PRAGA 1968 
Nel 1968 il partito comunista cecoslovacco si ribell˛ a Mosca. 
Pochi mesi di libertÓ, poi le truppe sovietiche invasero il Paese

 

 

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E DOPO LA PRIMAVERA DI PRAGA  UN "INVERNO" DI VENTIDUE ANNI

di ALESSANDRO FRIGERIO

Quell'anno a Praga la primavera arrivò con largo anticipo sul calendario. Era infatti ancora pieno inverno il 3 gennaio 1968, giorno in cui il Plenum del partito comunista cecoslovacco, con un colpo di scena che stava covando da qualche mese, costrinse Antonin Novotny a cedere il suo mandato di segretario generale al giovane Alexander Dubcek, esponente moderato del partito comunista slovacco. A Novotny veniva conservata la carica, più che altro simbolica, di presidente della repubblica. Ma le leve del potere, che per tredici anni aveva tenuto nelle sue mani, imponendo, anche quando tutti gli altri paesi del blocco sovietico si stavano risvegliando dallo stalinismo, una impenetrabile cappa poliziesca e repressiva, passavano ad altri. Lo stesso Breznev, in visita a Praga nel dicembre dell'anno precedente non aveva dimostrato grande entusiasmo nei confronti dell'anziano leader. Anzi, aveva voluto incontrare singolarmente anche altri alti esponenti del partito - tra i quali lo stesso Dubcek - per vedere se tra di loro era possibile pescare un degno erede. Non che il potente e accigliato segretario sovietico trovasse anacronistico che la Cecoslovacchia fosse ormai l'unica continuatrice della asfittica politica staliniana (e tutto ciò a più di dieci anni dal XX congresso del Pcus). Semplicemente considerava gli attriti all'interno del governo cecoslovacco come una delle normali e fisiologiche lotte di potere all'interno dell'apparato burocratico comunista.

Fu l'avvento di Dubcek a sancire lo svecchiamento della precedente politica e a dare il via alla "Primavera di Praga". Forte dell'appoggio dell'ala centrista del partito (anche se la maggioranza del partito che aveva costretto Novotny a dimettersi da primo segretario, e che ora lo sosteneva, non era ancora pronta al balzo riformista), sollecitato dagli intellettuali più impazienti sulla via delle riforme, controllato da Breznev che non era disposto a permettere eccessivi balzi in avanti, Dubcek dovette però fin dal principio muoversi con estrema cautela. Soprattutto nei confronti del grande fratello sovietico, le cui pressioni iniziarono subito dopo l'insediamento. Poco dopo la sua elezione dovette infatti incontrare Breznev per rassicurarlo dei suoi intenti moderati e della prudenza che si riproponeva di adoperare nei confronti di un ammodernamento delle istituzioni, della politica e dell'intero Paese ormai improrogabili. Il tutto, precisò Dubcek, nell'ottica di una completa fedeltà al Patto di Varsavia e nel solco della tradizione (invero assai poco democratica) che vedeva nel partito l'unico depositario di ogni trasformazione.

Ma seguiamo l'escalation delle proposte di riforma che misero le basi della Primavera di Praga, attingendo dal racconto che ne ha lasciato lo stesso Dubcek nelle sue memorie (Il socialismo dal volto umano. Autobiografia di un rivoluzionario, Editori Riuniti): "...il 25 gennaio proposi alla presidenza un mutamento radicale della pubblicità da dare ai lavori dei massimi organismi del partito, con la pubblicazione di informazioni sistematiche su tutte le riunioni della stessa presidenza e della segreteria. [...] Ai primi di marzo ottenni, in sede di presidenza del partito, la revoca della decisione con la quale nel 1966 era stata legalizzata la censura". Fu proposta una riabilitazione di tutte le vittime delle purghe volute da Stalin negli anni Cinquanta e si decise, inoltre, su pressione slovacca, di rivedere la costituzione del 1960 per dare al paese un assetto federale.

A marzo diversi esponenti politici dell'ala più conservatrice furono destituiti; Novotny stesso, che di quell'ala era stato il leader, si dimise dalla carica di Capo dello Stato. Alla guida del Governo e alla presidenza dell'Assemblea vennero insediati i due "liberali" Cernik e Smrkovsky, che proposero subito un rimpasto del Comitato centrale al fine di depurarlo di quel che restava della vecchia guardia fedele a Novotny. Continuavano intanto le pressioni dirette e indirette da parte del blocco comunista. Gomulka, il leader polacco, ai primi di febbraio aveva fatto notare a Dubcek che i suoi progetti potevano avere conseguenze politiche incontrollabili e che avrebbero senz'altro minato la posizione del partito. Due settimane dopo, l'occasione del 20° anniversario della presa del potere comunista in Cecoslovacchia suscitò uno dei primi veri attriti con Mosca.

Il testo del discorso che Dubcek avrebbe dovuto leggere davanti ai leader degli altri paesi comunisti, invitati per l'occasione, era consuetudine dovesse prima passare al vaglio della censura russa. Quando il testo ritornò a Praga diversi passaggi erano stati cancellati di pugno dallo stesso Breznev. Cosa c'era di così irriguardoso da dover essere omesso? Ecco alcuni dei passaggi più "scottanti": "Negli ultimi anni era tornata a dominare da noi una visione del partito, residuata dal passato, come gestore universale della società, come quella forza che invece di essere la direzione politica della società decide autoritariamente molte volte di questioni incongrue, minime, non sostanziali [...]".
E dopo questa critica alla ingombrante presenza del partito nella vita di tutti giorni, Dubcek, pochi capoversi più in là, con grande coraggio affrontava il tema della libertà e dei diritti civili: "Molti atti nella nostra vita sono diventati una formalità. L'inevitabilità di un ampio sviluppo dei rapporti democratici esige che noi, oggi, assumiamo un atteggiamento chiaro e di principio verso i diritti civili, i doveri sociali, verso la posizione del cittadino e dell'individuo. Pensiamo al contenuto reale e alle garanzie formali della libertà e dei diritti civili, di cui non dobbiamo sopportare la minima violazione". Ma queste parole davanti a quel consesso non furono mai pronunciate. Ai delegati e al mondo intero fu servita una versione decisamente più soft.

Il 23 marzo Dubcek fu convocato a Dresda assieme agli altri membri del Patto di Varsavia. All'ordine del giorno doveva esserci un noioso confronto sulla cooperazione economica all'interno del blocco sovietico. Ma in realtà questo era solo un pretesto. Visibilmente preoccupati per la piega che stavano prendendo gli avvenimenti a Praga e timorosi che la primavera praghese potesse suscitare aspettative anche tra l'opinione pubblica degli altri paesi del blocco, Breznev, il tedesco Ulbricht, il polacco Gomulka, l'ungherese Kadar e il bulgaro Zivkov si lanciarono in una dura requisitoria contro Dubcek. Lo si mise in guardia evocando il pericolo di una controrivoluzione, di minacce esterne pronte a farsi strada nel campo socialista.

Da parte sua Dubcek, sfoggiando la sua abilità dialettica e il ben noto sorriso disarmante, non solo difese a spada tratta il suo operato, ma contrattaccò difendendo l'abolizione della censura ed esaltando la libertà di espressione e di stampa. A quell'uditorio di burocrati comunisti il leader di Praga dovette apparire come un eretico ormai irrecuperabile. Fino a quel momento le proposte di riforma si erano disperse in mille rivoli, prive com'erano di un organico progetto d'insieme.

Molte iniziative si erano anzi arenate sul piano della semplice proposta (e tanto era bastato per creare a Mosca un vero e proprio timor panico). Il comitato centrale cecoslovacco riunitosi ad aprile, approvando il documento che è passato alla storia come Programma d'azione, colmò questa lacuna. "Il documento - ha scritto Dubcek -sanciva la fine dei metodi dittatoriali, settari e burocratici. Vi si affermava che essi avevano dato luogo a tensioni artificiali nella società, avevano provocato antagonismo tra i diversi gruppi sociali, le nazioni e le nazionalità. [...]

Non dovevano più essere privilegiati interessi strettamente corporativi o di gruppo. Doveva essere tradotta in pratica la libertà di riunione e di associazione, garantita dalla Costituzione ma non rispettata in passato. Non doveva più esistere alcuna limitazione illegale delle libertà". Dopo questi principi generali il Programma d'azione si dilungava - il documento approvato era composto da più di sessanta pagine - nel dettaglio di proposte specifiche: vi si proclamava il ritorno alla libertà di stampa tramite la proposta di dotarsi di una legge che abolisse la censura preventiva, il ritorno alla libertà di movimento all'interno e fuori del Paese, la riparazione di tutte le passate ingiustizie giudiziarie e politiche, la federalizzazione della repubblica, e, infine, in campo economico l'autonomia imprenditoriale per le grandi aziende e la legalizzazione delle piccole imprese private.

Per dare un contentino a Breznev, gli estensori del documento si guardarono bene dall'accennare ad un ritorno alla democrazia pluripartitica: "Agli occhi dei sovietici - ha scritto Dubcek - ciò avrebbe significato la liquidazione del socialismo.
Il monopolio del potere, eufemisticamente definito "ruolo dirigente del partito", era il principio fondamentale di ogni partito comunista nella dottrina sovietica". Stupisce invece che Dubcek non si rendesse conto che tutto il Programma d'azione, di fatto e senza troppi giri di parole, minava alle fondamenta il ruolo dirigente del partito, perlomeno nel senso monolitico con cui lo si intendeva a Mosca.

Secondo uno schema ormai collaudato, ogni azione di apertura a Praga provocava una reazione uguale e contraria a Mosca. Così è da intendersi la successiva richiesta da parte del Patto di Varsavia di anticipare da settembre a giugno le manovre militari previste in Cecoslovacchia. Per i russi si trattava di una prova d'orchestra e di un formidabile mezzo di pressione; Dubcek inizialmente si oppose, ma alla fine dovette acconsentire a che le esercitazioni si tenessero lo stesso, anche se in forma ridotta. E sempre in questo senso è da intendersi anche l'ennesima convocazione di Dubcek a Mosca, il 5 maggio. Ma il copione di quel colloquio era già scritto. Breznev riaffermò che il partito comunista cecoslovacco stava perdendo il controllo sui mezzi di informazione e che la riforma economica sarebbe stato il primo passo verso la restaurazione del capitalismo. Dubcek replicò che il suo partito invece di perdere il ruolo guida stava guadagnando consensi nella società e che le riforme economiche erano compatibili con il socialismo. Era ormai un dialogo tra sordi. Secondo il leader cecoslovacco fu proprio dopo questo colloquio che Breznev si predispose definitivamente all'invasione.

A maggio fu convocato un altro Comitato centrale cecoslovacco, che si risolse in un raffreddamento della temperatura politica. Le dichiarazioni finali ribadivano ufficialmente il concetto di ruolo guida del partito ed escludevano categoricamente la possibilità di riconoscere un'opposizione. Tuttavia i riformisti riuscirono a far passare la proposta di convocare per il 9 settembre un congresso in cui, grande novità, i delegati sarebbero stati eletti e non nominati dai membri del partito. Un ulteriore tentativo di mettere in discussione il sistema si ebbe in giugno con il cosiddetto Appello delle 2000 parole, attraverso il quale gli intellettuali liberali del partito, in collaborazione con intellettuali stranieri, mettevano nero su bianco le loro proposte di azione. Dopo un lungo preambolo dove veniva tracciata la strategia per realizzare un socialismo dal volto umano, l'Appello entrava nel merito di quale tattica fosse necessario utilizzare affinché il congresso potesse proporre delle riforme incisive. Intanto, da parte degli alleati del Patto di Varsavia (Unione Sovietica, Polonia, Ungheria, Germania orientale e Bulgaria), riuniti in seduta nella capitale polacca, continuavano a fioccare ammonimenti rivolti al Comitato centrale cecoslovacco.

La dritta via, dicevano in sostanza, cioè quella del comunismo imposto dall'alto, della dittatura del partito unico e della censura, si stava troppo annacquando: sarebbe stato pressoché impossibile - e dal loro punto di vista non gli si poteva dare torto - conciliare la libertà di stampa, quindi la libertà di critica, con la funzione guida del partito comunista. Praga, ormai preda di uno splendido fervore che aveva coinvolto tutta l'opinione pubblica, pareva non capire le contraddizioni dei suoi progetti. O meglio, sembrava non capire che il sistema del monolitismo sovietico non era riformabile. Si poteva solo cercare di abbatterlo; con l'unica certezza di immolarsi epicamente ma senza risultato, come aveva insegnato Budapest dodici anni prima.

La prova di forza stava ormai raggiungendo il punto di non ritorno. Dubcek cercò di temporeggiare e, nei limiti del possibile, di opporsi alle ambigue proposte sovietiche. A luglio si rifiutò di partecipare al comitato consultivo del Patto di Varsavia a cui era stato convocato. E pochi giorni dopo non acconsentì a una richiesta sovietica di inviare nuova truppe sul territorio cecoslovacco per difenderlo da fantomatici tentativi di sovversione provenienti da occidente. Non era però possibile eludere il problema negandosi all'infinito al proprio tutore. Così, infine, Dubcek, accompagnato da un manipolo di fedelissimi, dovette acconsentire a incontrare Breznev, Kosygin e Suslov per ben due volte e nel giro di una settimana per la sfida finale. Il primo incontro avvenne tra il 29 luglio e il 1° agosto 1968 nella cittadina di Cierna, al confine tra i due Paesi. L'incontro "finì presto - scrisse poi Dubcek - in un vicolo cieco. Il dissenso tra le due parti era assoluto, come prima. Breznev e io ci limitammo a riaffermare le rispettive opinioni". Si diedero però un ulteriore appuntamento a Bratislava per il 6 agosto, assieme a tutti gli altri Paesi del Patto di Varsavia.

Ma anche questo secondo incontro non sortì effetto alcuno. Si decise solo di emettere un comunicato congiunto che in seguito ognuno interpretò a suo modo. Dubcek ne uscì soddisfatto perchè in un punto del documento si diceva che ogni partito comunista avrebbe risolto "in maniera creativa i problemi dell'ulteriore sviluppo del socialismo" e che, inoltre, restavano validi i principi "dell'eguaglianza, del rispetto della sovranità, dell'indipendenza statale e dell'intangibilità territoriale". Breznev, da parte sua, per giustificare la successiva invasione, si appoggiò a un passaggio dove a chiare lettere si affermava che la difesa e il consolidamento delle conquiste realizzate dagli Stati del blocco "sono un dovere internazionalista " degli stessi Stati. In stile succinto, non si trattava d'altro che della cosiddetta teoria della "sovranità limitata". L'Urss decise in quell'occasione di intervenire militarmente nel giro delle successive due settimane.

Dubcek invece continuò a confidare, nonostante il calendario non lasciasse più speranze, in una primavera senza fine. A nulla valse anche un ultimo tentativo segreto, portato avanti dal segretario magiaro Kadar il giorno di ferragosto, per indurre Dubcek a recedere dal suo programma politico. La calda notte tra il 20 e il 21 agosto vide l'intervento militare di Unione Sovietica, Polonia, Germania orientale, Ungheria e Bulgaria nel territorio cecoslovacco. Non ci furono scontri significativi, purtuttavia si ebbero trenta vittime e qualche centinaio di feriti. Il governo di Praga, così come aveva fatto contro Hitler, non si oppose alla forza bruta degli invasori. Dubcek fu arrestato assieme ai suoi più stretti collaboratori. Altri preferirono collaborare con i nuovi padroni.

La brezza di quella lunghissima e anomala primavera praghese riuscì a scompigliare appena il ferreo giogo dittatoriale sovietico. Che invece si scatenò immediatamente in una gigantesca epurazione: nei mesi successivi, per stabilizzare l'ordine a Praga, circa mezzo milione di persone furono costrette alle dimissioni o furono espulse dal partito (cosa che nei paesi comunisti, oltre a corrispondere a un marchio d'infamia, impediva l'accesso a lavori qualificati).

Gli intellettuali, i giornalisti e gli esponenti politici artefici della Primavera di Praga diventarono operai, camerieri, muratori. Dubcek finì a lavorare come manovale in una azienda forestale della Slovacchia.

L'appuntamento con la libertà, assaporato per così pochi mesi, era rimandato. Sarebbero dovuti passare ventidue anni prima che Vaclav Havel, da libero e democratico presidente della Cecoslovacchia, nel gennaio 1990 potesse finalmente affermare: "Tvá vláda, lide, se k tobê navrátila!" (Popolo, il tuo governo ti è stato restituito!).

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 

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