ANNO 1978 - MESE DI MARZO

 

1 MARZO - Nelle librerie esce il libro di CAMILLA CEDERNA. Sarcastico e conciso, il libro si snoda veloce in 250 pagine, descrivendo l'uomo dal suo affacciarsi alla vita pubblica fino al suo declino. (ma l'intero libro é uno spaccato dell'Italia di questi anni Sessanta e Settanta. Un intreccio vorticoso della politica e affari e dei grandi segreti. Nonostante la grande tiratura, 700.000 copie il libro è sparito dalla circolazione. Perfino nelle biblioteche non ne esiste una copia.)

CAMILLA CEDERNA, la giornalista che con le sue inchieste scandalizzo' quella mezza Italia che contava, suscitò clamore con il libro "La carriera di un Presidente", raccontando senza alcun ossequio alla grande  personalità dello Stato e i retroscena poco chiari del sesto presidente della Repubblica Italiana. Il libro accusato di diffamazione fu sequestrato, condannato al rogo, tolto dalla circolazione. Ma ottenne il suo scopo. Il Presidente si dovette dimettere quando vennero fuori in modo piu' chiaro alcuni interessi privati dei suoi figli in operazioni finanziarie risultate ineccepibili legalmente ma moralmente scorrette.

Leone per il contenuto incandescente del libro, aveva querelato la Cederna e il direttore dell' Espresso ZANETTI, per diffamazione; ma fu un boomerang, alcune rivelazioni su alcune disinvolte operazioni finanziarie causarono nei suoi confronti una feroce campagna di stampa,  che culminerà prima con plateali manifestazioni (Radicali) davanti al Quirinale invocando le sue dimissioni, poi il PCI le chiese formalmente. Avverranno il 15 giugno con un drammatico annuncio alla Tv. (vedi giugno)

Un risvolto inquietante all'interno del libro. Quello di un singolare personaggio allora a livello nazionale ancora ignoto. NINO PECORELLI. Era un avvocato; 51 anni; un volontario della guerra di liberazione, insignito della più alta decorazione dal generale americano Anders. Sul singolare foglio d'agenzia che aveva fondato (OP - Osservatorio Politico - Solo più tardi divenne una rivista), iniziò lui a rivelare i particolari scabrosi (anche i minimi) sulla vita privata e sugli affari del presidente della Repubblica Leone e famiglia (fino al punto che ci furono trattative di natura economica per farlo tacere). Nel famoso libro che scatenò la guerra all'inquilino del Quirinale, Camilla Cederna, su Pecorelli scriveva un capitolo: E' il Sid che spia? "L'agenzia di Pecorelli, da sempre passa per essere un'agenzia del Sid, una emanazione del generale VITO MICELI che ne era il capo dal 1970. Si dice che a Op diano notizie una certa fazione, attenzione, attenzione, alcuni dorotei di RUMOR". Pecorelli lo ritroveremo poi protagonista di tanti fatti nel 1978 e 1979 ( generale Dalla Chiesa, delitto Moro, Andreotti, Scandalo petroli, Scandalo Italcasse, Soldi a Forlani, Scandalo Ambrosiano, Calvi, Sindona, Ambrosoli, Ior, ecc. - vedi relativi anni e mesi)

9 MARZO -  a Torino inizia il processo ai 50 brigatisti delle BR. 28 a piede libero e 22 detenuti in carcere. Sono ritenuti i capi storici delle BRIGATE ROSSE. (Curcio, Franceschini, Bassi, Gallinari, Ognibene, M. Moretti, N. Mantovani, Semeria, Pisetta, ecc)

Processo molto difficile, rinviato  come abbiamo già letto, fin dal maggio dello scorso anno per la continua defezioni degli avvocati del collegio e dei   giurati minacciati di morte. Parole non vaghe visto che è stato assassinato il presidente dell'ordine degli avvocati CROCE. Mentre per la giuria popolare é stata alla fine nominata d'ufficio ma a mezzo sorteggio, ma la metà dei nomi usciti dalle urne é stata colta da una "sindrome depressiva", come hanno riferito i medici che li hanno visitati, dopo che metà di loro non si sono presentati al processo.

Si apre dunque il processo alle ore 10,40 del 9 marzo. All'entrata dei brigatisti CURCIO consegna il suo proclama al presidente che rinuncia a leggerlo, ma incarica uno di loro a farlo. Legge FERRARI con voce tonante. Minacce contro i giudici togati e quelli popolari, i difensori e lo Stato, e contro la radicale Aglietta che si è offerta coraggiosamente di far parte della giuria transfuga.  Infine il grido di guerra: "Questo non è un processo ma un momento della guerra di classe, un episodio dello scontro più generale".
L'atteggiamento dei cronisti nel riportare la cronaca di queste ore è ambigua. Anche nello stesso giornale (come quello riportato, l'Unità del 10.3) Ibio Paolucci scrive in un modo "truculenti minacce, voce di Ferrari tonante e precisa, gridi di guerra, ", mentre a fianco Massimo Cavallini ne fa un resoconto macchiettistico: per lui sono chiassosi brigatisti, il processo è una caotica normalità, la voce di Ferrari è stentorea e confusa, e il proclama di scarso interesse con nessuna minaccia clamorosa".

L'11 MARZO dopo 55 giorni di crisi ANDREOTTI vara il suo (il IV) contrastato e molto discusso governo  monocolore (+ SVP) con l'intenzione di farsi appoggiare dal PCI, non senza forti polemiche con i parlamentari democristiani, e di altri partiti come il MSI e il PLI
Del resto Moro nella DC, dal 28 febbraio al 1° marzo, all'assemblea dei gruppi parlamentari democristiani, ha perorato la costituzione di una maggioranza programmatica e non politica dei comunisti. Non un accordo, ma un confronto col PCI su cosa fare per il bene del Paese.

Il dibattito interno, ha confermato che la grande maggioranza della DC non vuole l'accordo politico con i comunisti, ma Moro ha insistito accoratamente e perfino drammaticamente, nel sostenere la necessità e l'utilità di un'intesa con il PCI. "Perché siamo in una emergenza". (il suo discorso, all'inizio di queste pagine 1978)
In poche parole esplicitamente ha chiesto "un po' di aiuto" a BERLINGUER per superare i seri contrasti sui problemi di economia, dell'ordine pubblico e della riforma della Polizia. E proprio queste ultime hanno provocato le più serie preoccupazioni ai parlamentari democristiani.

MORO ha ammesso che le elezioni potrebbero rendersi inevitabili   solo "se venissero messe in gioco le ragioni vitali della democrazia italiana e del ruolo altrettanto vitale, della DC" ma ha anche definito "suicida" la linea di quanti preferiscono il ricorso agli elettori piuttosto che la maggioranza politica con il PCI. Suicida perché le elezioni anticipate potrebbero essere gestite da un governo non democristiano. "E' possibile "andare avanti in modo lineare" con le trattative "senza menomare l'identità della DC" ma adottando flessibilità costruttiva per "salvare non tanto il nostro potere quanto la democrazia italiana".
Il discorso come quello dello scorso anno alla Camera per il processo Gui-Tanassi, è anche questa volta duro e accorato, con la variante che  non sono i comunisti i destinatari, ma è indirizzato a quelli dello stesso suo partito, in cui molti, i maggiori esponenti tacciono, altri invece attaccano, e forse qualcuno complotta. (con chi? Forse con i comunisti, ma non del PCI ma con i Russi, che non hanno proprio intenzione di sconvolgere i Patti di Yalta.

Gli interventi critici e fortemente polemici nei  confronti di Moro non sono infatti mancati, in particolare quelli di GAVA, MAZZOTTA, DONAT CATTIN, FERRARI, CICCARDINI, PEZZATO, MORA, CAVALIERE, CACCHIOLI, BOFFARDI, MEUCCI, VINCENZI, GRASSINI, DE GIUSEPPE, FRACASSI, BARBI, AMADEO, AZZARO, DE CINQUE, BERTOLANI. Preannunciati altri interventi critici di SCALFARO, SEGNI, DE CAROLIS, ROSSI DI MONTELERA.

Gli unici che hanno parlato a favore sono: DE MITA, POMICINO, MASTELLA, LUCCHESI, SILVESTRI, SANZA, ROSINI, REBECCHINI, TRIFOGLI E TASSONE.
Dibattiti molto sostenuti negli stati maggiori del partito di Moro, fino a notte alta per approvare alla fine quattro documenti: due critici e due a favore, che proprio perché molto diversi, come posizioni, i vertici hanno dovuto riassumerli con molte difficoltà in un solo documento. E non è stato facile.

16 MARZO - ANDREOTTI (di destra ma stranamente con alle spalle MORO, l'ispiratore di questa "linea del Piave")  è alle sue ultime battute. Deve recarsi alla Camera esporre il suo programma di governo ed avere la fiducia per costituire il suo IV governo  sostenuto dal PCI-PSI-PSDI-PRI. Ma la stessa mattina del ...

16-MARZO - Alle nove meno un quarto Aldo Moro salutò la moglie, prese le borse, scese le scale e salutò gli uomini della scorta. La macchina di Stato si mise in moto e dopo pochi metri, in via Fani, venne fermata da una pioggia di fuoco. Undici terroristi appartenenti alle Brigate Rosse) (alcuni travestiti da piloti Alitalia), con un blitz fulmineo spuntarono da dietro le siepi e colpirono con armi automatiche le due auto. Novantuno colpi con cui sterminarono i due carabinieri a bordo dell'auto di Moro ( Ricci e Leonardi) e i tre poliziotti che seguivano con l'altra auto (Jozzino, Rivera e Zizzi).
Fecero scendere il Presidente della Dc, lo caricarono su un'altra automobile e, dopo un rapido cambio di vettura, giunsero nell'allestita "Prigione del popolo", dentro un anonimo appartamento della Magliana, in Via Montalcini al numero 8.

Con vari ultimatum, pena la vita dello statista, le BR chiedono un riconoscimento politico del loro movimento e la liberazione dei brigatisti sotto processo a Torino. PCI-DC sono per la "fermezza", "rifiutare ogni compromesso", il PSI è invece per la trattativa. Passano 53 giorni di lacerazioni politiche, fino a quando il 9-Maggio viene ritrovato il corpo di Moro assassinato dentro il bagagliaio di un auto, quasi nella stessa via dove ha sede la Democrazia Cristiana e la sede del Partito Comunista.

Ai funerali sono presenti tutti i partiti, ma è assente la famiglia, che polemizza (e polimezzerà sempre) "la fermezza"; di aver escluso degli spiragli per trattare la vita del loro congiunto e di avere abbandonato al suo destino e con cinismo, lo statista.

Tutte (ma non tutte - anni dopo nel 1990, in un vecchio covo delle BR furono trovate altre lettere di Moro, terribili, contro i suoi "amici" politici. E non si capisce perchè non furono inoltrate visto che erano infamanti sulla classe politica che "non operava certo per la salvezza") le 86 lettere inviate da Moro durante la sua prigionia (che riportavano alcune riflessioni sulla politica italiana oltre a molte critiche su alcuni suoi colleghi di partito, non furono prese in considerazione perché si ritenevano - tali missive e i contenuti - estorti dai suoi carcerieri. "Scritti, - si dirà -  umanamente comprensibili (!!!) ma politicamente non credibili, ne' accettabili".

Nelle 86 lettere scritte dalla prigione, Moro disegnò invece scenari chiari, ma lanciò anche messaggi che agitarono il quadro politico, spaventando i possibili salvatori. Fu infatti duro nei confronti del partito - che era stata la sua casa per un trentennio - perchè non trovò soluzioni apprezzabili per tirarlo fuori dalla secche. "Resta, in questo momento supremo -scrisse l'8 aprile- la mia profonda amarezza personale. Non si è trovato nessuno che si dissociasse? Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro".

Una lunga storia questa, di cui dopo trnta anni non si è mai ancora saputo nulla, nonostante siano stati catturati e condannati gli esecutori dell'omicidio e i fiancheggiatori del sequestro.

Rimangono molti fatti sconcertanti: la gestione del sequestro e gli interrogatori fatti a Moro. Da lui, i sequestratori che si erano militarizzati in bande, affermando che lottavano per  l'impellente bisogno di comunismo in Italia, vennero a sapere che c'era in  forma clandestina nel Paese l'organizzazione GLADIO. Non strana, visto che in ogni Paese dell'Alleanza c'era qualcosa di simile. Ma molti autorevoli politici democristiani (oltre gli italiani) non ne sapevano nulla. E Fanfani (pur uomo potente) era uno di questi.
Dunque, se i carcerieri di Moro erano "rossi", bastava già solo questa rivelazione esplosiva all'opinione pubblica italiana per mettere in difficoltà tutta la DC, e far crollare la linea della fermezza dei democristiani. Con la rivelazione di Gladio assieme ad altre lettere in cui Moro accusava i politici (vennero alla luce solo dodici anno dopo) le Br potevano distruggere l'immagine dello Stato, che era quello che poi volevano; e forse avrebbero fatto anche "svegliare" Berlinguer.
Ma non lo fecero!
Se erano "neri" o "bianchi", altrettanto una buona "arma" per eliminare le potenti correnti antagoniste nel rivelare a molti che non sapevano nulla di Gladio, e nulla sapevano del fantomatico golpe del Piano Solo (nella lista dei "enucleandi" non c'erano solo "rossi" ma a quanto sembra pure alcuni democristiani inaffidabili - si erano accorti che qualcuno faceva il doppio gioco?).
Ma non lo fecero!
Il mistero del "Caso Moro", che non verrà mai risolto, sta proprio in questa riflessione. La sua uccisione é quanto meno azzardato inquadrarla nella situazione politica italiana di questo periodo. Cioè, il famoso compromesso e l'appoggio dei comunisti al governo, anche se non gradito agli americani e nemmeno ai russi (!). Se nell'ipotesi gli americani avessero voluto far fallire questa intesa, non c'era bisogno di rapirlo, nè di processarlo nella "Prigione del Popolo", l'avrebbero fatto assassinare subito e basta. Morto lui "le tentazioni di trovare soluzioni tra le forze antidemocratiche" più nessuno le avrebbe avute. E la colpa andava implicitamente al terrorismo "rosso", ed esplicitamente ai comunisti. 

Anzi, gli americani si attivarono, e inviarono in Italia uno dei maggiori esperti del terrorismo mondiale: STEVE   PIECZENIK. Giunto a Roma in mezzo a gente che sembrava non sapere cosa fare, si ritrovò invece  scomodo  quando suggeriva la strategia e le tattiche da seguire per portare a termine con successo il negoziato con le BR. In seguito scriverà: "Troppe scuse furono addotte per giustificare il perchè  i miei suggerimenti non potevano essere seguiti. Presto ho avuto la sensazione che non vi fosse la volonta' politica di salvare Aldo Moro, e ho intuito che la mia presenza in veste di esperto serviva solo a legittimare le indagini del governo italiano; per questo me ne sono andato prima del previsto". (sembra il suo racconto, quello di Taylor a Roma con Badoglio, pochi giorni prima dell'8 settembre '43).

Mai più Piecznik immaginava che sarebbero stati accusati gli americani della Cia. Infatti l'8 agosto fu pubblicato sul periodico Panorama, un articolo dal titolo "Moro come Kennedy" a firma di Filippo Ceccarelli. Il punto chiave di questo articolo era la tesi secondo cui l'eliminazione fisica di Moro dalla scena politica era molto probabilmente opera degli americani dato che gli americani avevano motivo di essere delusi da Moro (qui venne comodo la nota di Gardner - che abbiamo citato il 28 febbraio scorso)   a causa sia della sua linea politica interna, come ministro degli affari esteri, sia della sua politica interna, in particolare per quanto riguardava l'apertura ai comunisti nella maggioranza di governo.
Una linea questa che verrà decisa al Consiglio della DC  del 29-31 giugno, quando ZACCAGNINI tenne effettivamente un simile discorso al meeting, e subito dopo   FRACANZANI propose di istituire una commissione per far luce sul coinvolgimento dei servizi speciali stranieri.

 

18 MARZO -  Vengono assassinati FAUSTO TINELLI e LORENZO IANNUCCI, chiamati Fausto e Iaio. Facevano parte del Centro Sociale Leonavallo.
"Erano due ragazzi che frequentavano assiduamente il centro sociale Leoncavallo e ....sembra che in quel periodo il Leoncavallo stesse redigendo un libro, denominato Libro Bianco, sugli spacciatori di eroina a Milano. Una sera mentre uscivano dal Centro Sociale, sono stati uccisi, non si sa bene da chi, sembra da fascisti, o per lo meno cosi' si diceva ai tempi,....ma credo che alla fine li abbiano uccisi per intimorire il centro a non continuare sulla denuncia dell' eroina a Milano.
Fecero il funerale pubblico e tutte le scuole di milano parteciparono in corteo, c'era veramente tanta gente...(By, Fabrizio)

29 MARZO - Nel teso clima della "strage di via Fani" e con Moro in mano alle BR, si apre a Torino il congresso del PSI. Si confrontano due correnti, quella di CRAXI-SIGNORILE che ha la meglio con il 63% su quella di MARTINO-MANCA che poi si scioglierà. Nel congresso l'argomento dominante é naturalmente il rapimento di Moro, e  quale atteggiamento assumere, quale strategia da adottare. La posizione sembra netta, ed è quella di prendere le distanze dalla DC e dal PCI  e dalla loro "linea della fermezza". Il PSI si attiva dunque per condurre delle autonome trattative trovando canali privilegiati per entrare in contatto con esponenti di Autonomia.

MA ANDIAMO ORA NEL MESE PIU' OSCURO E DRAMMATICO
DEGLI ULTIMI ANNI DELLA POLITICA ITALIANA:

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