ANNO 1978 - MESE DI GENNAIO

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4 GENNAIO - L'anno precedente è finito nella violenza, questo inizia con una serie di assassinii.  Una lunga serie. - Il gruppo degli Operai Armati per il Comunismo  uccidono il capo sorvegliante alla FIAT CARMINE DE ROSA. Le Unità Combattenti a Firenze assassinano   l'agente  STEFANO DIONISI. Lotta Armata per il Comunismo uccide il notaio GIANFRANCO SPIGHI. Il 14 le BR rivendicano l'assassinio del giudice RICCARDO PALMA consigliere di Cassazione e dirigente degli istituti di pena. FRANCO BIGONZETTI e FRANCESCO CIAVATTA due ragazzi simpatizzanti di destra sono freddati  a Roma davanti alla sede del MSI da terroristi di estrema sinistra, poi negli scontri   tra studenti e polizia  muore STEFANO RECCHIONI. Infine a Venezia al Gazzettino uccidono FRANCO BATTAGLIN un povero lavoratore con l'unica colpa, di essere  una delle tante guardie giurate messa a fare la sorveglianza davanti alle  banche e agli uffici.

12 GENNAIO - Dopo le ultime manifestazioni contro il governo, entra in crisi il Consiglio dei ministri di ANDREOTTI. Sta venendo meno la maggioranza della "non sfiducia", dove troviamo i comunisti insoddisfatti, ma anche ostilità da parte degli altri partiti che hanno finora sostenuto con l'astensione il governo, varato dopo il 20 giugno da Andreotti con la nuova formula (monocolore con l'astensione dei maggiori cinque partiti).
L'intera compagine governativa nell'anno 1977 come abbiamo già letto è stata tenuta in piedi dalle promesse, dagli accordi ambigui e da volubili intese solo per prendere   provvedimenti antipopolari, o far predicare a Berlinguer l'"austerità".  Interventi e appelli che non hanno soddisfatto nessuno, salvo quelli impegnati a ritagliarsi le solite "fette di potere" locale. Il mondo politico  sembra essere lontano dalle discussioni e dagli incontri programmatici sulle varie riforme e sulle "emergenze". I provvedimenti sono messi in cantiere con tanta buona volontà, ma poi finiscono per essere accantonati. Le opinioni di Berlinguer le abbiamo lette (in anticipo, quelle che sosterrà poi): che i patti sono sistematicamente violati, che lui è solo chiamato ai "confronti" - come ha etichettato Moro gli "incontri" - ma poi negli accordi gli uomini della  DC, in particolare un paio, non danno prova di elasticità, hanno il potere di esautorare chiunque, compresi quelli dello stesso partito e gli stessi uomini ai vari dicasteri incaricati di rendere fattibili i vari provvedimenti.

LA MALFA ancora a dicembre per evitare la paralisi nel Paese, in una intervista su Repubblica, ha  chiesto di far entrare il PCI nel governo. Ma anche ANDREOTTI segue la linea di MORO. Quell'ambigua, cui BERLINGUER si presta. "Con i comunisti sì al dialogo, sì alle intese, ma fuori dal governo". Metà elettorato italiano non conta nulla.

Dagli USA, fra l'altro, arriva proprio nel bel mezzo delle discussioni della crisi, l'ultima doccia fredda dal Dipartimento di Stato americano. Un invito (!) ai leader democristiani "a dimostrare fermezza nel resistere alla tentazione di trovare soluzioni tra le forze non democratiche. Il nostro atteggiamento, ricordatevi,  nei confronti dei comunisti non è mutato per nulla".
(una frase e un intervento che risulterà poi molto utile  dopo la strage di via Fani e la fine di Moro. - Ne riparleremo

16 GENNAIO - E' l'ultima riunione per trovare una via d'uscita alla crisi. Al tavolo PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI, e la DC. La riunione termina in un fallimento. ANDREOTTI è costretto a rimettere il suo mandato al presidente della Repubblica LEONE, che però due giorni dopo, lo riconvoca e gli affida nuovamente l'incarico di formare un nuovo governo. La cui gestazione come vedremo sarà  lunga e laboriosa, 55 giorni di consultazioni, e che al momento del varo (16 marzo) accadde quello che verrà considerato per anni  il più drammatico  mistero d'Italia: la "Strage di Via Fani", il rapimento di MORO. Che spaccherà in due le forze politiche nei 55 giorni del sequestro e che si concluderà nel modo più drammatico con la (altrettanto misteriosa) immotivata (!?) "esecuzione" dello statista.

A gestire politicamente questo "anno tragico", a essere "il protagonista dell'anno più tenebroso d'Italia" (la frase è di Dino Zannoni nell'annuario storico 1978 di Storia Illustrata) è GIULIO ANDREOTTI.
Uomo onnipresente in ogni governo, ma mai un protagonista. La sua connotazione politica anche se cattolica non è semplice per definirla.
"Avere un accredito in qualche sede autorevole, curiale diocesana o romana è la prassi più diffusa dei politici per avere strumenti di acquisizione e mantenimento servile della Chiesa" scriverà il suo biografo Orfei. E nessuno ha avuto più accrediti di Andreotti da quando De Gasperi lo conobbe come un singolare studente diciannovenne nella Biblioteca Vaticana (stava cercando un libro sulla marina pontificia - e come Colombo, cercando le Indie trovò in quella sede la sua America - appunto De Gasperi "recluso" dentro le mura vaticane). Uomo di "chiesa", Andreotti pur rimanendo (acquistandosi così fama)  cattolico laico è un antitemporalista. "In Chiesa De Gasperi parlava con Dio, Andreotti col prete" (se non andiamo errati é una citazione di Montanelli). "Comunque non è esagerato stimarlo aconfessionale e aclericale" dirà Ronchey, che prosegue così nel suo profilo:

"Il 20 giugno al luogo comune che il potere logora egli eccepì subito che "il potere logora chi non ce l'ha". Egli conosce nei dettagli la soffice macchina amministrativa romana, essendo stato ministro in quasi tutti i dicasteri, deputato a ventott'anni, prima di trenta già sottosegretario e ministro diciotto volte. Chi dovrebbe aggiustare una macchina sfasciata, se non chi ne ha maneggiato tutti pezzi? Ha intimità ineguagliabile con la Curia e il clero laziale, legami con l'alta burocrazia e l'alta ufficialità, ingegno acuto, pronto, versatile ma senza slancio e poi freddezza, freddezza e "sangue di ghiaccio". Ma sarà vero? 600.000 persone scrivono con diligenza sulla scheda che mettono nelle urne: Giulio Andreotti. Com'è possibile? Lui risponde  "...perchè ho un ottimo rapporto umano con gli elettori". Altri dicono che "la sua segreteria è la più organizzata centrale di raccomandazioni, in questa... società disorganizzata.

Quale sia la sua connotazione politica è ora la questione essenziale. Fino al governo Malagodi poteva sembrare a certi reazionari intelligenti della storia, profeti dello scetticismo, spiriti acuti, un uomo in conflitto con vano e disastroso ottimismo degli agitatori di folle. Ma nel marzo del '75 improvvisamente accennò a farsi da parte, quando le  elites si stavano accalcando a sinistra; Andreotti stava meditando di trasferirsi a Bruxelles, in polemico esilio. Poi tutto é cambiato.

Dopo le rivelazioni sul SID e la chiassosa intervista (Espresso, ottobre '74) "il classico uomo di destra riuscì in pochi mesi a stravolgere la sua figura". Il fine politico ora di Andreotti è "un ordine  piccolo-borghese intorno a cui far convergere anche i partiti di sinistra". Vorrebbe essere  l'amministratore delegato della stabilità bipartitica DC-PCI. Purchè il quadro sia quieto e stabile, egli si prepara forse a una gelida eternità di atti amministrativi a Palazzo Chigi componendo con arte meticolosi compromessi. Ha fiducia in sè, ha definito se stesso "una persona consapevole  dei suoi limiti, ma anche sicura di non vivere in un mondo di giganti".

"Ammettiamo che vada bene, che fra compromessi e amministrazione, ordine piccolo-borghese, e partiti di sinistra, quel potere che logora chi non ce l'ha  resti nelle sue mani. E dopo? Egli può rispondere che non si propone grandi cose, ma piccole, estranee a ogni solenne "senso dello scopo". E questo é bene, visto che più grandi sono le idee e maggiori le tragedie del nostro tempo.  E dopo? E dopo - risponderà uno come Andreotti - e dopo basta, abbiamo finito." Alberto Ronchey, Corriere della Sera.

Il potere come vedremo logorerà anche lui, e purtroppo logorerà anche il Paese. Il potere fortissimo (più del suo) corromperà la politica e ucciderà la speranza nel cuore di molti onesti. 

24 GENNAIO - LAMA scatena nuovamente polemiche sia nelle masse dei lavoratori, e sia negli stessi sindacati   CISL e  UIL, e perfino all'interno della sua CGIL, con   MARIANETTI che lo critica. Il suo pensiero controcorrente é in un'intervista su la Repubblica. Oltre che proporre ai lavoratori nello stile berlingueriano "una politica di sacrifici non marginali ma sostanziali" (lo fece anche Mussolini questo discorso, nel presentare il suo Partito ai lavoratori ex socialisti) nello stesso tempo accenna all'idea che "il salario non può essere considerato una variabile indipendente". (addio Marxismo!)
Ma negli ultimi dieci anni tutti i sindacati non  avevano sostenuto questa linea, ed ora hanno difficoltà nel difendere le idee di Lama.  L'incomprensione fra di loro sta nascendo, e ad approfittarne, per riconquistare il terreno perso nei critici dieci anni è ora la controparte. Mentre il sindacato si sta avviando verso una mezza sconfitta, non già ad opera del padronato, ma dei capi intermedi che saranno appoggiati (nell'80) perfino da una larga frangia di operai che contestano proprio i sindacati;  con la conseguenza che entreranno in  crisi di rappresentatività proprio le confederazioni.
Ma all'assemblea del prossimo mese (14 febbraio, a Roma, all' EUR) sembrano rientrare le polemiche dell'intervista di Lama su Repubblica; i consigli generali e i quadri dei tre sindacati approvano la sua linea dura da diffondere ai lavoratori. A cui non sfuggono queste critiche, le manovre e gli  "inciuci" vari. E non sfuggono nemmeno agli estremisti di ogni colore.  "Arrabbiati" chi per un verso chi per un altro, ci sono i rossi, i bianchi, i neri e i neri neri del mondo cattolico.

FINE GENNAIO

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