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CRONOLOGIA

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ANNO 1900

< vedi stesso periodo "RIASSUNTI STORIA D'ITALIA"

IL FASCIO - IL '900 INIZIA COSI' - Politica agraria  Ital. anni 1900 e seg.  -  MURRI-TONIOLO e i cattolici
Scoperte/Scienza    Cultura/Costume

E' l'anno in cui si esce dal secolo XIX e si entra nel XX.
Il 25 agosto "muore" Nietzsche  ma è lui (VEDI "IL SECOLO BREVE") 
il "nascituro",   il "figlio" del nuovo secolo!
"Quello che scrivo lo capiranno fra cento anni" N.

IL MONDO conta 1.522.000.000 ABITANTI .
L'ITALIA 33.570.000 -
Popolazione attiva 49,4%. Addetti Agricoltura 43,8%. 22% Industria - 28,1% Terziario - 6,1% Amm. Pubblica. Produzione: Agricoltura 61,7% - Industria 22,3% - Servizi 16%

QUANTO COSTA: Pane lire 0,38 - Carne 1,29 - Zucchero 1,54 - Latte 0,26 - Giornale 0,05 - Biglietto treno Milano Roma 35 - 10 sigarette 0,18 - Telegramma 1 - Macchina per cucire 205 - Una poltrona alla Scala 15 lire.

 

INIZIO '900 - GLI ULTIMI FREMITI DELLA "BELLE EPOQUE 

 ( qui  UN NOVECENTO AL RALLENTATORE Gian Piero Piazza)

"Gli ultimi anni dell'800, sono gli anni magici e irripetibili della "Belle Epoque", che si consumano soprattutto sull'altare parigino delle mille follie e stravaganze. La classe dominante dell'unica repubblica d'Europa, i ricchi commercianti e la borghesia, dilapida fortune per i begli occhi di una sciantosa e sui tavoli da gioco, ancora frastornata dalle bombe anarchiche di Ravachol mentre lentamente la democrazia si fa strada. 

Si è calcolato che agli inizi del Novecento la popolazione sparsa sul globo fosse di circa un miliardo e mezzo di individui, 400 milioni in più rispetto al decennio precedente. La percentuale di tale aumento spetta all'Europa, dove fra il 1800 e il 1914 la popolazione sarebbe pressoché triplicata, passando da 175 milioni a 450, con un tasso di aumento molto diverso nei vari Paesi: più del triplo in Gran Bretagna, quasi il triplo in Russia, all'incirca il doppio in Germania e in Italia, soltanto un terzo in Francia. Per l'Europa l'incremento demografico si accorda con il pieno sviluppo della "rivoluzione industriale" con un'intensificazione estrema dei commerci internazionali e la grande produzione extraeuropea di cereali, dell'allevamento del bestiame, dell'estrazione di minerali. Una produzione che invade i mercati della vecchia Europa e che genera il grande spostamento di forze lavorative dall'agricoltura all'industria con un aumento vertiginoso della nuova realtà sociale, la classe operaia.

 Nel neonato secondo impero germanico di Guglielmo ll, nell'impero austro-ungarico dell'ormai settantenne Francesco Giuseppe, in quello britannico di Edoardo VII e nelle monarchie europee il governo assolutista, anche se con forme più o meno liberali, ha lasciato il posto ai governi costituzionali generando al contempo la democrazia e il socialismo. E' contro le organizzazioni operaie di stampo socialista che ora i nuovi governanti europei devono misurarsi. 

PRIMI PASSI DELLA LEGISLAZIONE SOCIALE - All'inizio del nuovo secolo la libertà di organizzazione sindacale è di fatto acquisita in tutta Europa, ma il riconoscimento più o meno generico del diritto di associazione operaia non corrispondeva alla totale libertà pratica di funzionamento. La libertà di sciopero, all'inizio non contestata e generalmente riconosciuta nei vari Stati europei, viene mortificata sul piano della sua efficacia da misure coercitive e poliziesche. Ma accanto alla politica autoritaria o liberale dei governi nei confronti del movimento operaio nasce una politica del lavoro gestita direttamente dagli stessi governi con la legislazione sociale. 

Dapprima in Inghilterra e in seguito anche in Italia una legge tutela il lavoro delle donne e punisce lo sfruttamento di manodopera minorile, si impongono misure protettive per i lavoratori nelle industrie in cui si manipolano sostanze dannose per la salute. La Germania nell'intento di arginare il socialismo introduce le assicurazioni sociali operaie contro le malattie e gli infortuni sul lavoro e quella per l'invalidità e la vecchiaia che diventano obbligatorie. 

Ma le rivendicazioni operaie per la limitazione dell'orario di lavoro e per il salario minimo garantito saranno ancora a lungo osteggiate. La legislazione protettrice del lavoro, introdotta in modo autonomo in ogni Stato, si ispira tuttavia agli stessi motivi, un senso di umanità nei confronti della classe economicamente più debole caldeggiato dalla religione e dalla morale aggiunto alla forte preoccupazione per l'ordine politico e sociale gravemente minacciato dalle frange più estremiste dei partiti sovversivi, il movimento anarchico

Con il miglioramento delle condizioni dei lavoratori si intende prevenire "turbamenti gravi e rendere più sopportabili le leggi repressive nei confronti della massa operaia". Accanto al movimento operaio di matrice socialista compare un movimento sociale cattolico da cui scaturiranno nel corso del nuovo secolo i diversi partiti nazionali democratici cristiani. Sul piano pratico alcune attività sociali cristiane si limitano ad agire sul terreno della carità svolgendo compiti di assistenza volontaria e paternalistica di ispirazione puramente religiosa, come le società di San Vincenzo de' Paoli sorte nella Francia del secondo impero e diffuse poi in tutto il mondo cattolico. 

 Altre attività hanno invece l'intento di operare una vera e propria trasformazione sociale ma in senso corporativistico nel tentativo di restaurare le vecchie corporazioni che associavano imprenditori e operai (quello che poi farà in seguito Mussolini) mentre sul piano sindacale ammette le forme di resistenza e di lotta, sciopero incluso, pur osteggiando drasticamente il principio socialista della lotta di classe e il programma di soppressione della proprietà privata dei mezzi di produzione. 

In Italia un congresso cattolico tenutosi a Roma nel 1894 (vedi il citato link sopra)  ha approvato un ambizioso programma mai compiutamente attuato che prevedeva la creazione delle corporazioni, una legislazione e un credito sociali, la partecipazione agli utili d'impresa delle maestranze e l'elevazione operaia di concerto con il mantenimento delle gerarchie sociali. Ma la "rivoluzione industriale" oltre che mutare la fisionomia della società,  genera esigenze nuove che si concretizzano con un sempre maggiore consumo di fonti energetiche e di materie prime che gli Stati europei industrializzati posseggono in misura insufficiente. 

Comincia l'era del postcolonialismo improntata soprattutto alla politica dei protettorati, una formula molto più vantaggiosa della dominazione coloniale che prevede sviluppo e assistenza tecnica di zone depresse in cambio di contratti esclusivi per l'estrazione e lo sfruttamento di giacimenti di ogni genere.
La tecnica è molto singolare. Si offrono benefici e ricchezze a governanti "fantocci" locali,  e sono questi a mantenere l'ordine (il degrado sociale ed economico) nel Paese. 

 La poderosa flotta britannica fa vela verso gli Eldorado dell'Estremo Oriente alla conquista di facili approvvigionamenti e s'insedia in Sudafrica dopo avere sconfitto i Boeri, la Germania sbarca nell'agonizzante impero ottomano e la Francia con un colpo di mano invade pacificamente la Tunisia. Le legazioni europee si contendono il favore della Cina e la flotta americana raggiunge le rive del Marocco. 

In ITALIA , si apre il 1900, con una decisione della Corte di Cassazione che dichiara nullo il Decreto Regio (Rudini '99). Con la giustificazione dell'ordine pubblico, il Parlamento ha emanato severi provvedimenti: come lo scioglimento d'ogni associazione di partito e riunione di lavoratori, socialisti, comprese alcune associazioni cattoliche: considerate tutte "bande di malfattori"
Ad approfittare subito, altri gruppi di Cattolici si ricostituiscono, e con i capifila Don Sturzo e Murri gettano le basi per la costituzione delle prime associazioni di soli lavoratori cristiani: le "leghe bianche" con compiti sindacali; mentre a Novembre a Roma annunciano sul giornale "Domani" (Murri-Gentile-Valente) l'intenzione di formare un nuovo partito democratico cristiano; ma il Vaticano non acconsente e blocca sul nascere l'iniziativa.

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Il 1900 si è anche aperto in Italia con una tragedia in casa Savoia; il 29 LUGLIO  è ucciso sul viale che conduce  alla Villa Reale di Monza, Re UMBERTO I, dall'anarchico Gaetano Bresci venuto apposta dal gruppo d'emigrati italiani nel New Jersey, per vendicare i morti fatti in Sicilia al tempo dei Fasci e nel corso dei tumulti del 1898 provocati da Bava Beccaris, poi da Umberto decorato..

Infatti, durante il processo Bresci affermò di aver voluto vendicare tutte "le vittime pallide e sanguinanti" delle repressioni che il re aveva appoggiato, e dopo la strage perfino premiato Bava Beccaris. Condannato all'ergastolo, venne ritrovato impiccato alle sbarre della sua cella. La versione ufficiale parlò di suicidio ma alcuni sostennero che si trattava di una messa in scena della polizia.
Al re Umberto I succedette il nuovo sovrano Vittorio Emanuele III (1900-1946) che chiamò poi a formare il nuovo governo il liberale Zanardelli.
Re UMBERTO e il suo autoritarismo non viene rimpianto; proprio a Milano lo scorso anno (il 6 giugno) aveva premiato con la Gran Croce dei Savoia il Generale FIORENZO BAVA BECCARIS, che nei tumulti per la protesta del pane, dietro suo ordine aveva sparato sulla folla a cannonate (80 morti da una fonte- da un'altra si afferma più di 300).

Il regno alla cui guida subentrerà Vittorio Emanuele III, figlio di Umberto II, è in condizioni economiche di trend (come abbiamo visto sopra) relativamente positivo. La rete ferroviaria ha raggiunto una buona estensione su parte del territorio nazionale, mentre prosegue il processo di modernizzazione che registra alcuni  impulsi nel campo dell'industria laniera e cotoniera e della siderurgia con i forni Martin Siemens e il primo impianto siderurgico a Terni.
La pianura padana ora collegata con il centro Europa favorisce la formazione del triangolo industriale Milano-Torino-Genova e le popolazioni di queste città e dell' hinterland, registrano un notevole incremento demografico. La situazione di relativo benessere è tuttavia turbata dagli scioperi massicci da una parte della massa operaia (sempre più numerosa con la creazione di posti di lavoro a basso costo e senza nessune garanzie)  nonostante l'avvento dei governi della corrente liberale di Giolitti. 

Tutto questo fa nascere delle pretestuose mire colonialistiche dell'Italia (non solo del governo ma dai grandi industriali) che si realizzano poi nel 1911 con la conquista della Libia dopo il vittorioso conflitto contro i turchi, ma nell'aria già aleggiano altri venti di guerra. L'impero austro-ungarico (preoccupando lo Zar, ma anche l'Inghilterra) si allarga nei Balcani con l'annessione della Croazia e della Slavonia usando però (con promesse poi non mantenute) come carne da macello i Serbi. Ed è proprio da questi territori che scaturirà (come vedremo nei prossimi anni) il sanguinoso movente che darà via allo scoppio della prima guerra mondiale. 

Ma ritorniamo all'uccisione di Umberto; sale al trono il figlio VITTORIO EMANUELE III (31 anni) che abbandonando l'antidemocraticità, guarda con simpatia proprio gli uomini che suo padre disprezzava (GIOLITTI, ZANARDELLI ecc.). Quindi inversione di rotta di una politica sovrana autoritaria antipopolare, che darà proprio in questo iniziale periodo una forte accelerazione all'evoluzione della politica italiana, in senso progressista (o almeno sembra).
GIOLITTI si fa subito notare; auspica un progetto di riforme tributarie (malgrado il malcontento) e invita i suoi colleghi politici al "doveroso coraggio di chiedere alle classi ricche di sopportare le spese per far diventare l'Italia uno Stato moderno". (Una frase che dirà poi anche Mussolini nel suo programma fascista nei primi mesi del critico dopoguerra). Anche se é solo un progetto, inizia comunque in Italia una svolta verso una politica liberale. E' chiamata " Era Giolittiana ".
"Era" caratterizzata soprattutto dalla tendenza di "agevolare" l'ascesa delle classi lavoratrici. Infatti ogni volta che scioperi-agitazioni assumevano carattere di gravità, pur evitando delle interferenza,  lo Stato nei conflitti tra Capitale e Lavoro, concesse al primo favori, e al secondo vaste riforme, che porranno entrambe fine allo Stato borghese.

L'obiettivo principale de Giolitti era quello di conciliare la borghesia liberale con il partito socialista, secondo Giolitti la prima doveva riconoscere la validità di alcune rivendicazioni dei lavoratori e il partito socialista avrebbe ottenuto molto da una legislazione sociale riformatrice. Giolitti ribadisce: "Primo dovere del governo è e sarà sempre quello di mantenere l'ordine a qualunque costo; ma la vera dimostrazione di forza si fa quando l'ordine è mantenuto con la rigida e costante applicazione della legge… è necessario che il governo lasci pieno agio a tutte le classi ed in special modo a quelle più numerose, di far conoscere e far valere le proprie aspirazioni e di difendere, nell'ambito delle leggi, i propri legittimi interessi"

Giolitti avvia una organica legislazione del lavoro che aveva avuto dei precedenti nel 1886 con Depretis; con Giolitti vengono estese e rese più efficaci le norme sul lavoro delle donne e dei fanciulli; inoltre si migliorano i provvedimenti sulle assicurazioni per la vecchiaia. Viene istituito il Consiglio superiore del lavoro, un organo consultivo per la legislazione sociale. LA LEGGE SULLA MUNICIPALIZZAZIONE: secondo la politica di Giolitti, i comuni sono autorizzati a gestire i servizi pubblici come l'elettricità, il gas, i trasporti. Il movimento socialista, che comincia ad amministrare i comuni sottolinea il principio della pubblica utilità rispetto agli interessi privati e per assicurare i servizi a prezzi più bassi. NEUTRALITA' GOVERNATIVA NEI CONFLITTI DI LAVORO: secondo la politica di Giolitti lo organizzazioni operaie e contadine, sciolte negli anni precedenti, dovevano ricostituirsi e svilupparsi in forme organizzative come le Camere del lavoro e organizzazioni di categorie. LA FEDERTERRA: tra gli obiettivi di Giolitti c'è quello della collettivizzazione della terra, degli aumenti e riduzioni dell'orario di lavoro.

Il rafforzamento delle organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori provocano però anche un aumento degli scioperi. L'atteggiamento neutrale che il governo assume di fronte a quest'ondata di scioperi, è giudicato positivamente e così possono essere varate le misure di legislazione sociale che il governo comincia a proporre. Sono, quindi, votate leggi a tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli e a favore delle assicurazioni contro gli infortuni; sono istituite pensioni per i vecchi lavoratori. Anche i motivi di disagio creati dalla politica estera degli anni precedenti sono rapidamente superati. Giolitti era contrario ad ogni politica imperialistica e fautore di una generale distensione. In seguito ad un eccidio di lavoratori, in Sardegna, la Camera del lavoro di Milano, proclamò uno sciopero generale di protesta. Le classi lavoratrici, colpite dal ripetersi di episodi del genere e insoddisfatte dalla politica giolittiana, aderirono all'iniziativa. La situazione fu affrontata da Giolitti senza ricorrere ad atti di forza. Lo sciopero si concluse rapidamente ed egli ne approfittò per sciogliere la Camera e indire nuove elezioni, il cui risultato fu sfavorevole ai socialisti. Giolitti tornò al potere nel maggio del 1906 riprendendo la sua politica. I riformisti ripresero il sopravvento all'interno del partito socialista, fino a riconquistare la maggioranza nel 1908.

SULLA QUESTIONE MERIDIONALE 
Nell'Italia centro-settentrionale il governo non fa intervenire le forze dello Stato nei conflitti di lavoro; negli stessi anni nell'Italia meridionale l'intervento repressivo della forza pubblica è costante e provoca una lunga serie di eccidi di lavoratori. E' una contraddizione grave che approfondisce il divario fra settentrione e meridione; per questo Giolitti sarà polemicamente definito "Giovanni Bifronte" arretrato e repressivo al sud, progressista e tollerante al nord. La condotta del governo nelle aree più sviluppare favorisce lo sviluppo organizzativo del movimento operaio e l'espandersi delle lotte sindacali che caratterizzano l'inizio del secolo. Fu soltanto questo, però, il periodo il cui il governo affronta per la prima volta, con una legislazione speciale, la questione del Mezzogiorno, il problema è entrato in una nuova fase, in seguito al sorgere della grande industria nel nord ed all'aumento dell'emigrazione. Giolitti spera che una volta consolidata nel Nord, l'industria si sarebbe estesa, con l'aiuto di opportuni incoraggiamenti da parte del governo (agevolazione fiscali, crediti, lavori pubblici), anche nel sud, dove avrebbe potuto anche avvantaggiarsi del costo della manodopera. Le leggi speciali a favore del Mezzogiorno furono criticate dai meridionali, i quali ritenevano che, per affrontare in modo adeguato la questione del Mezzogiorno, non erano sufficienti l'incremento delle opere pubbliche e la concessione di sgravi fiscali, ma sarebbe stato necessario cambiare l'indirizzo generale della politica economica del governo, orientandolo a promuovere lo sviluppo agricolo, anziché l'industria. Il tentativo giolittiano fu, in effetti, poco efficace. Il maggior risultato fu la creazione di un complesso siderurgico a Napoli, mentre le condizioni delle campagne non subirono miglioramenti. Il progetto di Giolitti favorisce una forte crescita economica dalla fine del secolo Ottocento fino al 1914, anche se una crisi, nel 1907, provoca significative modificazioni nelle strutture del capitalismo italiano. Lo sviluppo investe l'agricoltura, ma soprattutto l'industria. Si sviluppa soprattutto l'industria siderurgica, tessile, alimentare e elettrica. Il tenore di vita migliora, i servizi pubblici si fanno più efficienti, cala la mortalità infantile; migliorano le condizioni igieniche e questo contribuisce a ridurre d'incidenza di alcune malattie come il colera e il tifo.

SULLA QUESTIONE INVECE DELLA LEGISLAZIONE SOCIALE 
E' prodotta una legislazione sociale che riguarda il divieto del lavoro per i minori di dodici anni nel 1902; l'assistenza per l'invalidità e la vecchiaia e il lavoro femminile. Tra il 1906 e il 1909 è introdotto il lavoro festivo. Nella realizzazione di queste riforme l'interlocutore privilegiato di Giolitti è il Partito Socialista in quanto espressione politica del movimento operaio italiano. Giolitti costruisce un'alleanza con i cattolici a partire dal 1904, sempre nello stesso anno si attenua il carattere vincolante del NON EXPEDIT; la lunga autoesclusione dei cattolici dalla vita dello Stato italiano comincia ad entrare in crisi. I cattolici intransigenti si trasformano in CLERICO-MODERATI, cioè in uomini d'ordine disposti ad accettare le istituzioni liberali da posizioni conservatrici. Il pontefice Pio X abolisce il "non expedit". LA CRISI DEL 1907: la crisi provoca il crollo immediato dei valori azionari in borsa. Da un lato si consolida il ruolo della Banca d'Italia e dall'altro lato, si afferma una maggiore prudenza e un restringimento dei finanziamenti all'industria da parte di tutto il sistema bancario. In politica estera Giolitti mette fine alla guerra doganale con la Francia e sono costituiti una serie di rapporti diplomatici con altri Paesi. Negli accordi di Racconigi del 1909 l'Italia si procura il riconoscimento russo delle aspirazioni su Tripolitania e Cirenaica. Successivamente Giolitti cede alla ventata nazionalistica e alle tesi di coloro che vedono nelle conquiste coloniali la possibilità di risolvere il problema dell'emigrazione.

MA L'EMIGRAZIONE CONTINUA - L'emigrazione continua ad aumentare durante tutto il periodo giolittiano. Esiste una contraddizione: lo sviluppo economico e sociale non consente di risolvere il problema della disoccupazione. Le industrie nascono al nord e non al sud, l'agricoltura del sud non avanza come quella settentrionale. Nella società disgregata del sud arrivano solo i fenomeni negativi del sistema politico italiano, alimentandone i vizi ed il sud diventa una riserva di voti comprati con le promesse ed i favori, non con interventi efficaci e duraturi. Democratici, radicali e socialisti, in particolare Salvemini, lanciano contro Giolitti l'accusa di essere il "ministro della malavita". Giolitti però non cambia strada e il ricorso alla corruzione elettorale è un fenomeno che caratterizza la sua opera di governo.

VERSO LA CRISI - 

LA CRISI DEL SISTEMA GIOLITTIANO.

L'alleanza tra liberali progressisti e socialisti riformisti comincia a vacillare dopo il 1907. Fu agevole per Giolitti contenere l'opposizione meridionale, sia usando metodi repressivi nei confronti di agitazioni contadine, sia esercitando pressioni amministrative sui rappresentanti politici. Le difficoltà incontrate soprattutto per la resistenza dei gruppo economici e finanziari alle riforme, costrinsero Giolitti a cedere le redini del governo nel 1909. Giolitti ritorna al potere fino al 1914 .Il punto importante del nuovo programma di Giolitti fu la riforma elettorale. Furono ammessi a votare anche i nullatenenti e gli analfabeti purché avessero raggiunto i trenta anni e fatto il servizio militare. La riforma fu approvata nel 1912 e messa in prativa nelle elezioni nell'anno successivo. Il numero di elettori passa a otto milioni e mezzo. L'occupazione francese del Marocco diede a Giolitti la possibilità di mettere in pratica gli accordi stipulati con la Francia nel 1902, che lasciavano all'Italia mano libera in Libia. La guerra alla Turchia, dichiarata nel settembre 1911, e l'occupazione della Libia ottennero il consenso di una larga parte dell'opinione pubblica e dell'opposizione, mentre il Partito Socialista rimase ostile. L'andamento della guerra raffredda in parte gli entusiasmi e serve a creare perplessità e motivi di riflessione a lungo. Il costo dell'impresa si rivela superiore al previsto, minacciando l'equilibrio finanziario raggiunto in precedenza. La guerra si conclude con la pace di Losanna il 18 ottobre 1912 dopo che furono occupate Rodi e le altre isole del Dodecaneso appartenenti alla Turchia. Le delusioni non fanno che accentuare le critiche alla condotta dell'impresa, specie da parte dei nazionalisti. Le elezioni del 1913 presentavano serie incognite per Giolitti che fu indotto a stipulare accordi con i Cattolici. Con il patto Gentiloni egli ottenne l'impegno dei Cattolici a sostenere i liberali in quei collegi in cui si profilava una vittoria dell'opposizione. Con questa operazione Giolitti riesce a conservare nel Parlamento una cospicua maggioranza di oltre trecento deputati. Molti deputati liberali, però, non erano disposti a proseguire oltre nella politica di riforme e nel compromesso con i socialisti. Ancora una volta Giolitti pensa di presentare le dimissioni al governo e suggerendo al re di designare un conservatore: Antonio Salandra. Era impossibile continuare a perseguire l'obiettivo di una mediazione tra liberali e socialisti quando ormai si imponeva una scelta tra due tendenze sempre più divergenti.

DICEMBRE - L'anno 1900 però si chiude con la Liguria in fermento. Il prefetto ha fatto sciogliere la Camera del Lavoro (attenendosi ai provvedimenti del '99) e gli operai dei cantieri navali scendono in piazza: il 17 dicembre si affiancano gli operai delle industrie e dei trasporti che vanno a paralizzare l'intera economia ligure. E' il primo sciopero generale di un'intera regione. E vincono gli operai, infatti il provvedimento viene revocato dal governo. 
Dunque la maggioranza in Parlamento dimostra già con i fatti una grande svolta liberale. E il Re Umberto e' ormai - pensano in molti - solo un innocuo fantasma!

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Il 30 NOVEMBRE -  dopo diversi giorni di maltempo nelle regioni vicine, il Tevere a Roma rompe gli argini e allaga l'intera città; tutti i quartieri bassi vanno sott'acqua.

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STORIA RESTO DEL MONDO - CINA - Dopo quanto era avvenuto in Cina nel 1856, era nato  i un gruppo di cinesi xenofobi (I Boxers). Odiano gli stranieri. Motivo: con la scusa dei commerci gli imperialisti stanno invece insediandosi in Cina monopolizzando tutte le attività. 1000 sono le ditte commerciali straniere con 17.000 addetti e 150.000 operai e impiegati cinesi. Tutti - affermano i "ribelli"-  sfruttati nelle industrie e nei commerci degli stranieri.
In giugno iniziano le rivolte dei "Boxers", che sono subito appoggiati dalle truppe governative imperiali che hanno lo stesso obiettivo: cacciare via gli inglesi dalla Cina. 
Il 20 giugno l'imperatrice Tzu Hisi firma la dichiarazione di guerra alle potenze occidentali. I cosiddetti (dagli occidentali) "ribelli" dopo una rivolta a Tientsin, giungono a Pechino e assediano le legazioni occidentali.
Sono massacrati oltre 200 missionari e circa 32.000 cinesi che si erano convertiti alla religione cristiana, considerati dei traditori del Paese, servi degli inglesi, dei venduti.
Per soffocare queste ribellioni, con una spedizione internazionale occidentale congiunta, 16.000 uomini di varie nazioni, compresi l'Italia, riescono a "liberare" Pechino dall'assedio di "cinesi" (che stavano difendendo la loro città e l'imperatrice)  e costringono alla fuga tutta la corte.
In questa situazione  abbastanza anomala, ne approfitta la Russia che con 100.000 uomini, a settembre, occupa il nord della Cina,  la Manciuria, rimasta nell'anarchia dopo la caduta del potere imperiale (Una specie di 8 settembre 1943 italiano)
Nell'animo dei Cinesi, nelle masse, dopo questa tragica disfatta, viene messa  da parte ogni altra questione interna, alcune ataviche (quelle delle potenti e numerose caste dei Mandarini) ed iniziano a coalizzarsi verso un solo obiettivo: la rivoluzione generale contro gli stranieri aggressori.
(La regola è la solita: quando viene sparato il primo colpo di cannone contro la propria nazione, tutte le controversie interne sono subito dimenticate  e risorge la coscienza nazionale; quella legata alla propria etnia, cultura, tradizione.
(La stessa cosa accadde nel Vietnam molti anni dopo, nel 1961-75. Si cercò di strumentalizzare i contrasti interni di due fazioni (una schierata per l'Unità, l'altra per l'Indipendenza - come nell'Italia risorgimentale), ed invece ad un certo punto (quando apparve chiaro a tutti che per gli americani lo scopo era di impossessarsi del Paese) scattò la coscienza nazionale che dimenticò tutte le ostilità interne e fece quadrato per buttar fuori lo straniero).

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