ANNO 1974 (provvisorio)

(SECONDA PARTE)

Dal febbraio del 72 fino a quest'ultimo governo Moro, si sono formati 6 governi; mai con la stessa formula e ognuno senza la minima idea di come affrontare le emergenze; di ogni tipo. Un brancolare nel buio;  il tempo per governare viene quasi totalmente occupato da manovre di corridoio nel Palazzo o nelle segreterie dei partiti, e soprattutto nei centri di potere occulti che ormai stanno condizionando tutta l'intera politica dei partiti, i vertici delle grandi industrie e perfino i sindacati.

FANFANI il 2 febbraio proprio sui sindacati ha acceso la miccia. Investe come un turbine il mondo politico-sindacale con le sue dichiarazioni sullo sciopero generale e sulla dibattuta questione dell'unità fra le confederazioni. Giustifica la sua sortita - che provoca ulteriori polemiche - con l'esigenza di voler proteggere il sindacato da "ipoteche politiche", perchè c'è qualcosa che non lo convince.

FANFANI  sta rivelando che la più pesante ipoteca politica degli ultimi anni è stata accesa sul processo unitario; sulla strategia che il sindacato nella sua piena autonoma determinazione si è scelta, sta discutendo da solo con la controparte per dare una risposta di massa alla preoccupante involuzione politica provocata dall'inerzia e dalla passività dei pubblici poteri. Insomma che si sta sostituendo  alla politica. Come  alcuni inviati esteri hanno già notato e affermato nei loro servizi.

La maggioranza dello schieramento sindacale è approdata alla conclusione che la relativa tregua concessa al governo deve considerarsi finita e che occorre far scendere in campo aperto la forza organizzata dei lavoratori. Ha pazientato, ma ora vuole scavalcarli i politici, vuole agire da solo a tu per tu con le forze produttive.

Il governo pur riconoscendo che si è di fronte ad una crisi di sistema e seguita a parlare  della necessità di costruire un nuovo modello di sviluppo, non si muove in altre direzioni, ripercorre quelle del passato,  mentre la situazione complessiva del paese tende a peggiorare paurosamente.

Le posizioni parassitarie, le rendite, i privilegi accumulati in questi anni non sono stati minimamente intaccati, mentre gli squilibri strutturali si sono aggravati. Persino alcuni laudatori del vecchio sistema ormai di fronte alla realtà cruda, confessano sui giornali che non si può sperare in una ripresa affidata al vecchio (ora si vede che è fallimentare) meccanismo di sviluppo, e che non si devono incentivare settori fuori dalla logica del mercato "moderno", ma stimolare quello che "tira", cioè i prodotti di consumo, quelli che mancano sul mercato e che causano inflazione, e la cui produzione è affidata alla spontaneità, all'imitazione, o per sentito dire.

 Nel corso di questo 1974, invece  le autorità monetarie italiane d'accordo con i governanti affermano: "Siamo in sintonia con gli aumenti dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali", e varano alcuni provvedimenti restrittivi, che invece di contenere vanno a favorire di fatto, la crescita dei prezzi e l'aumento del costo della vita.

Inoltre i lavoratori ricevono anche la doppia beffa quando da una parte l'inflazione fa calare a vista d'occhio i salari reali, e dall'altra contemporaneamente va a ridurre i debiti delle imprese dopo averne già scaricati i costi sui consumatori. Una cuccagna per le grandi imprese!

Ed infine c'è la terza beffa: chi ha portato i capitali all'estero può fare salti di gioia: il governo ha fatto a loro, favorendo la svalutazione della lira, proprio un bel regalo.

Ed infine l'ultima beffa che durerà più di venti anni; ogni piccola ripresa sul recupero delle entrate fatte con tanti sacrifici del Paese e soprattutto dai lavoratori è appena sufficiente a pagare gli interessi delle obbligazioni emesse; che  non sono certo in mano ai lavoratori ma ai benestanti e agli speculatori.
Gli interessi sono così allettanti che perfino le grandi imprese hanno investito una buona fetta del loro capitale in buoni del Tesoro (garantiti dallo stato), sottraendolo così i capitali agli investimenti. Che detto in altre parole è una rendita parassitaria. 

 La svalutazione, della lira sulle valute europee tocca nel corso dell'anno circa il 20 per cento. E favorisce solo le poche grandi industrie che esportano, ed è una manna per gli esportatori di capitali all'estero che così sono premiati; soprattutto coloro che lo hanno fatto nei precedenti mesi generando mancanza la liquidità nelle banche, già in crisi per la concorrenza che fa loro lo Stato nel drenare il risparmio privato con le obbligazioni che sono più attraenti, quindi in forte concorrenza.

Con le diverse restrizioni sui consumi e la liquidità bancaria, il governo (se governo si può ancora chiamare) riesce così a comprimere i consumi stessi e il credito. Lo fa con il metodo più banale Mette nuove imposte dirette, aumenta tariffe pubbliche, attua una forte stretta creditizia, inasprisce le misure fiscali anticonsumi, s'inventa la "gabella" 'una tantum su macchine, case, moto, barche ecc. e prende tanti altri strani e ridicoli provvedimenti   alcuni dei quali si riveleranno essere delle vere farse che faranno ridere i veri esportatori di miliardi e quelli che godono impunemente di corsie privilegiate per i "finanziamenti a pioggia" (e ridono ancora di più sapendo che le nuove entrate alimentano la "pioggia").

 Al turista italiano che si reca all'estero, sono imposte restrizioni valutarie con un tetto massimo appena sufficiente per un paio di giorni di soggiorno. Questo - si afferma - per non esportare capitali. (Le ridicole lirette del turista!! Mentre prendono il volo i miliardi a pacchi)

Qualcuno poi, rispolvera una legge medioevale e sottopone a chi importa dall'estero, un  deposito vincolato del 50% del valore della merce. Una pazzia che fa schizzare alle stelle pure i prezzi di quel poco che si produceva in Italia. Naturalmente i Paesi della CEE si fanno sentire, e criticano aspramente i provvedimenti italiani, che alcuni considerano come un tradimento dei patti, e accusano l'Italia di essere ritornata al tempo dei Comuni, di triste memoria medievale. All'autarchia del villaggio!

Furono dunque fatte solo su queste strade le scelte del governo e delle autorità monetarie italiane per la deflazione. Strade improvvisate, percorse con tanta superficialità, persino al buio e senza conoscerle, e in molti casi sono strade indicate dai forti poteri delle lobby sempre più condizionanti. E si scopre subito che è così, quando scoppia un grande scandalo già a febbraio.

 A FEBBRAIO mentre il CIP sta riunendosi per varare altri aumenti dei generi alimentari (!!!!) e per la seconda volta sta aumentando il prezzo della benzina, scoppia la "Truffa dei petroli". Gli italiani scoprono che gli aumenti non erano giustificati, e che ungendo con trenta miliardi di "bustarelle" i funzionari ministeriali e alcuni uomini politici, i petrolieri sono riusciti nel loro intento; a far andare a piedi gli italiani e nello stesso tempo mettersi nelle tasche montagne di soldi. Insomma hanno fornito dati falsi per ottenere l'aumento della benzina. In pratica se il semplice greggio era aumentato del 50%, loro hanno esteso il 50% al prezzo finale sulla benzina (quindi comprensivo delle imposte che sono l'80%). Il gioco era semplice: la benzina costava 200 lire, 160 erano tasse, mentre il carburante costava 40, che aumentato del 50% passava a 60 lire, totale 220 lire. Invece il 50% lo si applicò sulle 200 lire intere, portando così la benzina a 300 lire. In pratica si era aumentato l'effettivo costo del carburante del 250%. (altro che "sporchi arabi", i veri beduini l'Italia li aveva in casa. (vedi giornale dell'epoca). Un gioco sporco che non poteva non essere concordato se non con il governo, che, solo dopo che qualcuno (anche la semplice serva) aveva fatto i conti in tasca ai petrolieri, si è scandalizzato nello scoprirlo e si è messo a correre ai ripari; a chiudere la stalla a buoi scappati.

Infatti il disastro è già accaduto, tanti provvedimenti che non si dovevano prendere hanno già causato danni gravissimi, enormi a tutta l'economia: con l'alto costo dell'energia e a tutto l'indotto delle attività legate alla mobilità delle persone (tempo libero, turismo ecc.).

 Si verificano così due gravi fenomeni: nella grande industria dei beni durevoli non si produce più per la compressione delle vendite, mentre nella piccola in quella dei beni di consumo -ora indispensabile e necessaria per soddisfare il mercato interno- dopo gli alti costi energetici e le limitazioni delle importazioni (i depositi in contanti), viene anche strangolata dalla stretta creditizia con il conseguente rallentamento della produzione dei beni stessi. Quella automobilistica poi, e il relativo indotto, va a creare una forte recessione su tutto il comparto metalmeccanico del triangolo industriale con effetti paralizzanti. In settembre, si tocca il fondo, come vedremo nella cronologia dei fatti, dove la Fiat rischia la chiusura totale.

 Nella sua globalità tutta la classe politica è incapace (salvo pensare ad una diabolica collusione- vedi i petroli) di comprendere la nuova crisi; che è forse molto complessa sugli equilibri monetari, ma non su quella del mercato interno che essendo davanti al naso era impossibile non vedere.

Il cieco governo con le sue (intercambiabili) alleanze di governo  così poco omogenee e per troppi brevi periodi dentro la "stanza dei bottoni", seguita indiscriminatamente a finanziare con il denaro pubblico imprese non produttive e quelle che si rivelano (fin da subito) fuori mercato (vedi chimica e siderurgia) ma che una volta create con il sistema  clientelare  servono solo ad alimentare un assistenzialismo che in certi casi è totalmente parassitario, difficile ormai da eliminare o limitare. Confesseranno più tardi alcuni manager di aziende pubbliche: "Chiudevamo sempre ogni vertenza con i sindacati assumendo decine e centinaia di dipendenti che non servivano a nulla, ma solo per accontentare il sindacato, e noi per non avere problemi".

 Ma tutto questo è il male minore. Per distribuire questi finanziamenti agli innumerevoli carrozzoni privilegiati, oltre a dover far fronte alla spesa pubblica con quel poco che ha in cassa per fare questi sprechi di massa, lo Stato continua  a far debiti in un modo perverso.

Ricorre frequentemente all'emissione di obbligazioni a tassi così allettanti che riesce a drenare buona parte del risparmio privato. Fa così quindi mancare la liquidità bancaria, provoca l'aumento dei tassi passivi, e riesce in breve tempo a mettere tutto il sistema produttivo e creditizio  in crisi, causando   un deterioramento nei rapporti tra la forza sindacale e le aziende private, e infine con gli stessi lavoratori.

Il sindacato commette due grossi errori: Guarda alle erogazioni pubbliche e le confonde come interventi sociali e non si accorge che questi aiuti non sono per nulla mirati nei settori ora più importanti, ma arrivano solo a quelle aziende che non producono nulla ma vivacchiano solo con i soldi pubblici in piena  abulia;  l'unica energia e abilità che hanno gli spregiudicati  manager è solo quella di essere capaci a muoversi nei labirinti delle (clientelari) leggi che hanno mille rivoli per alimentare le proprie casse. Il secondo errore è quello di credere di poter ottenere gli stessi facili successi nelle aziende private, che non fanno i "missionari"  devono invece fare i conti non solo con i mancati profitti ma con la competitività, e ogni aumento del costo del lavoro cade sul prezzo finale. Qualsiasi tassa aggiuntiva paralizza un settore, anche quello che produce beni di consumo necessari e indispensabili. Con il doppio nefasto effetto: fa mancare i prodotti (che salgono di prezzo) e causa disoccupazione.

 E' bastata l'una tantum sulle semplici "500", sulle utilitarie della Fiat, per paralizzare l'intero mercato. Ai maggiori costi del lavoro si è aggiunta la tassa (l'una tantum) e l'aumento della benzina, che ha provocato un ulteriore disastro. Non ai ricchi, ma ai poveri.

Non così all'Alfa Romeo (dello Stato, classico esempio di sprechi), dove qualcuno fa i conti ai bilanci Iri: l'auto prodotta è venduta al pubblico due milioni, ma allo Stato costa quattro. Anche qui c'è la beffa, essendo un'auto per ricchi a pagare la differenza, visto che è un'azienda pubblica che si nutre di soldi dello stato, sono i poveri che quelle macchine non acquistano di certo, ma che paradossalmente però finanziano pagando ora più cari i servizi, pagando più tasse indirette, dover sborsare soldi (una tantum) per quello che hanno già acquistato.

 La soddisfazione delle conquiste sindacali, infatti, nel mondo dei lavoratori è di breve durata. Presi da una parte dall'alto costo della vita e dall'altra nel vedere che nulla si è fatto per soddisfare la domanda sociale in materia di case, di sanità, di trasporti pubblici, e che ogni piano d'investimento su questi settori inevitabilmente sono stati sempre rimandati, i lavoratori provocano un travaglio nelle stesse forze sindacali che si stanno ora interrogando quali linea scegliere.

Se nel pubblico impiego e nelle industrie pubbliche si sono strappate concessioni facili e in quelle private per ottenerle si è ricorsi a duri scontri, entrambe le "conquiste" si sono pagate a caro prezzo  nell'arco di pochi mesi. Una parte del sindacato vuole rivedere le strategie della lotta, ridiscuterle.

Quando l'inflazione inizia e innescare la spirale che vanifica ogni conquista, anche chi non capisce nulla d'economia ha compreso sulla propria pelle che così non si può più procedere, ogni conquista diventa solo un toppa che spesso è più piccola del buco.

 Dalla fine della guerra l'Italia non aveva più conosciuto inflazioni a livello di certi paesi sudamericani. Nel corso di dodici mesi balza quasi al 20 per cento, sull'intero costo della vita, quello contemplato nella scala mobile (il famoso paniere fatto su misura per un poveretto però; esiste ancora nel paniere il carbone e le sigarette Nazionali che non usano nemmeno i barboni dell'ospizio, e si parla di sapone da bucato che nemmeno le nonne negli sperduti villaggi di montagna usano più), mentre in certi settori, ormai diventati portanti nella società dei consumi gli aumenti sfiorano il 40 per cento, e alcuni beni non necessariamente di lusso anche il 60 per cento (la carne in pochi mesi sale dalle 2400 lire al kg a 4800 il 100%, lo zucchero dalle 260 a 520 il 100% e non si trova) perché le importazioni sono bloccate con vincoli (deposito del 50%) che solo le aziende a grande concentrazione di capitale si possono permettere d'importare (basti pensare alle migliaia di tonnellate di carne - il piccolo importatore doveva anticipare il 50% della somma; dove la prendeva una tale liquidità? E se al limite la prendeva in banca doveva pagare il 30%, sempre se aveva garanzie immobiliari.
Lo zucchero: (in una Italia che non era nemmeno capace di produrre barbabietola) "ma perchè importarlo? - si disse fra sè il monopolista produttore-  quel poco che abbiamo vendiamolo il doppio, così - pur essendoci calo di consumi - i profitti sono maggiori di prima".

 Dopo oltre trent'anni, l'Italia scopre o riscopre la produzione autarchica, ma non siamo questa volta alle Sanzioni imposte dagli altri Paesi. L'Italia si è messa le barriere doganali da sola, come ai tempi delle Zollerverein tedesche del '600. Soltanto che quelle barriere furono messe non per diminuire la ricchezza né per conservare la propria debolezza industriale ma semmai per rafforzarla, non come in Italia per distruggerla o impedire di farla nascere . Una Italia carente ora, perfino nella produzione agricola e zootecnica (quindi alimentare) in un Paese che fino a ieri era a vocazione contadina con a disposizione terre fertili, che in questo 1974 ormai sono ridotte a sterpaglie, abbandonate ad un vecchio contadino intento a coltivare qualche cespo d'insalata in terreni grandi come un orto o ad allevare un pollo nel cortile. Ma non solo nel Sud, anche nella stessa pianura Padana, in Lombardia, nel Veneto.
Agli allevatori, ai produttori di latte, si preferisce con le sovvenzioni pagare il latte il doppio di quanto costerebbe farlo venire dalla Germania, ma non si spende una lira per formare grandi consorzi, grande cooperative, erogare finanziamenti per le attrezzature.

 Per fortuna gli italiani non sono più quelli degli anni Trenta, il paese è mutato, e i piccoli artigiani, gli ex operai, i nuovi contadini, sfoderano tutta la loro creatività imprenditoriale, mettendo inizialmente tanto spirito di sacrificio e osando molto. Risultato: ottengono benefici propri e salvano l'Italia da due abissi dove si stava spingendo: uno, la bancarotta (l'Italia ha impegnato perfino le riserve auree), l'altro il pericolo di uno scontro sociale che non sappiamo fino a quali estreme conseguenze poteva arrivare se in soccorso non interveniva il sommerso, il " fai da te", la Terza Italia, gli stacanovisti dello scantinato, e infine il contadino per far ripartire quella produzione che era stata sacrificata sull'altare dell'efficientismo della grande mega industria votata ai beni opulenti che si stanno ora però rivelando inutili. (ora dicono che non sono necessari, e che per muoversi si può andare a piedi, che è anche bello e salutare. Lo dicono ora! Gli ipocriti! )

Erano beni che gli italiani quest'anno si rendono conto -e per la prima volta, dopo averli tanto desiderati- essere stridenti "patacche" messe di traverso come sbarre nel percorso dell'esistenza quotidiana;  è frustrante avere l'auto sotto casa ferma e poi a piedi andare a caccia di una bottega che ha un semplice chilo di zucchero in vendita (facendo la coda) diventato più prezioso dell'auto stessa.

 Insomma un brutto risveglio! Per fortuna senza traumi. L'italiano si rimbocca le maniche e parte a razzo verso l'autosufficienza;  in breve tempo il piccolo artigiano, sarto, calzolaio, panettiere, fabbro, falegname (che tutti hanno all'angolo) si può permettere con la sua bravura, la qualità e la creatività, di spiccare "il salto". In pochi anni il piccolo artigiano  addirittura inizierà perfino ad esportare in tutto il mondo. Bocciando tutti gli economisti, ciechi, ignoranti, prezzolati e attaccati al carro dei più impensabili e osceni compromessi.

  Gli unici a non soffrire  questa situazione (che durerà fino a quando ci sarà l'ultimo spicciolo in cassa, e nel governo l'ultimo incapace), gli unici a sguazzare dentro un mare di denaro pubblico sono i settori che assorbono ingenti investimenti per salvataggi camuffati come "interventi per la salvaguardia dell'occupazione"; sono quelle megastrutture industriali che ricevono finanziamenti con denaro che l'Italia con le scarse entrate non ha nemmeno in cassa, ma lo chiede quest'anno in prestito al Fondo monetario (un miliardo e 200 milioni di dollari - il 10 aprile) per continuare a sovvenzionare progetti faraonici che presto si riveleranno inutili e fuori d'ogni logica.

 Queste folli priorità ancora quest'anno fanno passare in secondo piano tutti quei numerosi problemi quotidiani dove invece si dibattono le piccole imprese, visto che il governo sembra non interessarsi alla produzione mirata a soddisfare la domanda di prodotti di prima necessità, ne' gli interessa l'occupazione reale, quella manifatturiera che veramente produce qualcosa di utile e necessario alla nuova società consumistica e che il distorto sistema di sviluppo ha del resto creato e promosso nei precedenti anni ignorando tutti gli altri aspetti economici collaterali, compresi quelli sociali.
Il danno nelle piccole province non era solo quello economico con l ' immiserimento territoriale, ma anche quello della sottrazione delle risorse umane che immiseriva ancora di più il territorio.
In questo '74 nel tratto Vicenza-Verona e dintorni (in quella fertile pianura dove oggi sorgono splendidi vigneti) c'erano i cartelli "zona depressa", come se si trattasse di aride zone dell'Africa!

L'Italia ha fabbricato auto ma non ha la benzina, fa lavatrici ma non ha detersivi, belle cucine economiche ma non ha la carne da cuocervi sopra, autostrade ma non ospedali, case, asili, scuole, servizi, trasporti; ha le campagne ma non ha i trattori, e i contadini li ha del tutto dimenticati, anzi  li ha trascinati in fabbrica a fare auto, moto, lavatrici, cucine, che adesso sono ferme.

Queste folli priorità sono state promosse dai governi che si sono succeduti solo per motivi clientelari, parassitari, elettoralistici che hanno portato solo voti alle proprie correnti.

Sembra che nessuno abbia tenuto conto e messo in programma qualcosa con una visione più globale e strategica.  Le  menti che si definiscono economisti dell'"età moderna" industriale, hanno del tutto ignorato la domanda dei beni essenziali, come quelli alimentari e quelli che sono ora del tipo "consumistici" ma che sono ormai diventati quasi necessari nella vita quotidiana.

Perfino il contadino più ignorante non alleva dieci vacche se non ha terreno sufficiente per fare il fieno, né può perennemente ogni anno chiederlo in prestito al suo vicino, perché dopo alcuni anni il debito supera il valore delle vacche. Questa é l'economia spiccia di un bifolco, che con la sua "teoria economica" si dimostra più intelligente di tanti economisti  accanto ai governanti che hanno guidato il paese in questi anni.

Che beffa! Hanno sollecitato per due decenni l'acquisto di un auto. Che è ora ferma, paralizzando tutto il settore, l'indotto e tutte quelle attività terziarie che il tempo libero ha fatto nascere con la mobilità. E cosa leggi sui giornali? che hanno scoperto che tutto questo settore parallelo non è piccolo. Che assorbiva tanta manodopera. Che produceva reddito. Ma che scoperta! La "Beppa" con la sua trattoria fuori porta (ora deserta)  lo sapeva bene che era così! Non ci voleva mica un economista per capirlo!

 Scendiamo alle piccole necessità quotidiane, i consumatori hanno scoperto da pochi anni l'uso dei prodotti della casa, per la lavatrice, per il bagno, la cucina, i pavimenti, la persona, ecc. eppure non esistono in Italia delle grandi aziende capaci di soddisfare questo mercato; neppure con il semplice e banale detersivo, la saponetta, la carta igienica ecc. In pochi anni mentre l'Italia finanzia le grandi cattedrali chimiche di base, regala l'intero colossale mercato a due ditte estere; una americana e l'altra tedesca, la Procter (Dash ecc) e l'Henkel (Dixan ecc.). Un mercato enorme che presto si rivelerà interessante, remunerativo, di consumo e così gigantesco pari a quell'alimentare, perfino a quello automobilistico, di dieci volte superiore a quello dell'elettrodomestico bianco.
La strategia di questi colonizzatori era molto semplice: era quella di Gillette. "Cari collaboratori, il profitto non lo si ricava nel vendere il rasoio una volta o due all'anno, ma nel vendere le lamette che vanno dentro il rasoio tutti i giorni per anni e anni".

Il fenomeno quindi non era nuovo, era già una realtà cento anni prima in America, quindi non c'era da inventarsi nulla, ma solo osservare. Purtroppo c'era la cecità, e si sono buttati al vento dieci anni di sviluppo per non aver capito come dentro le case stavano vivendo gli italiani. Non osservando nemmeno la propria casa, cosa acquistava la moglie o la serva alle botteghe. Purtroppo c'erano ancora nel Palazzo quelli del 1891, e i loro "nipotini" guardavano a est, all'Albania, ma intanto si vestivano da Fiorucci.

PASSIAMO ORA ALLA CRONOLOGIA DEI FATTI

CHE NON SONO SOLO QUELLI RACCONTATI SOPRA MA CI SONO ANCHE QUELLI CHE HANNO SCONVOLTO QUEST'ANNO L'ITALIA: IL TERRORISMO, LE STRAGI, GLI SCIOPERI SELVAGGI, LA TENSIONE SUL REFERENDUM, LE BARUFFE POLITICHE, IL CROLLO DELLA BORSA.

TERMINERA' L'ANNO CON UNA SCHIARITA SULL'ECONOMIA, CHE MORO AFFIANCATO A LA MALFA RIUSCIRA' A OTTENERE, QUANDO ORMAI NON CI SPERAVA PIU' NESSUNO

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FINE DEL 1974

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