SCHED
PERSONAGGI 

ALDO MORO 

Il sequestro del presidente della Dc avvenne il 16 marzo 1978, giorno in cui il Parlamento si accingeva a votare un governo costituito anche dal Pci

LE BRIGATE ROSSE UCCIDONO MORO.
MA A CHI SERVE QUESTO OMICIDIO?

di MARCO UNIA

Nel corso di due recenti interviste l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga e il senatore a vita Giulio Andreotti hanno dichiarato che la linea della fermezza tenuta dallo Stato in occasione del sequestro Moro stava per essere abbandonata, ma l'assassinio del presidente della Democrazia Cristiana fu eseguito pochi giorni prima del realizzarsi di tale svolta politica. I due uomini politici, che nel marzo 1978 detenevano la carica di ministro degli Interni e di Presidente del Consiglio, sostengono infatti che lo Stato era ormai pronto a trattare con i sequestratori, sia pagando un riscatto economico sia abbandonando quella linea di intransigenza che aveva caratterizzato le precedenti trattative con le Brigate Rosse. Tali dichiarazioni, pur rimanendo nel campo delle congetture - trattando cioè non di quanto avvenne ma di quanto sarebbe potuto accadere- inducono una nuova riflessione sul sequestro dello statista democristiano e sulla lotta politica che si produsse all'interno dei partiti politici tra i fautori della trattativa con i brigatisti e la maggioranza degli intransigenti, che rifiutavano ogni dialogo con i terroristi.

Ma per poter ricostruire queste vicende è necessario in primo luogo ripercorrere con precisione tutte le tappe del sequestro, capire la psicologia dei personaggi coinvolti e la vastità della partita che si stava giocando, perché solo in questo modo sarà possibile giudicare se e come Moro poteva essere salvato e se davvero i partiti erano nelle condizioni e nella disposizione a trattare con i terroristi.

Aldo Moro viene sequestrato il 16 marzo 1978 verso le nove, mentre si sta recando alla Camera dei Deputati, che quel giorno è riunita per votare il nuovo governo di solidarietà nazionale, presieduto da Andreotti e del quale avrebbero fatto parte per la prima volta dalla nascita della Repubblica anche esponenti del PCI. In quella tragica mattina Moro viaggia a bordo di una Fiat 130 in compagnia dell'appuntato Domenico Ricci e del maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi ed è seguito da una macchina di scorta, sulla quale si trovano il brigadiere Francesco Izzi e gli agenti Raffaele Iozzino e Giulio Rivera: tutto procede come ogni giorno, come sanno i terroristi, che conoscono le abitudini del presidente della DC.

Le Brigate Rosse hanno preparato per mesi l'operazione, hanno scelto Moro anche perché la sua scorta è meno numerosa di quella di Andreotti e di Fanfani (rispettivamente Presidente del Consiglio e Presidente del Senato), e hanno condotto diversi sopraluoghi nella capitale per scegliere il luogo dove effettuare il sequestro. Quando la macchina di Moro spunta in Via Fani, all'incrocio con via Stresa, ci sono nove brigatisti a tendergli l'agguato, 5 effettivi e altri quattro di copertura. Mario Moretti guida una 128 bianca che supera a tutta velocità la scorta e l'auto di Moro e inchioda davanti a quest'ultima, costringendo l'autista del presidente della Democrazia Cristiana a frenare e a fermarsi, dopodiché quattro brigatisti che indossano la divisa da pilota dell'Alitalia e che sono nascosti sul marciapiede escono allo scoperto e aprono il fuoco.

*Gli uomini della scorta e l'autista vengono uccisi senza avere praticamente il tempo di reagire, poi Moretti carica su un'altra macchina Moro e assieme ai compagni si dirige verso Piazza della Madonna del Cenacolo, dove lo statista è trasbordato su un furgone che lo porta fino nel parcheggio sotterraneo della Standa in via Colli Portuensi. A questo punto Moro viene messo in una cassa, caricato su un altro furgone e portato in via Montalcino, nell'appartamento-prigione che i brigatisti hanno preso in affitto qualche mese prima.

A questo punto sorge una prima domanda: perché le Br hanno sequestrato Moro e perché proprio colui che stava maggiormente adoperandosi per inserire il PCI nell'area di governo? Comprendere le motivazioni della scelta è compito difficile e ciò non dipende da una carenza di testimoni ma dalle diverse interpretazioni fornite da ciascuno di loro. Per Valerio Morucci, brigatista della colonna romana, il sequestro Moro è anzitutto una dimostrazione di forza, perché le Br "dovendo proporsi come forza egemone alla massa caotica del Movimento, dovevano puntare tutto su un operazione militare monstre". Lauro Azzolini dice invece che "Moro era il punto finale di molte cose nostre".

*"Per cominciare l'odio verso la DC nel movimento comunista, particolarmente duro per noi reggiani. Secondo: volevamo una azione capace di dimostrare al proletariato che la rivoluzione era a portata di mano. Terzo: attraverso Moro volevamo capire la struttura del potere. Quarto: volevamo il riconoscimento dei prigionieri politici." In mezzo a questi distinguo - tra i quali occorre anche citare la posizione di Mario Moretti, per il quale Moro era l'obbiettivo "perché era sua, almeno da vent'anni, la suprema gestione del potere in Italia, perché era il demiurgo del potere borghese"- tutti concordano sul fatto che la scelta del 16 marzo sia stata casuale e non simbolica. Quel giorno si doveva infatti varare il primo governo di solidarietà nazionale, ma i brigatisti dicono che per loro non era possibile prevedere esattamente il giorno in cui la Camera si sarebbe riunita e che fu solo una coincidenza la scelta di tale data. Ciò non significa che colpendo Moro le Br non volessero anche colpire il progetto politico del presidente della DC e di Berlinguer, perché quell'accordo tra i due principali partiti italiani sembrava a loro "l'accettazione da parte comunista di una politica subalterna."

*Ma motivazioni dei terroristi a parte, come reagì il Paese, i cittadini e le istituzioni a questo "attacco al cuore dello Stato"? Gli stessi politici, che come abbiamo visto si trovavano riuniti in seduta per la votazione, furono fortemente scossi dall'avvenimento tanto da decidere la sospensione per due ore delle dichiarazioni di voto, mentre nel frattempo Berlinguer incontrava a Palazzo Chigi Andreotti. Dopo la consultazione i politici decisero di proseguire nelle votazioni, anche perché era necessario non lasciare l'Italia senza guida in una situazione così delicata: dopo un brevissimo dibattito Giulio Andreotti fu eletto presidente del nuovo governo.

La maggioranza della società civile reagiva protestando contro il sequestro anche se forte era l'angoscia e lo smarrimento per quanto sta accadendo, gli operai parteciparono in massa allo sciopero proclamato dai sindacati, ma ci furono anche gruppi che accolsero con favore la notizia. Come ricorda Giorgio Bocca "a Milano per esempio, in alcune sezioni di fronte all'Unidal, fabbrica occupata, a Novate, al Giambellino, i compagni si radunano e stappano bottiglie di vino per festeggiare: il volantinaggio diventa facile, si passa dalle seicento copie normali per Milano, alle quattromila."

Molti giovani appartenenti al Movimento si avvicinano alle Brigate rosse, affascinati dalla loro efficienza militare e desiderosi di avventura più che animati da motivazioni politiche. In una posizione di neutralità, che è riassunta nel motto "né con le Br né con lo Stato" si schierano poi settori consistenti della borghesia laica, ostili alla DC ma non disponibili ad una svolta in senso rivoluzionario.

*Nei giorni successivi iniziarono a delinearsi con più precisione i contorni di una vicenda politica che per 54 giorni, fino al 9 maggio giorno dell'uccisione di Moro, fu al centro della vita del Paese e le cui conseguenze sarebbero durate a lungo , ben oltre la morte dello statista. Il 17 marzo le Br rivendicano il rapimento con una telefonata a "Il Messaggero" di Roma e con un comunicato in cui affermano che Moro, capo della DC, è lo strumento di una strategia imperialistica internazionale e che per questo verrà giudicato da un "tribunale del popolo". Le Brigate rosse ribadiscono la loro convinzione che in Italia sia operante il cosiddetto SIM, lo stato imperialista delle multinazionali e che questo abbia come suo referente il partito democristiano. Valerio Morucci, criticando i suoi compagni dell'epoca dice infatti: " Il progetto [del sequestro] nella sua rarefatta astrazione era perfetto. Partendo dalla premessa falsa ma dogmatica che esiste il SIM, tutto ne deriva: Moro è il perno insostituibile del progetto imperialistico, la DC non può fare a meno di lui, gli altri partiti non possono fare a meno della DC, dunque la partita è vinta in partenza, lo Stato sarà costretto a trattare, il prezzo sarà altissimo".

Lo Stato italiano tenta di reagire a quello che si configura come il più grave attacco mosso dalla nascita della Repubblica alle sue istituzioni. Il Ministro dell'Interno Cossiga costituisce un gabinetto di crisi di cui fanno parti anche i dirigenti del Sisde e del Sismi, la cui attività investigativa sarà poi molto discussa una volta che il sequestro si sarà tragicamente compiuto. Le indagini della polizia procedono nel vuoto, vengono arrestate persone che si rivelano completamente estranee ai fatti e talvolta l'attività degli agenti appare persecutoria.

*I partiti reagiscono al sequestro accentuando le misure di repressione, vengono immediatamente votate provvedimenti straordinari che ampliano i poteri di perquisizione, allungano il periodo di fermo, prevedono pene più severe per i sequestri. Queste norme creano profondo disagio negli ambienti garantisti, tra i giuristi, i sindacalisti e gli intellettuali riformisti, che fanno fatica ad accettare l'idea che per difendere la Repubblica si debba rinunciare ad alcune regole fondamentali della democrazia. Ai primi di aprile viene chiesto anche il silenzio stampa e vengono arrestate decine di persone solo con l'accusa generica di associazione sovversiva e molti avvertono il pericolo di una società che va militarizzandosi.

*Intanto il 25 e il 29 marzo le Br inviamo altri due comunicati, in cui chiamano all'insurrezione "l'avanguardia comunista del proletariato" e attaccano oltre alla DC anche il PCI. Dopo pochi giorni, siamo al quattro aprile, giunge un nuovo comunicato, accompagnato questa volta da una lettera autografa di Moro indirizzata a Cossiga in cui spiega d'essere prigioniero politico dei brigatisti e di essere sottoposto ad interrogatori in quanto presidente della Democrazia Cristiana.

I comunicati delle Brigate Rosse contro il PCI sono anche la conseguenza dell'atteggiamento di fermezza assunto dal partito comunista nei confronti dei rapitori e della partecipazione al governo Andreotti. Il PCI condanna duramente i brigatisti, ne prende le distanze, così come fa la CGL, propone le misure speciali per la sicurezza ed è pienamente solidale con la DC nel rifiutare ogni trattativa. Se quest'atteggiamento di intransigenza legalitaria è un dato di fatto inequivocabile, restano tuttavia ancora incerte le vere motivazioni che spinsero il partito comunista ad assumere questa posizioni così nette. Il sequestro Moro arriva in un momento in cui il partito sta cercando di passare dall'opposizione alla collaborazione di governo e di proporsi come partito riformista e vuole quindi prendere le distanze da un movimento rivoluzionario che ha le sue radici nella cultura comunista.

*Il PCI vuole e deve dimostrare di non essere il terreno ideologico di coltura per i brigatisti e così fa anche Luciano Lama, capo della CGL, che volutamente contrappone i partigiani - la cui eredità rivendica al PCI - alle Brigate Rosse. La strada della distinzione netta e totale comporta però delle difficoltà notevoli e degli estremismi ideologici, come ricorda Rossana Rossanda, del gruppo del Manifesto: "Anche il PCI era in difficoltà, sfidato o a capire l'origine popolare delle Brigate rosse, cosa che in piena ricerca di legittimità a governare non voleva fare, o ad appiattirsi nella difesa dello Stato che fino a ieri aveva più d'ogni altro denunciato."

Berlinguer e la dirigenza decidono di percorre fino in fondo quest'ultima strada, nonostante le numerose incertezze manifestate dalla base, o forse proprio per questo: con questo atto di forza le Br mettono in difficoltà il partito anche nelle fabbriche, perché le frange operaie estremiste possono ora contrapporsi al sindacato con maggior forza.

La difesa incondizionata dello Stato è però una strada tortuosa, per un partito che per anni aveva denunciato il suo malfunzionamento, e che ora dalle pagine dell'Unità "loda la polizia, i carabinieri, gli enti pubblici, la magistratura, la scuola. Tutto e tutti nel campo borghese devono essere capiti, giustificati, aiutati, nel nome della comune battaglia rigorista. Un silenzio totale cade sui contrasti tra i partiti e i leader dello stesso partito".

*Ma il sequestro Moro è un problema soprattutto della DC, anzi come lo definisce lo stesso Moro nella lettera indirizzata al segretario Zaccagnini, è un "tremendo caso di coscienza" per il partito, chiamato a decidere sulla sorte di uno dei suoi più autorevoli esponenti. Moro infatti, sin dal momento del suo sequestro non si rassegna alla prigionia e alla morte e anzi inizia lui per primo le trattative diplomatiche per riuscire ad arrivare ad una scarcerazione.

Il presidente della DC non si rassegna al destino di martire a cui paiono averlo destinato i suoi compagni di partito e di governo, che hanno deciso di non trattare con i brigatisti per arrivare alla sua liberazione. La DC si schiera compatta con Andreotti, che persegue nella politica di fermezza e le divisioni sono mascherate per la necessità di presentare un immagine di compattezza. Diverse sono le giustificazioni che inducono a non prendere in considerazione un dialogo con i brigatisti, anche se per tutti il principale problema è quello di non riconoscere dignità politica alle Brigate Rosse: il messaggio che deve essere dato al Paese è che le Brigate rosse sono un gruppo di assassini e non un movimento politico antagonista. Moro però non accetta quella che considera un ingiusta condanna a morte pronunciata nei suoi confronti e nelle successive lettere del 10 e del 20 aprile chiede al suo partito di trattare per la liberazione, perché in Italia "è in corso una autentica guerriglia" e perché è legittimo effettuare uno scambio di prigionieri che permetta di salvare delle vite umane.

La lettera a Zaccagnini, che è anche un suo caro amico, ha dei passaggi che lasciano pieni di doloroso stupore:
" […] Con profonda amarezza e stupore ho visto in pochi minuti, senza nessuna seria valutazione umana e politica, assumere un atteggiamento di rigida chiusura. L' ho visto assumere dai dirigenti, senza che risulti dove e come un tema così tremendo come questo sia stato discusso. Voci di dissenso, inevitabili in un partito democratico come il nostro, non sono artificiosamente emerse. La mia stessa disgraziata famiglia è stata in un certo modo soffocata, senza che potesse disperatamente gridare il suo dolore e il suo bisogno di me. Possibile che siate tutti d'accordo nel volere la mia morte per una presunta ragione di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi? Altro che soluzione di tutti i problemi. Se questo crimine fosse perpetrato. Si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare. […] Io lo dico chiaro: per parte mia non assolverò e non giustificherò nessuno. Attendo tutto il partito a una prova di serietà e di umanità".

L'attesa dello statista e dell'uomo che disperatamente invoca gli amici per salvarsi è vana. Alle Brigate Rosse potrebbe essere offerto uno scambio di prigionieri politici ma nessuno rompe il fronte dell'intransigenza. Le parole di Moro feriscono, ma molti, anche tra i suoi amici, sono convinti che il presidente della DC non si trovi nella piena facoltà fisica e mentale, che l'autore delle lettere non sia il vero Moro. I giorni passano e la situazione resta bloccata, le indagini non avanzano, il fronte dell'intransigenza resiste, i brigatisti non riescono a riscuotere un consenso popolare per la loro azione.

Il 15 aprile le Br comunicano che il processo a Moro è concluso e che il prigioniero è condannato a morte. Il 18 aprile tutto sembra finito, il settimo comunicato delle Br rende nota l'avvenuta esecuzione del presidente della DC, il cui cadavere è stato gettato nel laghetto della Duchessa. Le forze dell'ordine scandagliano per giorni il lago e i mass-media danno grande rilievo alla notizia, ma poi si scopre che il messaggio è un falso e che è scritto su una macchina da scrivere diversa da quella usata dai brigatisti come segno di riconoscimento.
Le stesse brigate rosse diffondono il 20 un altro comunicato, definendo l'altro un "falso" prodotto dallo Stato e allegano una fotografia del prigioniero con in mano il quotidiano "La Repubblica" del giorno 19.

La diffusione del falso comunicato costituisce uno degli episodi oscuri della vicenda Moro, la cui responsabilità è stata attribuita a Tony Chicciarelli, falsario d'arte legato alla malavita, poi ucciso nel 1984 a Roma.
La vicinanza di Chicchiarelli ai servizi segreti italiani ha alimentato le ipotesi di un complotto di Stato, di una trama condotta da apparati deviati e finalizzata ad intralciare le indagini per la liberazione di Moro. Tuttavia non esistono al momento attuale certezze sulle motivazioni del depistaggio e anche i sequestratori dell'epoca non hanno spiegazioni certe da offrire. Anche Moretti si limita a fare delle ipotesi: "Sono state date parecchie interpretazioni di quel falso comunicato. Secondo alcuni erano i servizi segreti che per conto di Andreotti volevano far sapere a Moro: ti consideriamo già un cadavere. Oppure la P2 che voleva depistare gli indagatori, prolungare il sequestro e con esso la destabilizzazione. Io credo poco a questa tesi del permissivismo poliziesco premeditato, di un rallentamento delle indagini fatto ad arte. Eravamo in piena guerra, ci ammazzavamo a vicenda, si andava a una guerra senza prigionieri. Che permissivismo?"

Accanto a questo mistero si aggiunge sempre il 18 aprile 1978 la scoperta di una base delle Br in via Gradoli a Roma. In questo caso il mistero è determinato dalla segnalazione pervenuta nei giorni precedenti alla signora Moro del nome di Gradoli come possibile luogo di detenzione del marito.
Il nome era circolato durante una seduta spiritica tenuta a Bologna (presente Romano Prodi) subito girata ad un collaboratore del ministro dell’Interno Cossiga, che la trasmise al capo della polizia. Si fecero così delle ricerche infruttuose a Gradoli, comune nel Lazio, vicinoa Viterbo. Due sono le domande che ancora attendono risposta per questo episodio: chi aveva fatto il nome di Gradoli durante la seduta e perché non si fecero ricerche a Roma in via Gradoli?

E siccome l’indicazione fornita da Prodi riguardava non solo il nome ma anche l’aggiunta “sulla strada per Viterbo” (come ricorda Giuseppe Pisanu, allora capo della segreteria politica di Benigno Zaccagnini, segretario della Dc) non è privo di suggestione il fatto che via Gradoli sia proprio una traversa della via Cassia, cioè la strada che da Roma porta a Viterbo.

In ogni caso, resta la realtà che all’indomani della segnalazione di Prodi a nessuno venne in mente o comunque nessuno se ne fece carico di controllare in via Gradoli a Roma, anziché nel paese di Gradoli, in provincia di Viterbo dove il 6 aprile ci fu una grande quanto infruttuosa battuta delle forze di polizia. La signora Moro ha testimoniato che quando seppe della vicenda provò a suggerire di controllare in via Gradoli a Roma, anziché nel paese di Gradoli, ma gli fu risposto che sulla stradario della capitale non compariva una strada con quel nome. Invece compariva. Va aggiunto, per completezza, che la signora Moro non ha indicato a chi, precisamente, fece quella domanda ottenendo quella falsa risposta, né che cosa fece (se, e a chi si rivolse) quando scoprì che invece esisteva una via Gradoli a Roma.

Scrive Giovanni Bianconi "Se non si vuole credere alla casualità, bisogna a rigor di logica ritenere che quelle modalità di scoperta furono un modo per avvisare i brigatisti che la loro base si stava bruciando, facendola venire pubblicamente alla luce mentre loro non c’erano, in maniera tale che la notizia si divulgasse il più presto possibile e si evitasse che loro tornassero lì e venissero intercettati e arrestati. Se c’era stata un’informazione che poteva portare a quel covo insomma (attraverso la soffiata giunta al professor prodi) qualcuno fece in modo da vanificarne la portata: prima concentrando l’attenzione sul paese di Gradoli anziché su via Gradoli, e poi svelando al mondo intero (e in primo luogo ai brigatisti mentre erano fuori dall’appartamento) che quella base non era più sicura.

La scoperta del covo disabitato delle Brigate Rosse non modificò comunque la situazione e non vi riuscì neppure il Papa Paolo VI, che il 22 aprile indirizzò ai sequestratori un messaggio pubblico chiedendo che liberassero Moro senza condizioni. Pio VI si rivolgeva con umanità ai terroristi, ma nelle sue parole non c'era alcuna proposta di dialogo con le Br: non c'era quella proposta di scambio di prigionieri politici che forse avrebbe potuto interessare i sequestratori. La decisione di non proporre scambi o altro genere di aperture era stata presa dal Papa o imposta dallo Stato italiano? Le ipotesi, ancora una volta, divergono: per alcuni Pio VI avrebbe voluto trattare e ne venne impedito, per altri come Cossiga nessuno interferì con le decisioni del Vaticano.

E i sequestratori come ricordano quell'appello? Ecco il commento di Moretti alle parole del Papa:
"Ad alcuni parve un riconoscimento, l'appello in apparenza era comprensivo, sostanzialmente però intransigente. Era stato Moro a prendere l'iniziativa, aveva scritto lui la lettera al Papa ricordandogli l'antica amicizia, dichiarandosi suo discepolo non solo in religione ma anche in politica, pregandolo di intervenire per sgelare il rigorismo del livido Andreotti, come lui lo chiamava. E il papa nel suo stile paludato rispondeva all'appello con una condanna: 'Liberate l'onorevole Moro semplicemente, senza condizioni'. Fu la sola volta che sentimmo per Moro una sorta di comprensione. Era infuriato, avvilito, si sentiva giocato, sacrificato e proprio da coloro su cui contava".

Ma fino a che punto si può credere a Moretti, sino a che punto la storia dell'uomo assassinato può essere ricostruita tramite le parole dell'assassino? Moro era davvero infuriato con il Papa? E poi, i terroristi avevano davvero intenzione di salvare Moro, questa possibilità era parte del sequestro o è solo il frutto di una ricostruzione fatta a posteriori dai terroristi per fornirsi un alibi e per accusare la classe dirigente dell'epoca di non aver agito per salvare il presidente della DC? Il 24 aprile infatti i brigatisti propongono uno scambio ma le condizioni poste, la liberazione di tredici prigionieri, sono palesemente inaccettabili.

Con queste richieste impossibili da realizzare, le Br dimostrano di non credere più nella possibilità di risolvere con una mediazione politica la vicenda Moro: sanno infatti benissimo che lo Stato non potrà mai accettare di liberare un numero così elevato di detenuti.
Il 27 aprile il PSI di Craxi prova a rompere il fronte del rigore, promovendo un progetto che preveda la liberazione di alcuni detenuti per motivi di salute. I dirigenti del PSI incaricano il giurista Vassalli di studiare le modalità con cui realizzare "un atto unilaterale di clemenza", che comprenda anche l'alleggerimento del regime carcerario. Ma le trattative non vanno avanti, non si trovano i contatti con i brigatisti e soprattutto la proposta non viene formalizzata in Parlamento.

Il 29 Moro scrive ancora a Zaccagnini chiedendo di non essere condannato a morte e il 30 è la famiglia dello statista democristiano a fare un appello perché si tratti la liberazione dell'ostaggio. Lo Stato è però sordo alle richieste, sostiene che non si può trattare per Moro perché altrimenti bisognerebbe poi trattare in tutte le altre occasioni simili.

Il 5 maggio arriva così l'ultimo comunicato delle Br in cui si dice che si sta eseguendo la sentenza di condanna a morte di Moro. Ma qualcuno dei sequestratori telefona ancora alla moglie nello stesso giorno per dire che basterebbe un piccolo spiraglio di trattativa per salvare il presidente della Democrazia Cristiana. Ma, come abbiamo visto, la famiglia Moro è impotente e nessuno l'ascolta.
Passano quattro giorni senza che nulla accada e il 9 maggio le Br decidono di uccidere Moro.

Azzolini spiega così la decisione: "La ragione per cui decidemmo di chiudere fu militare: avevamo la sensazione che la polizia fosse vicina alla prigione di Moro. C'era un visibile aumento dei controlli proprio nel quartiere dove stava la prigione e c'era le legge sul controllo degli alloggi."

La mattina del 9 maggio Moro viene ucciso nel garage di via Montalcini con undici colpi di arma da fuoco da Mario Moretti, in presenza degli altri tre carcerieri.
Nella stessa mattinata del nove una telefonata avverte il professor Tritto, amico del presidente della DC, che il cadavere di Moro si trova in via Caetani.


Pronto?..qui Brigate Rosse

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Ed è li, all'interno del bagagliaio di una Renault rossa che viene ritrovato il suo cadavere.

Anche per l'ultimo atto del loro assassinio i brigatisti hanno scelto un luogo altamente simbolico: via Caetani è infatti a metà strada tra Piazza del Gesù, dove si trova la sede della Democrazia Cristiana e via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista Italiano.
Il significato simbolico per le Br voleva essere questo: "Moro è scomparso dalla scena politica ma il suo cadavere in quel luogo significa che il fronte rivoluzionario dice no ad un accordo tra la DC e il PCI".
E con quel gesto le Br mettevano fine alla vita di un politico di grande levatura, ad un uomo che aveva dimostrato anche in carcere tutta la sua umanità e instradavano il loro destino su una via di brutale violenza da cui loro stessi sarebbero stati sconfitti.

MARCO UNIA

BIBLIOGRAFIA
Noi Terroristi, di Giorgio Bocca, Milano, 1985
L'affaire Moro, di Leonardo Sciascia, Palermo, 1978
Sequestro e uccisione di Aldo Moro, di Rossana Rossanda, Roma-Bari 1997


 
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