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LA QUESTIONE ROMANA

Il Compimento dell'Unita' Nazionale e il Rapporto con la Chiesa Cattolica.

Fra i problemi nuovi posti dall'unificazione nazionale, il giovane Regno d'Italia si trovava ad affrontare quelle "questioni risorgimentali" che non avevano trovato soluzione nel pur straordinario biennio 1859-1861.
Primeggiava su tutte quella del compimento dell'unita' territoriale della nazione con l'acquisto di Roma e di Venezia.
Roma, in particolare, era stata proclamata capitale del regno d'Italia nella seduta del Parlamento del 27 marzo 1861. In un vibrante discorso Cavour aveva ricordato le profonde ragioni storiche che motivavano quella decisione; si era, inoltre, mostrato fiducioso che, con la restituzione di Roma all'Italia e la definitiva scomparsa del potere temporale della Chiesa, l'autorità' dei pontefici e l'autonomia del loro magistero spirituale non avrebbero subito alcuna diminuzione. Ne sarebbe anzi derivato ai papi maggior prestigio morale.
A Roma capitale guardavano con ansia non solo le grandi figure della democrazia italiana, sensibili al richiamo dell'antica tradizione repubblicana romana, ma anche esponenti della cultura liberale, come il piemontese Quintino Sella: per lui la "terza Roma" dopo quella dei Cesari e dei papi, avrebbe dovuto diventare la capitale della nuova età' della scienza e del progresso.
Con la precoce scomparsa di Cavour, morto cinquantunenne il 6 Giugno 1861, venne meno lo statista in grado di procedere con duttilità e intelligenza nello scioglimento di quella che allora cominciò a chiamarsi "questione romana".
Essa non si limitava al solo problema dell'annessione territoriale di Roma, ma chiamava in causa il complesso tema delle relazioni tra Chiesa cattolica e Stato italiano già gravemente compromesse dalla rilevante riduzione del dominio pontificio che aveva accompagnato la formazione del nuovo regno.
Il successore di Cavour, il toscano Bettino Ricasoli, non seppe condurre con abilità quelle trattative diplomatiche con il Vaticano che, in forme caute e indirette, erano state avviate dallo statista piemontese già all'indomani della proclamazione dell'unità. Ricasoli era sinceramente convinto -venendo da un'educazione di particolare rigore morale- che, se la Chiesa si fosse liberata anche degli ultimi segni del potere temporale, avrebbe potuto avviare un'opera di profondo rinnovamento interiore, adeguandosi alle attese della religiosità moderna.
Questa convinzione si traduceva, però, in un ostacolo a tentativi di conciliazione che avevano come interlocutore un pontefice, Pio IX, convinto della necessità del dominio temporale quale garanzia di libero esercizio dell'azione spirituale e sospettoso verso ogni esperimento di riforma del Cattolicesimo.
Abbandonato da Vittorio Emanuele II, sempre oscillante in materie religiosa, Ricasoli si dimise dalla presidenza del Consiglio (1862) lasciando il posto a Urbano Rattazzi, l'antico leader della Sinistra piemontese.
A lui andava la fiducia del sovrano, il quale sembrava convinto di poter ripetere, utilizzando abilmente l'alleanza con i democratici, il successo ottenuto da Cavour con l'impresa garibaldina.
La situazione internazionale si presentava, tuttavia, profondamente mutata rispetto a due anni prima.
Né l'Inghilterra, né l'Austria, né, soprattutto, la Francia, intendevano assistere senza reagire alla fine del dominio pontificio. Del resto, Rattazzi non possedeva certo quella sapienza diplomatica che Cavour aveva così brillantemente utilizzato per uscir vittorioso nella difficile crisi politica apertasi con l'impresa dei Mille. Egli agevolò copertamente le iniziative del partito garibaldino, tendenti all'arruolamento di volontari per marciare su Roma e su Venezia, ma già nel maggio 1862, di fronte all'ipotesi di una probabile guerra con l'Austria, fu costretto a far disperdere, a Sarnico, le truppe di volontari pronti a varcare il confine del Trentino.
Lo stesso comportamento equivoco si rivelò, in maniera assai più clamorosa, due dopo quando Garibaldi tornò in Sicilia per farne il punto di partenza di un'iniziativa contro lo Stato pontificio.
Per rassicurare Napoleone III, che minacciava l'invio di truppe a difesa del papa, Rattazzi proclamò lo stato d'assedio nell'isola e, in seguito, mandò l'esercito a fermare Garibaldi che intanto era sbarcato in Calabria con i suoi volontari.
Il 29 agosto 1862 forze dell' esercito regolare aprirono in Aspromonte il fuoco contro i garibaldini. Garibaldi, ferito, fu imprigionato per alcuni mesi nella fortezza di Varignano presso La Spezia. L'episodio di Aspromonte destò enorme impressione nell'opinione pubblica italiana.
Esso riportava alla luce quel contrasto tra iniziativa popolare e iniziativa regia, tra democrazia e moderatismo, nella formazione dell'unità nazionale, che la conclusione dell'impresa garibaldina del 1860 aveva occultato ma non certo superato. La crisi di Aspromonte provava, da un lato, come trovassero espressione nelle iniziative del movimento democratico sentimenti ben presenti nella collettività nazionale e come se fosse autenticamente popolare la spinta verso Roma e verso Venezia.
Dall'altro lato essa confermava quanto questa spinta potesse realizzarsi solo con un'adeguata copertura politico-diplomatica.
Caduto Rattazzi, vittima dell'ambiguità della propria condotta, si giunse così, a opera del nuovo presidente del Consiglio, il moderato bolognese Marco Minghetti, alla firma (15 settembre 1864) della cosiddetta "Convenzione di settembre" con Napoleone III.
In virtù di questo accordo la Francia ritirava le truppe poste a difesa dell'integrità dello Stato pontificio, e di questa integrità si faceva ora garante il Regno d'Italia che, quasi a simboleggiare una definitiva rinuncia a Roma, si impegnava a trasferire la propria capitale da Torino a Firenze.
La notizia della Convenzione determinò gravi tumulti nella città sabauda, la separazione dalla maggioranza di un gruppo di deputati piemontesi - chiamato "la Permanente" - intransigenti difensori delle prerogative dell'antico regno sabaudo, e infine le dimissioni dello stesso Minghetti, sostituito dal generale piemontese Alfonso Lamarmora. Il governo italiano , in realtà, vedeva nella Convenzione solo un espediente diplomatico. Con esso, senza pregiudicare le aspirazioni su Roma, si otteneva l'importante risultato di eliminare dalla penisola ogni presenza militare francese.
Nonostante il nuovo passo fatto verso il completamento dell'unità nazionale nella terza guerra d'indipendenza, ripresero, così, forza le correnti democratiche. Esse rimproveravano alla diplomazia regia -ora come all'epoca della prima e della seconda guerra d'indipendenza- di non riuscire a perseguire fino in fondo l'obiettivo dell'unità nazionale.
Tornato al potere Rattazzi nell'aprile 1867, si intensificò l'organizzazione del volontariato garibaldino per una nuova spedizione verso Roma. La condotta nuovamente ondeggiante di Rattazzi, intimorito dalle proteste di Napoleone III, portò a un nuovo arresto di Garibaldi nel settembre 1867.
Non si fermò, tuttavia, l'organizzazione dell'impresa. I volontari entrarono ai primi di ottobre nello Stato pontificio, raggiunti da Garibaldi, che era fuggito da Caprera.
Contro di essi, però, Napoleone III aveva provveduto a inviare un corpo di spedizione militare comandato dal generale Oudinot ed equipaggiato da moderni fucili -gli chassepots- a retrocarica e rigatura a spirale.
Dopo un primo successo dei garibaldini a Monterotondo, falliva l'insurrezione di Roma, dove i volontari che erano riusciti a entrare in città venivano sconfitti dai pontifici a Villa Glori. Il 3 novembre 1867 anche gli uomini di Garibaldi erano definitivamente battuti a Mentana dalle bene armate truppe francesi.
Ancora una volta Rattazzi non aveva saputo assicurare all'iniziativa quella copertura politico-diplomatica che, grazie a Cavour, aveva grandemente favorito l'impresa del 1860.
L'insuccesso del moto popolare a Roma, al quale i garibaldini avevano attribuito importanza decisiva per la riuscita del loro disegno, denunciava, d'altro canto, i limiti organizzativi dei democratici.
Il pendolo sempre oscillante nella storia del Risorgimento tra iniziativa popolare e iniziativa diplomatica tornava, così, a volgersi verso quest'ultima. Le difficoltà dell'Impero napoleonico e le sempre più manifeste ambizioni della Prussia lasciavano, infatti, intravedere prossimo un nuovo sconvolgimento dell'orizzonte internazionale.
La sconfitta di Napoleone III a Sedan e la proclamazione in Francia della repubblica offrirono al governo italiano, guidato ora dal piemontese Giovanni Lanza, l'occasione per assumere un' iniziativa autonoma. Il 20 settembre 1870 un corpo di bersaglieri al comando del generale Raffaele Cadorna entrava a Roma attraverso una breccia aperta nelle mura della città all'altezza di porta Pia.
Pio IX, dopo una resistenza poco più che formale, si ritirava nei palazzi vaticani. Con un successivo plebiscito del 2 ottobre veniva proclamata l'annessione della città e del restante territorio pontificio all'Italia. La "legge delle guarentigie" (delle garanzie) del 13 maggio 1871, regolò i rapporti con la Santa Sede.


ANCORA SULLA "QUESTIONE ROMANA"

Alla questione sociale, costituita dalla rivolta meridionale, si affiancava, senza tuttavia intrecciarsi, la questione del completamento dell'unità, a cominciare dalla questione romana, resa incandescente dalla decisione del primo Parlamento italiano di dichiarare, nella seduta del 27 marzo 1861, Roma capitale d'Italia mentre ancora la città era saldamente in mano al papa, garantito dall'appoggio delle principale potenze europee.

A favore di una sua rapida conquista si erano mobilitati in particolare il Partito d'azione e più in generale i democratici. Dopo che i moderati erano riusciti a dirigere e controllare pienamente il processo di unificazione, per la corrente democratica risorgimentale la questione romana era rimasta praticamente l'unico cavallo di battaglia, l'unico tema qualificante per conservare e recuperare un'identità e una presenza politica significativa. In effetti essa si prestava particolarmente allo scopo: in primo luogo la rilevanza internazionale della questione romana la poneva al centro di difficili equilibri della complessa rete di alleanze tessuta dai moderati nel contesto europeo. Far precipitare la situazione accelerando e forzando il processo di unificazione -ponendo, cioè la questione in termini rivoluzionari- avrebbe significato mettere in gravissima difficoltà la destra, farne emergere le contraddizioni e porne in crisi l'intera politica estera. Tanto più che l'ondata di generale simpatia di cui aveva goduto tra le potenze liberali la rivoluzione italiana era andata rapidamente spegnendosi e l'Italia, costituitasi più grande del previsto, era ora guardata con generale diffidenza.

In secondo luogo, l'inseparabilità della questione romana dalla più generale problematica politico-religiosa esasperava la contrapposizione tra l'intransigente anticlericalismo (e per certi aspetti anticattolicesimo) dei democratici e la logica più mediatrice e compromissoria di parte della destra. La formula separatista cavouriana "libera chiesa in libero stato" si basava infatti sull'idea di un compromesso stabile tra Stato liberale e Chiesa cattolica, fondato sulla rinuncia da parte della seconda al proprio potere temporale in cambio del dominio spirituale, e sull'impegno del primo a garantire non solo la piena libertà religiosa ma il "primato etico-civile del cattolicesimo come base della vita nazionale". In questo senso si erano orientate le trattative avviate da Cavour con la Santa Sede. E nella stessa direzione si era mosso Bettino Ricasoli, che il 12 giugno 1861 gli successe alla giuda del Governo. Cattolico praticante, il barone Ricasoli aveva tentato sia di convincere Pio IX a una soluzione negoziata, sia di ammorbidire la posizione francese sulla questione. Ma aveva ricevuto un doppio rifiuto: Pio IX difese il proprio potere temporale con intransigenza, opponendo un netto "non possumus" alle ipotesi diplomatiche italiane; Napoleone III protrasse ulteriormente la permanenza delle truppe francesi nello Stato Pontificio, avvertendo nel contempo che un'iniziativa italiana su quel territorio sarebbe stata considerata come un'aggressione diretta. Contestato sia dalla destra, che avrebbe preferito maggiore cautela, sia dalla sinistra, che caldeggiava una politica estera più aggressiva minacciando il ricorso all'azione diretta di tipo garibaldino, dopo appena nove mesi di governo, il 3 marzo del 1862, Ricasoli dovette rassegnare le dimissioni.

Lo sostituì Urbano Rattazzi, più vicino alle posizioni della sinistra e comunque convinto dell'opportunità di ripetere la mossa cavouriana del 1860 attraverso uno spregiudicato uso dell'azione extra-governativa garibaldina. Così Garibaldi si diede ad organizzare gruppi di volontari nel Veneto, incoraggiato dal tacito assenso del governo italiano che, secondo una tecnica sperimentata, sperava di poter trarre vantaggio dall'azione dal basso senza compromettersi. Ma il clima internazionale era cambiato. L'appoggio dell'Inghilterra non era più incondizionato come un tempo. E l'atteggiamento della Francia, fattasi ben più guardinga nei confronti della potenza cresciutale ai confini meridionali, rimaneva intransigente. Perciò, quando Napoleone III dichiarò la sua aperta ostilità a ogni iniziativa, Rattazzi e il re intervennero sciogliendo con la forza le organizzazioni dei volontari.

Ancora più energicamente il governo intervenne quando Garibaldi, pochi mesi più tardi, tentò l'avventura dal sud, concentrando i propri volontari in Sicilia e puntando su Roma, nel tentativo di ripetere la gloriosa impresa di due anni prima, portandola questa volta al suo estremo compimento (liberazione di Roma: «O Roma o morte!»). Il governo italiano, pressato dalla Francia, proclamò lo stato di assedio, ordinando alle truppe regolari di fermare i volontari garibaldini con la forza. Lo scontro avvenne il 29 agosto sulle pendici dell'Aspromonte, in Calabria, dove l'esercito italiano, intercettate le colonne in marcia, non esitò ad aprire il fuoco. Garibaldi fu ferito (come recita il canto popolare dedicato all'episodio: «Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba, Garibaldi che comanda, che comanda i suoi soldà»), arrestato e rinchiuso nel forte Varignano. Ma il governo Rattazzi non sopravvisse alla crisi che ne nacque e pochi mesi più tardi, l'8 dicembre 1862, fu costretto a dimettersi.

Dal fallimento dell'avventura romana erano usciti sconfitti tanto i moderati (i cui tentennamenti avevano inferto una ferita profonda all'orgoglio nazionale), quanto i democratici (i cui metodi rivoluzionari si erano rilevati inefficaci). Soprattutto era risultato impraticabile, nella nuova situazione nazionale, quell'intreccio tra diplomazia moderata e azione diretta democratica che aveva invece dominato la fase precedente. Da quel momento in avanti i governi dovettero adottare una tattica del tutto diversa, fatta di tante trattative diplomatiche e attenta a sfruttare gli spiragli aperti nel quadro europeo dalle contraddizioni tra le potenze dominanti.

Questa via seguì il ministero presieduto dal moderato bolognese Marco Minghetti, succeduto nel marzo 1863 al governo di transizione di Luigi Carlo Farini. Convinto della necessità di una soluzione consensuale della questione romana, Minghetti si mosse sul piano diplomatico con l'obbiettivo prioritario di rassicurare le grandi potenze e in particolare la Francia. Il 15 settembre del 1863 questa politica diede un primo significativo risultato, con la firma di un accordo (la Convenzione di Settembre) con Napoleone III, in base al quale il governo italiano si impegnava a difendere i confini dello stato pontificio e a stabilire la propria capitale a Firenze (si trattava di una implicita rinuncia a Roma capitale), in cambio del ritiro delle truppe francesi entro due anni. In questo modo ci si garantiva la benevolenza di Napoleone III (il cui presidio di Roma incominciava a costare eccessivamente) e contemporaneamente si ponevano i democratici di fronte al fatto compiuto.

Ma l'ondata di impopolarità di tale soluzione travolse il governo. I democratici denunciarono con forza il carattere di definitiva rinuncia a "Roma capitale" della Convenzione e il rischio di un "Aspromonte permanente" implicito nell'impegno italiano a tutelare i confini pontifici. Torino insorse il 21 settembre contro la decisione di trasferire la capitale; ci fu una sanguinosa repressione che causò 30 morti. Minghetti fu così costretto alle dimissioni (23 settembre 1864) e venne sostituito alla guida del governo dal generale La Marmora (28 settembre 1864).

Il Vaticano, allarmato dalle possibili conseguenze dell'accordo italo-francese, accentuò ulteriormente il proprio atteggiamento di intransigente chiusura, ribadendo duramente la condanna del liberismo e di ogni forma di modernizzazione. Nel dicembre 1864 fu pubblicata l'enciclica papale Quarta Cura, insieme ad un Sillabo di errori che comprendeva tutti i principi essenziali del liberismo. Tra le tante proposizioni enunciate, la settantanovesima asseriva che la libertà di discussione corrompe le anime e la trentaduesima che il clero ha un diritto naturale ad essere esentato dal servizio militare. La tolleranza religiosa, la libertà di coscienza e di stampa, la legislazione eversiva, furono tutte condannate, insieme con il socialismo, il razionalismo e le associazioni per la diffusione della Bibbia, ed era recisamente negato che il Papa dovesse o potesse scendere a compromessi "col progresso, col liberismo, colla moderna civiltà".

Il Sillabo suscitò enorme indignazione, e per quanto la parte meno illiberale del clero si affrettasse a mettere in dubbio sia il significato di esso che la sua autorità, la maggior parte della gerarchia ecclesiastica lo accolse come un pronunciato infallibile (in base al dogma dell'infallibilità del papa in materia di dottrina). In seguito non mancarono alcuni suoi difensori che affermarono che esso non impediva ad un cattolico di definirsi liberale in politica. In effetti, dato che le proposizioni condannate si stavano diffondendo rapidamente, c'era da aspettarsi che la chiesa cambiasse metro e venisse a patti con il liberismo e la civiltà moderna in un futuro non troppo lontano. La sua pubblicazione originaria comunque, apparve come un grave colpo inflitto alle tendenze favorevoli al compromesso e provocò un'ondata di anticlericalismo.

Francesco Crispi annunciò al Parlamento che la cristianità doveva venir purgata dai vizi della Chiesa romana o altrimenti perire. Successivi governi conservatori proposero che i seminari fossero sottoposti a controllo governativo, che i prefetti potessero, quando necessario, interferire perfino nella celebrazione dei riti religiosi e che i sacerdoti potessero essere rinviati a giudizio qualora rifiutassero l'assoluzione a quanti fossero stati scomunicati per motivi politici. La successiva legge del 1866 soppresse quasi tutti gli ordini e le congregazioni religiose e confiscò i loro beni. Circa 13.000 enti ecclesiastici erano stati soppressi e in base a questa nuova legge altri 25.000 seguirono la stessa sorte. A parziale giustificazione venne fatto osservare che era giusto che una parte dei beni della Chiesa passasse allo Stato ora che questo intendeva assumersi la responsabilità dell'istruzione e della pubblica beneficenza. I redditi delle parrocchie vennero lasciati intatti, ma i capitoli delle chiese cattedrali ed i vescovi furono anch'essi costretti a cedere allo Stato le loro proprietà ricevendo in cambio il 5% (dopo aver operata la deduzione di tre decimi per scopi educativi e di pubblica beneficenza). I seminaristi furono tenuti a compiere il servizio militare ed il nuovo codice civile non diede sanzione legale ai matrimoni che non fossero stati celebrati secondo il rito civile.


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