ANNO 1944 (provvisorio) (anno 1944 . Quinta Parte)

"Verso la realizzazione dell'ordine nuovo"!

 

Mussolini aveva alle porte gli americani, eppure affermava che non avrebbero mai vinto; che la sua "fede e certezza nella vittoria -disse - non poggiava su motivi di carattere soggettivo o sentimentale". Questo mentre tre milioni di uomini stavano dilagando in Europa, e sedicimila aerei erano pronti a decollare dalle ormai vicine basi con un potenziale bellico tale da radere al suolo, prima tutta la città di Milano, poi anche tutte le altre (qualcuno lo aveva già deciso - vedi documento del Bomber Command)

Purtroppo non bastava quel Teatro e quei presenti dentro e fuori per arrivare alla vittoria. Ne' bastava questo suo discorso col ritorno alle posizioni originarie della sua militanza politica, quando (misurandosi con Sorel, Pareto, Labriola, Leone, De Man(!); tenendo testa a Turati) diventò il personaggio di spicco (inadeguatamente studiato) di quel gruppo di rivoluzionari italiani (intellettuali o leader sindacali) che prima e maggiormente subito dopo la Grande Guerra una gran parte convergendo verso di lui tutte le tendenze del movimento rivoluzionario diedero l'assalto al potere e al sistema rifiutando l'alternativa sinistra destra, riuscendo ad attirare le avanguardie moderniste, i giovani intellettuali che aborrivano l'ordine costituito e tutta quella cultura fondata sui privilegi di nascita e di censo (Lo Stato borghese, fatto di notabili, di censo)

Era la rivoluzione di una parte della nuova società (classe media e proletaria) che stava osservando gli errori di quella leninista, incapace di dare una vera svolta e incapace di gestire una economia con l'utopistico collettivismo senza l'appoggio dei soliti vecchi burocrati giacobini, richiamati in gran fretta sulle loro poltrone per non far cadere il Paese nella paralisi totale. Questa parte stava anche osservando  tutti coloro che avevano la paura del secolo (i borghesi e latifondisti italiani che temevano di perdere fabbriche e terre) ma  che seguitavano ad ignorare le profonde mutazioni della società,  già avvenute in altri paesi.  Se questo nuovo gruppo emergente commetteva l'errore di non riuscire a isolare quelli che minimizzavano e si ostinavano a non vedere i propri  e gli altrui errori, l'Italia sarebbe rimasta in Europa ininfluente per molti altri decenni e forse per sempre. Fu così che molti di loro più realisti, soprattutto la nuova borghesia emergente, quella imprenditoriale, avvertendo che la società stava  mutando aiutarono queste nuove espressioni; fra i due mali questo era certo il minore.
Sbagliarono questi ultimi? alla luce del poi, guardando a Est (il comunismo fallito) e nel Sud (i latifondisti arroccati) non sbagliarono affatto. Del resto una strada bisognava pur prenderla. Perfino in America dopo il '29 cominciarono a camminare alla cieca, non sapendo cosa fare.

Questi nuovi sentimenti verso qualcosa di diverso, questa cultura antiborghese, quindi antisistema (che non era un sistema ma ancora uno Stato-feudo riservato a pochi)  eccitò, conquistò ed appassionò un grande numero di giovani, ma anche un gran numero di personalità europee politiche e intellettuali (le cronache del tempo ne sono piene) . Persino Freud, in seguito, mandandogli un libro nello scrivergli una dedica, Mussolini lo salutò come un "eroe della cultura". Non era il solo.  Si afferma  che Mussolini non avrebbe mai oltrepassato la porta del Quirinale se uomini come Croce non avessero visto nel suo fascismo -agli inizi- un fenomeno positivo.

Tenendo lontani i pregiudizi e l'ignoranza varrebbe la pena leggere le ultime dispute di questi ultimi mesi del '97, tra Eugenio Garin e Domenico Settembrini. Il primo afferma che non é esistita una "cultura fascista", ma solo una "cultura al tempo del fascismo"; mentre l'altro sostiene che la stessa cultura di sinistra ha avuto uno scambio continuo anche di uomini, e demonizzare un periodo non serve, più utile rifarsi agli studi (come quelli di Zeev Sternhel) che hanno messo in luce le comuni origini antiborghesi del fascismo e del comunismo. Bisogna insomma (se siamo antifascisti o fascisti) leggerli entrambi, e fino in fondo. Qualcosa in comune hanno.

Non sarebbero mai apparsi su pagine intere del Times di Londra  i commenti di quel "faro a cui tutti devono guardare", quando Churchill lo indicava con l'indice. Ne' mai sarebbero apparsi gli elogi di Bernard Shaw che lo riteneva "il piu' grande statista"; lui, il commediografo che si opponeva   allo spirito vittoriano con pari irruenza a quello socialista e che guardava ai nuovi valori, carichi di nuove energie, che stavano sbocciando nel nuovo secolo. Che non era iniziato nel 1900 ma dopo la Grande Guerra.

Ma tutto questo era avvenuto prima, mentre al Lirico, ora il programma di Mussolini non aveva più senso. La massificazione della società che lui voleva nel '19 era diventata una realtà, come pure la lotta all'iperimperialismo e allo strapotere delle grandi banche che dopo il primo dopoguerra stavano fagocitando tutta la media e grande industria. Pure questa era una realtà degli anni Venti.
Ma a quel tempo, le esigenze della nazione e quelle del proletariato coincidevano, e a Mussolini gli si erano presentate le masse e la emergente borghesia delle piccole fabbriche, come un'argilla da modellare. Come nella Grande Guerra, con la Seconda giunta ormai al suo epilogo, stavano riproponendosi con più forza quei  principi allora da lui appena abbozzati, dove la nobiltà morale  non era più il privilegio di un solo strato della società (spesso falsa e ipocrita): ma si stava sempre di più affermando nelle masse e nel ceto medio.  Ed é la costituzione mentale che conta, non solo la situazione sociale. Paradossalmente era stato proprio Mussolini a far nascere e a far sviluppare queste nuove energie, con una ideologia tutta sua, singolare, con dentro un po' di tutto.

Quando di fatto diede vita al corporativismo riuscì  nella non facile impresa di dare a larghi strati della popolazione l'impressione che la vita era cambiata, e che vi erano nuove opportunità di ascesa sociale e di partecipazione alla vita nazionale (la teoria delle èlite l'allargava non al "proletariato plebeo" ma a quelle che chiamava "forze del lavoro"; quella dei tipografi la definì perfino "aristocratica".

Gli italiani nel ventennio erano cresciuti scoprendo queste nuove energie ad alta intensità autonomistica, ed infatti potremmo, se analizziamo bene, scoprire che il trentenne e il quarantenne che va  poi a rivoluzionare l'Italia degli anni '50-'70, trasformandola in una grossa immensa fucina imprenditoriale, ha dentro di sè queste energie (inutile negarlo) tali da trasformare operai in imprenditori, pescatori in albergatori, piccoli artigiani in grandi industriali.

Erano scampati alla "sterilizzazione" delle masse che era avvenuta in Russia in quel ventennio, e stavano (fortuna loro) scampando negli anni che seguirono, al livellamento forzato, nonostante i russi avessero vinto la guerra (li ritroveremo poi nel '90, caduto il muro, ancora immobili, con una economia in sfacelo e un popolo senza energie; scoprimmo così che al di là del muro non c'era nulla). Bastava ancora nei recenti  anni '80 andare nella vicina Iugoslavia per scoprire che quel mondo a pochi chilometri da noi era lontano anni luce e che la dittatura del proletariato si era trasformata in dittatura della burocrazia del partito, presente anche quando un contadino vendeva due uova a un turista di passaggio, e per questo processato (fatto veramente accaduto all'Autore che scrive, che fu processato per averle acquistate e per aver dormito  nel proprio Camper senza aver prima segnalato la sua presenza e gli spostamenti sul territorio alla Polizia di Stato. Anno 1980, nella vicina Porec. A sola mezz'ora di auto da Trieste).

Una Italia industriale che non fu possibile far nascere, dalla sera alla mattina con la nuova generazione, ne' con la programmazione economica del nuovo Stato, ma nacque perchè la sua nuova vocazione era semplicemente la naturale espressione del nuovo individuo dopo che negli anni precedenti aveva preso coscienza delle sue proprie capacità potenziali soprattutto d'ordine psicologico (altro che soffocamento) nate e sviluppatisi (inutile negarlo se vogliamo essere obiettivi) non certo prima del 1919, ma da quel polo positivo e polo negativo che era stato il fascismo e l'antifascismo insieme. Tutta la cultura che si era formata in questo periodo, pur scremandola dai tanti "servitori" e dai "lacchè" da una parte, e dagli utopistici sognatori "rossi" dall'altra, era nel dopoguerra viva e piena di energie, le testimonianze non mancano di certo, quelli del "miracolo economico" non venivano da un altro pianeta, erano nati dagli anni anni Venti  ai Quaranta (molti lo dimenticano).

In comune fascisti e rivoluzionari avevano all'origine la lotta antiborghese, e si scambiarono perfino uomini e idee, poi lungo il cammino di questa evoluzione delle masse (quasi un fatto biologico più che politico), l'apparato dirigente (facendosi i fatti propri) con le stesse masse perse il contatto. 
L'ideologia fascista era ormai una cosa superata, quella della sinistra pure, la massa si era stufata della prima (camminava più in fretta dei gerarchi diventati tutti burocrati - rossi, o bianchi, o neri o gialli, sono sempre i burocrati che rallentano lo sviluppo di una società); mentre della seconda con le sue lacerazioni interne, la massa prese le distanze  penalizzandola, mettendola da parte. Erano entrambe fuori dai tempi. Retrospettivamente leggere alcuni interventi di Basso, Nenni, e lo stesso Gramsci (lui che era stato in Russia due anni, era proprio cieco?) appare tutto anacronistico.

Alcuni dal confino rientrarono e (convinti che l'Italia era quella che avevano lasciato) riproposero i vecchi clichè, tali e quali quelli del 1914-'21, tali e quali quelli che sta ora riproponendo Mussolini al Lirico. Destinati al fallimento. Fuori dai tempi. Quelli invece che erano rimasti in Italia, dissero agli ex esiliati, "grazie, facciamo da soli, non avete nulla da insegnarci, siete antiquati, fuori dalla realtà". 
Questa è la conferma che avevano imparato di più stando "dentro" il regime che non "fuori".

Il "miracolo economico" non fu certo dovuto agli aiuti economici della "beneficenza" dei vincitori, nè fu stimolato da una rivalsa dei sacrifici sostenuti nella guerra, ma fu dovuto alla nuova intraprendenza del "piccolo" e "medio" italiano, nato e formato in quel ventennio (seguace o in contrapposizione) che nel frattempo cresciuto, seppe entrare con le sue gambe dentro le porte ormai spalancate delle tante nuove opportunità nell'ascesa sociale e quindi nella partecipazione alla vita nazionale, subito pronto a fare sacrifici, perchè convinto che le resistenze opposte dal mondo reale potevano essere sconfitte con la volontà.(Qualcosa del genere accadde nella Rinascenza)

La voglia di fare una rivoluzione ideologica l'italiano non l'aveva (non l'ha mai avuta), ma di fare invece una sua personale rivoluzione quella sì; e con quella carica in corpo che si ritrovò, scelse la seconda, più a portata di mano. Gli industriali "filantropici" o "sfruttatori" (secondo i punti di vista) l'assecondarono, e prima ancora di mettere un buon pasto sulla tavola, l'italiano ex proletario di fabbrica, di sinistra, ma ora "lavoratore industriale", si fece  la Vespa, la macchina, il frigo e le autostrade per correre al mare adriatico, dove un'altrettanta massa di ex proletari pescatori, di sinistra, ora "operatori" turistici, stavano scoprendo che la proprietà in fin dei conti era una bella cosa, e che se proprio bisognava fare qualcosa per il "popolo", costruire  4600 alberghi, ospitare quel popolo per prendere il sole e fare i bagni e far pagare la Pensione, era anche questa "filantropia". E assecondarono anche loro. Un circolo virtuoso.

Qualcuno pensava alle rivoluzioni, altri la fecero; quella personale però. Chiamiamolo pure individualismo, ma teniamo conto anche della benefica ricaduta in termini economici su tutto l'indotto, quindi sul resto dell'intera collettività.  Forse non era solo un fenomeno politico (infatti, sfuggì perfino ad ogni analisi sociologica) ma tipicamente umano, e l'analisi migliore oggi é solo quella dello scienziato, del neuroscienziato, lui sa cosa avviene nel cervello umano.

Le motivazioni? Sono nell'antropologia umana, nella neuroscienza, nella biologia, non dentro le dottrine politiche; queste sono sempre costruite a valle, spesso in ritardo, e quando arrivano coincidenti, insistono a dire che sono state quelle a crearle, anche quando é in atto -e del tutto autonoma- una nuova evoluzione del comportamento umano. In 2500 anni, quest'ultimo, in più di una occasione é sfuggito di mano al "sistema". Ad esempio, la Chiesa si sarebbe opposta con più autorità al Rinascimento, e i re avrebbero combattuto con più vigore la borghesia che li avrebbe poi spodestati.

Finita negli anni '70 questa generazione che abbiamo visto operare con una energia che ha strabiliato tutto il mondo, ecco subentrate quella nuova, ecco subito dopo crollare la mentalità di questo spirito particolare, che é l'intraprendenza,  soccombere a certe resistenze,  rendere blanda la volontà nel combattere da solo o in gruppo le difficoltà non più materiali ma psicologiche. Demotivazionali. Risultato: ecco crescere a dismisura i dubbi delle proprie capacità, e nuovamente pensare che i propri successi e i risultati (sempre più spesso inseguiti e sollecitati dai più ambigui canali - e forse proprio per questo) siano solo al servizio dei valori materiali e non della propria esistenza  dove i propri insuccessi invece che stimolare e richiamare altre energie sembrano incanalarsi nelle depressioni. Il disagio più grande, sembra ora quello di non essere riusciti a fare il furbo. Quel che è peggio è che nel riuscirci si scopre poi (ma spesso non si scopre, ed è peggio) che manca la soddisfazione biologica, quella che vuole che ci sia prima una grande motivazione nell' agire per conquistare qualcosa. Perchè solo il   desiderio proporzionato all'azione
corrisponde poi  a una grande soddisfazione e appagamento.
Per capirci: Arrivare primi in una gara dopo aver corrotto il giudice, la nostra soddisfazione non è pari a quella di chi alla stessa gara si é preparato meticolasamente, l'ha desiderata e l'ha vinta con le sue sole forze.

Fare il furbo sembra una malattia diffusa. Credere di ricavarne una soddisfazione è un miraggio, si bara solo con se stessi, e nel barare si traccia e si scava sempre di più un solco nell'anima. La demotivazione diventa sempre più abissale.

Così operando, ci si allontana sempre di più  dal culto dei valori, famiglia, patria, amici, collettività, con  una disinvolta libertà (visti gli esempi dall'alto) e quindi sempre con meno doveri verso la propria coscienza come affermazione di se stessi. Sempre più spesso troviamo persone molto sole, circondate dalla loro "miseria" anche se hanno tante "patacche" esteriori da mostrare, e che spesso nel loro disagio interiore non sanno più a chi rivolgersi per un aiuto.
Ma andiamo oltre.....

Mussolini era stato, e forse non se ne era reso nemmeno conto, il propulsore di questo cambiamento; rivolta dei sentimenti; accentuati istinti di energia darwinistica; rifiuto del collettivismo da formiche e dell'imperialismo più becero; rifiuto anche della diffusione di una  cultura solo borghese dove le  figure che vi starnazzavano erano molte e le poche non allineate, avevano solo visioni teoriche non pragmatiche.
Abbiamo detto, forse, perché nel discorso parla di socializzazione, quando ancora nel '21, proprio lui, nel preambolo del suo primo discorso parlamentare aveva affermato "Vi dico subito che ci opporremo con tutte le nostre forze a tentativi di socializzazione".
La borghesia allora respirò, le sinistre iniziarono a strapparsi capelli e i cattolici appoggiandolo si dissero "ci sta bene così, intanto lo utilizziamo". Infatti lo indicarono come "l'Uomo della provvidenza", lo utilizzarono, lo incitarono, benedissero gli eserciti in partenza, poi lo videro perdere, remarono contro, lo scaricarono.

Mussolini ben prima della Grande Guerra si era allontanato progressivamente dal socialismo (lo abbiamo letto nelle pagine di quegli anni - e questo faceva comodo alla Chiesa e alla borghesia). Lui aveva capito fin dall'agosto 1914 che il proletariato italiano non era in grado né aveva voglia di fare la rivoluzione, ma che occorreva  un altro tipo di rivoluzione, quella che poi unendo produttori e lavoratori fino al 1933 riuscì poi a fare, nonostante le terribili crisi in cui si dibattevano molti Paesi sia a vocazione capitalistica che collettivistica (tramontata quella liberal-borghese; in crisi quella leninista; con le ossa rotte  quella capitalistica americana nel '29) destando curiosità in tutto il mondo.

Ma non l'aveva fatta lui quella rivoluzione; Mussolini l'aveva solo intuita, tirata fuori dal cilindro, prospettata, guidata e cavalcata. Nè questa rivoluzione l'aveva fatta la violenza delle sue squadre, come appare nella storiografia del rancore di chi da quegli anni non ha ricevuto nulla.

I gerarchi, i capisquadristi, con i loro metodi non potevano nè potenziare una Fiat nè potenziare una Ansaldo e tutte le altre 1265 grandi società che nacquero (semmai l'incontrario).
 Nè potevano da soli creare "quel" fascismo, se la borghesia e il capitale non avesse messo i soldi a disposizione per tirare il carro dell'"uomo della provvidenza" che in quel momento era utile fargli guidare.

Mussolini aveva portato le masse a una pace sociale sposando profitto e proletariato, unendo produttori e lavoratori, e allontanato il bolscevismo, che in Italia tutto era meno che bol'sevik = in russo maggioranza (e per la verità non era tale nemmeno in Russia). Questo Mussolini era stato il primo a capirlo nel 1914. L'Italia non era la Russia, i Lenin avrebbero fatto in Italia un fiasco ancora più grande di quello che fece lui con la rivoluzione d'Ottobre.

Che, si badi bene, predicavano le stesse cose (vedi Tkacev - grande teorico- una chiave di primaria importanza per capire la formazione del leninismo)  "La rivoluzione é momento di distruzione e costruzione. L'essenza della prima é la lotta e perciò la violenza. Forza morale e forza materiale. L'attività rivoluzionaria costruttrice deve procedere con l'attività distruttrice. La prima si deve compiere con la convinzione la seconda con la violenza. Mille rivoluzionari decisi a tutto e la rivoluzione è fatta. Non basterà fare i decreti per cambiare le cose, e, soprattutto la mentalità: ci vuole un potere totalitario che controlli gli aspetti materiali, e spirituali della vita, l'economia, la stampa, l'educazione, persino la vita familiare e, naturalmente, la polizia". In sostanza una dittatura del partito della minoranza rivoluzionaria. (poi cambiò tutto divenne una burocrazia, nuovamente una casta, una nomenklatura. Cioè condannata come la precedente al fallimento!).

Ora Mussolini dentro il Teatro Lirico nel voler ritornare al 1914, voleva dire non solo che non si rendeva conto che la società in questo 1944 era cambiata (guerra o non guerra, era la seconda rivoluzione industriale che avanzava con un "proletariato" completamente diverso, non sterilizzato come in Russia) ma appariva chiaro che non si rendeva nemmeno conto che a farla mutare questa società era stato proprio lui, e che la nuova, non aveva solo un'altra pelle, ma un'altra testa, e che il segno dell'evoluzione c'era stato. Non aveva subìto la sterilizzazione ma si era da sola autovaccinata. Premunita a destra e a sinistra.
E pensare che un giorno parlando con il giornalista Churchill (il nipote dello statista) era ben cosciente di questa precarietà  "io grande, carismatico, duce? Basta un titolo su un giornale e in 24 ore gli italiani mi buttano nella polvere". Il 25 luglio era ancora lontano! A Stalin non é che gli andò meglio, anche se in una forma postuma, quando il volto sociale ed economico della Russia era ormai un disastro e la lotta di classe una favola (premonitore proprio lui Mussolini, il 7 dicembre del '22 (vedi) nel suo preambolo alla Camera).

Mussolini aveva dunque perso contatto negli ultimi anni con la realtà. Il grande giornalista di un tempo, dove giammai gli sfuggivano gli umori della gente (ricordiamoci Forlì, Trento, il mettere alla berlina i rivoluzionari senza avere le masse, scoprire in anticipo di 60 anni il fallimento totale dell'utopistico collettivismo di Lenin, ecc.).
Lui stava parlando a questa gente milanese (proprio la più attenta a questo nuovo processo "evolutivo") e non avvertiva che non era ascoltato, che non potevano più ascoltarlo, che era finito un tempo, e che lui non apparteneva a questi tempi nuovi.
Ecco cosa disse al Lirico:

Camerati, cari camerati milanesi!
Rinuncio ad ogni preambolo ed entro subito nel vivo della materia del mio discorso.
A sedici mesi di distanza dalla tremenda data della resa a discrezione imposta ed accettata secondo la democratica e criminale formula di Casablanca, la valutazione degli avvenimenti ci pone, ancora una volta, queste domande: Chi ha tradito? Chi ha subito e subisce le conseguenze del tradimento? Non si tratta, intendiamoci bene, di un giudizio in sede di revisione storica, e, meno che mai, in qualsiasi guisa, giustificativa.
È stato tentato da qualche foglio neutrale, ma noi lo respingiamo nella maniera più categorica e per la sostanza e in secondo luogo per la stessa fonte dalla quale proviene. Dunque chi ha tradito? La resa a discrezione annunciata l'8 settembre è stata voluta dalla monarchia, dai circoli di corte, dalle correnti plutocratiche della borghesia italiana, da talune forze clericali, congiunte per l'occasione a quelle massoniche, dagli Stati Maggiori, che non credevano più alla vittoria e facevano capo a Badoglio. Sino dal maggio, e precisamente il 15 maggio, l'ex-re nota in un suo diario, venuto recentemente in nostro possesso, che bisogna ormai «sganciarsi» dall'alleanza con la Germania. Ordinatore della resa, senza l'ombra di un dubbio, l'ex-re; esecutore Badoglio. Ma per arrivare all'8 settembre, bisognava effettuare il 25 luglio, cioè realizzare il colpo di Stato e il trapasso di regime.
La giustificazione della resa, e cioè la impossibilità di più oltre continuare la guerra, veniva smentita quaranta giorni dopo, il 13 ottobre, con la dichiarazione di guerra alla Germania, dichiarazione non soltanto simbolica, perché da allora comincia una collaborazione, sia pure di retrovie e di lavoro, fra l'Italia badogliana e gli Alleati; mentre la flotta, costruita tutta dal fascismo, passata al completo al nemico, operava immediatamente con le flotte nemiche. Non pace, dunque, ma, attraverso la cosiddetta cobelligeranza, prosecuzione della guerra; non pace, ma il territorio tutto della nazione convertito in un immenso campo di battaglia, il che significa in un immenso campo di rovine; non pace, ma prevista partecipazione di navi e truppe italiane alla guerra contro il Giappone.
Ne consegue che chi ha subito le conseguenze del tradimento è soprattutto il popolo italiano. Si può affermare che nei confronti dell'alleato germanico il popolo italiano non ha tradito. Salvo casi sporadici, i reparti dell'Esercito si sciolsero senza fare alcuna resistenza di fronte all'ordine di disarmo impartito dai comandi tedeschi. Molti reparti dello stesso Esercito, dislocati fuori del territorio metropolitano, e dell'Aviazione, si schierarono immediatamente a lato delle forze tedesche, e si tratta di decine di migliaia di uomini; tutte le formazioni della Milizia, meno un battaglione in Corsica, passarono sino all'ultimo uomo coi tedeschi.
Il piano cosiddetto «P. 44», del quale si parlerà nell'imminente processo dei generali e che prevedeva l'immediato rovesciamento del fronte come il re e Badoglio avevano preordinato, non trovò alcuna applicazione da parte dei comandanti e ciò è provato dal processo che nell'Italia di Bonomi viene intentato a un gruppo di generali che agli ordini contenuti in tale piano non obbedirono. Lo stesso fecero i comandanti delle Armate schierate oltre frontiera.
Tuttavia, se tali comandanti evitarono il peggio, cioè l'estrema infamia, che sarebbe consistita nell'attaccare a tergo gli alleati di tre anni, la loro condotta dal punto di vista nazionale è stata nefasta. Essi dovevano, ascoltando la voce della coscienza e dell'onore, schierarsi armi e bagaglio dalla parte dell'alleato: avrebbero mantenuto le nostre posizioni territoriali e politiche; la nostra bandiera non sarebbe stata ammainata in terre dove tanto sangue italiano era stato sparso; le Armate avrebbero conservato la loro organica costituzione; si sarebbe evitato l'internamento coatto di centinaia di migliaia di soldati e le loro grandi sofferenze di natura soprattutto morale; non si sarebbe imposto all'alleato un sovraccarico di nuovi, impreveduti compiti militari, con conseguenze che influenzavano tutta la condotta strategica della guerra. Queste sono responsabilità specifiche nei confronti, soprattutto, del popolo italiano.
Si deve tuttavia riconoscere che i tradimenti dell'estate 1944 ebbero aspetti ancora più obbrobriosi, poiché romeni, bulgari e finnici, dopo avere anch'essi ignominiosamente capitolato, e uno di essi, il bulgaro, senza avere sparato un solo colpo di fucile, hanno nelle ventiquattro ore rovesciato il fronte ed hanno attaccato con tutte le forze mobilitate le unità tedesche, rendendone difficile e sanguinosa la ritirata.
Qui il tradimento è stato perfezionato nella più ripugnante significazione del termine.
Il popolo italiano è, quindi, quello che, nel confronto, ha tradito in misura minore e sofferto in misura che non esito a dire sovrumana. Non basta. Bisogna aggiungere che mentre una parte del popolo italiano ha accettato, per incoscienza o stanchezza, la resa, un'altra parte si è immediatamente schierata a fianco della Germania.
Sarà tempo di dire agli italiani, ai camerati tedeschi e ai camerati giapponesi che l'apporto dato dall'Italia repubblicana alla causa comune dal settembre del 1943 in poi, malgrado la temporanea riduzione del territorio della Repubblica, è di gran lunga superiore a quanto comunemente si crede.
Non posso, per evidenti ragioni, scendere a dettagliare le cifre nelle quali si compendia l'apporto complessivo, dal settore economico a quello militare, dato dall'Italia. La nostra collaborazione col Reich in soldati e operai è rappresentata da questo numero: si tratta, alla data del 30 settembre, di ben settecentottantaseimila uomini. Tale dato è incontrovertibile perché di fonte germanica. Bisogna aggiungervi gli ex-internati militari: cioè parecchie centinaia di migliaia di uomini immessi nel processo produttivo tedesco, e molte altre decine di migliaia di italiani che già erano nel Reich, ove andarono negli anni scorsi dall'Italia come liberi lavoratori nelle officine e nei campi. Davanti a questa documentazione, gli italiani che vivono nel territorio della Repubblica Sociale hanno il diritto, finalmente, di alzare la fronte e di esigere che il loro sforzo sia equamente e cameratescamente valutato da tutti i componenti del Tripartito.
Sono di ieri le dichiarazioni di Eden sulle perdite che la Gran Bretagna ha subito per difendere la Grecia. Durante tre anni l'Italia ha inflitto colpi severissimi agli inglesi ed ha, a sua volta, sopportato sacrifici imponenti di beni e di sangue. Non basta. Nel 1945 la partecipazione dell'Italia alla guerra avrà maggiori sviluppi, attraverso il progressivo rafforzamento delle nostre organizzazioni militari, affidate alla sicura fede e alla provata esperienza di quel prode soldato che risponde al nome del maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani.
Nel periodo tumultuoso di transizione dell'autunno e inverno 1943 sorsero complessi militari più o meno autonomi attorno a uomini che seppero, col loro passato e il loro fascino di animatori, raccogliere i primi nuclei di combattenti. Ci furono gli arruolamenti a carattere individuale. Arruolamenti di battaglioni, di reggimenti, di specialità Erano i vecchi comandanti che suonavano la diana. E fu ottima iniziativa, soprattutto morale. Ma la guerra moderna impone l'unità. Verso l'unità si cammina.
Oso credere che gli italiani di qualsiasi opinione saranno felici il giorno in cui tutte le Forze Armate della Repubblica saranno raccolte in un solo organismo e ci sarà una sola Polizia, l'uno e l'altra con articolazioni secondo le funzioni, entrambi intimamente viventi nel clima e nello spirito del fascismo e della Repubblica, poiché in una guerra come l'attuale, che ha assunto un carattere di guerra «politica», la politicità è una parola vuota di senso ed in ogni caso superata.
Un conto è la «politica», cioè l'adesione convinta e fanatica all'idea per cui si scende in campo, e un conto è un'attività politica, che il soldato ligio al suo dovere e alla consegna non ha nemmeno il tempo di esplicare, poiché la sua politica deve essere la preparazione al combattimento e l'esempio ai suoi gregari in ogni evento di pace e di guerra.
Il giorno 15 settembre il Partito Nazionale Fascista diventava il Partito Fascista Repubblicano. Non mancarono allora elementi malati di opportunismo o forse in stato di confusione mentale, che si domandarono se non sarebbe stato più furbesco eliminare la parola «fascismo», per mettere esclusivamente l'accento sulla parola «Repubblica». Respinsi allora, come respingerei oggi, questo suggerimento inutile e vile.
Sarebbe stato errore e viltà ammainare la nostra bandiera, consacrata da tanto sangue, e fare passare quasi di contrabbando quelle idee che costituiscono oggi la parola d'ordine nella battaglia dei continenti. Trattandosi di un espediente, ne avrebbe avuto i tratti e ci avrebbe squalificato di fronte agli avversari e soprattutto di fronte a noi stessi.
Chiamandoci ancora e sempre fascisti, e consacrandoci alla causa del fascismo, come dal 1919 ad oggi abbiamo fatto e continueremo anche domani a fare, abbiamo dopo gli avvenimenti impresso un nuovo indirizzo all'azione e nel campo particolarmente politico e in quello sociale. Veramente più che di un nuovo indirizzo, bisognerebbe con maggiore esattezza dire: ritorno alle posizioni originarie. È documentato nella storia che il fascismo fu sino al 1927 tendenzialmente repubblicano e sono stati illustrati i motivi per cui l'insurrezione del 1922 risparmiò la monarchia.
Dal punto di vista sociale, il programma del fascismo repubblicano non è che la logica continuazione del programma del 1919: delle realizzazioni degli anni splendidi che vanno dalla Carta del lavoro alla conquista dell'impero. La natura non fa dei salti, e nemmeno l'economia.
Bisognava porre le basi con le leggi sindacali e gli organismi corporativi per compiere il passo, ulteriore della socializzazione. Sin dalla prima seduta del Consiglio dei ministri del 27 settembre 1943 veniva da me dichiarato che «la Repubblica sarebbe stata unitaria nel campo politico e decentrata in quello amministrativo e che avrebbe avuto un pronunciatissimo contenuto sociale, tale da risolvere la questione sociale almeno nei suoi aspetti più stridenti, tale cioè da stabilire il posto, la funzione, la responsabilità del lavoro in una società nazionale veramente moderna».
In quella stessa seduta, io compii il primo gesto teso a realizzare la più vasta possibile concordia nazionale, annunciando che il Governo escludeva misure di rigore contro gli elementi dell'antifascismo.
Nel mese di ottobre fu da me elaborato e riveduto quello che nella storia politica italiana è il «manifesto di Verona», che fissava in alcuni punti abbastanza determinati il programma non tanto del Partito, quanto della Repubblica. Ciò accadeva esattamente il 15 novembre, due mesi dopo la ricostituzione del Partito Fascista Repubblicano.
Il manifesto dell'assemblea nazionale del Partito Fascista Repubblicano, dopo un saluto ai caduti per la causa fascista e riaffermando come esigenza suprema la continuazione della lotta a fianco delle potenze del Tripartito e la ricostituzione delle Forze Armate, fissava i suoi diciotto punti programmatici.
Vediamo ora ciò che è stato fatto, ciò che non è stato fatto e soprattutto perché non è stato fatto.
Il manifesto cominciava con l'esigere la convocazione della Costituente e ne fissava anche la composizione, in modo che, come si disse, «la Costituente fosse la sintesi di tutti i valori della nazione».
Ora la Costituente non è stata convocata. Questo postulato non è stato sin qui realizzato e si può dire che sarà realizzato soltanto a guerra conclusa. Vi dico con la massima schiettezza che ho trovato superfluo convocare una Costituente quando il territorio della Repubblica, dato lo sviluppo delle operazioni militari, non poteva in alcun modo considerarsi definitivo. Mi sembrava prematuro creare un vero e proprio Stato di diritto nella pienezza di tutti i suoi istituti, quando non c'erano Forze Armate che lo sostenessero. Uno Stato che non dispone di Forze Armate è tutto, fuorché uno Stato.
Fu detto nel manifesto che nessun cittadino può essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell'Autorità giudiziaria. Ciò non è sempre accaduto. Le ragioni sono da ricercarsi nella pluralità degli organi di Polizia nostri e alleati e nell'azione dei fuori legge, che hanno fatto scivolare questi problemi sul piano della guerra civile a base di rappresaglie e contro-rappresaglie. Su taluni episodi si è scatenata la speculazione dell'antifascismo, calcando le tinte e facendo le solite generalizzazioni. Debbo dichiarare nel modo più esplicito che taluni metodi mi ripugnano profondamente, anche se episodici. Lo Stato, in quanto tale, non può adottare metodi che lo degradano. Da secoli si parla della legge del taglione. Ebbene, è una legge, non un arbitrio più o meno personale.
Mazzini, l'inflessibile apostolo dell'idea repubblicana, mandò agli albori della Repubblica romana nel 1849 un commissario ad Ancona per insegnare ai giacobini che era lecito combattere i papalini, ma non ucciderli extra-legge, o prelevare, come si direbbe oggi, le argenterie dalle loro case. Chiunque lo faccia, specie se per avventura avesse la tessera del Partito, merita doppia condanna.
Nessuna severità è in tal caso eccessiva, se si vuole che il Partito, come si legge nel «manifesto di Verona», sia veramente «un ordine di combattenti e di credenti, un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell'idea rivoluzionaria».
Alta personificazione di questo tipo di fascista fu il camerata Resega, che ricordo oggi e ricordiamo tutti con profonda emozione, nel primo anniversario della sua fine, dovuta a mano nemica.
Poiché attraverso la costituzione delle brigate nere il Partito sta diventando un «ordine di combattenti», il postulato di Verona ha il carattere di un impegno dogmatico e sacro. Nello stesso articolo 5, stabilendo che per nessun impiego o incarico viene richiesta la tessera del Partito, si dava soluzione al problema che chiamerò di collaborazione di altri elementi sul piano della Repubblica. Nel mio telegramma in data 10 marzo XXII ai capi delle provincie, tale formula veniva ripresa e meglio precisata. Con ciò ogni discussione sul problema della pluralità dei partiti appare del tutto inattuale.
In sede storica, nelle varie forme in cui la Repubblica come istituto politico trova presso i differenti popoli la sua estrinsecazione, vi sono molte repubbliche di tipo totalitario, quindi con un solo partito. Non citerò la più totalitaria di esse, quella dei sovieti, ma ricorderò una che gode le simpatie dei sommi bonzi del vangelo democratico: la Repubblica turca, che poggia su un solo partito, quello del popolo, e su una sola organizzazione giovanile, quella dei «focolari del popolo».
A un dato momento della evoluzione storica italiana può essere feconda di risultati, accanto al Partito unico e cioè responsabile della direzione globale dello Stato, la presenza di altri gruppi, che, come dice all'articolo tre il «manifesto di Verona», esercitino il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione. Gruppi che, partendo dall'accettazione leale, integrale e senza riserve del trinomio Italia, Repubblica, socializzazione, abbiano la responsabilità di esaminare i provvedimenti del Governo e degli enti locali, di controllare i metodi di applicazione dei provvedimenti stessi e le persone che sono investite di cariche pubbliche e che devono rispondere al cittadino, nella sua qualità di soldato-lavoratore contribuente, del loro operato.
L'assemblea di Verona fissava al numero otto i suoi postulati di politica estera. Veniva solennemente dichiarato che il fine essenziale della politica estera della Repubblica è «l'unità, l'indipendenza, l'integrità territoriale della patria nei termini marittimi e alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla storia».
Quanto all'unità territoriale, io mi rifiuto, conoscendo la Sicilia e i fratelli siciliani, di prendere sul serio i cosiddetti conati separatistici di spregevoli mercenari del nemico. Può darsi che questo separatismo abbia un altro motivo: che i fratelli siciliani vogliano separarsi dall'Italia di Bonomi per ricongiungersi con l'Italia repubblicana.
È mia profonda convinzione che, al di là di tutte le lotte e liquidato il criminoso fenomeno dei fuorilegge, l'unità morale degli italiani di domani sarà infinitamente più forte di quella di ieri, perché cementata da eccezionali sofferenze, che non hanno risparmiato una sola famiglia. E quando attraverso l'unità morale l'anima di un popolo è salva, è salva anche la sua integrità territoriale e la sua indipendenza politica.
A questo punto occorre dire una parola sull'Europa e relativo concetto. Non mi attardo a domandarmi che cosa è questa Europa, dove comincia e dove finisce dal punto di vista geografico, storico, morale, economico; né mi chiedo se oggi un tentativo di unificazione abbia migliore successo dei precedenti. Ciò mi porterebbe troppo lontano. Mi limito a dire che la costituzione di una comunità europea è auspicabile e forse anche possibile, ma tengo a dichiarare in forma esplicita che noi non ci sentiamo italiani in quanto europei, ma ci sentiamo europei in quanto italiani. La distinzione non è sottile, ma fondamentale.
Come la nazione è la risultante di milioni di famiglie che hanno una fisionomia propria, anche se posseggono il comune denominatore nazionale, così nella comunità europea ogni nazione dovrebbe entrare come un'entità ben definita, onde evitare che la comunità stessa naufraghi nell'internazionalismo di marca socialista o vegeti nel generico ed equivoco cosmopolitismo di marca giudaica e massonica.
Mentre taluni punti del programma di Verona sono stati scavalcati dalla successione degli eventi militari, realizzazioni più concrete sono state attuate nel campo economico-sociale.
Qui la innovazione ha aspetti radicali. I punti undici, dodici e tredici sono fondamentali. Precisati nella «premessa alla nuova struttura economica della nazione», essi hanno trovato nella legge sulla socializzazione la loro pratica applicazione. L'interesse suscitato nel mondo è stato veramente grande e oggi, dovunque, anche nell'Italia dominata e torturata dagli anglo-americani, ogni programma politico contiene il postulato della socializzazione.
Gli operai, dapprima alquanto scettici, ne hanno poi compreso l'importanza. La sua effettiva realizzazione è in corso. Il ritmo di ciò sarebbe stato più rapido in altri tempi. Ma il seme è gettato. Qualunque cosa accada, questo seme è destinato a germogliare. È il principio che inaugura quello che otto anni or sono, qui a Milano, di fronte a cinquecentomila persone acclamanti, vaticinai «secolo del lavoro», nel quale il lavoratore esce dalla condizione economico-morale di salariato per assumere quella di produttore, direttamente interessato agli sviluppi dell'economia e al benessere della nazione.
La socializzazione fascista è la soluzione logica e razionale che evita da un lato la burocratizzazione dell'economia attraverso il totalitarismo di Stato e supera l'individualismo dell'economia liberale, che fu un efficace strumento di progresso agli esordi dell'economia capitalistica, ma oggi è da considerarsi non più in fase con le nuove esigenze di carattere «sociale» delle comunità nazionali.
Attraverso la socializzazione i migliori elementi tratti dalle categorie lavoratrici faranno le loro prove. Io sono deciso a proseguire in questa direzione.
Due settori ho affidato alle categorie operaie: quello delle amministrazioni locali e quello alimentare. Tali settori, importantissimi specie nelle circostanze attuali, sono ormai completamente nelle mani degli operai. Essi devono mostrare, e spero mostreranno, la loro preparazione specifica e la loro coscienza civica.
Come vedete, qualche cosa si è fatto durante questi dodici mesi, in mezzo a difficoltà incredibili e crescenti, dovute alle circostanze obiettive della guerra e alla opposizione sorda degli elementi venduti al nemico e all'abulia morale che gli avvenimenti hanno provocato in molti strati del popolo.
In questi ultimissimi tempi la situazione è migliorata. Gli attendisti, coloro cioè che aspettavano gli anglo-americani, sono in diminuzione. Ciò che accade nell'Italia di Bonomi li ha delusi. Tutto ciò che gli anglo-americani promisero, si è appalesato un miserabile espediente propagandistico.
Credo di essere nel vero se affermo che le popolazioni della valle del Po non solo non desiderano, ma deprecano l'arrivo degli anglosassoni, e non vogliono saperne di un governo, che, pur avendo alla vicepresidenza un Togliatti, riporterebbe a nord le forze reazionarie, plutocratiche e dinastiche, queste ultime oramai palesemente protette dall'Inghilterra.
Quanto ridicoli quei repubblicani che non vogliono la Repubblica perché proclamata da Mussolini e potrebbero soggiacere alla monarchia voluta da Churchill. Il che dimostra in maniera irrefutabile che la monarchia dei Savoia serve la politica della Gran Bretagna, non quella dell'Italia!
Non c'è dubbio che la caduta di Roma è una data culminante nella storia della guerra. II generale Alexander stesso ha dichiarato che era necessaria alla vigilia dello sbarco in Francia una vittoria che fosse legata ad un grande nome, e non vi è nome più grande e universale di Roma; che fosse creata, quindi, una incoraggiante atmosfera.
Difatti, gli anglo-americani entrano in Roma il 5 giugno; all'indomani, 6, i primi reparti alleati sbarcano sulla costa di Normandia, tra i fiumi Vire e Orne. I mesi successivi sono stati veramente duri, su tutti i fronti dove i soldati del Reich erano e sono impegnati.
La Germania ha chiamato in linea tutte le riserve umane, con la mobilitazione totale affidata a Goebbels, e con la creazione della «Volkssturm». Solo un popolo come il germanico, schierato unanime attorno al Führer, poteva reggere a tale enorme pressione; solo un Esercito come quello nazionalsocialista poteva rapidamente superare la crisi del 20 luglio e continuare a battersi ai quattro punti cardinali con eccezionale tenacia e valore, secondo le stesse testimonianze del nemico.
Vi è stato un periodo in cui la conquista di Parigi e Bruxelles, la resa a discrezione della Romania, della Finlandia, della Bulgaria hanno dato motivo a un movimento euforico tale che, secondo corrispondenze giornalistiche, si riteneva che il prossimo Natale la guerra sarebbe stata praticamente finita, con l'entrata trionfale degli Alleati a Berlino.
Nel periodo di tale euforia venivano svalutate e dileggiate le nuove armi tedesche, impropriamente chiamate «segrete». Molti hanno creduto che grazie all'impiego di tali armi, a un certo punto, premendo un bottone, la guerra sarebbe finita di colpo. Questo miracolismo è ingenuo quando non sia doloso. Non si tratta di armi segrete, ma di «armi nuove», che, è lapalissiano il dirlo, sono segrete sino a quando non vengono impiegate in combattimento. Che tali armi esistano, lo sanno per amara constatazione gli inglesi; che le prime saranno seguite da altre, lo posso con cognizione di causa affermare; che esse siano tali da ristabilire l'equilibrio e successivamente la ripresa della iniziativa in mani germaniche, è nel limite delle umane previsioni quasi sicuro e anche non lontano.
Niente di più comprensibile delle impazienze, dopo cinque anni di guerra, ma si tratta di ordigni nei quali scienza, tecnica, esperienza, addestramento di singoli e di reparti devono procedere di conserva. Certo è che la serie delle sorprese non è finita; e che migliaia di scienziati germanici lavorano giorno e notte per aumentare il potenziale bellico della Germania.
Nel frattempo la resistenza tedesca diventa sempre più forte e molte illusioni coltivate dalla propaganda nemica sono cadute. Nessuna incrinatura nel morale del popolo tedesco, pienamente consapevole che è in gioco la sua esistenza fisica e il suo futuro come razza; nessun accenno di rivolta e nemmeno di agitazione fra i milioni e milioni di lavoratori stranieri, malgrado gli insistenti appelli e proclami del generalissimo americano. E indice eloquentissimo dello spirito della nazione è la percentuale dei volontari dell'ultima leva, che raggiunge la quasi totalità della classe. La Germania è in grado di resistere e di determinare il fallimento dei piani nemici.
Minimizzare la perdita di territori, conquistati e tenuti a prezzo di sangue, non è una tattica intelligente, ma lo scopo della guerra non è la conquista o la conservazione dei territori, bensì la distruzione delle forze nemiche, cioè la resa e quindi la cessazione delle ostilità.
Ora le Forze Armate tedesche non solo non sono distrutte, ma sono in una fase di crescente sviluppo e potenza.
Se si prende in esame la situazione dal punto di vista politico, sono maturati, in questo ultimo periodo del 1944, eventi e stati d'animo interessanti.
Pur non esagerando, si può osservare che la situazione politica non è oggi favorevole agli Alleati.
Prima di tutto in America, come in Inghilterra, vi sono correnti contrarie alla richiesta di resa a discrezione. La formula di Casablanca significa la morte di milioni di giovani, poiché prolunga indefinitamente la guerra; popoli come il tedesco e il giapponese non si consegneranno mai mani e piedi legati al nemico, il quale non nasconde i suoi piani di totale annientamento dei paesi del Tripartito.
Ecco perché Churchill ha dovuto sottoporre a doccia fredda i suoi connazionali surriscaldati e prorogare la fine del conflitto all'estate del 1945 per l'Europa e al 1947 per il Giappone.
Un giorno un ambasciatore sovietico a Roma, Potemkin, mi disse: «La prima guerra mondiale bolscevizzò la Russia, la seconda bolscevizzerà l'Europa». Questa profezia non si avvererà, ma se ciò accadesse, anche questa responsabilità ricadrebbe in primo luogo sulla Gran Bretagna.
Politicamente Albione è già sconfitta. Gli eserciti russi sono sulla Vistola e sul Danubio, cioè a metà dell'Europa. I partiti comunisti, cioè i partiti che agiscono al soldo e secondo gli ordini del maresciallo Stalin, sono parzialmente al potere nei paesi dell'occidente.
Che cosa significhi la «liberazione» nel Belgio, in Italia, in Grecia, lo dicono le cronache odierne. Miseria, disperazione, guerra civile. I «liberati»greci che sparano sui «liberatori» inglesi non sono che i comunisti russi che sparano sui conservatori britannici.
Davanti a questo panorama, la politica inglese è corsa ai ripari. In primo luogo, liquidando in maniera drastica o sanguinosa, come ad Atene, i movimenti partigiani, i quali sono l'ala marciante e combattente delle sinistre estreme, cioè del bolscevismo; in secondo luogo, appoggiando le forze democratiche, anche accentuate, ma rifuggenti dal totalitarismo, che trova la sua eccelsa espressione nella Russia dei sovieti.
Churchill ha inalberato il vessillo anticomunista in termini categorici nel suo ultimo discorso alla Camera dei Comuni, ma questo non può fare piacere a Stalin. La Gran Bretagna vuole riservarsi come zone d'influenza della democrazia l'Europa occidentale, che non dovrebbe essere contaminata, in alcun caso, dal comunismo.
Ma questa «fronda» di Churchill non può andare oltre ad un certo segno, altrimenti il grande maresciallo del Cremlino potrebbe adombrarsi. Churchill voleva che la zona d'influenza riservata alla democrazia nell'Occidente europeo fosse sussidiata da un patto tra Francia, Inghilterra, Belgio, Olanda, Norvegia, in funzione antitedesca prima, eventualmente in funzione antirussa poi.
Gli accordi Stalin-De Gaulle hanno soffocato nel germe questa idea, che era stata avanzata, su istruzioni di Londra, dal belga Spaak. Il gioco è fallito e Churchill deve, per dirla all'inglese, mangiarsi il cappello e, pensando all'entrata dei Russi nel Mediterraneo e alla pressione russa nell'Iran, deve domandarsi se la politica di Casablanca non sia stata veramente per la «vecchia povera Inghilterra» una politica fallimentare.
Premuta dai due colossi militari dell'Occidente e dell'Oriente, dagli insolenti insaziabili cugini di oltre Oceano e dagli inesauribili euroasiatici, la Gran Bretagna vede in gioco e in pericolo il suo avvenire imperiale; cioè il suo destino. Che i rapporti «politici» tra gli Alleati non siano dei migliori, lo dimostra la faticosa preparazione del nuovo convegno a tre.
Parliamo ora del lontano e vicino Giappone. Più che certo, è dogmatico che l'impero del Sole Levante non piegherà mai e si batterà sino alla vittoria. In questi ultimi mesi le armi nipponiche sono state coronate da grandi successi. Le unità dello strombazzatissimo sbarco nell'isola di Leyte, una delle molte centinaia di isole che formano l'arcipelago delle Filippine, sbarco fatto a semplice scopo elettorale, sono, dopo due mesi, quasi al punto di prima.
Che cosa sia la volontà e l'anima del Giappone è dimostrato dai volontari della morte. Non sono decine, sono decine di migliaia di giovani che hanno come consegna questa: «Ogni apparecchio una nave nemica». E lo provano. Davanti a questa sovrumanamente eroica decisione, si comprende l'atteggiamento di taluni circoli americani, che si domandano se non sarebbe stato meglio per gli statunitensi che Roosevelt avesse tenuto fede alla promessa da lui fatta alle madri americane che nessun soldato sarebbe andato a combattere e a morire oltremare. Egli ha mentito, come è nel costume di tutte le democrazie.
È per noi, italiani della Repubblica, motivo di orgoglio avere a fianco come camerati fedeli e comprensivi i soldati, i marinai, gli aviatori del Tenno, che colle loro gesta s'impongono all'ammirazione del mondo.
Ora io vi domando: la buona semente degli italiani, degli italiani sani, i migliori, che considerano la morte per la patria come l'eternità della vita, sarebbe dunque spenta? . Ebbene, nella guerra scorsa non vi fu un aviatore che non riuscendo ad abbattere con le armi l'aeroplano nemico, vi si precipitò contro, cadendo insieme con lui? Non ricordate voi questo nome? Era un umile sergente: Dall'Oro.
Nel 1935, quando l'Inghilterra voleva soffocarci nel nostro mare e io raccolsi il suo guanto di sfida (la folla si leva in piedi con un grido unanime di esaltazione: «Duce! Duce! Duce!») e feci passare ben quattrocentomila legionari sotto le navi di Sua Maestà britannica, ancorate nei porti del Mediterraneo, allora si costituirono in Italia, a Roma, le squadriglie della morte. Vi devo dire, per la verità, che il primo della lista era il comandante delle forze aeree. Ebbene, se domani fosse necessario ricostituire queste squadriglie, se fosse necessario mostrare che nelle nostre vene circola ancora il sangue dei legionari di Roma, il mio appello alla nazione cadrebbe forse nel vuoto?
Noi vogliamo difendere, con le unghie e coi denti, la valle del Po; noi vogliamo che la valle del Po resti repubblicana in attesa che tutta l'Italia sia repubblicana. (Grida entusiastiche: «Si! Tutta!»). Il giorno in cui tutta la valle del Po fosse contaminata dal nemico, il destino dell'intera nazione sarebbe compromesso; ma io sento, io vedo, che domani sorgerebbe una forma di organizzazione irresistibile ed armata, che renderebbe praticamente la vita impossibile agli invasori. Faremmo una sola Atene di tutta la valle del Po.
Da quanto vi ho detto, balza evidente che non solo la coalizione nemica non ha vinto, ma che non vincerà. La mostruosa alleanza fra plutocrazia e bolscevismo ha potuto perpetrare la sua guerra barbarica come la esecuzione di un enorme delitto, che ha colpito folle di innocenti e distrutto ciò che la civiltà europea aveva creato in venti secoli. Ma non riuscirà ad annientare con la sua tenebra lo spirito eterno che tali monumenti innalzò.
La nostra fede assoluta nella vittoria non poggia su motivi di carattere soggettivo o sentimentale, ma su elementi positivi e determinanti. Se dubitassimo della nostra vittoria, dovremmo dubitare dell'esistenza di Colui che regola, secondo giustizia, le sorti degli uomini.
Quando noi come soldati della Repubblica riprenderemo contatto con gli italiani di oltre Appennino, avremo la grata sorpresa di trovare più fascismo di quanto ne abbiamo lasciato. La delusione, la miseria, l'abbiezione politica e morale esplode non solo nella vecchia frase «si stava meglio», con quel che segue, ma nella rivolta che da Palermo a Catania, a Otranto, a Roma stessa serpeggia in ogni parte dell'Italia «liberata».
Il popolo italiano al sud dell'Appennino ha l'animo pieno di cocenti nostalgie. L'oppressione nemica da una parte e la persecuzione bestiale del Governo dall'altra non fanno che dare alimento al movimento del fascismo. L'impresa di cancellarne i simboli esteriori fu facile; quella di sopprimerne l'idea, impossibile.
I sei partiti antifascisti si affannano a proclamare che il fascismo è morto, perché lo sentono vivo. Milioni di italiani confrontano ieri e oggi; ieri, quando la bandiera della patria sventolava dalle Alpi all'equatore somalo e l'italiano era uno dei popoli più rispettati della terra.
Non v'è italiano che non senta balzare il cuore nel petto nell'udire un nome africano, il suono di un inno che accompagnò le legioni dal Mediterraneo al Mar Rosso, alla vista di un casco coloniale. Sono milioni di italiani che dal 1919 al 1939 hanno vissuto quella che si può definire l'epopea della patria. Questi italiani esistono ancora, soffrono e credono ancora e sono disposti a serrare i ranghi per riprendere a marciare, onde riconquistare quanto fu perduto ed è oggi presidiato fra le dune libiche e le ambe etiopiche da migliaia e migliaia di caduti, il fiore di innumerevoli famiglie italiane, che non hanno dimenticato, né possono dimenticare.
Già si notano i segni annunciatori della ripresa, qui, soprattutto in questa Milano antesignana e condottiera, che il nemico ha selvaggiamente colpito, ma non ha minimamente piegato.
Camerati, cari camerati milanesi!
È Milano che deve dare e darà gli uomini, le armi, la volontà e il segnale della riscossa!

Fu il suo ultimo discorso. Ma nella sua ultima intervista otto giorni prima di essere ucciso farà una considerazioni sugli italiani dove li sottovalutò ingenerosamente, e non si rese conto che stava sottovalutando anche la sua opera visto che era stato lui a farli crescere, sia con le goliardate e pagliacciate di Starace (veri boomerang - quindi una positività di reazione nelle masse, pari a quella di Croce nell'ambiente intellettuale), sia con quelle grandi intuizioni che lui aveva avuto e che in quel periodo erano valide: il corporativismo, il parastato, le bonifiche, le strutture finanziarie e gli enti che sono poi giunti e vegetano ancora bene fra noi (Eni, Iri, Sip, Ina, ecc.) e questo quando negli stessi anni il panorama mondiale era privo di nuove strategie economiche o erano fallite quelle che aveva adottate (dopo Wall Street '29 e l'assistenzialismo di Keines ecc. ecc.).

Disse in quell'intervista...............


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