GIUSEPPE GARIBALDI

La spedizione dei mille
 
(Chi erano i MILLE ? tutti i nomi qui)
Nei dettagli l'opera originale e integrale di Garibaldi

ALTRI PARTICOLARI DELL'IMPRESA NEL 1860

In Italia nella primavera del 1860 la situazione politica era molto fluida e lo stesso CAVOUR cominciava a pensare alla concreta possibilità di un’unificazione della penisola, visto che almeno in settori dell’opinione pubblica più evoluta la coscienza unitaria sembrava maturata. Le difficoltà erano tuttavia ancora notevoli perché la Francia non avrebbe accettato un attacco piemontese contro lo Stato Pontificio e il Regno Borbonico, quest’ultimo difeso sul piano diplomatico anche dalla Russia; l’Austria, dal canto suo, avrebbe potuto approfittare di ogni passo falso per reinserirsi nel gioco politico italiano.

Ma il problema più grave consisteva nel fatto che l’armistizio di Villafranca e la cessione alla Francia di Nizza e della Savoia avevano screditato la politica sabauda presso l’opinione italiana, per cui nella primavera del ’60 sembrava più facile una iniziativa democratico-repubblicana, che trovava il suo centro nel "partito d’azione" il quale aveva il vantaggio di poter agire al di fuori di ogni impedimento diplomatico e contava sull’enorme popolarità di GARIBALDI.

Il "partito d'azione" non era un gruppo omogeneo di persone accomunate dalle medesime finalità e idealità politiche; poteva meglio definirsi come un organismo di agitazione e propaganda cui facevano capo sia i repubblicani mazziniani sia i democratici decisi all’azione come PISACANE, Garibaldi, ecc... Essa mancò sempre di direzione politica e non riuscì mai ad incidere seriamente, come avrebbe voluto Pisacane, sulle masse ignoranti e arretrate della penisola e di attirarle nella lotta.

A dare l’avvio a una ripresa rivoluzionaria furono gli eventi siciliani quando, contro il giovane e inesperto sovrano FRANCESCO  II, nell’aprile del ’60 esplose l’ennesima rivolta a Palermo. Il partito d’azione convinse Garibaldi ad agire direttamente in Sicilia, anche perché VITTORIO EMANUELE, che poco correttamente conduceva una sua politica personale, era disposto ad aiutare i volontari, contro il parere di Cavour il quale, come primo ministro, non poteva compromettersi specialmente agli occhi di Napoleone. Dal canto suo il MAZZINI esortava tutti ad agire concordemente al fine di realizzare l’unità della penisola.

Garibaldi ai primi di maggio del ’60 passava all’azione con i suoi Mille volontari che rappresentavano il meglio della gioventù nutrita degli ideali di Mazzini, di Cattaneo, di Pisacane. 

Il numero esatto era di 1088 uomini più una donna, Rosalia Motmasson (che era poi la moglie di Francesco Crispi, uno dei capi dell’estrema sinistra democratica e autonomista; principale mente politica della spedizione).
Per la maggior parte i volontari erano Lombardi (434), Veneti (194), Liguri (156), Toscani (78), Siciliani palermitani (45). Pochissimi i piemontesi.
Di popolino o contadini non ce n'erano. La composizione politica era una sola, quella di sinistra, mentre quella sociale  per metà erano professionisti e intellettuali, per l'altra metà artigiani, affaristi, commercianti e qualche operaio. Comunque tutti avevano alle spalle delle esperienze cospirative; alcuni erano i reduci dei Cacciatori delle Alpi, e c'erano anche alcuni siciliani che avevano avuto sull'isola noie con la giustizia truffando il Lotto. (vedi in fondo alla Cartolina n. 47 )

Partiti da Genova, dopo una breve tappa nel porticciolo di Talamone, dove una piccola colonna lasciò Garibaldi per marciare direttamente su Roma, la spedizione raggiunse per mare la Sicilia occidentale e l’11 maggio sbarcò a Marsala.

 

Garibaldi, assunta la dittatura in nome di Vittorio Emanuele, marciò verso l’interno con i suoi Mille, che rivestivano l’ormai leggendaria camicia rossa, rinforzati da "picciotti" cioè dai giovani contadini e braccianti che speravano in una riforma agraria che una volta per tutte eliminasse tanti soprusi ed ingiustizie.

In seguito l’entusiasmo dei contadini che miravano a impossessarsi delle terre demaniali, promesse dallo stesso Garibaldi, fu deluso. In realtà in Garibaldi e nei politici della sinistra garibaldina e mazziniana prevaleva l’interesse militare per il successo della spedizione così che fra la fine di giugno e di luglio il generale, per il successo della spedizione prese a stringere i rapporti con i grandi proprietari terrieri, i quali, purché nulla cambiasse nella sostanza, erano disposti ad assumere atteggiamenti liberali e favorevoli a Casa Savoia. Per loro un re valeva l'altro, purchè conservassero privilegi e proprietà (è sempre accaduto).

 I contadini cominciarono a guardare con diffidenza alla politica di Garibaldi, ancor più dopo che i garibaldini repressero duramente i moti rurali, anche quando i contadini, in perfetta legalità, richiedevano la divisione dei terreni demaniali a suo tempo promessi dal "generale". L’episodio più tragico fu, in proposito, quello di Bronte dove il 4 agosto Nino Bixio represse duramente una rivolta contadina con una serie di fucilazioni e arresti in massa. "Da salvatori ad aguzzini" qualcuno commentò. Lui stesso scrivendo alla moglie si lamentava che gli era stata affidata la "missione maledetta". Compito che però assolse con dura energia, operando fucilazioni e arresti in massa sui contadini che avevano occupato le terre. Lui si guadagnò il grado di generale nell'esercito regolare, divenne deputato e nel '71 anche senatore.

Battuti i borbonici nella difficile battaglia di Calatafimi, il 15 maggio Garibaldi occupava Palermo e nel luglio batteva ancora le truppe regie a Milazzo, mentre il sovrano di Napoli tentava disperatamente di fermarlo, concedendo una tardiva Costituzione e affidando il governo a Liborio Romano. Una speranza vana e una fiducia mal riposta: il Romano, d’accordo con Cavour cercò di provocare in Napoli un moto di moderati monarchici, allo scopo di precedere Garibaldi alla liberazione del napoletano. Intanto Garibaldi, superato lo stretto di Messina ( ! ) risaliva liberamente la Calabria mentre l’esercito borbonico si disfaceva e il 7 settembre entrava in Napoli; Francesco II si rifugiava allora a Gaeta, protetta ancora da una parte del suo esercito, nonostante il "tradimento" di buona parte dell'ufficialità. Quasi l'intera potente marina borbonica si ammutinò, passando al nemico, fino al punto che lo stesso Francesco II, fece fatica a trovare una nave per fuggire da Napoli.

Praticamente l’Italia meridionale era libera, nonostante attorno a Gaeta si raccogliessero ancora forti contingenti di truppe borboniche e le piazzeforti di Civitella del Tronto e di Messina non si fossero arrese. Era il momento di prendere decisioni definitive, che avrebbero pesato sul destino di tutta la penisola.

MAZZINI  che aveva raggiunto Garibaldi a Napoli premeva perché si evitasse il solito (cavouriano) plebiscito a favore della monarchia sabauda e insisteva sul progetto di una "Assemblea Costituente" che decidesse del nuovo assetto da dare all’Italia (ritrattava la lettera inviato in ottobre al Re) anche se egli avvertiva chiaramente che ormai il principio monarchico aveva avuto partita vinta. Garibaldi dal canto suo, pensava di risalire con le truppe verso Nord per raggiungere Roma e di lì proclamare l’Unità d’Italia.

Il Cavour, infine, si rendeva perfettamente conto della gravità della situazione; egli era consapevole che tra le file garibaldine i democratici ed i repubblicani erano molto forti e decisi a realizzare riforme sociali molto ardite, come l’assegnazione di terre ai combattenti meridionali e lo scorporo del latifondo anche a danno degli ordini religiosi. Temeva anche, a ragione, che l'invasione garibaldina del Lazio, oltre a suscitare in tutta la penisola un’ondata di entusiasmo democratico e anticlericale, avrebbe indotto l’imperatore francese a intervenire con le armi. Ancora una volta fu abilissimo a trasformare in vantaggio la propria debolezza: ancora una volta seppe agire abilmente su Napoleone. 

(ma sorge oggi un dubbio: cinque mesi dopo Cavour moriva. Assassinato, avvelenato?)
Resta il fatto che alla Sicilia l'Inghilterra ci teneva molto, aiutò perfino Garibaldi. Mentre alla Francia un Savoia con tutta l'Italia, dava proprio molto fastidio)
Alla firma fra Borboni e Garibaldi, era presente un ammiraglio inglese.
Si stava già preparando una convenzione. Un legittimo governo siciliano.
Poi arrivò Farina a scombussolare tutto. Mette in vigore la Costituzione Sabauda e prepara l'annessione al Regno.
(vedi: CAVOUR FU ASSASSINATO?)

Prospettatogli lo spettro della formazione di una repubblica mazziniana e anticlericale nell’Italia centro meridionale, lo stesso imperatore sollecitò il Cavour a fare intervenire l’esercito regolare piemontese, che, al comando dei generali Fanti e Cialdini, penetrò nelle Marche e batté l’esercito papale, che tentava di sbarrargli il passaggio il 18 settembre 1860 a Castelfidardo. Nel frattempo, con la battaglia del Volturno, Garibaldi stroncava un estremo tentativo di riscossa dei borbonici, che erano costretti a rinchiudersi a Gaeta. L'incontro del 26 ottobre, a Teano, tra Garibaldi e Vittorio Emanuele poneva fine alla spedizione di Garibaldi e di fatto assicurava alla dinastia sabauda il Regno delle due Sicilie.

Le truppe garibaldine, non furono incorporate nell’esercito regolare, come era stato richiesto, e il re si rifiutò perfino di passarle in rivista. Al pranzo "della vittoria" Garibaldi non fu nemmeno invitato, dovette in un angolo dividersi  pane e formaggio con i suoi uomini. 
In conseguenza di questo atteggiamento, Garibaldi, deluso e sdegnato, si ritirò a Caprera.

(Chi erano i MILLE ? tutti i nomi qui)
Nei dettagli l'opera originale e integrale di Garibaldi

 

(vedi poi anche - REVISIONISMO ANNO 1998 - IL TALLONE DEI SAVOIA)


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