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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
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E PAESI

LA GUERRA
del 1859 (batt. di Magenta)
FRANCO-PIEMONTESE contro AUSTRIACI
( IN DUE VERSIONI-RELAZIONI  )


La prima versione la facciamo valendoci delle poche ma precise indicazioni di Bayard De Volo, il quale accompagnando il Duca Francesco V di Modena, (aggiuntosi, come alleato, al Quartiere Generale austriaco), poté de visu raccogliere cose importantissime intorno a questa campagna (Bayard De Volo.- Vita di Francesco V. Cap. 50-51)

"L’esercito regolare sardo -scrive De Volo-  non ascendeva che a 55.000 combattenti, con soli 4000 cavalli e 90 cannoni. Era costituito sotto il comando supremo del Re, ripartito in cinque divisioni, e una divisione di cavalleria di riserva, aventi a capo i generali Castelborgo, Fanti, Durando, Cialdini, Cucchiari e Sambury. Con così poche forze, e male armato, non c'era modo di collocarsi in una posizione forte e sicura, nè poetva attaccare gli austriaci finchè non giungesse a sostegno il potente alleato.

Le divisioni sarde si spostarono tra Alessandria e Casale, dietro al Po e al Tanaro, facendo solo delle ricognizioni dell’ala destra sul vicino territorio parmense, ed estendendo la sinistra sino lungo la Dora Baltea, per coprire da ogni sorpresa Torino. 

Il 5 MAGGIO le truppe francesi della divisione del generale Vinoy attraversano il passo del Moncenisio, per raggiungere e congiungersi con i reparti piemontesi. Nel frattempo a Parigi Napoleone si prepara a partire per Marsiglia. Si imbarca il 10 maggio, arriva a Genova il 12.
Il 14 MAGGIO  NAPOLEONE III, sbarcato a Genova arriva ad Alessandria. Ovviamente l'imperatore intende avere il comando supremo e considera il Re come comandante in seconda. Vittorio Emanuele che già credeva di essere un vero Re condottiero, si trovò a disagio tra tutti quelli che  pretendevano ora dirigerlo. La Marmora in un modo, Cavour in un altro, e ora anche Napoleone.

I francesi costituivano un esercito di 170.000 uomini e 33.500 cavalli.

Erano comandate da generali ormai fattisi celebri in Africa e in Crimea, siccome Rénault, Baraguay d’Hilliers, Mac Mahon, Canrobert, Niel; però il quinto corpo era stato affidato al Principe Napoleone, i novello sposo della sabauda Clotilde.
 L’Imperatore volle assumere in persona il comando supremo di tutta la spedizione. Sino dai 20 di aprile era incominciato in Francia un movimento straordinario sulle strade ferrate convergenti verso le Alpi e sui trasporti a vapore del Mediterraneo; in questo modomentre una parte dell’armata si apprestava a varcare il Moncenisio, l’altra parte, — e questo accadeva il giorno prima della dichiarazione di guerra, — approdava a Genova, ed era quella comandata dal Principe Napoleone, il quale, secondo il convenuto, doveva affrettarsi a prendere possesso della Toscana.

L’armata austriaca in Italia, posta sotto gli ordini del generale d’artiglieria conte Giulay, al momento di entrare in campagna, era forte di 90.000 mila uomini, di 10.000 cavalli e di 350 cannoni. I varî suoi corpi erano comandati dai Tenenti marescialli Odoardo Liechtenstein, Schwarzenberg, Stadion, Zobel, Benedek e dal generale di cavalleria Schaaffgotosche. Dopo l’Ultimatum dei tre giorni, — che di fronte ai concerti ed ai preparativi degli avversarî era in ritardo, — indugiava altri due giorni a passare il Ticino (*) , il che finalmente nel 30 aprile eseguì sopra tre punti: cioè, Pavia, Bereguardo e Vigevano; mentre spingeva una colonna presso il lago Maggiore, e con un’altra avanzata presso Piacenza manteneva sulla destra sponda del Po la congiunzione coi Ducati.
(*) Ma sembra che a Gyulai non arrivasse mai l'ordine di attaccare. A Vienna si esitava sempre, volevano la guerra con degli alleati e nello stesso tempo rischiando l'anticipavano senza alleati. L'11 aprile  l'arciduca Alberto era ancora a Berlino in missione senza aver concluso nulla. Persa la pazienza Francesco Giuseppe inviò ugualmente l'Ultimatum. Gyulai ricevette gli ordini di non attaccare subito (anche se trascorso il termine di 3 giorni dell'ultimatum), ma di aspettare istruzioni telegrafiche da altissimo loco.
Gyulai appare sconcertato e indignato da ogni punto di vista, e scrive al principe Alessandro d'Assia: "Non riesco a spiegarmi tale inaudita leggerezza e superficialità degli alti diplomatici. Se uno di noi facesse il suo servizio in questo modo lo si dovrebbe radiare dai quadri"
(Lettera di Gyulai al Alessandro d'Assia. In copia al Diario del medesimo in data 27 aprile 1859- Diario op. cit.).
Solo il 30 aprile come abbiamo visto sopra Gyulai riceve l'ordine di attaccare. Ma nel momento stesso che si muove, l'imperatore manda un secco ordine al popolare Massimiliano d'Asburgo (governatore austriaco in Lombardia) di andare assumere il comando della flotta e Gyulai
viene così silurato. 
Inoltre Gyulai ha trascurato di fare l'unica cosa giusta: prevenire il collegamento dei Piemontesi coi Francesi e battere (e lo poteva benissimo fare) i primi isolatamente, per poi affrontare i secondi. Esita, perde tempo e perde tutte le occasioni.
Se lo chiede anche il principe Alessandro d'Assia nel suo Diario: "Non riusciamo a capire perchè Gyulai resti così a lungo inattivo e lasci i Francesi tutto il tempo di entrare in Piemonte e portarsi sul confine lombardo a riunirsi con gli alleati"
Ma quando l'11 maggio Gyulai, pur in ritardo inizia a fare qualcosa, da Vienna arriva il telegramma seguente: "Dato lo stato attuale delle nostre cose (e Gyulai era già convinto fin dall'inizio che la Prussia avrebbe piantato in asso l'Austria) il teatro di guerra meglio indicato è...sul Mincio".
Questi ordini e contrordini dovrebbero giustificare la confusa (e quindi negativa) condotta di guerra di Gyulai, che il 16 giugno (dopo la battaglia di Magenta persa e dopo che si è ritirato dietro l'Adda, sacrificando Milano) si dimette (o viene destituito dal comando del corpo d'armata).

A confronto della grande fama, che aveva lasciato di sé nell’esercito austriaco in Italia e in tutta l’armata imperiale, il maresciallo Radetzky, era assai difficile che un suo successore  potesse eguagliarla, sia col prestigio del nome, sia per acquistata fiducia presso i suoi dipendenti. Ma non era questo il solo motivo per il quale il Giulay si trovasse,  rispetto al suo predecessore, in condizione sfavorevole; essendo effettivamente tra i generali austriaci a lui contemporanei, il meno atto, per energia e per talento a ricevere un comando supremo in una guerra come questa. E quantunque ciò fosse conosciuto dovunque, e deplorato dalla pubblica opinione in Austria, pareva che solo lo si ignorasse alla Corte, dove invece Giulay contava parecchi sostenitori.

Coppi ne’ suoi Annali d’Italia (1859. pag. 59) asserisce che il piano di campagna fu per parte austriaca compilato (per quanto si credette) da Grunn primo aiutante di campo dell’Imperatore. Ma in queste parole vi è molta imprecisione, per non dire ignoranza. Grünne, e non Grunn, era effettivamente primo Aiutante di campo dell’Imperatore: ma benché godesse molto favore, e fosse uno dei protettori di Giulay, non compilò lui il piano della campagna, né poteva farlo. Copriva allora l’ufficio di Quartier Mastro Generale, ossia Capo supremo dello Stato maggiore generale, il Maresciallo Hess, a cui spettava in ogni caso la redazione di un simile progetto, ed è quindi fuori dubbio che fosse opera di Gyulai.  E' certo che egli rimase a Vienna durante l'inizio della guerra, e venne in Italia solo quando si mise al seguito dell’Imperatore (16 giugno) e fu poi lui l’anima dirigente delle operazioni, lasciando per altro al Comandante in Capo ampia iniziativa e le responsabilità.  [
Bayard De Volo. — Vita di Francesco V. Cap. 51 ].

Torniamo indietro e diamo uno sguardo ai Francesi. Il giorno 11 maggio l’imperatore Napoleone partiva da Parigi,  il 12 maggio  giungeva a Genova, e il 14 maggio in quella zona dove l’esercito austriaco guidato da Gyulai, dopo aver perduto un tempo prezioso nella Lomellina, aveva iniziato un movimento di ritirata. Il 20 maggio, accadeva il primo fatto d’armi presso Casteggio e Montebello tra i Gallo-Sardi e gli Austriaci, che dopo sei ore di combattimento si ritirarono. Questo fatto d’armi, o piuttosto battaglia, nella quale prese parte, oltre i Sardi, la divisione francese Forey, costò agli alleati da 6 a 700, tra morti e feriti, un colonnello di cavalleria sarda ferito mortalmente, il generale Beuret e due comandanti francesi morti, tre colonnelli francesi feriti. — Quanto agli Austriaci i bollettini sardi dicevano avere sofferto notevolissime perdite, senza però precisarle. Intanto il Generale Cialdini passava la Sesia, e Garibaldi per Sesto Calende penetrava in Lombardia coi suoi "Cacciatori".

Dopo questa prima battaglia seguirono di giorno in giorno varî combattimenti con varia fortuna; finché proseguendo gli Austriaci il loro movimento di ritirata, il 30 maggio, col passaggio della Sesia, e colla presa dell’importante posizione di Palestro aveva termine il primo periodo di questa guerra.

Gli Austriaci erano vinti, più che dalle armi alleate, dalla incredibile inefficienza o dall'indecisione del loro Generale in Capo conte Giulay; ma più di tutto, come fu palese poi, dalla influenza maligna di alcuni in alto loco (si disse della massoneria) che a furia di tradimenti, paralizzava lo slancio guerriero dell'esercito austriaco.
In mezzo a queste cose il 29 di maggio anche l’Imperatore d’Austria lasciava Vienna per andare a mettersi alla testa dei suoi eserciti: e il 31 giungeva a Verona, accompagnato durante il viaggio dalle dimostrazioni  più affettuose dei suoi popoli; quando la notte del 1 di giugno, i corpi franchi del Garibaldi toccavano a Laveno una prima sconfitta, rimanendone distrutta tutta un’intera compagnia.

Ma una battaglia ben altrimenti importante veniva combattuta il 4 giugno a Magenta, dove gli Austriaci con sforzi veramente eroici contrastarono ai Gallo-Sardi il passaggio del Ticino. Per due interi giorni rimase incerta la lotta. Il villaggio di Magenta veniva preso e ripreso sette volte; ma finalmente, mancando agli Austriaci il soccorso di un intero corpo di esercito, che rimase, non sappiamo perché, fino allora inattivi, prevalsero gli alleati.
Il Feld-maresciallo Giulay comandava in capo l’esercito austriaco. Al Generale Mac-Mahon toccarono gli onori della giornata, e n’ebbe in premio il titolo di Duca di Magenta. In tal modo cinque giorni dopo la partenza d’Alessandria, e dopo tre fatti d’armi e una battaglia campale, i Gallo-Sardi si vedevano aperta la via di Milano.

Ma assai cara era costata la vittoria agli alleati. Il Generale Cler cadeva mortalmente ferito, cadeva ancora il Generale Wimpffen; i comandanti Desmé e Maudhuy furono uccisi. All’attacco del villaggio di Magenta il Generale Espinasse veniva colpito da una palla di cannone, mentre il suo aiutante di campo cadeva ferito mortalmente, e cadevano egualmente alla testa delle loro truppe i colonnelli Drohuot e de Chabrière. Il comandante Delort si fece uccidere alla testa del suo battaglione, mentre gli altri ufficiali superiori restavano feriti; anche il Generale Martimprey toccò un colpo di fuoco. Il colonnello di Senneville, capo di stato maggiore del Maresciallo Canrobert, cadeva ferito da cinque colpi di fuoco, senza dire il numero considerevole di ufficiali feriti od uccisi.

Di questi fatti è necessario dare qualche documento: rechiamo dunque i Rapporti Ufficiali delle due parti combattenti: per primo il Rapporto del Quartiere Generale francese.

Passaggio del Ticino e Battaglia di Magenta

Quartier generale di S. Martino, 5 giugno 1859.

"L’armata francese, raccolta intorno ad Alessandria, aveva a fronte grandi ostacoli da superare. Se andava sopra Piacenza, doveva fare l’assedio di questa piazza ed aprirsi a viva forza il passaggio del Po, il quale in questa parte non ha meno di 900, metri di larghezza, e sì difficile operazione doveva eseguirsi in presenza di un’armata di più di 200,000 uomini.

Se l’Imperatore passava il fiume a Valena, trovava il nemico concentrato sulla sponda sinistra a Mortara e non poteva attaccarlo in questa posizione che con colonne separate, manovrando in mezzo ad un paese tagliato da canali e da risaie. Da entrambi le parti vi era dunque un ostacolo quasi insuperabile. L’Imperatore decise di girarlo ed ingannò gli Austriaci raccogliendo la sua armata sulla destra e facendole occupar Casteggio e anche Robbio sulla Trebbia.

Nel 31 maggio l’armata ebbe l’ordine di marciare per la sinistra e passò il Po a Casale, il cui ponte era rimasto in mano italiana; prese tosto la strada di Vercelli, in cui si fece passaggio della Sesia per proteggere e coprire la nostra rapida marcia sopra Novara. Gli sforzi dell’armata furono diretti verso la destra sopra Robbio, e due combattimenti gloriosi per le truppe sarde dati da questa parte, produssero anche l’effetto di far credere al nemico che noi fossimo diretti sopra Mortara. Ma nel frattempo l’esercito francese erasi portato verso Novara, ed avea preso posizioni sul luogo medesimo, ove dieci anni fa aveva combattuto il re Carlo Alberto. Colà essa poteva far fronte al nemico qualora si avesse presentato.

Questa ardita marcia era stata protetta da 100,000 uomini accampati sul fianco destro a Olengo al di là di Novara. Perciò l’Imperatore doveva affidare alla riserva l’esecuzione del movimento che si facevano all’indietro della linea di battaglia.

Nel 2 giugno, una divisione della guardia imperiale fu diretta verso Turbigo sul Ticino, e non trovandovi alcuna resistenza, vi gettò tre ponti.
L’Imperatore, avendo raccolto informazioni che si accordavano nell’affermare che il nemico si ritirava sulla sponda da sinistra del fiume, fece passare il Ticino in questa parte dal corpo di armata del generale Mac-Mahon seguito nel giorno appresso da una divisione dell’armata sarda.

Le truppe frano-piemontesi avevano appena preso posizione sulla sponda lombarda, allorquando furono attaccate da un corpo austriaco venuto da Milano per la strada ferrata. Esse vittoriosamente lo respinsero sotto gli occhi dell’Imperatore.

Nella medesima giornata del 2 giugno la divisione Espinasse, essendosi avanzata sulla strada da Novara a Milano fino a Trecate, donde essa minacciava la testata di ponte di Buffalora, il nemico evacuò precipitosamente i trinceramenti che aveva stabiliti sopra questo punto e si ripiegò sulla sponda sinistra facendo saltare in aria il ponte di pietra che in questa parte attraversa il fiume. Ma l’effetto delle sue mine non fu pieno e i due archi di ponte che essa voleva distruggere si erano soltanto piegati sopra sé stessi, senza crollare, e quindi il passaggio non fu interrotto.

L’Imperatore aveva stabilita la giornata del 4 per prendere il definitivo possesso della sponda sinistra del Ticino. Il corpo d’armata del generale de Mac-Mahon, rinforzato della divisione dei volteggiatori della guardia imperiale e seguito da tutta l’armata del Re di Sardegna, doveva portarsi da Turbigo sopra Buffalora e Magenta, mentre la divisione dei granatieri della guardia imperiale s’impadronirebbe della testata del ponte di Buffalora sulla sponda sinistra ed il corpo d’armata del maresciallo Canrobert si avanzerebbe sulla sponda destra per passare il Ticino nel medesimo punto.

L’esecuzione di questo piano di operazione fu turbata da alcuni incidenti che spesso accadono in guerra. L’esercito del Re soffrì ritardo nel passaggio del fiume, e una sola delle sue divisioni poté seguire da molto lontano il corpo del generale de Mac-Mahon.

Anche la marcia della divisione Espinasse soffrì ritardi, e d’altro lato, allorquando il Corpo del maresciallo Canrobert sortì da Novara per raggiungere l’Imperatore, che in persona si era portato alla testata del ponte di Buffalora, quel corpo trovò la strada totalmente ingombra che non poté pervenire al Ticino che molto tardi. Tale era la situazione delle cose, e l’Imperatore ansiosamente attendeva il segnale dell’arrivo a Buffalora di quel corpo del generale Mac-Mahon, allorquando verso le ore due, egli intese da quella parte una fucilata ed un cannoneggiamento vivissimo. Arrivava il generale.

Quest’era il momento di sostenerlo marciando verso Magenta. L’Imperatore spinse subito la brigata de’ Wimpffen contro le posizioni formidabili occupate dagli Austriaci al di là del ponte, e la brigata Cler seguì il movimento. Le alture che fiancheggiano il Naviglio (gran canale) ed il villaggio di Buffalora furono tolte al nemico dall’impeto delle truppe, ma queste allora si trovavano a fronte di masse così considerevoli che non poterono essere superate e che arrestarono l'avanzata

Ma il corpo d’armata del maresciallo Canrobert non appariva, e d’altro lato il cannoneggiamento e la fucilata che avevano segnalato l’arrivo del generale Mac-Mahon erano affatto cessati. La colonna del generale sarebbe forse stata respinta, e la divisione dei granattieri della guardia avrebbe dovuto  forse sostenere da sé sola tutto lo sforzo del nemico?

Ora si deve spiegare la manovra fatta dagli Austriaci. Allorquando essi seppero, nella notte del 2 giugno, che l’armata francese aveva passato il Ticino a Turbigo, avevano fatto passare rapidamente questo fiume a Vigevano da tre corpi d’armata, che bruciarono poi  il ponte alle loro spalle. Nel mattino del 4 essi erano a fronte dell’Imperatore in un numero di 125,000 uomini, e contro forze sì sproporzionate doveva lottar sola la divisione dei granatieri della guardia, quella dell’Imperatore.

In tal critica circostanza il generale Régnaud de Saint-Jean d’Angély diede prova della maggior energia al pari dei generali che comandavano sotto i suoi ordini. Il generale di divisione Mellinet ebbe due cavalli uccisi sotto di lui, il generale Cler cadde mortalmente ferito, il generale Wimpffen fu ferito nel capo, i comandanti Desmé e Maudhuy dei granattieri della guardia furono uccisi; gli zuavi perdettero 200 uomini ed i granattieri soffrirono perdite non meno forti. Finalmente dopo una lunga aspettatura di quattro ore nelle quali la divisione Mellinet sostenne senza retrocedere gli attacchi del nemico, la brigata Piccard col maresciallo Canrobert alla testa, giunse sul luogo del combattimento. Non andò guari che apparve la divisione Vinoy del corpo del generale Niel che l’Imperatore fece chiamare, e finalmente vennero le divisioni Renault e Trochu del maresciallo Canrobert.

Contemporaneamente il cannone del generale de Mac-Mahon si faceva nuovamente sentire da lontano. Il corpo del generale, ritardato nella sua marcia e meno numeroso di quello che doveva essere, era avanzato in due colonne sopra Magenta e Buffalora.

Siccome il nemico voleva portarsi sopra queste due colonne per tagliarle, il generale de Mac-Mahon aveva unita quella di destra con quella di sinistra verso Magenta, e ciò spiega come al principio dell’azione, il fuoco aveva cessato dalla parte di Buffalora.

E infatti gli Austriaci, vedendosi incalzati di fronte e alla sinistra, avevano evacuato il villaggio di Buffalora ed avevano portato la maggior parte delle loro forze contro il generale de Mac-Mahon al di là di Magenta. Il 45° di linea intrepidamente si scagliò all’attacco della masseria di Cascina Nuova, che precede il villaggio e che era difesa da due reggimenti ungheresi. Mille e cinquecento uomini del nemico abbassarono le armi, e la bandiera fu portata via sul cadavere del colonnello. Nondimeno la divisione de La Motterouge si trovava incalzata da forze considerevoli, che minacciavano di separarla dalla divisione Espinasse. Il generale de Mac-Mahon aveva disposto in seconda linea i tredici battaglioni dei volteggiatori della Guardia sotto il comando del prode Camou, il quale, mettendosi in prima linea, sostenne al centro gli sforzi del nemico e permise alle divisioni de La Motterouge ed Espinasse di riprendere vigorosamente l’offensiva.

In questo momento d’attacco generale, il generale Auger, comandante l’artiglieria del 2° corpo, fece mettere in batteria, sulla ghiaiata della ferrovia, 40 bocche da fuoco, le quali prendendo di fianco gli Austriaci, li posero in gran disordine e fecero una spaventevole carneficina.

A Magenta il combattimento fu terribile. Il nemico difendeva con accanimento questo villaggio. Ambedue le parti sapevano che questa era la chiave della posizione. Le truppe fraco-piemontesi se ne impadronirono casa per casa, facendo soffrire agli Austriaci perdite enormi. Più di 10,000 uomini furono posti fuori di combattimento, ed il generale de Mac-Mahon fece circa 5000 prigionieri, tra i quali un intero reggimento, cioè il 2° cacciatori a piedi, comandato dal colonnello Hauser. Ma anche il corpo del generale ebbe a soffrir molto, e 1500 uomini rimasero uccisi o feriti. All’attacco del villaggio il generale Espinasse e il suo ufficiale d’ordinanza, il luogotenente Froidefond caddero mortalmente feriti, come pure caddero alla testa delle loro truppe i colonnelli Drouhot del 65° di linea e de Chabrière del 2° reggimento straniero.

D’altro lato, le divisioni Vinoy e Renault facevano prodigi di valore sotto gli ordini del maresciallo Canrobert e del generale Niel. La divisione Vinoy, partita da Novara nel mattino, era appena giunta a Trecate, ove doveva bivaccare, allorquando fu chiamata dall’Imperatore. Essa marciò a passo forzato fino a Ponte di Magenta, cacciando il nemico dalle posizioni che occupava e facendo più di 1000 prigionieri; ma, impegnata contro forze superiori, dovette soffrire molte perdite. Furono feriti 11 ufficiali e 50 uccisi; 650 sotto ufficiali e soldati furono posti fuori di combattimento. L’85° di linea soffrì più degli altri; il comandante Delort di questo reggimento si fece valorosamente uccidere alla testa del suo battaglione e gli altri ufficiali superiori rimasero feriti. Il generale de Martimprey fu colpito da un’arma da fuoco conducendo la sua brigata.

Le truppe del maresciallo Canrobert fecero deplorabili perdite. Il colonnello de Senneville, suo capo di stato maggiore, fu ucciso a fianco del maresciallo; il colonnello Charlier del 90° fu mortalmente ferito da cinque colpi di fuoco e parecchi ufficiali della divisione Renault furono posti fuori di combattimento, mentre il villaggio di Ponte di Magenta si prendeva e riprendeva per sette volte di seguito.

Finalmente verso le otto e mezzo di sera, l’esercito francese era padrone del campo di battaglia, e il nemico si ritirava, lasciando in nostra mano quattro cannoni, uno dei quali fu preso dai granatieri della Guardia, due bandiere e 7000 prigionieri. Si può calcolare a 20,000, circa il numero degli Austriaci posti fuori di combattimento. Sul campo di battaglia si trovarono 12,000 fucili e 30,000 sacchi.

I corpi austriaci che hanno combattuto  sono quelli di Klam-Gallas, Zobel, Schwarzenberg e Lichtenstein. Il feld-maresciallo Gyulai il comandante capo.

Così, cinque giorni dopo partito d’Alessandria, l’esercito francese aveva dato tre combattimenti, vinto una battaglia, fatto sgombrare il Piemonte dagli Austriaci ed aperto le porte di Milano. Dal combattimento di Montebello in poi l’esercito austriaco perdette 23,000 uomini tra uccisi e feriti, 10,000 prigionieri e 17 

Tale il Rapporto del vincitore; diamo ora quello del vinto.


Battaglia di Magenta
 Rapporto del Comandante del Secondo Esercito, 
Generale di Artiglieria, Conte Gyulai all’Imperatore d’Austria.

Sire,

Mi affretto a trasmettere col più profondo rispetto a Vostra Maestà, per mezzo del colonnello Veiszirmmel dello stato maggiore del quartier generale, una breve relazione sulla battaglia di Magenta, e la farò seguire da una descrizione circostanziata di questo avvenimento glorioso per le armi di Vostra Maestà, quantunque l’esito non abbia coronato i nostri sforzi.

Il 4 giugno, alle ore 7 del mattino, il tenente feld-maresciallo conte Clam m’annunziò ch’egli teneva occupata, con circa 7000 uomini del suo corpo e col secondo corpo, la posizione di Magenta, e che forti masse nemiche si avvicinavano a quella testata di ponte, abbandonata pochi giorni prima da quel tenente feld-maresciallo per non essere suscettiva di difesa.

Al momento in cui ricevetti quell’annunzio (alle ore otto e un quarto antimeridiane) egli aveva del 7° corpo la divisione Reischach a Corbetto, il tenente feld-maresciallo Lillia in Castelletto, il 3° corpo ad Abbiategrasso, il 5° reggimento parimenti in marcia per Abbiategrasso, l’8° corpo in marcia da Binasco a Bestazzo, il 9° corpo al Po all’ingiù di Pavia. Mandai l’ordine ai corpi di avanzare tosto pi velocemente, e diressi il 3° e il 5° corpo d’esercito contro il fianco destro del nemico nel caso che l’avversario avesse effettivamente a tentare un attacco dalla parte di San Martino. — Era venuto a mia cognizione già il giorno precedente che il nemico aveva passato il Ticino a Turbigo.

Da questo lato io aspettavo quindi il suo attacco principale. Contro Turbigo era già stata spedita prima la divisione Cordon del 1° corpo, la quale però dovette ritirarsi in parte, e più tardi, allorché Buffalora fu perduta, dovette egualmente ritirarsi anche da quel punto, perché il nemico la attaccava in quest’ultima posizione.
Ordinai al tenente feld-maresciallo conte Clam di difendere Magenta, e a tutti i corpi feci affrettare il loro movimento in avanti.

A mezzo giorno il nemico cominciò l’attacco. Con forze preponderanti gli riuscì di prendere l’argine del Naviglio e Ponte di Magenta. Esso vi soffrì enormi perdite, ma però le arginature e il terreno intersecato gli permisero di stabilirsi in questa posizione verso le ore due. A quest’ora io mi sono recato a Magenta collo stato maggiore e prendevo le mie disposizioni.

Nel momento in cui la prima linea cominciò a cedere, la divisione del tenente feld-maresciallo barone Reischach ricevette l’ordine di ritogliere al nemico Ponte di Magenta. Io mi condussi a cavallo a Robecco per indicare al 3° corpo d’esercito la direzione verso il fianco destro del nemico. Breve tempo dopo il mio arrivo colà, mi fu annunziata l’eroica ripresa del Ponte di Magenta e la conquista di un cannone rigato.
Certi della vittoria si spinsero allora innanzi anche le colonne del 3° corpo, il generale maggiore Ramming alla sponda orientale del Naviglio, la brigata Hartung tra il Canale e Carpegnago, e la brigata Dürfeld dietro ambedue quale riserva.

Allorché queste brigate procedettero all’attacco anche la divisione del tenente feld-maresciallo Reischach era stata nuovamente respinta: benché essa, — e specialmente la brigata del generale maggiore Lebzeltern, la quale in un assalto a Buffalora precedette eroicamente il reggimento di fanteria Imperatore, — avesse valorosamente respinti varî assalti.

Il nemico faceva entrare sempre nella linea truppe fresche; la comparsa del 3° corpo sul fianco nemico fece da principio un assai buon effetto. La brigata del generale maggiore Hartung, appoggiata dal generale maggiore Dürfeld, corse più volte all’assalto contro Ponte Vecchio di Magenta; quel punto fu preso, perduto, riperduto; ma poi rimase in mano del nemico. Masse di cadaveri attestavano la pertinacia dei due avversarî.

Anche la brigata del generale maggiore Ramming, dopo varî assalti dati dal bravo reggimento Re de’ Belgi, dovette ritirarsi verso Robecchetto, e si fermò dinanzi a quel luogo. Verso sera giunse sul campo di battaglia il 5° corpo; la brigata Principe d’Assia, benché combattesse con distinta bravura, tentò indarno di respingere il nemico, che si avanzava contro Magenta. Magenta, tenuta ancora dalle truppe spossate del tenente feld-maresciallo Clam e dal tenente feld-maresciallo principe Lichtenstein, dovette finalmente essere abbandonata a fronte degli attacchi di un nemico superiore in numero che veniva anche dalla parte del Nord. Allora fu spedita avanti la divisione del tenente feld-maresciallo Lillia, la quale occupò Corbetto per mantenere, quale riserva, quel punto, pel quale doveva aver luogo la ritirata.

Essendosi fatto sera, io feci occupare fortemente Robecco e preparare il tutto per attaccare nuovamente la mattina del giorno 5. Le enormi perdite del nemico facevano sperare di trovarlo scosso; il valore dimostrato dalle nostre truppe in tutti gli attacchi faceva sperare che col loro urto avrebbero scompigliato il nemico.

Noi avevamo fatto prigionieri di quasi tutti i reggimenti dell’esercito francese; sembrava quindi che si fossero condotte al fuoco anche le ultime riserve, mentre dal canto nostro il 5° ed 8° corpo d’esercito, e una divisione del 3° non avevano ancora combattuto, sicché potevano gettarsi nella bilancia come truppe fresche.

Tuttociò io avea ben ponderato, ed aspettava a dare le disposizioni d’attacco, sinché mi fossero giunte le relazioni delle truppe sulle posizioni da esse occupate e sulle perdite sofferte.

Allora soltanto venni in cognizione che le milizie del 1° e 2° corpo d’esercito, che avevano maggiormente sofferto dal primo attacco del nemico, avevano già dato addietro, e non avrebbero potuto ritornare sul campo di battaglia che con una marcia notturna assai faticosa. Anche alle ore 3 del mattino, esse avevano già incominciato a marciare ulteriormente; sicché, al momento nel quale mi sarebbe stato possibile di spingerle nuovamente innanzi, esse dovevano essere rimandate indietro. In tali circostanze dovetti cercare di mantenere intatti i corpi ancora pronti a combattere, per coprire gli altri, e si dovette ordinare la ritirata.

Il 5 di buon’ora il bravo reggimento di fanteria Granduca d’Assia prese d’assalto ancora una volta Ponte di Magenta per agevolare il movimento di ritirata. Era l’ultimo sforzo di un prode reggimento, dice il tenente feld-maresciallo Schwarzenberg nel suo rapporto, il quale nel giorno innanzi aveva avuto feriti 25 ufficiali e perduto un ufficiale di stato maggiore e 9 capitani, senza esitare un’unica volta nell’attacco, senza vacillare nella ritirata.

Il nemico fu respinto verso Magenta; poi si fece regolarmente la ritirata. Io credo poter dire con piena sicurezza che il nemico, ad onta delle sue forze superiori, abbia pagato a caro prezzo il possesso di Magenta, e ch’esso renderà all’esercito di Vostra Maestà la giustizia di non aver ceduto senza aver sostenuto una lotta eroica, e di aver ceduto in faccia a un esercito valoroso e superiore di numero.

Io non sono ancora in grado d’indicare più precisamente le particolarità del combattimento, mentre, nelle presenti condizioni, non poteva pretendere che arrivassero in tempo i rapporti delle truppe. Credo attenermi al vero esponendo da 4 a 5000 il numero dei morti e feriti, e dichiarando che il nemico ne avrà certo perduto una metà di più. Tra i feriti trovansi il tenente feld-maresciallo barone Reischach, ch’ebbe trapassato il femore ed i generali Lebzeltern e Dürfeld feriti ambedue in un braccio. Non mancherò d’innalzare a Vostra Maestà un rapporto più circostanziato allorché mi giungano relazioni, e di nominare quelli che si sono particolarmente distinti.

Dal Quartier generale di Belgioioso, il 6 giugno 1859.
Il Generale di artiglieria
Gyulai.


Questa le succinte due narrazione con le due versioni per quel che riguarda la prima fase di questa guerra. Troviamo però nel De Volo, testimonio autorevolissimo, particolari così importanti, che crediamo necessario citarli a mò di corollario, sia pure che si abbia a cadere in qualche ripetizione, che d’altronde non è fuor di luogo, trattandosi di Memorie, e non di una Storia.


Gli stessi fatti narrati dal De Volo

 "Il corpo austriaco di operazione, scrive il De Volo * [Bayard De Volo: Vita di Francesco V. Tom. III. pag. 9. e segg.], essendo penetrato in Piemonte, impiegò la prima decade di maggio, da una parte a spingersi innanzi oltre la Sesia, quasi a minacciare Torino, dall’altra ad avviluppare l’esercito sardo, gettandosi sulla sponda destra del Po sino a Tortona. Gyulai aveva posto il suo quartiere generale a Lomello sull’Agogna, per essere più presso all’azione, che si sarebbe presumibilmente impegnata fra i due eserciti. Ma, ingrossatosi nella notte dal 5 al 6 maggio il Po e rovesciato il ponte che gli Austriaci avevano eretto a Cornale, temettero di perdere le comunicazioni, e le brigate loro furono richiamate sulla sponda sinistra, riportando il quartier generale a Vercelli. Stabilitosi quindi il nerbo delle truppe imperiali a San Germano, allarmarono colle loro scorrerie non solo Biella ed Ivrea, ma anche Chivasso, ultima e breve tappa di marcia verso Torino. Di là tutto ad un tratto i corpi avanzati furono richiamati a marce forzate in addietro, e, trasferito il quartier generale a Mortara, l’esercito principale fu il 19 maggio concentrato nella sinistra della Sesia, tra questa, il Ticino e il Po.

Durante tali manovre i Francesi avevano potuto operare la loro congiunzione coi Sardi. Napoleone assumeva il 14 maggio in Alessandria il comando supremo dell’esercito alleato, il quale non tardò, mantenendo per base la posizione già presa dai Piemontesi, a disporsi sopra una linea convergente, che da Voghera, per Castelnuovo della Scrivia, Sale, Rosignano, San Salvatore, Valenza ed Occimiano stendevasi attorno alle posizioni degli Austriaci occupate in massima parte sulla sinistra del Po, se si eccettua la divisione di cavalleria, che batteva la campagna da Piacenza a Stradella. Questa disposizione faceva supporre l’intendimento degli alleati di impegnare l’offensiva con un pronto ed energico passaggio del Po; e poiché nel 17 maggio la divisione del generale Forey erasi avanzata in Montebello nella direzione di Stradella, si pensò al quartier generale austriaco, che si mirasse a un vigoroso attacco sopra Piacenza. Il tenente maresciallo Stadion venne quindi, a titolo di ricognizione, ad incontrarli: e qui gli alleati inaugurarono la campagna con una prima vittoria; poiché, ad onta di gravissime perdite e di una accanita resistenza, poterono mantenersi al possesso di Montebello, essendosi in quel giorno ritirati gli Austriaci in Casteggio, che abbandonarono l'indomani. Questo fatto indusse sempre più il Comandante austriaco a credere, che il piano strategico de’ suoi avversarî mirasse alla media Italia, fu così che trasferì il suo quartier generale a Garlasco, e ordinò ai suoi di sgombrare Vercelli e la sponda destra della Sesia. Napoleone, per mantenerlo in questo inganno, ordinò un movimento di conversione di tutte le truppe francesi da Valenza a Casteggio, ed ostentò, sino col tentativo di gettare un ponte presso Cervesina, di tendere assolutamente verso Pavia e verso Piacenza.

— Per quanto l’abile manovra giungesse a coprire agli occhi del Comandante supremo austriaco le vere intenzioni dell’esercito francese, il Duca di Modena, Francesco V, non avea mancato d’indovinarla. Così fino dal 16 maggio scriveva egli testualmente al suo ministro residente in Vienna:

"Io credo che Napoleone farà forti dimostrazioni sul centro di Gyulai, e farà finta di voler forzare il passo del Po verso la Gabbiana; invece marcerà per la sinistra, passerà il Po a Casale, e piomberà sull’ala destra austriaca verso Vercelli. M’aspetto quindi fra pochi giorni la battaglia sulla Sesia. Ecco il mio pronostico."

Questa previsione fu tosto resa nota al maresciallo Hess, che mostrò apprezzarla. Ciononostante senza l’arrivo in tempo dei rinforzi della Boemia comandati da Clam Gallas, e senza la cooperazione indiretta di Garibaldi, che operando da Varese obbligò gli Austriaci a non seguire affatto la sinistra sponda della Sesia, i Francesi non avrebbero nemmeno incontrato gli intoppi di Magenta, per avere la strada aperta fino a Milano.

Ma quando Napoleone ebbe attirato in quella direzione il nemico, cambiando improvvisamente il fronte del suo esercito, decise di trasferirlo a Novara e sul Ticino, girare la destra degli Austriaci e piombare su Milano. Cominciato questo rapido movimento il 28 maggio, in cinque giorni lo si poté dire compiuto, col soccorso delle ferrovie da Voghera a Tortona per Alessandria e Valenza a Casale e Vercelli. Ciò condusse alla battaglia di Magenta, la quale, mediante i soccorsi allora dalla Boemia agli Imperiali pervenuti, consistenti nel corpo comandato dal Clam Gallas, non sarebbe stata sì facilmente vinta dai Francesi, se, Gyulai, con troppo precoce fiducia, non avesse distratte, senza a tempo rimpiazzarle, come gli sarebbe stato possibile, le sue riserve. Così Mac-Mahon, che fu l’eroe della giornata, vi diede senza ostacoli l’ultimo crollo, restando per allora decisa la sorte, per lo meno della Lombardia.

È noto, osserva il De Volo, come alla battaglia di Magenta l’esercito sardo non giungesse a tempo, inceppato nella marcia dall’ingombro delle strade: le sole Divisioni Fanti e Durando poterono pervenirvi assai tardi. Fu una giornata quasi esclusivamente francese.

Aperta in tal modo e libera la strada per Milano, gli Austriaci ebbero appena il tempo di ritirarsene: e Napoleone III insieme con Vittorio Emmanuele vi entrarono con gran seguito di milizie l’8 di giugno, pubblicandovi assai pomposi proclami, ricevuti con quel plauso, che non manca mai ai vincitori. Del resto, benché assai scarsa vi si fosse mantenuta fino allora la guarnigione austriaca, non vi si era manifestata né agitazione, né sommossa: tutto vi procedette bene, come quando in occasione di guerra guerreggiata, una città qualsiasi è da uno dei belligeranti evacuata, per essere tosto occupata dall’altro.

Il movimento nel frattempo intrapreso da Garibaldi, partendo co’ suoi Cacciatori delle Alpi da Gattinara, e dirigendosi per Borgomanero ad Arona, donde pel richiamo di Urban, cagionato dagli improvvisi apprestamenti della battaglia di Magenta, poté giungere a Sesto Calende ed a Varese in Lombardia; questo movimento, dicevasi, era combinato con l’intiero piano strategico degli alleati, o era azione staccata, che il capo dei corpi-franchi effettuava per conto proprio? Se si giudica da parziali indizî, e da nessun rapporto che Garibaldi aveva con i generali francesi, quest’ultima supposizione è la più verosimile: con tutto ciò si poté ben temere che Garibaldi volesse essere il primo ad entrare in Milano, ma che Napoleone volle ad ogni costo evitare.

Ma è ormai tempo di rammentare il principe Napoleone Girolamo, che, sbarcato a Genova insieme coll’Imperiale cugino, erasi poi, a bordo della Regina Ortensia, trasferito a Livorno, affine di cominciare a prendere possesso del promessogli nuovo regno di Etruria. Già il quinto corpo d’esercito, posto sotto il comando di lui, aveva subìta la sottrazione di una delle sue divisioni di fanteria, mandata a Voghera per rinforzare il corpo di Baraguay d’Hilliers; credendo Napoleone III, che la comparsa a Firenze di milizie francesi, qualunque ne fosse il numero, avrebbe ottenuto un grande effetto, e obbligato gli Austriaci a dividersi. Chi però fece assai poco effetto a Firenze, fu lo stesso Principe demagogo, il quale vi riscosse la più grande impopolarità. — Quale differenza infatti tra lui e il Granduca Leopoldo, che i veri Toscani conoscevano per l’affabilità, per la semplicità irreprensibile dei costumi, pei benefizî! E coloro che avevano avversato i Lorenesi, solo perché attinenti all’Austria, avrebbero mai voluto sostituirvi la soggezione alla Francia, mediante un uomo, molto discusso nella capitale toscana per vicende così clamorose, che la stessa gioventù non valse a scusare? Al disfavore incontrato si acconciò egli con proclami, i quali dichiaravano la sua missione unicamente militare, e non politica. E Cavour ne trasse profitto per far prendere piede in Toscana, coll’aiuto dei confronti, al concetto di una annessione definitiva al Piemonte sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. Fu quindi giocoforza al principe Girolamo Napoleone di operare militarmente, la qual cosa, non essendo conforme al suo genio, disimpegnò egli senza agognare ad allori. — Così il De Volo.

Dopo la battaglia di Magenta l’esercito austriaco, in piena ritirata, abbandonava Milano il giorno 5 di giugno, e il 7 vi entravano i Gallo-Sardi; mentre gli Austriaci, abbandonata l’Adda, si avvicinavano alle proprie riserve sulla linea del Mincio, attendendo il momento di una più importante battaglia.

Il giorno 8 giugno facevano la entrata trionfale nella capitale della Lombardia il re Vittorio Emmanuele e l’imperatore Napoleone, e il 9 assistevano in Duomo a uno dei soliti Te Deum, in cui si ringraziava Iddio della vittoria delle armi impugnate per combattere le battaglie dei suoi nemici!

Intanto Napoleone III, lo stesso giorno 8, rivolgeva ai popoli Italiani un proclama che per la sua importanza non vogliamo omettere. Ma prima di leggerlo fa d’uopo che il lettore si metta bene d’innanzi la lettera di Cavour a Vittorio Emmanuele dopo il colloquio di Plombières: essa ci toglierà l’incomodo di fare commenti.

Proclama di Napoleone III agl’Italiani

"La sorte della guerra, diceva il Sire francese, mi conduce oggi nella capitale della Lombardia. Or vengo a dirvi perché ci sono. — Quando l’Austria aggredì ingiustamente il Piemonte mi sono deciso di sostenere il mio alleato il Re di Sardegna. L’onore e gl’interessi della Francia me lo imponevano. I vostri nemici, che sono i miei, hanno tentato di sminuire la simpatia che era universale in Europa per la vostra causa, dando a credere che io facessi la guerra solamente per ambizione personale, e per ingrandire il territorio della Francia. Se mai v’hanno uomini che non comprendono il loro tempo, io non sono certo del novero di costoro. L’opinione pubblica è oggi illuminata per modo che si diventa più grande per l’influenza morale esercitata, che non per isterili conquiste; e questa influenza morale io la cerco con orgoglio, contribuendo a far libera una delle più belle parti d’Europa. La vostra accoglienza mi ha provato che mi avete compreso.

"Io non vengo fra voi con un sistema preconcepito di spossessare Sovrani, o per imporre la mia volontà. Il mio esercito non si occuperà che di due cose: combattere i vostri nemici, e mantenere l’ordine interno. Esso non porrà ostacolo alcuno alla manifestazione de’ vostri legittimi voti. La Provvidenza favorisce talvolta i popoli gl’individui dando loro occasione di farsi grandi d’un tratto; ma a questa condizione soltanto, che sappiano approfittarne. Approfittate dunque della fortuna che a voi si presenta! Il vostro desiderio d’indipendenza, così lungamente espresso, così sovente deluso, si realizzerà, se saprete mostrarvene degni. Unitevi dunque in un solo intento nella liberazione del vostro paese; organizzatevi militarmente. Volate sotto le bandiere di Vittorio Emmanuele, che vi ha così nobilmente additata la via dell’onore. Ricordatevi che senza disciplina non vi ha esercito, e ardenti del santo fuoco della patria, non siate oggi che soldati, per esser domani liberi cittadini di un grande paese.

"Dal Quartier imperiale di Milano, li 8 giugno 1859.

"Napoleone".

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