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CRONOLOGIA

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ANNO 589 d.C.
( QUI riassunto del periodo ( invasione longobardi ) dal 568 al 590 ) >

*** AUTARI SPOSA TEODOLINDA
*** LA SORTE DELL'ALTO ADIGE
*** GIAPPONE -  RELIGIONE: SI CAMBIA!

 

***  ITALIA - Sceso dalle Alpi per la seconda volta con due corpi di spedizione una a ovest e uno a nord, il re Franco Childeberto, anche se ha l'appoggio dei bizantini a sud del Po, viene cacciato fuori dall'Italia da Autari.
Nonostante il tradimento di tre suoi duchi, che hanno lasciato passare i Franchi nel loro territorio per raggiungere Verona devastando così anche Trento, il re Longobardo, non solo  esce vincitore dal conflitto, ma inseguendo il primo gruppo di Franchi fino ad Asti, ha ottenuto non proprio una resa dei Franchi ma un accordo: che contempla che Childeberto lasci definitivamente  l'Italia.
Il Franco quando era sceso in Italia, sperava molto in un aiuto e un ricongiungimento da sud con gli alleati bizantini, ma mentre lui entrava in difficoltà,  i bizantini con qualche franco nel gruppo, avevano continuato per la loro strada, strappando ai longobardi Modena e Mantova, poi si erano diretti a est, conquistando Altino e minacciando anche il Friuli del duca Gisolfo, che fu costretto a cedere ai bizantina alcune località.

Le difficoltà dei Franchi nella Val d'Adige non erano state solo militari, ma il tempo inclemente su quasi tutta Italia aveva provocato straripamenti di fiumi e alluvioni nella pianura Padana.
Una in particolare; quella del fiume Adige, che aveva fermato e quasi travolto  i Franchi nel punto più stretto della valle, a Salorno. I Franchi fecero fatica a uscire da quell'inferno, e Childeberto non indugiò oltre per fare l'accordo con Autari e tornarsene a casa.
L'esarca bizantino di Ravenna a sua volta, dopo l'abbandono dei Franchi, dopo aver raggiunto già il Friuli, tratta anche lui con il duca Gisolfo e se ne torna a Ravenna.

Superato questa prova, Autari si sposa. Prende in moglie Teodolinda, figlia del duca di Baviera Garibaldo. E un'altra sua figlia va in sposa al duca di Trento Evino. Mentre a suo figlio Gundoaldo, Autari lo nomina duca di Asti.
Abbiamo quindi nella Val d'Adige, con sede a Trento un potenziale grande ducato; La Bavaria-Tirolo (con l'attuale Alto Adige) di Garibaldo e l'attuale Trentino  in mano ai Longobardi ora doppiamente imparentati con i confinanti bavaresi. Con Evino e Autari stesso.

Questo perchè mentre in Italia c'era da alcuni anni il caos
(caduta dell'impero Romano) nell'alta val d'Adige, dalla valle Isarco e dalla Pusteria erano scesi i Bavari ad occupare Merano e Bolzano.

Le due popolazioni sia quella trentina che quella altoatesina erano entrambe romanizzate da circa sei secoli, Merano e Bolzano erano sede di due castri romani molto importanti, situati sulla famosa via Claudio-Augusta che da Aquileia portava le legioni romane attraverso la Val Venosta e quindi dopo il passo Resia, fino alla città di Costanza e terminava ad Augusta.
Non solo, ma a Glorenza (Città per decreto imperiale) posta al bivio di Spondigna-Malles, c'era la strada del sale, millenaria, questa partendo da Salisburgo, supera il Passo Resia, scende a Malles e sale subito dopo in Val di Tubre mettendo in comunicazione la grande valle Engadina, e (alle spalle dell'intero arco alpino) quella del Rodano fino a Martigny (Passo Gran S.Bernardo) e di qui strada aperta fino a Parigi.
Merano e Bolzano  da quando avevano smesso i Romani di utilizzarle come base prima di salire in Val Venosta, sul  territorio erano rimasti i locali misti ai tanti romani, che in zona nel corso di sei secoli si erano inserirti mutuando a vicenda tradizioni e cultura). Dopo la caduta dell'impero romano, barbari e in seguito gli uomini di Attila  non avevano mai imboccato la val d'Adige, mentre i Longobardi da Verona si erano spinti solo fino a Trento; e nella stretta gola di Salorno (ben difesa dai locali) si erano fermati senza andare oltre.
Ma i locali chi erano? Nel lungo periodo di abbandono del territorio, avevano approfittato nel corso dell'ultimo secolo i Bavaresi (*) per allargare il loro territorio, ma pure loro si erano fermati alla "chiusa" di Salorno (dove la Valle dell'Adige in quel punto - il più stretto dell'intera lunga valle- è chiusa in ambo i lati dalle pareti di due montagne) . Una scelta che determinò ( per sempre) la divisione del territorio della Val d'Adige 
I Bavari relativamente non più disturbati, riuscirono a consolidare in modo definitivo il loro stanziamento nella zona settentrionale della valle. Che divenne definitiva quando quest'anno i due potenziali conquistatori dell'intera val d'Adige si misero d'accordo. Autari il re Longobardo sposò la figlia del re bavarese Teodolinda, e la sorella il duca di Trento Evino.

La discendenza della prima regale famiglia andrà incontro alle sfortune e discioglimento del regno longobardo, mentre la seconda seguirà le fortune degli imperatori germanici-austriaci fino alla guerra del 1915-18.

(*) Bavaresi - Le origini sono ancora incerte; l'ipotesi è che essa risultasse dalla fusione avvenuta ai tempi di Teodorico, con abitanti locali di origine sia romana (Norico e Rezia erano province romane) sia celtica sia germanica (marcomanni, alamanni, svevi, e franchi). Da questi ultimi subì degli attacchi nel corso di questo secolo, ma seppe sempre conservare una relativa indipendenza; che continuò a consolidare fino al 788, proprio grazie a questi matrimoni con i longobardi. 
Con Carlo Magno poi entrò nella sfera tutta franco-germanica.

Ma i romani che abitavano questa zona dell'Alto Adige dove finirono con la lotta Longobardi-Bavaresi?  Alcuni nel corso di questa dominazione si integrarono, altri scesero nel trentino (fino a Mezzolombardo - (mezzo-longobardo) -prese questo nome proprio perchè era una popolazione mista) o nel veronese; mentre due piccolissimi gruppi  anzichè sottostare agli invasori bavari, abbandonarono la zona ma non andarono molto lontano: si rifugiarono in due inaccessibili e inospitali valli, chiuse da un bastione di monti circostanti. E lì vissero isolati per oltre 13 secoli.
Una era la Val Gardena-Badia; l'altra la Val di Fiemme-Fassa. Così isolati da italiani e bavaresi che conservarono un dialetto italico-latino (romano), oggi noto come Ladino.
Che queste popolazioni siano vissute in un isolamento totale di sola pastorizia arcaica e senza la minima cultura e in un completo e generale analfabetismo ce lo attestano i reperti storici, e molto più tardi le rarissime documentazioni amministrative dei due territori.
Nessuna attestazione scritta appare in Val Gardena fino al sec. XVIII: Intendiamo una scritta civile,  escludendo quelle monastiche o di confraternite. La popolazione era una piccola comunità ripartita nei 3 villaggi (Ortisei, Selva, e Santa Cristina) che contava (ancora al censimento catastale austriaco di uomini, bestie, case e poderi del 1825) 165 casali tutti in legno (nessuno in muratura) e, incredibile ma vero, contava solo 1250 individui (nel 1825!). Una popolazione che si era mantenuta con alti e bassi, su questi valori per quasi 1400 anni, quasi fino al 1900; ancora nel 1940  il Melzi dava un totale di 3396 abitanti in tutta l'intera valle. (dominante una trentina di nomi di famiglie capostipiti che si perdono nella notte dei tempi, i vari Schamlz, Vinatzer, Kaslatter, Senoner, Insam, ecc
Non diversa la storia della Val di Fassa-Fiemme, dall'anno 600 al 1400 gli abitanti erano una piccola pseudo-comunità (col romano nome Flammanienses- poi Fiemme. Fiammazzi) di circa 1000 individui in tutta la lunga valle che terminava sotto i bastioni del Sella e del Pordoi, che vivevano non in villaggi,  ma erano dei piccoli clan famigliari sparsi e isolati per proprio conto sul territorio. Sempre nel 1825 si contavano in tutto: "96 masserie, 30 casali, 839 abitanti e una massaria di Corte austriaca dove presta un servo d' ufficio che fa la giusticia ed è retribuito con un minello di Segala" (...) ....lo allevamento del bestiame è una delle principali occupazioni e lo sostentamento delli abitanti; lo numero contato in tutta la valle è di 4000 bestie bovine, 5000 pecore e 1000 capre; altri abitanti che non hanno nessun sostentamento vannosi a Bolzano a fare i facchini dei tirolesi".
  Nessuna iscrizione di carattere pubblico o privato fino al sec.XVIII, escluse quelle del clero che per la prima volta  nomina questa valle e questa popolazione ufficialmente negli atti del principe-vescovo di Bressanone nel 1403. Ma un vero "servo d'ufficio" per derimere le liti religiose e civili, fu inviato formalmente per la prima volta su richiesta degli abitanti nel 1607.
Per la spartizione del legname o il diritto di pascolo fra gli abitanti c'era il "Banco de la Rason", a Cavalese, un tavolo circolare con sedie di pietra attorno, all'aperto nel Parco della Pieve, all' ombra di cinque tigli secolari. Tutt'oggi esistente.
(maggiori particolari nell'anno 189, quando Trento, Bolzano erano tre popolose e fiorenti città romane, e Merano era l'Aosta prealpina della Val d'Adige, prima del gran balzo degli eserciti romani oltre i monti. Il bellissimo (e integro) ponte romano sul Passirio è ancorà lì a testimoniarlo.)

Con il loro parentado bavaresi e longobardi pur con tante liti successive, si misero d'accordo e ignorarono i confini naturali. Instaurando così una forte egemonia sul territorio con il proprio (casalingo) confine a Salorno. Una divisione che dopo 200 anni divenne ancora più forte quando (dopo la pausa franco-carolingia) la sede dell'impero si trasferì in Germania e quando Ottone I desiderando assicurarsi l'intero possesso della valle dell'Adige fece della regione una marca tedesca con i Conti di Tirolo (in Alto Adige, a Tirolo, sopra Merano) e i Principi-Vescovi (nel Trentino); l'ultima  marca verso sud del Sacro Impero Romano, che di romano non aveva più nulla.
Nel 1140 iniziarono a dominare i conti vassalli di Tirolo fino al 1363 quando l'ultima erede Margherita detta la "Maultasch", cedette tutto ai duchi d'Austria e precisamente alla emergente e potente famiglia degli Asburgo.
Il territorio a nord fortemente germanizzato  con tutti gli eventi che seguiranno non cambierà più da questo momento in avanti, sia come etnia, sia politicamente. Secondo gli interessi di chi governava venne considerato o territorio austriaco o territorio italiano (più recentemente, con Napoleone, poi guerra 1918, e solo oggi quasi interamente autonomo ma con una vocazione alla totale indipendenza).
(VEDI ANCHE L'ANNO 611)

*** GIAPPONE e RELIGIONE 
 
E' in corso quest'anno anche in Giappone una guerra di religione, -non proprio simile a quelle europee- che avrà anche qui una grande ripercussione sul futuro della civiltà di quest'isola. 
Da una religione tribale shintoista (che traeva origine dalla mitologia dei grandi eroi del passato)  dominante con il primo imperatore che aveva costituito il regno, inizia in questo periodo una conversione del popolo al buddhismo.
Anche se furono proprio i buddhisti a portare in Giappone la scrittura e una certa cultura, all'interno dello regno i seguaci (e soprattutto i "sacerdoti") di fede shintoista ebbero poca tolleranza nei riguardi di questi nuovi filosofi buddhisti "stranieri", che penetravano nel loro paese, riducendo i vecchi "santoni" sul lastrico. (non diverso da Roma quando i sacerdoti dei mille riti pagani (che con questi campavano) furono esautorati dai sacerdoti cristiani)

Ne scaturisce una guerra di religione e di conseguenza una guerra politica (come le occidentali). Condottiero buddhista è SOGA-NO UMAKO, gli sconfitti sono i condottieri  shintoisti , MONONOBE e NAKATOMI. 
E' l'avvio definitivo all'affermarsi della religione buddhista nel Giappone. Della Shintoista che era la religione degli spiriti, trasmessa oralmente dalla notte dei tempi alla popolazione ne abbiamo oggi due testimonianze;  credenze che furono riportate per dovere di cronaca dai primi buddhisti che si insediarono in Giappone e come abbiamo accennato avevano proprio loro contribuito alla nascita della scrittura e quindi della Storia Cronologica e Mitica delle antiche credenze e idoli.  Una testimonianza è nel "Kojiki" l' altra nel "Nihongi". 
Sono testi perfettamente conservati e narrano tutta la mitologia del Giappone, molto simile a quella dei greci come divinità. Era questa mitologia arcaica - come in tutte le religioni dette appunto naturaliste-  fondata essenzialmente sui culti della natura, e non vi era aspetto o oggetto della natura che non fosse stato trasformato in un dio o in una dea. 
Così che il numero degli dei e dee è quasi infinito. Tutt'oggi in Giappone se ne contano circa 800 più o meno importanti. Alcuni, come ad esempio la dea del Sole (Amaterasu) per importanza sta livello della dea del cibo (Inari); poi tante altre dee e dei; come il dio del riso, del grano, del thè,  ecc.. Il più temuto era quello del fuoco; possedendo i giapponesi quasi tutti case di legno, gli incendi erano molto frequenti, quindi per la sua ira era il dio del fuoco era il più temuto e quindi il più venerato; diffusi anche il dio del fallo, degli alberi; e anche la casa, il villaggio, la città e quartiere, ha i suoi dei. E all'interno delle case c'è il dio del focolare, del paiolo, della padella, del mantice, del martello, del pennello per scrivere, dell' ago da cucire, e addirittura nell'anno nuovo viene accesa una lampada perfino in onore del dio della latrina, concepito come luogo dove facilmente si insediano gli spiriti impuri. Di ogni mestiere, c' è non un santo, come da noi protettore, ma un dio, cioè quello che ha inventato quel mestiere.

Se in Grecia la sede degli dei era il Monte Olimpo, in Giappone tale sede è nel monte Fujiyama, ma sono anche sparsi in centomila tempietti che troviamo nei boschetti, spesso mirabilmente adattati al paesaggio, e non servono affatto per una riunione di fedeli,  ma sono abitazioni delle divinità, per cui in genere sono piccole e costruite nello stile inconfondibile della casa giapponese di legno; un connubio fra casa e pagoda. E' su questi tempietti che i neonati maschi dopo 31 giorni e le femmine dopo 33, vengono portati per essere benedetti e per ricevere un nome.

Questi riti, malgrado l'introduzione del Confucianesimo e del Buddhismo non hanno mai smesso di essere osservati, sono conservati in simbiosi tutt' oggi. E quando l'etica e la morale subì certe influenze da queste nuove filosofie, i maestri shintoisti dichiararono (orgogliosamente difendendo la religione degli avi) che se lo shintoismo non aveva mai avuto precetti morali sulle proprie credenze, ciò dimostrava la bontà dell'etica naturale del Giappone, il quale non ne avrebbe avuto bisogno come il malvagio popolo Cinese confuciano e buddhista. 
Queste dispute per non farsi fagocitare dalle "religioni straniere", si protrassero per secoli, fino al 1868 con la caduta degli shogum ( la dinastia dei maggiordomi sacerdoti ereditari ) che anche se tolse il carattere tradizionale di religione al shintoismo, rimase in funzione del cerimoniale di Stato; ai suoi sacrari restò unicamente il significato di "Istituti Nazionali di Carattere Etico e Storico ". La religione divenne qualcosa di privato e nel 1889 fu proclamata la libertà di culto. Lo Shintoismo rimase dunque come un orientamento nazionalistico e fu anche ufficialmente ordinato a finalità puramente patriottiche e dinastiche, in onore dell'imperatore e degli eroi.
(Non dimentichiamo che i dei dello shintoismo, altri non sono se non uomini divinizzati. Così il dio dell'erudizione e dell'arte dello scrivere era Michisane, un famosissimo cancelliere erudito. Il dio della guerra, era Ojin, un imperatore guerriero dell'antichità.

Voler quindi in poche parole far comprendere di quale forma religiosa è rivestito il Giappone, oggi si può solo dire che riveste una forma settaria, e tale è quella del shintoista del tempo presente, anche se sono riconoscibili certe influenze del buddhismo. In effetti il popolo si appoggia in entrambe le due religioni, cercando rifugio nel buddhismo per quel che riguarda i problemi più gravi della vita, la sofferenza e la morte; nel shintoismo invece vi ricorre quando i problemi non esistono e si è attratti dalla serenità della vita, dalle bellezze naturali che circonda l'uomo, da ogni piccola manifestazione dei nostri comportamenti anche su insignificanti operazioni, che sono vissut
e con una profonda religiosità accompagnata da una meticolosa ritualità ;  ai nostri occhi tali esagerati rituali sembrano lontane liturgie pagane, mentre invece sono ritualismi "ufficiali", forse privi di ogni calore spirituale-religioso ma non per questo privi di interiorità del soggetto che li compie. 
Difficile capirlo per gli occidentali perché gli è stato privato per secoli il "piccolo" piacere delle "piccole cose"; degli animali, delle piante, degli oggetti, la cura del corpo, cioè i beni terreni e le opere degli umani ( leggi: arti, letteratura, filosofia, scienza, medicina - ricordiamoci del l'editto di Giustiniano che proibiva la scultura, la pittura, la musica ecc. tutte arti considerate pagane, che distoglievano l'attenzione all' "arte" mistica e ascetica; perfino l'Accademia di Atene fu considerata fucina di paganesimo. Lo sguardo doveva essere rivolti solo verso un unico punto, il Cielo, e nella rassegnazione terrena attendere la morte per goderne poi le "bellezze".)
(ma intanto loro, quelle terrene, mica se le facevano mancare!) 

Se si dovessi oggi rapportare alla nostra cultura questo " culto delle cose", potremmo dire che è come quando noi conserviamo alcuni libri che ci sono cari e che appartengono alla nostra personalità, oppure tocchiamo comunissimi oggetti per altri insignificanti ma che per noi sono parte del nostro immaginario, che hanno accompagnato la nostra esistenza. Quando facciamo queste operazioni, quando tocchiamo le nostre cose " a noi care", che per noi sono tutto, così è per l'universo giapponese, le cose care sono invece "tutte" quelle disponibili, non solo a un uomo singolo ma a tutti gli uomini;  un fiore, un albero, una montagna, un passerotto, una tazza di thè, il paiolo, il focolare, e oggi la moto o l'auto.
  Noi occidentali siamo solo all'inizio di queste affezioni, da non scambiarsi per feticismo pagano, spesso dai moralizzatori di oggi bollata come affezione edonistica-comsumistica.
Dietro il culto di una Ferrari, non c'è solo l'amore per dieci quintali di metallo dipinto di rosso, c'è dietro l'ingegno, è la perfezione della creatività umana che ci affascina. La parte estetica viene solo dopo, e solo un aggiuntivo contorno all'intera opera.
 
Nella natura di cui tutti noi siamo parte,  il buddhismo -e ancora di più lo shintoismo- mette nella sua concezione sacrale ogni cosa sullo stesso piano: animale, vegetale, minerale, umano, e le opere dell'ingegno e della creatività umana.

Nel consumismo occidentale può benissimo nascere oggi questa libertà di "amare le cose"; e possiamo così scoprire che da religioni naturali arcaiche abbiamo già dentro di noi questo amore, mai dimenticato, ma solo represso in tutti modi da certe istituzioni, monopolizzando così non solo i nostri interessi ma anche le nostre coscienze.
L' uso smodato di questo amore certo non manca, ma è solo perché non abbiamo ricevuto questa finezza educativa a piccole dosi; troppo fulmineo il passaggio "dal cielo alla terra".

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