ANNO 1967 - (provvisorio)

CULTURA E COSTUME
(in costruzione)

*** IL COMUNE SENSO DEL PUDORE - Lo avevamo gia' anticipato lo scorso anno, in giugno su una audace rivista, "Men", apparve per la prima volta una donna col seno nudo. Fu il finimondo! 163 deputati presero posizioni, padri di famiglia si precipitarono a fare denuncia, la questura sequestro' su tutto il territorio nazionale la rivista; l'ordine dei giornalisti si dissocio' da queste "oscenita" e La Stampa a Torino sollecito' la magistratura ad "intervenire".
Ma il perbenismo si sciolse al sole, subito, in pochi anni. L'industria dopo aver accontentato alla meno peggio e non proprio tutti col necessario e l'indispensabile, inizia in questi anni a guardare oltre: al voluttuario. La parte del leone la fa quella produzione che si rivolge proprio all'edonismo, soprattutto dentro il mondo giovanile che lo recepisce subito, beffeggiando tutta quell'austerita' che c'era ancora dentro molte famiglie, nonostante l'auto nel cortile e il televisore nel salotto.

Sono giovani che stanno conoscendo le nuove aperture che il mondo delle relazioni, la scolarizzazione, il lavoro, la mobilita' offre loro; sono quelli che abbiamo visto crescere in questi ultimi sette anni con le nuove energie e le nuove conoscenze e con un tipo di cameratismo altrettanto nuovo, non inquadrato, non ipocrita, genuinamente spontaneo, anche se perennemente "incazzato". Sono tutte energie ancora vergini, esuberanti e dirompenti che non hanno conosciuto gli anni mortificanti dei padri, dove altrettante uguali energie e spavalderie in cinque anni di guerra erano poi state domate, frustrate, messe in ginocchio, spenta ogni ribellione e persa perfino la capacita' critica, non solo all'esterno, ma dentro la stessa famiglia. 

Si portavano tutti un grosso fardello sulle spalle, una guerra persa, inutile, oscena e per pudore nemmeno da raccontare ne' da rammentare. Ma intorno tutti sapevano, le mogli, i figli e chi era rimasto a casa imboscato (quello che succedera' fra poco anche in America quando rientrarono i reduci dal Vietnam: li emarginarono, erano fastidiosi, quasi loro i responsabili di quell'insuccesso umiliante per gli americani. La prima guerra persa!)

E' difficile indicare l'anno, il mese o addirittura il giorno in cui gli italiani videro svanire le loro speranze, ognuno perse le ultime illusioni dei sogni di grandezza nazionale in un preciso momento; prima, durante e dopo la guerra. Le tappe furono molte e sempre piu' mortificanti per il fallimento del singolo o del gruppo, dentro il proprio involucro ideologico. Spesso vuoto, o fatto di miti non solo alla Starace, ma anche miti alla Lenin. Il corporativismo era fallito e in un altrettanto fallimento si  incamminava il collettivismo sovietico.

Eppure in Italia in questi anni, ostinatamente, si guarda ora a Mao, alla Cina Rossa, al comunismo giallo, altre visionarie utopie dopo la penosa uscita di scena del mito di Stalin e l'imbarazzante Memoriale di Yalta di Togliatti, e l'uscita di scena anche di Kruscev, l'uomo  che con lo scontro a Cuba con Kennedy aveva  inquietato il mondo. Poi ancora in Italia, per gli ultimi irriducibili ci sara' fra qualche mese l'altrettanto penoso fallimento della tanto ambiziosa saragattiana unificazione dei socialisti.

Siamo nel 1967 ma dentro i corridoi delle sedi di partito sembra di essere al 1922, non e' bastato alla sinistra (con le lacerazioni interne) la batosta del 1948. 
Mentre i cattolici non hanno mai fatto un esame di coscienza, che se avevano vinto era perche' c'era in quegli anni un certo Pio XII e un certo Gedda e la mobilitazione di tutte le parrocchie che avevano evocato i piu' terribili castighi divini e seminato il panico dando scomuniche a sinistra e facendo piovere anatemi dal pulpito agli stessi cattolici; e che solo per questo avevano ricevuto il consenso, con il terrore psicologico. Bastava poco per capire che la situazione era ora del tutto diversa. Non c'erano piu' pecore analfabete, ma c'era una nuova generazione che aveva letto piu' libri essa che non le venticinque generazioni precedenti messe insieme.

Chi aveva vissuto in quegli anni difficili della guerra, aveva ancora la sindrome della guerra, di non sprecare nulla, ma di riciclare tutto. Una bottiglia d'olio la si prendeva ancora con delicatezza e con accortezza, lo zucchero lo si metteva con la mano pesante, un pollo era un Pollo, uno status symbol non solo conformistico ma legato all'alimentazione vera e propria della famiglia spesso composta da soggetti spettrali, e  dentro un viso scavato del capofamiglia c'erano sempre due occhi spenti, abbassati dalla rassegnazione, dalla sconfitta, e da quell'amarezza scaturita da una presa di coscienza che non erano serviti a nulla tutti quei sacrifici, la Russia, l'Africa, la Grecia, la Resistenza o la RSI, e i primi scioperi selvaggi del 'dopoguerra.
Erano soli con se stessi, lontani dai figli e lontani perfino dalle mogli. Mai come in questo periodo la frase di quella famosa commedia rappresentata a Napoli alla fine della guerra era azzeccata "chi ha avuto avuto, chi ha dato ha dato". Ma era anche sarcastica e umiliante per molti (quasi tre milioni) che si erano fatti anni di prigionia; non solo non avevano avuto nulla,  ma avevano dato nulla.

Se gia' le proprie spose al ritorno dei mariti reduci non volevano sentire i racconti di guerra "ecco cosa e' servita la tua guerra!"  gli mettevano davanti un frugale pasto e poi di nascosto davano gli spiccioli al figlio che andava a scuola a contestare e fare le barricate;  figuriamoci i figli; non solo non volevano ascoltare i padri, ma con una piu' diffusa conoscenza dei fatti, compativano, contestavano, irridevano appena i padri accennavano un qualsiasi ricordo bello o brutto (bello str.... sei stato!) e marciavano su nuove strade, che non erano quelle della rassegnazione evangelica, ma (per la maggioranza, escludendo quelli politicizzati) nemmeno quella della utopistica lotta rivoluzionaria. Rivoluzione si' ma con i fiori, con la chitarra, i dischi di Bob Dylan e qualche spinello per dimenticare le opprimenti mura domestiche.

L'errore di tutti i giovani di questo periodo (e poi di certe frange, quelle piu' attive, esuberanti) fu quello di partire da nessun punto preciso della storia. Il retroterra culturale nella massa dei giovani (nonostante la scuola, dove di sicuro non potevano da quella avere dei punti di riferimento, era ferma a Gentile e a Croce), non era solo povero e anacronistico ma mancava del tutto, e se c'era, era dentro una piccolissima élite che militava nei partiti storici impregnati di ideologie utopistiche, quella sovietica per alcuni, quella maoista per altri, pur muovendosi dentro in quella liberista. 
Tutte le "esperienze" di questa massa erano nate e state fatte sui libri, una ubriacatura di idee, ed era facile essere plagiati da una pagina del Tallone di Ferro di Jack London, o dal saccente di turno che guidava le rivolte alla Ernesto londoniana. Anche la rivoluzione francese nacque dai libelli di Rousseau e di Voltaire ed ebbe i capi delle barricate, e anche questi costruirono una societa' che non aveva le fondamenta e presto si ritrovarono sconfitti o da rimandare a tempi piu' maturi. Le rivoluzioni si perdono se si fanno a mani nude contro il "sistema" che perde qualche pezzo per strada ma poi si ricompone; e sa come farlo, perchè ha la "forza".


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