BIOGRAFIA DEI 120 DOGI DI VENEZIA (6)

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 ANNI 1485 - 1605

LXXIII  MARCO BARBARIGO ( 1485-1486)
Fu eletto a 72 anni dopo un conclave brevissimo ed una "vacatio" di due mesi dovuta all' epidemia di a peste che stava mietendo moltissime vite.
Marco Barbarigo ricevette le insegne dogali sulla "Scala d'oro" appena ultimata (nda: scala monumentale, successivamente chiamata "dei Giganti" perchè fu adornata con le due sculture marmoree di marte e nettuno di Iacopo Sansovino, che dal cortile di " Porta della Carta sale al primo piano) e subito dopo passò dalla sala del "Piovego" per completare il rituale e dove ai neo eletti ed alle loro consorti veniva rammentato che sulla terra si era tutti di passaggio dogi e dogaresse compresi : << Vostra Serenità, sì come vivo è venuta in questo locho a tuor possesso del Palazzo, così vi fo intender e saper che quando sarete morto , vi saranno cavate le cervele, li ochi e le budele et sarete in questo locho medesmo, dove per tre giorni havereti a stare avanti che siate sepolto>>.
Marco Barbarigo raggiunse la sala del Piovego il 14 agosto 1486 e sepolto nella chiesa della Carità (nda: la chiesa della Carità fu sconsacrata e spogliata durante il dominio napoleonico, oggi è sede dell' Accademia delle Belle Arti). 

LXXIV AGOSTINO BARBARIGO ( 1486 - 1501)
Fu una delle poche volte ad essere eletto un fratello minore del defunto doge, ma l'elezione non fu dovuta per questioni di rivendicazione ereditaria o nepotismo, del resto tra i due fratelli non vi erano intenti comuni e non andavano d'accordo.
Agostino salì al soglio dogale il 30 agosto 1486 all' età di 66 anni, dopo una buona carriera militare e politica, era stato Capitano generale nella guerra di Ferrara, governatore di Padova, Verona e Capodistria ed infine Procuratore di San Marco ma, forse aveva avuto ragione il doge Marco quando durante l'ultima riunione del Senato, lo stesso giorno in cui morì , mise in guardia la Repubblica circa le ambizioni del fratello.
Il suo dogado prese subito un'impronta che avrebbe rivelato la sua recondita ambizione per il potere, lo sfarzo ed i propri interessi. 
Il 1° giugno 1489 ritornò a Venezia Caterina Cornaro, regina di Cipro. Dopo la morte del marito e del figlioletto era stata convinta a cedere alla Repubblica il possesso dell' isola, in cambio le fu riconosciuto un vitalizio di 8.000 ducati annui, un palazzo sul Canal Grande ed il feudo di Asolo. Per l' occasione il doge fece organizzare fastosissimi festeggiamenti in maniera da far ricadere il merito sulla propria persona quella rinuncia della regina fatta come "Figlia della Repubblica".
Così come pretese che su tutti gli stipiti ed i caminetti fosse impresso il suo stemma araldico, prima di riprendere possesso del Palazzo Ducale dopo l' incendio e la ricostruzione ultimata nel 1492.
Altrettanto fastoso fu il ricevimento di Beatrice d' Este, consorte di Ludovico il Moro signore di Milano, quando arrivò a Venezia per perorare l'alleanza contro l' invasione dei francesi di Carlo VIII di Valois, che fu battuto il 6 luglio 1495 nella battaglia di Fornovo.
Per poi cambiare fronte, alleandosi con Luigi XII (successore di Carlo VIII) ai danni di Ludovico Sforza e conquistando ancora una volta Cremona ed i territori di Ghiradadda.
Ma nel levante la flotta veneziana, capitanata da Antonio Grimani, fu ripetutamente sconfitta dai turchi che tra il 1499 ed il 1500 presero Sapienza, Zonchio Corone e Modone; inoltre Cristoforo Colombo era ritornato più volte dalle "Indie" e Vasco de Gama era tornato con un carico di spezie proveniente dalle coste di Malabar ( India), dopo aver doppiato Capo di Buona Speranza.
Le casse erariali ormai esauste non solo per le guerre e la diminuzione dei traffici commerciali, ma anche per le continue spese sostenute per pittori musici e poeti e per le opere architettoniche come la chiesa di S. Maria dei Miracoli e la torre con l' orologio di piazza San Marco, costrinsero ad una nuova diminuzione dei salari statali, alla diminuzione di sussidi alle città vassalle, alla decurtazione delle decime al clero e a varare un prestito forzoso.
Tutto questo mentre in città la prostituzione, il malcostume, l' usura e la corruzione dilagavano, nella completa indifferenza del doge che anzi aveva fatto assumere una poetessa per allietare i suoi pasti e continuava a favorire e proteggere parenti di malaffare.
Il popolo che sin qui l'aveva da prima acclamato, poi sorretto e quindi sopportato iniziò a maledirlo ma ormai Agostino si era ammalato e nonostante avesse espresso il desiderio di abdicare, questo non gli fu concesso per non far sorgere un altro caso "Falier", morì il 20 settembre 1501 e fu sepolto assieme al fratello che lo aveva preceduto.
Alla sua morte fu insediata una commissione per far luce sulle denunce contro il doge, ricevute dal Consiglio dei Dieci, l' inchiesta durò due anni e appurò non solo tantissimi delitti di contrabbando e favoreggiamento di tutti gli atti illeciti condannabili ma addirittura trame ai danni della Repubblica con le signorie di Rimini e Mantova.
I risultati della commissione furono secretati ma i correttori della Promissione Ducale ebbero incarico di : <<metere tale freno al doxe ch'el no fazi onnipotente come misser Augustin Barbarigo>>. 


 LXXV - LEONARDO LOREDAN 1501-1521
Eletto a 65 anni, Leonardo Loredan coronò con il trionfo i già tanti successi di una famiglia "nuova" , anche se di antico lignaggio; ma se la famiglia Loredan trovò lustro nell'elezione a doge di uno dei suoi componenti, Venezia iniziò a conoscere un ulteriore periodo di tragico decadimento. 
La sesta votazione del primo scrutinio si concluse il 2 ottobre 1501, nonostante non avesse ricoperto cariche speciali e solo negli ultimi tempi era stato nominato Procuratore della Repubblica.
Nel 1502 la flotta era ridotta al lumicino, un po' perché ormai i privati cittadini organizzavano da se le spedizioni senza l'ausilio della scorta di stato, infatti la "libera navigazione" , iniziata più di un secolo prima era un fatto ormai conclamato; un po' perché le conquiste ottomane non consentivano più di spaziare in lungo e largo ed infine perché i portoghesi stavano monopolizzando il mercato occidentale delle spezie provenienti direttamente dall'India.
Con i turchi, Venezia tentò una nuova pace ma servì solo a perdere anche Santa Maria di Leuca e Lepanto; la situazione di fatto venne rappresentata dal poeta Joachim du Bellay, durante lo sposalizio con il mare che più o meno suonò così: << c'è un vecchio guscio di legno che vuole sposare "la mer" del quale ne è il marito e il turco "l'adultère>>
Queste famiglie "nuove" che una dietro all'altra stavano mettendo a segno un dogado dopo l'altro iniziarono ad infastidire la vecchia classe aristocratica, soprattutto quando si venne a sapere che il doge aveva sborsato 14.000 ducati per comperare la carica di Procuratore al figlio Lorenzo.
Fu sotto Loredan , in una mattina del 1505 che "statue ", come il "gobbo" di Rialto e le "Pipone" di Marocco (comune della terraferma trevigiana) iniziarono ad esprimere il proprio dissenso contro il doge attraverso libelli appiccicati o appesi da mani ignote.
Il degrado morale e civile, in particolar modo dell'aristocrazia e della ricca borghesia, aveva permeato tutte le istituzioni e creato nuove faide famigliari.
Nel 1506 il mercato di Rialto entrò in una profonda crisi per mancanza di merci ; il 14 maggio la lega di Cambrai comandata da Luigi XII sconfisse i veneziani ad Agnadello ( nei pressi di Cremona), procurando a Venezia la perdita di tutti i territori d' entroterra, mentre Papa Giulio II lanciava l' ennesima scomunica e Massimiliano I d'Asburgo imperatore di Germania era alle porte di Padova.
Ma la Serenissima era destinata ad avere cento vite, contro le invasioni di Luigi XII da una parte e Massimiliano I dall'altra , si levarono ad una ad una le città del Veneto e del Friuli, i veneziani si autotassarono fino ad impegnare i gioielli di famiglia e a fondere le argenterie e legalizzarono "protempore" l'acquisto di cariche pubbliche.
Massimiliano fu costretto ad abbandonare l'assedio di Padova per l' offensiva portata e per la resistenza della città.
Nel 1510 Papa Giulio II revocò la scomunica a Venezia perchè i francesi di Luigi XII si erano fatti sempre più pressanti tanto che, nel settembre del 1511 l' alleanza con Firenze Mantova e Ferrara convocherà il concilio di Pisa con 9 cardinali dissidenti e pronti a deporre il Papa stesso e a creare uno scisma.
Il cambiamento di indirizzo politico dello Stato Pontificio fece irrigidire i rapporti con Massimiliano I che si alleò con Luigi XII nella guerra contro Venezia.
Il 3 maggio 1512 iniziarono le prime rivincite guelfe, fratturando l'alleanza tra Francia e Germania ed ambedue finirono col ripiegare. Lo Stato Pontificio incassò la vittoria con la pace di Mantova, pagando a Venezia solo Bergamo e Crema, lasciando inaspettatamente agli Asburgo: Brescia, Verona e Vicenza.
Nel marzo 1513 morì Giulio II ed al suo posto fu eletto Leone X che non aveva mire espansionistiche e guerriere. Date le circostanze e ritenendosi offesa per come era stata trattata a Mantova Venezia intrecciò una nuova alleanza con il vecchio nemico Luigi XII contro Massimiliano I.
Questa situazione, inizialmente non portò buoni frutti e le truppe germaniche arrivarono fino a Mestre da dove "si udirono provenire le cannonate", ma ancora una volta entrarono in campo le signorie friulane a dar man forte a Venezia, dove per far fronte alle esigenze di cassa furono tassate persino le prostitute e le "cortigiane".
La vittoria arrivò nel 1515 con la battaglia di Marignano ( odierna Melegnano in provincia di Milano) quando Francesco I di Valois, re di Francia, sconfisse i germanici e la Serenissima rientrò in possesso di quasi tutti i territori precedentemente persi. 
Gli ultimi anni del dogado di Leonardo Loredan furono contraddistinti dal rifacimento delle Procuratie (quelle vecchie perchè quelle nuove dovevano ancora nascere), dall' ampliamento, consolidamento e ristrutturazione dell' Arsenale (così come ancor oggi si vede), dalla posa di un angelo d'oro sulla vetta del campanile di San Marco e dall'imperversare dei bagordi, della prostituzione e del malaffare.
Nel dicembre del 1520 si affaccia in laguna la dottrina di Martin Lutero, Leone X protesta ma la Repubblica non interviene, convinta com'è della netta separazione delle cose dell'anima da quelle terrestri.
Leonardo Loredan morì di cancrena ad una gamba il 21 giugno 1521 e sepolto nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo (nda: lasciando un bellissimo palazzo affacciato sul Canal Grande tra Ca' Rezzonico e l ' Accademia). 

 LXXVI - ANTONIO GRIMANI ( 1521-1523)
Salì al soglio dogale alla veneranda età di quasi 87 anni non tanto per la carriera pubblica, mai svolta, quanto per la sua immensa ricchezza e la sua fama di finanziere eccelso, tanto da che quasi tutti i mercanti, bottegai ed artigiani lo tenevano come punto di riferimento, ovvero vendevano quando lui vendeva e immagazzinavano quando lui faceva altrettanto, perchè << in tutte le cosse, hera felicissimo et quello che hera tera et fango, nella sua mano diventava horo>>.
Contro i turchi, nel 1499 aveva investito 80 libbre d'oro (cifra enorme) per allestire una flotta, ed altrettante le aveva messe a disposizione della Repubblica a sostegno della spedizione. Per sistemare i cinque figli aveva speso una fortuna, non ultimi i 30.000 ducati per la porpora cardinalizia del secondogenito Domenico. Per il lustro della famiglia si era fatto costruire un bellissimo palazzo a Santa Maria Formosa. D' altro canto, nella sola primavera del 1500 riuscì a guadagnare 40.000 ducati grazie alle sue spedizioni mercantili tra l' Egitto, Siria, Fiandra e Inghilterra. 
Ma incaricato di condurre la flotta da se stesso organizzata, in qualità di "Capitano General da Mar" andò incontro alle gravissime sconfitte di Sapienza e Zonchio.
Antonio Grimani, al fine di mitigare la pena dopo la sconfitta, approdò a San Marco già con i ceppi e le catene ai piedi, davanti a tanta coerenza anche la popolazione infuriata sbollì la propria ira e dopo un rapido processo fu inviato al confino nell'isola di Cherso, da dove rientrò per intercessione del cardinale Domenico che successivamente se lo portò a Roma dove si costruì una bellissima villa con una vigna ( forse antecedente all' attuale palazzo Barberini).
Nel 1509 fece definitivamente rientro a Venezia e provvide a costruire le nuove Procuratie e a rifare la cuspide del campanile di San Marco crollata a causa di un terremoto.
Il 6 luglio 1521 dopo sette scrutini Antonio Grimani ottenne 28 voti e fu eletto doge, nel suo caso però il conclave non fu lungo, lunga fu la diatriba sulla composizione della Quarantia, sempre più soggetta a scandali e corruzioni per i brogli nell'acquisto dei seggi.
Sempre nel 1521 fu introdotto il gioco del "lotto" ma ormai la lucidità del vecchio doge stava completamente scemando, fu solo l'alterigia ed il malaffare famigliare che gli consentì di arrivare fino alla morte senza abdicare.
Si spense il 7 maggio 1523 e fu sepolto nella chiesa di Sant' Antonio di Castello, la sua tomba fu distrutta con la chiesa nel 1807. 

LXXVII - ANDREA GRITTI 1523-1538
A Venezia ormai la prostituzione e la corruzione dilagavano sotto tutte le insegne, anche l' elezione di questo doge fu frutto di brogli, forse anche per questo non fu mai amato dal popolo nonostante per la città avesse fatto molto e anche di più.
La sua elezione avvenuta il 20 maggio 1523, in concorrenza con i Procuratori Giorgio Corner, Antonio Tron e Domenico Trevisan, non si concluse dopo aver raggiunto il minimo del quorum come voleva la prassi ma, lo spoglio durò fino all' ultima cartella.
Durante il suo giro "in pozzetto" distribuì fino a 400 ducati tra monete d'oro e d'argento, per ingraziarsi il popolo che continuava invece ad inneggiare Antonio Tron.
Andrea Gritti, salito al soglio all'età di 68 anni, era nato a Bardolino di Verona da Francesco e Vienna Zane, sorella del Patriarca di Grado e Antiochia, nonchè vescovo di Brescia, aveva fatto fortuna all'estero con il commercio del grano e diversamente che in patria era riuscito a conquistare i favori del Sultano e varie signorie sparse per il vecchio continente grazie alle introduzioni del nonno paterno.
Nonostante qualche sconfitta sul campo militare con la perdita della Puglia e della Romagna (1527) dovuta all' eterno altalenarsi dei rapporti con il re di Francia e l' imperatore di Germania, durante il dogado di Andrea Gritti, Venezia assunse un ruolo epicentrico per il rinascimento.
Furono chiamati o furono ospitati artisti e letterati come: 
* Sansovino per il restauro della Basilica e la ricostruzione di palazzo Corner distrutto da un incendio nel 1532; * Pietro Bembo , nominato storiografo pubblico. * Pietro l 'Aretino che prese casa a Rialto.

Contro il fenomeno dell' acqua alta furono varati decreti che obbligarono i possessori di fondi ad erigere "fondamenta" in pietra per preservare le rive dall'erosione dell'acqua, mentre il doge provvedeva alla costruzione delle "zattere" (una lunghissima opera di bonifica interamente lastricata che va da San Basilio a San Trovaso, sul canale della Giudecca).
Nel 1535 fu creata una commissione di due "savi" incaricati di "ornar e comodar la cità" e sovrintendere ai lavori.
Nel dicembre del 1536 arrivarono anche altri due nomi illustri ma con altri scopi: * Ignazio di Loyola e * Francesco Saverio accorsi all'ospizio degli incurabili a causa dell'ennesima epidemia di peste.
Andrea Gritti morì il 28 dicembre 1538 (probabilmente in conseguenza alla epicurea mangiata della vigilia di Natale), fu sepolto nella chiesa diei SS. Giovanni e Paolo.
La sua elevata cultura (aveva condotto studi filosofici a Padova e parlava correttamente oltre alle lingue classiche greco e latino, molte altre lingue compreso il turco), assieme al suo grande amore per l'arte e per la città e la compassione verso le persone meno abbienti, non gli consentirono di lasciare gran che delle sue immense fortune accumulate in gioventù, tanto che solo nel 1580 i discendenti riuscirono a traslare le spoglie nel suo mausoleo, finalmente ultimato, di San Francesco della Vigna. 

LXXVIII - PIETRO LANDO 1539-1545
Prima della nuova elezione, il Maggior Consiglio varò un nuovo codice di comportamento per la Quarantia: i candidati alla carica non potevano più girare per le piazze, campi e calli o andare per le case a fare "campagna elettorale" e una volta eletti avrebbero dovuto rimanere chiusi, in completo isolamento, all'interno del Palazzo Ducale, al fine di evitare qualsiasi comunicazione tra loro o la formazione di "cordate".
Ciò nonostante venne eletto ancora una volta un ultrasettantenne, senza grandi meriti, appartenente alle famiglie "nuove" che ormai avevano monopolizzato la scena. Era evidente che l'elezione di persone molto anziane favoriva solo le aspettative (pur quasi sempre tradendole) di casati assetati di potere, mentre non favoriva l'assetto politico e l'immagine della Repubblica.
Pietro Lando fu eletto il 19 gennaio 1539 a 76 anni, non molto ricco, bigotto e per nulla in salute fece arrancare il suo dogado per sei anni.
Appena eletto fu immediatamente preso dalla grande carestia che riversò in città migliaia di abitanti dell' estuario affamati ed in cerca di elemosine per sbarcare il lunario e che nel dicembre portò ai tumulti del Fondaco della Farina.
La crisi impose a Venezia di soprassedere alle guerre che vedevano coinvolti il re di Francia, l' imperatore di Germania e lo Stato Pontificio di Paolo III, perm le quali dichiarò la propria neutralità.
Pur di troncare la guerra con i turchi, senz'altro molto onerosa per Venezia, arrivò alla pace nell'ottobre del 1542 che si rivelò ancora più onerosa avendo dovuto cedere tutto il Peleponneso comprese le fortezze di Nauplia e Malvasia in Morea.
La troppa cedevolezza sul Peloponneso però non convinse il Maggior Consiglio che la ritenne frutto della rivelazione al nemico, da parte di qualche senatore, sulla debolezza nella eventuale difesa di quella parte di territorio e che prese immediati provvedimenti instituendo un consiglio di <<Inquisitori sovra la propalation de segreti>> ( una sorta di "intelligence" - i cui componenti venivano chiamati "babai" - dal popolano babau).
La pubblica morale venne presa di mira nel 1543 con il divieto alle "cortigiane" di indossare gioielli e vestiti di seta, riservati alle nobildonne timorate di Dio, lo stesso Pietro l'Aretino, personaggio molto discusso per i suoi comportamenti "stravaganti", si conformò al nuovo stato di cose tanto da abbandonare gli scritti licenziosi per quelli sacri.
Nell' agosto del 1544, a morigerare i comportamenti della città e soprattutto a combattere l' "eresia", giunse a Venezia anche Monsignor dalla Casa, nunzio apostolico del papa che fu però velocemente liquidato dal senato in quanto dalle indagini dallo stesso svolte non risultava che vi fossero eretici e che eresie fossero predicate.
Durante il dogado di Pietro Lando, dal Sansovino furono progettate e costruite: la biblioteca, la loggia dei nobili ed iniziò la costruzione della Zecca.
Il doge morì il 9 novembre 1545 e sepolto nella chiesa di Sant' Antonio di Castello (distrutta durante l' occupazione napoleonica).

 LXXIX - FRANCESCO DONA' ( 1545-1553 )
Il 24 novembre 1545 arrivò al soglio ancora una volta, con 30 voti, un settantasettenne.
Francesco Donà i suoi meriti se li era guadagnati con la toga piuttosto che in campo militare. Era stato podestà in diverse città, aveva presieduto più volte il consiglio dei Savi (o consiglio ducale) ed in fine procuratore di San Marco. Anche dal re Ferdinando I di Aragona gli furono riconosciute delle benemerenze fino a nominarlo "conte di Belvedere" (titolo trasmissibile agli eredi).
Nove giorni dopo il suo insediamento ebbero inizio i lavori del Concilio di Trento, promosso da papa Paolo III con l'inevitabile controriforma nei confronti di ebrei ed ortodossi, mentre a Venezia la "peste luterana" era considerata solo un modo diverso di vedere il cattolicesimo e (d'altro canto erano ancora vive le scissioni avignonesi e pisane) e gli ebrei, seppur confinati nel "ghetto" erano non solo tollerati ma rispettati.
La laicità della Repubblica non riuscì però a far prevalere totalmente il proprio spirito (nda: anche troppo per quegli anni!) e nell'aprile del 1547 monsignor dalla Casa riuscì ad ottenere il suo bravo " Sant' Ufizio" con tanto di inquisitore, alle condizioni che questo fosse affiancato da tre "savi laici", che il tribunale potesse insediarsi solo con il consenso del doge, che il tribunale si occupasse solo ed esclusivamente di eresia e che comunque i giudicati potessero essere tali solo se non dovessero rendere conto alla Repubblica in qualità di cittadini.
Le restrizioni imposte dalla Serenissima al tribunale portò quasi subito alle contestazioni giuridiche, la prima e più importante fu quella del 1550 che avrebbe voluto vedere sul banco degli imputati il Patriarca di Aquileia (nemico-amico), accusato di eresia perchè sosteneva la giurisdizione di Venezia, anzichè di Roma su Ceneda (attuale Vittorio Veneto dopo la fusione con Serravalle). 
L'arringa del doge stesso presso il tribunale dichiarò le pretese di Roma solo "molestie", il Patriarca fu prosciolto.
In campo militare, sulle vicissitudini italiche Venezia rimane neutrale e si dedica invece alla propria sopravvivenza nell' abbattimento delle palizzate a sostegno delle rive, sostituite con opere in muratura.
In quest'ottica a carico dell'erario furono parzialmente costruite le "fondamenta nuove" ( nda: lato nord dell' isola prospiciente la laguna di Murano, Burano e Torcello).
Così come furono continuate le opere di abbellimento della città che vide ultimata anche la costruzione della "Zecca", così come ancor oggi si può vedere.
Inquisizione o meno, i "bagordi veneziani" però continuarono e a conferma il dogado di Francesco Donà vide uno dei più efferati omicidi rimasti impuniti solo per il fatto che la famiglia coinvolta era la signoria di Firenze, infatti una mattina di febbraio del 1548 Lorenzino de' Medici ( detto anche Lorenzaccio) fu pugnalato dai sicari di Cosimo il "Vecchio" ( suo cugino), mentre stava recandosi nel salotto della "honesta nobil donna" Elena Barozzi (nda: il delitto non potè certo imputarsi a questioni di cuore, quanto invece ad una vendetta, ma il "teatro" veneziano si prestava a questo ed altro).
Francesco Donà morì il 23 maggio 1533, dopo aver inutilmente tentato di abdicare, fu sepolto nella chiesa dei " Servi". Le sue spoglie furono traslate nel 1817 per la demolizione della chiesa e tumulate nella cappella di famiglia a Mareno di Piave, presso Conegliano. 

 LXXX - MARC'ANTONIO TREVISAN 1553-1554
Mentre il 4 giugno 1553 veniva eletto il nuovo doge di 78 anni, le galere veneziane continuavano ad andare e venire da e per il Mediterraneo Orientale e da e per le Fiandre o l' Inghilterra.
Sicuramente la scoperta delle "Americhe" e dell' India aveva dato una svolta incisiva per non dire definitiva ai mercati delle spezie, mettendo in competizione le tratte del levante con quelle occidentali ed una voce, anzichè un'altra, su un determinato prodotto era sufficiente per determinarne l'ascesa oppure il deprezzamento.
molto sensibili alle " voci" erano i prodotti speziali come: zenzero, pepe, cannella, noce moscata, incenso e mirra;
oppure prodotti essiccati quali : uva sultanina, fichi, mandorle e frutta in genere;
ma anche i prodotti tessili vegetali o animali: canapa, lino, lana e juta non solo per gli imballi. 
Naturalmente le notizie viaggiavano con i mezzi e con le possibilità dell'epoca, pertanto ci riesce difficile immaginare che non impiegassero settimane o mesi dai mercati di Lisbona a quelli di Rialto, non dimeno la rotta di Cipro riuscì ad anticipare di gran lunga i "giochi di borsa" dei mercanti.
Ma quanto poteva costare la spedizione di una galera? Sicuramente molto e le provvigioni, non sempre sicure, variavano a seconda dei beni trasportati dal 3% al 20%.
Costi in ducati per quadrimestre, all'infuori dell'allestimento e del fitto spesi in unica soluzione: 

* per allestimento 516
* incanto  (fitto della galera) 937
* paghe dei nobili 560 ( circa tre)
* ufficiali 243 (circa sei)
* rematori- portolatti -prodieri 1.961(circa settanta)
* altri dello equipaggio 1.383 (circa sessanta)
* panatica (vitto equipaggio) 616
* mensa (nobili et ufficiali) 1.027
* fitti per uffici portuali 81
* pilotaggio 306
* tasse consolari 55
* spese convoglio 544 
* manutenzione/esercizio 824
* provvigione de patrone (minima) 200
______________________
Totale (circa) 9253

Dei quali 5.500 venivano accollati allo Stato, tolte quindi tutte le spese un nolo medio faceva intascare all'armatore circa 700/800 ducati a quadrimestre.
Ma tutto ciò poco importò a Marcantonio Trevisan, votato alla castità come si era imposto, fino all'estrema autoimposizione del "cilicio" .
Morì undici mesi dopo l'elezione, il 31 maggio 1554, mentre stava pregando. Fu sepolto nella chiesa di San Francesco della Vigna.
 
LXXXI - FRANCESCO VENIER (1554-1556)
L' 11 giugno 1554, al ventisettesimo scrutinio, venne eletto l' ottantunesimo doge di anni 65.
Anche se non vecchio come i suoi ultimi predecessori era così in malarnese che per camminare era costretto a farsi sorreggere da due persone.
"Cursus honorum" praticamente inesistente, dedito a banchetti solo a lussi in compagnia di una scarna schiera di cortigiani, le uniche cose apparse nel suo breve dogado furono le disfide delle "statue parlanti", attraverso gli scritti appesi alle stesse e mediante i quali "pasquino" da Roma incitò "il gobbo di Rialto" alla rivolta... ma nulla accadde.
Dopo la grande paura della lega di Cambrai Venezia rivisitò tutto il suo sistema difensivo, soprattutto a copertura di quello produttivo. L'arsenale assunse una dimensione completamente diversa, così come le opere difensive.
Tra il 1539 ed 1564, il "vecchio arsenale" si fuse con il "nuovo" ed il "nuovissimo" rubando terre destinate alla coltivazione di verdure ( orti), chiudendo da una parte dei canali e scavandone dei nuovi, come quello che ancor oggi si vede nel "rio delle galeazze", tra il bacino San Marco e la laguna nord.
Le difese vennero potenziate congiungendo la linea di fuoco del forte di San Nicolò (Lido) con quello di "Sant' Andrea" alle Vignole ( progettato da Michele Sanmicheli " contro la minaccia dei ungari"), fortificando Chioggia, il canale e forte "Malghera" (verso l' entroterra mestrino) ed iniziando la fortificazione del perimetro dello stesso arsenale. 
Francesco Venier si spense il 2 giugno 1556 e fu sepolto nella chiesa di San Salvador, mentre il "Bucintoro" (prima, chiatta a remi e poi "la nave dogale" diventava sempre più bella, ricoperta d' oro, e ricca di fiori soprattutto per la "festa granda della sensa" (nda: come può essere immaginato nella cinquecentesca stampa di Jacopo de' Barbari conosciuta come MD).
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LXXXII - LORENZO PRIULI (1556-1559)
"Tron no 'l volemo
Priuli el coparemo
Tiepolo xe ma meledeto
fa Venier poareto"
Queste furono le premesse popolane per l' elezione del nuovo doge 
che fu eletto il 14 giugno 1556, all'età di 67 anni.
Discendente da "nuovissima famiglia" era poco considerato dai "vecchi" nobili, dalle famiglie "nuove" ed ancora meno dal popolo che riteneva "meschino" chi arrivava all'altissima carica attraverso la compravendita di titoli o accaparramento di posizioni pseudo militari.
Inaugurò il suo dogado con sfarzo, ma dopo l'ostentazione ci furono solo lacrime che iniziarono a sgorgare con un' epidemia di tifo pettecchiale e non finirono con le esondazioni dell' Adige, Brenta, Piave e Isonzo nell'entroterra e nemmeno, con la carestia.
Le preoccupazioni più grosse derivarono dal nuovo assetto politico militare che aveva assunto l'entroterra a ridosso del veneto-lombardo, dopo la pace di Cateau Cambrésis stipulata il 2 aprile 1559 tra la Francia e l' Inghilterra ed il giorno successivo tra la Francia e la Spagna che si vide assegnare parte dei territori della Savoia.
Preoccupazioni fondate, non tanto sulle nuove occupazioni territoriali da parte degli spagnoli, quanto sulla radicalizzazione dei concetti religiosi negli spagnoli stessi che, inevitabilmente si scontravano con la laicità della "Serenissima Repubblica" la quale temeva, a ragion veduta l'espandersi del fondamentalismo cattolico.
Lorenzo Priuli morì il 17 agosto 1559 e fu sepolto a San Domenico di Castello. Demolita la chiesa durante l'occupazione napoleonica e disperse le sue spoglie, a ricordarlo rimane il suo mausoleo, eretto postumo, nella chiesa di San Salvador. 

LXXXIII  - GIROLAMO PRIULI (1559-1567)
Ricchissimo commerciante che aveva fatto fortuna ad Aleppo, fratello del suo predecessore Lorenzo, salì alla massima carica della Repubblica il 1° settembre 1559, all' età di 73 anni, dopo trentacinque scrutini e dopo il ritiro alla candidatura di Girolamo Grimani.
Riuscì a farsi ben volere dal popolo che inizialmente aveva ostacolato la sua candidatura, soprattutto per i legami di consanguineità col predecessore, grazie alla sua munificenza ed alla sua prodigalità.
Oltre ad aver speso più di ogni altro suo predecessore durante il suo giro in "pozzeto", distribuì tutte le sue scorte di vino, olio, legna e grano.
L'avvenimento più importante, durante il dogado di Girolamo Priuli, fu senz'altro la chiusura del Concilio di Trento (1563), dopo il quale Papa Pio IV promulgo i dogmi ecclesiastici con una bolla del gennaio 1564.
Evidentemente la condotta politica degli osservatori veneziani non dispiacque al Pontefice il quale, in segno di riconoscenza, il 10 giugno regalò alla Repubblica il Palazzo San Marco a Roma (successivamente chiamato Palazzo Venezia).
Il 22 luglio il Senato ratificò la bolla dichiarando la piena obbedienza ai dogmi, ferma restando la sovranità dello Stato in tutti i territori controllati.
La pace con i turchi rimase allo stato di precarietà ma nonostante qualche scorribanda, la flotta comandata da Cristoforo da Canal riuscì a controllare l' Adriatico senza arrivare ad incidenti che potessero sfociare in guerra aperta.
Venezia nel frattempo si abbelliva e si modernizzava con quanto di meglio si potesse avere nell' epoca rinascimentale:
-Jacopo Robusti detto "Tintoretto" ( dalla professione del padre che faceva il tintore) nel 1559 iniziò a dipingere nella "Scuola Granda" di San Rocco (l'edificio della confraternita dei commercianti);
-Andrea di Pietro della Gondola detto "Palladio" nel 1566 iniziò a costruire il monastero di San Giorgio Maggiore;
-Jacopo Tatti detto "Sansovino" mise in opera sulla scala d' oro le statue di Marte e di Nettuno che sarà così chiamata "scala dei giganti".
Dopo l'ennesima pestilenza del 1565, oltre al collegio dei "Savi delle Acque", fu istituito anche quello della "Sanità" al quale fu demandato la responsabilità di tenere pulita la città e che istituirono i "nettadori de' sestrieri" con il compito delle pulizie fondo ogni quattro mesi.
Girolamo Priuli morì di apoplessia il 4 novembre 1567 e fu sepolto con il fratello a San Domenico di Castello.

 LXXXIV - PIETRO LOREDAN (1567-1570)
L' aria rinascimentale si respirava ovunque a Venezia, fuorchè nella "stanza dei bottoni" quando giungeva l'ora di procedere all'elezione di "Sua Serenissima".
Prima dell'accapigliamento definitivo c'era sempre uno sfinimento per definire chi si sarebbe dovuto accapigliare nella Quarantia che finiva ineluttabilmente con l' elezione di un moribondo.
Ci vollero 77 scrutini per eleggere il riluttante ottantacinquenne Pietro Loredan, discendente da due casati apostolici: i Loredan ed i Barozzi ( nda: vedi Galla Lupanio), al quale fu consegnato il corno dogale il 26 novembre 1567.
Pietro Loredan, alla sua veneranda età non avrebbe voluto accettare, anche se nel passato oltre ad essere stato un valente mercante aveva ricoperto incarichi pubblici di tutto rispetto ( Podestà a Verona, Consigliere del Consiglio Ducale e Doge vicario durante le malattie dei suoi ultimi predecessori).
Sarà stato anche rinascimento per i ricchi, ma i poveri tali erano stati, tali furono e tali rimasero, pertanto date le circostanze: tra una pestilenza, una scossa di terremoto, un'acqua alta, una carestia, una guerra ed una siccità, beata l'ora che " Sue Serenissime" si avvicendassero con una certa frequenza.
Oltre alla distribuzione di contanti con il giro in "pozzeto", si mangiava e beveva per mesi, passando da un sestriere e da una confraternita all'altra. Durante il giro in pozzetto morirono per essere state schiacciate cinque persone o bambini ( nda: è dato da pensare che i bambini più spesso finissero così durante la calca, perché gettati nella mischia essendo più agili e veloci a districarsi tra adulti spesso già ubriachi.)
Ma il pericolo dei turchi divenne nuovamente incombente, papa Pio V tentò di coalizzare le signorie europee per una nuova crociata ed allo stesso tempo, ribadì i concetti del Concilio di Trento, inviando una bolla a Filippo II re di Spagna e a Venezia con minacce di scomunica contro gli eretici e contro le azioni giudiziarie nei confronti di ecclesiastici.
Venezia, pur non ignorando il pericolo ottomano, non diede corso nè agli appelli per la crociata nè tanto meno rese pubblica la bolla così come aveva fatto per altre in altri tempi.
Il 20 marzo 1570 il "chiaussi" Cubat (dall' arabo chiawus - addetto del serraglio esecutore di ordini capitali, ma anche ambasciatore di guerra) recò al doge, da parte del sultano Selim II, l'ultimatum per la cessione di Cipro, al sultano stesso dovuta, pena la morte e distruzione di tutti e di tutto.
Pietro Loredan, nonostante imperversasse una pesante carestia e nonostante l 'Arsenale fosse stato semidistrutto da un incendio, nel settembre del precedente anno rispose: << Chiaus Cubat, la giustizia ne darà la spada per difender i nostri diritti e Dio el so santo ajuto per resister co' la razon a la forza e con la forza a la vostra ingiusta violenza>>.
Nel giugno lo stabilimento bellico, più potente del mondo fu già in grado di predisporre il varo e l'allestimento di 100 navi tra galee e galeazze.
Pietro Loredan non ebbe modo di veder ultimata la flotta, si spense il 3 maggio 1570 e fu sepolto a San Giobbe, purtroppo anche le sue spoglie andarono perdute con la distruzione della chiesa durante i primi anni del 1800. 

LXXXV - ALVISE  MOCENIGO I (1570-1577)
Dopo un brevissimo conclave dopo "solo" 12 scrutini terminati l' 11 maggio 1570 , la Quarantia elesse Alvise I Mocenigo di famiglia ricchissima, colto accademico e fine diplomatico tanto da guadagnarsi il titolo di cavaliere e conte palatino da Carlo V, presso il quale fu ambasciatore. A 49 anni divenne Procuratore di San Marco.
Con l'aria di guerra contro i turchi la città fu sommersa di truppe e l'investitura dovette essere rinviata per lo smantellamento delle "botteghe" erette in piazza San Marco in occasione della "sensa". Durante i festeggiamenti, comunque sobri, furono proibite le armi pena la morte per impiccagione, nel timore che scoppiassero tafferugli o tumulti di piazza.
Come preannunciato dal "chiaus" Cubat al suo predecessore, i turchi sbarcarono in forze a Famagosta il 1° luglio 1570, il 9 settembre cadde anche Nicosia, tutta Cipro fu sottoposta ad inaudita ferocia.
Il "Capitano Generale da Mar" Girolamo Zane fu sostituito da Sebastiano Venier, grandissimo condottiero e scaltro organizzatore anche se meno esperto in mare.
Papa Pio V che si era adoperato per la costituzione di una "lega santa", con l'adesione della Spagna di Filippo II il 20 maggio 1571 vide coronato il suo sogno.
Dopo Cipro la flotta ottomana di Mehmet Ali Pascià diresse verso l' Adriatico , costituita da 220 tra galere e feluche più 60 galeotte con a bordo 88.000 uomini e 750 cannoni.
La flotta della "sacra lega" agli ordini del "Capitano Generale dei Collegati" don Giovanni d' Austria (figlio di Carlo V) si costituì a Messina ed era formata da 202 galee, 20 galeazze e 30 navi minori con a bordo 74.000 uomini e 1815 cannoni, sotto le insegne crociate.
Venezia contribuì con 105 galee, 6 galeazze e altre navi minori al comando di Sebastiano Venier e capo squadra Agostino Barbarigo ; la Spagna con 79 galere ed altre navi minori capitanate dal genovese Gian Andrea Doria; lo Stato pontificio con 12 galere e qualche nave minore agli ordini di Marcantonio Colonna (luogotenente di Giovanni d'Austria), il duca di Savoia con 3 galere ed il duca dell' ordine di Malta con altre 3 galere.
Il mattino del 7 ottobre 1571 le due flotte contrapposte furono in vista una dell'altra dopo che quella turca era uscita il giorno prima da Lepanto , nel golfo di Patrasso.
Mentre lo schieramento turco si dispose subito a mezza luna, la "lega" oppose la squadra azzurra con la "reale" di Giovanni d'Austria al centro contro Mehmet Alì Pascià , la squadra verde di Doria a "dritta" (destra) contro Ulugh Alì (viceré di Algeri), la giallo dorata di Barbarigo a sinistra contro Mehmet Shoraq ( detto scirocco), pontifici e napoletani in retroguardia di rincalzo.
Cannoneggiamenti ed arrembaggi durarono a lungo ma alla fine Giovanni d' Austria ebbe la meglio su Alì Pascia che rimase ucciso e poco dopo cedettero anche le ali con la morte di Ulugh Alì, mentre a sinistra morì Barbarigo e "scirocco" finì prigioniero.
La disfatta costò ai turchi la perdita di 8.000 uomini e 10.000 prigionieri, la distruzione di 50 navi con la cattura di altre 117.
La lega contenne le perdite a 7500 uomini e 15 navi, facendo cadere il mito dell' invincibilità ottomana.
Ma come spesso accadde nella sua storia, pur vincendo quasi sempre in battaglia, Venezia perse la guerra al tavolo della pace!
L' insofferenza di Filippo II di Spagna verso la Repubblica portò alla rottura dell'alleanza.
Nuovamente sola, la città lagunare si risolse ad una pace separata e scellerata con la "Sublime Porta" che per aver perso due terzi della flotta fu abbondantemente ripagata in denaro e con l'abbandono di Cipro, per la quale si era costituita l'alleanza.
L' 11 maggio fece registrare un incendio devastante del Palazzo Ducale, per il quale il Doge fu costretto a fuggire in una procuratia.
Nel giugno del 1575 scoppiò una virulenta pestilenza che nel giro di poco tempo si portò via 50.000 veneziani, al termine della quale, per voto del Senato, si rese grazie al Redentore iniziando ad erigere la bellissima chiesa nell' isola della Giudecca, in riva al canale e progettata dal Palladio che aveva preso il posto di architetto ufficiale della Serenissima, al posto del defunto Sansovino ( 1570).
Alvise Mocenigo I morì il 4 giugno 1577 e fu sepolto nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo. 

LXXXVI  - SEBASTIANO VENIER 1577-1578
Personaggio con alle spalle una vita pubblica molto intensa, dal ducato di Candia alla procura di Corfù. Richiamato in patria per esigenze nazionali contro le pressioni belliche dei turchi, nel 1570 fu nominato Procuratore di San Marco con incarico di organizzare la flotta e comandante della stessa quale suo Ammiraglio. 
Tenace ed infaticabile nel giro di poco tempo riuscì a fare l' impossibile fino all'annientamento della flotta turca.
Il suo carattere burbero e la divergenza di vedute lo portarono quasi subito a scontrarsi ideologicamente con Giovanni d' Austria , arrivando a chiedere al senato la propria sostituzione con << persona più prudente et paziente>>, il senato invece lo riconfermò affiancandogli il consigliere e <<Capitano da mar>> Agostino Barbarigo. 
Le sue gesta durante la battaglia di Lepanto, nella quale rimase ferito ad un piede, ebbero risonanza non solo a Venezia, perchè in effetti pur essendo Giovanni d' Austria il comandante della <<sacra lega>>, le strategie furono dirette dalla nave ammiraglia veneziana.
L' essere un convinto sostenitore della guerra ad oltranza, contro i turchi fu questione di dissidio con Giovanni d' Austria, anche dopo Lepanto, ragione che convinse il Senato ad affiancarlo con il pari grado Jacopo Foscarini perchè fungesse da collegamento tra le due flotte.
Quando venne a conoscenza della pace con l'impero ottomano ne rimase amareggiato ma continuò a presidiare l' Adriatico. 
Dopo la vittoria di Lepanto quindi non poteva essere che uno il doge, Sebastiano Venier di 81 anni venne eletto all' unanimità l' 11 giugno 1577 alla fine di un fulmineo conclave.
Il suo dogado purtroppo fu molto breve e la cronaca vuole che sia morto di crepacuore per aver visto andare in fumo ancora una volta il Palazzo Ducale con moltissime opere d' arte (incendio del 2 dicembre 1577).
Si spense il 3 marzo 1578 e fu "provvisoriamente" sepolto a Santa Maria degli Angeli a Murano, le sue spoglie furono traslate nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, con una pomposa cerimonia presenziata dalla regina Elena e svolta nel 1907. 

 LXXXVII - NICOLO' DA PONTE 1578-1585
Con il Palazzo Ducale quasi completamente distrutto, il Maggior Consiglio per iniziare le selezioni dei vari consigli elettorali dovette riunirsi in Arsenale, mentre la Quarantia riuscì a riunirsi nella sua sede, nonostante i lavori di ricostruzione e restauro.
Il conclave fu molto combattuto ed alla fine di 40 scrutini, nonostante qualche manifestazione di piazza oltre che manifesti dissensi all' interno del consiglio elettorale, l' 11 marzo 1578 fu eletto l' ottantasettenne Nicolò da Ponte.
Il suo "cursus honorum" era stato di tutto rispetto: laureato in filosofia all'università di Padova, aveva ricoperto numerose cariche diplomatiche e nel 1570 era diventato Procuratore di San Marco. Titoli ed onorificenze gli furono concesse anche dallo Stato Pontificio presso il quale era stato ambasciatore al soglio di Paolo III e Gregorio XIII, mentre i rapporti si raffreddarono con Pio V , durante il Concilio di Trento, quando sostenne l' autonomia di Venezia, pur nel rispetto dei dogmi ecclesiastici.
Nessuno eccepì sulla sua carriera, quello che inquietava non solo il popolo era il modo con il quale era diventato ricchissimo, in brevissimo tempo dopo che la famiglia era tornata profuga da Negroponte, a seguito dell' occupazione turca ed il modo in cui il casato era tornato a far parte del Maggior Consiglio dopo esserne stato estromesso. Il sospetto era che avesse esercitato l'usura.
Il dogado di Nicolò da Ponte fu all' insegna della neutralità, autoimpostasi dalla Serenissima dopo la disastrosa pace determinata dalla battaglia di Lepanto, nonostante le pressione russe e persiane. D' altro canto la "Sublime Porta" aveva aperto la concorrenza agli inglesi ed agli olandesi e pur di mantenere l' apertura verso levante, praticamente unico punto cardinale conosciuto dai veneziani per i propri commerci, la neutralità fu considerato l'unico modo per continuare a guadagnare senza sprecare denaro in inutili guerre.
Anche le pubbliche finanze furono finalmente sanate con la fondazione di un "banco" ( banca) di stato che riuscì a far fronte al tracollo di molti banchi privati compreso il tracollo del banco Pisani-Tiepolo del 1584. 
Si tentò anche di porre un ulteriore controllo all'operato del Consiglio dei Dieci che ormai era diventato il doge effettivo di Venezia con l' aggiunta di un ulteriore consiglio di 15 detto "zonta" (giunta), ma il tentativo durato meno di due anni (tra il 1582 e 1583) fallì miseramente, perchè i nomi dei consiglieri aggiunti furono sistematicamente bocciati dai stessi Dieci, ai quali dovevano essere sottoposti. Il 3 maggio 1583 preso atto del fallimento, l'ostacolo fu parzialmente aggirato affiancando 3 "Provveditori della Zecca" al Consiglio i quali essendo Provveditori non dovevano avere il benestare dei Dieci ( nda: in pratica vigeva sempre più la necessità di "controllare il controllore).
Nel 1585 l'architetto Vincenzo Scamozzi portò a termine il lavoro delle Procuratie Nuove e della Libreria iniziato da J. Sansovino. Il 15 aprile dello stesso anno il doge fu colpito da apoplessia e il 30 luglio spirò. Il suo corpo fu sepolto nella chiesa della Carità ( Accademia) e le sue spoglie furono disperse con la sconsacrazione della chiesa. 

 LXXXVIII - PASQUALE CICOGNA 1585-1595
Era ormai evidente che il macchinoso sistema elettorale si era inceppato, tanto che il N.H. (Nobil Homo) propose una modifica al modo di operare l'elezione dogale che prevedeva la presentazione di una lista ufficiale di candidati dalla quale, in caso di palese difficoltà, il numero dei candidati si sarebbe dovuto ridurre con degli scrutini, fino a prevedere anche l' estrazione a sorte.
La proposta fu bocciata e per qualche consigliere un po' più "accalorato", il consiglio dei Dieci e quello degli avogadori arrivarono alla determinazione di porlo agli arresti domiciliari.
Il 18 agosto 1585, dopo ben 53 scrutini fu eletto con il minimo del quorum il procuratore Pasquale Cicogna di 76 anni.
Personaggio ben voluto dal popolo e dai militari, aveva avuto un cursus honorum di tutto rispetto, pur non provenendo da famiglia ricchissima. In gioventù si era distinto nel combattere i pirati, era stato podestà a Padova e Treviso, governatore a Corfù e duca di Candia ma la cronaca assegnò il merito ad una serie di segni premonitori: -mentre assisteva ad una messa all' aperto a Corfù, un colpo di vento fece volare l'Ostia dalle mani del presule per farla finire nelle sue mani; -mentre stava passeggiando sulla pubblica piazza di Candia, una colomba bianca gli si posò su di una spalla; -infine il fatto clamoroso fu quando durante una delle ultime riunioni del suo predecessore al Senato, poco prima di morire, questi si addormentò (data l'età) ed il corno dogale scivolatogli dalla testa andò a ruzzolare fino ai suoi piedi.
Pasquale Cicogna fu raggiunto dalla notizia mentre assisteva alla messa in una chiesa, poco lontano dai SS Apostoli dove aveva casa. La sua devozione era molto ostentata e sulla sua "osella" fece riprodurre tre croci sul verso mentre sul retro l' iscrizione << Hinc resurrectio et salus>> " Dalla quale resurrezione e salvezza". (Da "osela" = uccella - medaglia celebrativa donata dal neo doge - fin dal 1521, con Antonio Grimani -ai membri del Maggior Consiglio in sostituzione di 5 anitre selvatiche, dopo il divieto di caccia nelle "valli di Marano" ritenute zona di riproduzione. L'osella aveva corso regolare ed equivaleva ad 1/4 di ducato o 31 soldi; sul verso recava scene allegoriche o astrologiche, mentre sul retro riportava un motto, o un detto) 
Il suo dogado continuò all' insegna della neutralità, del compromesso e della sua stessa autonomia.
Se da una parte Venezia riconosceva Enrico IV quale re di Francia, inviso a papa Clemente VIII, dall'altra consegnava a Roma il benedettino Giordano Bruno (1589) inquisito per eresia, e dall' altra ancora dava disposizioni al podestà di Padova affinché presso l' Università gli studenti ed i docenti , in particolar modo i tedeschi potessero godere della massima libertà di pensiero e religione, vietando qualsiasi repressione o indagine inquisitoria, con grande disappunto del vescovo Federico Corner. 
Furono portate a termine alcune invidiabili opere rinascimentali architettate da Vincenzo Scamozzi, come il teatro di Sabbioneta ideato nel 1588 ed ultimato nel 1590 ( prov. di Mantova) e la città fortificata di Palmanova (prov. Udine) della quale progettò le porte, il duomo e la piazza esagonale.
Nel 1591 Antonio da Ponte ultimò la costruzione in pietra del ponte di Rialto e dopo la delibera del Senato del 1589 furono iniziati i lavori per la costruzione delle "prigioni nuove", separate dal "rio della Paglia" e collegate al palazzo Ducale dal "Ponte dei Sospiri" (ultimato nel 1600).
Pasquale Cicogna morì il 2 aprile 1595 e fu sepolto a Santa Maria Assunta dei Gesuiti, dove aveva ricevuto 5 anni prima la notizia della sua elezione.

 LXXXIX - MARINO GRIMANI 1595-1605
Per svolgere i 70 scrutini ci vollero 24 giorni, nonostante che il Senato fosse intervenuto per ben due volte e che il popolo si fosse più volte espresso da sotto il Palazzo Ducale, ma il mercimonio dei voti era diventato purtroppo un fatto imprescindibile dalla stessa votazione e poco contavano i pregi ed il curriculum vitae dei candidati, l'alta carica, senza quasi più potere, rappresentava pur sempre una vetrina non indifferente per il proprio prestigio e di conseguenza per i propri interessi, quelli dei parenti e amici.
Marino Grimani fu eletto con il minimo dei voti a 63 anni il 26 aprile 1595. Di casato molto ricco, oltre ad una cospicua liquidità dovuta a molte imprese commerciali al dettaglio possedeva anche moltissimi beni immobili in città e nell' entroterra, dal bellissimo palazzo in campo San Luca ai terreni del Polesine, fino a quelli di Carrara.
Ben voluto dal popolo per la sua prodigalità dimostrata soprattutto durante le tante carestie, aveva ricoperto l'incarico di Podestà a Padova e Brescia. Fu Ambasciatore presso la Santa Sede sotto l'egida di ben cinque papi, non ultimo Sisto V dal quale fu insignito della croce di cavaliere e dal quale ricevette in dono una scheggia della Croce inglobata in un "agnus deis" ( medaglia ovale fatta con la cera del cero pasquale, dell'anno di elezione del pontefice, impastata nell'olio del crisma con il verso effigiato da un agnello e l' iscrizione Ecce Agnus Dei qui tolis peccata mundi , simbolo di Cristo e l' effige del pontefice eletto sul recto).
Sposato con Morosina Morosini, una delle poche dogaresse nell' intera storia dogale.
L' elezione diede la stura a grandi festeggiamenti con la distribuzione di moltissimi denari durante il giro in pozzetto del doge e dalla "padrona di casa" dalle finestre del Palazzo Ducale e di pane e vino per i più poveri.
Altri grandi festeggiamenti avvennero per l'investitura della dogaressa avvenuta il 4 maggio 1597 che per l'occasione ricevette la rosa d'oro da papa Clemente VIII e che arrivò in piazza sul "bucintoro" ( la nave da parata non era ormai più una chiatta ma una nave ricoperta d'oro e tessuti preziosi manovrata da 128 rematori) con al seguito una moltitudine di imbarcazioni.
Così come proseguì tutto il resto del dogado che a parte la rottura dell' idillio con il papato non fu segnato da grandi eventi.
I buoni rapporti con lo Stato Pontificio si deteriorarono a causa della richiesta di Clemente VIII (dal quale il doge aveva per altro ricevuto una Croce d'oro con incastonato un altro frammento della Croce ) di verificare la fede del senatore e patriarca di Venezia:Matteo Zane.
Matteo Zane sarà stato anche patriarca, ma era "in primis" un senatore della Repubblica e la sovranità della stessa non poteva in alcun modo essere intaccata.
Il 13 luglio 1600 il Senato respinse la richiesta papale ed il 1010 gennaio 1604 vietò la possibilità di erigere scuole di fede,monasteri o chiese senza il permesso del Consiglio dei Dieci ed il 26 marzo 1605 vietò la possibilità di alienazione di beni immobili appartenenti al clero senza l' autorizzazione del Consiglio dei Pregadi.
Ma l'attrito culminò con l'incarcerazione di due alti prelati, processati e condannati per reati comuni al di fuori dell protocollo canonico.
Morto Clemente VIII e Leone XI, papa Paolo V tentò di intimidire la Serenissima con due <<brevi>> (documenti papali meno impositivi delle "bolle" ma egualmente sentiti, dove il potere ecclesiastico aveva presa) inviati il 10 dicembre 1605 con una minaccia di scomunica e di interdizione.
Marino Grimani si spense il 25 dicembre 1605 e fu sepolto in un mausoleo nella chiesa di San Giuseppe di Castello (amico Olivolo) dove 8 anni dopo lo raggiunse anche la dogaressa.

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