ANNO 1962 (provvisorio)
( Anno 1962 - Quarta Parte)

FATTI INTERNAZIONALI

 

1962 Crisi dei missili a Cuba.
"Che" Guevara, allarma il mondo.

Dopo il fallimento americano dello scorso anno alla Baia dei Porci, la politica Usa verso Cuba divenne piu' prudente, anche perchè il 70 per cento dei cittadini statunitensi era contrario all'invasione dell'isola. Ad allarmare erano gli stessi governativi.

"Un portavoce del dipartimento della difesa, nell'illustrare ai giornalisti i dettagli di applicazione da parte delle forze militari americane delle disposizioni decise da Kennedy , ha avvertito "ci troveremo di fronte a perdite, inevitabili in un'operazione dell'ampiezza di quella che viene ora iniziata"
(Comun. Ansa del 23 ottobre, ore 03.34).

C'era un embargo sulle esportazioni americane ma non un vero blocco, che avrebbe potuto irritare molto il principale partner di Fidel Castro: cioè l'Urss.
I rivoluzionari dell'Avana pero' non erano tranquilli e nell'estate "62 chiesero a Mosca misure preventive per la loro difesa, che Mosca concesse per ben altri motivi, non certo per aiutare solo Castro a farsi un reame personale, nè i suoi rivoluzionari troppo sognatori. 
Venne decisa così  l'installazione nell'isola di missili a medio raggio diretti unicamente verso il territorio americano. Tecnici e materiali sovietici arrivarono numerosi per tutta l'estate per mettere a punto le rampe, e per formare i tecnici addetti, oltre al montaggio di aerei IL-28 con equipaggiamento offensivo.
Kruscev sapeva benissimo che le operazioni sarebbero presto state scoperte, ma voleva mettere alla prova gli Usa con un atto di forza.  Certo che non  credeva che gli americani, con dei missili schierati a poche miglia dal loro territorio, come una pistola puntata alla tempia, avrebbero accettato il fatto compiuto. La reazione presto sarebbe venuta. 
(Ma sapeva anche, Krusciov, che rampe e missili americani con testate nucleari erano puntati sull'URSS, dalle basi italiane poste in Puglia, a Gioia del Colle - vedi articolo 40 anni dopo > > )

Il 9 SETTEMBRE - "CHE" GUEVARA rientra a Cuba dall'Urss ed allarma tutto il mondo dichiarando  ai giornalisti: "L'assistenza militare concessa dall'Urss a Cuba segna "una svolta storica" e ritengo che la potenza sovietica superi ormai quella degli Stati Uniti. Il rapporto di forze fra est ed ovest si è rovesciato; la bilancia pende dalla parte dell'Urss. Agli Stati Uniti non resta che inchinarsi"
(Comun. Ansa del 9 settembre, ore 11,26)

(Non dimentichiamo che il 12 aprile del 1961 i russi avevano mandato il primo essere umano nello spazio orbitale con il Vostok 1. Vedersi un russo che girava in orbita sopre le teste causò negli Stati Uniti non solo una umiliazione tecnologica, ma scatenò angoscia. Mentre questo secondo successo (il primo era stato lo Sputnik) inorgoglì tutti i comunisti del mondo " Cari signori tremate, noi abbiamo questo tipo di missili ! ")

In OTTOBRE gli aerei-spia americani scoprirono finalmente la presenza dei missili; iniziava così la crisi piu' grave del secondo dopoguerra, e mai come allora il Mondo è stato così vicino all'Olocausto planetario. (ricordiamo che lo scorso anno l'Urss aveva massicciamente sperimentato 31 bombe nucleari, di cui una da 60 megaton: i sismografi del mondo registrarono inequivocabilmente tutte le esplosioni dei sovietici)

"Un portavoce del dipartimento della difesa americano ha annunciato che le forze armate americane in tutto il mondo sono state messe in stato di allarme..."Ha poi mostrato ai giornalisti alcune fotografie prese dall'alto che mostrano i lavori di impianto a Cuba di basi fisse di missili balistici "..... e non è pensabile che questi ordigni, della gittata di 500 chilometri, capaci di colpire la Florida, per essere di una qualsiasi utilità, non siano muniti di testate atomiche"
(Comun. Ansa del 23 ottobre, ore 03.34)

Ora era però impossibile un intervento americano armato verso Cuba, la rappresaglia dell'Urss sarebbe stata terribile, o avrebbe innescato la Terza Guerra Mondiale; cosi'  il presidente Kennedy si decise per un  blocco navale tutt'intorno a Cuba: non ci sarebbero più stati rifornimenti di missili sovietici.
Il 22 Kennedy apparve in televisione e spiegò al Mondo (dichiarazione trasmessa in 30 lingue, in 102 Paesi)   la gravissima situazione: "Non correremo prematuramente il rischio di una guerra mondiale nella quale i frutti della vittoria sarebbero cenere nella nostra bocca, però non ci tireremo indietro di fronte a questo grave rischio in qualsiasi momento sarà necessario affrontarlo".  Voleva dire insomma che se uno sparava un colpo l'altro rispondeva. Inizia dunque un braccio di ferro.

Infatti, rispose poche ore dopo Kruscev lanciando anche lui un appello a tutti i popoli:  "A tutti i governi e a tutti i popoli, gli Stati Uniti d'America mettendo in pratica le misure contro Cuba si assumono una pesante responsabilità per quanto riguarda i destini del mondo. I popoli di tutti i Paesi devono comprendere chiaramente che, lasciandosi andare ad una tale avventura, gli Usa compiono un passo sulla via dello scatenamento di una guerra mondiale termonucleare"
(Comun. Ansa del 23 ottobre, ore 14,23). 
"Il blocco navale è insensato, attaccare navi straniere costituirebbe da parte degli Stati Uniti "un atto di pirateria"
(ib. ore 15.00)

Le foto scattate dagli U2 fecero il giro del globo dimostrando che potenzialmente i missili erano delle mire aggressive russo-cubane, rivolte contro gli Stati Uniti.
"La commissione della Camera ha votato oggi all'unanimità il richiamo alle armi di 150 mila riservisti"
(Comun. Ansa del 14 ottobre, ore 17,52)

I sovietici furono colti di sorpresa dalla reazione Usa, così che Kruscev (anch'egli perfettamente cosciente della gravità del pericolo atomico) accolse favorevolmente la mediazione offerta dal segretario generale dell'Onu Thant. Quest'ultimo proponeva la cessazione contemporanea dell'invio dei missili e del blocco. Gli americani però non potevano accettare, rimaneva infatti irrisolta la questione riguardante i missili già installati sull'isola.
Iniziò cosi un nutrito  scambio di missive tra Kennedy e Kruscev.

Il 26 ottobre il leader del Cremlino offriva lo smantellamento dei missili in cambio dell'impegno americano a non invadere Cuba. La proposta fu accolta da Kennedy, ma poi i russi cambiarono la proposta...gli Usa dovevano anche smantellare le loro basi in Turchia e in Italia. E questo per gli americani  era inaccettabile. Non potevano cedere a questo ricatto senza rischiare di perdere credibilità all'interno della Nato e dimostrarsi deboli di fronte al mondo. In gioco c'era tutto il prestigio dell'America.

(ma nessuna notizia in Italia parlò delle condizioni
imposte da Krusciov a Kennedy:
cioè di smantellare i missili in Italia, in Puglia, rivolti verso l'URSS - vedi > )


La tensione fu fortissima, perchè la soluzione era in entrambi i casi molto critica. In una o nell'altra soluzione c'era il "non ritorno".
Gli Usa comunque fecero il gesto distensivo di far arrivare a Mosca un documento in cui venivano accettate le proposte russe del 26 insieme all'intenzione di intavolare negoziati bilaterali Nato-Patto di Varsavia per la riduzione degli armamenti. Il 28 il Mondo veniva a conoscenza che la crisi si era conclusa: i sovietici accettavano la controproposta statunitense.

Non sapremo mai quali impegni presero le due parti. (ma ora a distanza di 45 anni, lo sappiamo, vedi il link sopra) Certamente molto più vincolanti di quelli presi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, perchè allora erano alleati, mentre qui ora era in atto una sfida di chi era il più forte; ma la sfida  fu poi blanda alla fine, anche se entrambi uscirono dalla crisi senza perdere la faccia.

Infatti il diretto interessato, Castro, accusò l'Urss di non essere mai stato consultato nelle decisioni prese con Kennedy, e che se si voleva la sua collaborazione dovevano essere accettate anche le sue condizioni. Ma fu zittito subito, e lui non poteva far altro che arrendersi alle decisioni già prese  il 19 novembre. In pratica fu lasciato al suo destino, con una protezione russa più formale che sostanziale.

I missili cominciarono ad essere smantellati sotto la supervisione di commisari Onu.
Kennedy ottenne un (virtuale) risultato di immagine, ma anche Kruscev convinto di aver sbagliato a puntare troppo su una blanda reazione Usa, ne venne fuori come uomo di pace, comprensivo nel non insistere troppo,  ma si avviò (e forse proprio per questo) a concludere nel suo Paese la parabola al vertice del potere sovietico...e pochi mesi dopo, nel 1964 uscirà (o lo faranno uscire) di
scena.

----------------------------------

Una pagina di I. Principe

IGOR PRINCIPE 

Il mese di ottobre del 1962 sarà per sempre ricordato come quello del grande incubo. I sonni del pianeta furono infatti disturbati dall'altissima tensione che si creò tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica in seguito all'installazione - da parte di quest'ultima - di missili a testata nucleare sull'isola di Cuba, dal '58 governata dal regime rivoluzionario di Fidel Castro. 

Era il 16 ottobre quando John Kennedy fu informato dal comando delle Forze Armate che vi erano tutte le certezze dell'installazione di missili nucleari sull'isola caraibica. Jfk, quindi, reagì lanciando un ultimatum a Nikita Kruscev: o il ritiro dei missili o l'invasione di Cuba da parte degli Usa. Il braccio di ferro durò tredici giorni e si concluse nel migliore dei modi il 28 ottobre, allorché‚ il capo di stato sovietico cedette alle richieste di Kennedy.

Da quel momento prese il via il vero processo di distensione tra le due superpotenze, che culminò con l'accordo di Mosca del 25 luglio 1963, siglato anche dalla Gran Bretagna, che sancì la fine degli esperimenti nucleari nell'atmosfera, nello spazio cosmico e in quello sottomarino. 

Certo, non fu l'atto finale della guerra fredda, che si ebbe a metà degli anni Ottanta e che ebbe come protagonisti Ronald Reagan e Michail Gorbaciov; tuttavia, è un dato inattaccabile che il mondo, allora, tirò un forte sospiro di sollievo, salvo ripiombare in un cupo pessimismo a mezzogiorno e trenta del 22 novembre del 1963. Il quel preciso istante, a Dallas, il presidente Kennedy fu ferito a morte da tre colpi di fucile, esplosi dall'ultimo piano di un palazzo della città, da Lee Harvey Oswald. La distensione, la "nuova frontiera" e il cammino verso un mondo più sereno conobbero il loro momento più difficile. Vittorio Foa e nel suo commento su Kennedy (in una sua storia "Questo '900") e sulla crisi con l'Urss, scrive: "In quei primi anni Sessanta ci sono altri personaggi-simbolo di cambiamenti positivi. Naturalmente penso al presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy. La sua breve esperienza di governo si presentò ai fautori del cambiamento carica di possibilità. (...) Nei momenti in cui Kennedy dovette affrontare acute tensioni, come nell'agosto 1961 durante la costruzione del muro di Berlino o un anno dopo con la crisi dei missili cubani e la minaccia americana di un blocco navale, l'impressione era che non si trattasse di passi verso la guerra bensì di ostacoli che i nostalgici stalinisti ponevano a un processo di distensione". 

In queste parole si legge un ridimensionamento del timore generale che coinvolse il mondo di allora; ma, ad ogni modo, non si può negare che gli anni a cavallo del 1960 furono quelli di un travaglio politico importante e sul piano internazionale e su quello nazionale. Riguardo al primo, Foa mette in evidenza due episodi fondamentali: l'elezione del generale De Gaulle alla presidenza della Francia (1958), "su un'ondata colonialista che poi invece, al principio del decennio successivo (1962, ndr) riconobbe l'indipendenza dell'Algeria e anche quella delle ex colonie a sud del Sahara"; e la rivoluzione castrista a Cuba, che - a giudizio dello storico - "offriva ancora un'immagine democratica e insieme di orgogliosa difesa della propria indipendenza diventando subito un modello per l'America Latina umiliata tra sfruttamento neocoloniale e tirannie indigene".

Analizziamo ora la situazione di quegli anni in Italia.
Il quadro politico italiano era caratterizzato da evidenti segnali di dialogo tra la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano, allontanatosi  dall'area del Pcus e del Pci in seguito ai fatti di Budapest del 1956. Oltre a questa scissione, contribuì ad alimentare il dialogo tra i due partiti l'ascesa al soglio pontificio - già ricordata anch'essa - del cardinale Angelo Roncalli, ossia Giovanni XXIII. La cui opera principale fu quella di convocare, nel '62, un Concilio Vaticano che lasciò di stucco l'opinione pubblica, in quanto giungeva a distanza relativamente breve dal primo Concilio, indetto da Pio IX nel 1869. La Chiesa, secondo Giovanni XXIII, non poteva stare alla finestra mentre il mondo laico viveva cambiamenti così importanti: si rese necessario, quindi, un aggiornamento del pensiero ecclesiastico alle nuove tendenze emergenti nella società civile. La politica ecclesiastica mutò così indirizzo, passando dalle posizioni anticomuniste del predecessore di Roncalli - PioXII - a quelle più duttili del "Papa buono", che però non vide la fine del Concilio perché morì nel 1963; a terminare i lavori dell'assemblea vescovile provvide Paolo VI. 

In questo nuovo scenario prese corpo l'ipotesi di un governo di centrosinistra, formato dalla coalizione Dc-Psi. E l'ipotesi si fece realtà nel 1963 con la designazione del democristiano Aldo Moro alla presidenza del consiglio. Vittorio Foa, ponendosi una semplice domanda, analizza le conseguenze della formazione del centrosinistra nei rapporti tra i due grandi partiti della gauche italiana, il Psi e il Pci. "Il centrosinistra divise veramente socialisti e comunisti? Col passare degli anni i dubbi crescono. I socialisti sostennero, senza entrarvi ma concordando il programma, il governo Fanfani del 1962 e poi entrarono in forze nei governi diretti da Moro: i comunisti votarono contro. Ma è difficile cogliere una vera opposizione comunista. A partire dai primi anni Sessanta e per tutto il decennio furono i socialisti a guidare la sinistra italiana e i comunisti non fecero che adattarsi, seppure sempre in difficoltà e in ritardo". Guardando a quel periodo con maggiore attenzione si scorge, però, un paradosso da non poco. Le due grandi riforme che caratterizzarono quegli anni - detti della "programmazione economica", intesa come vasto programma di intervento dello Stato nel settore economico della società civile - si ebbero ad opera del governo Fanfani nel 1962: l'innalzamento dell’obbligo scolastico ai quattordici anni di età e la nazionalizzazione dell'industria elettrica mediante la costituzione di un monopolio di Stato facente capo all'Enel.

 I socialisti non occupavano - in quel momento - le poltrone di alcun ministero. Nel momento in cui riuscirono a entrare in una compagine governativa, la programmazione rallentò sensibilmente sino ad arrestarsi definitivamente con l'inizio degli anni Sessanta. Le ragioni sono di ordine politico ed economico. "Il proposito di una programmazione dell'intervento pubblico preoccupava il mondo dell'industria - scrive Foa nel suo libro -. Da tempo, diciamo pure dalla grande guerra, l'industria aveva accettato, nonostante la sua insistenza sull'ideologia liberista, l'intervento statale nell'economia, ma quello che essa poteva accettare era un intervento aperto alle sue esigenze, non un intervento pubblico autonomo, deciso in base a condizioni politiche di utilità generale". 

Questo per quanto riguarda le ragione politiche; vediamo adesso quelle economiche: "Nel terzo trimestre del 1963 cominciò una flessione nella produzione industriale. La recessione era stata alimentata da una drastica politica monetaria deflattiva già avviata dalla Banca d'Italia da alcuni mesi". Gli effetti non tardarono ad arrivare: "Nel 1964 -prosegue l’autore - gli investimenti caddero di oltre il 20 per cento e di un altro 20 per cento nel 1965". Ma è il 1967 l'anno cruciale per il governo di centrosinistra. Ecco come ce lo racconta Vittorio Foa: (ma che vedremo nei singoli passi nei prossimi anni. Ndr.) "Il colpo più duro, anzi decisivo, al centrosinistra come alleanza politica per le riforme non arrivò sul terreno economico ma su quello strettamente politico, sul delicato terreno dei rapporti fra la politica e i "corpi separati", militari o dei servizi segreti. (...) Un colpo non solo al centrosinistra, ma anche all'autorità dello Stato italiano, al suo sentirsi Stato, ai suoi rapporti coi cittadini, e anche alla sua immagine nel mondo esterno". "Con effetti gravi sugli sviluppi successivi della politica italiana. I fatti sono fin troppo noti. Secondo una inchiesta pubblicata nel 1967 su "l'Espresso", a cura di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, il generale Giovanni De Lorenzo, capo dell'Arma dei carabinieri e del Sifar, aveva convocato tre generali capi di divisione territoriale dei carabinieri per informarli del cosiddetto "Piano Solo" in base al quale, naturalmente quando fossero loro giunti ordini operativi, dovevano essere occupate le sedi centrali e periferiche dell'ordinamento statale, e dovevano essere arrestati diversi esponenti politici". 

I fatti si riferiscono al 1964 (vedi)  precisamente ai giorni che seguirono le dimissioni di Aldo Moro da capo di un governo di centrosinistra (25 giugno - vedi). La formazione di una nuova compagine appariva ardua, per lo più ostacolata dall'allora presidente della Repubblica Antonio Segni, il quale leggeva nel probabile restauro di una coalizione tra Dc e Psi un grave rischio di destabilizzazione per il Paese. Quindi, egli convocò al Quirinale il generale De Lorenzo per rendergli note le prospettive di attuazione del "Piano Solo ". Stando così le cose, è facile individuare il principale imputato nel capo dello Stato; tuttavia Foa sposta l'indice accusatorio anche su Aldo Moro. 

"Il presidente Segni fu subito dopo (agosto 1964) colpito dal male che lo tolse definitivamente dalla scena politica(un ictus che ne fece un invalido, ndr). Ma sotto ogni altro aspetto, politico, costituzionale e morale, la responsabilità di avere introdotto o lasciato introdurre un corpo estraneo nella formazione della volontà democratica spetta al presidente del consiglio in carica, cioè a Moro". Quello che si chiama senso dello Stato, la responsabilità cioè del dirigente politico verso la collettività, ne uscì umiliato. Sono convinto che oggi più che mai - continua, severo, Foa -, quando lamentiamo la perdita di senso dello Stato nel nostro Paese dobbiamo riferirci a quel passaggio". 

In seguito l’autore - pur ridimensionando la portata dei fatti - si sofferma sulla gravità delle conseguenze. "Sotto un profilo strettamente tecnico si può dire che non ci fu un tentativo di colpo di Stato - scrive Foa -. Ma quella vicenda aprì la fase di quella che poi fu chiamata la strategia della tensione, ovvero l'intervento dei servizi segreti nella politica violando le più elementari regole della democrazia. (...) Io non so se il generale De Lorenzo si è mosso, con suo ‘Piano Solo’, per iniziativa del presidente della Repubblica o di non so chi altro. Il puntoimportante è che qualcuno l'ha lasciato fare e anzi l'ha usato per interessi di partito". Con il "Piano Solo", quindi, calò la "notte della Repubblica". L'affaire De Lorenzo può considerarsi, secondo l'interpretazione che ce ne fornisce Vittorio Foa, l'accensione della miccia di una bomba che non tardò ad esplodere. Questa bomba è da tutti ricordata con il nome di Sessantotto, identificato non solo con il movimento di protesta studentesca, che aveva dato segni di vita già nel 1966 con lo scandalo - risolto in un'aula di tribunale - provocato da "la Zanzara", giornalino del liceo ginnasio Parini di Milano sul quale si chiedeva maggior dialogo con i professori e maggior libertà sessuale. La definizione di Sessantotto viene data a quel decennio - compreso appunto tra il 1968 e il 1978 -durante il quale l'Italia fu attraversata da un malessere generale che sovente deflagrò sotto forma di attentati, rapimenti e atti di terrorismo. Al riguardo, Foa mette subito le cose in chiaro: "Il Sessantotto non è stato l'invenzione di leader geniali, che pur vi sono stati e con molte pretese. E' stato invece l'esplosione di tensioni incomprese oppure represse in diverse sfere della vita". 

Prima di affrontare, seppur per sommi capi, gli avvenimenti che segnarono la storia d'Italia di quegli anni, gettiamo uno sguardo al contesto internazionale, non meno turbolento di quello di casa nostra. Partiamo dal 1967: gli Stati Uniti entrano direttamente nel conflitto in Vietnam; in Cina si compie la rivoluzione culturale ad opera di Mao Tse Tung; in Cecoslovacchia prende il via la "primavera di Praga", la trasformazione in senso democratico del comunismo poi repressa dai carri armati sovietici nel 1968. 

Questo lo scenario nel quale si inseriscono le proposte rivoluzionarie degli studenti, che grazie alle loro rivendicazioni possono ormai "riconoscersi come generazione, come soggetto di diritti, per giunta in un quadro internazionale". Infatti, le proteste dei giovani si ebbero un po' ovunque, dalla California a Parigi. E proprio nella capitale francese si assistette, nel maggio del '68, ad una lotta unificata di studenti e operai che mise in serio pericolo la presidenza di Charles De Gaulle. Tutto si concluse con una consultazione elettorale che riconfermò il generale all'Eliseo. In poco meno di due mesi, la Francia visse un'esperienza che invece durò in Italia per molto più tempo. 

E veniamo, quindi, al nostro paese. Come abbiamo detto poco sopra, l'accensione della miccia si ebbe nel '67 con la rivelazione del "Piano Solo". Ma l'esplosione non è facilmente individuabile; piuttosto, si può parlare di una serie di esplosioni che via via si fecero sempre più gravi. Si cominciò con le occupazioni di alcune università italiane (Pisa, Torino, Milano, Roma, Napoli, Trento) nel 1967; quindi seguirono gli scontri di Valle Giulia, a Roma, tra studenti e polizia (1 marzo 1968). Agli studenti si unirono, come in Francia, gli operai, fautori di una acerrima lotta sindacale nel cosiddetto "autunno caldo" del 1969. Foa giudica positivamente la commistione tra studenti e lavoratori: nel suo libro si legge che "per gli operai di orientamento politico più estremo, l'accordo con gli studenti, soprattutto quando si costituivano in gruppi, fu molto positivo. Ma una domanda rimane senza risposta: perché gli studenti aiutarono il lavoro ma non vi entrarono? Perché, nel loro entusiasmo, non cercarono nuovi modelli di vita? (...) La risposta che mi si è sempre data è che il lavoro è faticoso. Ma non è una risposta convincente". 

Il clima di cambiamento, che dal '67 al suddetto "autunno caldo" del '69 fu caratterizzato da una continua instabilità, volse al peggio il 12 dicembre dello stesso anno. Quel giorno, a Milano, una bomba esplose all'interno di una filiale della Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana, a pochi passi dal Duomo. Morirono sedici persone. Fu l'inizio degli "anni di piombo", anni segnati dalla violenza politica dei gruppi dell'estrema destra e sinistra cui fece da controcanto quel compromesso storico pensato da Aldo Moro e Enrico Berlinguer (segretari di Dc e Pci), attraverso il quale si voleva portare - per la prima volta nella storia della Repubblica - il Partito comunista al governo del paese. E su questo punto - per insuperabili ragioni di spazio - concentreremo la nostra attenzione, rinviando l'analisi a tutto tondo del decennio '68-'78 (che occuperebbe veri e propri tomi di storia) al prossimo numero della nostra rivista. 

Riguardo al compromesso storico, Foa ne individua la genesi fuori d'Italia, precisamente nel colpo di stato militare che, l'11 settembre del 1973, rovesciò il governo socialista di Salvador Allende e portò al comando il generale Pinochet. "Allende - scrive Foa, era stato eletto tre anni prima da una coalizione di sinistra. Era un caso raro nel continente sudamericano, tutto retto da governi reazionari infeudati agli Stati Uniti in un impasto di grandi interessi, di arrogante diplomazia e di intrighi dei servizi segreti (...) Washington non si diede pace e quando Allende nazionalizzò le miniere di rame fu rovesciato dai militari e ucciso. La vicenda fece enorme impressione in Italia. Il segretario comunista Berlinguer prese spunto dal Cile per un ripensamento profondo: con un voto di maggioranza la sinistra non sarebbe stata in condizione di tenerlo in vita. Si dovevano fare, per partecipare al governo, accordi col centro o con la destra. In Italia la ricerca di un governo di sinistra significava condannarsi a una opposizione eterna. Per andare al governo ci si doveva alleare con la democrazia cristiana". E l'alleanza giunse a un passo dal realizzarsi negli anni a cavallo tra il '76 e il '78: con le elezioni politiche del giugno 1976 il Pci sfiorò il sorpasso ai danni della Dc (34,4% contro 38,7); quest'ultima si confermò il primo partito, ma l'ampio consenso raccolto dai comunisti rappresentò chiaro segnale da parte dell'elettorato, desideroso di radicali cambiamenti. I quali, però, non arrivarono mai. 

Il compromesso storico naufragò il 16 marzo1978, quando un commando della Brigate Rosse - estremisti di sinistra che, tra i vari programmi rivoluzionari perseguiti con la lotta armata, osteggiavano l'entrata del Pci nella "stanza dei bottoni" - sequestrò il segretario della Dc e, dopo 55 giorni di prigionia, lo uccise. 
Proprio il 16 marzo, Giulio Andreotti avrebbe presentato alle Camere il un governo di "unità nazionale", al quale - pur senza ministri - partecipava il Pci. Il rapimento di Moro fu, politicamente, l'atto più grave di quegli anni; eppure, è universalmente identificato con la fine del periodo più buio e instabile della Repubblica. Ci furono ancora degli scossoni, l'ultimo dei quali nel 1984 con la bomba del 23 dicembre sul rapido Napoli-Milano (16 morti). Ma il peggio era ormai finito. Gli anni Ottanta furono, in Italia, quelli della rinascita dei socialisti, emarginati dalla scena politica quando primi attori erano la Dc e il Pci, e ritornati prepotentemente alla ribalta dopo il fallimento del compromesso.

Dall'83 all'87 fu presidente del Consiglio Bettino Craxi, segretario del Psi. Furono, quelli, gli anni di una rinascita economica del paese che si scoprì, in seguito, essere fondata su basi non propriamente legali. Ma non anticipiamo, e fermiamoci invece a leggere le pagine di "Questo Novecento" dedicate a un fatto di portata ben superiore che coinvolse, e coinvolge tuttora, i destini del pianeta: la caduta dei regimi comunisti. Motore della vicenda, come tutti sanno, fu l'elezione di Michail Gorbaciov alla presidenza dell'Urss (1985). Da allora, la politica di Mosca mutò radicalmente: basandosi sui concetti di glasnost e perestrojka (trasparenza e mercato), Gorbaciov cominciò ad allontanarsi dai dogmi sovietici del socialismo reale e si avvicinò a posizioni più liberali, incontrando ovviamente il favore degli Stati Uniti, governati a quel tempo da Ronald Reagan.

 Prese il via così l'atto finale della guerra fredda, che significò non solo un'accelerazione verso il disarmo nucleare, ma l'inizio della dissoluzione della galassia sovietica. Pian piano, gli stati legati dal patto di Varsavia si resero indipendenti: cominciò "la Polonia - scrive Foa - già prima dell'arrivo di Gorbaciov e in modo da imporre un serio ripensamento alla sinistra occidentale: i comunisti furono pacificamente battuti da un movimento cattolico organizzato in un sindacato operaio (Solidarnosc) diretto da un operaio elettricista (Walesa) e col cauto ma sostanziale appoggio della Chiesa di Roma e del papa Karol Wojtyla (Giovanni Paolo II, salito al soglio pontificio nel 1978, ndr), polacco e già arcivescovo di Cracovia". 

L'anno cruciale, però fu il 1989. Nell'arco di pochi mesi - a partire da novembre, quando a Berlino furono aperti i passaggi da Est a Ovest abbattendo a colpi di piccone il famigerato Muro - tutti i paesi legati a Mosca si staccarono. La stessa Unione Sovietica cessò di esistere, e gli Stati che la costituivano conquistarono l'indipendenza. 

Non fu un processo indolore, ma certamente fu meno tragico di tutte le rivoluzioni che la storia ricordi. "La fine dell'Unione sovietica non era solo la fine di un impero potentemente armato che aveva avuto una immensa influenza a livello planetario: era anche la fine del comunismo, che era stato per lungo tempo (...) l'unica alternativa pensabile al capitalismo. (...) La domanda è: quale è stato l'effetto di questo sconvolgimento sulla politica italiana (...)? Il dopo comunismo è ancora tutto da studiare". 

 

 

QUEI MISSILI NON SOLO A CUBA MA ... IN ITALIA, IN PUGLIA

IL DOTTOR CASTRO E MISTER HYDE

CRISI DI CUBA - LA DATE

 

 < < inizio ANNO 1962       CONTINUA ANNO 1963 >

(pagine in continuo sviluppo -(sono graditi altri contributi o rettifiche)