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vedi stesso periodo "RIASSUNTI STORIA D'ITALIA"

ANNO 1833

LA CARTINA D'ITALIA DI QUESTI ANNI VEDI I "RIASSUNTI" DI QUESTI ANNI

*** MAZZINI A GINEVRA
*** GIUSEPPE GARIBALDI
*** RE CARLO ALBERTO: UN  PERSECUTORE
*** MAZZINI E GIOBERTI: Due progetti di Unità
*** L'ITALIA A UNA SVOLTA.

Iniziamo con una panoramica generale sull'intero anno

IN ITALIA, anche se già molto noti in alcuni ambienti, stanno emergendo sempre di più due grandi personaggi; GIUSEPPE GARIBALDI e GIUSEPPE MAZZINI. Il secondo dal regno sabaudo condannato a morte in contumacia per cospirazione repubblicana (per il suo periodico La Giovine Italia) é costretto quest'anno a lasciare anche l'esilio di Marsiglia (per la forte presenza di genovesi sabaudi che frequentano il grande porto e spiano le sue mosse infiltrandosi nelle file degli esuli). Ripara a Ginevra, in Svizzera.

Mazzini già esule nella città francese, aveva perso le speranze in Italia fin dal 1831 per il clamoroso fallimento di MENOTTI a Modena e con l'elezione di Carlo Alberto, rivelatosi improvvisamente, non un potenziale alleato, come aveva fatto sperare in gioventù, ma un persecutore dei liberali, peggiore dei  sovrani sabaudi che l'avevano preceduto.
Mazzini aveva  costituito nella città francese la nuova società segreta rivoluzionaria, anche se  molto diversa dalle sette carbonare preesistenti dov'era lui stesso entrato nel '27 con fiducia.
Mazzini ha un programma unitario repubblicano, che vuol far conoscere a tutti, e proprio per questo, lo scorso anno ha fondato anche La Giovine Italia, il giornale omonimo  come strumento di propaganda. A gennaio gli affianca anche un quindicinale, Il Tribuno. Il contenuto é sempre saturo del suo "credo":  la rivoluzione popolare per un'Italia repubblicana.

Una società segreta  rivoluzionaria  quella di Mazzini,  aperta non solo a degli affiliati giacobini nobili , ma impegnata ad estendere l'idea rivoluzionaria a tutto il popolo (che di fatto non esisteva, esisteva solo una massa di servi, analfabeti, l'80 % sull'intera penisola, punte del 90-95% nel Sud, negli Stati Pontifici, e nel Veneto)

Costretto nel corso di quest'anno a trasferirsi a Ginevra Mazzini inizia nella città svizzera  a riunire  giovani patrioti italiani esuli (che sono migliaia in Europa),  tentando di organizzare spedizioni in Italia contro i Savoia.

Compare quest'anno sulla scena, e vi rimarrà per molto tempo, il giovane venticinquenne GIUSEPPE GARIBALDI (Nizza 1807- Caprera 1882).  Già in precedenza simpatizzante carbonaro é entrato proprio per questo in contatto ancora a Marsiglia con Mazzini condividendo subito anche le critiche sulla Carboneria e quindi aderendo al suo progetto, si iscrisse alla Giovine Italia.
Fortemente motivato, per agire meglio, Garibaldi intende organizzare all'interno dello Stato le rivolte. Vuole insomma  infiltrarsi nelle file degli ufficiali scontenti. Che dentro l'esercito sabaudo sono numerosi. Si offre dunque  volontario nella Marina del Regno Sardo dei Savoia. Suo nome di battaglia BOREL.

PERCORRIAMO ORA ALCUNE DATE IN CRONO

2 GENNAIO - A Marsiglia Giuseppe Mazzini al periodico Giovine Italia affianca un quindicinale, Il Tribuno. Un altro foglio con le Istruzioni generali per gli affratellati che seguita a riportare il programma del suo fondatore.

22 APRILE - E'  un momento cruciale per gli affiliati della Giovine Italia, che conta al suo interno molti ufficiali dell'Esercito piemontese di CARLO ALBERTO.
Il re sabaudo la situazione non la ignora, la conosce fin dai primi anni quando era entrato nel "Palazzo", e quando nel '21 si trovò coinvolto nella congiura che appoggiò ma che poi gli costò l'ira dello zio e il confino per essere stato filo-liberale,  un "traditore" della tradizione dinastica.  Carlo dunque conosce i retroscena, l'ambiente dei rivoltosi, e quindi, ora diventato improvvisamente reazionario, con la Gazzetta Piemontese dà l'avvio a una forte campagna di stampa rivelando continuamente fantomatiche congiure per giustificare le continue  repressioni, gli arresti, le espulsioni, e le tante condanne a morte che personalmente firma. 
Dopo alcune delazioni  di infiltrati (conosce anche lui queste  subdole corsie) in questo aprile viene realmente scoperta  una vera e propria cospirazione nelle file dell'esercito. Seguono massicci arresti, processi e condanne esemplari. Dodici ufficiali sono condannati a morte, altri per salvarsi rivelano i nomi degli affiliati, fortunatamente fuggiti. Ma oltre duecento sono i condannati a morte in contumacia, e fra questi come ispiratore della cospirazione anche Giuseppe Mazzini.

Non viene risparmiato neppure lo stesso cappellano di corte di Carlo Alberto, il trentaduenne, abate filosofo VINCENZO GIOBERTI,  che non sarà condannato ma cacciato dal Piemonte, per aver scritto un articolo filo-liberale sul foglio mazziniano.

GIOBERTI (1801-1852) sacerdote nel '25 aveva coltivato anche lui le idee repubblicane; mandato in esilio, si accostò a una concezione politica più moderata, riformista, fin quando nel '42 con Primato civile e morale degli italiani, prospettò come soluzione della questione italiana una confederazione di Stati, governati ciascuno dal proprio principe, sotto la guida morale del papa (il neoguelfismo). "La rivoluzione non deve assumere il carattere materialistico della rivoluzione francese, ma deve essere promossa, invece, da un'altissima aspirazione idealistica. L'Italia per essere deve creare se stessa e per crearsi deve pensarsi a volersi. Le sventure della patria non derivano dai governi, dalla sfortuna, dalla iniquità degli eventi, ma dagli italiani corrotti che hanno smarrito il volere che edifica. L'opera del risorgimento é opera di educazione, bisogna promuovere un'altissima aspirazione idealistica, un ritorno alle tradizioni e ai valori, che in Italia sono quelli del cattolicesimo,  ristabilire  il dominio di quell'Idea, che in Italia sede del papato, ha la sua naturale dimora". Queste predicazioni   e altre ("il papa, eminente figura morale, con la sua autorità spirituale deve riprendere la sua missione in Europa") ebbero una importanza storica decisiva in Italia perchè riuscì a convogliare le forze cattoliche nella corrente risorgimentale. Ma evitò di trattare il problema più centrale: come poteva proprio il papa sempre più prigioniero di un'ottica orribilmente conservatrice essere la persona più adatta per  fare il capo di una "Italia unita innovatrice", e traghettarla poi in una Europa fortemente  liberalista e progressista?". Gioberti non affrontò mai questa questione.

Eletto poi deputato, ministro, presidente del Consiglio nel'48-49,  analizzò le cause del fallimento (e del peggioramento) e propose una soluzione diversa, abbandonando il federalismo neoguelfo in favore di uno Stato liberale e unitario, sostenendo il progetto sabaudo attraverso una guerra di conquista contro gli austriaci; proprio lui che non aveva mai trattato in venti anni quest'altra grossa questione (Era la principale, ma la evitò. Del resto (lo stiamo leggendo in questi anni Trenta) come avrebbe mai potuto il Papa schierarsi contro l'Austria, visto che proprio all'Austria il Papa doveva la sua sopravvivenza, ed era il suo gendarme?).
Cattaneo, Guerrazzi, Niccolini, sostenevano che proprio il papato costituiva l'ostacolo principale alla realizzazione dell'unità.

Distaccatosi dal mazzinianesimo perchè era contrario ai moti insurrezionali, Gioberti per quanto riguarda l'agire, sembra tornarci più tardi riconoscendo che "é sterile il pensiero che non si cimenta quotidianamente nell' AZIONE e non trae alimento dalla sanguinosa esperienza del martirio". (Finalmente deve aver capito che con le chiacchiere si fa ben poco)

Anche il Mazzini in questi anni trenta, come il Gioberti, intendeva imprimere alla rivoluzione italiana un carattere idealistico e religioso, concependo l'opera del riscatto come un compito essenzialmente morale degli " italiani". E chi erano questi italiani? Se Gioberti non aveva affrontato le questioni citate sopra, Mazzini anche lui nel suo programma (quello di questi anni, appoggiato dalle forze progressiste della piccola e media borghesia e dagli intellettuali democratici) non parla di riforme sociali, la cui attuazione avrebbe potuto migliorare le condizioni dei contadini. 
Mazzini era perfino contrario alla confisca dei latifondi e alla loro assegnazione ai contadini (Pisacane invece  indicava nel possesso contadino della terra lo sbocco sociale della rivoluzione nazionale). Mazzini non vedeva il popolo diviso in classi sociali contrapposte e subordinava l'emancipazione socioeconomica al riscatto politico e all'indipendenza nazionale. Il metodo dell'insurrezione (che constava peraltro in una serie di complotti, ovvero in una guerra ristretta per bande, diretta dall'estero e senza un vero coinvolgimento popolare) doveva servire a liberare il popolo dalla servitù politica, mentre per il riscatto dalla servitù sociale Mazzini sorvolava il problema o proponeva solo soluzioni conciliatorie (fra le classi), moralistiche (prima di lottare per la giustizia l'operaio dev'essere giusto), pedagogiche (con l'educazione, la persuasione ragionata ognuno si convince dei propri torti).
Anche quando poi soggiornerà tra il '37 e il '49 in Inghilterra, Mazzini condanna il sistema economico capitalistico, che esclude i lavoratori salariati dalla proprietà e dalla gestione degli strumenti di produzione, ma poi si limita ad elaborare un progetto di "riordinamento del lavoro" fondato su basi cooperativistiche, con esclusione di qualunque forma di lotta di classe (l'influenza di Owen fa capolino).  L'idea dominante del Mazzini restava quella dell'unità (mistica) di: Nazione, Popolo, Dio.

Infatti  il suo Iddio (indicato nel biglietto scritto di suo pugno, lo scorso anno) era quello astratto del deismo francese, non quello tramandato dalla tradizione cristiana e cattolica. Inoltre il popolo di Mazzini - questo gli rimproveravano gli avversari, avrebbe dovuto portare da solo il peso immane dei nuovi compiti e fare l'Italia senza i principi e contro i principi. E' una concezione (teorica) la sua, ma in seguito verrà chiamata "politica delle masse"; un antipartito, rivoluzionario, che non avrà nulla in comune coi credi, coi dogmi, colla mentalità pregiudiziale del passato.

Gioberti  torna a non essere d'accordo: Pochi anni prima di morire (1852) , analizzando con maggior senso storico e realistico,   ha la convinzione, che solo  insieme, Principi (inclusi i principi della Chiesa) e Popolo  possono contribuire concordemente all'attuazione del grande progetto. I primi sono forti, ma senza il popolo, di cammino ne faranno  molto poco nel corso del  XIX secolo (con i fermenti liberali e socialisti già in atto), mentre i secondi senza i Principi e la Chiesa, da soli, non riusciranno nemmeno a iniziare il percorso. (L'esperienza c'era già stata ed era il clamoroso dietrofront di Napoleone quando si trovò in mano la "scatola vuota" del "culto della ragione", e la dovette riempire con il Concordato Consalvi
vedi 1801 ) se voleva andare avanti.  Insomma le tesi mazziniane almeno fino a fine secolo non si muovono, rimangono un'utopia di una minoranza. Anche perchè manca il tribuno delle plebi, manca il dittatore, e mancano le condizioni che non sono ancora quelle dell'inizio del XX secolo, con un mondo già trasformato dalla tecnologia, dall'economia, da una nuova borghesia, e all'alba di rivoluzioni e grandi conflitti sociali e militari. Tutte componenti che corrono in parallelo, in una Europa malata di "cretinismo parlamentare" e, dirà fra poco un tribuno,  "assolutamente non più necessario".

Infatti, all'inizio del XX secolo, tornano a galla le idee di Mazzini, con un personaggio che si inserisce con irruenza sulla scena politica italiana, rivendicando proprio quelle idee: vuole portare il "Popolo" alla conquista dello Stato con il "culto patriottico".   Abbandona il socialismo utopistico e quello rivoluzionario (predicato nel 1908) e il 28 gennaio 1915, sul Popolo d'Italia, con un articolo inizia con "E' l'ora della riscoperta di Mazzini, rivendico la libertà di tornare all'apostolo risorgimentale, al suo "verbo", capace di fecondare l'azione... Obiettivo concludere il processo avviato dalle minoranze risorgimentali".
L'uomo che scrive queste righe - espulso dai socialisti l'anno prima - sta partorendo infatti, un antipartito, cioè una organizzazione   "fascista". Nulla in comune coi credi, coi dogmi, colla mentalità dei vecchi Partiti, e con la vecchia borghesia. L'uomo é BENITO MUSSOLINI; espulso il 20 ottobre del 1914 dai socialisti e dal giornale l'Avanti, pochi giorni dopo, così si rivolgeva ai vecchi compagni sul  primo numero del "suo" giornale Il Popolo d'Italia (appoggiato e finanziato dalle forze progressiste della piccola e media borghesia):  "Il caso Mussolini non è finito, come voi pensate. Incomincia. Si complica. Assume proporzioni vaste. Io innalzo la bandiera dello scisma". Era ancora un ateo, un "mangiapreti (sul foglio socialista ligure La Lima si firmava "il vero eretico"), ma poi, come Napoleone con Cnsalvi, Mussolini con il concordato con la Santa Sede (i Patti Lateranensi), fa il suo capolavoro politico. Da Mazzini ha preso qualcosa che gli serviva (le masse), da Gioberti ha preso il resto (Quest'ultimo nel Primato morale e civile degli italiani, esalta il Medioevo, il Sacro Romano Impero, il diritto e la religione cristiana con le quali -a suo giudizio- l'Italia ha "civilizzato" tutti i popoli barbari.  La storia d'Italia coincide, per lui, con la storia della chiesa. Solo la chiesa avrebbe potuto, nel Risorgimento, saldare gli italiani in un organismo nazionale unitario.  (Mussolini nel 29: "Visibilmente protetto da Dio,  ha sapientemente rialzato le sorti della nazione accrescendone il prestigio in tutto il mondo". Così scrisse il clero

TORNIAMO A QUESTO 1833

20 MAGGIO - Il giornale "di" Carlo Alberto, La Gazzetta Piemontese, esce con i particolari della congiura de 22 aprile, rivelandone le fosche intenzioni: l' assassinio del re, rovesciare il governo, istituire una repubblica. Sullo stesso giornale fa pubblicare il suo editto: condanna severamente  i lettori di libri, giornali e scritti della Giovine Italia di Mazzini. Molti ufficiali sono appunto condannati al carcere duro, ed alcuni anche a morte,  solo per aver letto, diffuso, o non segnalato subito al sovrano i lettori del periodico mazziniano.

Al "suo" giornale, Carlo Alberto, in questo  stesso aprile, affianca una istituzione culturale, la Deputazione subalpina. Si "fabbricanopanegirici storici che esaltano la storia sabauda, che escono dalla penna di un ambiguo conte, PROSPERO BALBO (1762-1837). Un politico piemontese, letterato, economista,  in gioventù   libero-scambista,  ambasciatore in Francia nel 1796-98,    funzionario  napoleonico,  poi controllore delle finanze durante l'occupazione francese del regno sabaudo. Alla restaurazione con molta diffidenza dei Savoia rimase in circolazione,  ma venne lasciato fuori dal Palazzo, come rettore dell'Università e presidente dell'Accademia delle scienze.  Nel '21 tornò alla ribalta nell'elaborare un  suo progetto di Costituzione,  ma ascoltando un po' troppo le richieste dei rivoluzionari. Fallito il progetto  dei
"moti piemontesi" Re Carlo Felice - oltre che esautorare il nipote ribelle Carlo Alberto, mise anche in disparte per dieci anni Balbo, convinto che l'ispiratore del comportamento del nipote era Balbo con le sue idee.  Indubbiamente non sbagliava. Salito  sul trono nel '31,  Carlo Alberto lo richiamò alla vita politica come presidente della sezione finanze del consiglio di stato,  e con l'istituzione menzionata sopra gli affidò la promozione degli studi storici nel suo regno. La gratitudine divenne palese  (aveva dunque ragione Metternick) con la penna seguitò a proporre  (altrettanto il figlio Cesare, anche lui lodato storico) un'Italia libera unificata, ma sotto il regno di Savoia, vagheggiando un regime costituzionale moderato di tipo inglese con le riforme graduali concesse dal re.
Predicavano entrambi  bene ma Carlo Alberto razzolava male in quanto a moderazione e riforme graduali. E non faceva di certo il moderato mandando sul patibolo i suoi stessi ufficiali, invece di ascoltarne le rivendicazioni.


10-13 GIUGNO - Infatti Carlo, dopo le delazioni, gli arresti e i processi, firma le condanne di molti ufficiali dell'esercito piemontese. A Chambery condanna a morte esemplare per EFISIO TOLA. Altre dodici condanne a morte per fucilazione ad Alessandria, Torino, Genova. Alcuni si salvano rivelando i nomi degli affiliati, altri come l'amico di Mazzini, JACOPO RUFFINI, si suicida in carcere per non rivelare i nomi dei compagni. Altre condanne sono comminate nel mese di luglio, e si scopre un'altra cospirazione. Seguono altri arresti, condanne, fucilazioni, radiazioni dall'esercito. Carlo Alberto è implacabile, firma condanne a morte anche per chi solo detiene scritti mazziniani.

30 GIUGNO - A Marsiglia, Mazzini conosce e accoglie nella sua associazione Giovine Italia un giovane marittimo di Nizza, il venticinquenne GIUSEPPE GARIBALDI. Da anni sulle navi mercantili, il giovane é un dinamico personaggio, e le avventure spericolate  sembrano essere il suo principale mestiere. Anche con Mazzini, si offre di collaborare scegliendo la via più temeraria. Quella di infiltrarsi dentro i militari sabaudi, arruolandosi nella marina, per organizzare dall'interno la cospirazione.

4 LUGLIO - Mazzini a Marsiglia, dopo la condanna a morte in contumacia, non si sente più sicuro in terra di Francia. Troppe le spie in circolazione nella città portuale così vicina alla Liguria sabauda.  Decide di emigrare in Svizzera a Ginevra. Per cautela si fa precedere inviando i bagagli che sono però intercettati (le spie dunque funzionavano bene) e sequestrati a Genova. Nei bauli si scoprono dei doppi fondi  materiale  molto compromettente; contengono scritti di Mazzini, della corrispondenza  e lunghe liste nomi di molti affiliati in altre città d'Italia. In sostanza uno schedario. Una imprudenza di Mazzini che costerà cara a molti ignari seguaci e farà perdere credibilità alla sua organizzazione.
Carlo Alberto mette a disposizione degli austriaci e altri Stati italiani reazionari gli schedari rinvenuti e subito  scatta  una gigantesca ondata di repressioni in molte città italiane, con centinaia di arresti di affiliati, definiti tutti  "cospiratori". Una disfatta

20 AGOSTO - Dopo i numerosi   arresti, si svolgono sommari processi con varie sentenze, e molte condanne a morte, in varie città italiane. Fucilazioni e condanne durissime nelle file dell'esercito piemontese.
La due cospirazione precedenti e i nominativi scoperti,  rivelano dunque che all'interno dell'esercito piemontese  c'è un forte dissenso nei confronti dei Savoia. I numerosi arresti, le dure condanne al carcere, le epurazioni e infine  le numerose condanne a morte di moltissimi ufficiali in molte città, se da un lato seminavano il terrore, provocavano inquietudini, creavano angosce,  dall'altro ai cittadini, al popolo arrivava un messaggio forte e chiaro. 

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