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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
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E PAESI

ANNO 1860 
LA SICILIA - UNA LUNGA STORIA  -  I MILLE DI GARIBALDI  - TUTTI I NOMI DEI 1090
I Personaggi politici di questo periodo

VEDI ANCHE I RIASSUNTI DI QUESTO PERIODO IN STORIA D'ITALIA

*** L'ANNESSIONE DI EMILIA E TOSCANA AL REGNO PIEMONTESE
*** L'ACCORDO DI TORINO
*** SABAUDI, ULTIMATUM ALLA SANTA SEDE
*** INSURREZIONE A PALERMO
*** GARIBALDI SUL VOLTURNO
*** GARIBALDI A TEANO
*** IL TRIONFO DELLA POLITICA DI CAVOUR
*** IL PLEBISCITO SABAUDO NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Londra entra prepotentemente nella questione italiana. Gli inglesi vogliono che sorga in Italia uno Stato capace di controbilanciare la Francia  e l'Austria. Inoltre guardano alla Sicilia che potrebbe diventare una loro grande base nel Mediterraneo. Un sogno inglese già accarezzato (e in parte già realizzato) durante il breve periodo napoleonico (infatti, suggerirono ma anche proposero una Costituzione agli "indipendentisti" siciliani molto simile a quella inglese)

16 GENNAIO - Fin dai primi giorni dell'anno, l'azione di Cavour di far fallire il progetto garibaldino e di ritornare lui al potere fu relativamente facile. Dopo il colloquio con il Re del 23 dicembre, Cavour si prese tempo, dandosi però molto da fare per:  a) costringere le Potenze ad esaminare la propria posizione e i vantaggi e gli svantaggi che potevano derivare da una avventata rivoluzione  italiana; b) organizzare le forze nazionali con i vari capi dell'Italia centrale; c) costringere il governo a dimettersi e costituire lui un nuovo ministero.
Tanto zelo fu premiato; a Torino il governo Rattazzi-La Marmora si dimette. Il re è quasi costretto a incaricare Cavour per la costituzione del nuovo governo. Il 21 appena costituito, Cavour (che ha tenuto per sè anche i ministeri degli interni e degli esteri) ha chiesto al Re di sciogliere le Camere, e di convocare nuove elezioni per il 25 marzo con la libera partecipazione anche di quelle popolazioni che vogliono o annettersi alla monarchia  sabauda  o creare un regno separato; un plebiscito insomma  per scegliere e decidere il loro avvenire.

19 GENNAIO - *** ENCICLICA DI PIO IX DEL 19.01.1860

27 GENNAIO - A rovinare  la festa di Cavour è ancora una volta Napoleone III. Rispondendo con molto ritardo agli auguri del Re, l'imperatore francese mette chiaramente in avanti la questione Nizza-Savoia. Più che avanzare una pretesa (legittima perchè sancito nel trattato di Villafranca e Zurigo, ma finora dai Piemontesi disatteso) Napoleone usa la stessa arma che vuole usare Cavour:  "lasciare alla Savoia ed a Nizza la stessa libertà di voto che si vuole offrire alle regioni italiane per decidere il loro avvenire". Sembra un ricatto, perchè Napoleone aggiunge che rinuncia ad ogni ingerenza negli Stati italiani dell'Italia centrale le cui popolazioni  esprimeranno con il voto l'annessione al Regno sabaudo, escludendo però la Toscana che avrebbe dovuto formare uno Stato indipendente; inoltre evita di pronunciarsi sulla Romagna (per non mettersi contro il Papa).
Cavour che sta già predisponendo i plebisciti proprio in Romagna e in Toscana, informato dal suo sovrano, dà subito istruzioni più svigorite ai governatori, poi fa telegrafare al Re il 3 febbraio che il suo governo non "avrebbe fatto opposizione alla libera manifestazione dei voti della Savoia e di Nizza". Inoltre acconsente anche alla richiesta venutagli da Parigi, di sostituire il rigido ministro Des Ambrosis con il più sottomesso Nigra. E non è da escludere che ricevette (dall'ex "Carbonaro coronato", come lo chiamavano a Vienna) la parola d'ordine di non pregiudicare la situazione con attacchi agli Stati limitrofi.
Così cadeva la politica cavouriana di resistenza dei mesi precedenti sulla famosa questione Nizza-Savoia. Forti critiche dell'opposizione della destra conservatrice e della sinistra non si fece attendere: "è un ignobile mercato",  "un vero e proprio asservimento del governo cavouriano alla Francia".  Anche la stessa Londra espresse i suoi malumori. Infine Garibaldi era infuriato, Nizza oltre che essere la sua città natale, proprio a Nizza era stato eletto deputato.

Cavour poteva sfuggire a questa imposizione? No. Poteva avere qualche esitazione? Neppure. Esistevano pericoli? Non sembra. La Francia  non avrebbe mai osato scatenare una guerra per la questione; tanto meno l'Austria avrebbe potuto invadere nuovamente la Lombardia. Gli altri Stati non lo avrebbero permesso. Cavour voleva solo affrettare i tempi delle annessioni, creare con i legali plebisciti subito l'Unione. E una volta creata l'Italia  il suo avvenire non poteva essere turbato da perenni ostilità della Francia o dalle inimicizie dell'Austria. Per arrivarci Cavour contribuì perfino a far vincere i Francesi a Nizza. Paradossalmente a Parigi quasi non si voleva la votazione per il timore di uno scacco, mentre  il Conte preoccupato della persistenza della tendenza antifrancese nella città italianissima, scrisse il 27 marzo a Nigra "...bisogna assicurare, con misure abili, il successo del voto a favore della Francia".  E quando a Nizza arrivò il ministro di polizia di Napoleone III per abbindolare l'opinione pubblica, Cavour ne fu lietissimo [....] Nella lotta tra il Cavour ed il Garibaldi, furibondo perchè rimaneva senza patria, il Re (sollecitato da Cavour? piuttosto verosimile  perchè  Vittorio Emanuele  non aveva proprio per nulla gradito questa cessione) intervenne per calmare il Generale e convincerlo a non comparire a Nizza, come intendeva fare Garibaldi, perchè la questione non si aggravasse" (Francesco Cognasso, Vittorio Emanuele II,  Utet, To 1942, pag. 196)

11-12 MARZO - Ormai già programmati, si svolgono in Emilia e in Toscana i plebisciti. Diritto di voto tutti i cittadini maschi che abbiano compiuto ventun anni.  In Emilia su 526.218 iscritti votano 427.512 (81,1%) con 426.000 sì all'annessione, 756  per il regno separato, 750 nulli.
In Toscana 1.700.000 abitanti, 534.000 diritto al voto, votano 386,445 (73,3%) con favorevoli all'annessione 366.571, 14.925 per il regno separato, 4.949 nulli. Le due regioni sono annesse al Regno di Sardegna.

25 MARZO - Con la partecipazione dei territori annessi si svolgono le elezioni politiche nel Regno di Sardegna.  Cavour si assicura una forte maggioranza parlamentare, ma si forma anche un'agguerrita pattuglia  di democratici; fra i nomi di spicco al primo posto Giuseppe Garibaldi, seguito da Carlo Cattaneo (convinto federalista, eletto più volte deputato, non andò mai in Parlamento per non prestare giuramento alla corona); Giuseppe Ferrari (anche lui tenace federalista, di sinistra, ma piuttosto isolato); Francesco Crispi allontanatosi gradatamente da Mazzini, inizia ad aderire al regime sabaudo, fino a sostenere  "la monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe" pur rimanendo nelle file della sinistra ; poi il dichiarato "nemico personale" di Cavour,  Urbano Rattazzi che fino all'ultimo voto contese la presidenza della Camera all'uomo del Conte, Giovanni Lanza. Inoltre Rattazzi sfruttando lo sdegno di Garibaldi contro il Cavour per la questione di Nizza, cercò di sollecitarlo a riprendere in considerazione l'impresa antiborbonica, ma ora anche antimonarchica, visto che il Re è palesemente schierato con Cavour, quindi anche lui "servo" francese. Crispi (che caldeggia la spedizione) si è già incontrato a Londra con Mazzini, cerca di intendersi con i democratici piemontesi, e ovviamente la sua grande speranza è proprio Garibaldi, che però tentenna perché ora ha rapporti cordiali e anche impegni con il Re. La trama (e l'impresa) rivoluzionaria era sempre quella, soltanto che ora Garibaldi voleva adottare come grido di guerra solo: Italia e Vittorio Emanuele (del resto anche Mazzini il 3 0ttobre dello scorso anno aveva non gridato ma scritto lo stesso slogan
 (vedi
*** LETTERE DI NAPOLEONE, DEL RE
e di... DI MAZZINI (così poco repubblicano)

2 APRILE - Vittorio Emanuele inaugura la nuova Camera dei deputati, non più soltanto piemontese ma già italiana. I nomi ricordati sopra, sotto il vessillo dell'opposizione -pur di ostacolare in tutti i modi Cavour- presero a cuore  la questione Nizza (con il plebiscito previsto per il 15 aprile) ma cosa più grave ripresero anche il progetto che era stato abbandonato a dicembre; cioè la famosa spedizione garibaldina in Sicilia. E non erano solo voci, ma il Re visitando la Toscana e l'Emilia continuava a parlare del progetto ai suoi ufficiali, mentre il suo ministero faceva tutto il possibile per impedirlo. A Cavour giunsero queste voci già a Firenze mentre accompagnava il Re, poi ritornando a Torino, passando da Genova, seppe di alcuni preparativi. Inquieto e infuriato scrive a Nigra "I mazziniani stanno rialzando la testa; con gli intrighi di Garibaldi; e cosa più grave, parlano, direi quasi, in nome del Re". Non aveva torto, pochi giorni dopo a Genova comparve Garibaldi. Proveniente da Torino si era incontrato con Crispi e Bixio. Lo avevano supplicato di decidersi, e lui sensibile alle azioni, convinto che era il momento di agire, volle nuovamente incontrarsi con il Re per chiedere una brigata per la spedizione. Più precisamente voleve la Brigata Bergamo e, particolarmente, il 46° Reggimento, i cui ufficiali erano tutti garibaldini  L'atteggiamento fu simile a quello di dicembre. Il Re non era favorevole, ma l'idea non gli dispiaceva, ma non voleva assumersi - lui, capo di una monarchia- le responsabilità dirette di un movimento rivoluzionario com'era considerato quello di Garibaldi. Non voleva confondere le due cose, anche perché era chiaro che se Garibaldi falliva la missione, per lui e per la sua dinastia non c' era più scampo. Dalla battaglia di Novara in poi la monarchia sabauda aveva fatto sempre ambigui accordi con la rivoluzione italiana; questo era ormai risaputo in tutta Europa; ma un conto era questo lontano passato, un altro era scendere in campo di persona a guidare o semplicemente acconsentire a una spedizione rivoluzionaria  contro un'altra monarchia potente come quella dei Borboni. Per farla breve Vittorio Emanuele virtualmente si dissociò, non acconsentì alle richieste di Garibaldi, ma nello stesso tempo lasciò che il capo rivoluzionario seguisse il suo ben noto impulso.

 MAGGIO - Ma a Cavour non sfuggirono queste manovre, ed era infuriato. Lasciar partire la spedizione o ufficiale o non ufficiale per il Sud era come voler accendere un fiammifero dentro una polveriera. Il 1° maggio  si precipitò in Emilia e volle affrontare il Re per chiarire fino in fondo le sue intenzioni e le oscure manovre, ignorando il suo ministero. L'incontro avvenne a Bologna, di notte, dopo una serata di gala al Comunale. Il colloquio fu tempestosissimo come quello di Monzambano (Villafranca). Non c'erano testimoni, ma si concluse evidentemente allo stesso modo, visto che ci è rimasto un breve biglietto di Cavour inviato poi il giorno dopo: "Maestà, dopo le parole che voi ieri pronunciaste, qualsiasi ministro avrebbe dovuto dare a quest'ora le sue dimissioni. Ma io non sono un ministro qualunque, perchè sento che ho ancora troppi doveri verso la Dinastia e verso l'Italia. Attendo al riguardo particolari comunicazioni di Vostra Maestà. Pertanto rimango. Cavour".  (Francesco Cognasso, Vittorio Emanuele II,  Utet, To 1942, pag. 201).

Sembra che Vittorio Emanuele per la seconda volta intendesse fare a meno di Cavour, ed affidare proprio al suo nemico Rattazzi i successivi "virtuosistici" eventi; Nizza, Sicilia, governo. Nello stesso giorno e nella stessa Bologna il Re interrogò qualche personaggio (si afferma il Minghetti, il Pepoli) poi rispose a Cavour  mandandogli "particolari comunicazioni". Non sappiamo quali. Ma il tenore della successiva risposta  di Cavour del 2 maggio non lasciano dubbi, era la risposta ad un insinuante tentativo di liberarsi di lui;  infatti diceva "Questa prova della persistenza del cattivo volere di Sua Maestà a mio riguardo non mi scoraggia. Sono deciso a servire il Re malgrè lui". (Ib. pag.202)

 
Insomma  era una sfida; egli avrebbe governato contro il Re: Napoleone III  ora era  per la politica di Cavour, diventato suo complice. E questo avvenne tre giorni prima che Garibaldi salpasse da Quarto.

6 MAGGIO - Nel gravissimo contrasto tra Cavour e il Re, il generale Garibaldi salpa da Quarto con i suoi Mille, dopo aver inviato una lettera a Vittorio Emanuele, per annunciargli la partenza e la sua missione, e che termina con una frase curiosa: "Io non ho partecipato il mio progetto a Vostra Maestà; temevo infatti che per la riverenza che le professo, Vostra maestà riuscisse a persuadermi di abbandonarlo". Questa frase -è chiaro- era destinata a coprire il Re ed a mascherare la sua adesione al progetto (in caso di sconfitta).

Ma la stessa frase e con lo stesso tono la scrisse anche a Cavour. Lo statista fu informato della partenza della spedizione a cose fatte, non dandogli il tempo di ostacolarla, figuriamo poi aiutarla.
L'aiuto non l'avrebbe mai dato, non solo per le implicazioni politiche, ma anche perché prima di tutto diffidava di Garibaldi per la sua fede repubblicana; dubitava dell'esito della missione ed infine non aveva nessuna stima per Garibaldi; che il Generale però ricambiava nella stessa misura. Purtroppo per Cavour, inequivocabilmente  (dopo l'incontro notturno a Bologna) il Re era con Garibaldi d'accordo, inoltre i suoi amici della Società Nazionale (compreso lo stesso La Farina) erano favorevoli alla spedizione, quindi condannarla ora a partenza avvenuta c'era il forte rischio di tirarsi dietro una forte opposizione proprio ora che c'era  sul tappeto la delicata  questione Nizza-Savoia. Fu quasi contento di essere stato informato a partenza avvenuta. Per lui fu una liberazione per non essere stato coinvolto nella "trama rivoluzionaria".  Rimase alla finestra a guardare. Se le cose andavano male, la soddisfazione sarebbe stata doppia, mentre se andavano bene c'erano mille modi per intervenire e per modificare a proprio favore i successivi eventi.

Ma torniamo alla partenza dei due piroscafi da Quarto

5 MAGGIO - Nel porto di Genova una quarantina di seguaci garibaldini guidati da Nino Bixio braccio destro di Garibaldi, con un (fantomatico) atto di pirateria ai danni della società Rubattino  si impadroniscono di due piroscafi: il Piemonte e il Lombardo. Se a Torino Cavour mostrava i denti, e il Re si infervorava ma poi si nascondeva dietro le ambiguità, a Genova abilmente si finse il colpo di mano per offrire un alibi ad entrambi. 
A Genova l'arruolamento era proceduto indisturbato e il denaro per il Fondo era affluito abbondantemente.
Incertezze e sconforto a pochi giorni dalla partenza ci furono, quando da Malta il 28 aprile giunse un allarmante  telegramma in cui si diceva "Completo insuccesso in provincia e a Palermo. Non vi movete". Il 14 c'erano state tredici  esecuzioni di congiurati che avevano guidato  l'insurrezione del 4 aprile, il 27 moriva Francesco Riso che l'aveva organizzata.  Garibaldi stava per mollare tutto. Già aveva -tramite l'amico Fauchè della Rubattino- prenotato un posto sul piroscafo per ritirarsi in Sardegna.
Poi l'indomani giunsero notizie più confortanti; nelle città siciliane si era rinunciato momentaneamente all'azione, ma la rivolta -con tanti focolai- si stava diffondendo nelle campagne. Agli impazienti compagni che volevano partire Garibaldi comunicò l'ordine "Partiamo, e subito".

Garibaldi non era partito allo sbaraglio. A Genova non lo avevano aiutato per ovvi motivi -già sopra esposti- le grandi autorità, ma un nugolo di funzionari di piccolo calibro avevano il compito di farlo.

 Alcuni ordini venuti dall'alto dalla Marina furono comunque  necessari per la navigazione, come quelli dati dall'ammiraglio Persano. Furono tutti  ordini ambigui. Tuttavia alla Rubattino si parlò anche di certi compensi. L'atto di pirateria fu tutta una messa in scena. Alla Rubattino infatti andò -non a caso- buona parte di tutta la flotta marittima confiscata al Regno delle Due Sicilie.  

6 -11 MAGGIO - Partiti il 5 sera, all'alba del 6 i due piroscafi imbarcano Garibaldi, Bixio e altri uomini allo scoglio di Quarto e puntano verso il Sud. All'appuntamento mancarono le chiatte cariche di fucili e munizioni. Garibaldi prosegue comunque per Talamone; qui alla fortezza  (affidandosi (!?) al patriottismo del colonnello Giorgini, che comandava il deposito di Orbetello) si fa consegnare tutte le armi e le munizioni, poi i due comandanti riprendono senza incidenti la navigazione verso la Sicilia. Dovevano sbarcare a Sciacca, poi si scelse Marsala. Nel primo sito evitarono di incrociarsi con tre navi da guerra borboniche, nel secondo trovarono (!?) invece la protezione di due navi da guerra inglesi, la Argus e la Intrepid. Questa "provvidenziale presenza"  fu poi così giustificata: "per difendere gli interessi dei sudditi britannici sull'isola". Ovviamente questa presenza fece fallire un tentativo di sbarco delle truppe Borboniche, mentre per i garibaldini fu utilissima, in poche ore occuparono la cittadina. La mattina del 12 maggio Garibaldi si mosse verso l'interno. Il pomeriggio del 13 Garibaldi giunse a Salemi dove si proclamò dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II.

Molti personaggi - compreso il Re- seguirono tramite molti messaggi i due piroscafi Lombardo ed il Piemonte nella loro navigazione fino all'avvenuto sbarco.  Da Calatafimi ad esempio arrivarono a Vittorio Emanuele  i saluti di Garibaldi. Il Trecchi -aiutante del Re-  già presente a Genova nei preparativi, ritornato a Torino era in continuo contatto con le due navi tramite Turr, e dopo lo sbarco anche con Garibaldi. L'aiutante di campo del Re, generale Sanfront, da Torino gli inviò questo messaggio: "Bisogna procedere con la massima prudenza, perchè i diplomatici e gli intriganti (Garibaldi) lo sorvegliano costantemente ed hanno corrotto persino i suoi valletti di camera". Il Trecchi poi a metà giugno lasciò Torino e raggiunse Garibaldi. Il 24 ancora Sanfront  gli invia questo messaggio "Il Re vi ringrazia e procurerà vi siano mandate le persone che vi fanno bisogno. Ha ricevuto ieri le lettere di Garibaldi. Lo ringrazierete...." (Ib. pag.203). 

14 MAGGIO - Viene insediato un governo provvisorio siciliano. Garibaldi istituisce e affida la carica di segretario di Stato a Francesco Crispi che diviene il capo effettivo del governo siciliano. Con un decreto si ordina la leva di massa di tutti gli uomini validi dai diciassette ai cinquant'anni, e con un altro decreto sono rimesse in vigore tutte le leggi precedenti la restaurazione borbonica del 1849. Sono provvedimenti che fanno sperare (almeno in una parte della popolazione) in una indipendenza; un definitivo tramonto della politica non solo borbonica ma in modo sostanziale quella monarchica. 

Un sogno già accarezzato fin dal 1302: quando questo progetto stava per nascere dall'aristocrazia, dal ceto dirigente, ma anche largamente appoggiato dalla popolazione. Questo "Partito Separatista" spunterà fuori molte volte nel corso dei secoli, e anche negli anni (vedi) 1943-45 (con Finocchiaro)  - Persino prima della "discesa in campo" di Berlusconi nel 1994 - vedi).  Nel 1812 -anno critico per l'intera Europa- fu scritta perfino la Costituzione di un governo simile a quello britannico (c'erano gli inglesi sull'isola) con una bicamerale. La Sicilia non era mai stata così vicina ad una definitiva svolta come nel periodo napoleonico. Dove sarebbe giunta la Sicilia con questa autonomia lo possiamo solo immaginare: molto lontano. Aveva tutte le carte a favore, era lontana dagli altri litigiosi Stati Europei, ed era sul mare, e nel mare c'era allora solo una potenza dominatrice: l'Inghilterra, che l'avrebbe sempre protetta, anche perché l'isola era strategicamente importante. Come nel periodo romano, era al centro dei traffici del Mediterraneo. Paradossalmente la caduta di Napoleone, danneggiò la Sicilia ma anche  l'Inghilterra. Persero involontariamente una importante occasione.

15 MAGGIO - Pur non attrezzati, e neppure decentemente armati (i fucili che erano stati raccolti si rivelarono dei "catenacci" inservibili) e inoltre  inferiori come numero, sulla strada verso Palermo, a Calatafimi avviene lo scontro con i borbonici e la prima battaglia; combattuta dai garibaldini alla baionetta. Subirono 32 perdite e 180 feriti. Molti "picciotti" (i volontari siciliani) entrarono nelle file dei garibaldini. Ma non erano sufficienti per affrontare l'attacco a Palermo, difesa dal generale borbonico Lanza. Garibaldi non bastando il coraggio per l'inferiorità di uomini e mezzi, ricorse alla furbizia. Nelle successive settimane di maggio, dopo Calatafimi, iniziò a saltellare sui monti del Palermitano, facendo ammattire gli inseguitori. A Orsini - comandante di una generica artiglieria- diede l'ordine di dirigersi verso Corleone dando l'impressione di fuggire, in modo da attirarsi i nemici, mentre lui prendeva la strada per Misilmeri.  Poi all'alba del ....

27 MAGGIO - ...piombò su Palermo scendendo dal passo di Gilbarossa. Erano rimasti 750 garibaldini, si erano uniti lungo il percorso 3000 contadini, ma poi entrando in città una parte del popolo ostile ai borbonici si unì  alla lotta con tutti i mezzi, ma altri la difendevano.  La città si trasformò per tre giorni in un campo di battaglia. Nonostante la superiorità in uomini e in armi i borbonici furono costretti a chiedere una tregua, che dopo pochi giorni si trasformò in una vera capitolazione. Vinta la battaglia a Palermo, cacciati i soldati e i funzionari borbonici, sul basso ceto Garibaldi esercitò un fascino irresistibile. Vi avevano visto un'occasione per la ridistribuzione della ricchezza.
Non era invece fascino plebeo ma opportunismo venale  il sostegno dato dalle classi dominanti all'iniziativa garibaldina (che non dimentichiamo era di sinistra); rifuggivano dal repubblicanesimo e consideravano l'annessione piemontese una garanzia per il mantenimento del loro privilegio sociale. Così era sempre avvenuto (su tutte le latitudini); si cambia monarca ma non si cambia quella nobiltà che al nuovo monarca si adegua. Solo così si conservano proprietà e privilegi.

31 MAGGIO - A Palermo si firma l'armistizio tra Borboni e Garibaldini con una mediazione di un ammiraglio inglese. Si sospendono le ostilità. Ora tutti si attendono le trattative. Che hanno -appare evidente- un solo sbocco: si sancirà la fine del dominio borbonico in Sicilia. Ma resta l'incognita Napoli.
Se c'è fermento in Sicilia, a Torino si è sulle spine, mentre in Europa molti politici protestano contro l'atto garibaldino definito "piratesco".  Il Re si affanna a dire che non ne sapeva nulla. Cavour invece non è per nulla imbarazzato. Si dichiara ignaro, dolente e anche quasi ostile. Al ministro francese esprime il desiderio che Francia e Inghilterra intervengano come mediatrici tra il Re di Napoli e gli insorti. Napoleone III accetta di fare il pacifista ma rivolgendosi a Londra (che non è per nulla scandalizzata dell'"atto piratesco" - anzi lo ha appoggiato) si sente rispondere dagli inglesi che non hanno ancora le idee chiare sulla situazione e che attendono semmai gli eventi (che a parer loro non sono poi così tanto gravi).

Cavour, improvvisamente assume un atteggiamento diverso; capisce subito che non si può fermare Garibaldi, ma nemmeno si può essere in modo troppo visibile a suo favore nonostante il successo, che davanti all'opinione pubblica fa ora impallidire la piccola questione Nizza-Savoia. Si affretta a decidere perché teme  che sul debole Garibaldi prenda il sopravvento il Mazzini, che subito si è precipitato in Sicilia, pensando già a Napoli e allo Stato Pontificio da spazzare via, per poi creare la Repubblica.
Cavour assume un atteggiamento di moderatore con Napoleone III e il resto d'Europa, e nello stesso tempo  inizia ad essere d'accordo con il Re,  ed è disposto -però con molta prudenza- ad aiutare Garibaldi con uomini e mezzi  per spianargli la strada verso Napoli. Lo informa per mezzo dell'ammiraglio Persano, ma lo avverte che se prende contatti con Mazzini non avrebbe concesso aiuti né si sarebbe più occupato della spedizione (gli fa forse anche capire che l'avrebbe combattuta con l'aiuto dei francesi). Nel stesso tempo - visto che Garibaldi ha fatto al Re richiesta di un commissario regio per il governo dell'isola, ed è in procinto di sancire il 6 giugno la fine del dominio dei Borboni  varando una convenzione - Cavour commettendo qui un grosso errore (salvo che non gli sia poi costato anche la vita)  origine di tanti contrasti - invia subito La Farina (siciliano, ex repubblicano  passato al partito cavouriano monarchico e presidente della Società Nazionale) per tenere il contatto con i capi siciliani ma anche per sorvegliarli.  La Farina arriva proprio il giorno....

6 GIUGNO - ...alla firma della convenzione fra Borboni e Garibaldi. L'uomo di Cavour è incaricato di a) Preparare subito l'annessione al Regno piemontese;  b) Mettere in vigore la Costituzione Sabauda (lo Statuto Albertino); c) Convocare i rappresentanti al Parlamento ma solo a settembre.  
Sui presenti calò il gelo, negli ambienti liberali ma anche non liberali, salì invece l'ira. Crispi era furibondo, Garibaldi seccato. Nessuno voleva farsi scippare l'isola in quel modo; su questo si trovarono tutti d'accordo amici e nemici,  a costo di fare un'altra rivoluzione, ma questa volta contro i Savoia. Alla popolazione siciliana  (lasciamo da parte i nobili) non interessava questa o quella  dinastia, interessava l'indipendenza. 
La Farina non demorde, intessendo trame, dandosi da fare negli ambienti della vecchia aristocrazia, promettendo chissà cosa, quali privilegi, o paventando chissà quali future disgrazie sulle loro proprietà. Premeva su una immediata annessione. La divergenza di vedute arrivò fino al punto che Garibaldi il 7 luglio lo fece arrestare;  accusandolo di cospirare contro il legittimo  "governo siciliano" che si era costituito. L''annessione sarebbe avvenuta solo con  l'intera Italia unita, e con Roma capitale. Quindi Garibaldi sta pensando anche allo Stato Pontificio, che è poi quello che molti temono, e che potrebbe far scatenare la Francia e nuovamente l'Austria nel correre in aiuto della Chiesa.
Nascerà in questa circostanza il fortissimo contrasto fra Garibaldi e Cavour, e in parte anche con il Re; mai sanato.

25 GIUGNO - Francesco II di Borbone, prevedendo il peggio - una invasione garibaldina anche su Napoli- cerca ad ogni costo di salvare il salvabile e annuncia di voler concedere: a) la Costituzione del 1848 nel Regno delle Due Sicilie; b) l'amnistia generale; c) l'apertura delle trattative con il Re piemontese; d) l'adozione della bandiera tricolore; e) ed infine la separazione della Sicilia dal Regno di Napoli.
Dell'opinione della popolazione non sappiamo nulla riguardo a questa proposta, ma sappiamo che gli ambienti liberali (quelli che hanno in mano ora  il potere in Sicilia, e quelli che cospirano da anni a Napoli) mettono in giro la voce che "è ormai troppo tardi". L'annessione al Piemonte è già stata decisa,  si attende solo l'arrivo di Garibaldi su Napoli.

20-28 LUGLIO - A Parigi, Torino, Londra, si discute, mentre a Milazzo gli avvenimenti precipitano. Nel respingere un tentativo di controffensiva dell'esercito borbonico che tentava di riconquistare i propri  territori, l'avanguardia garibaldina  sconfigge il nemico, conquista la cittadina  poi  l'ultimo lembo dell'isola, Messina, viene occupata. Ci si chiede ora quando i garibaldini invaderanno il continente marciando verso Napoli. Il 30 Garibaldi scrive al Re "penso di passare il 15 del venturo mese, piuttosto prima. Avrei bisogno di 10.000 fucili". Il Re passa la lettera al Farini aggiungendo "faccia il possibile per esaudire le richieste del Generale".

I nervosismi e le preoccupazioni per Cavour aumentano. Se Garibaldi passa lo stretto e si impadronisce di Napoli, diventa padrone assoluto della situazione; il Re perderà il prestigio; la sua corona se corona ci sarà, brillerà solo di luce riflessa dell'eroe avventuriero.  Fermarlo? (Nigra consigliò perfino di arrestarlo) Non era più possibile né c'era più tempo a disposizione. A questo punto era un grosso errore contrastarlo, la sua impresa agli occhi di tutto il mondo già appariva straordinaria. Quello che si poteva fare era  di promuovere subito un'insurrezione antiborbonica a Napoli che rendesse necessario l'intervento dei piemontesi  in modo da anticipare l'arrivo dei garibaldini. Bisognava far cadere il governo di Francesco II prima che arrivasse Garibaldi.

Indubbiamente questi ragionamenti Cavour li fece anche al Re, convincendolo. Se l'impresa riusciva, il problema Sicilia veniva a cadere. L'annessione al Regno di Sardegna del Regno di Napoli sarebbe stata un'unica opera. Inoltre convinse il Re a scrivere a Garibaldi facendogli capire che stava progettando un suo intervento da nord, dalle Marche e dall'Umbria. Insomma che la rivoluzione avrebbe avuto un ulteriore sviluppo attraverso lo Stato Pontificio (quello che desiderava Garibaldi).
Al Trecchi che gli aveva portato la lettera da Milazzo il Re diede istruzioni per Garibaldi,  che Trecchi scrisse sul retro della stessa lettera per poi inviarle tramite un telegramma: "Appena occupata  Napoli, Garibaldi proclami l'unione al resto d'Italia come in Sicilia; impedisca disordini; tenga compatto l'esercito per unirlo a quello piemontese (!); lasci fuggire il Re di Napoli; Re Vittorio Emanuele poi si regolerà secondo l'opportunità, facendo occupare l'Umbria e le Marche con sue truppe "o"  lasciando avanzare i garibaldini". 
Era dunque un invito ad avanzare; un avviso che avrebbe trovato sul posto un esercito piemontese; e con quell' "o" finale, subordinava l'avanzamento dei garibaldini.  Si davano istruzioni,  appoggio, assistenza ma si parlava allo stesso tempo di un unico potere decisionale e anche di sostituzione.

5 AGOSTO - Bisognava fare in fretta. Il 19 Garibaldi aveva intenzione di passare lo stretto. Con Villamarina, l'ammiraglio Persano e il prefetto di polizia borbonico (!) Liborio Romano fecero di tutto per scatenare la pretestuosa insurrezione su Napoli contro Francesco II. Ma fu un clamoroso fallimento. I napoletani non si mossero contro Francesco II, rimasero indifferenti anche quando le navi dell'ammiraglio Persano entrarono minacciose nella rada con i bersaglieri a bordo.
Quando lo seppe da Villamarina che nessuno si muoveva,  Cavour  era infuriato, gli telegrafò "....il contegno dei Napoletani è disgustante".
(I napoletani criticavano i Borboni, ma di fargli la guerra non se la sentivano proprio)

Intanto il 20 agosto Garibaldi aveva attraversato lo stretto, il 31 era a Cosenza, il 6 SETTEMBRE a Salerno, la sera stessa si avvicina a Napoli. Di esercito piemontese ad attenderlo nemmeno l'ombra, e la scoperta della "pretestuosa"  insurrezione, servì solo ad aggravare i rapporti fra  Garibaldi e Cavour; che toccò la fase più acuta (resa anche pubblica).
Garibaldi  inoltre non nasconde  di voler marciare su Roma. A Sala Consilina fece dichiarazione  ben nette: "So che Bonaparte avversa l'unità d'Italia; so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi... Solo a Roma noi faremo le annessioni, non a Napoli".

7 SETTEMBRE - Garibaldi entra trionfalmente a Napoli. Le truppe borboniche si ritirano sul Volturno. Mentre le navi da guerra e quelle mercantili nel porto sono requisite.

8 SETTEMBRE A questo punto Cavour anche se voleva iniziare un dialogo con Garibaldi, non gli era più possibile. Bisognava ricorrere al Re che continuava a mantenere ottimi rapporti con il Generale. Il pericolo, Cavour lo presentò al Re in mille modi il giorno dopo l'entrata a Napoli di Garibaldi, l'8 SETTEMBRE.  Il Conte (è la terza volta) e il Farini, presentano le loro dimissioni al Re; "per evitare il pericolo di un conflitto politico gravissimo". Non  vogliono essere gli involontari responsabili.
Rivelano al re che Persano  da Napoli comunicava di aver saputo dagli ambienti garibaldini precise intenzioni ostili alla monarchia. E che le intenzione  di Garibaldi di marciare su Roma avevano un preciso obiettivo, unirsi a Mazzini. E che a Genova Agostino Bertani, del Partito d'azione  con l'appoggio di Mazzini, aveva già raccolto circa 9000 uomini armati  pronti a salpare per invadere lo Stato Pontificio. Se questo incontro-unione  avveniva, il partito rivoluzionario avrebbe guadagnato una forza irresistibile e incontenibile sulla pubblica opinione. Conseguenze: una intempestiva guerra, con la Francia e l'Austria che non sarebbero rimaste a guardare. Insomma un dramma per l'Italia e la stessa monarchia; uno scenario fosco (ma ha dimenticato Cavour  l'Inghilterra, la Russia e la Prussia, che per altri motivi di calcolo politico non dispiace proprio questo "dramma").

Occorreva dunque dissuadere Garibaldi. Il Re si convinse; non accettò le dimissioni perché non voleva modificazioni nella politica e neppure dentro il ministero;  prese la decisione di resistere alle pretese di Garibaldi; infine risoluto  promise di intervenire immediatamente: "...dovessi anche salire a cavallo".
Poi scrisse affettuosamente a Garibaldi; si rallegrava del suo arrivo a Napoli, si congratulava di quanto aveva fatto per la causa comune, gli ricordava il biglietto con le precise  istruzioni inviatogli in precedenza (quello sopra in neretto); che le truppe per ricongiungersi con le sue erano già state inviate pronte ad occupare le Marche e l'Umbria; MA... che questi avvenimenti avevano allarmato le potenze di tutta Europa, e che vi era il serio pericolo di essere attaccati dall'Austria, oltre che dalla Francia; quindi conveniva, ed era necessario che l'azione militare avesse una sola direzione "...di non fare nessuna spedizione od attacco senza l'ordine mio".
Il Re ritornava ad affermare la sua autorità assoluta.
Garibaldi gli risponderà l'11, dandogli appuntamento a Roma per essere incoronato Re d'Italia, e nello stesso tempo lo esorta a liberarsi di Cavour e di tutti coloro che stanno ostacolando la sua spedizione.

11 SETTEMBRE - Dopo i messaggi a Garibaldi, il governo piemontese invia un ultimatum alla Santa Sede di fermare i mercenari papalini. Ma nello stesso tempo si ordina a Cialdini che guida le truppe piemontesi di varcare il confine romagnolo in direzione delle Marche e dell'Umbria.

18 SETTEMBRE - Le truppe piemontesi superato il confine papalino, ingaggiano una battaglia a Castelfidardo (AN), sbaragliando l'esercito papale. Un governatore sabaudo assume il potere sulle Marche e sull'Umbria, mentre le truppe marciano su Ancona che resiste per alcuni giorni all'assedio.

29 SETTEMBRE - Caduta Ancona, re Vittorio Emanuele lascia Torino per assumere il comando dell'armata che dovrà marciare su Napoli. Ma nel frattempo il ...

1-2 OTTOBRE Garibaldi scatenando una offensiva sul Volturno, oltre che sconfiggere le truppe borboniche, mette in precipitosa fuga re Francesco II, che ripara prima a Capua poi a Gaeta.

11-21 OTTOBRE - Mentre nel centro Italia e a Napoli Piemontesi e Garibaldini combattono, Cavour a Torino fa approvare dal Parlamento le annessioni incondizionate dei territori conquistati nell'Italia centrale e meridionale.
Incondizionate significa che i nuovi territori devono accettare -con l'annessione- gli ordinamenti amministrativi e istituzionali del regno piemontese sabaudo.
Il 21 nel Regno delle due Sicilie si svolge il plebiscito.
La popolazione presente nel Sud è di 6.500.000 di abitanti. I diritti al voto 1.650.000. Vanno a votare 1.312.000 cittadini. Di questi votano 1.302.000 all'annessione.
Mentre in Sicilia su 2.230.000 abitanti, i diritti al voto sono 575.000, i votanti  432.720, di cui 432.053 a favore.

27 OTTOBRE - Garibaldi e il Re hanno lo storico incontro a Teano. Il re riceve in consegna i poteri sui nuovi territori, e contemporaneamente sono sciolte le forze garibaldine. 

4 NOVEMBRE - Plebiscito anche nelle Marche (212.000 iscritti, votanti 134.977, favorevoli 133.765) e in Umbria (123.000 iscitti, votano 97.708, favorevoli 97.040).

7 NOVEMBRE - Entrata di Vittorio Emanuele a Napoli per assumere i poteri sull'ex regno delle Due Sicilie. Viene rifiutato a Garibaldi il governo dell'Italia meridionale. Deluso Garibaldi parte il 9 novembre per l'isola di Caprera, ma promette ai suoi seguaci che ben presto tornerà a lottare per la liberazione di Roma e di Venezia.

17 DICEMBRE - A Torino viene sciolta la Camera, in attesa delle prossime elezioni in gennaio e la formazione del nuovo Parlamento con i rappresentanti dei nuovi territori annessi.

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*** DARWIN (BIOGRAFIA)  pubblica la teoria enunciata nel 1838 (vedi)
"Origini della specie". Scatena un putiferio in tutti gli ambienti scientifici
Mentre sono letteralmente sconvolti quelli ecclesiastici.

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