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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
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continuazione seconda parte
ANNO 1196

LA SERBIA

Ritorniamo alla SERBIA che abbiamo lasciato (NELLE PAGINE PRECEDENTI) quando nell'874 si era convertita al cristianesimo bizantino e si era (pur con una certa resistenza) inserita nell'orbita culturale e politica di Bisanzio (con le stesse parallele vicissitudini degli altri slavi già narrate)

Nei tre secoli precedenti come tutte le altre stirpi slave, i Serbi, cercarono di conservarsi indipendenti, sia dai bizantini e sia dai franchi. Ma questi ultimi, fin dall'impero carolingio (769-812), iniziarono ad esigere pesanti tributi dalle tribù dei Balcani.
I slavi non possedevano nè una moneta per pagare, nè oggetti preziosi, quindi i tributi si riscuotevano o spogliandoli in natura con i pochi averi che possedevano (raccolti e animali) o "riscuotendo" uomini validi come tributi. Questa prassi divenne così diffusa che "servi" e "schiavi" divennero sinonimi della popolazione e del territorio. Era il paese dove c'era la "miniera" di schiavi (sclavi) e di servi (serb).
Alcuni nobili "cavalieri" tedeschi si trasformarono  in lucrativi commercianti di schiavi.
Cosa curiosa ma non troppo, date le origini già dette sopra, Venezia, distinguendosi da tutte le altre città del mondo conosciuto, nel 944, il doge PIETRO ORSEOLO, proibì su tutto il territorio veneziano il commercio dei   "poveri e disgraziati Slavi" (schiavi).

Per queste angherie, e preoccupati di essere occupati anche militarmente, fu un buon motivo per gli slavi appoggiarsi ai bizantini, e trovarono pure opportuno  convertirsi alla loro religione. Ottenendo così da Bisanzio una protezione nominale più che sostanziale che permise una relativa e precaria autonomia. Effimera ma dissuasiva per alcuni despoti tedeschi.

Su questa base sorsero i primi nuclei di governo nel territorio dove si erano insediati, tra i quali emerse il principato di RASKA che fu soprattutto impegnato a contrastare l'avanzata dei bulgari (anche questi slavi e sotto la protezione bizantina) che avevano un obiettivo simile a quello dei serbi, crearsi un regno, un impero bulgaro a spese di qualcuno, se necessario anche con gli stessi cugini slavi.

I serbi e i bulgari entrambi si erano illusi di poter contare sull'aiuto dei Bizantini per eliminarsi a vicenda, ma poi divenuti forti, invece di combattersi si unirono e adottarono un'altra strategia: giocarono la loro carta indipendentista. Arriviamo a questo 1197, quando entrambi, con un atto audace, si ribellano ai Bizantini, e dopo aver fondato la Serbia e la Bulgaria, si rivolsero a Roma, al papa.

Dall'874 al 1197, cos'era allora accaduto tra bulgari/serbi e bizantini per non andare più d'accordo e poi rivolgersi - i due nuovi stati ribelli - a occidente? Era accaduto di tutto.

Il principato di Raska (detto anche Vecchia Serbia) con re CASLAV, nel 928-960, riuscì ad estendere il suo dominio fino alla Bosnia. Dopo la sua morte, la Raska indebolita da sovrani deboli, subì alternativamente il dominio bulgaro e quello bizantino. Quest'ultimo dopo anni di totale disinteresse per i territori slavi, con un nuovo potente imperatore a Costantinopoli, tornò a fare grandi progetti geopolitici.

Nel 997 morì in Croazia il sovrano STEFANO DRZISLAV, al quale il governo bizantino (con la solita accondiscendenza - che lo liberava da fastidiosi impegni militari) aveva concesso il titolo di re e affidato la protezione della sua provincia e anche della Dalmazia.
Ma a Costantinopoli ora c'era BASILIO, il potente e diabolico imperatore con l'idea fissa di ricreare un nuovo impero in occidente appoggiandosi ai veneziani, per stritolare il regno serbo, dentro una morsa
La morte del re di Croazia fu l'occasione d'oro. BASILIO avvisò il Doge ORSEOLO a Venezia; gli offriva il protettorato della Croazia/Dalmazia e una sposa della famiglia imperiale. Una unione parentale e politica, ma soprattutto di carattere logistico, vista la potenza navale di Venezia, che avrebbe reso possibile il nuovo disegno politico dell'imperatore bizantino.

Ma anche la Bulgaria con la morte del re Croato, vide l'occasione buona per invadere tutto il territorio Balcanico, con gli slavi bulgari di re SAMUELE. Il richiamo del sangue slavo lo fece accorrere; se non esistevano condottieri in Serbia ci avrebbe pensato lui. Cominciò a proclamarsi zar, fece matrimoni importanti con tanti altri Prìncipi locali vicini e lontani, uno in particolare, suo figlio con la figlia del re d'Ungheria, Stefano il santo (unione molto utile e pretestuosa (e ambiguamente comoda) in seguito all'Ungheria per rivendicare i domini, quando si alleerà con l'Austria. Ambigua perchè da una parte la Serbia non doveva più esistere, ma dall'altra se ne rivendicava l'eredità del pre-fondatore).
Dunque  SAMUELE scese in Serbia, in Bosnia, in Dalmazia, in Croazia; e qui gli si unirono tutti, in una guerra rivoluzionaria contro il nemico comune.
Purtroppo Basilio non era comune, anzi, era e rimase un fenomeno unico. Era un pantocratico, di un potere senza limiti; sembrava - scrissero in molti - un invincibile, un onnipotente. Indiscutibilmente uno dei più grandi imperatori di Bisanzio. Nessuno estese i domini dell'impero come lui.
Onnipotente, ma si macchiò di un crimine orrendo per vincere gli slavi.

SAMUELE, pur non avendo un regno, né un impero, non gli era di certo inferiore. Gli tenne testa, scompaginò tutti i suoi progetti per diciassette anni; poi lasciò il segno della sua tenacia agli slavi, insegnando l'arte della guerra e come ci si difende. Nemmeno gli assedi dell'onnipotente Basilio fatti di persona, riuscirono ad averne ragione (Giustiniano allora aveva ragione!). Samuele insegnò una tecnica di guerra micidiale, che gli slavi, i serbi, conserveranno per sempre. Ogni uomo non doveva essere guidato; ma ogni uomo doveva esattamente sapere, da solo, cosa doveva fare nel "suo" territorio; un piccolo territorio. Essere generale di se stesso, quindi combattente e stratega nello stesso tempo.
Le situazioni più critiche non dovevano essere risolte da un capo, ma in ogni circostanza doveva risolverla sempre e solo lui; il serbo anche quand'era solo!
(Questa caratteristica ritornò alla ribalta nel 1917. Gli austro-ungarici, nonostante asse del più potente esercito d'Europa persero la guerra che avevano scatenato (e l'impero) proprio per aver sottovalutato gli slavi. Ritornò alla ribalta la micidiale tecnica quando Hitler la invase con 22 divisioni (per un capriccio, per uno scatto d'ira, che fu l'origine di tutti i suoi guai. (
vedi CARTOLINA 60 ). Da soli, gli slavi, senza alleati (né anglo-americani, né russi) si liberarono dei nazisti, con la loro strategia: quella della guerriglia, che molti stati occidentali moderni nemmeno concepivano perchè.... non slavi.
TITO (JOSIP BROZ - 1892-1980) il dominatore del comitato di liberazione locale (i partigiani slavi) terminata la guerra, proclamata la Repubblica, strinse legami con l'URSS; ma la sua politica d'indipendenza nei confronti di Mosca lo condusse a una clamorosa rottura (luglio 1948) con STALIN (Josif Visarionovic Dzugasvili- uno slavo anche lui! figlio di un servo) che non osò mai invaderla).

BASILIO (uno dei più grandi imperatori bizantini - mai l'impero fu così esteso) forse si rese conto di questa straordinaria autonomia delle truppe del suo nemico, c'impazziva, non riusciva mai a stanarli, nelle grotte, negli anfratti, nelle fortezze naturali che era poi il loro infido terreno, e cercò di vendicarsi in un modo gretto e cinico (per questa superiorità, non numerica ma efficiente, forte ma sfuggente), in un modo indegno per un imperatore, un atto che offuscherà per sempre la sua immagine.

Nei pressi di Tessalonica, il 29 luglio del 1014, un intero reparto di Samuele, una retroguardia presa da tergo, cadde nelle mani dell'imperatore. Basilio catturò 14.000 prigionieri. Con uno spietato e disumano cinismo, fece cavare gli occhi a 99 prigionieri ogni 100, mentre al centesimo fece cavare un occhio solo, per poter con l'altro fare da guida ai suoi compagni nel tornare dal loro re SAMUELE.
L'esercito di questi ciechi impiegò 60 giorni per ritornare a casa. Samuele alla vista di questi soldati, che avanzavano tenendosi per mano, inciampando ad ogni passo, il suo cuore non resse, fu stroncato da un infarto; era il 6 ottobre del 1014.

Basilio aveva eliminato un esercito e si era sbarazzato anche del suo rivale.
Ma il popolo slavo, rimase, anche quando l'onnipotente Basilio morì.

Un risultato Samuele l'aveva ottenuto; Basilio - non sappiamo se per filantropia imperiale o perché per 17 anni non era riuscito ad aver ragione degli Slavi, o perché la sua coscienza con quell' infame gesto non era più in pace - concesse alla Serbia (Dioclea, Rascia, Bosnia) ed alla Croazia, l'autogoverno, pur sotto l'autorità nominale bizantina. Fu così "indulgente" Basilio che la esentò perfino dai tributi. Di Slavi non ne voleva più sapere, neppure come contribuenti.

Insomma il suo progetto di stritolare gli slavi con l'aiuto dei veneziani, per poi avere la porta aperta per l'occidente e ricostituire un unico impero, fallì. Basilio aveva riconquistato tutti i territori dall'Azerbaigian all'Adriatico, poi iniziò a mirare oltre il mare, ma non riuscì a superare l'ostacolo slavo.

Spentasi la rilevanza politica bizantina, scomparso il timore di una conquista bulgara con la morte del condottiero Samuele, che voleva creare un unico grande impero, gli slavi serbi ritornarono alle loro autonomie di stirpe: a quella dei zupani, che iniziarono poi a chiamare anche loro Principi. Si ricostituiva il principato Raska nell'attuale Serbia; in Erzegovina emergeva il principato di Dukjia; altrettanto nel Montenegro con i sovrani Voislovic e i Bodin fino al 1101.

Un periodo tranquillo ma non privo di ingerenze, invasioni e intromissioni ad ogni cambio d'imperatore, d'Occidente o d'Oriente; ad ogni elezione di papa; compresa qualche invasione dei nuovi protagonisti apparsi nel corso del secolo: i Normanni, gli Angioini, gli Svevi (che fallirono tutti).

In ogni caso, tutti gli stati slavi riuscirono a difendersi e a destreggiarsi fra Roma, Augusta, Costantinopoli e la Sicilia. Ma non furono risparmiati dagli scontri e dalle invasioni gli stessi regni interni slavi, perché le lotte civili tra principi slavi non mancarono, anche fra parenti.

Fino a quando arriviamo nel 1170, quando dalla vecchia Raska (o Vecchia Serbia) emerge tra i zupani, un Grande Zupano: STEFANO NEMANJA. Anche lui esce da una lotta intestina all'interno della propria grande famiglia patriarcale. Con una sete di indipendenza e di conquiste, Stefano si è scontrato con il flemmatico fratello maggiore TIHOMIR; gli espugna il trono e con una determinazione senza precedenti, in pochi anni riesce a sottoporre alla propria autorità tutti i feudi della parte nord-occidentale della Raska.

L'autorità esercitata da STEFANO, con un regno abbastanza solido e unito, fu in grado di superare fino al 1196 le prime crisi bizantine che abbiamo letto negli ultimi anni. Poi fu fondamentale e determinante, questa solidità, quando, morto Stefano, salì sul trono il figlio STEFANO I NEMANJA (1196-1227) a completare in un modo ancora più audace, e alla fine risolutiva l'impresa del padre.
Costituisce un'alleanza con il Bulgaro KOLAJAN (l'ultimo dei tre fratelli ASEN- morti in una congiura ordita da Bisanzio per aver iniziato il grande progetto bulgaro).
Insieme i due slavi costruiscono i rispettivi regni di Serbia e Bulgaria, proprio mentre le mura di Bisanzio stavano per crollare sotto i colpi dei falsi "crociati" imperialisti (1204).

Con un colpo magistrale, a sorpresa, i due re slavi hanno anticipato le mosse dei crociati (o meglio la politica mercantilistica e di conquista degli invasori); si sono infatti, non solo resi politicamente indipendenti dai bizantini (appena in tempo!) ma capovolgendo l'atteggiamento dei loro avi nell' 874, si convertono alla religione cattolica romana, e chiedono al papa la sanzione della loro sovranità. Quindi, non al clero di Costantinopoli (patriarchi sempre costretti ad essere filo-imperiali), ma alla Chiesa di Roma.
Il Bulgaro sarà così in grado nel suo paese (dopo la caduta di Costantinopoli), non solo di arginare l'invasione dei rapaci e incontentabili Latini verso la Bulgaria, ma anche a infierire un colpo mortale ai tre grandi protagonisti della Quarta Crociata. Baldovino, Dandolo e Bonifacio; con KOLAJAN, ci rimisero la vita.

Altrettanto fece il serbo STEFANO: frenerà le mire espansionistiche dei potenti vicini, cioé i Tedeschi (in lotta col papa) e gli Ungheresi; rafforzò il prestigio dello stato; dal papa ufficialmente ottenne la corona reale nel 1217; ed infine fece un grosso regalo alla Chiesa di Roma quando il fratello SAVA, consacrato arcivescovo organizzò in Serbia la nuova chiesa di Roma.
Quest'ultimo fatto, ha una rilevanza politica enorme su tutta la successiva storia serba. Quando la Serbia perse sotto la dominazione turca l'indipendenza politica, la chiesa divenne unica custode delle memorie sacre dei serbi, riuscendo a conservare l'identità nazionale del popolo Serbo. Dopo la battaglia del Kosovo del 1389, i turchi uccisero tutti i nobili (10.000) e con una sistematica pulizia etnica disperse l'intera popolazione serba. Più tardi anche quella albanese con un genocidio di massa o spinti a decine di migliaia verso il mare Adriatico. Di 400.000 profughi albanesi ne approdarono - sulle coste italiane a Brindisi - nemmeno 200.000; gli altri finirono con le loro "carrette" in fondo al mare. (sembrano quasi gli stessi fatti di oggi).

Dalla fondazione del regno, fino al 1389, la Serbia dei dieci re Stefani, aveva conosciuto un periodo di forte espansione territoriale, favorita dalla scoperta e dallo sfruttamento di miniere d'argento, oro, rame e piombo e dallo sviluppo dell'agricoltura. Grande crescita anche nei traffici con il suo importante porto sul mare: Ragusa. Sotto i DUSAN (Stefano VIII, Stefano IX) i serbi estesero i loro domini a nord fino al Danubio e a sud fino al golfo di Corinto, occupando la Macedonia, l'Epiro e la difficile Albania rimasta sempre ostinatamente illirica.

Nel 1346, al vertice di questa potenza, STEFANO IX DUSAN, si proclamò zar dei serbi, dei bulgari e degli albanesi. Gli succedette suo figlio STEFANO X, non un genio di diplomazia e neppure militare, purtroppo accadde in un momento molto critico per la Serbia.
Carente della prima virtù, fece venire a galla anche i difetti della seconda. Stefano troppo debole nel tenere a bada le ambizioni dei signori feudali, non fu in grado con i suoi soldati (di questa specie di governo centrale) a contrastare né loro e neppure le prime allarmanti spedizioni di turchi. Quando, i musulmani, diedero inizio alla conquista dei Balcani, il paese non avendo risolto i suoi problemi interni, si trovò disunito. Dopo decenni di benessere -che i padri non avevano mai conosciuto prima-  le forze valide, le nuove generazioni, erano più impegnate a creare ricchezza che non a pensare alle sporadiche visite di qualche predone. Ci doveva pensare lo Stato, non loro. Ma lo stato non c'era.

Insomma sottovalutarono un'emergenza, che invece richiedeva la massima unione, i preparativi, lo spirito necessario e l'azione tempestiva. Perfino Venezia si era allarmata, fece molta impressione quando giunse il 14 marzo del 1361 la notizia che una spedizione di turchi aveva conquistato Adrianopoli, città dove inizia la famosa e millenaria strada che risale il Danubio; l'"autostrada" oriente-occidente fin dall'antichità.
L'Occidente iniziò a preoccuparsi. Nel 1365 era già sede della corte di MURAD, Adrianopoli, che di sicuro non era stata scelta  per farci fare le vacanze ai soldati e ai generali. Il progetto era ben chiaro.

Eppure i serbi si risvegliarono dal torpore solo dieci anni dopo,   nella primavera del 1371, quando i turchi provenienti proprio dalla Tracia erano già sul territorio meridionale della Serbia. In poche settimane i serbi cercarono di mettere insieme un potente esercito per contrastare la minaccia di Murad; ma troppo tardi; inoltre l'esercito era stato improvvisato, era appena capace di muoversi, con Stefano re che non era certo un monarca da "tempi e venti di guerra".

Il 26 settembre del 1371 furono clamorosamente sconfitti; i turchi fecero una strage; poi seguì la morte di Stefano X. Una grande disfatta del regno serbo, a quel tempo la potenza più importante di tutti i Balcani, anche se erano ormai anni che non affrontavano una battaglia.
Negli ultimi anni i serbi si erano divisi in molte entità politiche feudali. Molto spesso con discordie e tanti contrasti dovuti ad un certo individualismo diffuso. Il benessere, aveva "seminato" sul territorio tanto oro e argento (letteralmente perchè le miniere funzionavano a pieno ritmo) ma il "raccolto" che ne era venuto fuori, non maturo, era composto da tanta indifferenza e diffuso antagonismo. Questo non permise nè di fare una politica comune, né di organizzare una minima difesa militare.

La battaglia del 26 settembre del 1371, svoltasi a Cronomen sulla Marizza è ricordata dalle cronache turche la Sirf Sindigi, "distruzione dei serbi", e in seguito fu questo il nome dato al luogo dello scontro. MURAD, il condottiero turco, vinta la battaglia, si dedicò subito dopo, alla riorganizzazione dei territori occupati. Alcuni li spartì tra i suoi soldati e generali, altri li lasciò in mano ad alcuni nobili serbi che - fecero notare - non avevano preso le armi contro di lui, o erano stati neutrali, dei pacifisti. Insomma degli opportunisti (potevano vincere in questo modo?).

Trascorsero quasi venti anni, ma le ambiguità, le discordie e l'indifferenza invece di diminuire aumentarono. Le ricchezze locali e personali, avevano fatto dimenticare il pericolo "nazionale" alle nuove generazioni - non si resero conto che c'era in gioco la sovranità del paese e il loro destino. Questo mentre i turchi premevano per entrare nella piana del Kosovo e poi proseguire per invadere il cuore della Serbia: da Raska in su, verso Belgrado.
I nobili più responsabili, più realisti e lungimiranti e anche più patriottici, si erano riuniti, cercavano appoggi per affrontare gli invasori. Ma al momento decisivo erano in pochi e persero la loro ultima battaglia; il regno serbo crollò, non esisteva più, e neppure i pochi audaci nobili. I turchi catturarono e radunarono 10.000 nobili Gran Zupani ribelli; poi li massacrarono tutti. Il regno dei NEMANJA scomparve così, in un brutto giorno - Il 28 giugno del 1389-  in una piana detta del  Campo degli uccelli neri, cioè dei  Corvi = kossovo-polje. 
Il vero nobile serbo, non era solo una capo, ma era il zupano della sua gente, il saggio, cioè l'anima patriarcale della tribù; scomparso lui crollava la spina dorsale di ogni grande famiglia; ora scomparsi tutti, crollava l'anima e l'energia di una intera stirpe, di un intero popolo.

Ma sul campo, vicini o lontani, di "Corvi" ce n'era anche un'altra di razza. Alcuni feudi rimasero in mano ai legittimi proprietari. Probabilmente non li meritavano. Le lotte intestine che già avevano fatto crollare un grande regno, continuarono nell'anarchia e nell'ipocrisia. Ma dopo la vittoria ottomana a Varna del 1444, i turchi questa volta - senza ascoltare più nessuna supplica - agirono diversamente: di tutta l'erba fecero un fascio, ed eliminarono gli ultimi signori superstiti insieme al resto dell'aristocrazia feudale serba. Chi aveva creduto all'inizio ai compromessi e non si era schierato per combattere il nemico comune, pagò con la vita come tutti gli altri.

Migliore sorte toccò ai contadini, sotto i feudatari erano contadini e sotto i turchi rimasero contadini. Ma conservarono la vita e ... il "sangue". Dai poveri agricoltori, senza averi, i musulmani pretesero appunto la "gabella del sangue", consistente nel dare ai turchi un ragazzo giovane e forte alle "nuove truppe" (yeni cheri), i "giannizzeri, l'armata slava (dei turchi) che in seguito diventerà  famosa dentro l'esercito turco. Meticolosamente scelti, allevati, plagiati, addestrati, divennero i migliori soldati ottomani. Una potente macchina di guerra.

Per la maggior parte dei serbi iniziò invece la dispersione, iniziava la "diaspora serba". Cacciati da ogni luogo, portarono con sé dopo la battaglia del Kosovo lo strazio nel cuore. Il 28 giugno del 1389, non lo dimenticarono più.
L'impegno, preso come un dovere fu quello che prima o poi avrebbero vendicato la strage fatta dai turchi nel Campo degli Uccelli Neri (corvi = kossovopolje).
Un luogo che per i serbi era sacro e sacro rimase nella loro memoria.

La Piana del Kosovo è lunga 70 km e larga 15, bagnata dalla Sitnica, a SO della strada n. 135, a 3 km da PRISTINA, e a 16 km da RASKA, il cuore della Serbia, la "Roma" serba. Qui nacque il principato nel 928 della Vecchia Serbia di re CASLAV, qui riprese vigore l'indipendenza nel 1170 con la Raska del Grande Zupano STEFANO I. E qui, sulla stessa Piana del Kosovo moriva l'ultimo della dinastia, NEMANJA, LAZAR, con tutti i suoi Zupani, seguito dal crollo del regno.

Poco lontano a 6 km da Kraljevo, c'è il famoso monastero di Zica fondato dal fratello di Stefano I, S.Saba, lui l'organizzatore della chiesa serbo-ortodossa. Vi pose la sede del Patriarcato. Qui i re serbi venivano incoronati. Qui il mausoleo  dei Namanja, frantumato in 1700 pezzi e scaraventato nel fiume Bistrica (oggi recuperati e custoditi nel lapidario di Skopje)

Poco lontano verso Nis, a Cele Kula, sorge invece un'altra  raccapricciante testimonianza dell'orrore, causato dai turchi più tardi. Il governatore turco di Nis, stroncò un'altra insurrezione dei Serbi. Catturò 952 capi serbi, gli tagliò la testa, e i loro teschi li fece murati all'esterno di una torre, a mo' di monito.
(La famosa torre dei Crani, esiste ancora (l'autore che scrive l'ha visitata) è racchiusa ora in una cappella. Visita a pagamento dalle 7 alle 19 di ogni giorno. Non esiste al mondo un monumento così raccapricciante!)

Per ogni serbo, la parola, o meglio il patto di sangue, che si trasmisero prima di essere cacciati e dispersi in ogni angolo, fu quello di vendicarsi - che non era solo per il massacro di semplici capi di un esercito - ma erano zupani, che é ben diverso; erano i capi e la guida delle Grandi Famiglie patriarcali.
L'impegno, quasi un motto, che si prese il popolo serbo, tutti i discendenti, e se lo portarono dietro nella diaspora era: "dove c'e' un serbo ancora vivo, lì é la Serbia", e ad ogni nato lo si cominciò a battezzare e allevarlo fin dalla culla, come il "vendicatore della Piana dei Corvi Neri" (che nome diede il destino! di presagio negativo, lugubre e profetico - Per quella piana, in seguito, scoppiò un guerra mondiale, e la Seconda fu solo la prosecuzione, per riparare i danni che si erano fatti con la Prima, e speriamo che per riparare i danni di quest'ultima, non scoppi anche la Terza. Quel confine (chiamato la "polveriera del mondo") ha già fatto scatenare nella storia 130 guerre, e spaccato il mondo in due fin dal 395 d.C.

La data i serbi non la dimenticarono mai! Lo stesso mese e lo stesso giorno del 28 giugno del 1914 lo studente PRINCIP tenne fede a quell'impegno battesimale. Dopo 525 anni, nello stesso giorno uccise l'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria in nome della libertà dei serbi, provocando la reazione "imperialista" dell'Austria e questa lo scoppio della Prima Guerra Mondiale per "DIFENDERE L'INDIPENDENZA DEI SERBI" che nel 1804, nel 1813, e nel 1874 dopo essersi liberati dai turchi, proprio l'Austria  (usandoli) decise la loro sorte (ma anche la sua)
Vedi le vicende del 1913-1914, poi il 1918-19; infine il 1945. Tre date che fecero scendere nella grande arena della Prima Guerra Mondiale gli altri Stati democratici e liberali per difendere i diritti dei Serbi. Quali diritti e perché.

In Geografia Mondiale del Marmocchi del 1855 scriveva ancora così: ".....Le nazioni slave, che rappresentarono una parte importante nel gran dramma del medio evo, che fondarono tanti stati nelle antiche dimore dei Germani Alemanni e sugli avanzi del colossale dominio prima di Roma poi di Costantinopoli, che furono il terrore degli imperatori d'Occidente e Oriente; queste nazioni slave una volta sì gelose della loro libertà, ora sono estinte in parte, e le superstiti al tempo ed alle rivoluzioni, quasi dovunque persero le loro indipendenze: questi slavi sono il solo popolo che conservi ancora una vita politica, prospera e forte, anche se vivono o sotto le leggi dei Russi, o sotto l'impero degli Austriaci e dei Prussiani, o sotto il duro giogo degli Ottomani....".
"....Se gli Slavi non hanno titoli per presentarsi nel consorzio del mondo con una splendida carriera nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, sono però generalmente ammirabili per fede d'ospitalità sempre sacra fra loro, per eroica prodezza nelle battaglie, per esaltato patriottismo e grande amore del suolo natio...."

E questo scriveva Knickerbocker nel famoso libro inchiesta Ci sarà la guerra in Europa?
anno 1934). Hitler gli dedicò poca attenzione, mentre invece a pagina 178 il giornalista scriveva:  "La Jugoslavia è il fattore militare più importante dei Balcani,  importantissimo da considerare. I serbi si sono sempre rivelati più pronti di ogni altro popolo nell'annusare da lontano l'odore di una guerra imminente. Se v'è in Europa una nazione che possa sapere se, come e quando scoppierà la guerra, dovrebbe essere la Jugoslavia. Loro sono realisti, non parlano di guerra, loro la fanno". Hitler la pagò cara! A Belgrado - per una stupida rappresaglia - perse la guerra con tre anni di anticipo.
vedi CARTOLINA 60  

L'espansionismo turco sui Balcani si protrasse fino al Settecento. Governati militarmente con durezza provocarono massicce ondate migratorie di popolazioni. Molti serbi, anche quelli non cacciati dalle loro case e poderi, non accettarono mai passivamente il dominio turco, di sommosse piccole o grandi se ne contarono a migliaia; ma ad ogni repressione moltissimi erano costretti a fuggire in Ungheria meridionale, in Croazia, in Dalmazia e in Slavonia.
Quando i turchi si spinsero fino alle porte di Vienna nel 1683, gli austriaci formarono lungo il confine un territorio popolato da questi profughi e li utilizzarono, infatti i serbi appoggiarono valorosamente gli eserciti austriaci per respingere in profondità i turchi; erano loro la testa d'ariete dell'esercito austriaco, così audaci e determinati a riconquistare la loro terra, fino al punto che i musulmani dopo le sconfitte, rinunciarono dopo aver fatto tre tentativi ad invadere l'occidente.

Stabilirono nel 1699 e nel 1718, due effimeri trattati di pace (di Carlowitz e di Passarowitz), poi persa anche la terza battaglia, con l'ultimo trattato, quello del 1739 a Belgrado, fissarono la frontiera definitiva tra i due imperi sul corso della Sava e sul Danubio. I serbi che avevano partecipato alla riconquista  rimasero insoddisfatti di questi accordi austriaci:
Nel 1804 scoppiarono altri moti di indipendenza, ed ebbero come animatori i KARA EORGEVIC e gli OBRENOVIC. Nel 1827 la Turchia riconobbe alla Serbia una certa autonomia e il diritto di essere governata da un voivoda nazionale. Nel 1878 (Congresso di Berlino) fu riconosciuto Stato Indipendente e Sovrano, con confini ben definiti, poi nel 1882 si costituì a Monarchia costituzionale sotto il re MICHELE OBRENOVIC. Il regno, durante questa dinastia, fu però dominato dall'Austria, in contrasto con la Russia che -temendone la potenza in ascesa- iniziò ad appoggiare gli slavi. Nel 1903 ci fu l'eccidio dei sovrani. L'assassinio-congiura fu organizzato da un gruppo di ufficiali del re, che l'accusavano di non essere un fedele nazionalista, ma solo un tiranno del popolo slavo, costretto a fare i servi agli austriaci, ed avverso ad ogni forma di democrazia.

Salì al potere PIETRO I KARAGEORGJEVIC (1903-1921) ripristinando il regime parlamentare, favorendo lo sganciamento della Serbia dall'Austria-Ungheria, con diverse rivolte per riconquistare i vecchi territori. I contrasti, con l'Austria, che in un primo tempo erano di carattere essenzialmente economico, assunsero un'asprezza insanabile dopo l'improvvisa l'annessione alla monarchia asburgica della Bosnia-Erzegovina (1908). Grande delusione e rivolte a Belgrado, la Serbia si vide depredata dei territori per cui aveva lottato per ricostituire un grande Stato Slavo oltre che Serbo. Vienna arrogante e impensierita da questa attrazione esercitata dai Serbi sulle popolazione slave soggette all'Austria (soprattutto dopo le vittorie serbe nelle guerre balcaniche del 1912 e 1912-13), considerò necessario eliminare il fastidioso minuscolo ma pericoloso vicino.

L'attentato contro l'Arciduca d'Austria erede al trono asburgico FRANCESCO FERDINANDO, compiuto a Sarajevo il 28 giugno del 1914  da uno studente bosniaco, giunto dalla Serbia con la complicità di Belgrado, fornì il pretesto all'Austria per sbarazzarsi (lo credeva) della Serbia una volta per tutte.

GRAVILO PRINCIP scelse simbolicamente il nefasto giorno del lontano 1389 quando furono massacrati tutti i nobili della Serbia nel già ricordato Campo degli Uccelli Neri nel Kosovo, a Raska, il "cuore della Serbia".

Il 15 luglio 1914 (dopo aver avuto il 6 luglio pieno sostegno della Germania) senza informare gli stati europei, e nemmeno l'alleato Italiano nel timore che questo potesse avanzare richieste territoriali, l'Austria  lanciò l'offensiva sui Balcani con un ambiguo ultimatum. Il 24 luglio ad operazioni iniziate informò gli Stati Europei, che si schierarono tutti per l'indipendenza della Serbia. Il 28 luglio 1914 inizia la PRIMA GUERRA MONDIALE con l'Austria che dichiara ufficialmente guerra alla Serbia, e contro "tutti".

La triplice intesa, l'alleanza stipulata nel 1907 tra Inghilterra, Francia e Russia, chiesero l'intervento anche dell'Italia al loro fianco nonostante alleata dell'Austria. L'Italia tentennerà fino al 24 maggio del 1915 per entrare in guerra.
Esitazione che pagherà molto cara (oltre il bagno di sangue di 600.000 morti) il 4 Novembre del 1918, con quella che fu poi definita la "vittoria mutilata", e debiti - per il determinante aiuto offerto a caro prezzo dagli anglo-americani - fino al 1988 (non c'è un errore!!). Una punizione inflitta come ai vinti tedeschi. Furono proprio questi iniqui e offensivi castighi - per l'Italia anche un'umiliazione dopo tanti lutti e distruzioni - a far nascere e a far consolidare il fascismo e il nazismo; poi a scatenare la Seconda Guerra Mondiale.

Nel '29 in America crollarono tante certezze, mentre l'Europa, pur toccata da una globale crisi mondiale, anche se politicamente ancora disunita per tanti rancori, stava rinascendo forte (la stessa Italia). Ma in America dopo il crollo di Wall Street, il conseguente disastro economico causò una forte recessione. Inghilterra e America - le vere vincitrici della guerra, e creditrici - non presero così in nessuna considerazione le dilazioni dei pagamenti dei danni e degli aiuti dati agli stati Europei nella Grande Guerra. Iniziarono a "battere cassa" vanificando tutti i benefici della ripresa economica europea. Strozzati nell'economia, prima la Germania, poi l'Italia smisero di pagare.
Quello che poi accadde dopo è noto.

(fra breve un prossimo aggiornamento degli ultimi anni)
(anche se "anno per anno" qualcosa è già qui,  in CRONOLOGIA - vedi )

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Ritorniamo alla Costantinopoli di quest'anno 1196

Stefano II, aveva sposato EUDOCIA, figlia proprio di Alessio III. Ma era un matrimonio che aveva combinato suo padre con l'imperatore bizantino che voleva allearsi i Serbi (vassalli dei bizantini, ma pagati a peso d'oro) in funzione anti-normanni e anti-tedeschi.
Stefano II, operando non venalmente come suo padre, ma con la volontà di porre le basi per l'edificazione del regno della GRANDE SERBIA, intensifica gli attacchi al suocero con ben altri ideali; quello di non continuare ad essere solo i servi di Bisanzio. Le conclusioni di Stefano furono molto semplici: i bizantini dimostrano con questa politica della regalia che sono deboli, quindi significa che abbiamo solo noi la forza per combattere l'impero tedesco; perchè allora non utilizzare questa nostra forza per renderci indipendenti da Bisanzio.

Appena salito sul trono, STEFANO divorzia da Eudocia, e si volge a cercare alleanze nei piccoli principati. Con KALAIAN, che salirà sul trono bulgaro il prossimo anno, Stefano non stipula una vera e propria alleanza (in precedenza si erano fatti la guerra) ma solo un patto di non aggressione reciproca, in modo da poter rivolgere gli attacchi solo in una direzione: a Bisanzio, e così giungere più rapidamente all'indipendenza dei rispettivi regni.
Poi oltre al patto, entrambi fanno qualcosa di più: non fidandosi nemmeno dei patriarchi e della chiesa bizantina, il prossimo anno (entrambi già sul trono) concordano di rivolgersi addirittura al papa, chiedendo per i due nuovi regni che governano, la sanzione della loro sovranità non a Costantinopoli ma alla Chiesa di Roma.

Un'iniziativa questa, epocale, che avrà grandi ripercussioni nei prossimi secoli, fino ad oggi, alle soglie del 2000. Per aver fatto questa proposta scegliendo l'occidente, i Serbi entreranno nelle successive dominazioni in una spirale di violenza degli altri dominatori che non ha più avuto termine.


Questa notizia giunta dalla Bulgaria e dalla Serbia, fu proprio una gradita profferta per CELESTINO III (morirà nel '198, ma sul soglio l'8 gennaio salirà INNOCENZO III, proprio il maggior fautore della supremazia papale sull'autorità laica. Uno papa, l'altro ancora cardinale, entrambi (ancor più di Alessandro III che con il Barbarossa aveva sostenuto una lotta titanica) erano fortemente preoccupati e quindi ostili ai tedeschi. L'autorevole Innocenzo venne a trovarsi sul soglio proprio nel momento giusto! Erano in gioco disegni geopolitici, non solo locali.

Dopo la presa di possesso del regno normanno di Sicilia, l'imperatore Enrico VI si era trasformato ormai in un pericolo per tutta l'Italia e per la stessa Chiesa. Enrico VI, dal padre Barbarossa, aveva ereditato il suo sogno ambizioso: un grande Impero, universale! con la conquista dell'Italia e la conquista di Costantinopoli, o con le armi o con le parentele.
Con quest'ultima Barbarossa con Costanza la normanna c'era riuscito e ora se ne vedevano i buoni risultati: l'eredità del Regno di Sicilia. Mentre meno riuscito fu quello con Bisanzio. Anche qui aveva combinato il matrimonio di suo fratello Federico di Svevia con IRENE la figlia di ISACCO (l'imperatore che era riuscito a scacciare i normanni di Guglielmo nel '185) ma a sua volta poi spodestato lo scorso anno - come abbiamo letto - dallo stesso fratello ALESSIO III.
Era chiaro che per vendicarsi per il torto fatto al suocero, FEDERICO con l'ambizioso   ENRICO il nipote, avrebbero sicuramente intrapreso una guerra contro Bisanzio con   le deduzioni che se ne potevano ricavare per la sorte dei due imperi, e quindi   in pericolo i domini della Chiesa, viste le prime ostilità di Enrico verso il papato, appena eletto re d'Italia.

Per CELESTINO III, la richiesta dei Bulgari e dei Serbi, - furono due "doni del Signore", due utilissimi alleati a est e a nord di Costantinopoli -  una vera "provvidenza divina". Il papa era convinto che l'impero bizantino era agonizzante, ormai facile preda al primo esercito che si presentava davanti alle mura della città; ma questo esercito ad ogni costo non doveva essere quello dei tedeschi.
Iniziò quindi a prepararsi a delle ostilità congiunte. Ma gli arrivò un altro dono della "Provvidenza".

In questo 1196, Enrico era già pronto con una spedizione per scendere in Italia con un grande esercito.   Primo obiettivo la Sicilia, per domare la rivolta, l'intenzione era quella di rivolgersi finalmente contro l'impero bizantino. Vagheggiava il sogno del padre. L'"alessandrite" aveva preso anche lui!
Ma se il sogno di Barbarossa di ripetere le imprese di Alessandro era terminato dentro una pozzanghera, affogato miseramente dentro un ruscello in Oriente, al figlio andò molto peggio: non riuscì nemmeno a partire, morì prima; come leggeremo il prossimo anno.


*** Costruzione del Battistero di Parma, e del Duomo di Bitonto.

*** Al "Castello" di APPIANO (BZ) in questo periodo viene realizzato uno stupendo affresco, con una nuova sensibilità pittorica e inconsueta per i tempi, cioè quella denominata "arte profana".
Non è da molto tempo che é stata ripresa l'arte pittorica. Dopo l'Arte Carolingia peraltro molta rara e quasi interamente nella zona alpina della Val Venosta (Naturno, S. Maria di Tubre ecc) le prime opere pittoriche compaiono nelle chiese per illustrare al volgo illetterato alcune rappresentazioni bibliche o della passione di Gesù Cristo. I soggetti sono essenzialmente di carattere religioso, e quasi sempre l'esecuzione é affidata a monaci molto abili.

L'affresco di Appiano invece é una rappresentazione naturalistica, forse voluta dal proprietario che non voleva trasformare il suo castello in una chiesa, ma in un luogo di piacevole riposo.

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