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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
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ANNO 1845
MAZZINI PROBLEMI ITALIA
  - 
I Personaggi politici di questo periodo

VEDI ANCHE I RIASSUNTI DI QUESTO PERIODO IN
" STORIA D'ITALIA
"

*** L'INSURREZIONE DI RIMINI
***  I CONGRESSI DEGLI SCIENZIATI
*** IL "POLITECNICO" DI CATTANEO DA' MOLTO FASTIDIO
*** CATTANEO scrive inutilmente "Psicologia delle menti associate"
*** CARLO ALBERTO TENTENNA FRA MILLE DUBBI
*** LA TERRIBILE CARESTIA IN IRLANDA

Mentre come abbiamo letto lo scorso anno gli intellettuali cercavano affannosamente delle alternative moderate e non insurrezionali per raggiungere l'agognata unità nazionale (repubblicana,  desiderata da Mazzini, confederazione di Stati quella indicata dai moderati) i moti insurrezionali continuano, e alcuni, per l'appartenenza ideologica, sono clamorosi.

Dopo la tragica spedizione dei fratelli Bandiera, queste rivolte  dai moderati sono considerate delle azioni suicide e senza efficacia. Mentre in Romagna sono invece ancora attuali e infatti, nonostante il precedente insuccesso, ne scoppia un altra di insurrezione, ma con una caratteristica nuova,  inedita nelle precedenti sollevazioni,   attribuite prima solo a movimenti atei o fuori dalla chiesa.

La Romagna, fin dalla Restaurazione, era rimasta con una popolazione  la più oppressa di tutti gli Stati.  Tutte le città erano governate dai legati dello Stato Pontificio, da vescovi e cardinali;  tutti   intolleranti ad ogni tipo di riforme liberiste che invece altri sovrani lentamente, malgrado il loro genetico conservatorismo, avevano incominciato ad applicare, nel sociale, nell'economia, nell'istruzione, nell'industrializzazione, nei trasporti, nelle infrastrutture o nella libertà di stampa.

Quasi tutti i sovrani negli ultimi anni avevano promosso  importanti congressi di scienziati. Quest'anno, perfino i Borboni a Napoli ne hanno promosso uno con 1400 studiosi di ogni disciplina, e dopo quello di Pisa, di Milano, Torino e altre città, si era giunti al VII congresso ospitato nella città partenopea; fra l'altro si  inaugura proprio a Napoli persino quello di Archeologia, una scienza nuova che sta iniziando in Italia solo ora. Poi  in parallelo ai congressi erano nate molte riviste scientifiche e culturali ed erano sorti molti luoghi di riunioni dove queste riviste principiavano Sempre comunque guardate con grande sospetto. Alcune relazioni parlano chiaro; "Questi Congressi, sono covi di reazionari". Una nota l'abbiamo letta lo scorso anno dopo quello tenuto a Milano. Questa volta tocca a Napoli. Ecco cosa scriverà  un altro cronista dell'epoca:

"....Ardua e anche lunga cosa sarebbe il narrare la storia di quelle arti e cospirazioni contro i tranquilli Stati italiani, lustro e decoro della felice Penisola. Tra le tante insidie adoperate, prima ancora del 1848, sono da annoverare i così detti Congressi degli scienziati, radunati a volta a volta nelle principali città d’Italia (Pisa, Torino, Firenze, Milano ) sotto specie di scientifiche trattazioni, in quelli che cospiravasi per abbattere i troni dei legittimi Sovrani....  Noi non crediamo di andare errati se  segnaliamo i famosi Congressi, detti degli scienziati i quali, sotto le sembianze di scientifiche trattazioni, di null’altro si occupavano veramente, che di spianare le vie alla rivoluzione, seguendo l’impulso delle Società segrete, sotto la protezione de’ governi, ciechi o complici della stessa Rivoluzione" . (Ne fa aperta confessione l’italianissimo medico Salvatore de’ Renzi, che fu membro attivissimo di tali adunanze, in un suo libro Tre secoli di rivoluzioni napoletane. - Napoli 1886, pag. 296).  - L’Unità Cattolica nell’agosto 1875 (N. 192 e 194), pubblicava su tali Congressi, critiche impietose:   "... radunati a Palermo, fra gli scienziati vi figuravano l’inevitabile Terenzio Mamiani, Atto Vannucci, Giorgini Michele, Lampertico, Menabrea, Aleardo Aleardi, Cannizzaro, Volpicelli, il famoso Mancini ecc. e tra gli esteri vi faceva degna mostra di sé Rénan, il bestemmiatore di Gesù Cristo!... in ossequio alla scienza, conculcavano la Religione e trattando delle cose create, negavano il Creatore...".

Nello stato Pontificio la scienza era solo un demonio,  la perturbatrice di ogni consolidata istituzione ecclesiastica e il progresso era il sobillatore della società civile. Anche se questa era allevata nell'ignoranza per evitare di ricevere critiche e disubbidienza. Di ribellioni, sommosse, rivolte, repressioni, in altri stati, se ne contavano molto poche. Al di fuori di quella così estemporanea  di Crotone contro i Borboni, solo  in Emilia-Romagna e nelle Marche insurrezioni e  rivolte se ne erano verificate moltissime, e la repressione che seguiva nei confronti dei ribelli, con truppe pontificie o con austriaci chiamati in soccorso dal papa,  furono sempre contrassegnate da eccidi, arresti, pesanti sentenze, e tante, tantissime condanne a morte.
Ogni ribellione, lo abbiamo letto negli ultimi anni, da quella iniziata a Modena,   dal  '31 in poi, aveva  riempito le carceri, messo in funzione costantemente la forca, fatto lavorare il plotone di esecuzione. Quindi qualcosa c'era che non andava! Non nei cittadini, ma nei governanti.
Lo denuncerà fra poco clamorosamente Massimo D'Azeglio!

I FATTI IN CRONO

17 GENNAIO - Nei progetti ferroviari si converte anche il ducato di Parma. Inizia la costruzione di una linea a nord verso Piacenza quindi fino al confine austro-lombardo, e una linea a sud fino al confine del ducato di Modena.

FEBBRAIO - La novita' in campo culturale-scientifico (con risvolti politici non pochi) è la fusione della prestigiosa rivista del CATTANEO, Il Politecnico, assorbita da quella di TENCA, La Rivista Europea che ingloba l'intera redazione dopo alcune epurazioni dei redattori e dello stesso Cattaneo; che seguiterà a collaborare, ma si vide sempre più spesso censurare articoli e scritti di vario genere,  fin quando nel gennaio del 1848 fu addirittura proposto per la deportazione (sospesa poi su ordine del Vicerè).
Al governo austriaco la rivista di Cattaneo dava molto fastidio. Ne ordinò la soppressione non perchè fosse apertamente politico (Cattaneo si era sempre mantenuto lontano dalla politica attiva)  ma perchè l'opera di risveglio delle coscienze, che Cattaneo portava avanti attraverso le pagine della rivista, era considerata dall'Austria un'azione sovversiva.
Quindi più che una fusione quella del Politecnico fu una vera e propria chiusura.

L'influenza esercitata da questa  rivista sulla borghesia e sulla classe colta in tutta Italia fu notevolissima in quanto essa diffondeva notizie sui progressi economici  e scientifici del mondo contemporaneo e stimolava l'interesse degli intellettuali per i problemi concreti della vita italiana. Ma pur contenendo  la rivista anche un repertorio di studi applicati alla prosperità e cultura sociale, molto scarsa fu la penetrazione delle idee politiche che sottostavano a questi studi.
Se infatti la borghesia colta del tempo poteva accettare l'idea del progresso sociale ed economico del Paese come fatto necessario, non riusciva ad accettare l'idea più radicale del Cattaneo di un indefinito progresso dell'umanità verso la democrazia. Lui sosteneva la necessità dell'unione dei vari Stati sotto forma di una federazione, che lasciasse ai singoli  Stati ampie autonomie di direzione economica e politica in considerazione della varietà dei problemi che si erano creati in essi in seguito al loro diverso sviluppo storico.
(Cattaneo -e non sapeva ancora nulla delle future "forzate", e "ambigue" "annessioni"-  non riusciva a concepire come avrebbero potuto essere valide alcune leggi e istituzioni concepite per il Piemonte, ma estese ad altre regioni senza tener conto di alcuni elementi linguistici, psicologici e sociologici delle rispettive popolazioni.

Purtroppo Cattaneo ero troppo avanti nel campo psicologico delle masse. Basti pensare che i suoi studi delle varie "parlate" dialettali italiane precorreva tutti gli studi sulla storia della lingua italiana, legando questi studi alla Storia stessa delle regioni, partendo  dall'italico pre-romano, in quanto  - affermava, e sembrava una bizzarria - lo sviluppo sociale dell'individuo é determinato dall'ambiente sociale in cui si forma. Questo grande contributo ce lo ha lasciato in Psicologia delle menti associate. Un saggio che oggi nel 2000 è ancora uno dei più importanti studi  sia nel campo della psicologia  sia in quello della sociologia italiana (purtroppo un testo quasi introvabile e purtroppo anche incompleto - nella spartizione degli Stati é ignorato, ed ecco poi i noti drammi che queste divisioni forzate di popoli causano, coinvolgendo poi il resto del mondo - vedi i Serbi nel 1914, Danzica nel 1939 ecc. ecc.   fino alla recente Iugoslavia).
In sostanza Cattaneo scopriva che i legami linguistici di una regione sono il collante più tenace, una vera e propria  "fortezza" difensiva psicologica quasi irrazionale messa da un popolo di fronte ad ogni "scasso" politico, religioso ed economico. - Basti vedere oggi il Veneto! "se non te parli veneto ti sì  foresto" (se non parli la nostra lingua  in casa nostra sei uno straniero").

Ma anche il lombardo   in questo periodo nei confronti dei piemontesi aveva la stessa insofferenza (questo da alcuni secoli, dall'inizio  della consuetudine ambrosiana, ancora oggi saldissima - indipendente perfino nei riti religiosi). Quindi  naturale poi, che durante le Cinque Giornate di Milano i patrioti trovassero in Cattaneo una guida coraggiosa: fu infatti nominato Capo del Consiglio di Guerra, e in quella veste si rifiutò di mercanteggiare un armistizio con Radetzky. Quando poi arrivò l'ambiguo Carlo Alberto ad aiutare i meneghini con il suo "carisma monarchico" -che invece Cattaneo rifiutava e anzi diffidava senza mezzi termini chiamandolo "traditore"-   fedele alla sua fede repubblicana, si dimise dall'incarico. Più che sterile irrigidimento, era solo coerenza, che manterrà anche dopo, nel 1859; rifiutò infatti,   il seggio di deputato in Parlamento per non dover prestare giuramento a un  Re sabaudo, anche se non era più Carlo Alberto, ma suo figlio. . Abbandonò anche, nel 1865, con atto di fiera onestà, la cattedra di filosofia, unica sua risorsa economica.

(vedi su questo stesso sito il MEMORIALE DI CATTANEO del 1849, originale
"LA RIVOLUZIONE MILANESE E LA GUERRA"

In sostanza il suo "patriottismo" aveva un carattere  diverso da quello degli altri protagonisti del Risorgimento Italiano. Lo sviluppo in senso repubblicano e federalista della storia italiana era, per Cattaneo, solo un episodio di un più vasto processo che si sarebbe concluso con la costituzione degli Stati Uniti d'Europa. Si ritirerà a Lugano per restare nell'ombra, perchè l'Italia era nata in un modo diverso da quello che egli aveva sognato e per cui aveva lungamente e duramente lottato. Morirà  povero e quasi dimenticato da tutti.
(vedi anche la biografia )

30 APRILE - Da Bruxelles, Vincenzo GIOBERTI, ristampa nuovamente la sua opera, Il Primato... dopo le tante critiche che gli erano state mosse e con l' insulto di essere un neoguelfista. Corregge un po' la sua linea,  ma non  chiarisce le sue idee; in nulla. Fra qualche anno sarà lui stesso a non credere più alla utopistica rivoluzione a carattere idealistico  religiosa guidata dal Papa. Come poteva il Papa schierarsi proprio contro l'Austria  che era il suo gendarme? a questa domanda che era sulla bocca di tutti Gioberti non rispondeva. Come riuscire a razionalizzare la laicizzazione del cattolicesimo e nello stesso tempo asceticizzare popolo, patrioti, ribelli e gli stessi moderati?  anche questo problema Gioberti lo sorvolava.

Nel Primato aveva ragione su un punto solo  dove tutti erano d'accordo:  "Fin quando esisteva l'Austria  che  impediva e avrebbe impedito qualsiasi unione degli Stati italiani, c'era poco da sperare".   Ora sperare che il papa, i re i duchi, i sovversivi  e la stessa popolazione potessero sbarazzarsi dell'Austria seguendo le sue ricette neoguelfiste per   innalzare la coscienza nazionale,  non ci credeva nemmeno lui. Ci voleva ben altro.

Quando  nel'48-49,  vide il Papa fare dietro front  contro l'Austria (buttando "a mare" i Piemontesi),   si convinse del tutto anche lui; analizzando le cause del fallimento, solo allora propose una soluzione diversa. Abbandonò il suo neoguelfismo che era fallito clamorosamente, in favore di uno Stato liberale e unitario sostenendo il progetto sabaudo attraverso una guerra di conquista contro gli austriaci; proprio lui che non aveva mai trattato in venti anni questa grossa questione, che era poi la principale.
Quello che ci voleva era l'attacco! Questo non lo aveva scritto, ma lo pensava. Nel suo Primato occupandosi di Napoleone, non lascia passare occasione per esprimere su di lui il proprio sdegno, ma nello stesso tempo lo ha sempre presente nel pensiero, ne è costantemente affascinato; mirabili pagine che ci indicano come nessun altra, come Napoleone abbia influito sul pensiero europeo e italiano. La migliore analisi su Napoleone   resta proprio quest'opera denigratoria scritta da Vincenzo Gioberti. Quando parlava di moderazione, Gioberti paradossalmente  pensava al "fantasma" Napoleone.
Ma  il suo neoguelfismo per avere il colpo di grazia non deve aspettare il '48 e il '49;  lo riceve già in anticipo quest'anno, con una iniziativa e la penna di D'Azeglio. Indubbiamente lo scrittore, marchese, oltre che cugino di Cesare Balbo (fu lui a incoraggiare a scrivere Le speranze...... ) aveva alle spalle  Carlo Alberto, visto che come figura morale Gioberti anche con la seconda edizione del Primato di quest'anno  indica ancora   il Papa come guida e figura morale nell'unificazione e non lui. Questo deve aver infastidito non poco  il sabaudo. O forse si è convinto che non aveva altra scelta, o diventare un sottoposto del papa, cioè un opaco principe vassallo come quelli dello Stato Pontificio che nessuno conosceva, oppure - con molto realismo-  prestare attenzione  a chi voleva andare contro il Papa, ora suo antagonista, e contro l'Austria stessa.  Quello che Carlo Alberto non sopportava nonostante la parentela, era che l'Austria, Metternich ma  anche tutta Vienna,  il Piemonte lo consideravano meno di una loro provincia. Ma di fatto poi  rifiutavano di aiutarlo militarmente contro la Francia per riprendersi il Sabaudo alcuni territori, e nemmeno lo aiutavano economicamente. Basti ricordare il secco no alla ferrovia Torino Milano, e fra poco scoppierà anche la guerra per il sale, per il forte dazio sui formaggi sardi e sui vini piemontesi; quest'ultimo una vera "tragedia per la locale economia" per il florido commercio che da sempre esisteva tra Piemonte e Lombardia.

Per seguire dunque il piano   bisognava partire dal basso, dallo Stato Pontificio. Siamo dunque alle grandi decisioni, anche se a Carlo Alberto proprio quello che gli manca è la determinazione; non riuscirà mai ad eliminare la sua insicurezza fino all'ultimo istante, nel 1849., eppure era un uomo coraggioso.

Carlo Alberto anche quest'anno seguita a rimanere un enigma per tutti, ma già dallo scorso anno ha abbandonato quell'accanimento contro ogni forma sovversiva;  forse in cuor suo sta accarezzando l'idea di assumere la direzione di quel processo di unificazione nazionale (anche se pensa solo alla LOmbardia) che i moderati piemontesi gli stanno sollecitando da anni. Massimo D'Azeglio non é certo estraneo a questo mutamento e forse è stato proprio lui a far accelerare questo  cambiamento, offrendosi come ambasciatore per andare a sondare gli umori rivoluzionari prima a Roma e poi in Romagna, cercando di convincere ribelli, cospiratori e rivoluzionari  a seguire la linea piemontese, cioè un programma moderato e riporre la fiducia in Carlo Alberto. Con Gioberti o con Balbo (fra poco apparirà Cavour che sarà un vero artista ) i piemontesi in un modo o nell'altro erano ormai entrati tutti in quest'ottica,  di "stare in mezzo", in una  estremità i cospiratori mazziniani repubblicani senza un programma attuabile, nell'altra  i giobertiani idealistici-religiosi con un programma utopistico (che nel '48-'49  tramonterà del tutto)

Ci sono quest'anno i primi segnali di questa trasformazione di Carlo Alberto, poi  il prossimo anno cambierà definitivamente atteggiamento allorchè l'elezione di Pio IX sembrò (e lo temette) dar corpo alla concezione giobertiana di un papato conscio di una missione italiana. Improvvisamente il sabaudo sostiene la teoria in base alla quale gli unici sovrani italiani legittimi erano i Savoia ed il pontefice. Non ha rivelato tutte le sue vere intere intenzioni, ma per gli antiaustriaci era già qualcosa.

4 AGOSTO -  A Padova, dai tavolini di un celebre caffè, dove si riuniscono le migliori penne venete, "esce"   il nuovo settimanale artistico letterario "Il Caffè PEDROCCHI", omonimo a questo ritrovo patavino.  I redattori, i lettori e i discepoli, sono gli intellettuali veneti. Non dimentichiamo che siamo in piena dominazione austriaca, e la stessa Università é guidata da un corpo accademico austriaco. Se quella di Milano era sotto controllo, in quella di Padova di controllo non ce n'era bisogno. Era più pacato l'ambiente.  Il sentimento antiaustriaco c'era, ma forse era perfino inferiore a quello antipiemontese le cui affinità erano molto più distanti che non con l'Austria. MANIN che diventerà prestissimo famoso nell'assedio austriaco del '49, sperava in una unità d'Italia, ma contava su quella repubblicana federalista, alla Cattaneo, non certo quella che gli farà vagheggiare  fra poco CAVOUR , che bollò le idee repubblicane, federaliste e indipendentiste di Manin "delle corbellerie". (e non sapeva Manin ancora nulla di quanto accadrà poi in seguito:  e che cosa vorrà dire per il Veneto l'"annessione" plebiscitaria ai Savoia. Il 7 novembre del '66, dopo il voto, Venezia accolse in un modo entusiastico Vittorio Emanuele II, ma a quanto pare i Veneti ebbero subito a pentirsene, si sentirono ingannati, e non hanno dimenticato per anni e anni  la umiliante condizione che li attendeva. Ancora oggi questa data la chiamano "famigerata" e il plebiscito "una votazione truffa". Insofferenti prima alla sudditanza di Roma e quindi all'inquilino del Regio Quirinale, poi  per estensione, nell'immaginario collettivo, l'insofferenza fu rivolta  anche dopo, all'avvento della Repubblica.

1 SETTEMBRE - MASSIMO D'AZEGLIO  (non dimentichiamo che lui è figlio di marchesi,  nato a Torino nel 1798; fino al 1814 era vissuto nella Toscana leopoldina, ed era poi rientrato a Torino solo con la Restaurazione; l'illuminismo del sovrano toscano gli era rimasto) aveva dunque accettato un avventuroso viaggio di "esplorazione" a Roma, con l'apparenza di un divertimento turistico per scopi d'arte. Lo scopo vero era  quello di "tastare il cuore" dello Stato Pontificio, sentire i propositi dei numerosi rivoluzionari  patrioti che abitavano a Roma (il papa a quanto pare ne aveva numerosi anche in casa, di ogni razza). D'Azeglio, proprio lui  nemico delle sette e delle società segrete si trovò a dover partecipare a convegni segreti con alcuni patrioti carbonari, mazziniani ecc. che l'invitavano a capeggiare nientemeno che il movimento liberale in Romagna, il quale, dopo le ultime fallite insurrezioni, era disunito e sbandato. D'Azeglio scopre   così dai ribelli cattolici romani  alcuni legami con quelli romagnoli, e sono proprio questi a indicare che qualcosa in Romagna stava "entrando in ebollizione";  ma non erano i soliti agitatori dentro le file più estremistiche, ma c'era uno sbandamento proprio nelle file cattoliche, comprese quelle che non avrebbero mai rinunciato ad essere guidate dal Papa, ma che però volevano, riforme, governo e libertà, ed erano pronte a scendere in piazza. Un fermento nuovo insomma.
D'Azeglio lascia Roma e si reca in Romagna, deciso non a guidare ma a prendere le redini di questo movimento di moderati-agitati, che sembra quasi orientato a ragionare con la testa dei  piemontesi: la Religione é una cosa, lo Stato un'altra.

23 SETTEMBRE - Non si conoscono i veri contatti Romagnoli-D'Azeglio. Ma appare molto singolare che a Rimini scoppia una anomala insurrezione.  Guidata da un certo PIETRO RENZI. I ribelli (questa volta Cattolici) assaltano nientemeno la caserma delle truppe pontificie,  liberano nelle carceri i prigionieri politici, s'impossessano della città, poi sale su un improvvisato podio  LUIGI CARLO FARINI, e legge e distribuisce   il Manifesto di Rimini ai principi e ai popoli d'Europa. Il preambolo era questo:
"Questa non é una rivoluzione, confermiamo la nostra fedeltà allo Stato Pontificio, ma vogliamo, riforme politiche, riforme economiche, riforme nell'amministrazione, e a guidare il governo della città vogliamo i laici". E' una novità! Clamorosa perchè viene dai cattolici !!! Se c'era lo zampino di Azeglio non lo sapremo mai. Ma da quello che poi scriverà, non sembra che lui fosse del tutto estraneo a quel manifesto.

28 SETTEMBRE - Il sogno riminese è subito stroncato, l'appello non é stato di certo raccolto nè dai vicini né tanto meno dall'Europa, anzi.  Piombano in città le truppe pontificie (questa volta cattolici contro cattolici), le milizie svizzere, i dragoni, i volontari dell'" esercito della fede" (contro i cattolici!). I ribelli fuggono, si mettono in salvo in varie direzioni, poi i pontifici dopo aver ristabilito l'ordine in città, li inseguono a Faenza, ne uccidono alcuni e fanno diversi  prigionieri.
Gli scampati, oltre un centinaio,  fuggono sui monti di Pratomagno, si rifugiano nella sempre ospitale Toscana anche se sono al confine disarmati. Insomma un altro clamoroso fallimento.
Ma non è stato tutto vano. MASSIMO D'AZEGLIO  il prossimo anno dà alle stampe quello che ha visto in Romagna, ed è una doppia denuncia, clamorosa.
Non solo riporta le sgradevoli impressioni che ha ricevuto sulle condizioni della popolazione, costretta a vivere con i soprusi clericali quotidiani e in un degrado civile, economico e morale senza la minima libertà, ma cerca di dimostrare la necessità di un nuovo metodo di lotta per la liberazione nazionale, fondato non più nelle improvvisate rivolte in piazza, sulle congiure fallimentari delle società segrete, ma su una specie di "cospirazione alla luce del sole" con una "guida" autorevole come può essere quella di un re.
Il libretto stampato poi a Torino il prossimo anno, a gennaio, scoppiò come una bomba. Anche se la doppiezza di Carlo Alberto è ancora una malattia inguaribile che ha addosso. Infatti in .........

OTTOBRE -  Lui e i sovrani degli Stati italiani vogliono  dimostrare  che la "Santa Alleanza" é  viva e vegeta. Ne danno una conferma ricevendo lo Zar NICOLA I e l'imperatrice Alessandra,  in visita in Italia,  riservando loro grandi accoglienze. Nei tre mesi di permanenza sono appunto ospiti di Carlo Alberto di Savoia, di Ferdinando II di Borbone, di Papa Gregorio XVI e di altri minori. Tre mesi sono tanti e certamente non sono mancati gli incontri politici per riconfermare la  prosecuzione di quella  linea politica suggerita da Vienna. Che è poi quella di stroncare ogni moto liberale. Ma a Torino qualcosa è mutato, visto che a fine anno (vedi dicembre) Carlo Alberto in una questione delicata nei confronti dell'Austria, chiama come arbitro proprio lo Zar; che é amico del Imperatore austriaco. Ma quando le ragioni di Stato sono più importanti, l'amicizia passa in secondo piano. (non dimentichiamo il recento appoggio dato alla causa indipendentista greca, in funzione anti-egemonia austriaca sui Balcani).

NOVEMBRE - Ma a rendere gli animi ancora più ribelli e antiaustriaci, da una parte e dall'altra, cioè in Piemonte e in Lombardia, arrivarono dall'Austria rimostranze alla corte sabauda per il traffico del sale ligure-piemotese verso il Ticino elvetico, commercio che era al centro Europa un monopolio austriaco con Salisburgo. Il conte BUOL, ministro austriaco fece intendere che erano quasi inutili altri negoziati ed altri incontri per fare trattati, perchè quelli già c'erano. L'Austria per rappresaglia avrebbe aumentato i dazi sui vini del Piemonte assieme ad  altri generi.
Il danno economico era quindi in entrambe le due regioni. Pregiudicava gli interessi dei proprietari piemontesi che non avevano altri mercati, e nello stesso tempo in Lombardia i vini erano saliti così di prezzo che stavano irritando i consumatori fino all'estremo, con rinnovate e dichiarate ostilità verso gli austriaci. E i consumatori di vini piemontesi in Lombardia non erano pochi!

DICEMBRE - Massimo D'Azeglio rientrato dal suo avventuroso viaggio, oltre che stendere il suo famoso rapporto (Gli ultimi casi in Romagna) coglie la palla al balzo tra gli inferociti proprietari, i contadini vignaiuoli e i bevitori lombardi, per infiammare le ostilità nei confronti dell'Austria.  D'Azeglio organizza e  spinge gli scontenti a intervenire in massa durante la solita rivista in campo di Marte di Carlo Alberto,  ed accogliere il re con una grande manifestazione di simpatia. Organizza tutto a puntino, mazzetti di fiori da buttare al suo passaggio, ghirlande alle finestre, invita a fare tanti applausi e soprattutto suggerisce alla  folla di gridare al  passaggio  e poi accogliere a Campo Marte il sovrano, con  "Viva il Re d'Italia". Insomma, lanciare il dardo,  convincere a furor di popolo Carlo Alberto a mettersi a capo di un esercito contro i "tirannici" austriaci.
Chi remava contro, cercò quel mattino del giorno 7, di trattenere il Re a palazzo, a non partecipare. "Ricevere gli applausi in questa circostanza, — fece notare il Conte Della Margherita  — è autorizzare in altra circostanza i biasimi: e gli affari di Stato non si devono trascinare nelle piazze". - In seguito dirà:   "Commisi l'errore, perchè  le sorti nostre non sarebbero state altrimenti migliori; poiché coloro che erano in agguato per cogliere un’occasione, ne avrebbero trovate mille: e nello stato in cui erano le cose, prima o poi era inevitabile lo scoppio. Quella fu l’esca che appiccò il fuoco; ma mille erano purtroppo preparate,  si attendeva solo la prima favorevole circostanza".
Il Re sabaudo diviso fra speranze e timori, titubava. Guerreggiare con l'Austria era per lui una buona idea; ma capiva pure a quale rischio andava incontro. Propose quindi un arbitrato. La Corte di Vienna non disse di no all'incontro, e Carlo Alberto scelse come partner la Russia. Doveva avvenire a giugno del prossimo anno, ma avvenne un fatto che sconvolsero le accomodanti sue buone intenzioni: la morte del Pontefice Gregorio XVI il 1 giugno 1846, e il 16 dello stesso mese la inaspettata elezione di Pio IX.
Ritenuto questo papa da tutti un moderato, un liberale, Carlo Alberto (oltre sentirsi sollevato da ogni scrupolo) giudicò che fosse giunto il momento di trasformarsi in quella "spada d'Italia" che tutti aspettavano, e tornò a dar corpo alla concezione giobertiana, visto che questo papa appena salito sul soglio diede subito l'impressione di schierarsi contro l'assolutismo e contro l'Austria. Infatti Pio IX nell'estate del '47 non esitò a scatenare un conflitto con l'Austria per l'occupazione di Ferrara. E qui l'ambiguo Carlo Alberto, lo vediamo correre e appoggiare energicamente il papato romano, quando il libro di Massimo D'Azeglio,  contro il "riprovevole Stato Pontificio", aveva ancora l'inchiostro fresco di stampa  

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*** EUROPA -  In IRLANDA, gli abitanti, già obbligati dagli inglesi a occuparsi solo di agricoltura, sono colpiti da una tremenda carestia. Abitata da 10.000.000 di sudditi   ma con il sostentamento alimentare fatto soltanto di patate, colpito il tubero da una micidiale malattia fra l'altro genetica (quindi la semenza era già tossica)  fa registrare quest'anno 800.000 vittime. Dal terrore e anche perchè viene a mancare il principale ma misero alimento,  per circa quattro anni, 6-7.000.000 di irlandesi emigreranno verso l'America, a fare i più umili lavori, e spesso in sostituzione di schiavi ormai introvabili e carissimi dopo il blocco della tratta.
Una catastrofe alimentare, mentre il grano che veniva coltivato e raccolto dalla popolazione irlandese (su campi non di  proprietà di soggetti irlandesi) era  totalmente requisito dagli inglesi.
L'Irlanda non perdonerà mai agli inglesi questo genocidio annunciato. Sposterà la questione nell'identificazione religiosa tra protestanti (gli unici proprietari terrieri inglesi sull'isola)  - e i cattolici; che sono poi quest'ultimi gli irlandesi relegati a fare i servi o i contadini, alle condizioni sopra descritte: cioè lasciati a una alimentazione che fino a pochi anni prima era riservata solo al bestiame. ( fu Parmentier nel 1776 (vedi) a vincere il concorso "Un cibo utile per il volgo", indicando con un saggio "il consumo delle patate per l'alimentazione del volgo", che fino allora erano state usate solo come cibo per i maiali e mai utilizzate nell'alimentazione umana. Al secondo posto nel concorso vinse De Rosa con il saggio sull' "Uso delle ghiande molto utili per la mensa degli umani poveri"; e con la   carestia di patate quest'ultimo elaborato prese il posto del primo.

*** LETTERATURA -  LERMONTOV pubblica in Russia Il Demone

*** POLITICA - FRIEDRICH ENGELS scrive uno dei suoi primi saggi che gli procura la fama di fondatore della sociologia operaia: La situazione della classe operai in Gran Bretagna.
Il Saggio gli permette di iniziare il lungo sodalizio con MARX, ed insieme già quest'anno pubblicano, La sacra famiglia, le prime critiche sui loro compagni di studi usciti dalle aule berlinesi di Hegel, "il pensatore imperiale", il filosofo dittatore, che si sta sgonfiando, e con lui in crisi e in disgrazia, fra poco, il suo protettore: Metternich.

*** POLITICA - In Germania esce il saggio di MAX STIRNER, L'unico e la sua proprietà. Opera fondamentale e una delle fonti del pensiero anarchico tedesco ed europeo.

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