ANNO 1957 (provvisorio)
( Anno 1957 - Seconda Parte )

 

19 DICEMBRE ...... un messaggio uscito dalla Conferenza  di Parigi, parla molto chiaro ai Russi. Infatti si ratifica la proposta di installare nei Paesi aderenti, missili con la testata nucleare. Non sapremo mai dove questi missili, con nelle ogive bombe atomiche, sono state installate in Italia. Ma visto che il Comando Atlantico il 27 luglio del 1955 fu trasferito in Italia, e che la Setaf è stata ubicata a Vicenza, si puo' presupporre che anche l'arsenale sia stato dislocato proprio a Vicenza; qui una precisa collina dei monti Berici che domina la città è considerato territorio americano; altrettanto la vicina sede della Setaf. Nessuna ispezione italiana è consentita - nemmeno ai politici italiani.

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(INTERVENTO)
vorrei precisare che i missili a testata termonucleare di cui si parla (SM-78 PGM-19A "Jupiter"), installati in Italia tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60, furono dislocati in 10 postazioni sull'altopiano della Murgia tra Puglia e Basilicata.
Per una bibliografia sull'argomento segnalo:
L. Nuti, "Dall'operazione Deep Rock all'operazione Pot Pie: una storia documentata dei missili SM 78 Jupiter in Italia", in "Storia delle Relazioni Internazionali", anno XI-XII/1996-1997/1, pp. 95-139, e anno XI-XII/1996-1997/2, pp. 105-149;
L. Nuti, "L'Aerobrigata fantasma", in "Rivista aeronautica", vol. 76, n. 1 (2000), pp.110-123; P. Gianvanni (a cura di), "Un ricordo della guerra fredda", in "JP4", Gennaio 2000, p. 30-35;
G. Nebbia, "Missili nucleari come funghi spuntarono in Puglia - La guerra fredda sulla Murgia", in "Gazzetta del Mezzogiorno", 7 febbraio 1999, p. 23,
disponibile on-line nella versione aggiornata al 3 marzo 1999 anche agli URLs
http://web.tiscalinet.it/casalepodererosa/univerde/03039900.htm http://www.altronovecento.quipo.it/numero3eventi1.html
http://www.peacelink.it/tematiche/disarmo/rischio_nucleare/nukes/puglia2.html

A. Marescotti, "Per 4 volte in Puglia sfiorammo l'apocalisse atomica", http://www.kontrokultura.org/archivio2001/148/jupiter_puglia.html.

Andrea Giudiceandrea
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A distanza di molti anni ne sapremo qualcosa di più
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22 DICEMBRE - Proseguendo nella nazionalizzazione delle imprese (nonostante la promessa che non vi sarebbero state altre nazionalizzazioni), passò allo Stato l'intera struttura telefonica dell'Italia. La TETI (Italia centrale e Sardegna), la STIPEL (Italia nord occidentale, (la TELVE (Tre Venezie), la TIMO (Emilia e Romagna) e la Set (Italia Meridionale) tutte sotto il controllo dell'IRI: che ha creato la STET.
Diventera' questa societa' negli anni a venire un colosso, e un gioiello della stessa IRI, che negli anni '90 verra' messa in vendita per effettuare un inversione di tendenza, quella di privatizzare anni di potere assoluto, che pur apparentemente andando a privati, sempre in mano ai grandi centri di potere (ora privati e senza freno) andranno, cioè a quelli che condizionano l'economia e quindi di conseguenza la politica.


FINE CRONOLOGIA DELL'ANNO 1957

Una visione globale su questo 1957

A Roma un imprenditore un po' "pazzo", apre, copiando il sistema americano, un negozio dove i prodotti si prendono col self-service, ma bisogna poi passare a pagare (e subito!) alla cassa, e la cosa non piace proprio agli italiani con quel loro abituale  "segni" che normalmente dicono al bottegaio di quartiere; la novità dunque non funziona, fa pochissimi affari! Bisognerà aspettare 3 anni, quando a Bolzano si apre il primo vero Supermercato con carrelli e self-service; ma siamo quasi in un "altro" Paese con un altra mentalità nei consumi e dove i prodotti arrivano già confezionati dalla Germania dove quì funzionano numerosi centri A&O e DESPAR, cioe' catene distributive o cooperative di piccoli negozianti affiliati alle stesse.

Le motivazione di questi primi fallimenti, sono soprattutto attribuibili alle industrie alimentari italiane che  sono vecchie e antiquate, nessuno o quasi ha macchine confezionatrici, i nostri alimentari sono ancora sfusi. In Italia, pasta, riso, carne, minestre in scatola sono solo il 3% del venduto: nel resto d'Europa (nella CEE) la media è del 37 %. (vedi 1963 per i dati reali di una esperienza professionale dell'Autore dentro una grande multinazionale, molto illuminante)

I bassi salari portano gli italiani a una emigrazione massiccia. Ripresa nel dopoguerra, le partenze dall'Italia che si mantenevano allora a circa 200.000 all'anno, quest'anno toccano il record con quasi 400.000 individui che si recano a fare soprattutto lavori umili (facchini, minatori, camerieri) in Francia, Germania, Olanda, Svizzera, Belgio. (Vedi tabelle nel link "curiosita", il numero, il sesso, l'eta' e la destinazione degli emigranti italiani negli ultimi 140 anni).

Ma è l'anno anche della grande MIGRAZIONE INTERNA, dalle campagne alle città del triangolo industriale, dove a Torino c'e' un vero e proprio boom, un territorio dove si lavora a pieno ritmo sia nella Fiat che nelle fabbriche satelliti e dell'indotto.
Dopo la Fiat 600 (La Fiat ne produrra' con le sue catene di montaggio mai ferme nelle ventiquattr'ore, circa 1000 esemplari giornalieri) entra in produzione a Torino la Fiat 500 che costa 395.000 lire, 13 stipendi di un operaio. E' la corsa a "farsi la macchina", il sogno di ogni italiano anche povero! Nel 1955 circolavano 366.000 auto e già nel 1964 erano salite a 5.000.000!

E per avere la macchina, il televisore e vivere la vita sul quel modello scanzonato, detto "all'americana" che si vede nei film, si prende l'esempio anche da altri film, quello dei gangster e si agisce. Cioè si rapina non più per una necessità vitale (questo veniva una volta chiamato "banditismo della sopravvivenza", come quello avvenuto subito dopo la guerra) ma per accedere al consumismo voluttuario.

La prima rapina in banca in pieno centro città, e in pieno giorno, alle 11,30 del mattino, avviene a Biella  (una citta' opulenta dove l'industria tessile (470 fabbriche) ha ripreso vigoria, e il suo problema non è la povertà ma semmai la ricerca di manodopera non qualificata (spesso mal pagata e senza contributi) nei lanifici, dove esistono ancora i selfating (dove operano un nugolo di attaccafili a 1000 lire al giorno), i telai meccanici, gli sfilacciatoi dalle migliaia di balle di stracci di cotone che arrivano (non regalati) dall'America per essere rigenerati; le carderie che usano per i filati i cascami (sottoprodotti del filato), o i milioni di fusi messi nelle casse ancora a mano e trasportati ancora con i carretti a braccia all'interno, o con la trazione animale all'esterno, tra una fabbrica e l'altra.

Qui a Biella, un imprenditore (Sacerdoti) si lancia nel vestito già confezionato e apre il primo grande emporio d'Italia di "vestiti già fatti" che costano al pubblico meno della metà rispetto a quelli cuciti dal proprio sarto. Lo imita poi il Marus di Rivetti (alle spalle ha un lanificio con 9.000 dipendenti) poi si affermano (nonostante i pregiudizi verso il vestito fatto, quasi disprezzato) in ogni città altre aziende similari ed è un boom, che fa rivestire gli italiani a un prezzo accessibile pagando il vestito perfino a rate con una piccola quota mensile per 12, 18, e perfino 24 mesi. E chi ha un impiego, o è conosciuto dal negoziante di quartiere (in questo periodo sono ancora loro i "boss" della distribuzione), questi senza fare nemmeno cambiali "segnano"; è uno scambio di fiducia, che però tiene fuori dal giro le banche, ed è uno dei grossi inconvenienti di questa anomala distribuzione del reddito, non circola denaro liquido, e buona parte dello stesso proveniente dagli stipendi, virtualmente il lavoratore stipendiato lo spende ipotecando i futuri redditi.
A rate sono i pagamenti per la macchina o la Vespa, la radio e la televisione, i primi mobili svedesi e le cucine economiche bianche, poi più tardi (1959) verranno i frigoriferi per tutti, e molto più avanti (1961-65) le lavatrici che in questo 1957 sono appena diffuse con un misero 2% nelle famiglie italiane, cioè circa 200.000; ma in pratica nella statistica ci sono dentro i ristoranti, gli alberghi, le lavanderie, e le famiglie con un alto tenore di vita.

Ma ritorniamo alla rapina di Biella fatta in centro in pieno mezzogiorno, sono tutti increduli, sbigottiti, sembrava, dirà qualcuno, di essere al cinema. A Milano più tardi nelle banche sbigottirà Cavallero, che finalmente catturato, al processo affermerà il carattere rivoluzionario delle rapine, (un nuovo banditismo sociale) l'espropriazione proletaria nei templi del benessere. Le altre regioni, il fenomeno (legato all'opulenza) lo conosceranno molto piu' tardi, come nel Veneto, dove la prima vera rapina in centro a un laboratorio orafo, a Vicenza, citta' dell'Oro, avverra' solo nel 1971, quando anche questa città inizierà il suo decollo nella piccola industria a vocazione orafa ma anche molto diversificata ed eclettica.
Una provincia dove le botteghe degli artigiani orafi molto presto si trasformeranno in imprenditori. All'inizio improvvisati terzisti in casa o nei sottoscala, lavorando a testa bassa 15 ore al giorno, poi autonomi con qualche piccolo locale e una piccola clientela nazionale, e infine, agli inizi degli anni '80 si trasformeranno in industriali dando origine sia quelli della lavorazione dell'oro, che quelli dell'indotto, al fenomeno Nord-Est.
Fenomeno legato a una tradizionale vocazione di indipendenza, una mentalità che veniva dal piccolo podere di campagna -dove sono sempre stati relativamente pochi i latifondisti. Un fenomeno favorito dalla mancanza di grandi industrie (pubbliche e private) fagocitatrici di manodopera e degli incentivi governativi che entravano in contenitori colabrodo con il solo beneficio di trasformare in finanziarie quelle aziende a grandi capitali che erano nate inizialmente con attitudini produttive. Molte conserveranno solo più la facciata di questa inclinazione imprenditoriale e solo per avere accesso ai contributi che venivano erogati dai boiardi di Stato (proprio a Vicenza la Lanerossi, la piu' grande industria cittadina ne farà le spese. Prima aiutata per salvaguardare - si diceva- l'occupazione, poi per sette anni buona parte delle maestranze furono messe in cassa integrazione, infine dissero che non conveniva ristrutturare più nulla, ma solo fare il funerale all'azienda in coma profondo, la stessa che aveva assorbito per anni una montagna di denaro pubblico).

Come in molte altre località del Paese, nel vicentino le uniche due grandi industrie manifatturiere presenti nel territorio entrarono in crisi dopo il "miracolo". Ma una si avviò, nonostante i salvataggi verso la chiusura (la Lanerossi), mentre l'altra si diversificò (la Marzotto) immediatamente prima della crisi riuscendoci per la semplice ragione che l'intera conduzione rimase nelle salde mani della famiglia, non tentata a fare nessuna fusione, nè chiedere contributi, ne' tanto meno fare dei salti nel buio con delle spregiudicate operazioni finanziarie; insomma si salvò conservando la pura vocazione imprenditoriale. Diversamente, sarebbero entrati nei consigli d'amministrazione dei commissari governativi che di strategie produttive o di mercato non sanno nulla.

(Nel 1995 la media del numero delle rapine in una piccola provincia diventerà poi una routine; una decina al giorno, fatte in banche, supermercati (i nuovi templi, che alle volte hanno più soldi liquidi delle banche) o ai portavalori. Nasceranno per questi motivi moltissime strutture private di guardie giurate che in breve tempo diventeranno veri e propri eserciti armati, perfino con autoblindo, per il trasporto di denari e valori o controllo delle sedi a rischio.

Stanno per finire le finzioni dei film di Far West americani, e sta cominciando invece una realta' anche questa tutta scimmiottata all'americana. Con un costo alle volte salato di quel modello di sviluppo che l'occidente si era scelto e aveva voluto applicare. Nel bene e nel male.
Una organizzazione del lavoro (del tipo tayloristico) che determinò su molte produzioni lo sviluppo di un mercato di massa, da molti riconosciuto (malgrado tutti i mali) una conquista irrinunciabile, se non a prezzo di un drastico abbassamento del livello di vita.

Curioso fu (finito questo "miracolo" che sta decollando in questo 1957 nella grande industria con l'organizzazione del lavoro taylorista) l'assistere poi negli anni '70 al tramonto di questo modello alienante che portava alla demotivazione del lavoro, assisteremo (dopo che il lavoratore lo aveva condannato, assieme a sindacati, psicologi e sociologi) all'alba di una organizzazione identica, quando lo stesso lavoratore - quel modello- lo trasferirà dentro le sue mura domestiche facendo il terzista e lavorando a oltranza. Alimentando così lo sfruttamento e il lavoro nero, quel sommerso svincolato da qualsiasi controllo fiscale, contrattuale, sindacale e fuori da ogni piattaforma di programmazione economica, e spessissimo ricorrendo anche allo sfruttamento dei lavoratori soprattutto meridionali, sempre disponibili a basso costo (in seguito con gli extracomunitari, africani, asiatici, cinesi).

In pratica l'ex operaio diventato piccolo imprenditore, ripeterà in piccolo e in prima persona, quel tipo di lavoro che in questi anni lui stesso sta con le proteste contrastando e combattendo come dipendente, autosfruttandosi, lavorando molto e prendendo poco per la troppa concorrenza fra terzisti.
Più tardi a sua volta assumerà anche lui personale con paghe da fame, come il suo datore di lavoro di questi anni '50-'60, che viene accusato di sfruttamento. Anche questo nuovo soggetto - il terzista-  si giustificherà allo stesso identico modo: "per essere concorrenziale sul mercato".

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