ANNO 1978 - MESE DI MAGGIO

a1978za.jpg (16650 byte)a1978h.jpg (11171 byte)

1 MAGGIO - Appello della famiglia MORO ai dirigenti DC. E' un accusa d'immobilismo ai sedicenti   "amici";  un invito a non considerare pazzo il loro congiunto, ma ad assumersi responsabilità,  convocando il Consiglio nazionale della DC come ha indicato lui, l'uomo che ne è ancora il suo Presidente; scrivendo "non serve negare la dura realtà, occorre invece affrontarla con lucido coraggio".

3 MAGGIO - La vicenda Moro passa dai partiti al governo, e dal governo al Parlamento. La direzione della DC, infatti,  ha deciso di lavarsene le mani del "caso Moro" e d'investire  il governo. Una mossa che annulla così il successo tattico ottenuto due sere prima da CRAXI alla sede della DC, quando una piccola ma autorevole parte democristiana sembrava  impegnata a dare un giudizio positivo sulle proposte indicate dai socialisti. Troviamo, infatti, FANFANI - l'unico della vecchia guardia - a difendere il suo storico "nemico" e a schierarsi con i socialisti per la rottura  del fronte della fermezza pur di salvare Moro, anche a costo di spaccare (ed è prevedibile che questo accada)  il suo partito, la DC (Vedi giorno 8).

ANDREOTTI ora svincolatosi da Piazza del Gesù, a nome quindi del governo che presiede,   in Parlamento, ai giornali e direttamente in Tv,  ribadisce un secco NO a qualsiasi trattativa.
CRAXI per la vita di Moro aveva chiesto alla DC; "ma almeno liberatene uno di brigatista, che non ha reati gravi di sangue, magari uno malato". Ma la DC non cede. NO! e poi NO!
Nell' "occhiello" sopra di Repubblica MIRIAM MAFAI racconta questa "notte drammatica"  alla sede della DC, che  però i democristiani   negano essere stata tale. " L'attacco di Craxi é stato molto duro, "spietato", "allucinante", diretto personalmente a Zaccagnini, il duro".

5 MAGGIO - Giunge alla stampa il Comunicato N.9. "Moro è stato condannato a morte. Concludiamo la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza". - Altre convulse trattative. Polemiche tra PSI e il PCI e gli altri partiti che insistono sulla necessità della fermezza. Il comportamento del PCI - secondo alcuni - fu negativo, secondo altri  "nell'aver scelto  Berlinguer questa linea  contribuì a salvare l'Italia dallo sfacelo sia pure a prezzo della vita di Moro (Montanelli). Ma forse la ragione principale era che se il PCI si schierava dalla parte dei brigatisti  si sarebbe detto che c'era connessione tra loro e l'area dei combattenti. Ed era l'ultima cosa che voleva fare Berlinguer dopo aver preso da tempo le distanze dai "figli ribelli". Il suo appoggio al NO non fu  una scelta volontaria ma una necessità. (forse anche "imposta" dai dirigenti sovietici che da tempo non gradivano che si stringessero rapporti con organizzazioni della lotta armata in Italia. E mentre circolavano in Italia voci secondo cui alcune basi delle BR erano ubicata in Cecoslovacchia, nello stesso tempo circolavano voci che c'erano forti pressioni dei sovietici sul PCI a non sollevare questa questione.

6-7 MAGGIO - Due giorni di stallo. L'attesa é plumbea. Ma quel gerundio (eseguendo) lascia però aperta la speranza. Chi si è attivato nel cercare una soluzione non demorde. Spiragli di ottimismo ci sono. Nelle stesse BR la linea dura è cambiata. CURCIO ha trovato con GUISO (suo avvocato,  che così inizia a fare la spola Torino- Roma per il PSI) la soluzione per far uscire fuori dal vicolo cieco le due parti: "basta che liberano un uomo solo, facendo intervenire magari la Caritas per salvare la faccia. Se non lo fanno vuol dire che Moro lo vogliono morto".

8 MAGGIO - Tarda serata, notte fonda. Viene deciso in poche ore il destino di Moro. FANFANI incontra a Palazzo Giustiniani i socialisti che hanno in mano la soluzione "Curcio-Guiso"  Nell'estremo tentativo di salvare la vita al collega, Fanfani ha deciso e si appresta a parlare e a leggere il mattino dopo, giorno 9 maggio, alla riunione della Direzione della DC, una dichiarazione con un riconoscimento delle BR come "formazione politica", e come tale l'eventuale scambio di due prigionieri di uguale valore politico. Leone aveva già la penna in mano per firmare la grazia alla terrorista in carcere, Paola Besuschio. SIGNORILE che guida la delegazione socialista dice che non basta solo Fanfani, ci vuole una dichiarazione ufficiale del Segretario politico del partito, Zaccagnini.
E qui siamo al punto critico. Al punto del non ritorno. Ancora poche ore e si assisterà o alla spaccatura della DC o al proseguimento della  la linea della fermezza, che significa firmare la definitiva sentenza di morte di Moro. Se c'era un perverso gioco politico - come aveva immaginato Moro - non poteva che finire così.

Sulla capitale, nella notte, in un certo ambiente, non vennero evocati i portatori di saggi consigli, ma si sollecitò la "signora" a intervenire con la falce in mano. Infatti, il mattino del 9, le BR, non attesero l'esito dell'intervento di Fanfani alla riunione della direzione DC. Alle ore 9 le BR uccisero Moro. E uccisero anche la speranza di un riconoscimento politico. Ora in caso di cattura non  potevano più appellarsi per questo e altri delitti alla convenzione di Ginevra come soggetti politici. All'orizzonte solo ergastoli. Addio sogno di diventare un partito rivoluzionario. Tutto finito. Con tanti errori. I protagonisti che li hanno commessi: ancora un mistero!

9 MAGGIO - Ore 13.30. Una telefonata anonima delle BR informa un amico della  famiglia Moro, che il corpo dello statista  si trova in via Caetani, vicino a Piazza del Gesù (sede della DC) e via delle Botteghe Oscure (sede del PCI). Questo luogo in cui é stato fatto ritrovare il cadavere di Moro é un  gesto di sfida  lanciato contro lo scudo crociato e i comunisti accusati di connivenza. (ma forse anche l'incontrario, con qualche "traditore" all'interno della DC)
Il suo corpo crivellato di colpi é dentro,  riverso, nel bagagliaio di una utilitaria Renault rossa. 
Si conclude così nel dolore e nello sdegno una delle pagine più oscure d'Italia, in questo 9 maggio 1978. Una data storica tristissima e atroce per ogni democratico che sente e sa di aver perso non soltanto Moro ma (amici e avversari)  un punto di riferimento essenziale nel procedere nel faticoso cammino della democrazia e della vita civile italiana.

Le polemiche che sono poi seguite su questa vicenda non hanno esaurito l'attenzione di ogni cittadino  nel corso dei successivi anni.
Sono emerse mille verità, dentro la DC, nelle file del PCI, e negli altri partiti, e tante contraddizioni anche dentro i brigatisti e perfino nelle stesse istituzioni, negli inquirenti.  Da molte (ma non tutte) carte venute alla luce, emergono responsabiltà e anche le possibili motivazioni di alcuni comportamenti ambigui e non certo trasparenti,   tenuti nel corso di questa emergenza o non tenuti affatto dai protagonisti e dai comprimari. Punti oscuri che subito sono stati tacciati da molti come fantasticherie dietrologiche. Ma altrettanti affermano che ci sono risvolti inquietanti che condizionano ancora in questi ultimi anni prima del Duemila molte scelte politiche, e che l'intreccio va ben oltre la sola componente politica. Molti affermano che siano in molti a sapere, ma a non parlare, e quando lo fanno è solo per depistare. Su Moro, chi sa deve ancora parlare, sempre che abbia il coraggio. Molti inizieranno a farlo dopo alcuni mesi, ma, o sono scomparsi in modi misteriosi, alcuni perfino uccisi, o gli sono piovute addosso altre incriminazioni per farli tacere, o sono state date ricompense e favori per l'omertà.

Rispulciando gli articoli del tempo (e anche con quelli degli ultimi anni '90) molti fatti hanno un inquietante intreccio fra Mafia e politica, economia e crinimalità organizzata. Passato e presente, storie lontanissime apparentemente  tanto diverse fra loro, si intrecciano in un bizzarro gioco (troppo facile definirlo e così liquidarlo) di coincidenze.
Forse il filo d'Arianna parte dalla prima vittima del 18 maggio del 1974 (rapimento di SOSSI - dove  lo Stato, si piegò, trattò la liberazione di 8 terroristi) con fatti e nomi di infiltrati   dentro le bande terroristiche che s'intrecciano o si scambiano i ruoli: inquirenti con brigatisti e viceversa. Pur avendo questi ultimi una matrice di sinistra, l'ipotesi è quella che siano stati utilizzati anche a loro insaputa da altri organismi.
(il primo di questi infiltrati è un fantomatico confidente di quello che poi diventerà il superdecorato Generale)
Il 22 di quello stesso mese di maggio il generale dei carabinieri CARLO ALBERTO DALLA CHIESA riceve l'incarico di formare il primo  nucleo antiterroristico contro le BR (di cui abbiamo già parlato appunto nel maggio 1974). Un uomo che non solo vuole organizzare il "nucleo"  tutto da solo perchè non sopporta le interferenze burocratiche e gerarchiche, ma messo a capo di questa unità é perentorio "Mi avete fatto comandante? gli uomini me li scelgo io!". Operando così, indubbiamente scontenta moltissimi, sia quelli che vorrebbero essere i protagonisti sia  quelli che  vorrebbero Dalla Chiesa al loro proprio servizio.
Il successivo 28 maggio sempre del '74 (dieci giorni dopo) ci fu la Strage di Brescia. La teste chiave  dell'accusa é una ragazza, che indicò l'autore dell'attentato (dopo quasi un anno) "un povero disgraziato, ingiustamente perseguitato, e assassinato prima di venire assolto" - Dirà il Giudice Giovanni Arcai), poi la ragazza tentennò, la sua accusa sembrò una punizione troppo pesante a un bullo, e a una sua ingenua bravata: volendo impressionare la ragazza che respingeva le sue avances gli aveva detto  facendo forse lo spaccone "sono stato io a mettere la bomba". Poi di fronte a una accusa così tanto grave che avrebbe portato all'ergastolo il malcapitato, la ragazza  ritrattò, ma fu messa in galera per due mesi (!!) per reticenza. Messa sotto torchio da un emergente capitano, alla fine confermò, che il giovane, era un certo ERMANNO BUZZI. Un giovane per il quale, al processo di primo grado, venne chiesta dal pm la condanna  all'ergastolo, ma morirà in carcere strangolato. Il caso "strage di Brescia" fu chiuso. Il responsabile  morto. Giustizia  fatta.

Accanto alla ragazza scarcerata dopo aver "confessato", sui giornali apparirà il responsabile dell'indagine (Delfino, il primo a sinistra)  che così per la brillante operazione ottenne una   promozione.  ("i giudici criticarono il modo come furono condotte le indagini, i lunghi interrogatori a cui aveva partecipato  Delfino e le continua minacce di arresto rivolte agli indagati. Lo scrive L. Offeddu, sul Corriere).  Nel primo caso e anche nel secondo compare  dunque la figura di quello che sarà poi il pluridecorato Generale dei Carabinieri,   FRANCESCO DELFINO  (che nel '98 sarà coinvolto nella  vicenda del sequestro SOFFIANTINI, dove incredibilmente ritroviamo proprio quella ragazza, moglie dello stesso figlio di Soffiantini).

Ma ritroviamo ancora DELFINO a Roma nella vicenda Moro.  E dopo nemmeno un mese dalla tragica conclusione, il 6 giugno, lo troviamo promosso (ma non sappiamo per quale eclatante operazione), e sparisce dalla circolazione, inviato all'estero (dove?...)
A occupare l'intera scena é ora (con molte invidie) DALLA CHIESA, come vedremo più avanti.

TORNIAMO INDIETRO, IN APRILE all "emergenza Moro"- Si era deciso agli Interni (a dieci giorni dal sequestro Moro) di utilizzare  la strategia di un Piano messo già a punto mesi prima, e far scendere in campo come unità operative dei "nuclei" molto speciali.
Era il Piano di COSSIGA, il cosiddetto Piano Paters, (''Victor'' e ''Mike'')  un vero e proprio piano antiterroristico, nello stile anglosassone, con una struttura nazionale, ma essenzialmente con nuclei speciali molto particolari (autonomi dalle strutture periferiche e centrali,  dalle prefetture e dalle questure) che il ministro degli Interni era già intenzionato formare a inizio anno (non dimentichiamo che il 24 ottobre dello scorso anno era stata varata la riforma dei Servizi segreti, e che nel gennaio di quest'anno con largo anticipo (rispetto alla data fissata, il 22 maggio) Cossiga  con un decreto ha  sciolto tutti i vecchi Servizi, dando vita all'Ucigos. (Uff. centr. invest. generale operazioni speciali). Nello sciogliere e nel ricomporre le unità SISMI e SISDE, tra eliminazioni e promozioni di vecchi e nuovi incarichi non pochi  malumori si crearono nell'ambiente (alcuni noti, altri meno). Le nomine di uomini e costituzione dei reparti erano del resto di  esclusiva competenza di Cossiga.
Si parla di circa 400 rimandati "a casa", cioè a fare routine nei reparti.

L' anticipo di questo decreto  non fu sufficiente per creare con tempestività la struttura che in questa imprevista circostanza la situazione richiedeva. Cioè il pronto impiego. Si pensò prima ai Carabinieri. Poi alla Polizia. Poi Cossiga, decise di formare l'Unis, l'Unità d'intervento speciale  con un particolare battaglione di paracadutisti, il Consubin, e il Col Moschin.

Qui bisognerebbe chiederlo a Cossiga perchè !? - Come addestramento non esistevano in Italia "reparti" migliori come i Gis e i Nocs. E il primo a saperlo doveva essere proprio lui, visto che lo sa perfino l'autore che scrive. I motivi delle preoccupazioni di Cossiga, dovevano essere ben altri.  Non l'impreparazione dei reparti fatti di uomini in gamba, ma i generali e i colonnelli che li comandavano, con qualche ambizione frustrata nelle  nuove strutture che Cossiga stava creando, o con la determinata ambizione di guadagnarsela sul campo in questa occasione in qualsiasi modo. (forse a qualcuno non gli andava proprio di fare il "disoccupato", di essere stato emarginato, trovò così altri "capi".

Cossiga  e il "suo" Piano,  in questa "emergenza Moro"...............

seconda parte>>>>>>>

CONTINUA >>>>>>>

  ALLA PAGINA PRECEDENTE