ANNO 1969 - (provvisorio)
( Anno 1969 - Seconda Parte )

Milano - 19 Novembre - La "battaglia di via Larga.
Poliziotti sprangati.

La tensione in novembre sale. Alcune frange estremiste di sinistra non solo si sono dissociate dai partiti storici, ma iniziano a dissociarsi anche fra di loro. Ricordiamoci che alcuni gruppi hanno scoperto la loro forza, e nella lotta stanno facendo il "salto" di qualità, stanno organizzando rigidamente le strutture, teorizzando le ideologie estreme, indottrinando i militanti. Toni Negri sta gia' scrivendo La crisi dello stato piano, comunismo e organizzazione rivoluzionaria, farà seguire Il dominio e il sabotaggio sul metodo marxista della trasformazione sociale, dove indica i modelli dell'organizzazione, e l'" autovalorizzazione di classe" dove legittima il rifiuto del lavoro dentro le grandi aziende capitaliste, invita al sabotaggio, le espropriazioni proletarie nei negozi e nelle armerie. La sua utopia è "il lavoratore sociale".
FELTRINELLI che ha ricostituito un gruppo di Gap, scrive in agosto anche lui delirando "Che c'e' la minaccia di un colpo di Stato incombente, una svolta radicale e autoritaria di destra".
In contrapposizione FREDA della estrema destra scrive "La disintegrazione del sistema", e mira ad allarmare e a inquietare la classe media: la "maggioranza silenziosa".

Due gruppi molto significativi e che avranno in seguito grande peso sugli eventi politici italiani per una decina d'anni, sono: Potere Operaio guidato da ORESTE SCALZONE, FRANCO PIPERNO e ANTONIO NEGRI, che in luglio si organizzerà in movimento; mentre in settembre proprio a Torino all'inizio dell' autunno caldo diventa fortemente attivo un altro gruppo, il movimento pisano di Lotta Continua guidato da ADRIANO SOFRI con il giornale omonimo diretto da BELLOCCHIO che non risparmia forti attacchi "al sistema".
Ma entrambi i gruppi avranno subito e in seguito, nei prossimi anni, defezioni, spaccature al loro interno, che daranno origine ad altri collettivi con altre strategie, come Prima Linea che è convinta di dover passare all'azione terroristica perchè crede giunto il momento del trionfo del comunismo, l'ora per dare inizio alla tanto attesa rivoluzione mondiale contro il capitalismo.
Diserzioni o defezioni a favore di gruppuscoli avverranno sia all'interno di Potere Operaio che a Lotta Continua, e alcuni del primo e del secondo gruppo confluiranno in strutture a compartimenti stagni (o almeno loro lo credevano). Questi dissociati daranno poi vita al gruppo terroristico delle Brigate Rosse.

Ve ne sono poi altri, nati dentro il movimento studentesco milanese che ora hanno affiancato nelle grandi fabbriche i Comitati di unita' di base (i Cub), come Avanguardia operaia. Fra i molti, anche un gruppo che nasce perfino all'interno del comitato centrale del PCI: e andranno a fondare il Manifesto, diretto da MAGRI con i redattori ROSSANA ROSSANDA, LUIGI PINTOR, ALDO NATOLI che verranno poi tutti espulsi dal partito, compreso MASSIMO CAPRARA, il fidato segretario di Togliatti; radiato anche lui. Tra i collaboratori al foglio anche UMBERTO ECO.

Sono gli stessi gruppi (ora diventati movimenti, collettivi operai, Cub, gruppi extraparlamentari) che abbiamo ricordato nel '68, ma che ora sono diventati ancora più autonomi e ancora più estremisti. Scomparsi gli altri, timorosi, spaventati o delusi e ritiratisi a vita' "privata", quest'altra parte ritenne che bisognava prima affiancarsi e poi affidarsi alla spontaneità degli operai-massa "incazzati" con i "padroni" con il governo e con i sindacati, nell'illusione di coinvolgerli e guidarli in uno scontro frontale contro l'apparato repressivo dello Stato, contro i nemici del proletariato, contro il capitalismo e contro i sindacati accusati di perseguire risultati graditi e concertati col referente politico e le aziende. Una lotta dunque totale su vari fronti, e  ognuno doveva accettare i rischi che questa lotta comportava.

Parallelamente lo stesso fenomeno, defezioni e spaccature - e che subito o in seguito daranno origine ad altri gruppi estremistici - si verifica all'interno dei gruppi di destra. Alcuni dentro la destra storica altri in quella più ambigua, quella che si è rifatta subito dopo la guerra una "facciata" e abilmente si è riciclata nei gangli di ogni istituzione dello Stato. Individuare di quale destra si trattasse (o più di una) è ancora un dilemma che nessun storico fino a questo anno 2000 ha saputo chiarire. Non sappiamo se era referente a dei partiti della maggioranza, o di una destra che si annidava e prosperava dentro nella stessa DC (Non dimentichiamo Gedda nel '48 che insofferente di De Gasperi minacciò di creare un partito clerico-fascista) o se faceva parte dei partiti dell'opposizione, o inserita dentro la stessa sinistra, o se era una destra esterna alla politica italiana, cioe' transnazionale di uno o piu' Paesi. (un teorema quest'ultimo poco convincente vista poi la tanta superficialità di alcuni gruppi terroristici e vista con più realismo la situazione internazionale).

Intanto proprio nella destra storica quest'anno c'e' un mutamento di rotta. Dopo la morte di ARTURO MICHELINI, avvenuta il 29 giugno, viene eletto segretario GIORGIO ALMIRANTE che apre un nuovo corso: accetta i metodi democratici e inaugura quell'era che viene chiamata del "doppio petto". Una nuova immagine del partito e di chi lo guida che ha un singolare effetto (e questo molti in Italia ma anche all'estero lo hanno già capito!). Infatti (e malgrado le accuse di essere il partito della "strategia") già nelle prossime elezioni del '72 farà confluire i voti dei Monarchici e salirà dal 1.400.000 presi nel '68 ai 2.900.000. Ma l'exploit lo ottenne già nelle provinciali del 1971: a Catania diventa il primo partito con il 21,9%; in tutta la Sicilia prende il 16,3%; e a Roma (la città del grande apparato degli ex funzionari dello Stato fascista) ottiene il 16,2%. E sempre nelle Politiche del '72 sbanca a Reggio C. con il 36,2%. Almirante insomma sfruttando il malcontento dell'opinione pubblica moderata, quella conservatrice, riuscì a ottenere i voti dei ceti medi nelle grandi città, quelli che vennero chiamati i voti della "maggioranza silenziosa".

Ma anche nella destra storica c'erano le schegge "rumorose", e non erano d'accordo con il "doppio petto" del nuovo Msi-dn (salvo qualche estemporanea manesca espressione di alcuni militanti);  non volevano rinnegare "un passato". Nascono così le organizzazioni di estrema destra, schegge impazzite decisamente con più contatti con fantomatici servizi segreti deviati (e attivi nel terrorismo) che non con il comitato centrale del partito.
(***Non dimentichiamo che 16 DICEMBRE del 1979,  17 deputati e 8 senatori che nel dicembre 1976 si erano staccati dal MSI e avevano dato vita a DN Democrazia Nazionale, si sciolgono e confluiscono quasi tutti nella corrente di destra della DC di ANDREOTTI ***).
C'e' poi un ricompattamento con il gruppo di Ordine Nuovo di RAUTI, ma non tutti dentro questo gruppo vogliono fare gli agnellini, si sentono lupi, e si dissociano fondando Ordine Nuovo Rivoluzionario.
Queste schegge come del resto abbiamo visto all'interno anche della sinistra storica dove anche li' i moderati cercavano mediazioni per una lotta politica parlamentare, ritennero non esserci alternative, se non quella di condurre la lotta al di fuori delle istituzioni. Quindi anche loro divennero virtualmente extraparlamentari.
Le motivazioni (così in seguito le giustificarono) erano: carenze nell'ordine pubblico, il disorientamento dei partiti di governo (ormai non in crisi ma in coma), la crisi degli strumenti dello Stato, l'inquietudine di quel ceto medio che abbiamo ricordato, e, fatto singolare, un generalizzato malcontento nella polizia, che spinta dal dovere venne a trovarsi in mezzo ai due estremismi e a svolgere un'azione repressiva in una gara sempre più aspra e sanguinosa, e non certo per una loro autonoma (ma quale?) scelta politica ma per un destino ingrato. (Aveva ragione Pasolini che abbiamo sentito nel '68. E se a Valle Giulia i poliziotti erano dei poveracci mandati allo sbaraglio, poi nel Sud quando dovettero affrontare le agitazioni a Battipaglia a Caserta e a Palermo sparando sulla folla, loro poveracci meridionali su altri poveracci meridionali, il compito si fece ancora più ingrato. A Milano in due reparti della Celere ci fu quasi un ammutinamento ai primi di novembre che si cercò di minimizzare per non allarmare il Paese.

FORLANI del resto appena eletto segretario DC il 9 Nov., non buttò certo acqua sul fuoco nella tensione sociale, ma benzina: esplicitamente dichiarò "guerra", quando sul Popolo il giorno dopo la strage di piazza Fontana (e qui nacquero tante leggende sulla "strategia della tensione") affermò che "da questo momento appare grottesco la pretesa che si debbano limitare le forze di polizia". (e perchè non impiegare anche la bomba atomica?) E tutto precipitò. Ci attendono ora dieci anni di turbolenze in balia di un centinaio di estremisti in entrambe le barricate con addosso il delirio di potenza.

Anche sul piano economico i risvolti di questo malessere furono molto deleteri. Le tensioni, l'inquietudine, le preoccupazioni, le rivendicazioni, i grandi scioperi, le sospensioni dal lavoro (che a Torino diventeranno negli ultimi tre mesi dell'anno preoccupanti) fecero calare i profitti delle grandi aziende storiche, che visti i venti contrari, fecero buon viso a cattiva sorte; concessero quel tanto per non cadere nell'anarchia o nella paralisi totale, e si misero a ridurre gli investimenti, a ridurre i turni, a mettere in cassa integrazione, ad angosciare con i licenziamenti, a far quindi calare la produzione, a portare capitali all'estero, a provocare un deficit alla bilancia dei pagamenti e nel bilancio dello stato.

Alcune se lo potevano permettere, ed erano le grandi imprese dinamiche, quelle che avevano "tirato" alla grande, e che per la loro solidità non subirono grandi contraccolpi; ma erano sempre quelle, le stesse, a grande concentrazione di capitale familiare: la Fiat, la Montecatini, la Pirelli, la Falck, l'Olivetti (altri uomini, altra fisionomia imprenditoriale, altro tipo di mediazione piu' pragmatica, disinvolta e spregiudicata - Vedi Valletta anni '45) e non a caso ora sono ancora queste le grandi imprese trainanti del Paese "miracolato". Si erano rafforzate durante il fascismo, si erano abilmente barcamenate nell'occupazione tedesca, erano poi uscite quasi indenni dallo scontro sociale del dopoguerra e si erano subito diversificate, immediatamente riconvertite e rimodernate, con i grandi profitti regalati da una politica economica che le aveva privilegiate con un modello di sviluppo persino parossistico. Produrre beni opulenti per l'estero (si arrivo' al 40%) per (si disse) poter pareggiare la bilancia dei pagamenti dei beni di consumo di prima necessita' importati dall'estero, invece di incentivarne la produzione all'interno del Paese. Del resto lo slogan nel 1950 era "piu' macchine meno maccaroni". A Torino naturalmente Valletta & C. intesero macchine = auto.

I governi (ma sotto quale pressione?) avevano fatto queste scelte e gli economisti davano a loro ragione. Mentre i contadini dicevano, "scemi, ma non capite che se ci date gli aiuti anche a noi (trattori, "macchine" (non "auto"), concimi, strutture, credito bancario privilegiato) non dobbiamo importare proprio un bel nulla perchè saremmo allora noi a produrre come in Francia, in Germania ecc!"

Ci si rese conto di questa situazione troppo tardi. Si arrivò quindi a questo fine 1969 con la resa dei conti, e si fecero ancora una volta scelte sbagliate quando si calcò la mano con tanta cecità  senza tenere conto dei grossi errori fatti in precedenza. A pagare furono così le altre piccole aziende con una tipologia e una solidità economica del tutto diversa da quelle che abbiamo ricordato sopra. Soccombettero tutte. A Torino rimase infatti solo la Fiat (che nel corso dell'anno 1968 aveva prodotto 1.500.000 auto di cui circa 600.000 per l'estero). Le altre piccole e medie aziende , pur anch'esse storiche e importanti e di gran nome, fagocitate dalle banche, fallite, o con cinica volontà e per disperazione chiuse o diventate subalterne alla Fiat. Sfumarono capitali e si salvarono solo quelle che avevano subito "tagliato la corda" verso l'estero.

Stavano saltando alcune regole del gioco precedente, e a dar loro una spinta verso un disimpegno furono alcuni provvedimenti drastici delle autorità di governo e quelle monetarie. Dopo anni di appoggi alle industrie che producevano prodotti di beni durevoli sia per l'estero che per il mercato interno, si cambiò rotta con misure congiunturali, strette creditizie, varie leggi restrittive e misure fiscali anticonsumi, e infine la ciliegina finale, la buffonata del Controllo dei prezzi sui prodotti di largo consumo e di prima necessità. Fu un boomerang! Invece di deflazionare fece aumentare l'inflazione, salirono i prezzi al dettaglio e si premiarono i grandi complessi e i piccoli speculatori. In mezzo, il vuoto. La grande industria guardò più soltanto all'estero, mentre la vendita al minuto invece diventò una pirateria diffusa con l'aggiotaggio; e al piccolo artigiano locale gli arrivò la manna dal cielo.

Infatti il Controllo fu una "bella pensata"(avrebbe detto Toto'), fu infatti una grottesca pantomina messa in atto spudoratamente, e vista dalla parte del consumatore risultò essere una vera pagliacciata. I listini (depositati) di molti prodotti delle aziende furono bloccati (ma esenti erano i prodotti nuovi (!!) ) e le industrie furbe - e anche le meno furbe si adeguarono subito - fecero mancare sul mercato i prodotti dei listini depositati e cambiando le confezioni e facendoli figurare come nuovi prodotti aggirarono l'ostacolo dell'aumento, che fu forte, perche' si pago' anche il maquillage. Nacquero più nuovi prodotti in un anno che non nei precedenti dieci anni. Dai detersivi, ai salami, dalla pasta ai dentifrici, dall'olio alimentare a quello minerale. Una colossale e vergognosa truffa per i consumatori, a livello nazionale. A livello politico nessuno se ne accorse. Intanto nei negozi la cantilena era una sola "questo non ce l'ho, ma ho quest'altro".

Gli interventi restrittivi fecero diminuire molto la domanda dei beni opulenti (prima acquistati tutti a rate) ma ebbe un effetto contemporaneamente positivo e negativo. Non più assillati da conti e rate da pagare a fine mese, gli italiani finalmente si buttarono sui prodotti di beni di consumo. Nel frattempo le grandi aziende che producevano i durevoli, data l'elevata produttività non rinunciarono certo a questa lucrosa vocazione (come la Fiat), e con un rinnovamento tecnologico, si dedicarono principalmente  alle massicce esportazioni, grazie anche all'appoggio politico che aveva creato e accentuato questo anomalo e perverso "gioco dei bussolotti"..

In poche parole vista la mala parata in Italia, le grandi aziende non è che si dedicarono ad altro, ma seguitarono a puntare sui mercati esteri. Prima le braccia a basso costo avevano creato i prodotti competitivi, le grosse vendite poi avevano creato i grandi profitti, e i profitti reinvestiti in tecnologie ora davano nuovamente alta produttività che rendevano ancora una volta competitivi i prodotti all'estero. Perché mai diversificare in Italia quando ancora all'estero tirava ancora quel prodotto.

Invece gli antiquati produttori di beni di consumo, tutto il carente il sistema distributivo e il settore agricolo (che una politica governativa aveva preferito  "assistere" piuttosto che spendere per ammodernarlo) non furono in grado di soddisfare il mercato. E' dunque l'inizio di un'inflazione galoppante. Vennero subito vanificati tutti i miglioramenti salariali ottenuti con tante lotte.

Capito l'errore si corse ai ripari il prossimo anno e poi nel '71. Ma ci si mise la crisi mondiale e la crisi del dollaro. L'America svalutò e dichiarò l'inconvertibilità in oro. Ci si mise poi il serpente monetario che fallì clamorosamente. Poi -mal comune- ci si mise la crisi che investì tutti i paesi occidentali. L'Italia di fatto svalutò la lira di circa il 20%, e agevolò così nuovamente le esportazioni dei beni durevoli (auto ecc.). Penalizzando così ulteriormente quelli di consumo, importati, che in Italia erano carenti. Ci fu così un'altra insufficiente  disponibilità di beni di consumo, proprio mentre era in corso una forte domanda (per le ragioni dette all'inizio). Così di corsa, ci si incamminò verso l' inflazione a due cifre, fino a primi anni Ottanta. Le grandi aziende ringraziarono perchè oltre che esportare ridussero anche i loro debiti; e chi furbo aveva esportato i capitali, fu profumatamente premiato!
(L'inflazione dal 2,80%, sali al 5% nel '70, al 10% nel '73, 19,45 nel '74, e fino al 1982 tenne una media del 18% annuo con una punta che toccò il 22. Il 100% ogni cinque anni!).

Ma non tutto il male (paradossalmente) venne per nuocere, direbbe il Pangloss voltariano. Inizia negli ultimi mesi di questo 1969 una singolare trasformazione nell'economia del Paese. Gli italiani si dimostrano nelle emergenze sempre straordinari! Del resto la richiesta dei beni di consumi in Italia era ormai in pieno decollo. Il volano del consumismo negli ultimi anni si era messo a camminare sempre più velocemente, e se la grande industria sentendosi attaccata e penalizzata nei grandi profitti reagì come abbiamo visto sopra guardando solo all'estero e, con la svalutazione, un'altra volta prese il volo oltre le Alpi procurando ulteriori danni all'interno, altri intraprendenti soggetti immediatamente ne approfittarono per ricavarsi delle piccole nicchie produttive locali per soddisfare la forte domanda. E riuscirono ad essere anche competitivi nei confronti di quelle poche grandi aziende esistenti, operando con un tipo di produzione a basso costo di manodopera, perche' non sindacalizzata, non controllata, e (forse volutamente) ignorata dal fisco e dagli organismi preposti.
Nasce insomma l'economia sommersa. Cosi' velocemente e con cosi' alti profitti che diventeranno subito queste nuove improvvisate strutture nel panorama produttivo italiano, prima delle estemporanee imprese artigiane, e subito dopo vere e proprie grandi aziende, con la vocazione di commercializzare il prodotto saltando tante mediazioni (e doveri). Tanto da far scoprire anche alla media e alla grande industria il tornaconto per decentralizzare in queste sempre più numerose anomale unità produttive, molte delle loro attività minori,  riducendosi così a un lavoro di semplice assemblaggio del prodotto finito.
Ma non solo nella grande industria avvenne il decentramento, questa "germinazione spontanea" avvenne in ogni settore della media e piccola impresa ma soprattutto dentro l'artigianato.

Non c'era sul mercato la pasta? (Pazzesco! Importavamo fino all'anno scorso anche questa dalla Germania! Nell'Italia maccarona!!! Il "bisogna far macchine non maccaroni" lanciato nel dopoguerra da un economista adesso si faceva sentire! Naturalmente per gli Agnelli  le macchine erano le auto) Nacquero cosi' in Italia ventimila negozi di pasta fresca all'angolo di casa. Nacquero cosi tanti "Rana". Non c'erano detersivi? La Henkel di Düsseldorf (anche questa tedesca - l'Italia invece faceva chimica di base per l'estero e ignorò del tutto il colossale business dei detersivi) creo' immediatamente un reparto venditori all'ingrosso e con 170 venditori riforni' in Italia migliaia di "volenterosi" che ricevuti i sacchi di detersivo, con una pala e una confezionatrice, crearono, in pochi anni e con un valore aggiunto pazzesco, aziende prosperose in ogni piccola provincia. 
La Montecatini guardava fuori, mentre la Henkel tedesca sbarcata in Italia in pochi anni era già dentro le prime dieci aziende italiane come fatturato e, facendo le capriole fra le leggi, defiscalizzando gli oneri sociali, ottenne perfino incentivi, terreni e contributi, e inaugurò stabilimenti nel sud, incrementando i fatturati del 50% all'anno. In breve quasi tutti gli ospedali italiani, gli istituti, le case di riposo, gli alberghi diventarono clienti effettivi della ditta tedesca. Mentre al dettaglio il suo Dixan invase tutte le case.
(Chi scrive è stato prima rappresentante, poi ispettore (10 anni) per tutto il territorio italiano per la Henkel). 

Il signor "Brambilla Tizio", il piccolo imprenditore del "miracolo economico" anni '60, con la sua "vitalistica aggressività", anche se ora trovava lungo il suo cammino le strozzature delle banche, l'alto costo della manodopera, i conflitti nei sindacati, e non riceveva più incentivi e protezioni governative, non si diede per questo vinto. Scese nell'arena, scoprì e creò, il "sommerso".

E' lui che inizia il decentramento, e' lui che crea la moltiplicazione delle piccole imprese familiari. E a creare questo fenomeno che viene etichettato "Terza Italia" è il "Brambilla Caio" che accetta da Brambilla Tizio e dalla media e grande industria il lavoro nero e semi-nero, è lui che produce senza sindacati, con minori spese generali, con la flessibilità (che sono 16 ore al giorno continuate di tutta la sua famiglia, bimbi compresi). E nello stesso tempo sfrutta tutte le opportunità di sviluppo e le occasioni di quel grande mercato consumistico che ha davanti alla porta di casa, che sta esplodendo, che è sempre stato ed è tuttora ignorato dalle grandi aziende. Il "Brambilla" avvia nuove iniziative, amplia quelle avviate, spesso lo fa con un bagaglio culturale e tecnico e risorse economiche molto povere, ma ottiene successi strepitosi. E questi suoi successi creano anche sollecitazioni imitative, e mettono in moto degli stimoli potenti ad altri soggetti (spesso ex aiutanti, ex operai o parenti ex collaboratori);  tutti sono favoriti dalle condizioni generali e dal laissez-fare ormai generalizzato.

Questi soggetti, tanti di questi nuovi Brambilla, non fanno fatica, ed essendoci ancora radicata la cultura del lavoro come sacrificio, possono giustificare a se stessi questo straordinario impegno lavorativo. Non hanno infatti dimenticato le (e non tanto arcaiche) privazioni, sia le proprie che quelle delle loro famiglie (tutti i quarantenni hanno conosciuto la fame degli anni di guerra) ne' hanno dimenticato che i loro territori sono stati emarginati da secoli e sempre classificati "zone depresse". (come il Nord Est). Ottenuto la conquista di un piccolo benessere mai conosciuto prima, l'artigiano non si ferma piu', non alza più la testa, fa lo stakanovista dentro le sue pareti domestiche. 

Inoltre viene a trovarsi in una situazione privilegiata. Soddisfa autonomamente il mercato (crea ora lui i prodotti e anche più in fretta della grande industria) e in molti casi soddisfa proprio la grande industria. Nasce in parallelo l'economia sommersa, quella che assorbe manodopera familiare, autonoma, e spesso "aiutanti in nero" provenienti dalle file di quei lavoratori disperati (senza arte ne' parte) che sempre di piu' iniziano a restare a casa dai grandi complessi industriali o dai grandissimi latifondi, dove la tecnologia e le macchine già iniziano ad allargare il loro regno senza aver più necessità di braccia. Nelle risaie vercellesi -novaresi invece di impiegare migliaia di mondine venete, passa un aereo nebulizzando diserbanti, "bruciando" vigneti pregiati di Ghemme, Gattinara, Fara, limitrofi dei piccoli produttori, le loro uniche risorse. Quindi danni che però pagano senza fiatare. Ma il tutto lo si fa in un giorno solo, e non con 30.000 mondine (mondare, significa appunto togliere le erbacce vicino alle piantine di riso).

L'industria (e l'agricoltura dei grandi latifondisti, ora anonime società) infatti ha reagito, e nel modo piu' classico: piu' macchine, meno uomini. Più ha scoperto il decentramento, il "conto terzi". Risponde alla crisi modificandosi nella direzione di forti innovazioni tecnologiche, strutturali e commerciali, che consentono elevati aumenti di produttività e rendono giustificabili le riduzioni massicce di manodopera senza che vi sia la caduta nella produzione; anzi aumenta.

 < < inizio ANNO 1969          Continua > >

(pagine in continuo sviluppo -(sono graditi altri contributi o rettifiche)