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ANNO 1966- 1970 

la situazione politica italiana 


di LUCA MOLINARI

La Repubblica italiana nel 1966 era guidata da alcuni anni dalla formula politica di governo del centro-sinistra basata sulla collaborazione tra la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano e i due partiti laici minori socialdemocratici del Psdi e repubblicani del Pri.
Nel dicembre del 1964 era stato eletto il nuovo Presidente della Repubblica . Dopo un’aspra battaglia che aveva visto “bruciarsi” molti candidati (Nenni, Leone, Fanfani) era risultato eletto il Ministro degli Esteri in carica, il leader socialdemocratico Giuseppe Saragat. 

Lo scontro tra i candidati e i partiti era stato durissimo e divisioni interne alle varie forze politiche tra le varie correnti erano sintomi di un fenomeno di sfilacciamento in seno al sistema partitico che poi si sarebbe manifestato in maniera più evidente in seguito. 
Gli aspetti più forti dell’elezione presidenziale del Natale 1964 erano stati essenzialmente due: la Dc, partito di maggioranza relativa ed egemone del sistema, si era spaccata e aveva evidenziato tutte le proprie difficoltà interne tanto da accettare in extremis la candidatura di Saragat che era stata sostenuta fin dall’inizio dalle sinistre e dai laici (Pci, Psi, Psdi, Pri).
 
L’elezione di Saragat fu quindi subita dalla Democrazia cristiana e non scelta. La segreteria del partito non era riuscita a far eleggere il proprio candidato ufficiale. Ciò, nel corso di un’elezione  presidenziale non era una novità: le divisioni tra le correnti democristiane avevano già duramente punito e lacerato il partito di Piazza del Gesù già nelle precedenti elezioni per designare il nuovo Presidente del Consiglio.
Nel 1948 il leader democristiano e Presidente del Consiglio dei Ministri, on. Alcide De Gasperi, vorrebbe vedere salire al Quirinale il proprio Ministro degli esteri, conte Carlo Sforza (Pri), che è, però, inviso alla sinistra democristiana per la sua presunta affiliazione alla Massoneria e per la sua forte e acritica fede atlantica. L’opposizione dei dossettiani e di Fanfani porta al naufragio della candidatura Sforza ed all’elezione di un altro “grande laico”, il liberale Luigi Einaudi, gradito e sostenuto dai dossettiani.

Nel 1955 il segretario democristiano on. Amintore Fanfani sostiene la candidatura del Presidente del Senato Cesare Merzagora. Il sen. Merzagora è un liberale eletto come indipendente nelle file della Dc nel collegio lombardo di Cantù. Fin dalle prime votazioni viene osteggiato da una parte importante della stessa Democrazia Cristiana che, per l’occasione ha dato vita alla corrente di “Concentrazione” i cui massimi esponenti sono vecchi notabili come Giuseppe Pella (ex Ministro del Tesoro e ex Presidente del Consiglio dei Ministri) e Giulio Andreotti (già “pupillo” di De Gasperi e più volte membro del governo). 
La candidatura di Merzagora, su cui, come già era avvenuto al conte Sforza, aleggia il sospetto di avere legami con la Massoneria (cosa, di per se non certo né illegale, né disonorevole, ma guardata con sospetto e con avversione in seno alla Dc, il “grande partito cattolico”), viene osteggiata da anche dalla sinistra del partito. In realtà non è Merzagora che si vuole colpire, ma il segretario del partito, on. Fanfani di cui si teme, in seno alla stessa Democrazia Cristiana, lo stile e il progetto “decisionista”. 

Con i voti determinanti delle opposizioni, sia di sinistra (Pci, Psi), sia di destra (Pnm, Msi), l’eterogeneo cartello antifanfaniano riesce a far eleggere alla massima Magistratura repubblicana, il Presidente della Camera dei Deputati, on. Giovanni Gronchi (Dc).
Nel 1962, invece, il segretario democristiano in carica, on. Aldo Moro, riesce ad imporre la propria volontà e a raccogliere una maggioranza di voti intorno al proprio candidato, l’ex Presidente del Consiglio e più volte ministro, on. Antoni Segni. 
Per l’elezione di questo notabile dell’ala più conservatrice dello scudocrociato furono decisivi i voti delle destre missine e monarchiche: si potrebbe interpretare tale convergenza come un volere riequilibrare, da parte di Moro, il quadro politico-istituzionale dopo che, con i governi presieduti da Fanfani e retti con i voti determinati del Psi di Pietro Nenni, la Dc aveva optato per “l’apertura a sinistra” imboccando la via del centro-sinistra che, nel 1963, avrebbe riportato il Psi a far parte di un governo della Repubblica italiana. 
Quella di Moro fu una vittoria di breve periodo poiché, solo due anni dopo (1964) il Presidente Antonio Segni fu colpito da un ictus e costretto a rassegnare le dimissioni dall’importante carica ricoperta. Inoltre, pochi anni dopo, sulla persona dell’ex Capo dello Stato si addensarono le nubi e i sospetti di coinvolgimento con le attività del generale Giovanni De Lorenzo e del “Piano Solo.”
Si arrivò, così, all’elezione anticipata del quinto Presidente della Repubblica italiana che vide eletto uno di più autorevoli esponenti della sinistra e del socialismo italiano, Giuseppe Saragat. 
La seconda novità importante dell’elezione di SARAGAT fu il ruolo del Partito Comunista Italiano i cui voti erano stati sollecitati dallo stesso leader socialdemocratico e che risultarono determinanti per l’elezione al Quirinale dell’antico avversario socialdemocratico. 

Nel Pci la linea a favore di Saragat era stata sostenuta dal capo della destra interna, Giorgio Amendola che auspicava (come affermò poi nel 1965) la nascita di un partito unico della sinistra comprendente comunisti, socialisti, socialdemocratici e socialproletari (Psiup, partito nato nel 1963 fondato da quei dirigenti del Psi contrari alla partecipazione del partito al governo Moro di “centro-sinistra organico”). 
La proposta di Amendola venne rifiutata e rigettata da tutti e tre i partiti socialisti che erano intimoriti dalla presunta egemonia comunista insita in questa ipotesi che ricordava troppo i vecchi “Fronti Popolari.”
L’elezione di Saragat alla massima magistratura repubblicana era stata resa possibile, oltre che dalla crisi della Dc e dai voti (compatti) del Pci, dal dialogo tra i due tradizionali partiti socialisti (Psi e Psdi) che cominciavano a considerare possibile una riunificazione che sanasse le fratture provocate dalla scissione di Palazzo Barberini del 1947 di cui, con la nascita del Partito Socialista dei Lavoratori (Psli), lo stesso Saragat era stato protagonista.
Il 20 gennaio 1966 il II governo Moro viene battuto in un’importante votazione alla Camera a riguardo della scuola. Il giorno successivo l’on. Aldo Moro rassegna le dimissioni al Capo dello Stato che, dopo meno di un mese riaffida l’incarico di formare il governo sempre allo statista democristiano che, il 23 febbraio, tiene a battesimo il suo terzo governo consecutivo. Si tratta sempre di un governo quadripartito di centro-sinistra composto da Dc, Psi, Psdi e Pri. Il socialista Pietro Nenni ha la Vicepresidenza del Consiglio e molte sono le conferme rispetto all’esecutivo uscente: Amintore Fanfani (Dc) agli Esteri, Paolo Emilio Taviani (Dc) all’Interno, Emilio Colombo (Dc) al Tesoro, Giacomo Mancini (Psi) ai Lavori Pubblici, Giovanni Pieraccini (Psi) al Bilancio e Oronzo Reale (Pri) al Ministero di Grazia e Giustizia. Da segnalare lo spostamento del democristiano Giulio Andreotti dal Ministero della Difesa (che deteneva da sette anni e che viene occupato dal socialdemocratico Roberto Tremelloni che lascia le Finanze al compagno di partito Luigi Preti) a quello dell’Industria, Commercio e Artigianato.

Sempre nel gennaio del 1966 si tiene a Roma l’XI congresso del Partito Comunista Italiano i cui lavori saranno contrassegnati dallo scontro tra la “destra” di Giorgio Amendola e la “sinistra” di Pietro Ingrao. Per la prima volta nel partito di via delle Botteghe Oscure si assiste ad una certa dialettica interna che incrina il tradizionale unanimismo interno che aveva caratterizzato la vita del Pci ai tempi del cosiddetto “centralismo democratico.” 
La linea di Amendola favorevole ad una riunificazione delle forze della sinistra tradizionale socialista e comunista in un unico partito dei lavoratori era avversata dai seguaci di Pietro Ingrao che, invece, propugnavano la necessità di trovare un accordo con la parte più avanzata del mondo cattolico per costruire un’alternativa al centro-sinistra . 
Il congresso si conclude con la vittoria dell’impostazione amendoliana: l’asse Amendola-Longo (che viene riconfermato alla segreteria del partito), controlla il Pci e procede a sostituire i dirigenti più vicini alla posizione di Ingrao: Luigi Pintor perde la direzione del quotidiano del partito “l’Unità”, Rossana Rossanda viene allontanata dalla commissione cultura e Enrico Berlinguer (benché “centrista”, ossia vicino alle posizioni di Longo, ma in odore di “eresia” ingraiana) viene allontanato dalla politica nazionale e nominato segretario del partito nel Lazio.

Il 16 marzo del 1966 si hanno le prime avvisaglie dell’ondata di protesta giovanile e studentesca che scoppierà qualche anno più avanti: scoppia il caso della “Zanzara.” Questo era il nome della rivista del Liceo Parini di Milano che aveva pubblicato un rapporto sui comportamenti sessuali degli studenti. I responsabili dell’inchiesta, il preside e la tipografia sono denunciati per pubblicazione oscena e sottoposti a visita medica per stabilirne, come vuole la legge in vigore risalente al 1934, le reali capacità psichiche. La studentessa Claudia Beltrami si rifiuta di denudarsi come le era stato richiesto. Scoppia una bufera politica che si riassorbirà solo il 2 aprile quando tutti gli imputati saranno stati assolti.
Il 27 aprile i neofascisti uccidono un giovane studente dell’Università di Roma, Paolo Rossi, iscritto alla facoltà di Architettura ed aderente alla Federazione Giovanile Socialista Italiana. Alla Camera dei Deputati i rappresentanti comunisti, socialproletari, socialisti, socialdemocratici e repubblicani chiedono le dimissioni del Rettore Giuseppe Ugo Papi, che viene accusato di aver tollerato troppo a lungo i neofascisti avendo assicurato loro un notevole grado di impunità all’interno dell’Università romana. 
Il 30 si tengono i funerali di Paolo Rossi a cui partecipa una grande folla di popolo e molte autorità. Sono presenti alle esequie del giovane socialista il Vicesepresidente del Consiglio dei Ministri, l’on. Pietro Nenni, i segretari del Pci e del Pri, on. Luigi Longo e on. Ugo La Malfa, e i due vicesegretari della Dc, on. Arnaldo Forlani e on. Flaminio Piccoli. Il Rettore Papi si dimetterà il 2 maggio dopo quattro giorni di occupazione dell’ateneo da parte degli studenti e dopo altrettanti giorni di sciopero da parte del personale docente, non docente e amministrativo dell’Università.

Il 25 luglio un gruppo di terroristi sudtirolesi uccidono in un conflitto a fuoco a San Martino in Casies (Bz) l’agente della Guardia di Finanza Salvatore Cabita e feriscono a morte (morirà il 1 agosto) un altro finanziere, l’agente Giuseppe d’Ignoti. Il terrorismo sudtirolese replica il 9 settembre con un attentato contro una caserma a Vipiteno (Bz). Muoiono due guardie, gli agenti Martino Cossu e Eribert Vollger. Altre cinque restano feriti, una delle quali, l’agente Franco Petrucci, morirà dopo quattordici giorni. 
Il fatto politico più significativo del 1966 è la riunificazione socialista di cui vale la pena di ricostruire brevemente alcuni aspetti.
Nella seconda metà degli anni ’60 Psi e Psdi erano due partiti che collaboravano al governo del paese ormai da un paio di anni e le cui linee di visione e di valutazione della situazione nazionale erano molto simili. 
Ciò che separava i due partiti erano essenzialmente i rapporti con i comunisti e alcuni aspetti di politica estera. Sui rapporti con il partito di Longo in sede amministrativa e locale il Psi era favorevole, dove le condizioni lo rendevano necessario, a continuare la quasi ventennale collaborazione, invece il Psdi era attestato sulla tradizionale avversione per il Pci, anche se l’elezione di Saragat alla Presidenza della Repubblica aveva ridotto il tasso di anticomunismo della socialdemocrazia nostrana. In politica estera il filoatlantismo del Partito Socialdemocratico Italiano era acritico e rigoroso, mentre in casa socialista continuava a prevalere una notevole tendenza neutralista e anche anti-americana (De Martino).
L’elezione di Saragat, resa possibile anche dal ritiro di Nenni nella corsa per il Quirinale, aveva avvicinato ancora di più i due partiti del socialismo italiano che avevano nei rispettivi congressi avanzato la reciproca proposta di riunificazione. 
Occorreva riunificare gli apparati (debole quello socialdemocratico, abbastanza solido quello socialista) dei due partiti e di creare un nuovo partito in gradi di interpretare le nuove spinte provenienti dalla società italiana. 
Si voleva creare una forza di sinistra socialista e democratica in Italia paragonabile a quelle esistenti negli altri paesi europei e in grado di togliere il socialismo italiano dal livello di subordinazione in cui si trovava rispetto ai “cugini” comunisti ed agli “alleati-concorrenti” democristiani.
Nel Psi Nenni e la sua corrente autonomista erano favorevoli in maniera acritica alla riunificazione con il partito di Saragat, mentre Francesco De Martino avanzava delle riserva di carattere politico in merito ai rapporti con il Pci e alla politica estera (soprattutto per quanto riguarda l’intervento militare statunitense in Vietnam che De Martino condannava, invece il Psdi appoggiava senza riserva alcuna).
 Decisamente contrari alla riunificazione erano quei socialisti vicini a Riccardo Lombardi che, controllando circa il 18 % del Psi. Essi rappresentavano la minoranza interna al partito che era guidato dalla corrente maggioritaria di Nenni-De Martino che controllava circa l’80 % del partito.

Il 30 ottobre 1966 al palazzetto dello Sport di Roma venne proclamata l’unificazione socialista: Psi e Psdi davano vita al Partito Socialista Unificato (Psu) alla cui presidenza veniva eletto per acclamazione Pietro Nenni e i cui cosegretari furono Francesco De Martino (ex Psi) e Mario Tanassi (ex Psdi). 
L’unificazione socialista mostrò subito i propri limiti e le prime difficoltà già nei mesi successivamente dopo la propria realizzazione. 
Da un punto di vista elettorale già nelle elezioni amministrative per i consigli provinciali di Ravenna, Trieste e Massa i socialisti unificati ebbero un netto insuccesso. Successi furono invece raccolti in Abruzzo e in Lazio. 
In generale si notò che voti persi dal Psu furono raccolti dallo Psiup e dal Pci.
Dal punto di vista politico, invece, le difficoltà furono dovute dalle ostilità degli apparati dei due vecchi partiti e dai troppi personalismi e antichi rancori interni al nuovo partito. 
I socialdemocratici rivendicavano la guida ideologica del partito in quanto la riunificazione era avvenuta in base alla linea di Palazzo Barberini: autonomia (e antagonismo) con il Pci e collaborazione con la Dc nel governo del Paese. I socialisti, invece, si trovavano a disagio in un partito in cui, pur costituendo la maggioranza dei militanti e degli elettori, temevano l’egemonia degli antichi rivali saragattiani.

Il 10 maggio 1967 il settimanale “L’Espresso” pubblica un articolo del giornalista Lino Jannuzzi in cui si rivela l’esistenza del Piano Solo e della schedatura di molti uomini politici da parte dei servizi segreti. Nel luglio del 1964, durante la crisi del I governo Moro di centro-sinistra il generale Giovanni De Lorenzo, allora alla guida del Sifar, avrebbe avuto l’ordine di organizzare un colpo di stato qualora i socialisti si fossero irrigiditi troppo nelle loro richieste per far nascere il nuovo esecutivo. 
Nella ricostruzione di Jannuzzi non era escluso il coinvolgimento dell’allora Presidente della Repubblica Antonio Segni (Dc). 
Si ebbero indagini da parte di una commissione dell’esercito, ma non, come inutilmente avevano chiesto Pci e Pli, inchieste da parti di commissioni parlamentari. 
L’articolo di Lino Jannuzzi avvalla il rischio del “rumor di sciabole” di cui, nel 1964, l’on. Nenni aveva parlato nei suoi diari per spiegare le concessioni e le rinunce fatte al momento della costituzione del II governo Moro.
Dal 23 al 27 novembre si svolge il X Congresso della Democrazia Cristiana che vedrà riconfermata la supremazia della corrente dorotea nel partito. Dorotei, morotei, fanfaniani e andreottiani formano una lista unitaria che propone la rielezione alla segreteria del leader doroteo on. Mariano Rumor, che viene riconfermato nell’incarico con il 64,2 % dei voti dei delegati. 
Il 1968 anche in Italia è l’anno della contestazione giovanile e studentesca che si manifesta, soprattutto attraverso manifestazioni e occupazioni di università. La protesta parte da Torino (10 gennaio) e si espande a tutta Italia: il 1 marzo a Valle Giulia (Roma) si hanno duri scontri tra studenti e forze dell’ordine. 
Il 16 marzo un gruppo di neofascisti guidati dai deputati missini Giorgio Almirante e Giulio Caradonna assaltano l’Università di Roma, occupano la facoltà di legge e gettano oggetti sugli studenti ferendo seriamente Oreste Scalzone e Roberto Barone.
In questo clima di esplosione collettiva delle proteste e delle rivendicazioni giovanili e studentesche il 19 e il 20 maggio si tengono le elezioni politiche generali il cui dato politico principale è il fallimento del Psu che perde ben 5 punti in percentuale rispetto a quanto ottenuto nel 1963 da Psi e Psdi presentatisi con liste autonome davanti al corpo elettorale. La Dc e il Pci aumentano sensibilmente i propri suffragi e la propria rappresentanza in Parlamento. 
Il partito dello Scudo crociato aveva bloccato l’emorragia a destra che lo aveva colpito nel 1963 e i comunisti avevano ricevuti voti provenienti dall’area socialista. I due maggiori partiti, inoltre, avevano ricevuto in uguale misura la quasi totalità del voto giovanile.
In calo sono il Movimento Sociale Italiano e il Partito Liberale Italiano, mentre il piccolo Partito Repubblicano Italiano guidato da Ugo La Malfa aumenta i propri consensi attestandosi al 2 % dei voti: gli elettori hanno premiato la compattezza interna del partito dell’Edera e la dinamicità del suo leader.
I voti persi dai socialisti unificati vengono quasi tutti raccolti dal Partito Socialista di Unità Proletaria (Psiup) che ottiene il 4,5 % dei consensi e, al Senato, si presenta in liste unitarie con il Partito Comunista Italiano ottenendo un insperato 30 %.
La sconfitta dei socialisti unificati fu ben accolta da democristiani e comunisti che, inizialmente, avevano temuto di perdere la propria egemonia nel sistema politico italiano in caso di un successo del Psu.
Inizialmente i socialisti rifiutarono una riedizione del centro-sinistra e preferirono alcuni mesi di disimpegno politico. Fu costituito un governo di transizione e di decantazione in attesa dell’evolversi della situazione soprattutto in casa socialista. Alla guida di tale esecutivo, formatosi il 25 giugno, fu chiamato l’on. Giovanni Leone (Dc), ex Presidente della Camera dei Deputati che già nel 1963 aveva guidato uno di questi governi di transizione “ a tempo” che, per il fatto di essere in carica durante i mesi estivi, furono ribattezzati “governi balneari.” 

Il 21 agosto la Cecoslovacchia di Aleksander Dubcek e del nuovo corso del “socialismo dal volto umano”, viene invasa dalle truppe del Patto di Varsavia (non partecipano all’azione repressiva mezzi e uomini della Romania di Ceausescu che aveva ribadito i principi dell’indipendenza nazionale in opposizioni ai sovietici). Dubcek viene destituito e i sovietici pongono fine all’esperienza della “Primavera di Praga” ricostituendo un governo amico e subalterno alle direttive e alle volontà della dirigenza di Mosca.
La rabbia e i disappunto per quanto avvenuto furono forti in tutto il mondo e anche il Partito Comunista Italiano condanna l’operato dei sovietici. 
Questo comportamento dei comunisti italiani differisce di molto da quello avuto nel 1956 ai tempi dell’invasione sovietica dell’Ungheria quando (insieme alla sinistra socialista definita per l’assunzione di tale posizione con il termine “carrista”) avevano appoggiato e difeso l’operato di Krusiov.
Il Pci di Longo condanna l’azione dell’Urss in base ad una nota, redatta dal coordinatore della segreteria on. Armando Cossutta, in cui si dice di “considerare ingiustificata la grave al grave decisione di un intervento militare” e si riafferma la “solidarietà con l’azione di rinnovamento condotta dal partito cecoslovacco” . 
Per la prima volta nella nota annunciata dal partito guidato da Luigi Longo si dichiara un “grave dissenso” relativa all’Urss e al Pcus.
I comunisti sono travagliati anche dall’atteggiamento da assumere nei confronti del movimento studentesco: inizialmente il segretario Longo apparirà disponibile al dialogo con i giovani, ma poi prevarrà la linea di Giorgio Amendola per il quale si tratta di “un rigurgito di infantilismo estremista e di posizioni anarchiche” .
Dal 24 al 28 ottobre il Psu si riunisce a congresso e decide di riprendere la collaborazione al governo del Paese con la Dc e il Pri. Il Partito Socialista Unificato è diviso in cinque correnti e sempre di più si acutizza la contrapposizione tra la componente socialista e quella socialdemocratica.
La corrente maggioritaria è quella di Luigi Preti (ex Psdi) e Giacomo Mancini (ex Psi) che coopta il vecchi Nenni che avrebbe, invece, preferito un congresso all’insegna dell’unità interna. La corrente di “Rinnovamento socialista” è guidata dall’ex socialdemocratico Mario Tanassi e raccoglie la maggior parte degli uomini provenienti dal Psdi. Francesco De Martino guida il gruppo “Riscossa” e Antonio Giolitti la piccola componente denominata “Impegno socialista.” Vi è infine la piccola pattuglia della vecchia sinistra interna guidata da Riccardo Lombardi. 
Il congresso venne vinto dagli autonomisti (36 % dei voti) e dai tanassiani (15 %) che controllarono il partito eleggendo Mauro Ferri alla carica di segretario generale del partito. De Martino con il 34 % dei voti fu il leader della componente socialista; Giolitti e Lombardi si attestarono rispettivamente al 7,6 % e al 5,5 % dei suffragi interni al partito.
Nasceva da questo congresso il seme delle nuove divisioni interne al Psu poiché “i socialisti non potevano divenire relegati alla opposizione in un partito in cui conservavano una maggioranza effettiva” .
La decisione più importante era stata però quella di rientrare nel governo per cui, in ottemperanza agli impegni presi a giugno, il 19 novembre il Presidente del Consiglio on. Giovanni Leone presenta al Presidente della Repubblica le dimissioni del governo da lui presieduto. 
Il Presidente Saragat affida un incarico esplorativo al Presidente della Camera dei Deputati, on. Sandro Pertini (Psi, eletto alla Presidenza dell’Assemblea di Montecitorio il 5 giugno con i 314 voti di democristiani, socialisti unificati, repubblicani e liberali e con le 215 schede bianche di comunisti e socialproletari). 
Dopo la fase “esplorativa” di Pertini l’incarico di governo va al segretario democristiano on. Mariano Rumor che il 13 dicembre forma il suo primo governo. È un tradizionale gabinetto di centro-sinistra con i socialisti Francesco De Martino e Pietro Nenni rispettivamente alla Vicepresidenza del Consiglio e al Ministero degli Affari Esteri.

Il 1969 è caratterizzato dall’emergere di violenze e dei primi attentati: il 12 dicembre una bomba esplode in Piazza Fontana a Milano causando la morte di 13 persone e oltre 90 feriti: inizia la cosiddetta strategia della tensione.
Il 21 febbraio alla direzione della Dc, l’on. Aldo Moro aveva per la prima volta parlato della necessità di un confronto (definito con l’espressione “strategia dell’attenzione”) nei confronti del Pci che aveva appena terminato il proprio congresso. 
A Roma si era tenuto ai primi di febbraio il XII congresso del Pci durante il quale era stato eletto alla vicesegreteria del partito (carica vacante dal 1964, quando l’allora vicesegretario Luigi Longo era divenuto segretario a seguito della morte del leader Palmiro Togliatti) l’on. Enrico Berlinguer. 
Il segretario continuerà ad essere ufficialmente Longo, ma svolgerà sempre meno la propria funzione a cui è impossibilitato a causa di un grave ictus che lo aveva colpito nel corso dell’anno passato.
Nel frattempo in casa socialista si assisteva ad una formazione di una nuova maggioranza: Mancini abbandonava Preti e i suoi ex socialdemocratici e conquistava il partito in accordo con De Martino, Giolitti e l’ex sindacalista socialdemocratico della Uil Viglianesi. 
Gli ex Psdi, temendo di essere costretti a sottostare alla guida degli ex socialisti e ad una linea politica più di sinistra, erano i protagonisti dell’ennesima scissione della storia del socialismo italiano: Preti, Ferri e Tanassi davano vita al Psu (Partito Socialista Unitario) che manteneva 30 deputati e 12 senatori di quelli eletti con i socialisti alle elezioni del 1968 (2 luglio). 
I socialisti riassumevano la vecchia sigla di Psi e De Martino assumeva la segreteria con Mancini suo vice. Anche Nenni rimaneva nel Psi. 

La conseguenza immediata nel campo politico nazionale della scissione socialista fu il ritiro dei ministri socialdemocratici (Tanassi, Preti e Lupis) dal governo e la crisi del gabinetto Rumor. Rumor formò immediatamente un nuovo esecutivo monocolore formato da soli democristiani.
All’inizio del 1970 anche questo secondo governo presieduto da Mariano Rumor entra in crisi e il 29 marzo 1970 l’esponente democristiano veneto forma il suo terzo governo consecutivo. È un ritorno al centro-sinistra con ministri socialisti, socialdemocratici e repubblicani (oltre, ovviamente, a esponenti della Democrazia Cristiana).
Il 7 e l’8 giugno si tengono le prime consultazioni popolari per l’elezione dei consigli regionali. Non si segnalano discrepanze significative rispetto alle elezioni del 1968, salvo un tendenza al recupero elettorale del Psi che riconquista parte dei voti che erano andati al Psiup. Questo dato viene confermato anche in successivi test elettorali parziali e locali. 
Il 6 agosto l’on. Emilio Colombo (Dc) riceve l’incarico di formare il nuovo governo a seguito delle dimissioni del III governo Rumor (6 luglio). 
Il Ministro del Tesoro uscente forma un esecutivo di centro-sinistra composto da Dc, Psi, Psu (i socialdemocratici, N. d. A.) e Pri e si appresta a ad affrontare la difficile congiuntura economica che si sta profilando all’orizzonte.


FINE

di Luca Molinari


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