BIOGRAFIA DEI 120 DOGI DI VENEZIA (4)

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 ANNI 1253 - 1356

XLV - RANIER ZEN 1253-1268
Il Conclave non si dilungò molto nella scelta del nuovo Doge che venne eletto quando ancora era Podestà a Fermo (ndr: importante punto strategico eretto su un colle, con possibilità di essere raggiunto via mare, a circa 35 miglia a sud di Ancona). Renier o Ranieri era stato consigliere ed amico di Jacopo Tiepolo durante l' impresa di Ferrara del 1240; "Capitano General da Mar" della flotta veneziana durante la riconquista di Zara del 1244, Ambasciatore durante il concilio di Lione, Podestà di Verona e Podestà di Bologna (dove era incorso nella scomunica papale per aver sollevato la cittadinanza dalle tasse pretese dallo Stato Pontificio), oltre ad appartenere ad un casato ricchissimo, con palazzi a Santa Sofia (ndr: in prossimità dell' attuale stazione ferroviaria), Torre di Bebbe (ndr: odierna Cavarzere), nonchè terre e case in terra d'Istria. 
La sua elezione gli fu comunicata dal Procuratore Marco Ziani, anch'egli in lizza per il dogado, che giunto a Fermo lo scortò fino a Venezia con quattro Galee.
Renier Zen, giunto a Venezia verso la fine di febbraio, per festeggiare la propria elezione, organizzò a proprie spese una giostra di cavalieri, provenienti da moltissimi comuni e che si svolse nella piazza "più bela e granda del mondo" (erano stati ormai ultimati la palafittatura ed il lastricato di piazza San Marco).
Terminati i festeggiamenti però, ben presto Renier Zen si rese conto che la situazione generale stava prendendo una brutta piega, tanto che trasformerà il suo mandato in uno dei più catastrofici per l'opulenza della Repubblica. 
Infatti, nell' entroterra padano, Ezzelino III ed il fratello Alberico da Romano avevano ripreso a scorazzare verso nord-est, occupando quasi tutta la marca trevigiana, la stessa Treviso e Padova.
Nel 1257, Genova, rotto i trattati precedentemente sottoscritti, aveva distrutto e saccheggiato il quartiere veneziano a San Giovanni d'Acri (nda: centro nevralgico situato nel promontorio settentrionale del golfo di Haifa ) e preso possesso del monastero di San Saba.
Quindi, aveva da prima schierato la propria flotta alle porte di Costantinopoli e, nel 1261dopo la presa della città, aveva insediato sul trono imperiale Michele II Paleologo, successore di Giovanni Vatace, già Imperatore di Nicea, ponendo fine, di fatto, all' impero latino d' oriente.
Il "Trattato Ninfeo", sottoscritto da Genova e dall' Imperatore Paleologo, non lasciò scampo a Venezia che si vide interdire tutti gli approdi dell' ex dominio bizantino, confiscati i beni ed i quartieri veneziani in Costantinopoli.
Per quanto riguardò l'entroterra padano, la questione fu risolta tra il 1254 ed il 1260, prima con la liberazione di Treviso, poi di Padova e nel 1259 con la sconfitta definitiva dei "da Romano" a Cassano d' Adda, che si scontrarono con la lega formata da Venezia, Treviso, Vicenza, Verona, Mantova e truppe papaline di Alessandro IV. Ezzelino III morì nello stesso anno, mentre Alberico rinchiusosi nel suo castello di San Zenone, fu raggiunto l'anno successivo e trucidato assieme a tutta la famiglia. (nda: San Zenone degli Ezzelini tra Asolo e Bassano, oggi provincia di Treviso).
Quella che rimase in piedi fu invece la situazione nel levante, ancorchè dal punto di vista militare Venezia fosse riuscita a riprendere il controllo della Palestina fin dal 1257 quando, Lorenzo Tiepolo al comando di una parte della flotta veneziana riuscì a riconquistare San Giovanni d' Acri, dopo una battaglia che costò a Genova la perdita di quasi duemila vite umane e la distruzione di 24 galee oltre alla distruzione della ragione del contendere: il monastero di San Saba (due pilastri del monastero ornano ancor oggi l'ingresso alla fonte battesimale della Basilica di San Marco).
Anche nel 1262, la flotta veneziana, capitanata da Gilberto Dandolo riuscì prima ad infliggere due gravissime sconfitte a quella genovese guidata da Pietro Grimaldi, al largo delle coste della Morea.
Il nodo gordiano della situazione era rappresentato dal fatto che Genova pur non riuscendo a vincere sul mare riusciva a mantenere la più che strategica posizione di Caffa, riuscendo in tal modo a controllare tutto il Mar Nero e di conseguenza la via marittima delle spezie.
L'unica azione diplomatica che consentì di dar un minimo di respiro ai commerci veneziani fu la sottoscrizione di una tregua quinquennale, stipulata nel 1265 con Paleologo, grazie alla mediazione di Papa Clemente IV e di re Luigi IX.
Con i traffici bloccati, iniziarono ad alimentarsi i malumori interni che sfociarono in tumulti e sommosse di piazza, soprattutto quando, per far fronte alle esigenze di bilancio, furono imposte tasse sul macinato e la promulgazione di nuovi dazi sulle merci in transito.
Cogliendo l'opportunità di dar sfogo a vecchi rancori, Giovanni Dandolo ferì Lorenzo Tiepolo, la cosa ebbe un tal clamore da far dividere il popolo in fazioni contendenti che portarono il Doge molto vicino al linciaggio.
Considerato il clima ormai completamente degenerato, Renier Zen fece revocare la tassa sul macinato. Una volta placati gli animi fece catturare, imprigionare e giustiziare una dozzina di "capi bastone" tra i quali alcuni nobili.
Il Doge Ranier morì il 7 luglio 1268 e fu sepolto nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo.

XLVI - LORENZO TIEPOLO (1268 - 1275)
Fu eletto il 23 luglio del 1268, figlio del doge Jacopo, cognato di Tancredi, sposato con Marchesina figlia di Boemondo di Brienne, Re di Rascia (Serbia) egli stesso Capitano Generale da Mar ed eroe della battaglia d'Acri, proprietario di ricchezze paragonabili a quelle di un imperatore e ben voluto dal popolo.
Bisogna però dire che la sua elezione non fu dovuta alla fama ed alle sue ricchezze, ma fu determinata sicuramente dalla volontà comune della Quarantia, in piena autonomia e scevra da favoritismi o nepotismi, così come prevedeva la Promissione Dogale (nda: una sorta di Carta Costituzionale elaborata dai Promissori, ovvero il Consiglio Costituzionale) rielaborata sotto il dogado di Renier Zen ed ultimata prima di quell' ultima elezione.
L'impianto elettorale, precedentemente varato, assunse infatti il definitivo assetto che continuerà seppur con ulteriori aggiustamenti fino alla fine della Repubblica.
Quando il soglio dogale si rendeva vacante la legge prevedeva che si procedesse così:

-- riunione del Maggior Consiglio
-- dalla sala di riunione usciva il Consigliere più giovane il quale doveva ritornare in seno accompagnato dal primo "putelo", casualmente incontrato e di età compresa tra gli otto e i dieci anni 
-- al centro della sala veniva colloccato una sorta di sacco di panno a forma di cappello, dove venivano riposte delle "balote" (biglie di legno) in numero uguale al numero dei consiglieri delle quali, trenta arrecavano la scritta "elector" 
- mentre i consiglieri sfilavano in silenzio davanti all' "urna", il "balotin" (il ragazzino prescelto) estraeva una biglia e la consegnava al consigliere.
I trenta estratti rimanevano nella sala consiliare ma non dovevano appartenere ad una stessa famiglia ne avere legami di consanguineità tra loro, altrimenti venivano sostituiti ed eletti altri con lo stesso sistema, tutti gli altri dovevano abbandonare la seduta.
-- 30 designati al ballottaggio venivano ridotti a 9 (con lo stesso sistema)
---- 9 si riunivano per eleggerene 40 tra tutti i consiglieri del Maggior Consiglio 
(con un sistema a schede i primi quattro proponevano 5 nomi, gli altri cinque 4 nomi ciascuno, i nomi prescelti dovevano raggiungere un quorum di almeno 7 voti per essere eletti)
------ 40 venivano ridotti a 12 (al ballottaggio)
----------12 eleggevano 25 dal Maggior Consiglio (con le schede ed un quorum di 9 voti)
------------ 25 ridotti a 9 (al ballottaggio)
----------------9 eleggevano 45 dal Maggior Consiglio (con schede e quorum di 7)
----------------- 45 rimanevano 11 "che a sorte restano"
---------------------11 eleggevano 41 ( con schede e quorum di 9)
------------------------41 chiusi in conclave eleggevano il doge che doveva raggiungere un quorum di almeno 25 voti

Nonostante l' Assemblea Popolare fosse praticamente scomparsa rappresentanti del popolo erano comunque sempre presenti nel Maggior Consiglio, in particolar modo attraverso le confraternite e le consorterie delle arti e dei mestieri (nda: dette "scole" le maggiori e "scolette" le minori).

Lorenzo Tiepolo, ben consapevole dell' importanza strategica che avevano le varie corporazioni, soprattutto nella vita quotidiana della città, fu il primo doge a dimostrare riconoscenza con atti pubblici ed organizzare feste in favore delle attività artigiane e commerciali.
Pur dovendo gestire un potere che stava diventando sempre più di rappresentanza che non di opera effettiva, il Doge si dimostrò molto abile nel gestire le decisioni del Consiglio Ducale, del "Cancelier Grando" (nuova figura, introdotta dal Maggior Consiglio, proveniente dalla borghesia e quindi non di lignaggio, il Gran Cancelliere era una sorta di controfigura dogale, vestiva di porpora presiedeva la Cancelleria di Stato, Primo Segretario in tutti le sedute di governo con precedenza anche sui senatori, in pratica funzionava da "orecchio del popolo", considerato che l' Assemblea Popolare non esisteva più) ed infine del Maggior Consiglio.
Rafforzando la festività della "Sensa" ( festa religiosa per Assunzione di Cristo) e lo << sposalizio con il mare>> venne sancito il dominio assoluto di Venezia in Adriatico.
Fu costituita una squadra navale con il preciso compito di vigilare su tutte le navi in transito, riscuotere i dazi, imperdirne l'ingresso non autorizzato a navi armate e contrastare il contrabbando, sotto il comando del cosiddetto "Capitano del Golfo". 
Nel 1270, con il trattato di Cremona fu firmata la pace (nda: provvisoria) con Bisanzio e Genova.
A causa però, di una gravissima carestia che si stava protraendo da anni, considerata l'esosità dei dazi veneziani , la lega che aveva cooperato con Venezia nella distruzione dei "da Romano", si rivoltò contro.
Alla lega si aggiunsero Recanati, Ancona,Cremona e Bologna.
Quest'ultima voleva vantare il diritto di approdo e l'esenzione da dazi a Primaro (nda: porto di origine romana "primarus" costruito su un braccio meridionale del Po, di importanza strategica perchè originariamente si univa al Po di Volano e passando a sud di Ferrara si congiungeva con il Reno).
Nell' ottobre del 1971 Venezia fu sconfitta e costretta a ritirare l'armata a nord, quasi fino a Chioggia dove riuscì a riorganizzarsi e partire per l' azione di rivalsa che costrinse la lega alla pace, nell' agosto del 1273.
L' unica città che non volle cedere fu ancora una volta Ancona, sotto diretta protezione di Gregorio X e successivamente di Nicolò III.
Lorenzo Tiepolo morì il 15 agosto 1275, con grande lutto e dolore di tutto il popolo veneziano. Il suo corpo fu deposto nell' arca della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, dove giaceva il corpo del padre.
La leggenda vuole che durante il suo dogado e più precisamente nel 1271, Marco Polo iniziasse la spedizione verso il Catai (Cina), al seguito del padre Nicolò e dello zio Matteo, per arrivare a Pechino nel 1273. 

XLVII - JACOPO CONTARINI 1275-1280
Dogado di transizione, Jacopo, già figlio del Doge Domenico, fu eletto quando aveva superato gli ottant'anni ed era ammalato.
Le continue rivolte in Istria erano controllate da Giovanni Dandolo e la guerra contro Ancona perdurava senza alcun cedimento.
Ancona era stata sottoposta al blocco commerciale terrestre, dall'alleanza con Fermo e da mare, con il blocco navale della Repubblica. 
Città pontificia per la quale Nicolò III si era fatto confermare i diritti dall' Imperatore Rodolfo e per la quale minacciò il Doge di scomunica.
L'unico atto prima della sua deposizione fu la legge del 1279 con la quale si vietava la possibilità, ai figli illegittimi dei nobili, di poter far parte del Maggior Consiglio, legge chiaramente imposta dal Maggior Consiglio stesso.
Il 6 marzo 1280 fu costretto ad abdicare o fu deposto e per la prima volta a un ex Doge fu assegnato un vitalizio.
Morì alla fine dello stesso anno e sepolto nel chiostro della chiesa dei Frari (il sarcofago sarà distrutto dalle truppe di occupazione napoleonica) 

XLVIII - GIOVANNI DANDOLO 1280-1289
Dopo un sofferto conclave, il 31 marzo del 1280, fu eletto il feritore di Lorenzo Tiepolo (che però appena eletto Doge aveva concesso il perdono).
Figlio di Gilberto, "Capitano General da Mar", aveva ricoperto importantissime cariche politiche e militari: bailo a Tiro, podestà a Bologna e Padova, conte di Ossero e Arbe (nda : isole della Dalmazia) ed egli stesso generale in Istria,.
La nomina gli venne comunicata quando era ancora impegnato nelle campagne militari in Istria e contro Trieste, che sfoceranno in guerra aperta l'anno successivo per le ingerenze dello Stato Pontificio, attraverso il patriarcato di Aquileia.
Nel marzo del 1281, riuscì a concludere il trattato di Ravenna che pose fine al conflitto con Ancona, quando però si riaprì la questione di Creta con un insurrezione capitanata dal greco Alessio Kalergis e fomentata da Michele VIII Paleologo imperatore di Nicea e Costantinopoli.
La nuova protervia di Bisanzio portò Venezia a concludere un accordo con Carlo d' Angiò e Filippo di Francia per una spedizione militare nel vicino oriente.
L'accordo di Orvieto del 1281 prevedeva la partenza da Brindisi due anni dopo, con una poderosa armata ed una flotta di 40 galee al comando dello stesso Doge.
La rivolta dei "vespri Siciliani" però non consentì di porre in atto il progetto, anzi papa Martino IV avrebbe voluto che quell' armata rivolgesse il proprio attacco contro Pietro d' Aragona, al fine di riconquistare la Sicilia, già feudo pontificio.

Il rifiuto di Venezia a partecipare ad una tale spedizione costò la scomunica alla città ed al suo "principe".
Nel marzo del 1285 la laguna subì un terremoto ed una gravissima inondazione. Le condizioni portarono a stipulare una precaria pace con gli Istriani e Trieste.
Nel dicembre 1285, la scomunica venne ritirata grazie all'elezione del nuovo papa Onorio IV, quando gli ambasciatori veneziani a Roma presentarono i complimenti del Doge.
Due anni più tardi ripresero i conflitti con gli istriani appoggiati anche dai turchi e la guerra si infiammò, coinvolgendo tutto il Friuli.
A Trieste il Nobil Homo Marino Selvo fu incarcerato e la Repubblica decise così di porre la città sotto assedio e blocco navale.
La campagna del Friuli fu abbandonata da Venezia per l'arrivo dell' esercito di Rodolfo I Re di Germania chiamato dal patriarca di Aquileia.
La ritirata delle truppe veneziane, costò il carcere al loro comandante, Marino Morosini che finì sotto processo per la poco gloriosa sconfitta.
L' intercessione di Papa Niccolò IV portò ad una tregua, comunque del tutto precaria.
Altra faccia ebbe invece il dogado di Giovanni Dandolo dal punto di vista legislativo ed amministrativo.
Nel 1283, il Maggior Consiglio ratificò lo " Statuta et ordinamenta super navibus et aliis lignis", (nda: regolamento e ordinamento per le navi ed altri legni) il codice messo in cantiere ancora da Renier Zen, il quale aveva affidato il compito ad una commissione di tre saggi che avrebbe dovuto stabilire un regolamento definitivo sul trasporto delle merci e sul traffico marittimo a bordo delle navi della Repubblica.
Nell' ottobre del 1284 fu coniato il primo "ducato" d'oro ovvero "zecchino" (nda: dall' arabo "sekka" - officina dove venivano coniate le monete)
Dal punto di vista giuridico costituì una commissione per dividere il potere legislativo da quello esecutivo e nonostante Giovanni Dandolo fosse un fervido sostenitore della causa patrizia, non concesse l'ereditarietà della nomina al Maggior Consiglio, lasciando i poteri di nomina in mano alla Commissione Elettiva, costituita da non più di quattro membri, sorteggiati tra i Consiglieri Maggiori, i quali a loro volta, ogni anno stilavano una di lista di cento nomi benemeriti, che non ricoprissero altre cariche o che avessero altri impedimenti, di età maggiore ai trent' anni.
Giovanni Dandolo morì il 2 novembre 1289 e fu sepolto nella chiesa di SS Giovanni e Paolo ed ancor oggi ricordato da una lapide sistemata nella navata di sinistra.

XLX - PIETRO GRADENIGO 1289-1311
Sicuramente un dogado molto importante per la storia di Venezia e per la sua aristocrazia, non certamente per la volontà popolare che verrà definitivamente sottomessa. Pietro Gradenigo fu eletto il 25 novembre del 1289, all' età di 38 anni, in contrapposizione con la volontà popolare che indifferente alla logica elettorale avrebbe voluto acclamare subito Jacopo Tiepolo, figlio di Lorenzo, il quale però per il bene della Repubblica si ritirò in uno dei possedimenti del trevigiano, dissuadendo così i suoi sostenitori a proseguire nelle azioni che avrebbero sicuramente portato ad un guerra civile.
L'investitura fu comunicata da dodici ambasciatori scortati da cinque galee, quando Pietro era podestà di Capodistria.
Il Maggior Consiglio aveva ancora una volta ristretto la cerchia del potere sempre più oligarchico, mettendo quasi in disparte la volontà popolare.
Pietro Gradenigo apparteneva ad una delle famiglie "apostoliche", imparentato con i Dandolo e i Morosini, riassumeva in pratica un quarto del potere nobiliare.
Oltre alle questioni di carattere interno, si trovò subito ad affrontare temi spinosi sia con Genova che con Bisanzio.
Nel maggio 1291 San Giovanni d' Acri, Tiro, Sidone e Tortosa, caddero in mano del Sultano d'Egitto, ponendo fine alla presenza latina in Terra Santa.
Nel luglio del 1293 iniziarono una serie di scaramucce con Genova. Gli episodi che portarono ad una guerra vera furono: il tentativo di blocco di un convoglio genovese, nei pressi di Corone (nda: antico porto Greco nel golfo di Messenia che con Modone veniva definito "venetiarum ocellae" - gli occhi di Venezia), che finì con la sconfitta ed il saccheggio di quattro galee veneziane; un' ulteriore pesantissima sconfitta subita da Venezia al largo della Cilicia ed il saccheggio del quartiere veneziano di Costantinopoli causate dai saccheggi di Caffa, Focea (nda: antica colonia ionica su di un promontorio nei pressi dell' odierna Smirne) e della colonia genovese a Cipro.
L' 8 settembre 1298 iniziò la battaglia di Curzola (isola della Dalmazia) dove si scontrarono le due flotte. Quella genovese costituita da 85 galee, comandata da Lamba Doria e quella veneziana con 95 galee, capitanata da Andrea Dandolo.
Delle 95 galee veneziane solo 11 fecero ritorno in patria, 18 furono affondate, 66 furono prima catturate e depredate poi incendiate lungo litorale di Curzola. Genova fece più di 7.000 prigionieri tra i quali lo stesso Dandolo, che finì suicida per non dover sopportare i ceppi e la galera genovese e Marco Polo che nelle prigioni genovesi dettò il "milione" a Rustichello da Pisa.
Ma anche Genova pur uscendo vittoriosa, subì delle perdite gravissime. La pace tra le due Repubbliche Marinare fu firmata a Milano con la mediazione di Matteo Visconti, Papa Bonifacio VIII e Carlo II d' Angiò.
Le condizioni dettate furono molto dure anche se Venezia riuscì a mantenere il controllo dell'Adriatico ed la possibilità di traffico in Mar Nero.
Depauperata nella sua potenza e praticamente senza flotta, Venezia fu costretta a trattare anche con il Sultano d' Egitto, al fine di potersi garantire una certa libertà commerciale con il vicino oriente.
Un' ulteriore batosta arrivò nel 1308 con la sconfitta di Ferrara, contro la quale Venezia aveva mosso per reimporre il proprio privilegio in Adriatico. Oltre alla sconfitta inflitta dalle truppe di Ferrara unite a quelle pontificie di Clemente V, arrivò anche un' altra scomunica contro la Città ed il suo Doge.
Sul fronte interno le cose andarono anche peggio, infatti Pietro subì ben due rivolte molto gravi.
La prima rivolta fu determinata dalla volontà, da parte delle famiglie patrizie di imporre in qualsiasi modo l'ereditarietà dello scanno nel Maggior Consiglio, cosa che non era passata sotto il dogado di Giovanni Dandolo.
Il disegno fu portato avanti una prima volta dalla Quarantia, prendendo a pretesto il fatto che "nuovi ricchi borghesi", in cambio di una certa rappresentatività erano disposti a pare per la nomina per poi essere sottoscritto, il 28 febbraio 1297, dal Doge stesso, quale legge provvisoria.
La legge prevedeva che avessero diritto, di fatto, a far parte del Maggior Consiglio tutti coloro ne avessero fatto parte negli ultimi quattro anni, su approvazione della Quarantia, mentre i discendenti di coloro che ne erano stati Consiglieri, a partire dal 1172, potevano essere eletti sempre su approvazione della Quarantia.
La legge, successivamente definita "Serrata del Gran Consiglio" e che in effetti precluse ogni possibilità (ancorchè remota) a tutto il resto della cittadinanza, fu in effetti un colpo di stato legittimato dal potere aristocratico.
L'occasione per la rivolta si presentò dopo la sconfitta di Curzola, nel 1300. Ad organizzarla furono due ricchi mercanti, ma finì male : Marino Bocconio entrò nella sala delle riunioni con un manipolo di uomini armati tentando di prendere in ostaggio i nobili presenti, questi però probabilmente informati erano armati anch'essi.
Le porte della sala si chiusero senza lasciar scampo ai rivoltosi che imprigionati e processati furono impiccati tra le due colonne di "Marco" e "Todaro" ( San Marco e San Teodoro).
Stessa sorte toccò al mercante Giovanni Baldovino, il quale avrebbe dovuto aizzare il popolo dall'esterno, ma non vi riuscì, essendo fallito il tentativo dall'interno.
La seconda rivolta contro Pietro Gradenigo si innescò dopo l'altra sconfitta: quella di Ferrara, perchè in effetti non si trattò di una sconfitta sul campo ma di abbandono della roccaforte di Castel Baldo, senza colpo ferire, da parte del comandante Marco Querini il quale, il 28 agosto 1309, si ritirò lasciando trucidare le proprie truppe dall' esercito papale.
Ancora una volta la popolazione si divise in due fazioni: quelli che difesero l' operato di Marco Querini, contro il Doge, sperando nel ritiro della scomunica e quelli che invece lo volevano processare per la sconfitta subita.
Gli scontri iniziarono subito, anche per futili motivi, fino a sfociare in una congiura vera e propria che vide schierati i Querini, Tiepolo e Badoer (quest'ultimo podestà di Padova) da una parte , il Doge, i Dandolo, Giustinian e Michiel dall' altra.
La sommossa si sviluppò tra calli (strade) e camp (piazze) nella notte del 14 giugno 1310 ma le guardie dogali allertate anticipatamente, accolsero i rivoltosi riuscendo a sopraffarli.
Badoaro Badoer venne decapitato, Marco Querini finì impiccato con altri congiurati e tutti con l'accusa di "infamia", Baiamonte Tiepolo riuscì a fuggire e a far perdere le proprie tracce, ma le sue proprietà furono rase al suolo (campo San Luca).
Con altri nobili Consiglieri, simpatizzanti dei Querini - Tiepolo, il Maggior Consiglio fu più cauto: qualcuno fu esiliato e la maggior parte amnistiata.
A seguito di quest' ultima congiura fu istituito il "Consiglio dei Dieci" che avrebbe dovuto indagare sui fatti specifici e che invece rimase fino alla fine della Repubblica.
Il Consiglio dei Dieci avrà l'incarico di amministrare la giustizia e controllerà in particolar modo i "signori della notte" (una sorta di corpo di polizia, probabilmente istituito sotto il dogado di Ziani con funzioni di vero e proprio spionaggio notturno).
Pietro Gradenigo, "Pierazzo" (Pieraccio, in senso dispregiativo) per il popolo, morì il 13 agosto 1311, le sue spoglie furono sepolte nella chiesa di San Cipriano a Murano e profanate durante l'occupazione francese, dopo cinquecento anni, il popolo non aveva ancora dimenticato! 

L - MARINO ZORZI 1311-1312
Dopo la morte di Pietro Gradenigo il Maggior Consiglio, con il nuovo assetto si mise subito all' opera per l'elezione del Doge e tempestivamente comunicò i risultati dello spoglio che vide eletto il Senatore Stefano Giustinian , il quale considerati i tempi preferì rinunciare subito e ritirarsi in convento.
Alla seconda tornata, il 23 agosto (dopo soli 12 giorni di "vacatio"), fu eletto l' ottantenneMarino Zorzi, che accettò non senza riserve.
Marino Zorzi fu una persona molto pia e devota vide l'alta carica come uno strumento per potersi occupare del prossimo, in maniera più operosa, oltre che a rendersi utile nei confronti del papa affinchè fosse revocata la scomunica ancora pendente.
Il suo dogado durò solo undici mesi ma la sua bontà era da tempo conosciuta, soprattutto presso il popolo che lo avrebbe voluto santificato.
Si spense il 3 luglio 1312 e secondo le sue volontà, il suo corpo fu sepolto nella nuda terra del chiostro della chiesa di SS. Giovani e Paolo. 

LI - GIOVANNI SORANZO 1312-1328
Fu un dogado tranquillo quello di Giovanni Soranzo eletto Doge il 13 luglio 1312 a 72 anni di età.
Nel passato si era distinto nella presa di Caffa ed era stato podestà di Chioggia e Ferrara.
Nel 1313, grazie all'opera diplomatica di Francesco Dandolo, ambasciatore ad Avignone, il Papa Clemente V tolse la scomunica alla Città.
Con l' Istria e la Dalmazia si instaurarono nuovi buoni e produttivi rapporti.
La pace stava portando i suoi frutti e fu possibile stabilire nuovi trattati commerciali con il ducato di Brabante (nda: antica provincia dei Paesi Bassi), con le Fiandre e Bruges, nonchèécon l' Imperatore di Tebriz (nda: Persia, odierna Tabriz in Iran).
Venezia vide un periodo aulico, con nuovi insediamenti industriali e lo sviluppo di quelli esistenti, come l' arsenale.
Considerato il notevole aumento della popolazione furono concesse molte "gratiae", non senza la stretta sorveglianza dei capi sestiere , ovvero concessioni per l' ampliamento di rive, bonifica di barena e velme ( nda: una sorta di pantani percorsi da rivoli a forma di circolazione sanguigna, emersi solo con la bassa marea).
La Repubblica era ormai un fatto compiuto e universalmente riconosciuto, tanto che Federico d'Aragona re di Sicilia inviò al Doge due leoni vivi, in onore del simbolo della città.
Nell' agosto del 1321, Venezia registra anche la presenza di Dante Alighieri, sommo poeta ed ambasciatore di Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna. 
Giovanni Soranzo morì il 31 dicembre 1328 e fu sepolto in un' arca collocata nel battistero della basilica di San Marco.

LII - FRANCESCO DANDOLO 1329-1339
La "serrata" del Maggior Consiglio stava producendo i suoi effetti restringendo la cerchia degli eleggibili.
Francesco Dandolo già ambasciatore ad Avignone presso il soglio pontificio di Clemente V e Giovanni XXII, fu l'artefice del ritiro dell' ultima scomunica pendente sulla città che con tale atto era stata preclusa al mondo della cristianità.
Uomo letterato e colto ( lasciò scritti di medicina, filosofia, cronaca ed un "digesto" - raccolta compendiata di sentenze giuridiche e scritti giurisprudenziali).
Fine diplomatico seppe però rispondere militarmente la dove la diplomazia non poteva aver efficacia, come la risoluzione delle questioni "Scaligere", i signori di Verona infatti, si erano sostituiti ai "da Romano" nelle pretese sull' entroterra veneziano prima con Can Grande della Scala e poi con il figlio Mastino II.
Tra il 1327 ed 1329 Can Grande aveva fatto cadere Vicenza, Padova, Feltre e Belluno arrivando fino ad istituire una dogana a "Malghera" (nda: Marghera - Mestre).
Nulla valse l' offerta di iscrizione "honoris causa" a Mastino Il, nel novero dei patrizi veneziani, questi dilagò invece nella pianura Padana, ostacolando la navigazione fluviale, costruendo saline ai confini meridionali della laguna e prendendo Brescia, Parma e Lucca. 
Vista vanificata ogni risoluzione diplomatica, Venezia avviò il reclutamento obbligatorio degli uomini di età compresa tra i 20 ed i 60 anni- chiamato " cernide" - al fine di evitare il ricorso a truppe mercenarie e, nella primavera del 1936 aderì alla lega anti-scaligera, costituita da Firenze, Siena, Perugia e Bologna; la guerra iniziò il 28 maggio.
Nel luglio dell' anno successivo la lega si rinforzò con la partecipazione di Milano, Mantova, Este, Ferrara, Boemia e Carinzia.
Il 24 gennaio 1339 sull' altare maggiore della Basilica di San Marco venne siglata la pace con nuova ridistribuzione dei comuni e territori che accontentò quasi tutti ad eccezione di Firenze che si vide sottrarre Lucca a favore della signoria sconfitta.
Francesco Dandolo morì il 31 ottobre 1339 e fu sepolto nel capitolo della chiesa di Santa Maria dei Frari.

LIII - BORTOLOMEO GRADENIGO 1339-1342
L' ottantenne Bartolomeo Gradenigo fu eletto il 7 novembre 1339 con 32 voti, dopo una carriera quasi esclusivamente amministrativa che l' aveva visto per lungo tempo podestà di Ragusa (nda: odierna Dubrovnik), Capodistria e Procuratore del Tesoro di San Marco. 
Il suo dogado fu particolarmente tranquillo sotto l' impegno militare, a parte le endemiche scaramucce a Creta, non vi furono particolari episodi da segnalare.
Anche il governo della città non presentò grosse novità rispetto agli anni precedenti.
L' unico evento di rilievo fu la burrasca del 15 febbraio 1340 e quindi una delle prime "acque grandi" segnalate, perché il mare riuscì ad oltrepassare l' isola del Lido e quella di Pellestrina.
Nella prima metà del 1300 c'è però da segnalare una svolta decisiva nel campo della costruzione navale: le galee diventano da biremi a triremi aumentando la loro capacità di trasporto, si passò infatti dalle 50 tonnellate di merce trasportata a 200 - 240 tonnellate. Le navi da trasporto assunsero una forma più tondeggiante (chiamate cocche) ma la cosa rivoluzionaria fu che dall' Arsenale di Venezia uscirono le prime navi con timone infisso sul "dritto di poppa" in prosecuzione dell' asse longitudinale, anzichè laterale.
Dal punto di vista della rettitudine, Bartolomeo Gradenigo non doveva essere stato un gran gentiluomo, considerato che il 29 novembre del 1342 i Promissori Ducali dovettero intervenire, facendo approvare un decreto con il quale il Doge e la Dogaressa erano interdetti dallo svolgere qualsivoglia attività commerciale.
L'età fu sicuramente avanzata ma è probabile che anche il cuore non abbia retto agli impedimenti imposti.
Il doge si spense il 28 dicembre dello stesso anno ed il suo corpo fu deposto nel sagrato coperto della Basilica. 

LIV - ANDREA DANDOLO 1343-1354
Stessa famiglia ma di ramo diverso da quello del Doge Enrico, Andrea fu eletto, all' età di 37 anni, dopo parecchi tentati vi ed in contrapposizione con Marin Faliero.
A soli 25 anni fu nominato Procuratore di San Marco; a 27, su investitura del vescovo di Trieste fu signore di Pirano, infine Promissore Ducale.
Dotto e letterato, Andrea Dandolo su amico del Petrarca il quale scrisse di lui : << uomo giusto, incorruttibile, erudito, eloquente, saggio, affabile e umano >>.
Dopo un primo avvio tranquillo, coda del precedente periodo di pace, il dogado di Andrea Dandolo si trasformò in uno dei più catastrofici per la Repubblica con guerre e calamità naturali.
La pace e persino l' alleanza con Genova in una delle ultime crociate si ruppe, provocando la catastrofe.
Nel 1344 Venezia per contenere l' invasione turco-ottomana, il cui impero si andava estendendo a scapito di Bisanzio, fu indetta una crociata bandita da papa Bonifacio IX, sostenuta da Giovanni senza paura (successivamente Duca di Borgogna) e alla quale parteciparono Venezia, Genova, Cipro ed i Cavalieri di Rodi.
I turchi furono temporaneamente fermati con la conquista di Smirne. 
Ma già dal 1345 iniziarono i primi guai : Zara insorse, sobillata dal re d' Ungheria Ludovico e da Beltrando Patriarca di Aquileia. La rivolta fu sedata nel luglio del 1346, da Marino Falier, al prezzo di migliaia di morti tra gli zaratini che in fondo erano considerati veneziani.
Il 25 gennaio 1348 la città lagunare subì un violentissimo terremoto che provocò il crollo di molti edifici, centinaia di vittime e la conseguente pestilenza scoppiata nel marzo successivo, che durò fino al 1350 decimando i due terzi della popolazione. 
In quest'ultimo anno, Genova si alleò con Giovanni Visconti, signore di Milano con mire espansionistiche verso la Padania orientale.
Venezia dal canto suo, al fine di prevenire eventuali sconfinamenti, strinse alleanza con scaligeri ed estensi ma nel 1353 la guerra infiammò tutto il settentrione d' Italia.
Genova, approfittando della debolezza di Venezia mosse attacchi anche per mare, a nulla valse l' alleanza con Pietro IV re di Aragona e III di Catalogna ( prima alleato con Genova per la presa di Algesiras, poi con Venezia per il predominio della Sardegna) il quale, ottenuta la sua brava vittoria di Alghero, abbandonò il campo, né quella con l'imperatore Giovanni Catecuzemo il quale impensierito dalla tracotanza dei mercanti genovisi voleva tornare agli antichi trattati con San Marco e nemmeno l' intermediazione di Francesco Petrarca, ambasciatore per conto dei Visconti.
Dopo alcune vittorie di una flotta veneziana, capitanata da Marco Ruffini, su una genovese al comando di Filippo Doria, Genova passo al contrattacco con una prima vittoria a Caffa per passare in Adriatico con un' altra flotta agli ordini di Paganino Doria dove furono saccheggiate le isole dalmate di CUrzola e Lesina, nonchè la città istriana di Parenzo.
Il Doge non resse l'onta della distruzione Parenzo e il 7 settembre 1354 il dispiacere lo sopraffece, il suo corpo fu deposto in un sarcofago marmoreo, nel battistero della Basilica. 

LV - MARIN FALIERO 1354-1355
Dopo appena quattro giorni di conclave e con 35 voti su 41, l' 11 settembre1354, viene proclamato Doge Marino Falier il quale verrà informato qualche giorno dopo trovandosi ad Avignone in qualità di ambasciatore presso il papa Innocenzo IV.
Il suo dogado iniziò male e fini peggio.
Il 5 ottobre, quando arrivò a Venezia, la chiatta dogale ( successivamente chiamata Bucintoro ) sulla quale era imbarcato per recarsi in palazzo ducale, a causa della nebbia fu costretta ad ormeggiare sul molo centrale della piazzetta ed il Doge fu costretto a passare tra le due colonne di Marco e Todaro, al centro delle quali venivano eseguite le sentenze capitali (segno di grande sventura; nda: ancor oggi i veneziani evitano di passarvi in mezzo... per scaramanzia).
Il 4 novembre del 1354, la flotta genovese, dopo aver saccheggiato l' istria ed aver diretto verso l' Egeo , si scontrò con quella veneziana capitanata da Nicolò Pisani e nella baia di Portolongo la flotta veneziana fu letteralmente incendiata e distrutta.
Venerdì 17 aprile 1355 Marin Faliero fu decapitato per tradimento dello Stato ed il suo corpo, con la testa posta ai piedi, così come era stato esposto per un giorno intero nella sala del "Piovego", dopo l'esecuzione della sentenza, deposto in un umile e anonimo sarcofago di pietra nella chiesa dei SS Giovanni e Paolo.
Il motivo di quella sentenza fu determinato dal tentativo di congiura a scapito dell' aristocrazia veneziana al fine di rendere ereditario il trono ducale.
Probabilmente la condanna così severa, non fu determinata solo da quel fatto, altre volte, altri suoi predecessori avevano tentato il colpo di stato, in maniera più o meno conclamata, ma fu determinata anche dal carattere e dall' atteggiamento, duro, cinico e dispotico di Marino Falier.
Da allora, nella sala del Maggior Consiglio, in palazzo ducale, al posto del suo ritratto che avrebbe dovuto essere dipinto nella fascia alta delle pareti, come era stato per i suoi predecessori e come fu per i suoi successori, figura un drappo nero sul quale spicca la scritta bianca: "Hic est locus Marini Faletri decapitati pro criminibus".

LVI - GIOVANNI GRADENIGO 1355-1356
Lo scalpore suscitato da Marin Faliero fece decidere il conclave molto in fretta per poter ridare subito un nuovo Doge alla Repubblica.
Giovanni Gradenigo era figlio di dogi sia da parte paterna che materna, nonché il fratello di Pietro, aveva ricoperto le cariche di podestà a Capodistria, Padova e Treviso, non ultima quella di Procuratore di San Marco.
Terminate le inchieste ed eseguito le sentenze nei confronti dei congiurati, molti dei quali finirono impiccati, altri incarcerati, esiliati o interdetti, istruì il processo contro Nicolò Pisani, lo sconfitto di Portolongo.
Il 1° giugno concluse una pesantissima pace con Genova che vuotò le casse erariali e indebitò la Repubblica anche per il futuro, con gravissime ripercussioni economiche e commerciali.
L' anno successivo arrivò un' altra un' altra disgrazia: Ludovico re d' Ungheria, coalizzato con il conte di Gorizia, il Patriarca di Aquileia, il Duca d' Austria e Francesco da Carrara signore di Padova, mise in subbuglio la Dalmazia e con la coalizzazione arrivò all' assedio di Treviso.
Giovanni Gradenigo morì all' eta di 71 anni, l' 8 agosto del 1356. Le sue spoglie furono deposte in un sarcofago nel Capitolo della chiesa dei Frari. 

Franco Prevato
Bibliografia
I Dogi  di Claudio Rendina
Venezia Ducale di Roberto Cessi
Altino meievale e moderna
di Ivano Sartor - Ed Com. Altino

Storia Universale di Cambridge
-  Rizzoli
Venezia è caduta, di Paolo Scandaletti, Neri Pozza Ed. 1997
Delle Arti e del Commercio, Antonio Zanon, 1764
Storie di Venezia di Fredric C. Lane - Einaudi
Mercanti, navi,monete nel cinquecento veneziano  di Ugo Tucci  - Il Mulino
I Veneti di  Loredana Capuis  - Longanesi
Pietre e legni dell'Arsenale di Venezia di U. Pizzarello & V. Fontana - Coop L'altra riva di VE
Encicopedie
"Treccani"  - "Britannica"
E le  innumerevoli pubblicazioni di Alvise Zorzi
"Dizionario del Dialetto Veneziano" - Giuseppe Boerio - ed. Giunti 

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