SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
CAMILLO BENSO DI CAVOUR

cavour.jpg< la BIOGRAFIA

PLOMBIERES:
* CAVOUR IN CERCA DI UNA GUERRA 
* IL PATTO: UN REGNO DELL'ALTA ITALIA
* IL SACRIFICIO DELLA FIGLIA DEL RE

LA CONTESSA CASTIGLIONE >


(testo integrale)

( vedi anche i "RIASSUNTI" STORIA D'ITALIA )

"Coll’attentato di Orsini, e colla morte sua e dei suoi complici si apre, per così dire, risolutamente l’ultimo stadio della rivoluzione d’Italia.
Nell’estate del 1858 Napoleone III, recatosi ai bagni di Plombières, il conte di Cavour vi si portò a complimentarlo, dicevasi, per parte di Vittorio Emanuele II. Allora ebbe luogo tra loro quella lunga conferenza di circa otto ore, che andò celebre nella storia, sotto il nome di Colloquio di Plombières, e nella quale si presero gli ultimi accordi per la imminente guerra che doveva essere iniziata col nuovo anno. Fu infatti stabilito tra le altre cose che, se l’Austria avesse mosso guerra al Piemonte, la Francia lo avrebbe soccorso, e avrebbe fatto in modo che ottenesse nell’alta Italia uno Stato di dodici milioni di abitanti, passando in compenso alla Francia la Savoia e Nizza * [
Nicomede Bianchi: Il Conte di Cavour. — Ravitti: Delle Recenti Avventure d’Italia].

Così, mentre Mazzini con una sua lettera del 29 luglio 1858 al Mills annunziava alla trepidante Italia: "Il nostro giorno verrà", contemporaneamente L’Opinione di Torino, diario ministeriale di Cavour, il 30 dell’istesso mese di luglio, precisamente un giorno dopo la pubblicazione di quella lettera fatta nell’Italia e Popolo, gravemente vaticinava: "Verrà il giorno in cui la storia noterà la visita fatta recentemente dal conte di Cavour a Plombières, come un avvenimento di grande importanza per alcune questioni della politica europea". Ma fra il giorno aspettato da Mazzini e quello affrettato da Cavour, quali giorni funestissimi non doveva passare la sventurata Italia!

I due grandi agitatori prepararono la strada l’uno all’altro, mentre cospiravano egualmente allo sfasciamento della vera Italia per farla unita in un solo caos materiale, morale e religioso. Secondo il de La Rive, nell’Opera citata, la Convenzione di Plombières consisteva nella creazione di un Regno dell’Italia settentrionale sino all’Adriatico, compresivi i Ducati di Parma e di Modena, assegnandovi così al Piemonte una popolazione di 12 milioni di abitanti; la Toscana ingrandita con una porzione degli Stati pontificî; Savoia e Nizza ceduta dal Piemonte per indennità alla Francia, la quale dovrebbe difenderlo in caso di guerra aggressiva da parte dell’Austria".

Magnificando il risultato di questo arcano trattato, gli ammiratori di Cavour attribuiscono all’Imperatore di aver detto a quell’incontro: "In Europa non vi sono che tre uomini: noi due e un terzo che non voglio nominare".

Da Plombières, ai 21 di luglio, Cavour scriveva al marchese di Villamarina, ambasciadore sardo a Parigi: "Ho passato quasi otto ore testa a testa coll’Imperatore, che mi ha esternato il più vivo interessamento, assicurandomi che non ci avrebbe mai abbandonati; ho insistito appo lui con energia per essere autorizzato a mettervi al corrente dei nostri segreti, ed egli vi ha acconsentito." * [Nicomede Bianchi, loc. cit.] Ed ecco spiegato anticipatamente il futuro contegno del Villamarina, quando sarà spedito Ministro plenipotenziario presso la Reale Corte di Napoli, alla cui rovina dovrà diplomaticamente cooperare.

A Plombières pertanto la guerra contro l’Austria veniva risoluta, e lo scopo di essa nettamente stabilito. [...] .Così a Plombières si cospirava contro l’Austria e contro i Governi italiani [...].

Lettera di Cavour a Vittorio Emanuele

La Perseveranza pubblicava nel testo francese (giacché questa nuova specie d’Italiani parla tutte le lingue all’infuori dell’italiano, che sanno malamente) la seguente lettera del conte Camillo Benso di Cavour al suo re Vittorio Emanuele II, che noi riportiamo tradotta nel nostro idioma.

"Baden 24 luglio 1858.

"Sire,

"La lettera in cifra spedita a Vostra Maestà da Plombières non ha potuto dare a V. M. se non un’idea molto incompleta dei lunghi colloqui, che io ho avuto coll’Imperatore. Per conseguenza penso che Ella sarà impaziente di averne una relazione esatta e particolareggiata. Questo è quello che mi affretto a fare, appena uscito dalla Francia, con questa mia, che spedirò a V. M. per mezzo del signor Tonits, addetto alla Legazione di Berna.

"L’Imperatore, appena fui introdotto nel suo gabinetto, entrò nell’argomento, che era stato cagione del mio viaggio. Incominciò col dire che era deciso di aiutare la Sardegna con tutte le sue forze in una guerra contro l’Austria, purché la guerra fosse intrapresa per una causa non rivoluzionaria (?!), che potesse giustificarsi agli occhi della diplomazia, e più ancora dell’opinione pubblica in Francia e in Europa.
"La ricerca di questa causa presentando la difficoltà principale da risolvere per accordarsi, credetti di dover trattare tale questione prima di tutte le altre. Proposi dapprima di far valere i lamenti cui dà luogo la poco fedele esecuzione per parte dell’Austria del trattato di commercio stretto con noi. A ciò l’Imperatore rispose, che una questione commerciale di mediocre importanza non potea dar luogo a una gran guerra destinata a cambiare la carta dell’Europa.

"Proposi allora di mettere innanzi nuovamente le cagioni che ci aveano determinato di protestare dinanzi al Congresso di Parigi contro l’estensione illegittima della potenza dell’Austria in Italia: cioè il trattato del 1847 tra l’Austria e i Duchi di Parma e di Modena; l’occupazione prolungata della Romagna e delle Legazioni; le nuove fortificazioni innalzate intorno a Piacenza. L’Imperatore non gradito questa proposta. Osservò che le querelle da noi fatte valere nel 1856 non erano state giudicate sufficienti per ottenere l’intervento della Francia e dell’Inghilterra in nostro favore; non si comprenderebbe come esse potessero giustificare ora un appello alle armi.

— "D’altra parte, aggiunse egli, mentre le nostre soldatesche sono a Roma, io non potrei esigere che l’Austria ritirasse le sue da Ancona e da Bologna." L’obbiezione era giusta. Dovetti dunque rinunciare alla mia seconda proposta; e lo feci con rincrescimento, perché questa avea qualche cosa di franco e di audace che si confaceva perfettamente col carattere nobile e generoso di V. M. e del popolo che Ella governa.
"La mia posizione diventava imbarazzante, perché io non avea più nulla di ben determinato da proporre. — L’Imperatore venne in mio aiuto, e noi ci ponemmo a percorrere insieme tutti gli Stati dell’Italia, per cercarvi questa cagione di guerra così difficile a trovarsi. Dopo aver "viaggiato" inutilmente in tutta la Penisola, giungemmo senza badarci a Massa e Carrara: e là scoprimmo quello che cercavamo con tanto ardore. — Avendo io fatto all’Imperatore una descrizione esatta di quel disgraziato (?!) paese, del quale per altra parte egli aveva un concetto assai preciso, noi restammo d’accordo che si provocherebbe un indirizzo degli abitanti a V. M. per chiedere protezione, ed anche per reclamare l’annessione di quei Ducati alla Sardegna. [...] Vostra Maestà non accetterebbe la proposta dedizione; ma, prendendo le parti delle popolazioni oppresse, rivolgerebbe al Duca di Modena una nota altera e minacciosa. Il Duca, forte dell’appoggio dell’Austria, risponderebbe in modo impertinente, in seguito a ciò V. M. farebbe occupare Massa, e la guerra incomincerebbe. Siccome il Duca di Modena ne sarebbe la cagione (!!!), l’Imperatore pensa che la guerra sarebbe popolare non solamente in Francia, ma anche in Inghilterra e nel resto dell’Europa; poiché quel Principe a torto o a ragione, è considerato come il capro emissario del dispotismo. D’altra parte il Duca di Modena, non avendo riconosciuto alcun Sovrano di quelli che regnarono dopo il 1830 in Francia, [...] l’Imperatore ha meno riguardi da osservare verso di lui che non verso qualsiasi altro Principe.

"Risoluta questa prima questione, l’Imperatore mi disse: "Prima di andare più innanzi, bisogna pensare a due gravi difficoltà che noi incontreremo in Italia. Il Papa e il Re di Napoli; io devo andar piano con essi: col primo per non sollevare contro di me i Cattolici della Francia; col secondo per conservarci le simpatie della Russia, che pone una specie di punto d’onore a proteggere Re Ferdinando". Risposi all’Imperatore che, — quanto al Papa, gli era facile concedergli il tranquillo possesso di Roma per mezzo della guarnigione francese, che vi si trovava stabilita, lasciando che insorgessero le Romagne; che il Papa, non avendo voluto seguire, a riguardo di quelle, i consigli che egli gli aveva dato, egli non poteva vedere di mal’ occhio che quelle contrade approfittassero della prima occasione favorevole per liberarsi dal detestabile (?!) sistema di governo, che la Corte di Roma si era ostinata di non riformare; che quanto al Re di Napoli non bisognava occuparsi di lui, a meno che egli non prendesse le parti dell’Austria; fermo tuttavia di lasciar fare i suoi sudditi, se, approfittando del momento, si sbarazzassero della sua paterna dominazione. 

"Questa risposta soddisfece l’Imperatore, e noi passammo alla grande questione: — Quale sarebbe lo scopo della guerra? 
"L’Imperatore concesse senza difficoltà, che bisognava cacciare gli Austriaci dall’Italia e non lasciar loro un palmo di terreno al di quà delle Alpi e dell’Isonzo.
"Ma poi, come ordinare l’Italia? — Dopo lunghe dissertazioni, delle quali risparmio a V. M. il racconto, noi ci saremmo posti d’accordo a un di presso sopra le seguenti basi, riconoscendo però che si potrebbero modificare dagli eventi della guerra:

"— La Valle del Po, la Romagna e le Legazioni avrebbero costituito il Regno dell’Alta Italia, sul quale regnerebbe Casa Savoia. Al Papa si conserverebbe Roma e il territorio che la circonda. Il resto degli Stati del Papa, colla Toscana, formerebbe il Regno dell’Italia Centrale. Non si toccherebbe la circoscrizione territoriale del Regno di Napoli. I quattro Stati italiani formerebbero una Confederazione a somiglianza della Confederazione Germanica, della quale si darebbe la presidenza al Papa per consolarlo della perdita della miglior parte de’ suoi Stati. 

"Questo assetto mi pare interamente accettabile. Imperocché V. M., essendo Sovrano di diritto della metà più ricca e più forte dell’Italia, sarebbe sovrano di fatto di tutta la Penisola.

"Quanto alla scelta dei Sovrani da collocarsi a Firenze e a Napoli, nel caso assai probabile che lo zio di V. M., e il suo cugino prendessero il savio partito di ritirarsi in Austria, la cosa fu lasciata in sospeso; tuttavia l’Imperatore non nascose che egli vedrebbe con piacere Murat risalire il trono di suo padre. Da parte mia indicai la Duchessa di Parma come quella che potrebbe occupare, almeno in via transitoria, il palazzo Pitti. Quest’ultima idea piacque assai all’Imperatore, il quale sembra annettere un gran pregio al non essere accusato di perseguitare la Duchessa di Parma, nella sua qualità di principessa della famiglia di Borbone.

"Dopo aver regolato la sorte futura dell’Italia, l’Imperatore mi chiese che cosa avrebbe la Francia, e se V. M. cederebbe la Savoia e la Contea di Nizza. — Risposi che V. M., professando il principio delle nazionalità, comprendeva che la Savoia per conseguenza dovesse essere riunita alla Francia; che perciò Ella era pronta a farne il sacrificio, quantunque le costasse immensamente il rinunziare ad un paese che era stato culla della sua famiglia, e ad un popolo che avea dato ai suoi antenati tante prove di affezione e di fedeltà. Che, quanto a Nizza, la questione era diversa, perché i Nizzardi per la loro origine, lingua e costumi appartenevano più al Piemonte che alla Francia, e che per conseguenza la loro unione all’Impero sarebbe contraria a quello stesso principio, per far trionfare il quale si pigliavano le armi. — L’Imperatore allora si accarezzò più volte i mustacchi, e si contentò di aggiungere, che queste per lui erano cose del tutto secondarie, delle quali si avrebbe il tempo di occuparsi poi.

"Passando quindi all’esame dei mezzi da adoperarsi affinché la guerra avesse un riuscimento favorevole, l’Imperatore osservò che bisognava cercare d’isolar l’Austria e di aver a fare con essa sola; imperocché era per questo che gli stava tanto a cuore che la guerra procedesse da un motivo, il quale non spaventasse le altre potenze del continente e che fosse popolare in Inghilterra. L’Imperatore parve convinto che quello da noi adottato corrispondeva al doppio fine.

"L’Imperatore conta positivamente sulla neutralità dell’Inghilterra; egli mi ha raccomandato che noi usassimo di tutte le nostre forze per agire sull’opinione pubblica di quel paese a fine di costringere il governo, che ne è schiavo, a nulla intraprendere in favore dell’Austria. Egli conta pure sull’antipatia del Principe di Prussia contro gli Austriaci, [...] perché la Prussia non si pronunci contro di noi.

"Quanto alla Russia, egli ha promessa formale, più volte ripetutagli dall’Imperatore Alessandro, che non avrebbe contrastato i suoi disegni sulla Italia. Se l’Imperatore non s’illude, come io sono inclinato a credere, per tutto quello che egli mi ha detto, l’impresa sarebbe ridotta a una guerra tra la Francia e noi da una parte, e l’Austria dall’altra.

"L’Imperatore tuttavia considera che l’impresa, ancorché ridotta a queste proporzioni, è di una estrema importanza e presenta difficoltà immense; l’Austria, bisogna non dissimularselo, ha immense risorse militari. Le guerre dell’Impero lo hanno provato chiaramente. Napoleone ebbe un bel batterla per 15 anni in Italia e in Germania, ebbe un bel distruggere gran numero dei suoi eserciti, toglierle province, sottoporla a schiaccianti tasse di guerra; egli l’ha sempre trovata sui campi di battaglia pronta a ricominciare la lotta. E bisogna conoscere che alla fine delle guerre dell’Impero, alla terribile battaglia di Lipsia, sono stati ancora i battaglioni austriaci quelli che hanno maggiormente contribuito alla disfatta dell’esercito francese. [...] Dunque per forzare l’Austria a rinunciare all’Italia, due o tre battaglie vinte nelle valli del Po e del Tagliamento non basterebbero; bisognerà necessariamente entrare dentro i confini dell’Impero e, ficcandole la spada nel cuore, cioè nella stessa Vienna, costringerla a sottoscrivere la pace sulle basi prima stabilite.

"Per giungere a questo fine ci vogliono forze assai considerevoli. L’Imperatore le calcola a 300.000 uomini, almeno: e io credo che ha ragione. Con 100.000 si bloccherebbero le piazze forti del Mincio e dell’Adige, e si custodirebbero i passi del Tirolo; 200.000 per la Carinzia e la Stiria marcerebbero sopra Vienna. La Francia fornirebbe 200.000 uomini; la Sardegna e le altre province d’Italia gli altri 100.000. Il contingente italiano forse sembrerà debole a V. M.; ma se Ella riflette che, trattasi di forze che bisogna fare operare, di forze in linea, Ella riconoscerà che per avere 100.000 uomini disponibili, ne occorrono 150.000 sotto le armi.

"Mi sembrò che l’Imperatore abbia idee assai giuste sulla maniera di condurre la guerra, e sulla parte che vi devono prendere i due paesi. Riconobbe che la Francia dovea fare della Spezia la sua gran piazza d’armi, e operare specialmente sulla sponda destra del Po, fino a che si sia conquistata la padronanza del corso di questo fiume, forzando gli Austriaci a chiudersi nelle fortezze. Vi sarebbero dunque due grandi eserciti, dei quali l’uno comandato da V. M. e l’altro dall’Imperatore in persona.

"D’accordo sulla questione militare, noi ci trovammo d’accordo anche sulla questione finanziaria, che devo far conoscere a V. M. essere quella che preoccupa in modo speciale l’Imperatore. Egli acconsente tuttavia di fornirci il materiale di guerra che potrà abbisognare, e di facilitarci a Parigi la negoziazione di un prestito. Quanto al concorso delle province italiane, sia di denaro che di robe, egli crede che bisogna prevalersene, salvando però fino ad un certo punto i riguardi. Gli argomenti che ho avuto l’onore di riassumere a V. M. il più brevemente possibile, furono oggetto di un colloquio coll’Imperatore, che durò dalle 11 del mattino alle 3 del pomeriggio. A 3 ore l’Imperatore mi congedò, impegnandomi a tornare alle 4 per fare con lui una passeggiata in carrozza.

"All’ora indicata salimmo sopra un elegante phaëton, tirato da due cavalli americani, che erano guidati dall’Imperatore seguito da un servo solo. Egli mi condusse per tre ore in mezzo alle foreste e ai declivi, che formano dei Vosgi una delle più pittoresche contrade della Francia.

"Appena fummo usciti dalle vie di Plombières, l’Imperatore entrò nell’argomento del matrimonio del principe Napoleone, chiedendomi quali fossero in proposito le intenzioni di V. M. — Risposi che Vostra Maestà si era trovata in una posizione assai imbarazzante, allorché le comunicai le proposte fattemi da Bixio; imperocché Ella aveva avuto dei dubbî sulle intenzioni che egli, l’Imperatore, nutriva intorno a ciò; che, ricordando un certo colloquio avuto da V. M. con lui a Parigi nel 1855 intorno al principe Napoleone, e ai suoi disegni di matrimonio con la Duchessa di Genova, non sapeva bene apporsi. Aggiungeva che questa incertezza era stata aumentata dalla visita fatta a V. M. dal dott. Conneau, che, messo alle strette sopra questo argomento da Lei e da me, aveva dichiarato, non solo di non avere istruzioni su questo punto, ma anche di ignorare del tutto quello che l’Imperatore ne pensasse.
"Aggiunsi che V. M., benché avesse in grandissimo conto l’adoperarsi quanto potesse per fargli cosa grata, avea una grande ripugnanza a maritare la sua figliuola a cagione della giovinezza di lei, e non sapeva imporle una scelta alla quale essa dovesse rassegnarsi. Che, quanto a V. M., se l’Imperatore molto lo desiderasse, non aveva obbiezioni insuperabili contro questo matrimonio; ma che voleva lasciare intera libertà a sua figlia.

"L’Imperatore rispose che desiderava vivamente il matrimonio di suo cugino colla principessa Clotilde, che egli fra tutte preferirebbe un’alleanza colla famiglia di Savoia, che se non aveva dato incarico a Conneau di parlarne a V. M. fu perché credeva di non dover fare pratiche verso di Lei senza essere prima certo che sarebbero state gradite. Quanto al colloquio con V. M. che io gli avevo ricordato, l’Imperatore mostrò dapprima di non rammentarsene; poi, dopo qualche tempo, mi disse: "Mi ricordo assai bene di aver detto al Re, che mio cugino aveva avuto torto di chiedere la mano della Duchessa di Genova; ma era perché io stimava assai sconveniente che egli le facesse parlare di matrimonio pochi mesi dopo la morte di suo marito."
"L’Imperatore tornò più volte sull’argomento del matrimonio.

"Disse, ridendo, essere possibile che egli qualche volta avesse parlato male di suo cugino a V. M.; imperocché sovente era stato in collera con lui; ma che in fondo lo amava teneramente, perché aveva delle qualità eccellenti, e da qualche tempo egli si comportava in modo da conciliarsi la stima e l’affezione della Francia. "Napoleone, aggiunse egli, vale molto più della sua riputazione; egli censura, ama di contraddire, ma ha ingegno, abbastanza giudizio e un cuore eccellente". — Ciò è vero; che Napoleone abbia ingegno V. M. ne poté giudicare, e io ne la potrei accertare pel molto conversare che ho fatto con lui. Che abbia giudizio, la sua condotta tenuta dal tempo dell’Esposizione, che egli ha presieduto, lo prova. Finalmente che il suo cuore sia buono, la costanza serbata sia verso i suoi amici, sia verso le sue amiche, ne è una prova indiscutibile. Un uomo senza cuore non avrebbe lasciato Parigi in mezzo ai piaceri del carnevale per fare l’ultima visita a Rachele, che moriva a Cannes, e ciò benché se ne fosse separato già da quattro anni. [...]

"Nelle mie risposte all’Imperatore, mi sono studiato sempre di non offenderlo, evitando però di prendere un impegno qualsiasi. A giornata finita, sul punto di separarci, l’Imperatore mi disse: "Capisco che il Re abbia ripugnanza a maritare la sua figlia così giovane; perciò io non insisterò che il matrimonio abbia luogo subito; io sarei disposto ad aspettare un anno e più, se è necessario. Ciò che desidero è di sapere che cosa possa ripromettermi. Per conseguenza vogliate pregare il Re di consultare la sua figliuola, e di farmi conoscere le sue intenzioni in modo positivo; se consente al matrimonio, ne stabilisca il tempo; io non domando altra garanzia che la nostra parola reciprocamente data e ricevuta." E con ciò ci siamo separati. L’Imperatore mi strinse la mano, e mi congedò, dicendomi: "Abbiate confidenza in me, come io l’ho in voi".
"V. M. vede che io ho seguito fedelmente le sue istruzioni.

"L’Imperatore, non avendo fatto del matrimonio della Principessa Clotilde una condizione sine qua non dell’alleanza, a questo riguardo non presi il menomo impegno, né ho contratto verun obbligo.
"Ora prego V. M. di permettermi di esprimerle in maniera franca e precisa la mia opinione sopra un argomento, dalla soluzione del quale può dipendere il successo felice della più gloriosa impresa, dell’opera la più grande che sia stata tentata da molto tempo.
"L’Imperatore non fece del matrimonio della Principessa Clotilde con suo cugino una condizione sine qua non dell’alleanza; ma ha chiaramente manifestato che gli sta molto a cuore. Se il matrimonio non si fa, se V. M. rifiuta senza motivi plausibili le proposte dell’Imperatore, che cosa avverrà? L’alleanza sarà rotta? È possibile; ma io penso che ciò non accadrà. L’alleanza si farà. Ma l’Imperatore vi metterà una disposizione affatto diversa da quella che vi avrebbe messo, se per prezzo della corona d’Italia, che egli offre a V. M., Ella gli avesse accordato la mano di sua figlia per il più prossimo parente di lui. Se v’è una qualità che distingue l’Imperatore, è la costanza nelle sue amicizie e nelle sue antipatie.
"Egli non dimentica mai un servizio, come non perdona mai un’ingiuria. Ora il rifiuto, al quale egli si è esposto, sarebbe una ingiuria sanguinosa, non bisogna dissimularlo. Questo rifiuto avrebbe un altro inconveniente: metterebbe nel Consiglio dell’Imperatore un nemico implacabile. Il Principe Napoleone, più côrso ancora di suo cugino, ci giurerebbe un odio mortale, e la posizione che egli occupa, quella cui può aspirare, l’affezione, direi quasi la debolezza, che l’Imperatore ha per lui, gli darebbero molti mezzi di soddisfarlo.

"Non v’è da illudersi: accettando la proposta alleanza, V. M. e la sua nazione si legano in modo indissolubile all’Imperatore e alla Francia.
"Se la guerra, che ne sarà la conseguenza, sarà felice, la Dinastia di Napoleone è consolidata per una o due generazioni; se fosse infelice, V. M. e la sua famiglia corrono pericoli tanto gravi quanto il suo potente vicino. Ma ciò che è certo si è, che il successo della guerra, le gloriose conseguenze che ne devono venire per V. M. e pel suo popolo, dipendono in gran parte dal volere dell’Imperatore, dalla sua amicizia per V. M.

"Se, per lo contrario, egli chiude nel suo cuore un vero rancore contro di Lei, ne possono derivare le conseguenze più deplorevoli. Io non esito a dichiarare colla più profonda convinzione, che accettare l’alleanza e negare il matrimonio sarebbe un immenso errore politico, che potrebbe attirare sopra V. M. e sopra il nostro paese dei grandi malanni.
"Ma, io lo so, V. M. è padre come è Re; ed è come padre che Ella esita ad acconsentire ad un matrimonio che non le pare convenevole, e non tale da assicurare la felicità di sua figlia. Che V. M. mi permetta di considerare la questione, non coll’impassibilità del diplomatico, ma coll’affezione profonda, colla divozione assoluta che Le ho giurato.
"Io non penso che il matrimonio della Principessa Clotilde col Principe Napoleone si possa dire sconvenevole.

"Egli non è Re, è vero; ma è il primo Principe del sangue del primo Impero del mondo; egli non è separato dal trono se non da un fanciullo di due anni. D’altra parte V. M. deve ben risolversi a contentarsi di un Principe per la sua figliuola, poiché in Europa non ci sono Re e Principi ereditarî disponibili. Il Principe Napoleone non appartiene a un’antica casa sovrana, è vero; ma il padre suo gli legherà il nome più glorioso dei tempi moderni; e dal lato della madre, Principessa di Wurtemberg, egli è imparentato colle più illustri case principesche dell’Europa. Il nipote del decano dei Re, il cugino dell’Imperatore di Russia, non è proprio un uomo nuovo col quale non si possa imparentarsi senza onta.

"Ma le principali obbiezioni che si possono fare contro questo matrimonio derivano forse dal carattere personale del Principe e dalla riputazione che gli venne fatta. A questo proposito io mi permetterò di ripetere ciò che l’Imperatore mi ha detto con piena convinzione: che egli vale, cioè, più della sua riputazione. Gettato giovanissimo nel turbine delle rivoluzioni, il Principe si è lasciato trascinare ad opinioni assai esagerate.
"Questo fatto, che non ha nulla di straordinario, ha contro di lui eccitato una folla di nemici. Il Principe si è molto moderato; ma ciò che gli fa grande onore, è che egli restò fedele ai principii liberali della sua giovinezza, nel mentre che rinunziava ad applicarli in maniera irragionevole e pericolosa; (stranissimo elogio! Ndr.) e che conservò i vecchi amici, benché colpiti da disgrazia. Sire, l’uomo che, giungendo a grandi onori e fortuna, non sconfessa quelli che furono suoi compagni di avversità, e le amicizie che aveva nelle file dei vinti, non ha cuore cattivo. Il Principe ha sfidato la collera di suo cugino per conservare le sue antiche affezioni; non gli ha ceduto mai sopra questo punto, e non cede nemmeno oggi.

"Le generose parole da lui pronunciate alla distribuzione dei premî dell’Esposizione di Poitiers ne sono una prova evidente. La condotta del Principe in Crimea fu deplorevole. Ma se non ha saputo resistere alle noie e alle privazioni di un lungo assedio, nella battaglia d’Alma ha tuttavia dimostrato coraggio e sangue freddo.
"D’altra parte egli potrà riparare sui campi dell’Italia il torto che poté incontrare sotto gli spalti di Sebastopoli. La condotta privata del Principe poté essere leggiera; ma non diede mai luogo a gravi rimproveri.
"Fu sempre buon figliuolo; e con suo cugino, se lo fece stizzire più di una volta nelle quistioni serie, gli si mantenne sempre fedele e affezionato.

"Malgrado di tutto ciò che io ho esposto, capisco che V. M. esiti, e tema di compromettere l’avvenire della sua amata figliuola. Ma sarebbe ella più tranquilla unendo la sorte sua con un membro di antica famiglia principesca? La storia è là per provarci che le Principesse sono esposte a una ben triste esistenza, anche quando i loro matrimoni hanno luogo con tutti i riguardi e gli usi d’una volta. Per provare questa verità io non andrò lontano a cercare gli esempî: porrò sotto gli occhi di V. M. quello che accadde al tempo nostro nella sua stessa famiglia.

"Lo zio di Vostra Maestà, il Re Vittorio Emanuele, aveva quattro figlie modelli di grazia e di virtù. Ebbene, quali furono i risultati dei loro matrimonî? La prima, e fu la più fortunata, sposò il Duca di Modena ed associò il suo nome a quello d’un Principe universalmente detestato [...]. V. M. non acconsentirebbe certo a un tal matrimonio per sua figlia.

"La seconda delle sue zie sposò il Duca di Lucca. Non ho bisogno di ricordare gli effetti di questo matrimonio. La Duchessa di Lucca fu ed è infelice quanto si può esserlo a questo mondo. La terza figlia di Vittorio Emanuele salì il trono dei Cesari, è vero; ma fu per unirsi ad un marito impotente e imbecille, che dovette discenderne ignominiosamente pochi anni dopo. La quarta finalmente, la bella e perfetta principessa Cristina, sposò il Re di Napoli. V. M. conosce certamente i trattamenti grossolani ai quali fu esposta, e i dispiaceri che la condussero alla tomba colla riputazione di una santa e di una martire. [...] Sotto il regno del padre di V. M. un’altra principessa di Savoia andò a marito; questa è la cugina di V. M., la principessa Filiberta. Fu ella più felice delle altre? 
Ed è la sorte di lei che V. M. vorrebbe fosse serbata a sua figlia?

"Gli esempî che ho posto sotto gli occhi di V. M. provano che acconsentendo al matrimonio della sua figlia col principe Napoleone, vi sono più speranze di renderla felice, che se, come suo zio e suo padre, la maritasse ad un principe della casa di Lorena o di Borbone. [...]

"Che V. M. mi permetta un’ultima riflessione. Se V. M. non acconsente al matrimonio di sua figlia col principe Napoleone, con chi vuole maritarla? L’Almanacco di Gotha è là ad attestare che non vi sono Principi adatti per lei, e ciò è ben naturale. La differenza di religione si oppone a legami di famiglia colla maggior parte dei Sovrani che regnano sopra paesi, che abbiano istituzioni analoghe alle nostre. La lotta di V. M. coll’Austria, le simpatie per la Francia rendono impossibili le simpatie coi membri di famiglie attinenti alle case di Lorena e di Borbone. Queste esclusioni riducono la scelta di V. M. al Portogallo e a qualche piccolo principato tedesco, più o meno mediatizzato.

"Se V. M. si degna meditare sulle considerazioni che ho avuto l’onore di sottoporle, oso sperare, riconoscerà che Ella può, come padre, acconsentire al matrimonio, e che l’interesse supremo dello Stato, l’avvenire della sua famiglia, del Piemonte, di tutta l’Italia gli consigliano di contrarlo.
"Supplico V. M. di perdonare alla mia franchezza, alla lunghezza de’ miei racconti. Non seppi, in un argomento così grave, essere più riserbato o più breve.
"I sentimenti che mi ispirano, le cagioni che mi muovono sono una scusa che V. M. vorrà ben gradire.

"Avendo dovuto scrivere questa lettera eterna sopra un angolo della tavola dell’albergo, senza aver il tempo di copiarla, e neppure di rileggerla, io prego V. M. di volerla giudicare con indulgenza, e scusare ciò che vi può essere di disordinato nelle idee e di incoerente nello stile. Ad onta dei difetti che io accenno, questa lettera, contenendo l’espressione fedele ed esatta delle comunicazioni, che mi fece l’Imperatore, oso pregare V. M. di volerla conservare, affinché io possa, dopo tornato a Torino, estrarne appunti che potranno servire alla continuazione dei negoziati che possono aver luogo. Nella speranza di potere alla fine della prossima settimana deporre ai piedi di V. M. l’omaggio della mia profonda e rispettosa devozione, ho l’onore di essere di V. M.

"Sire,
"l’umo ed obbmo servitore e suddito
"C. Cavour."

[...]

Contemporaneamente, sotto la stessa data e sullo stesso oggetto scriveva Cavour un’altra lettera al Generale Lamarmora, che figura autografata nella citata raccolta delle sue lettere, e che vale la pena di aggiungere alla precedente, della quale è necessario complemento. Essa è del tenore seguente:

"Baden 24 Luglio.

"Caro Amico,

"Ho creduto debito mio il far conoscere senza indugio il risultato delle mie conferenze coll’Imperatore al Re. Ho quindi redatta una lunghissima relazione (40 pagine in circa) che spedisco a Torino da un addetto alla legazione del Re a Berna. Desidererei molto che il Re te la facesse leggere, giacché mi pare di avere in essa riferito quanto di notevole mi disse l’Imperatore in una conversazione che durò poco meno di otto ore. Non ho il tempo di ripeterti ogni cosa; in massima ti dirò che si è stabilito:

"1. Che lo stato di Massa e Carrare sarebbe causa o pretesto della guerra.

"2. Che scopo della guerra sarebbe la cacciata degli Austriaci dall’Italia, e la costituzione del regno dell’Alta Italia, composto di tutta la valle del Po, e delle Legazioni e le Marche.

"3. Cessione della Savoia alla Francia. Quella della contea di Nizza in sospeso.

"4. L’Imperatore si crede sicuro del concorso della Russia, e della neutralità dell’Inghilterra e della Prussia.

"Nullameno l’Imperatore non s’illude sulle risorse militari dell’Austria, sulla sua tenacità, sulla necessità di prostrarla per ottenerne la cessione dell’Italia. Egli mi disse che la pace non si sarebbe firmata che a Vienna, e che per raggiungere questo scopo era mestieri allestire un esercito di 300.000 uomini. Essere pronto a mandare 200.000 combattenti in Italia; richiedere 100.000 Italiani.
"L’Imperatore entrò in molti particolari sulle cose della guerra che m’incaricò di comunicarti, e ch’io ti riferirò a viva voce. Mi parve di avere studiata la questione assai meglio dei suoi generali, ed avere in proposito idee giuste.
"Parlò pure del comando, — del modo di governarsi col Papa, — del sistema di amministrazione da stabilire nei paesi occupati, — dei mezzi di finanza: in una parola, di tutte le cose essenziali al nostro grande progetto. In tutto fummo d’accordo.

"Il solo punto non definito si è quello del matrimonio della Principessa Clotilde. Il Re mi aveva autorizzato a conchiudere, solo nel caso in cui l’Imperatore ne avesse fatta una questione sine qua non dell’alleanza. L’Imperatore non avendo spinto tant’oltre le sue istanze, da galantuomo non ho assunto impegno. Ma sono rimasto convinto che egli mette a questo matrimonio una grandissima importanza, e che da esso dipende, se non l’alleanza, l’esito suo finale. Sarebbe errore ed errore gravissimo l’unirsi all’Imperatore, e nello stesso tempo fargli un’offesa che non dimenticherebbe mai. Ci sarebbe poi di danno immenso l’avere a lato suo nel seno dei suoi Consigli, un nemico implacabile, tanto più da temersi che gli corre nelle vene sangue côrso.

"Ho scritto con calore al Re, pregandolo a non porre a cimento la più bella impresa dei tempi moderni, per alcuni scrupoli di rancida aristocrazia. Ti prego, ove ti consultasse, di aggiungere la tua voce alla mia. Non si tenti l’impresa, in cui si mette a repentaglio la corona del nostro Re e la sorte dei nostri popoli; ma se si tenta, per amor del cielo, nulla si trascuri di quanto può assicurare l’esito finale della lotta.
"Ho lasciato Plombières coll’animo più sereno. Se il Re consente al matrimonio, ho la fiducia, dirò quasi la certezza, che fra due anni tu entrerai a Vienna a capo delle nostre file vittoriose.

"Tuttavia, onde accertarmi del fondamento delle speranze manifestatemi dall’Imperatore, circa al contegno probabile delle grandi Potenze nell’evento di una guerra coll’Austria, ho pensato di venire a fare una corsa a Baden ove trovansi riuniti Re, Principi e Ministri di varie contrade dell’Europa. Fui bene ispirato, poiché in meno di ventiquattr’ore parlai col Re di Wurtemberg, col Principe Reale di Prussia, con la Gran Duchessa Elena, con Manteuffel, e vari altri diplomatici russi, si potrebbe fare assegno sicuro sulla cooperazione armata della Russia. La G. D. mi disse che, se la Francia s’univa a noi, la nazione russa costringerebbe il suo governo a fare altrettanto. Balan mi disse: — Si vous avez à l’un de vos côtés un volontaire de Vincennes, comptez que de l’autre vous aurez un soldat de notre garde.

"Rispetto alla Prussia, credo che, quantunque risenta una grande antipatia per l’Austria, essa rimarrà dubbiosa ed incerta, finché gli eventi la spingano irresistibilmente a prender parte alla lotta.
"Non ho più tempo di proseguire. Ma il sin qui detto ti proverà che non ho perduto il mio tempo, e che il mio viaggio non si può contare per vera vacanza.

"Addio. Spero sempre vederti al confine.

"C. Cavour"

Bibliografia 
Paolo Mencacci
Storia della Rivoluzione Italiana
Volume Secondo
Parte
Seconda — Libro Secondo
Capo I.
- Documenti-lettere allegate

CAVOUR: COME FARE UNA GUERRA

MA CAVOUR FU ASSASSINATO ?

( vedi anche i "RIASSUNTI" STORIA D'ITALIA )


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