IL PRIMO 
GOVERNO GIOLITTI

E LO SCANDALO DELLA BANCA ROMANA

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Nel 1892, a causa dei forti contrasti insorti tra i ministri per i tagli da fare ai bilanci dei rispettivi dicasteri, di Rudini fu costretto a lasciare la presidenza che passò al piemontese Giovanni Giolitti. Era un uomo "nuovo", privo cioè di particolari benemerenze risorgimentali, ma dotato di un profondo senso dello Stato: per Giolitti era un preciso dovere di difendere contro ogni pericolo di sovversione l'ordine costituito che faceva capo alla monarchia, ma allo stesso tempo era doveroso anche comprendere e risolvere per quanto possibile i complessi problemi che agitavano il mondo dei lavoratori e delle masse popolari.

Avendo osservato attentamente il fenomeno socialista e i progressi da esso fatti nel Paese, egli ne condannava in blocco le spinte rivoluzionarie, pur avvertendo l'esigenza di combattere senza fare ricorso alla repressione (stile Crispi), mentre apprezzava le "correnti gradualiste" e sperava addirittura di riuscire ad incanalarle verso soluzioni riformistiche nel quadro di una politica democratica e socialmente avanzata, senza per questo venire meno al dovuto rispetto verso le istituzioni vigenti.

Il primato della mediazione politica, una concezione rigorosa della finanza in cui il principio di pareggio si univa all'esigenza dell'equità, il rifiuto della politica di potenza come essenza dello stato ne facevano un politico realista e insieme aperto alle istanze sociali. In contrapposizione a quella che egli definì "la politica imperiale", fondata sul rafforzamento dell'esercito e della marina a spese delle maggiori risorse del paese, lo statista piemontese proponeva un modello di "politica democratica" orientata a rassicurare il benessere al maggior numero di cittadini, a favorire l'istruzione pubblica, l'industria, l'agricoltura, a ridurre al massimo i pubblici pesi e a provvedere alla classe lavoratrice, garantendone la libertà.

Preoccupato anch'egli per le gravi difficoltà economiche nelle quali si trovava allora il Paese, Giolitti già dal suo insediamento non nascose di non volersi impegnare per risolvere la delicata situazione dell'Africa orientale.

D'altra parte i problemi nei quali l'Italia si dibatteva, non erano né pochi né lievi, specie nel Meridione, dove la crisi politico-economica del periodo crispino si era fatta sentire più che altrove e dove un diffuso malcontento aveva finito per assumere qua e là aspetti di grave insofferenza.

In particolare, tra il 1892 e il 1893, nella Sicilia occidentale si ebbero manifestazioni di aperta protesta ad opera soprattutto di contadini, braccianti, piccoli imprenditori e lavoratori dello zolfo, i quali, organizzatisi spontaneamente nei cosiddetti fasci dei lavoratori, esigevano attraverso violente agitazioni condizioni di vita e di lavoro più umane e più giuste.

A differenza di gran parte della classe politica che vedeva nel movimento di massa in atto una vera e propria rivolta ispirata dalle forze di sinistra, Giolitti ne individuò l'origine nel peso insopportabile della miseria: ecco perché egli decise di non intervenire con la forza e quindi di non procedere con una repressione sanguinosa, anche per non pregiudicare la politica di accostamento al Partito Socialista, al quale egli stesso aveva permesso di tenere nel 1892 il suo congresso di fondazione (poi sciolto al ritorno di Crispi).

Lo scontro tra Giolitti e le forze agrarie e conservatrici fu inevitabile. Fortissime a corte, esse esigevano a gran voce lo stato d'assedio e consideravano decisamente negativo l'atteggiamento giolittiano di fronte a manifestazioni da ritenersi illegali. Né di minore entità furono le critiche al progetto ministeriale di una riforma tributaria basata sull'imposta progressiva sul reddito, che avrebbe colpito gli interessi delle classi agiate.

Ce n'era abbastanza per costringere il neo-presidente del Consiglio a dimettersi. A rendere precaria la posizione di Giolitti contribuirono comunque altri due fatti: in primo luogo l'ondata di indignazione che colpì il Paese in seguito all'eccidio compiuto per odi nazionalistici e concorrenza nel lavoro ad Aigues-Mortes in Francia e risoltosi con la morte di più di 30 operai italiani e il ferimento di altri cento; in secondo luogo lo scandalo della Banca Romana, accusata di pesanti irregolarità in quanto riguardava l'emissione di moneta e di interessato favoreggiamento verso alcuni uomini politici.

Nella sua essenza lo scandalo consistette in alcune gravi regolarità di gestione compiute dall'autorevole Istituto finanziario. Un accurato controllo da parte di una commissione governativa istituita dallo stesso Giolitti il 30 febbraio 1892 dopo la pubblica denuncia avanzata sul caso dal deputato repubblicano Napoleone Colajanni, rimarcò infatti un forte ammanco di cassa per ben 9 milioni di lire, oltre ad una eccedenza di emissione di moneta rispetto al limite previsto di 60 milioni, nonché la stampa di altri 40 milioni di banconote mascherate dietro una duplicazione dei numeri di serie, e perciò solo virtualmente "false": tale somma risultò (????) tuttavia non essere mai stata messa in circolazione per l'opposizione di alcuni impiegati superiori della banca stessa, che li avevano fatti bruciare (!?). (ma il numero di serie non fu mai comunicato agli italiani). (E il capo cassiere si suicidò).

La commissione inoltre rilevò un'ingente quantità di "cambiali in sofferenza" praticamente inesigibili, che bloccavano gran parte delle possibilità dell'istituto di investire denaro nello sviluppo economico del Paese e che erano il risultato di un impiego di consistenti somme in operazioni di interesse privato. Risultò inoltre che erano stati concessi mutui consistenti a imprenditori legati alla speculazione edilizia a Roma e nello stesso tempo accertate chiare responsabilità sulla pessima gestione della banca da parte di alcuni esponenti della politica.
Travolto dallo scandalo, Giolitti fu costretto a dimettersi nel novembre 1893.

vedi:  Lo Scandalo della Banca Romana

e vedi pure in RIASSUNTI il periodo "giolittiano" 1892-1893


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