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CRONOLOGIA

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il "clima" del 1848 a NAPOLI
ed i MOTI MAZZINIANI

Ti invio questo piccolo contributo, sono 2 pagine estratte da un libro che ho pubblicato con Michele Di Salvo (Napoli) nel settembre 2000. Si tratta di un romanzo storico in cui ho però inserito di tanto in tanto delle pagine di commento storico per chiarire il contesto al lettore.  
Cordialmente - Lucio Margherita (Parigi)

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Le elezioni a Napoli si tennero in un clima diverso da quello dei primi moti di gennaio. In maggio monarchi, felici di aver ritrovato miracolosamente i troni aviti, avevano sbrigliato le iniziative dei nuovi ricchi, spuntati qua e là con le guerre di Napoleone, purché costoro si limitassero a far quattrini e non si occupassero di politica; distinzione questa ogni giorno più difficile da capire e da realizzare. 

La gente comune imparò a spostarsi ed a comunicare su una scala più vasta di quanto non avesse mai fatto fin'allora. La tecnica entrò nelle case con i fiammiferi, l'acqua potala rivolta infiammava ormai il continente intero e non solo perché il 1847 era stato un anno di carestia intenso di avvenimenti rimasti in sospeso, perché in Irlanda si moriva di fame o perché in Russia si frustavano i contadini. Nel vaso di Pandora c'era ben altro. Il garbuglio delle rivoluzioni con cui si era chiuso il secolo precedente aveva cambiato il mondo. I vecchi bile e le macchine da cucire. La stampa si accomodò in poltrona accanto alla pipa di ognuno. Gli artisti misero da parte i modelli epici con cui lettori e committenti s'identificavano ormai poco e cominciarono ad ispirararsi ad un mondo più vicino al loro e di cui gli scienziati capivano ormai il senso senza ricorrere ai miti. Alcuni raccontarono l'opulenza dei nuovi signori dipingendo le loro abitudini nelle loro case; ma i più si soffermarono sulla miseria dei borghi e sulle nuove malebolge urbane in cui si riversavano dalle campagne fiumane di braccianti affamati.
I sociologi denunciarono l'esplosione della mendicità, della disoccupazione, e le pestilenze legate alle condizioni di vita in quei ciclopici grovigli umani. Non era più possibile girare il viso dall'altra parte ed ignorare il verso opaco della medaglia. Politica ed economia lasciarono gli uffici governativi e scesero in istrada, nei caffè, sui giornali. Poeti, bottegai, filosofi e musicisti, il crogiolo d'intelligenze che sviluppò in quei giorni i temi di quella che sarebbe diventata la nostra società, discutevano appassionatamente riforme che non erano più segreti di stato, ma necessità tanto più impellenti quanto ormai sotto gli occhi di tutti. Il motore della trasformazione sociale di quegli anni fu lo sviluppo fulmineo dell'industria. Chi aveva i mezzi, la tempra, e voglia d'investirli, fece fortuna a spese di chi non ne aveva. Così le macchine ingigantirono il divario fra questi pochi e la turba sterminata dei diseredati, sia in quanto al loro numero rispettivo, sia in quanto alla consistenza dell'eredità. 

Il motore della trasformazione politica fu invece la presa di coscienza, da parte di coloro che costruivano le nuove strutture con il proprio sudore ed a rischio dei loro averi, del ben misero ruolo che, ancora una volta, in quelle strutture avrebbero esercitato. Se in Inghilterra una certa collaborazione si era instaurata fra governanti e ceti laboriosi, tale intesa traversava la Manica con maggiori difficoltà che telai e locomotive. I Whigs avevano messo l'amministrazione britannica nelle mani di eletti efficaci, ma per gli italiani lo stato restava ancora un pesante fardello da portar sulle spalle come il capufficio o il padrone di casa. Il cittadino non aveva altro scampo che nascondergli il gruzzolo sotto il materasso. Ma, soprattutto, l'Inghilterra aveva imparato come i governi iniqui si rimpiazzano con un semplice voto, mentre sul continente ciò si otteneva ancora e soltanto con le barricate. 

La dottrina quindi dell'insurrezione come termine indispensabile del dialogo politico era non solo diffusa fra le teste calde europee, ma anche fra quelle pensanti e mazziniane; ed era giustificata. Le probabilità di riuscita di una sommossa, prima dei lacrimogeni e dei blindati, erano eccellenti perché la differenza d'equipaggiamento fra gli avversari non era poi tanta. Per poco che le corvées dei campi fossero invise, il gran numero di forconi degli uni compensava i pochi schioppi degli altri. Le sfuriate del popolo quindi erano frequenti, temute ed i governi facevano di tutto per evitarle. Infatti, se nella maggior parte dei casi bastava poi impiccare un caporione perché tutti tornassero a casa, i benestanti ci rimettevano i mobili ed il sovrano finiva per dover cedere più di quanto non avesse voluto. I patrioti della Giovane Italia quindi, le cui mire erano ben più ambiziose che l'abrogazione dell'ennesima gabella, si industriarono a convertire la sommossa, venerabile ed efficace espressione di malcontento popolare, nello strumento chiave della loro azione politica. Se tutti i loro tentativi fallirono fu per mancanza non certo d'entusiasmo, ma di analisi.

Il segreto del successo delle rivolte infatti era proprio l'essere un fenomeno locale motivato da circostanze locali. Frequenti e imprevedibili, come gli abusi che le suscitavano, queste facevano molto rumore ma rivendicavano poi poco, e su di un territorio pur sempre limitato. Ora invece i patrioti del '48, consapevoli delle tristi circostanze in cui versava la stragrande maggioranza degli italiani, presunsero che il popolo si sarebbe rivoltato ovunque in massa alla prima istigazione. Ma istigare una rivolta simultaneamente ai quattro angoli della penisola avrebbe comportato una logistica inconcepibile per quei tempi e, soprattutto, avrebbe implicato cambiar di scala non solo all'agitazione, ma anche alle motivazioni degli agitati. Si sarebbe trattato, in altre parole, di sostituire un'ideologia alle eterne geremiadi dei villani per lo sbarco del loro miserrimo lunario. Ora, se questo non costituiva certo una difficoltà per i patrioti, usi a motivazioni filosofiche, lo era per i contadini che son per natura pacifici e contrari ad immischiarsi in alterchi e liti, salvo che non si tratti di difendere la loro roba e la propria persona ché, in tal caso, non c'è legge né umana né divina che li tenga. 

Ai soprusi che il popolo pativa da sempre, con episodi d'impazienza saltuari ed esplosivi, l'Europa colta, intelligente ed industriosa cercò di sovrapporre le proprie aspirazioni e mobilitare così le masse dietro ai suoi valori. Ma la scintilla rivoluzionaria che avrebbe dovuto propagarsi fulminea fra vasi comunicanti si diffuse invece a rilento nelle campagne sclerotizzate dell'Europa di quegli anni. La miccia, piuttosto che innescare un'unica, gigantesca polveriera come avevano sperato i patrioti, si limitò ad accendere una serie di rivolte violente quanto effimere, legittime quanto circoscritte, necessarie quanto isolate. I ruteni insorsero contro i vicini polacchi invece che contro le istituzioni dell'Impero, i contadini boemi si rivoltarono contro i feudatari piuttosto che contro i privilegi dell'aristocrazia e quelli tedeschi, invece di occupare le terre, si limitarono a bruciare qualche catasto nella speranza di sfuggire così alle annose vessazioni. A pochi mesi di distanza, avversari diversi si batterono due volte a Parigi sulle stesse barricate. La prima volta per creare una repubblica sociale, la seconda per gettare le basi del secondo impero.

Anche i settari del '48 napoletano, che l'esperienza di Murat e dei fratelli Bandiera avrebbe dovuto indurre a prevedere altrimenti, fallirono per le stesse ragioni. La loro azione si insabbiò nel torpore di un Regno ormai inerte, privo d'energia interna che, agli epigoni della sua esistenza, incassò il colpo estinguendone senza sforzo il vigore. A Napoli le barricate non durarono che un giorno; il popolo vi partecipò appena ed i lazzaroni ne approfittarono per regolare i conti non con il re, che a sera rimase lo stesso, ma proprio con quei patrioti che sul loro appoggio avevano ingenuamente contato
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da "L'Ombra della Vicarìa"
romanzo di Lucio Margherita
Michele Di Salvo Editore (Napoli)


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