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NIZZA E SAVOIA

(con i nomi di chi approvò la cessione)

Proclama del Re "galantuomo" alle popolazioni di Nizza e Savoia  
* [Pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale del Regno il 12 aprile 1860. N. 69]
(testo integrale)

"Un trattato concluso il 24 marzo stabilisce che la riunione della Savoia e di Nizza alla Francia avrà luogo colla adesione delle popolazioni e la sanzione del Parlamento.

"Per quanto siami penoso di separarmi da province che hanno per sì lungo tempo fatto parte degli Stati de’ miei antenati, e alle quali si attaccano tante reminiscenze, io ho dovuto considerare, che i cangiamenti territoriali, originati dalla guerra in Italia, giustificherebbero la domanda, che il mio augusto alleato l’imperatore Napoleone mi ha indirizzato per ottenere questa riunione.

"Io ho dovuto inoltre tener conto dei servigî immensi che la Francia ha resi all’Italia, dei sacrifizî che essa ha fatto nell’interesse della sua indipendenza, dei vincoli che le battaglie e i trattati hanno formato tra i due paesi. Io non potea disconoscere da altra parte che lo sviluppo del commercio, la rapidità e la facilità delle comunicazioni aumentano ogni giorno di più l’importanza ed il numero delle relazioni della Savoia e di Nizza colla Francia.

"Io non ho potuto dimenticare infine, che le grandi affinità di razza, di linguaggio e di costumi rendono codeste relazioni ognor più intime e naturali.

"Tuttavia un simile grande cangiamento nella sorte di codeste provincie non potrebbe esservi imposto; esso dev’essere il risultato del libero vostro consentimento. Questa è la mia ferma volontà, e tale è pur anche l’intenzione dell’Imperatore dei Francesi. Affinché nulla possa imbarazzare la libera manifestazione de’ vostri voti, io richiamo quelli tra i principali funzionarî dell’ordine amministrativo, che non appartengono al vostro paese, e li surrogo momentaneamente da alcuni de’ vostri concittadini, che più godono la stima e la considerazione generale.

"In queste circostanze solenni voi vi mostrerete degni della riputazione che vi siete acquistata.

"Se voi dovete seguire altri destini, fate in modo che i Francesi vi accolgano come fratelli, che si è da lunga mano appreso a valutare e stimare.

"Fate che la vostra unione alla Francia sia un legame di più tra due nazioni, la cui missione è di operare di accordo allo sviluppo della civiltà.

"Torino, 1° aprile 1860.

"Vittorio Emmanuele".


A questo succedevano i seguenti Proclami alle popolazioni:

 Proclama del Governatore Provvisorio ai popoli della città e della Contea di Nizza

"Cittadini!

"Sono cessate le incertezze sui nostri destini.

"Con un trattato firmato, il 24 marzo scorso, il valoroso re Vittorio Emmanuele ha ceduto alla Francia la Savoia e il circondario di Nizza. I più potenti motivi di convenienza politica, le esigenze dell’avvenire d’Italia, il sentimento di gratitudine verso il suo potente alleato, infine le circostanze tutte speciali del nostro paese hanno deciso, benché a malincuore, questo ben amato Sovrano a separarsi dalle provincie strettamente congiunte da secoli alla sua dinastia. Ma la sorte dei popoli non deve essere il risultato esclusivo della volontà dei Principi. Di questa guisa il magnanimo imperatore Napoleone e il leale Vittorio Emmanuele hanno desiderato che il trattato di cessione fosse convalidato dall’adesione popolare.

"Per questo scopo voi sarete tra breve convocati nei comizî elettorali, e S. M. il Re mi ha commesso provvisoriamente il governo di questo circondario nella mia qualità di vostro concittadino.

"Concittadini!

"Alla voce augusta del Re ogni incertezza sul nostro avvenire è dileguata. Nella stessa guisa dinanzi a queste parole auguste debbono ormai scomparire i dissidî e le rivalità. Tutti i cittadini devono essere animati dallo stesso spirito di conciliazione. Tutte le opposizioni devono frangersi impotenti contro gl’interessi della patria e il sentimento del dovere. V’ha di più: esse troverebbero un ostacolo insuperabile negli stessi desiderî di Vittorio Emmanuele.

"Le pubbliche dimostrazioni in questi momenti non hanno più regione d’essere. Solo loro scopo sarebbe quello di compromettere l’ordine pubblico, che sarà oggimai energicamente protetto."La confidenza, la tranquillità e il raccoglimento debbono presiedere all’atto solenne cui verrete chiamati.

"Concittadini!

"La missione che mi fu commessa dal Re è transitoria, ma importante.

"Per adempire il mio uffizio in queste straordinarie circostanze io conto sull’appoggio del vostro rispetto alle leggi, e su quell’alto grado di civiltà, al quale voi vi sapeste innalzare.

"Affrettiamoci dunque di riaffermare coi nostri voti la riunione della nostra Contea alla Francia. Rendendoci l’eco delle intenzioni della grande nazione che eccitò sempre le nostre più vive simpatie. Ordiniamoci intorno al trono del glorioso imperatore Napoleone III. Circondiamolo di quella fedeltà, tutta speciale del nostro paese, che noi abbiamo serbato fino a questo giorno a Vittorio Emmanuele.

"Per questo augusto Principe, che si serbi fra noi il culto delle memorie, e ardenti voti si innalzino pe’ suoi nuovi e splendidi destini.

"Pel grande Napoleone III, la cui potente e ferma volontà è di aprire un’êra novella di prosperità pel nostro paese, comincerà la nostra fedeltà a tutta prova e la nostra rispettosa devozione.

"Viva la Francia!

"Viva l’imperatore Napoleone III!

"Nizza, 3 aprile 1860.

"Il Governatore Provvisorio

"Lubonis".


 Proclama del Governatore della provincia di Ciamberì

"Il Governatore della provincia di Ciamberì s’affretta d’informare gli abitanti della provincia, che è stato convenuto tra il governo sardo ed il governo francese che l’espressione dei voti del paese sarebbe fatta per mezzo del suffragio universale, e che per questo fine le seguenti disposizioni furono prese d’accordo tra essi:

"Art. 1° I Savoini abitanti della provincia di Ciamberì sono chiamati a votare sulla seguente questione: La Savoia vuol essere riunita alla Francia? — Art 2° Il voto avrà luogo con un SI o con un NO, a scrutinio segreto, per mezzo di poliza manoscritta o stampata. Qualunque poliza che non recasse una risposta diretta alla questione fatta e che recasse qualche frase riprensibile sarà considerata come nulla. — Art. 3° Lo scrutinio sarà operato in ogni Comune Domenica, 22 aprile 1860, dalle ore otto antimeridiane alle sette pomeridiane. — Art. 4° Saranno ammessi a votare tutti i cittadini in età d’anni ventuno almeno nati in Savoia, o fuori della Savoia da genitori savoini, che abitano nel Comune almeno da sei mesi, e che non hanno subìta condanna alcuna od una pena criminale. — Art. 5° Sarà formato in ogni Comune un Comitato presieduto dal Sindaco, ed in caso d’assenza o d’impedimento dall’Assessore più anziano non impedito nella Giunta municipale, e composto in oltre da quattro membri presi dalla Giunta, e, ad un bisogno, nel Consiglio municipale per ordine di anzianità; secondo l’articolo 193 della legge del 23 ottobre p. p.; a questo Comitato si aggiungerà un segretario di sua scelta. — Art. 6° Farà le liste, e le farà pubblicare Domenica, 15 del corrente, al più tardi. Deciderà d’urgenza intorno ai richiami che potranno essere fatti. Presiederà alla votazione, e ne registrerà il risultato in un processo verbale sottoscritto da tutti i membri. — Art. 7° Nei Comuni in cui il Comitato credesse necessario di formare parecchie sezioni per riguardo al numero dei cittadini iscritti, sarà stabilito, previa autorizzazione del Governatore, per ogni sezione un uffizio speciale composto di cinque membri presi nel Consiglio comunale nel modo indicato nell’art. 5° sopra esposto. Sono inoltre applicabili a questo voto le disposizioni d’ordine pubblico contenute negli articoli 51, 52, 53, 54 55 e 56, come pure quelle dell’articolo 65, della citata legge del 23 ottobre ultimo. — Art. 8° Lo spoglio essendo terminato, i processi verbali saranno immediatamente trasmessi agli Intendenti dei Circondari (arrondissements) che li faranno giungere al segretariato della Corte d’Appello per mezzo del Governatore. — Art. 9° La corte, a camere riunite, provvederà allo spoglio generale, e ne constaterà il risultato con decisione pronunziata in seduta pubblica.

"Ciamberì, il 7 aprile 1860.

"Il Governatore reggente, Dupasquier".


Documenti che precedettero e accompagnarono la cessione di Nizza e Savoia

Dopo le recate cose intorno alla famosa cessione, è bene analizzarla; lo faremo con un po’ di documenti, anche retrospettivi. Sia per primo il seguente:

Nota del Ministro Thouvenel al Barone di Talleyrand, Ministro di Francia a Torino

"Parigi, 24 febbraio 1860.

"Signor Barone,

"Ho l’onore d’inviarvi qui unita copia del dispaccio che ho indirizzato all’ambasciatore dell’Imperatore a Londra, e nel quale, facendogli conoscere l’opinione del governo di S. M. intorno alla risposta del gabinetto di Vienna alle nostre ultime aperture, io gli spiego la miglior via da seguirsi, secondo me, onde evitare ogni responsabilità, senza togliere ad alcuno la legittima libertà di azione, come anche per uscire da una situazione, che bentosto diventerebbe tanto pericolosa quanto già è intricata, se si lasciasse in balìa di sé medesima, ed esposta ai capricci degli eventi. È giunto per tutti il momento di spiegarsi con tutta franchezza; oggi quindi voglio esporvi, senza reticenza veruna, le idee del governo dell’Imperatore, acciocché il gabinetto di Torino possa da sé medesimo giudicare fino a qual punto gli convenga uniformarvisi colla propria condotta, in presenza di cotanto gravi e, direi anzi, solenni circostanze.

"Da una parte fare in modo che i risultati della guerra non sieno compromessi nella stessa Italia, ottenere dall’altra che dessi, in un avvenire più o meno prossimo, sieno consacrati dall’adesione officiale dell’Europa, ossia in altri termini, evitare delle complicazioni che getterebbero la Penisola nell’anarchia, e fondare uno stato di cose duraturo, mettendolo più presto che sia possibile sotto la salvaguardia del diritto internazionale: ecco il doppio scopo che mai cessammo di fare oggetto dei nostri desiderî, e che desidereremmo raggiungere col concorso della Sardegna. Il gabinetto di Torino può con noi associarsi per compiere tale assunto, ed il suo successo sarebbe verosimilmente assicurato. Egli è libero del pari di battere un’altra via; ma gl’interessi generali della Francia non permetterebbero al governo dell’Imperatore di seguirlo, e la lealtà ci impone di dichiararlo. Egli è di questi due sistemi, fra i quali dovrà cadere la scelta del governo di S. M. Sarda, che io devo peritamente intrattenervi.

"Io sono convinto, signor Barone, che se il gabinetto di Torino si mostra deciso a considerare e far considerare da tutti l’organizzazione che una parte dell’Italia è chiamata a darsi, siccome costituente l’origine di un periodo storico senza limiti prestabiliti alla sua durata in condizione d’ordine e di pace, la natura medesima delle cose farà superare molti ostacoli. Affinché tale organizzazione rivesta un tal carattere agli occhi di tutti, gli è necessario che non contenga in germe gli elementi di un eventuale e probabile disordine, sia nel seno di sé medesima, sia nelle sue relazioni esterne.

"Il governo dell’Imperatore è dal canto suo profondamente convinto, che una stessa ed unica causa produrrebbe l’uno e l’altro di questi effetti, e che infallibilmente si farebbero sentire nel giorno, in cui il gabinetto di Torino intraprendesse un’opera sproporzionata ai suoi mezzi regolari d’influenza e d’azione: che la Sardegna, specialmente per troppo territorio e pel lavoro di assimilazione, al quale dovrà accingersi, incontrerà ostacoli, che essa certamente non deve dissimularsi.

"Essa troverassi in realtà meno potente, soprattutto meno capace di padroneggiarsi nelle sue rivoluzioni; essa si lascierà trascinare, non sarà più dessa che darà la direzione: e l’impulso, che fece la forza ed il successo del Piemonte in questi ultimi anni, non avrà più a Torino il suo punto di partenza. Non è in questo momento, signor Barone, in cui i destini della Penisola sono alla vigilia di decidersi irrevocabilmente, che il governo dell’Imperatore esiterebbe ad esprimersi con una libertà, che d’altronde fa fede del suo unico interesse per una Corte amica ed alleata. Diciamolo adunque francamente: il sentimento, il quale fé sorgere in certe parti d’Italia l’idea dell’annessione, e che ne fece esprimere il desiderio, è piuttosto una manifestazione contro una grande Potenza, anzi che un’attrazione ben ponderata verso la Sardegna. Se tale sentimento non fosse frenato da principio, non tarderebbe a cambiarsi in pretensione, che la saggezza consiglierebbe il gabinetto di Torino di combattere. Potrebbe egli farlo a lungo senza essere violentemente accusato di rinnegare e di tradire la causa, per la quale soltanto egli fu ampliato ed armato? Nessuno il sa; ma verosimilmente egli sarebbe esposto a due eventualità egualmente deplorabili: la guerra e la rivoluzione.

"Considerando ogni cosa, signor barone, col fermo intendimento di cercare fra tutte le soluzioni quella, che meglio si concilia colle attuali incalzanti necessità e colle convenienze di un più calmo avvenire, si riesce a scorgere che egli è ormai tempo di scegliere una combinazione, che si possa sottoporre all’approvazione dell’Europa con qualche probabilità di fargliela accettare, e che conserverebbe alla Sardegna l’intero esercizio della normale influenza, cui essa ha diritto di pretendere nella Penisola.

"Tale combinazione, giusta l’opinione maturamente ponderata dal governo dell’Imperatore, sarebbe la seguente:

"1.° Annessione completa dei Ducati di Parma e Modena alla Sardegna;

"2.° Amministrazione temporale delle Legazioni della Romagna, di Ferrara e di Bologna sotto la forma di un Vicariato, esercitato da S. M. Sarda in nome della S. sede;

"3.° Ristabilimento del Granducato di Toscana nella sua autonomia politica e territoriale.

"In questo aggiustamento, l’assimilazione, limitata alla Lombardia e ai Ducati di Parma e di Modena, non sarebbe più un’impresa, alla quale la Sardegna sarebbe obbligata di consacrare esclusivamente tutte le proprie forze. Il gabinetto di Torino conserverebbe la sua libertà d’azione, e potrebbe occuparsi anche a consolidare dal canto suo la tranquillità in Italia, mentre organizzerebbe in un regno compatto i territorî aggiunti alle possessioni ereditarie di re Vittorio Emmanuele.

"Il Vicariato soddisfarebbe lo spirito municipale, che è una tradizione secolare nelle Romagne, e l’influenza naturale, che deve ambire di esercitare la Potenza, diventa dominatrice della più grande parte del Po.

"Questo genere di transazione avrebbe anche il vantaggio di guarentire alla Sardegna la posizione, che le è necessaria al punto di vista politico; di soddisfare le Legazioni al punto di vista amministrativo, e al punto di vista cattolico costituirebbe un temperamento, il quale, speriamo, finirebbe per acquietare gli scrupoli e le coscienze.

"Cotesto risultato non potrebbe essere indifferente alla Francia; poiché essa non potrebbe riconoscere in principio uno smembramento radicale e senza compenso degli Stati della S. Sede. E indifferente non potrebbe esserlo neanco alla Sardegna. Noi non lasceremmo nulla di intentato, affinché le altre Potenze, edotte dell’impossibilità di restaurare completamente l’antico ordine delle cose, e di non tener conto delle presenti necessità, si sforzassero, noi insieme, di far comprendere al Papa, che tale combinazione, francamente accettata, salverebbe tutti i diritti essenziali della S. Sede.

"Ciò che ho detto, signor Barone, intorno alla necessità di prevenire i pericoli, ai quali si troverebbe esposta la Sardegna, se essa aspirasse ad un maggior ingrandimento, si applica più specialmente alla Toscana. L’idea dell’annessione del Granducato, ossia l’assorbimento di un altro Stato, di un paese dotato di una sì bella e nobile istoria, e finora cotanto affezionato alle sue tradizioni, non può sicuramente essere da altro prodotta, se non da un’aspirazione, il cui pericolo non può essere sconosciuto dal governo dell’Imperatore, e che egli è ben lontano dal crederla comune alla massa delle popolazioni. Tale aspirazione, non bisogna illudersi, quali che sieno ora, io non ne dubito, le intenzioni rette del governo sardo, nasconde, dalla parte di coloro che essa affascina, un pensiero recondito di guerra all’Austria per la conquista della Venezia, e un secreto intento, se non di rivoluzione, almeno di minaccia per la tranquillità degli Stati della S. Sede e del Regno delle Due Sicilie. A questo riguardo, sì in Italia che fuori, nessuno può farsene un’altra idea, e tali questioni, invece di sparire, non farebbero che riprendere vigore con nuova violenza.

"Il governo dell’Imperatore, senza nascondersi le difficoltà che rimarrebbero a risolversi, onde procurare il trionfo della soluzione, alla quale, se il gabinetto di Torino vi aderisse, egli consacrerebbe tutti i suoi energici e perseveranti sforzi, pure nutre fiducia, che cotali difficoltà non sarebbero invincibili. Certo altronde di agire sopra una base di tal natura da soddisfare completamente la Francia e la Sardegna, da pacificare l’Italia per un lungo periodo di tempo, e finalmente da non contrariare in modo troppo assoluto nessuno di quegli interessi, che l’Europa ha il diritto e il dovere di porre sotto la sua guarentigia, il governo di S. M. l’Imperatore, non solamente non esiterebbe ad obbligarsi dinanzi a una Conferenza o ad un Congresso di assumere la difesa di questa combinazione, ma la proclamerebbe siccome tale da non poter essere, secondo lui, violata da un intervento straniero. In questa ipotesi adunque la Sardegna sarebbe certa di averci con sé e dietro di sé. Voi siete autorizzato a dichiararlo formalmente al signor Conte di Cavour. Avrò io ora bisogno, signor Barone, di entrare in lunghi particolari per dirvi quale sarebbe la nostra attitudine, se il gabinetto di Torino, libero nella sua azione, preferisse correre tutti quei rischi che ho accennati, scongiurando a volerli evitare?

"L’ipotesi, nella quale il governo sardo non avrebbe che a far conto sulle proprie sue forze, si manifesta, direi così, da sé stessa, e mi sarebbe increscevole di dovermi maggiormente su di essa intrattenere.

"Io mi limito adunque a dirvi, dietro ordine dell’Imperatore, che noi non potremmo a nessun costo consentire ad assumere la responsabilità d’una tale posizione. Quali che siano le sue simpatie per l’Italia, e specialmente per la Sardegna, che ha mescolato il suo col nostro sangue, S. M. non esiterebbe a dimostrare la sua ferma ed irrevocabile risoluzione di prendere per guida alla propria condotta gl’interessi della Francia. Come ho già detto al signor Conte di Persigny, dissipare pericolose illusioni non è voler frenare abusivamente l’uso che la Sardegna e l’Italia possono voler fare della libertà che noi ci onoreremo sempre di averle aiutate a conquistare, e che sono definitivamente constatate dalle ultime dichiarazioni che il governo dell’Imperatore ha ottenuto dalla Corte di Vienna. Ciò è semplicemente, lo ripeto, rivendicare l’indipendenza della nostra politica, per non esporla a complicazioni che non ci assumeremo di sciogliere se i nostri consigli saran stati impotenti a prevenirle.

"Io non porrò fine a questo dispaccio senza dirvi qualche parola intorno alla Savoia e alla Contea di Nizza. Il governo dell’Imperatore sentì rincrescimento per la questione prematura ed inopportuna, sollevata a questo riguardo dai giornali; ma egli non crede dovervi però meno prestar fede come all’espressione di un’opinione che s’afforza ogni giorno, e cui bisogna dare qualche peso. Tradizioni storiche, che è inutile di rammentare, hanno dato credito all’idea che la formazione di uno Stato potente appié delle Alpi sarebbe sfavorevole ai nostri interessi, e benché nella combinazione esposta in questo dispaccio l’annessione di tutti gli Stati dell’Italia centrale non sia completa, egli è certo però che al punto di vista delle relazioni estere essa equivarrebbe in realtà ad un analogo risultato.

"Le stesse previsioni, per lontane che esse sieno, esigono certamente le medesime garanzie, ed il possesso della Savoia e della Contea di Nizza, salvi gl’interessi della Svizzera, che desideriamo di prendere in considerazione, si presenta anche a noi in questa ipotesi come una necessità geografica per la sicurezza delle nostre frontiere.

"Voi dovrete adunque richiamare su questo punto l’attenzione del signor Conte di Cavour; ma gli dichiarerete contemporaneamente, che noi non vogliamo costringere la volontà delle popolazioni, e che inoltre il governo dell’Imperatore non mancherebbe, allorché il momento fosse venuto, di consultare anzitutto le grandi Potenze dell’Europa, onde prevenire una falsa interpretazione delle ragioni che guiderebbero la sua condotta.

"Vogliate leggere questo dispaccio al signor Conte di Cavour, e rimettergliene una copia.

"Ricevete, ecc.

 Firmato "Thouvenel".


 Discussioni diplomatiche intorno alle annessioni e sconnessioni italiane

A questo punto l’Armonia dell’8 marzo 1860 ricorda quattro documenti diplomatici di grande importanza, cioè: — 1.° La nota ora recata del ministro Thouvenel al barone Talleyrand, ministro di Napoleone III a Torino, del 24 febbraio 1860; — 2.° La Nota del Conte di Cavour al cav. Nigra, incaricato d’affari della Sardegna presso il gabinetto delle Tuilleries, del 29 febbraio 1860; — 3.° La Nota del Conte di Rechberg al Principe di Metternich, ambasciatore austriaco a Parigi, dove espone la natura della pace di Villafranca e del trattato di Zurigo, del 17 febbraio 1860; — 4.° Un’altra Nota dello stesso Conte di Rechberg, che risponde a varî appunti del ministro Thouvenel, sotto la stessa data.

La nota del Thouvenel, dei 24 febbraio, proponeva al governo sardo: 1.° L’annessione definitiva di Modena, Parma e Piacenza. — 2.° Un Vicariato della Sardegna nelle Legazioni. — 3.° Un regno separato nella Toscana, e minacciava al Piemonte l’abbandono della Francia, se non avesse accettato queste proposizioni.

Il Conte di Cavour il 29 di febbraio rispondeva, che avrebbe trasmesso le proposte ai governi rivoluzionarî dell’Italia Centrale, e indicava ciò che quei governi avrebbero fatto.

"Non è punto probabile, diceva il Conte di Cavour, che quei governi, usciti dal suffragio popolare, assumano sopra di loro la responsabilità di una risoluzione così grave, che decide della sorte di quelle popolazioni. Essi si crederanno naturalmente in dovere, come furono impegnati a farlo dalla quarta proposta inglese, di consultare la nazione in modo da ottenere una manifestazione de’ suoi voti più che è possibile completa e solenne. A questo fine essi adotteranno forse il mezzo del suffragio universale diretto, come quello il cui risultato può essere meno d’ogni altro contestato".

Il Conte di Cavour esaminava poi in modo particolare la proposta di un Vicariato nelle Romagne, e diceva:

"Egli è evidente, che il Santo Padre non potrebbe accettare questa combinazione, quantunque ispirata dal desiderio di salvare i suoi diritti, e di non diminuire l’alta posizione ch’Egli occupa in Italia. Infatti ciò che ha impedito sinora a Sua Santità di acconsentire, non dirò a misure che dovessero necessariamente restringere la sua sovrana autorità, ma persino alle riforme consigliate da tutta l’Europa, si fu il timore d’incorrere nella responsabilità di atti, i quali, essendo pure conformi ai principî vigenti nella maggior parte dei paesi civili, potrebbero condurre ad alcune conseguenze contrarie ai precetti della morale religiosa, di cui il Sovrano Pontefice si considera, a giusto titolo, come il supremo custode. Un fatto recentissimo viene in appoggio di quest’asserzione. Allorché la Francia, desiderando porre un termine alla occupazione di Roma, invitava la Santa Sede a formare, sull’esempio delle altre Potenze europee, un’armata nazionale, le fu risposto che il Santo Padre non potrebbe ammettere il reclutamento; imperocché ripugnerebbe alla sua coscienza di assoggettare a un celibato, sia pure temporario, un gran numero dei suoi sudditi.

"L’istituzione di un Vicariato non trionferebbe di questi scrupoli. Il Santo Padre, riguardandosi come indirettamente responsabile degli atti del suo Vicario, non vorrebbe certo lasciargli la libertà di azione necessaria a far sì che la combinazione proposta avesse un utile risultato".

Qui il Conte di Cavour, che non voleva lasciarsi vincere in progetti dal ministro Thouvenel, faceva, riguardo alle Romagne, la seguente proposta:

"Io credo, dice il Conte di Cavour, che proponendosi la Francia di assicurare al Santo Padre alcuni vantaggi e di conservargli l’alta sovranità politica, si raggiungerebbe lo scopo con minore difficoltà, ove si facesse l’annessione, sotto la espressa riserva da parte del Re di Sardegna, di negoziare colla Santa Sede e di ottenere il suo consenso al nuovo ordine di cose, mediante alcune obbligazioni che Sua Maestà si assumerebbe verso di essa. Queste obbligazioni consisterebbero nel riconoscimento dell’alta sovranità del Papa, nell’impegno di concorrere anche colle armi al mantenimento della sua indipendenza, e di contribuire in determinata misura alle spese della Corte di Roma".

Il Conte di Cavour termina la sua Nota colla seguente dichiarazione:

"Quali che sieno le risposte che gli Stati dell’Italia centrale emetteranno, il governo del Re ha anticipatamente dichiarato di accettarle senza riserva. Se la Toscana si pronuncia per la conservazione della sua autonomia mediante la formazione di uno Stato separato, la sardegna non solo non si opporrà all’effettuazione di questi voti, ma contribuirà francamente a vincere gli ostacoli, che questa soluzione potesse incontrare, e a prevenire gl’inconvenienti che potrebbero derivarne.

"Essa agirà nello stesso modo per la Romagna e pei Ducati di Parma e di Modena.

"Ma se al contrario quelle provincie manifestano di nuovo, in modo solenne, la ferma volontà d’essere unite al Piemonte, noi non potremmo opporvici più a lungo. Quand’anche lo volessimo, non lo potremmo (ed è cosa evidente, ormai governando in Piemonte la framassoneria).

"Nello stato attuale dell’opinione pubblica, un Ministero che si rifiutasse ad una tale domanda di annessione, sancita da un secondo voto popolare da parte della Toscana, non solo non troverebbe più alcun appoggio nel Parlamento, ma sarebbe ben presto rovesciato da un voto unanime di disapprovazione.

"Accettando anticipatamente l’eventualità dell’annessione, il governo del Re prende sopra di sé una immensa responsabilità. Le formali dichiarazioni contenute nel dispaccio del signor Thouvenel al Barone di Talleyrand rendono naturalmente più gravi i pericoli, che questa misura può portare in seguito. Se non retrocede dinanzi ad essi, è perché si convinse che, rigettando la domanda di annessione della Toscana, non solo il gabinetto, ma lo stesso re Vittorio Emmanuele perderebbe qualunque prestigio, qualunque autorità morale in Italia, ed essi si troverebbero ridotti a non aver altro mezzo di governare che la forza. Anziché compromettere in questo modo la grand’opera di rigenerazione, per la quale la Francia fece tanti generosi sagrificî, l’onore e lo stesso interesse ben inteso del nostro paese consigliano il Re e il suo governo ad esporsi agli eventi più pericolosi".

Passiamo ora alle due Note del Conte di Rechberg, Ministro degli affari esteri nell’Impero austriaco. Egli espone nei seguenti termini l’indole degli accordi di Villafranca:

"Al tempo della soscrizione de’ preliminari di Villafranca, l’Imperatore Napoleone, ce lo conferma il signor Thouvenel, nutriva speranza che il nuovo organamento dell’Italia potesse farsi di pari passo colla ristaurazione delle legittime autorità. Questa speranza, che nell’animo di Francesco-Giuseppe giunse ad essere una convinzione, animava i due Sovrani quando si porsero la mano per mettere un termine allo spargimento di sangue. L’Imperatore, nostro augusto Sovrano, acconsentì a un doloroso sagrificio, ma solamente sotto la condizione che nell’Italia centrale venissero ristaurate le legittime autorità. Nell’interesse del ristabilimento della pace, e nella speranza che questa potesse venire maggiormente consolidata e fatta ricca di salutari risultamenti, mediante un sincero accordo col suo rivale della vigilia, egli si decise a rinunciare a diritti ed a titoli dei quali poteva disporre; ma si rifiuta con fermezza di approvare combinazioni, le quali avessero a pregiudicare i diritti di terzi, e segnatamente quelli di que’ Principi, che si erano confidati nell’alleanza coll’Austria. Porre un argine al sempre più incalzante progresso della rivoluzione mediante la ristaurazione dei Sovrani spodestati, ed appoggiare nello stesso tempo gli sforzi dell’Imperatore dei Francesi, il quale credeva di poter dare soddisfazione alle aspirazioni del sentimento nazionale, mediante l’intima unione dei governi della Penisola con un vincolo federativo: questo era il doppio scopo che dominava tanto gli atti di Villafranca e di Zurigo, quanto le conversazioni diplomatiche che ebbero luogo in Biarritz tra i rappresentanti dei due gabinetti, specialmente nello intento di dare un indirizzo uniforme all’attuazione della parte politica de’ preliminari di pace.

"L’Imperatore non ha mutato il suo concetto rispetto alla situazione dell’Italia. Sua Maestà crede ancora oggi, come credeva a Villafranca, che sarebbe una pericolosa illusione quella di supporre, che sia possibile fondare un durevole e regolare ordine di cose nella flagrante violazione di diritti consacrati dai secoli e dai trattati europei.

"La Francia, dice il signor Thouvenel, è convinta quanto chicchessia della santità delle assunte obbligazioni. Noi dividiamo questa convinzione, ed è perciò che noi saremmo profondamente addolorati, quando fossimo obbligati a vedere che un primo trattato, conchiuso da così poco tempo colla Francia, dovesse restare inosservato riguardo alle stipulazioni di preponderante importanza. È chiaro che, non avendo luogo la ristaurazione, resta in egual modo lettera morta quanto si convenne rispetto alla Confederazione. Quali ne saranno le conseguenze?".

Nella seconda Nota il Conte di Rechberg risponde ai principali appunti del ministro Thouvenel.

1° appunto: — Il contegno passivo dei Principi spodestati dell’Italia centrale dopo la pace di Villafranca. — Il Conte di Rechberg risponde:

"Ci sia permesso di chiedere in qual modo i Sovrani spodestati avrebbero potuto contenersi a fronte della situazione che veniva loro fatta. Non è necessario ricordare ora nuovamente le cagioni che produssero la sollevazione dell’Italia centrale. Questi fatti appartengono in questo momento al dominio della storia. Si fu la Sardegna che, dopo aver preparato da lunga mano il movimento, se ne impadronì per farlo servire ai suoi fini. Furono agenti della Sardegna quelli che riorganizzarono l’amministrazione, mercé l’espulsione di tutti gli elementi sospetti di attaccamento all’antico ordine di cose; furono ufficiali sardi quelli che ordinarono l’esercito della Lega. Anche in questo momento il Ministro della guerra di S. M. sarda è nello stesso tempo comandante supremo dell’esercito della Lega, e parecchi Generali sardi dirigono i preparativi militari che si fanno in Bologna. I paesi insorti stanno sotto il governo di una dittatura militare; qualunque manifestazione a favore de’ legittimi Sovrani è punita come un delitto d’alto tradimento. Cinque sesti della popolazione sono esclusi dalle operazioni elettorali, e quelli che furono in grado di esercitare i diritti elettorali, hanno votato sotto l’impressione del terrorismo, messo in opera dal partito dominante. Come avrebbero i Sovrani spodestati, a fronte di un sì violento stato di cose, potuto far udire la loro voce?

"L’accoglienza che i capi del movimento avrebbero infallibilmente preparata ai loro meglio elaborati manifesti, non sarebbe stata per la loro dignità un’ingiuria incancellabile, e non avrebbe compromesso, senza utilità, il loro avvenire?".

2° Appunto: — L’esitanza del Sovrano degli Stati della Chiesa nell’attuazione delle riforme. — Il Conte di Rechberg risponde:

"Quali che potessero anche essere state le riforme che il Sovrano degli Stati della Chiesa fosse risoluto d’introdurre ne’ suoi dominî, sarebbe egli stato conveniente di annunciarle in un momento, in cui un’assemblea faziosa pronunciava in Bologna la decadenza di lui?".

3° Appunto: — Il silenzio mantenuto dall’Austria riguardo all’amministrazione di Venezia. — Il Conte di Rechberg risponde:

"In quanto si riferisce alla Venezia, sussistono ancora le generose intenzioni che l’Imperatore, nostro augusto Sovrano, espose a questo riguardo a Villafranca, però dietro riserva della propria indipendenza ed autonomia di fronte ad ogni e qualunque influenza straniera. Se quelle intenzioni non vennero ancora tradotte in atto, di chi è la colpa? Non è egli noto a tutti che la pace di Villafranca fu per il partito rivoluzionario il segnale di raddoppiare un’attività, della quale la Venezia fu oggetto e vittima ad un tempo? Non hanno i comitati, costituiti su questo fine sotto l’egida della Sardegna, fatto sforzi incredibili per indurre le provincie venete alla ribellione? Noi ci appelliamo, a questo proposito, alla testimonianza del prode e leale esercito francese, sotto gli occhi del quale si svolsero quelle trame, e che, ne siamo convinti, divise con noi il sentimento d’indignazione prodotta da questa guerra sotterranea, che si continuava all’ombra della pace appena conchiusa.

"Gli emissarî del disordine percorsero la Venezia in tutte le direzioni, accendendo da per tutto la fiaccola della discordia; e ciò è loro tanto bene riuscito, che il governo nostro ha sentito l’imperioso dovere di guarentire ai pacifici cittadini, mediante vigorose misure contro gl’irreconciabili nemici della pubblica tranquillità, quell’efficace protezione, alla quale essi hanno un sacro diritto. Sarebbe stato bene ispirato il governo imperiale, dove avesse scelto un tale momento per mettere in atto quelle intenzioni, alle quali si riferisce il signor Thouvenel?".

4° Appunto: — Le missioni affidate al conte Reiset ed al principe Poniatowski nell’Italia centrale, le quali andarono fallite ambedue. — Il Conte di Rechberg risponde:

"Ma non si potrebbe forse, senza timore d’ingannarsi, attribuire anche in gran parte questo cattivo successo alle assicurazioni, che altri organi del governo francese dettero dopo la pace di Villafranca, e dalle quali il partito dominante attinse la convinzione, che l’uso della forza era escluso dalla serie dei mezzi da adoperarsi per ottenere la ristaurazione? Pienamente tranquillati da tale promessa, i governanti avevano evidentemente un interesse di rimaner sordi alle insinuazioni, che loro venivano fatte nel senso della ristaurazione, e di servirsi senza ritegno di tutti i mezzi, che stanno in ogni tempo a disposizione di un governo di fatto, per impedire la manifestazione della vera opinione della maggioranza".

5° Appunto: — Un intervento armato nell’Italia centrale è impossibile per parte della Francia e dell’Austria. — Il Conte di Rechberg risponde:

"È per noi cosa importante di far qui una distinzione tra la questione di principî e quella di opportunità. Motivi politici di differente natura, dei quali per nostro conto faremo calcolo, consigliano ad ambedue le Potenze di astenersi dallo intervento armato nell’Italia centrale. Dall’altro canto ci preme di constatare che l’applicazione del principio proclamato dalla Francia è soggetto a molte eccezioni, che dipendono dalla natura dei casi.

"È certo che la Sardegna esercitò un intervento attivo a favore della sollevazione dell’Italia centrale, senza il quale quella sollevazione non avrebbe potuto consolidarsi.

"Il governo francese, quantunque esso riconosca nel principio del non intervento una massima internazionale di grande autorità, confessa per altro egli stesso, che questa regola non è senza eccezione, e che dal canto suo esso è intervenuto in Italia, cedendo a circostanze imperiose, e perché i suoi interessi gli imponevano come una necessità quell’intervento".

6° Appunto: — Se non si aggiustano presto le cose d’Italia, la demagogia strariperà. — Il Conte di Rechberg risponde:

"Noi non neghiamo che la prolungazione dello stato d’incertezza che pesa sull’Italia centrale, non possa aver per risultato finale lo straripamento delle idee demagogiche, come mostra di temere il signor Thouvenel. Ma noi non possiamo per questo liberarci dal timore che una soluzione, la quale consacrasse il trionfo di que’ principî che il partito demagogico è avvezzo a proclamare, ben lungi dallo scongiurare quei pericoli, non sia proprio all’opposto a renderli maggiori". Fin qui le accennate note. — Ora rimettiamoci in via

La cessione di Nizza e Savoia innanzi al Parlamento Sardo

[...].

Il Trattato del 24 di marzo alla Camera dei Deputati

Il venerdì, 25 di maggio, incominciava nella Camera dei Deputati la discussione del trattato del 24 marzo. La Patrie di Parigi aveva detto senza reticenze, che questa discussione sarebbe una semplice formalità, e che il Parlamento non potrebbe rigettare il Trattato, ma verrebbe invitato semplicemente a registrarlo!...

Invece il Conte di Cavour, nella tornata del 12 di aprile, rispondendo alle interpellanze di Garibaldi, dichiarava di non poter giustificare il Trattato del 24 marzo "senza esporre i principî sui quali si è fondata, si fonda e si fonderà la sua condotta politica".

E questa esposizione il Conte di Cavour assumeva l’impegno di farla quando il Trattato fosse sottoposto alla Camera. "Dopo un maturo esame, diceva, degli uffizî e da una Commissione da voi (deputati) eletta, il Ministero darà a voi le più ampie e le più precise informazioni".

Finalmente il Conte di Cavour conchiudeva le sue promesse dicendo ai deputati: "Potete far assegnamento sulla nostra parola, che vi daremo ampio campo di discutere il nostro sistema".

Il presidente del Consiglio presentava alla Camera il Trattato del 24 di marzo, e nell’esposizione che lo precedeva, non disse nulla dei principî della sua politica, né si degnò dare le più ampie e più precise spiegazioni.

Il trattato venne discusso negli uffizî, fu nominata la Commissione, che elesse a relatore il deputato Rorà. Questi sdoganò molti spropositi di storia, di geografia, di buon senso; ma non ottenne, non ricercò, non dié alla camera ed al paese le tanto aspettate più ampe e più precise spiegazioni!

Ora, notava l’Armonia, siamo all’ultima scena: il Conte di Cavour doveva parlare e mantenere la sua promessa. Raccontarci la storia di Plombières, esporci i suoi accordi col Bonaparte, dirci perché questi dapprima non voleva ingrandirsi, e poi mutò parere; perché il marchese Orso Serra, governatore a Ciamberì, protestò che il governo non cederebbe a qualsiasi costo la Savoia, e poi l’ha ceduta; perché il marchese Montezemolo, governatore a Nizza, proibì all’Avenir la discussione della separazione della Contea dal Piemonte, la quale era impossibile, ed oggidì è un fatto compiuto!...

Tutto questo, concludeva il citato giornale, noi ci aspettavamo di udire dal Conte di Cavour, che inoltre vorrà anche indicarci dove il Bonaparte si fermerà, e quando. Imperocché oggidì Napoleone III, nel determinare i nuovi confini, non vuole più seguire i famosi versanti, e abbandona la configuration des montagnes. Secondo il Times, pare che la Francia ci faccia grazia di qualche dirupo "per estendere la sua frontiera orientale sulla spiaggia marittima oltre i limiti del territorio di Nizza". E se saltasse in capo a Napoleone III, di aver San Remo, Savona e Genova, che cosa farebbe il conte di Cavour? Attendiamo le più ampie e più precise spiegazioni! — Fin qui l’Armonia.


Approvazione della Camera dei Deputati del Trattato Gallo-Sardo


Il Trattato del 24 marzo, che cede la Savoia e Nizza alla Francia, fu votato dalla camera dei Deputati il giorno 29 di maggio con 229 voti favorevoli nella votazione pubblica, e soli 223 nella votazione segreta. La discussione durava da cinque giorni, e il governo francese e sardo non amavano che si protraesse più oltre.

Il Courrier des Alpes già incominciava a ridere de cette comédie, ed esclamava: "Voglia o non voglia il Parlamento, noi siamo Francesi!". Quindi pregava gli onorevoli a non marchander à la France la Savoia, perché "la discussione non potea riuscire a verun risultato".

Queste cose dette dal Courrier pubblicamente, venivano ripetute da altri sotto voce: e mentre un gran numero di Deputati dovea ancora parlare, si venne alla votazione. Quella per iscrutinio segreto dié sei voti meno di quella per appello nominale; fatto non nuovo, rilevava l’Armonia, ma sempre scandaloso. Taluno potrebbe dire: che libertà avranno avuto i popoli, se anche sei deputati non ebbero coraggio di aprire pubblicamente l’animo loro? 

La Gazzetta del Popolo
attribuisce la cosa ad una svista. Sei deputati che commettono una svista quando trattasi di alienare quasi un milione di cittadini! Ad ogni modo chi ha commesso la svista, dee confessarlo, e rettificare il suo voto. Se no, lo scandalo sussiste, e ricade su tutte le votazioni precedenti.

Noi, aggiungeva L’Armonia, non faremo commenti all’approvazione parlamentare: l’avvenire la commenterà pur troppo e forse ben presto!... Resta ancora il Senato. Corpo conservatore, dovrebbe almeno conservare alla dinastia la sua culla, che è la Savoia, il suo rifugio ne’ giorni della sfortuna, che fu Nizza. Ma il Senato nostro poco o nulla differisce dal Senato francese; e non possiamo avere in lui speranza di sorta. La nostra speranza è in Dio, e non la perderemo mai qualunque rovescio avvenga. Il buon cattolico deve dire con Giobbe: Etiam si occiderit me in ipso sperabo.

Ecco ora i nomi dei Deputati che approvarono, o rigettarono il trattato.

Risposero si: Agudio — Airenti — Alasia — Albasio — Albicini — Aleardi — Alfieri — Allievi — Alvigini — Andreucci — Anguissola — Annoni — Antinori — Ara — Arconati-Visconti — Armelonghi — Astengo — Audinot — Balduzzi — Bartolomei — Bastogi — Beccalossi — Beolchi — Bernardi — Bertini — Berruti — Besana Alessandro — Bezzi — Bianchi Andrea — Bich — Bichi — Binard — Boccaccini — Boggio — Bolmida — Bona — Bon-Compagni — Bonghi — Bonollo — Borella — Borelli — Borgatti — Borghi — Borsarelli — Boschi — Brizio-Faletti — Brunet — Busacca — Cagnola — Camozzi — Canalis — Canestrini — Cantù — Caprioli — Carrega — Carutti — Cassinis — Castellanza — Castelli Demetrio — Castiglioni — Cavallini Gaspare — Cavour Camillo — Cavour Gustavo — Cempini — Chiapusso — Chiavarina — Chiaves — Chiò — Ciardi — Collachioni — Colombani — Coppini — Corrias — Corsi — Costamezzana — Crema — D’Ancona — De Benedetti — De Bernardis — De Blasiis — Degiorgi — De Giuli — De Herra — Della Gherardesca — Demaria — Di Cosilla — Ercolani — Fabre — Fabrizi — Falqui-Pes — Fantoni — Farini — Fenzi — Figoli — Finali — Fontanelli — Frappolli — Fusconi — Gadda — Galeotti — Gazzoletti — Genero — Gherardi — Ginori-Lisci — Giorgini — Giudice — Giustiniani — Gorini — Grattoni — Grillenzoni — Grimelli — Grosso — Gualterio — Guerrieri-Gonzaga — Guglianatti — Guicciardi — Iacini — Incontri — Kramer — La Farina — Lanza — Leo — Lissoni — Longo — Loi — Maceri — Macciò — Maggi — Magnani — Mai — Malenchini — Malmussi — Mamiani — Manfredi — Manganaro — Mangini — Mansi — Mari — Marliani — Marsili — Martinelli — Martini — Massa — Massarini — Massari — Mazza Pietro — Melegari Luigi — Menichetti — Menotti — Meuron — Michelini Alessandro — Minghelli-Vaini — Minghetti — Mischi — Mongenet — Mongini — Morandini — Morelli — Moretti — Morini — Mureddu — Negrotto — Oldofredi — Poytana — Panatoni — Pateri — Pellegrini — Pelluso — Pepoli Carlo — Pepoli Gioacchino — Peruzzi — Pescetto — Pezzani — Piroli — Pirondi — Pistone — Poerio — Possenti — Rasponi — Restelli — Risasoli Vincenzo — Ricci Giovanni — Ricci Antonio — Richetta — Robecchi (da Garlasco) — Robecchi Giuseppe — Rorà — Rovera — Ruffini — Ruschi — Rusconi — Sacchi — Salvoni — Sanguinetti — Sanseverino — Sanvitale — Scialoia — Sella Gregorio — Sella Quintino — Segardi — Sforza-Cesarini — Simonetti — Solari — Solaroli — Strigelli — Susani — Tanari — Tegas — Tenca — Terrachini — Testa — Tibaldi — Tonelli — Tonello — Torelli — Torrigiani — Toscanelli — Trezzi — Turati — Ugoni — Valvassori — Varese — Vegezzi Saverio — Villa — Viora — Visconti-Venosta — Zambelli — Zanolini. — Totale 229.

Risposero no: Anelli — Asproni — Bertani — Bertea — Berti-Pichat — Biancheri — Bottero — Castellani-Fantoni — Castelli Luigi — Cavalieri — Depretis — Dossena — Ferracciù — Ferrari — Franchini — Guerrazzi — Maccabruni — Macchi — Massei — Mellana — Morardet — Mordini — Mosca — Pareto — Polti — Regnoli — Ricci Vincenzo — Sanna Gio: Antonio — Sanna Giuseppe — Sineo — Tomati — Valerio — Zanardelli. — Totale 33.

Si astennero: Ameglio — Berti Bonati — Cabella — Capriolo — Casaretto — Cavallini Carlo — Coppino — Cornero — Costa — Cotta-Ramusino — Cuzzetti — De Amicis — Gentili — Giovanola — Levi — Mathis — Melegari Luigi Amedeo — Michelini G. Battista — Montezemolo — Monticelli — Rattazzi — Rubieri — Sperino — Tecchio. — Totale 23.

[...]

Votazione del Senato in favore del Trattato del 24 di marzo

Il Courrier des Alpes annunziava che il 10 di giugno sarebbe comparso nel Moniteur di Parigi il decreto, che stabiliva i due nuovi spartimenti dell’Impero, Nizza e Savoia. Sabato, 9 giugno, il Senato subalpino dovea votare il trattato del 24 marzo. Ma la discussione non fu chiusa in quella tornata.

Il Conte di Cavour scongiurò il Senato di radunarsi nuovamente la sera, e non si acquietò se non quando i Senatori gli promisero una tornata pel 10 di giugno, quantunque fosse domenica! La tornata infatti ebbe luogo, e il trattato fu proprio votato e approvato il 10 di giugno; sicché il Courrier des Alpes era benissimo informato, e l’alleanza franco-sarda era salva!

I Senatori sommavano a centodue; votarono in favore del trattato novantadue, e contro soltanto dieci! Queste cifre dicono abbastanza che cosa fosse il Senato del Regno. Una quindicina di Senatori parlarono contro il Trattato, e dieci soli lo rigettarono!

Non rimaneva più che il Decreto reale che sanzionasse la fatta cessione, e non si fece aspettare!

[...].

Bibliografia
Paolo Mencacci
Storia della Rivoluzione Italiana
Volume Secondo
Parte
Quarta — Libro Secondo
Capo I.
- Lett.e alleg.e

(l'intero testo qui - attenzione sono 1000 pagine - link esterno)


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