assediati all'indirizzo del duca e nell'azione successiva i morti furono solo due dragoni ducali (perchè non si volle colpire la casa con l'artiglieria, vista la presenza nell'edificio di persone estranee ai fatti). Nelle indagini successive si scoprì che la prima mossa dei congiurati doveva essere l'occupazione del palazzo ducale e la cattura della famiglia estense, un po' eccessivo per un complotto combinato, comunque assai verosimile perchè la successiva fuga del duca fu dovuta all'approssimarsi verso Modena di gruppi di congiurati provenienti dai centri minori della provincia. Concludo che i maggiori storici sugli eventi modenesi (Chiappini ed Amorth, innanzitutto) non credono per niente al complotto così come fu riportato dalla propaganda risorgimentale; restano poi i carteggi tra Francesco IV e Carlo Felice e quello tra Francesco IV e Carlo Alberto quali testimonianze della mancanza assoluta del duca di Modena di mire espansionistiche ai danni del Piemonte. (By: Paolo Carraro)

4 - 5 FEBBRAIO - I rivoluzionari delle vicine città non si sono fatti impressionare. Dopo i fatti di Modena, si solleva Imola, Faenza, Reggio Emilia, Forlì. Bologna.

A Cesena, Rimini e Ravenna i rivoluzionari disarmano i soldati pontifici e mettono in fuga i delegati. Altrettanto fa Ferrara che assediata dagli austriaci chiede aiuto a Bologna. Qui i rivoluzionari si sono già sbarazzati con un conflitto a fuoco dei soldati del Papa. Comandanti, delegati e truppe pontificie fuggono. Ma molti tra ufficiali e soldati si alleano al popolo e dichiarano di lottare per la rivoluzione. I militari sulla divisa si mettono la coccarda tricolore; e sono proprio loro a mettere in fuga gli altri - gli ex colleghi - fedeli ad oltranza al papa.
E i nobili? Alcuni sono fuggiti, altri vivono di nascosto senza esporsi troppo. Dopo, se va male, si può sempre dire di non aver partecipato e conservare privilegi con i nuovi vincitori. L'aristocrazia non combatte mai, ed esce da ogni mutamento sempre indenne, conservando beni, palazzi, terreni, castelli e privilegi, sotto ogni tempesta rivoluzionaria o nuovi re.
Il banchiere Lippomano era stato del resto ben chiaro quando entrò a Venezia Napoleone nel 1797: "Bisogna essere delle nullità, come noi siamo, per riuscire a tenere tutto" I veneziani gli diedero un nome sono dei "calabraghe"

6 FEBBRAIO - Anche  Bologna vive tre giorni di rivolta sanguinosa, con morti e feriti, e con il legato pontificio che fugge dalla città;  i bolognesi in tripudio innalzano sulle torri la bandiera tricolore. Un gruppo di notabili costituisce un comitato e dichiara in nome del popolo bolognese: "oggi é cessato per sempre il dominio temporale del papa su Bologna". Viene  poi messo insieme  un governo provvisorio nell'attesa di convocare regolari comizi popolari per le elezioni dei deputati per il nuovo  governo.

7 FEBBRAIO - Papa, GREGORIO XVI, appena eletto pontefice, apprende le notizie delle rivolte, e subito pubblica l'enciclica Dilettissimi sudditi, promettendo perdono cristiano ai rivoltosi se ripristinano la legalità nelle città sconvolte dai reazionari e dagli sciagurati modernisti.

9 FEBBRAIO - A cacciare le truppe pontificie, é il turno di Ferrara;   segue il giorno dopo Pesaro. Scoppiano tumulti a Parma. Tutta la Romagna in rivolta, le Marche in sollevazione.

14 FEBBRAIO - Insorge Ancona, contro i papalini e un piccolo contingente austriaco; la segue Perugia, Assisi, Foligno, Todi. Barricate ovunque e capitolazione dei papalini.

19 FEBBRAIO - Il papa chiede aiuti all'Austria; desidera l'intervento dell' esercito per reprimere le rivolte. Le autorità austriache nel Lombardo Veneto prendono subito drastici provvedimenti: chiudono tutti i passaggi sul Po per non far congiungere  eventuali forze di rivoltosi lombardi o veneti con quelli dei territori  Pontifici. Il Papa invoca l'imperatore Francesco I d'Asburgo per un intervento massiccio. Gli austriaci accolgono l'invito e scendono a sud del PO. Prima d'ogni altra città si dirigono sul Ducato di Parma stroncando la rivolta che ha messo in fuga la reggente Maria Luisa d'Asburgo, la vedova di Napoleone.

1 MARZO - Giunta in Francia le notizie dei moti rivoluzionari in Italia, gli esuli italiani tentano una invasione in Piemonte. Sono fermati ai confini della Savoia dalle guardie francesi.

4 MARZO - Gli austriaci, con il complice appoggio  degli estensi, invadono il Ducato di Modena seminando morte e distruzione. FRANCESCO IV può rientrare nella città riconquistata, accolto dalla nobiltà e dal vescovo. Si ripristina il governo e sono emanate severe pene contro i rivoluzionari dell'ultima rivolta e sono condannati a morte assieme a quelli che languivano in carcere fin dall''arresto di Ciro Menotti.

Dal 6 al 13 MARZO, la mannaia vendicatrice austriaca con la benedizione del papa, cala su Ferrara. In città si riforma un governo pontificio con il monsignore papale,  FABIO ASQUIN, messo nuovamente a governare. Il giorno dopo MARIA LUISA riconquista il suo regno di Parma e fa la magnanima con la popolazione perdonandola; ma é inflessibile con i rivoluzionari che si sono fatti promotori, ed é spietata con gli ufficiali dell'esercito, condannati tutti da una improvvisata corte   marziale per "alto tradimento"..

Il 19 MARZO, gli austriaci  marciano su Bologna; i rivoluzionari fuggono a Rimini, ma anche qui sono raggiunti dagli austriaci con violenti scontri a fuoco. Il generale ZUCCHI, che guida i rivoluzionari arretra fino ad Ancona, qui s'imbarca per la Francia con la maggior parte dei capi rivoluzionari; un centinaio. Ma intercettati sono tutti catturati.

Anche ad Ancona viene ripristinato il governo delle Marche con il cardinale BENVENUTI.

L'editto pontificio emanato su tutti i territori fa ripiombare l'Italia al secolo precedente, e le misure contenute sono estremamente repressive: con l'apertura dei processi sommari cui seguono  severe condanne ai militari e ai civili che hanno partecipato ai moti rivoluzionari, o che hanno costituito governi, e contro chiunque detenga armi da fuoco o semplici coltelli.

Gli austriaci, liberata Ancona, proseguendo l'avanzata, entrano a Roma, come a voler far scudo allo Stato Pontificio, a restaurare la forza del potere papale e l'ostentata forza militare straniera; un atteggiamento che provoca una protesta del governo francese. Un Governo che a sua volta é accusato dal papa di aver promosso i moti rivoluzionari in Italia. Il governo francese smentisce, ma alcuni rivoluzionari pentiti dichiarano che avevano ricevuto promesse di aiuti proprio dalla Francia. Le relazioni così si compromettono nuovamente tra il Papa e la Francia, ma anche tra Francia e rivoluzionari delusi dall'improvviso dietrofront francese, anche se il re di Francia ha consegnato una nota di protesta al Papa per aver richiesto l'intervento degli austriaci sulla penisola.  

CONTINUA ANNO 1832 >