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CRONOLOGIA

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ANNO 175 d.C.

QUI  riassunto del  PERIODO  ANTONINO -  M. AURELIO ( dal 138 al 180 d.C. )


*** IN GERMANIA UNA PACE AMBIGUA
*** IL TRADIMENTO DI AVIDIO CASSIO
*** GLI ERRORI DI MARCO AURELIO
*** NASCE LA SCUOLA DEL  NEOPLATONISMO

M. AURELIO - vedi anche qui >>

 Mentre il generale DIDIO GIULIANO (il futuro imperatore) è nella Germania Renana a fronteggiare una inesauribile invasione sul Reno di Catti,  sul Danubio nel territorio dei Quadi una tribù non ancora assoggettata, nuovamente sul piede di guerra, è per la seconda volta  respinta dalle truppe comandate da Marco Aurelio in persona; ma precipitosamente nel voler stroncare la ribellione con una grande forza d'urto, Marco lascia sguarnite le frontiere, e qui oltre la linea difesa (non difesa) si trovano ora i Sarmati, con due re, di cui uno non ha mai accettato le precedenti severe condizioni imposte dall'imperatore. Così  vista l'occasione propizia, si incunea tra la Pannonia e la Dacia (nell'odierna Ungheria) seminando il panico e mettendo in sgomento e in allerta ancora una volta la difesa dei confini in Italia, che chiedono rinforzi a Roma che  però è senza milizie, senza Marco, e senza generali.
L'unica cosa che può fare il Senato é informare Marco della nuova situazione che si è venuta a creare.

Marco che sta dettando le dure condizioni di resa ai Quadi, deve abbandonare il campo,  accorrere in aiuto e affrontare il re ribelle.  Lo sbaraglia adottando anche qui la solita tecnica del "grande cuneo", poi anche nei suoi confronti i negoziati di pace che lui impone sono come al solito durissimi: deportazioni dei prigionieri, riconoscere il territorio come un protettorato romano, divieto di comunicare e di fare scambi commerciali con altri barbari e persino con quelli che sono già sotto il protettorato romano. Vuole evitare e stroncare intese, coalizioni, alleanze. Li vuole isolare, non devono avere contatti tra di loro. 

 Erano i giorni del 5 e 6 luglio.......Marco Aurelio stava quasi completando la sua opera.....

In questa delicata situazione, giunge invece da Roma il figlio di Marco Aurelio, COMMODO, inviato dal Senato con due cattive notizie che buttano nello sconforto Marco Aurelio. Il suo fidato AVIDIO CASSIO lo ha tradito, si è proclamato Imperatore e si mormora anche che sua moglie Faustina lo ha raggiunto e che è diventata la sua amante. E quindi necessaria la sua presenza in Oriente.

Crolla tutta quell'impalcatura che da cinque anni stava costruendo per completare nei minimi dettagli organizzativi la "vittoria germanica" per farne una "confederazione". Ma era lui il responsabile, con il suo precedente errore; quello di aver affidato all'inetto fratellastro Lucio Vero la guerra d'Armenia. Qui Cassio in pratica aveva fatto tutto lui, mentre l'altro si godeva il sole sulle isole. Ovviamente quando fu lasciato solo, Cassio gestendo personalmente l'intera situazione orientale, gestì bene anche il suo potere personale, creandosi degli appoggi tra i re dei Parti.
Del resto era ben cosciente che l'impero in oriente era nuovamente romano per merito suo; aveva fatto quasi tutto lui, mentre poi  l'apatico Lucio si era preso tutti gli onori. 
Nell'affiancarlo a Lucio era stato proprio Marco Aurelio, ma nel 165 Marco viveva ancora di filosofia, aborriva la guerra, la vita militare. Cassio anche di questo era cosciente, quindi morto poi Lucio, di Marco Aurelio non aveva una grande considerazione, nè - quel piccoletto - lo riteneva capace di guidare delle legioni in guerra, come invece ora stava facendo dopo aver totalmente cambiato carattere.

Capacità, ambizione  e il fatto di essere lui il governatore delle province asiatiche, lo avevano stimolato a fare il grande passo: di farsi lui nominare imperatore. 

 Poi c'era un altro grave errore di Marco Aurelio:  la sua insistenza a sottomettere tutti germani con un progetto più militare che politico, e lo abbiamo visto che genere di sottomissione; cioè quella totale, e senza possibilità di avere i popoli assoggettati rapporti tra di loro. Dovevano cioè ubbidire ciecamente a Roma, incondizionatamente.
 Eppure scriveva mentre dettava condizioni, deportava, distruggeva, di aver "concepito l'idea di uno stato democratico, amministrato in uguaglianza e libertà di parola, e di una monarchia che onorasse la libertà dei governati".

Gravi errori, e quest'ultimo si rivelò completamente falso, primo perche' abbiamo visto che tipo di condizioni ai vinti dettava e come operava e come considerava i sudditi di altre province, secondo non aveva costruito democraticamente proprio nulla, infatti lo vedremo presto nei prossimi anni........

Eppure, dopo quelle brutte notizie, dovette provare di fronte ai "barbari" vinti, un profondo disagio. Le severe condizioni che stava dettando a loro in quei giorni furono sì imposte, ma avvennero in un clima mesto e frettoloso. Impose questa volta alcuni banali divieti, e per potersi allontanare stipulò tanti compromessi che presto vedremo inutili. 
Nel prepararsi per rientrare a Roma per affrontare il ribelle Cassio i suoi generali suggerirono di prendere alcuni gruppi di barbari per formare un grande esercito, ma lui rifiuto' "non voglio che "questi" estranei vengano a sapere della nostra vergogna".

Mentre si avvicinava a Roma gli vennero incontro portandogli la bella notizia, Avidio Cassio era stato già ucciso da un centurione a lui fedele;  gli avrebbero fatto trovare la sua testa al suo arrivo, visto che la stavano portando dall'Armenia a Roma come trofeo.

Non ne volle sapere, anzi diede disposizioni per  una regolare sepoltura. Ma questa esperienza cambiò qualcosa di Marco Aurelio, interiormente, da come vedremo nei prossimi suoi comportamenti, sia militari che nella vita civile del paese e soprattutto a Roma che dopo cinque anni trovò al suo rientro  molto cambiata; l'epidemia aveva prostrato una città, l'economia era allo sfacelo, la felicità di epoca antoniniana era solo più un lontano ricordo, i romani non erano più gli stessi, avevano perso insieme ai loro cari non solo la fiducia negli dei ma la fiducia in se stessi, e stava nascendo in loro un desiderio spirituale forse irrazionale - ma non c'era più nulla di razionale con la morte che aveva passeggiato in lungo e in largo nelle province e a Roma in ogni strada- ma più profondo, si interrogavano sulle sventure, e i loro pensieri iniziarono a cercare nuove strade, nuovi indirizzi.

Marco con la sua fede nella filosofia stoica, dove gli eventi erano predestinati dagli dei non poteva certo porre rimedio a un'epoca e a una societa' che stava mutando, ne' poteva evitare lo sfacelo. Anzi la sua concezione universalistica del mondo era quella di farlo tutto stoico. Al disastro, lui, l'ultimo degli stoci affermò "la mia città è Roma, ma come uomo il mondo", se avesse pensato all'incontrario il suo grande progetto sarebbe diventato realtà. Era il mondo che si stava trasformando e stava diventando come Roma, e perfino nella stessa capitale dell'impero questo mondo mutato era già ben evidente se qualcuno lo avesse solo notato, ma non fu cosi'....

Nei prossimi anni dopo la spedizione in oriente che va a iniziare in questo momento, lo troveremo impegnato a Roma in grande trasformazioni di politica interna, a promulgare leggi che rappresenteranno pietre miliari per ulteriori progressi, a far compiere grandi passi al miglioramento della vita civile, a fare lui stesso sacrifici.  Ma non poteva sanare le profonde ferite che si erano verificate nell'animo umano dei romani, nel cuore dell'impero, dove la epicurea filosofia e cultura greca e romana andava ormai verso il tramonto. 
Lo stoicismo che stava nascendo non era una scelta del popolo, nè erano gli insegnamenti di Marco Aurelio, ma era diventata una necessità. Quando leggeremo le sue ultime parole dette sul letto di morte, nel 180, proprio in quelle troveremo la contraddizione di un uomo che non era stato capace di vedere il mutare dei tempi. Disse ai presenti "andate verso il sole nascente, il mio sole tramonta". 

I romani, dopo lui, invece di una nuova alba, un nuovo sole, videro giorno su giorno solo tramonti. L'ultimo caldo sole nascente (e allo zenit) l'avevano visto con Traiano e Adriano, poi con Antonino vi si erano crogiolati con quei Soli caserecci, poi iniziarono subito i tramonti, le notti fredde con la peste che portava in ogni casa la morte, e anche se non lo sapevano ancora, ma l'intuivano, stavano iniziando un percorso, con tante insidie che li porterà presto al buio totale.

Ma forse era più appropriata in quella circostanza un'altra sua frase filosofica "Cos'è la fine di tutto ciò? Fumo, ceneri e leggenda, o forse nemmeno leggenda". Di frasi filosofiche ne aveva dette tante, e molte belle, del resto era stato educato da venticinque maestri di scuole diverse di tutte le nazioni. Ma in uno scritto poi si contraddice: "Semplice e modesta è l'opera della filosofia. I grandi politici, condottieri, che giocarono alla filosofia? Tutti imbecilli! Agirono come attori tragici. Nulla mi ha spinto ad imitarli". E anche questo era tutto falso, non solo giocò per cinquant'anni con la filosofia, prima di decidersi ad agire,  ma agì poi e diventò proprio lui il più grande attore tragico della stirpe imperiale di Roma. Purtroppo la tragedia non moriva solo con l'attore che l'aveva recitata, ma la lasciò in eredità.

Il dramma inizierà fra qualche anno..........noi intanto andiamo avanti.......

A ROMA , viene consacrato Papa ELEUTERIO di Nicopoli in Epiro, sempre secondo l'elenco ufficiale in cronologia è il 13 mo papa.

Nasce ad Alessandria AMMONIO SACCA filosofo della scuola di Alessandria, dove in questa andra' affermando l'interpretazioni delle idee platoniche come "pensieri della mente divina". Sara' lui in fondatore della Scuola del NEOPLATONISMO che farà poi chiudere Giustiniano nel 529. I discepoli più illustri saranno poi Plotino, Porfirio, il retorico Longino, Giuliano L'Apostata. In base alle testimonianze, a Sacca gli viene attribuita la tendenza a conciliare il pensiero di Platone con quello di Aristotele, superando le polemiche tra le due scuole. Ebbe poi forte influenza nella filosofia medioevale, rappresentata dalla cosiddetta "teologia negativa" e in generale , il dibattito sui limiti e le possibilita' del linguaggio speculativo in teologia. La fortuna il neoplatonismo lo ebbe nell'età moderna quando Marsilio Ficino, a Firenze fondò la sua scuola, l'Accademia Platonica, e da qui il suo pensiero si irradiò in tutta l'Europa.

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