ANNO 1946 (provvisorio)
(Anno 1946 - Terza Parte)

Giulio Andreotti e Alcide De Gasperi - Biografia
Andreotti/De Gasperi

DE GASPERI A PARIGI - IL TRATTATO

(l'intero TRATTATO DI PACE per l'Italia
(182 Pagine in lingua originale)

22 GIUGNO - Il nuovo governo (provvisorio) concede un'amnistia generale per i reati politici. Vengono scarcerati molti esponenti del vecchio regime. Quelli più gravi sono rinviati a giudizio.
Il desiderio di una pacificazione generale nel Paese predomina e risulta essere la cosa più saggia da farsi in un momento di forti tensioni, con i rancori non ancora placati da entrambe le parti.

Per alcune epurazioni -fra poco più di un anno- il 7 febbraio 1948, sarà GIULIO ANDREOTTI il giovanissimo sottosegretario alla presidenza del consiglio a emanare un importantissimo decreto in cui sono definitivamente estinti tutti i giudizi in corso delle persone coinvolte. Finisce la caccia alle streghe.
Quanti devono a lui questa provvidenziale "chiusura tombale"!!!


25 GIUGNO -
Si riunisce e iniziano i lavori dell'Assemblea Costituente. Presidente SARAGAT (PSIUP), vice UMBERTO TERRACINI (PCI), GIOVANNI CONTI (PRI), GIUSEPPE MICHELI e FAUSTO PECORARI (DC) che dopo cinque giorni..il.......

1 LUGLIO -
Elegge il capo provvisorio dello Stato. Nomina Presidente della Repubblica ENRICO DE NICOLA (vedi la sua biografia)

1 LUGLIO - Nello stesso giorno il governo presenta le dimissioni al nuovo Capo dello Stato, che gli rinnova subito dopo l'incarico di formare un nuovo governo. Nello stesso giorno prima di sciogliere il governo (sotto la pressione della sinistra che vuole concedere aumenti salariali ai lavoratori, in uno scenario in cui è forte la disoccupazione e l'inflazione) concede a tutti i lavoratori sposati 3000 lire di premio a ciascuno, e 1500 lire ai celibi

15 LUGLIO -
Nuovo governo di DE GASPERI (presidente), GONNELLA, SEGNI, SCELBA, CINGOLANI, CAMPILLI, MICHELI, ELDISIO della DC. FERRARI, GULLO, SCOCCIMARRO del PCI. MORANDI, D'ARAGONA, ROMITA, NENNI del PSIUP. FACCHINETTI, MACRELLI del PRI. Mentre PALMIRO TOGLIATTI rifiuta ogni incarico di governo per dedicarsi unicamente al Partito.

19 LUGLIO - La Costituente (vi collaborano tutti i partiti di massa) nomina i "Settantacinque" per elaborare il testo della Costituzione. Come modello si prende quella di Weimar (la Francia nel '47 farà la stessa scelta). Gli Azionisti si batteranno per una Repubblica presidenziale di tipo americano. Gli altri, oltre che guardare alla Germania, dagli anglosassoni prendono a modello la giustizia costituzionale. Ma alla fine la scelta cadde su un esecutivo né forte né autonomo. Dopo Mussolini nessuno voleva più un singolo uomo con in mano un potere troppo grande. Una esperienza era già bastata. Ma ne riparleremo a suo tempo.
(vedi qui "COME NACQUE LA COSTITUZIONE" )

Luglio: ALCIDE DE GASPERI rappresentante di un Paese vinto, non è presente alla Conferenza di Parigi davanti ai 21 Paesi vincitori per la spartizione dell'Europa; non é stato neppure invitato, ne' tanto meno dovrebbe parlare. La delegazione italiana parte comunque, e De Gasperi sfodererà tutto l'orgoglio. Non solo parlerà, non solo non pagherà i danni di guerra e le spese che gli alleati hanno sostenuto e hanno già elencato, ma si farà pagare i rifornimenti in Italia fatti agli anglo-americani, e i rimborsi delle amlire che gli alleati avevano speso in Italia.

Alla partenza del 7 AGOSTO con la delegazione (assieme a Saragat, Corbino e Bonomi) imbarcandosi sull'SM.75, a un redattore dell'Ansa che gli chiedeva qualcosa circa le prospettive del viaggio, De Gasperi non era molto ottimista: "Non so nemmeno se parto come imputato. Direi che la mia posizione è per quattro quinti quella di imputato come responsabile di una guerra che non ho fatto e che il popolo non ha voluto, per un quinto quella di cobelligerante. La figura di cobelligerante è riconosciuta nel preambolo del Trattato come principio, ma nel testo si tiene invece conto dei quattro quinti, rappresentati dalla guerra perduta e non del quinto costituito dalla nuova guerra che abbiamo combattuto a fianco degli ALLEATI. Tutto lo sforzo che bisogna fare mira a ricordare agli ALLEATI che li abbiamo chiamati così perchè li abbiamo creduti tali" 
(comun. Ansa ore 10.25)

Disse poi De Gasperi quando (dopo tre giorni di anticamera) prese la parola alle ore 16 del 10 AGOSTO dinnanzi ai rappresentanti dei 21 stati vincitori: e fu la parola di un vinto che si sentiva e si poteva sentire vincitore, un italiano che parlava per il popolo suo, con una tale altezza morale, da farsi d'accusato ad accusatore, da umiliato a maestro di coloro che umiliato volevano in lui un intero popolo di alta civiltà.

IL DISCORSO DI DE GASPERI A PARIGI


"Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l'essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.
Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali?

Signori, è vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire.
Ebbene, permettete che vi dica con la franchezza che un alto senso di responsabilità impone in quest'ora storica a ciascuno di noi, questo trattato è, nei confronti dell'Italia, estremamente duro; ma se esso tuttavia fosse almeno uno strumento ricostruttivo di cooperazione internazionale, il sacrificio nostro avrebbe un compenso: l'Italia che entrasse, sia pure vestita del saio del penitente, nell'ONU, sotto il patrocinio dei Quattro, tutti d'accordo nel proposito di bandire nelle relazioni internazionali l'uso della forza (come proclama l'articolo 2 dello Statuto di San Francisco) in base al "principio della sovrana uguaglianza di tutti i Membri", come è detto allo stesso articolo, tutti impegnati a garantirsi vicendevolmente "l'integrità territoriale e l'indipendenza politica", tutto ciò potrebbe essere uno spettacolo non senza speranza e conforto. L'Italia avrebbe subìto delle sanzioni per il suo passato fascista, ma, messa una pietra tombale sul passato, tutti si ritroverebbero eguali nello spirito della nuova collaborazione internazionale.
Si può credere che sia così?

Evidentemente ciò è nelle vostre intenzioni, ma il testo del trattato parla un altro linguaggio.
In un congresso di pace è estremamente antipatico parlar d'armi e di strumenti di guerra. Vi devo accennare, tuttavia, perché nelle precauzioni prese dal trattato contro un presumibile riaffacciarsi di un pericolo italiano si è andati tanto oltre da rendere precaria la nostra capacità difensiva connessa con la nostra indipendenza.

Mai, mai nella nostra storia moderna le porte di casa furono così spalancate, mai le nostre possibilità di difesa così limitate. Ciò vale per la frontiera orientale come per certe rettifiche dell'occidentale ispirate non certo ai criteri della sicurezza collettiva.
Nè questa volta ci si fa balenare la speranza di Versailles, cioè il proposito di un disarmo generale, del quale il disarmo dei vinti sarebbe solo un anticipo.
Ma in verità più che il testo del trattato, ci preoccupa lo spirito: esso si rivela subito nel preambolo.

Il primo considerando riguarda la guerra di aggressione e voi lo ritroverete tale quale in tutti i trattati coi così detti ex satelliti; ma nel secondo considerando che riguarda la cobelligeranza voi troverete nel nostro un apprezzamento sfavorevole che cercherete invano nei progetti per gli Stati ex nemici. Esso suona: "considerando che sotto la pressione degli avvenimenti militari, il regime fascista fu rovesciato ... ".

Ora non v'ha dubbio che il rovesciamento del regime fascista non fu possibile che in seguito agli avvenimenti militari, ma il rivolgimento non sarebbe stato così profondo, se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di mmensi sacrifici, senza l'intervento degli scioperi politici nelle industrie del nord, senza l'abile azione clandestina degli uomini dell'opposizione parlamentare antifascista (ed è qui presente uno dei suoi più fattivi rappresentanti) che spinsero al colpo di stato. Rammentate che il comunicato di Potsdam del 2 agosto 1945 proclama: "L'Italia fu la prima delle Potenze dell'Asse a rompere con la Germania, alla cui sconfitta essa diede un sostanziale contributo ed ora si è aggiunta agli Alleati nella guerra contro il Giappone".
"L'Italia ha liberato se stessa dal regime fascista e sta facendo buoni progressi verso il ristabilimento di un Governo e istituzioni democratiche".
Tale era il riconoscimento di Potsdam. Che cosa è avvenuto perché nel preambolo del trattato si faccia ora sparire dalla scena storica il popolo italiano che fu protagonista? Forse che un governo designato liberamente dal popolo, attraverso l'Assemblea Costituente della Repubblica, merita meno considerazione sul terreno democratico?
La stessa domanda può venir fatta circa la formulazione così stentata ed agra della cobelligeranza: "delle Forze armate italiane hanno preso parte attiva alla guerra contro la Germania". Delle Forze? Ma si tratta di tutta la marina da guerra, di centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, del "Corpo Italiano di Liberazione", trasformatosi poi nelle divisioni combattenti e "last but non least" dei partigiani, autori soprattutto dell'insurrezione del nord.

Le perdite nella resistenza contro i tedeschi, prima e dopo la dichiarazione di guerra, furono di oltre 100 mila uomini tra morti e dispersi, senza contare i militari e civili vittime dei nazisti nei campi di concentramento ed i 50 mila patrioti caduti nella lotta partigiana.
Diciotto mesi durò questa seconda guerra, durante i quali i tedeschi indietreggiarono lentamente verso nord spogliando, devastando, distruggendo quello che gli aerei non avevano abbattuto.
Il rapido crollo del fascismo dimostrò esser vero quello che disse Churchill: "un uomo, un uomo solo ha voluto questa guerra" e quanto fosse profetica la parola di Stimson, allora Ministro della guerra americano: "La resa significa un atto di sfida ai tedeschi che avrebbe cagionato al popolo italiano inevitabili sofferenze".
Me è evidente che, come la prefazione di un libro, anche il preambolo è stato scritto dopo il testo del Trattato, e così bisognava ridurre, attenuare il significato della partecipazione del popolo italiano ed in genere della cobelligeranza perché il preambolo potesse in qualche maniera corrispondere agli articoli che seguono.
Infatti dei 78 articoli del trattato la più parte corrisponde ai due primi considerando, cioè alla guerra fascista e alla resa: nessuno al considerando della cobelligeranza, la quale si ritiene già compensata coll'appoggio promesso all'Italia per l'entrata nell'ONU; compenso garantito anche a Stati che seguirono o poterono seguire molto più tardi l'esempio dell'Italia antifascista.
Il carattere punitivo del trattato risulta anche dalle clausole territoriali. E qui non posso negare che la soluzione del problema di Trieste implicava difficoltà oggettive che non era facile superare. Tuttavia anche questo problema è stato inficiato fin dall'inizio da una psicologia di guerra, da un richiamo tenace ad un presunto diritto del primo occupante e dalla mancata tregua fra le due parti più direttamente interessate.
Mi avete chiamato a Londra il 18 settembre 1945. Abbandonando la frontiera naturale delle Alpi e per soddisfare alle aspirazioni etniche jugoslave, proposi allora la linea che Wilson aveva fatta propria quando, il 23 aprile 1919, nella Conferenza della Pace a Parigi invocava "una decisione giusta ed equa, non già una decisione che eternasse la distinzione tra vincitori e vinti".
Proponevamo inoltre che il problema economico della Venezia Giulia venisse risolto internazionalizzando il porto di Trieste e creando una collaborazione col porto di Fiume e col sistema ferroviario Danubio-Sava-Adriatico.
Era naturalmente inteso che si dovesse introdurre parità e reciprocità nel trattamento delle minoranze, che Fiume riavesse lo status riconosciuto a Rapallo, che il carattere di Zara fosse salvaguardato.
Il giorno dopo, Signori Ministri, avete deciso di cercare la linea etnica in modo che essa lasciasse il minimo di abitanti sotto dominio straniero; a tale scopo disponeste la costituzione di una Commissione d'inchiesta. La commissione lavorò nella Venezia Giulia per 28 giorni. Il risultato dell'inchiesta fu tale che io stesso, chiamato a Parigi a dire il mio avviso il 3 maggio 1946, ne approvai, sia pure con alcune riserve, le conclusioni di massima. Ma i rappresentanti jugoslavi, con argomenti di sapore punitivo, sul possesso totale della Venezia Giulia e specie di Trieste. Cominciò allora l'affannosa ricerca del compromesso e, quando lasciai Parigi, correva voce che gli Anglo-Americani, abbandonando le linee etniche, si ritirassero su quella francese.
Questa linea francese era già una linea politica di comodo, non più una linea etnica nel senso delle decisioni di Londra, perché rimanevano nel territorio slavo 180.000 italiani e in quello italiano 59.000 slavi; soprattutto essa escludeva dall'Italia Pola, e le città minori della costa istriana occidentale ed implicava quindi per noi una perdita insopportabile. Ma per quanto inaccettabile, essa era almeno una frontiera italo-jugoslava che aggiudicava Trieste all'Italia.
Ebbene, che cosa è accaduto sul tavolo del compromesso durante il giugno, perché il 3 luglio il Consiglio dei Quattro rovesciasse le decisioni di Londra e facesse della linea francese non più la frontiera tra Italia e Jugoslavia, ma quella di un cosiddetto "Territorio libero di Trieste" con particolare statuto internazionale? Questo rovesciamento fu per noi una amarissima sorpresa e provocò in Italia la più profonda reazione. Nessun sintomo, nessun cenno poteva autorizzare gli autori del compromesso a ritenere che avremmo assunto la benché minima corresponsabilità di una simile soluzione che incide nelle nostre carni e mutila la nostra integrità nazionale. Appena avuto sentore di tale minaccia il 30 giugno telegrafavo ai Quattro Ministri degli Esteri la pressante preghiera di ascoltarmi dichiarando di volere assecondare i loro sforzi per la pace, ma mettendoli in guardia contro espedienti che sarebbero causa di nuovi conflitti. La soluzione internazionale, dicevo, com'è progettata, non è accettabile e specialmente l'esclusione dell'Istria occidentale fino a Pola causerà una ferita insopportabile alla coscienza nazionale italiana.
La mia preghiera non ebbe risposta e venne messa agli atti. Oggi non posso che rinnovarla, aggiungendo degli argomenti che non interessano solo la nostra nazione, ma voi tutti che siete ansiosi della pace del mondo.
Il Territorio libero, come descritto dal progetto, avrebbe una estensione di 783 kmq. con 334.000 abitanti concentrati per 3/4 nella città capitale. La popolazione si comporrebbe, secondo il censimento del 1921, di 266.000 italiani, 49.501 slavi, 18.000 altri. Lo Stato sarebbe tributario della Jugoslavia e dell'Italia in misura eguale per la forza elettrica, comunicherebbe con il suo hinterland con tre ferrovie slave ed una italiana. Le spese necessarie per il bilancio ordinario sarebbero da 5 a 7 miliardi; il gettito massimo dei tributi potrebbe toccare il miliardo.

Trieste ed il suo porto dall'Italia hanno avuto dal 1919 al 1938 larghissimi contributi per opere pubbliche e le industrie triestine come i cantieri, le raffinerie, le fabbriche di conserve, non solo sorte in seguito a facilitazioni, esenzioni fiscali, sussidii (anche le linee di navigazione), ma sono vincolate tutte ai mercati italiani. Già ora il trattato proietta la sua ombra sull'attività produttiva di Trieste perché non si crede alla vitalità della sistemazione e alla sua efficienza economica. Come sarà possibile, obiettano i triestini, mantenere l'ordine in uno Stato non accetto né agli uni né agli altri, se oggi ancora gli Alleati, che pur vi mantengono forze notevoli, non riescono a garantire la sicurezza personale?
Il problema interno è forse il più grave. Ogni gruppo etnico chiederebbe soccorso ai suoi e le lotte si complicherebbero col sovrapporsi del problema sociale, particolarmente acuto e violento in situazioni come quelle di un emporio commerciale e industriale. Come farà l'ONU ad arbitrare e ad evitare che le lotte politiche interne assumano carattere internazionale?
Voi rinserrate nella fragile gabbia d'uno statuto i due contendenti con razioni scarse e copiosi diritti politici e voi pretendete che non vengano alle mani e non chiamino in aiuto gli slavi, schierati tutti all'intorno a 8 chilometri di distanza, e gli italiani che tendono il braccio attraverso un varco di due chilometri?
Ovvero pensate davvero di fare del porto di Trieste un emporio per l'Europa Centrale? Ma allora il problema è economico e non politico. Ci vuole una compagnia, un'amministrazione internazionale, non uno Stato; un'impresa con stabili basi finanziarie, non una combinazione giuridica collocata sulle sabbie mobili della politica!
Per correre il rischio di tale non durevole spediente, voi avete dovuto aggiudicare l'81% del territorio della Venezia Giulia agli jugoslavi (ed ancora essi se ne lagnano come di un tradimento degli Alleati, e cercano di accaparrare il resto a mezzo di formule giuridiche costituzionali del nuovo Stato); avete dovuto far torto all'Italia rinnegando la linea etnica, avete abbandonata alla Jugoslavia la zona di Parenzo-Pola, senza ricordare la Carta Atlantica che riconosce alle popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali, anzi ne aggravate le condizioni stabilendo che gli italiani della Venezia Giulia passati sotto la sovranità slava che opteranno per conservare la loro cittadinanza, potranno entro un anno essere espulsi e dovranno trasferirsi in Italia abbandonando la loro terra, le loro case, i loro averi, che più? i loro beni potranno venire confiscati e liquidati, come appartenenti a cittadini italiani all'estero, mentre l'italiano che accetterà la cittadinanza slava sarà esente da tale confisca.
L'effetto di codesta vostra soluzione è che, fatta astrazione dal Territorio libero, 180.000 italiani rimangono in Jugoslavia e 10 mila slavi in Italia (secondo il censimento del 1921) eche il totale degli italiani esclusi dall'Italia, calcolando quelli di Trieste, è di 446.000; né per queste minoranze avete minimamente provveduto, mentre noi in Alto Adige stiamo preparando una generosa revisione delle opzioni ed è già stato raggiunto un accordo su una ampia autonomia regionale da sottoporsi alla Costituente.
A qual pro dunque ostinarsi in una soluzione che rischia di creare nuovi guai, a qual pro voi vi chiuderete gli orecchi alle grida di dolore degli italiani dell'Istria - ho presente una sottoscrizione di Pola - che sono pronti a partire, ad abbandonare terre e focolari pur di non sottoporsi al nuovo regime?
Lo so, bisogna fare la pace, bisogna superare la stasi, ma se avete rinviato di un anno la questione coloniale, non avendo trovato una soluzione adeguata, come non potreste fare altrettanto per la questione giuliana? C'è sempre tempo per commettere un errore irreparabile. Il Trattato sta in piedi anche se rimangono aperte alcune clausole territoriali. E' una pace provvisoria: ma anche da Versailles a Cannes si dovette procedere per gradi. Altre questioni rimangono aperte o sono risolte nel Trattato negativamente. Non posso ritenere, per esempio, che i nostri rapporti con la Germania si possano considerare definiti con l'art. 67 di codesto Trattato, il quale impone all'Italia la rinuncia a qualsiasi reclamo, compresi i crediti contro la Germania e i cittadini germanici fino alla data dell'8 maggio 1945, dopo cioè che l'Italia era in guerra con la Germania da diciannove mesi.
I nostri tecnici calcolano a circa 700 miliardi di lire, cioè a circa 3 miliardi di dollari, la somma che possiamo reclamare dalla Germani per il periodo della cobelligeranza; e noi ci dovremmo semplicemente rinunciare? Non può essere questo un provvedimento definitivo; bisognerà pur riparlarne quando si farà la pace con la Germania: e allora non è questo un altro argomento per provare che il completo assestamento d'Europa non può avvenire che dopo la pace con la Germania? Stabiliamo le basi fondamentali del Trattato; l'Italia accetterà di fare i sacrifici che può.
Mettiamoci poi a tavolino, noi e gli jugoslavi in prima linea, e cerchiamo un modo di vita, una collaborazione, perché senza questo spirito le formule del Trattato rimarranno vuote.
Non è a dire con ciò che per tutto il resto il Trattato sia senz'altro accettabile.
Alcune clausole economiche sono durissime. Così per esempio l'art. 69 che concede ad ogni Potenza Alleata o Associata il diritto di sequestrare, ritenere o liquidare tutti i beni italiani all'estero, salvo restituire la eventuale quota eccedente i reclami delle Nazioni Unite. L'applicazione generale di tale articolo avrebbe conseguenze insopportabili per la nostra economia. Ci attendiamo che tali disposizioni vengano modificate soprattutto se - come non dubito - si darà modo ai miei collaboratori di esprimersi a fondo su questo come su ogni altro argomento, in seno alle competenti Commissioni. Così ancora all'art. 62 ci si impone una rinuncia contraria al buon diritto e alle norme internazionali, la rinuncia cioè a qualsiasi credito derivante dalle Convenzioni sul trattamento dei prigionieri.
logica conseguenza della cobelligeranza è anche che a datare dal 13 ottobre 1943 lo spirito con cui devono essere regolati i rapporti economici tra noi e gli Alleati sia diverso. Non si tratta più di spese di occupazione, previste all'epoca dell'armistizio per un breve periodo, ma di spese di guerra sul fronte italiano. Ad esse il Governo italiano vuole contribuire nei limiti delle sue possibilità economiche, me nei modi che di tale capacità tengano conto.
In quanto alle riparazioni, pur essendo disposti a sopportare sacrifici, dobbiamo escludere che si facciano gravare sull'economia italiana oneri imprecisati e per un tempo indeterminato e nei riguardi dei territori ceduti o liberati si dovrà tener conto degli enormi investimenti da noi fatti per opere pubbliche per lo sviluppo culturale e materiale di tali Paesi. Se le clausole del trattato ci venissero imposte nella loro totalità e crudezza, noi, firmando, commetteremmo un falso perché l'Italia, nel momento attuale, con una diminuzione dei salari reali di oltre il 50% e del reddito nazionale di oltre il 45, ha già visto ridurre la sua capacità di produzione fino al punto da non poter acquistare all'estero le derrate alimentari e le materie prime. Ulteriori peggioramenti provocherebbero il caos monetario, l'insolvenza e la perdita della nostra indipendenza economica. A che ci gioverebbe allora essere ammessi ai benefici del Consiglio economico e sociale dell'ONU?
Prendiamo atto con soddisfazione che nella Conferenza dei Quattro - seduta del 10 maggio - la proposta di affidare all'Italia sotto forma di amministrazione fiduciaria le sue colonie ha incontrato consensi. Confidiamo che tale assenso trovi pratica applicazione nel momento di deliberare. In tale attesa, purché non si chiedano rinuncie preventive, non facciamo obbiezioni al rinvio né al prolungamento dell'attuale regime di controllo militare in quei territori. Ma noi ci attendiamo che l'amministrazione di quei territori durante l'anno di proroga sia, in conformità della legge internazionale, affidata almeno per un'equa parte ai funzionari italiani, sia pure sotto il controllo delle autorità occupanti. E facciamo viva istanza perché decine e decine di migliaia di profughi dalla Libia, Eritrea e Somalia che vivono in condizioni angosciose in Italia o in campi di concentramento della Rhodesia o nel Kenya possano ritornare alle loro sedi.
Circa le questioni militari, le nostre obbiezioni potranno più propriamente essere esposte nella Commissione rispettiva. Basti qui riaffermare che la flotta italiana, dopo essersi data tutta alla cobelligeranza e aver operato in favore della causa comune per tre anni e fino a tutt'oggi sotto propria bandiera agli ordini del Comando Supremo del Mediterraneo, non può oggi, per ovvie ragioni morali e giuridiche, venir trattata come bottino di guerra. Ciò non esclude che nello spirito degli accordi Cunningham - De Courten, essa contribuisca entro giustificati limiti a restituzioni o compensi.
Signori Ministri, Signori Delegati,
per mesi e mesi ho atteso invano di potervi esprimere in una sintesi generale il pensiero dell'Italia sulle condizioni della sua pace, ed oggi ancora comparendo qui nella veste di ex-nemico, veste che non fu mai quella del popolo italiano, innanzi a Voi, affaticati dal lungo travaglio o anelanti alla conclusione, ho fatto uno sforzo per contenere il sentimento e dominare la parola, onde sia palese che siamo lungi dal voler intralciare ma intendiamo costruttivamente favorire la vostra opera, in quanto contribuisca ad un assetto più giusto del mondo.
Chi si fa interprete oggi del popolo italiano è combattuto da doveri apparentemente contrastanti.
Da una parte egli deve esprimere l'ansia, il dolore, l'angosciosa preoccupazione per le conseguenze del Trattato, dall'altra riaffermare la fede della nuova democrazia italiana nel superamento della crisi della guerra e nel rinnovamento del mondo operato con validi strumenti di pace.
Tale fede nutro io pure e tale fede sono venuti qui a proclamare con me i miei due autorevoli colleghi, l'uno già Presidente del Consiglio, prima che il fascismo stroncasse l'evoluzione democratica dell'altro dopoguerra, il secondo Presidente dell'Assemblea Costituente Repubblicana, vittima ieri dell'esilio e delle prigioni e animatore oggi di democrazia e di giustizia sociale: entrambi interpreti di quell'Assemblea a cui spetterà di decidere se il Trattato che uscirà dai vostri lavori sarà tale da autorizzarla ad assumerne la corresponsabilità, senza correre il rischio di compromettere la libertà e lo sviluppo democratico del popolo italiano.
Signori Delegati,
grava su voi la responsabilità di dare al mondo una pace che corrisponda ai conclamati fini della guerra, cioè all'indipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli liberi. Come italiano non vi chiedo nessuna concessione particolare, vi chiedo solo di inquadrare la nostra pace nella pace che ansiosamente attendono gli uomini e le donne di ogni Paese che nella guerra hanno combattuto e sofferto per una mèta ideale. Non sostate sui labili espedienti, non illudetevi con una tregua momentanea o con compromessi instabili: guardate a quella mèta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla.
E' in questo quadro di una pace generale e stabile, Signori Delegati, che vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d'Italia: un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano".

 

Dopo l'intervento il rappresentante jugoslavo Kardelj chiese all'assemblea quarantott'ore di riflessione. O forse per ridurre la portata storica del discorso.

Gli USA commossi (!!) gli strinsero perfino la mano e De Gasperi verrà poi a casa con 50 milioni di dollari. Cui si aggiungeranno da gennaio a giugno con i fondi UNRRA altri 435 milioni.

Polemiche in Italia delle sinistre per come sono state condotte le trattative di pace e le condizioni accettate. Le opposizioni rimproverano ("De Gasperi ci ha venduti") che a firmare il trattato imposto dagli Alleati abbia il giorno 7 febbraio deciso il Consiglio dei Ministri (che è provvisorio) senza aver sentito il parere della Costituente, informata solo dopo l'onerosa ratifica. Creerà da questo momento una insanabile rottura fra quelle forze che avevano lottato congiuntamente per l'unità nazionale e si erano attivati insieme per la lotta antifascista!

Molti dei fondi ottenuti dagli americani, verranno utilizzati per il ripristino del sistema industriale, per la riconversione, per procurare alle stesse aziende le necessarie materie prime, ma soprattutto per procurare cibo a un Paese lacerato e affamato

LA FAME IN ITALIA - Dagli USA - ancora vigente in Italia il razionamento alimentare - arrivarono enormi contingenti di derrate che sembravano venire da un altro pianeta. C'era la farina "bianca" dove ci si confezionava un pane spugnoso e bianchissimo, arrivarono le scatolette di carne, di minestrone e perfino con dentro gli spaghetti conditi, poi le scatole di legumi, la carne congelata, la cioccolata, il latte condensato, lo zucchero;  una rarità quanto il caffè.

Negli ultimi mesi, pure a guerra finita, l'unico modo per mangiare (salvo quello che si trovava con la borsa nera) era di prendere con la tessera 200 grammi di pane al giorno a testa e al mese 1200 gr. di riso, 800 gr. di pasta, 850 gr. di carne, 500 gr. di zucchero, 250 gr di lardo; poi quando arrivavano alcuni contingenti (sempre con il tesseramento) qualche etto di fagioli, pollame, patate, uova, scatolame, latte, sapone, olio, scarpe, sapone da barba, sapone per bambini, tagli di stoffa, ecc.
Quanto veniva distribuito con la tessera erano circa 1200 calorie a persona, in certi periodi 900, il resto se si aveva fame bisognava procurarselo a borsa nera, che ormai era diventata  bianca perchè la si praticava ormai alla luce del sole. C'erano i controlli, ma i controllori erano diventati più sordidi e profittatori dei controllati.

L'aggiotaggio, l'imboscamento delle derrate alimentari era così tanto praticato che a fine 1948 si trovavano ancora sul mercato prodotti alimentari come biscotti, dolciumi, surrogato di cioccolata confezionati durante la guerra, e in moltissimi casi con le camole dentro.
L'impatto quindi con il ben di Dio distribuito dagli alleati, fu la migliore e la più decisiva propaganda americana sul suolo italiano. Che gli americani sapevano amministrare molto bene, anche cinicamente, quando aprivano e chiudevano i magazzini. Cioè facevano o non facevano le distribuzioni in particolari e delicati momenti della vita politica del Paese. Come fu fatto nel referendum o nelle elezioni. Lauro distribuì agli elettori, scarpe, pacchi di spaghetti, scatolame vario e conquistò Napoli (da Roma per farselo amico qualcuno gli mandò 35 miliardi da spendere, senza alcun controllo).

5 SETTEMBRE - ALTO ADIGE Una pagina oscura. Dopo le richieste avanzate dal governo austriaco, quella di far ritornare il Trentino- Alto Adige alla "madre patria", gli alleati respinsero la richiesta e fecero firmare a Parigi dai due rappresentati di governo De Gasperi e Gruber un accordo dove questa regione avrebbe goduto in avvenire piena autonomia amministrativa, culturale e la completa uguaglianza dei diritti. (si era ritornati al famoso diktat di Wilson nel 1919 - vedi)

Molti articoli a favore della regione in seguito vennero disattesi dal governo italiano, male interpretati, volutamente ignorati (li aveva fatti De Gasperi !! L'"austriaticante", il "Trentino prestato all'Italia" !!!), e quindi sorgerà in seguito la "caldissima" "questione Alto Adige" che diventera' spinosa nel 1955, critica nel 1957, e il 12 giugno 1961 diventera' "esplosiva". Nella notte del 11, si verificarono 235 attentati per rivendicare l'autonomia e la mancata integrale applicazione del Patto Gruber-De Gasperi.

Inizia il periodo del terrorismo altoatesino, dove però ci sono molte ambiguità e falsità, visto che chi scrive era in questo periodo a Merano (per quasi quattro anni) in un reparto speciale, proveniente dalla Scuola dei Sabotatori Paracadutisti della Polizia di Viterbo. Un piccolo reparto di 45 uomini alle dipendenza dirette del generale di Corpo d'Armata. Molte cose di quel periodo terroristico furono -proprio noi che eravamo sul posto, in prima linea- veramente molto difficili a capirsi.

22 AGOSTO - Autonomamente  in Piemonte (ma subito dopo il fenomeno si estese nell'intero Nord) gruppi di partigiani ripresero le armi in mano e rioccuparono i posti della Resistenza per protestare contro l'abbandono del governo e per contrastare quelle trame di potere che stavano indisturbatamente riorganizzandosi  a Roma con gli ex burocrati del regime.

Dopo alcune settimane, -e si rischiò di far intervenire nella repressione anche le forze alleate ancora in Italia oltre che reparti dell'esercito - il PCI e il PSIUP a cui sembra (?!) essere sfuggito il controllo di alcune schegge impazzite, si impegnano a far rientrare la protesta dei rivoltosi, mentre il governo emana provvedimenti per venire incontro alle richieste, anche se non tralascia di far arrestare alcuni capi ribelli quando in autunno cesseranno le proteste. A Mestre l'11 settembre fu perfino dato l'assalto alla sede della polizia, mentre il 19 ottobre a Roma i disoccupati diedero l'assalto al Viminale, causando scontri con morti e feriti.

27 OTTOBRE - Dopo gli scioperi selvaggi, le contestazioni, le rivolte, gli scontri in piazza durante tutta l'estate in molti centri del Nord, dove la situazione dell'ordine pubblico è diventata preoccupante, la CGIL e la Confindustria firmano un accordo che riesce a stemprare la tensione.

E' riconosciuto un aumento dei salari del 35%, il pagamento della tredicesima mensilità, 12 giorni di ferie retribuite, pagamento delle festività e la riconferma della scala mobile (contingenza che era stata siglata alla fine del '44).
L'intenzione in entrambi le parti è di porre una tregua per almeno sei mesi al susseguirsi di scioperi e manifestazione per il costo della vita; proteste sociali sempre più ampie che potevano trasformarsi in un pericoloso detonatore di una rivoluzione civile.

7 NOVEMBRE - Complotto comunista? - E' quello che cosi' viene definito l'incontro di Togliatti con Tito per tentare di trovare una soluzione al problema di Trieste; qui troviamo appunto la Iugoslavia avanzare una richiesta sulla provincia di Gorizia in cambio di: 1) La parte di Trieste tagliata in due dalla linea di demarcazione. 2) La restituzione dei prigionieri italiani che sono ancora nelle carceri o nei campi di concentramento slavi. Ma molti si dice (migliaia sono i corpi ritrovati ed é off limit ancora oggi il territorio) buttati dentro nelle foibe (stima di circa 20.000).

Dalla Iugoslavia erano già fuggiti circa 120.000 italiani civili, tutti terrorizzati di finire nelle foibe. Dopo il trattato di Rapallo del 1920, che aveva assegnato all'Italia la zona slava, su questo territorio il governo di Mussolini nel corso del conflitto iniziò una italianizzazione forzata, ritenuta dagli slavi  selvaggia per via di una forte repressione nei confronti dei 500.000 slavi, che furono costretti ad andarsene lasciando averi, attività, case, terreni e il territorio.

Durante la guerra i partigiani slavi di Tito riconquistarono queste zone che  furono poi assegnate  alla Iugoslavia a fine conflitto, e questi agirono con gli italiani residenti allo stesso modo come erano stati trattati in precedenza;  anche peggio, diffondendo un clima di terrore con le persecuzioni. (Gli slavi si giustificarono dicendo "stiamo facendo quello che loro ci fecero subire a noi, che eravamo in casa nostra").

Tanto che fine 1945, 32 mila italiani erano già fuggiti da Pola, 54 mila da Fiume, 20 mila da Zara, 14 mila da Trieste, abbandonando anche loro averi, case, attività. (ma secondo gli slavi erano averi che gli italiani si erano appropriati durante il fascismo).

In questa circostanza il governo italiano non accettò la richiesta Iugoslava, anche se diede l'impressione di essere disponibile ad aprire  negoziati. Purtroppo dovranno passare venti anni per risolvere questa questione.

Nel 1953 si arrivò  a una grave crisi  con la mobilitazione dell'esercito italiano, e a un passo da un intervento armato. Nel 1954 si firmò un accordo molto blando e non risolutivo e solo nel 1974 con il Trattato di Osimo venne risolta la questione. Non del tutto, perchè appena questo territorio nel 1990 con la crisi Iugoslava spaccò gli equilibri e anche l'unità slava, una parte di questo territorio nel frattempo diventato la Slovenia, ha avanzato delle pretese su quelle proprietà che gli slavi dovettero lasciare durante la dominazione fascista. La "questione" quindi non é ancora finita.

9 NOVEMBRE - Suona l'allarme in casa DC. Alle elezioni amministrative svoltesi nelle grosse città di Roma. Torino, Genova, Firenze, Napoli e Palermo, la Democrazia Cristiana registra un notevole calo su quasi tutte le città. PCI e PSIUP (quest'ultimo ancora unito - e questo dimostra che uniti potevano vincere ovunque) fanno un fronte unico (Fronte del Popolo) facendo perdere alla DC a Roma 100,000 voti e a Napoli 400.000.

20 NOVEMBRE - GIUSEPPE SARAGAT dopo le elezioni che sono state tutte favorevoli alla sinistra, fa la sua famosa intervista dove sono chiare le sue intenzioni: venire fuori dal PSIUP e creare una sua corrente. E' la profonda ferita nella sinistra che non si rimarginerà più.

Saragat forse sperando di entrare nell'agone politico come un protagonista, entra dentro una palude dove non ne uscirà più.

Se ne avvantaggia la DC, che oltre che attirare nel suo alveo proprio la corrente di Saragat col  nuovo partito che costituirà all'inizio del prossimo anno, la stessa DC strizza l'occhio all'Uomo Qualunque e al PNM di Napoli dove il comandante Lauro dopo che la monarchia ha fatto il pieno dei voti monarchici è  lui a mettersi a capo di questo partito che inizia personalmente a guidare fino a diventare lui stesso sindaco di Napoli con l'80% delle preferenze. Una buona riserva di voti congelati per la DC; voti che possono diventare a tempo debito un buon prezioso raccolto di suffragi mettendo fine al suo carsima (infatti, vedremo in seguito la fine ingloriosa di Lauro)

La DC non conta solo su queste alleanze, ma sta stemprando le riserve che ha il papa su questo partito e su chi lo guida. De Gasperi durante la guerra si era rifugiato in Vaticano, ma aveva conservato la sua autonomia, e pur essendo cattolico praticante, non era diventato un clericale ma un politico realista. Del resto lo era stato anche Mussolini realista,  pur essendo un anticlericale. Ma questa virtù politica degasperiana non piaceva molto al papa, e non gli piaceva il suo dichiarato pluralismo. Infatti Pio XII da oltre due anni stava soppesando e valutando l'operato di De Gasperi, ma ciò che gli fece accelerare le sue scelte su l' "uomo giusto e capace", fu la disfatta di Roma, il "nemico rosso era in casa".

Romperà quindi ogni indugio nel prossimo 22 Dicembre.....

 < < inizio ANNO 1946         Continua > >

(pagine in continuo sviluppo  (sono graditi altri contributi o rettifiche)