BIOGRAFIA DEI 120 DOGI DI VENEZIA (7)

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 ANNI 1606 - 1797

 XC - LEONARDO DONA' 1606-1612
I due "brevi" promulgati da papa Clemente VIII, a Venezia sortirono l'effetto di eleggere un convinto assertore della più completa autonomia della Repubblica. Dopo "soli" 22 scrutini, il 10 gennaio 1606, all'età di 70 anni, venne eletto il procuratore di San Marco Leonardo Donà.
Di famiglia benestante, ma non ricca, Leonardo riuscì a costruire una fortuna amministrando e rinvigorendo una cospicua eredità lasciata da Chiara da Mosto vedova di un prozio.
Laureato a Padova e a Bologna in filosofia e morale, erudito e fine paleografo aveva ricoperto parecchi incarichi pubblici: Bailo a Costantinopoli, podestà di Brescia, savio del consiglio ducale, provveditore generale per la terra ferma ed ambasciatore presso la Santa Sede dove Sisto V, suo grande estimatore arrivò a proporgli il vescovado di Brescia e la porpora cardinalizia.
La sua investitura avvenne nel segno della più severa austerità tanto da non compiere nemmeno il giro in pozzetto, con grande disappunto del popolo.
Essendo scapolo dopo l'insediamento portò a vivere con se, nel Palazzo Ducale tutta la famiglia del fratello Nicolò, con il quale per altro non andava d'accordo, ma forse fu una mossa calcolata per tenerlo più sotto controllo.
La sua intransigenza sull'autonomia di Venezia portò presto allo scontro con lo Stato Ponticio che chiedeva invece l'abrogazione delle leggi "anticlericali" promulgate sotto il suo predecessore e la scarcerazione dei due prelati incarcerati per delitti comuni.
Da parte di papa Paolo V vi fu l'ultimatum letto in concistoro il 17 aprile 1606 che dava tempo a Venezia di ottemperare entro 24 giorni, pena la scomunica alla città, al doge al senato e l'interdizione di tutti i territori.
Prima della scadenza il doge fece affiggere a tutte le porte delle chiese il Protesto redatto da Paolo Sarpi. ( I "protesti" erano delle delibere del Senato mediante le quali non solo si contestava l'operato dei pontefici ma a questi, la Repubblica opponeva la propria ragion di Stato, motivata da elaborati giuridico-teologici, ed accompagnato spesso da divieti e vere e proprie ritorsioni, sia amministrative che penali.) .
Leonardo Donà, da profondo conoscitore degli ambienti romani qual'era, aveva voluto accanto, fin da subito, quale consulente "in jure" il famoso teologo e giurista canonico, proprio in previsione di poter parare eventuali colpi da parte dello Stato Pontificio che, da sempre mal vedeva la scelta libertaria di Venezia, nei confronti di tutte le religioni.
Il Protesto fu inoltre diramato in tutti i territori accompagnato da specifiche delibere senatoriali con le quali si faceva obbligo a tutti i presuli di tenere aperte le chiese e di mantenere l' ordinaria celebrazione delle funzioni religiose. L'inosservanza di tali disposizioni avrebbe comportato l' immediata esecuzione della pena capitale, mediante impiccagione, senza alcun processo.
La reazione da parte del clero non si fece attendere ed i primi ad abbandonare Venezia furono i Gesuiti, seguiti dai Cappuccini e da Teatini, mentre per frate Servita Paolo Sarpi ( Pietro, il nome secolare, oltre che teologo fu anche scienziato, stimato da Galilei, e insigne medico scopritore del sistema valvolare cardio-circolatorio) arrivò la scomunica " ad personam".
La situazione incandescente fu relativamente raffreddata dalla mediazione della Francia, tramite il cardinale Joyeus, con l' accordo del 21 aprile 1607.
Venezia consegnò i due presuli incarcerati agli emissari di Enrico IV, sottoscrivendo la rinuncia a processarli, non senza alcune riserve e ritirando il Protesto, mantenendo però la prerogativa sulle leggi già promulgate.
Il papa, dal canto suo e molto a malincuore, ritirò le scomuniche e l' interdetto.
Il risentimento del popolo veneziano, aizzato dalla nobiltà, nei confronti di questo doge integerrimo che pur di mantenere alta la testa della Repubblica aveva però intaccato qualche interesse personale, si manifestò con l'aggressione a Paolo Sarpi, questi la sera del 5 ottobre 1607 fu aggredito ( nei pressi del ponte di Santa Fosca) con tre pugnalate al collo.
La risposta del Senato fu il rifiuto di far rientrare i Gesuiti in città e nel 1612, un editto vietò in tutti i territori, la possibilità di far educare i propri figli presso quella confraternita, l'inosservanza, anche questa volta avrebbe comportato l'immediata esecuzione della pena capitale per i trasgressori.
Leonardo Donà si spense il 16 luglio 1612 e fu sepolto a San Giorgio Maggiore (detto anche San Giorgio in isola, di fronte al Palazzo Ducale). 

XCI  - MARC'ANTONIO MEMMO 1612-1615
Era praticamente dal 1380, dopo la guerra di Chioggia dove fu sconfitta Genova, che una famiglia "vecchia" non riusciva ad eleggere un doge. Il conclave del 24 luglio 1612 fu rapidissimo e con 39 voti durante il primo scrutinio venne eletto Marcantanio Memmo , all'età di 76 .
La sua carriera pubblico politica fu tutta in discesa: da podestà di molte città dell'entroterra veneto fino a procuratore di San Marco, nonostante il suo antico casato non fosse ormai più ricchissimo.
La sua salute alquanto vacillante non lo sorresse nemmeno nel giorno dell' investitura e dopo un rapido giro in pozzetto si ritirò nelle sue stanze. La cronaca vuole che dopo essersi congedato dai consiglieri della Quarantia lasciasse cadere il manto d'oro, troppo presente per poter salire la "scala dei giganti" anche con l'aiuto dei suoi scudieri.
Il suo dogado fu uno dei pochi a non far registrare alcunchè degno di nota se non un orribile delitto compiuto dagli uscocchi e che di fatto portò alla guerra contro l'Austria: nel maggio del 1613, nei pressi dell' isola di Lesina, gli uscocchi con più imbarcazioni arrembarono una galea veneziana, con l' usuale intento di depredarla. La resistenza dell'equipaggio fu strenue e portò tutti all'estremo sacrificio. La cronaca vuole che, al comandante Cristoforo Venier fosse stato aperto il petto, strappato e divorato il cuore in maniera cannibalesca, dopo avervi inzuppato pane nel suo sangue.
Il doge morì il 31 ottobre 1615 e fu sepolto a San Giorgio in isola. 

 XCII - GIOVANNI BEMBO 1615-1618
Le diatribe tra nuove e vecchie famiglie si stavano estendendo, anche perché non era ormai più ben definito chi effettivamente appartenesse ai vecchi casati oppure ai nuovi, perché ambedue le fazioni si erano a loro volta ripartite in più di un rivolo. 
Imbrogli anche pubblici furono tollerati, la compravendita dei voti non era più un fatto nuovo per nessuno anzi, spesso accadeva che i denari spesi sulla "scommessa" di un nome vincente tornassero buoni con gli interessi, per la volta successiva.
Giovanni Bembo fu eletto all'età di 79 anni con il minimo dei voti, dopo un conclave durato 24 giorni e 114 scrutini.
Per questo e per altro comunque la gloria non arrivava a caso.
Giovanni Bembo era comunque stato un grandissimo eroe fin dalla battaglia di Lepanto, quando a dodici anni era riuscito a conquistare tre feluche turche.
Dopo l' investitura , durante il suo giro in pozzetto, pur non essendo molto ricco, distribuì 2.000 ducati con somma gratitudine del popolo.
Il suo spirito militare portò Venezia allo scontro con il ducato d' Austria a causa della protezione offerta da quest'ultimo ai pirati uscocchi. 
La guerra di "Gradisca" terminò nel settembre del 1617. Dopo un assedio durato due anni le truppe veneziane entrarono in città, costringendo le truppe austriache alla ritirata.
A seguito di questa ulteriore vittoria, non vi fu un vero e proprio trattato di pace e Venezia si accontentò semplicemente dell'impegno austriaco di far bruciare tutte le imbracazioni uscocche e di presidiarne il ritiro degli stessi entro 50 miglia dalla costa.
Ma a Venezia non si respirava ormai più l'aria del bene comune e di una repubblica indipendente.
Tutti erano contro tutti e l'unico miraggio fu quello del beneficio individuale o degli interessi di famiglia e nonostante i serrati controlli dei Dieci, del controllo dei Signori di notte e l' ausilio delle " bocche della verità" o del "leone" ( sorta di buche per le lettere, distribuite in tutta la città. Più spesso mimettizzate nei muri da fessure provocate con la mancanza di mezzo mattone, o manifestate con altorilievi marmorei, effigiati con la testa di un leone dalla bocca aperta, quando queste venivano poste sulle mura di pubblici edifici), anche patrizi veneziani furono coinvolti in una bruttissima vicenda di complotto internazionale.
Comunque i cospiratori furono individuati ed impiccati, l' ambasciatore accreditato dalla Spagna, marchese Bedmar, riuscì a riparare in patria, mentre il nobile Girolamo Grimani fu bandito dai territori della Repubblica.
Giovanni Bembo morì il 16 marzo 1618, non è dato sapere dove il suo corpo sia stato sepolto. 

 XCIII - NICOLO' DONA' 1618
Dopo la battaglia di Lepanto (o meglio sarebbe chiamarla di Patrasso), le galee o galere e quindi galeazze terminarono il loro ciclo vitale. Non era più possibile considerare l'uomo come unica forza meccanica di propulsione. Infatti nel ' 600, iniziò a prevalere la logica di armare le navi "tonde",che sebbene fossero nate come navi da trasporto, ben si addicevano all'imbarco di pezzi pesanti di artiglieria anche in numero consistente, cosa impossibile per una galea che veniva manovrata quasi esclusivamente dai remi. Insomma i pesi trasportati avevano cambiato indirizzo al modo di navigare passando dall' uomo al vento tramite una miglior concezione delle vele e dell' alberatura.
La fucina di idee e la trasposizione di queste in fatti concreti, a Venezia non poteva avvenire che in Arsenale dove, quando si iniziava a lavorare (quasi sempre la professione veniva tramandata da padre in figlio, come succedeva anche fuori dalle mura dell' Arsenale) la prima cosa che si costruiva era la propria bara ( un pò in segno scaramantico, considerato l'altissimo numero di incidenti, un pò perchè rappresentava la prova d'arte), così come, subito dopo l'elezione del nuovo doge, veniva dato inizio alla costruzione della sua bara.
In questo caso gli "arsenalotti" non ebbero molto tempo a disposizione nè di poterla adornare.
Nicolò Donà fu eletto il 4 aprile 1618 all'età di 79 anni , dopo 35 scrutini con 39 voti. Il 9 maggio si spense durante il pranzo offerto ai quarantuno elettori ed agli ambasciatori.
Fu sepolto a Santa Chiara di Murano, ma le sue spoglie andarono disperse nel 1826 durante l'occupazione napoleonica ( a caccia di tesori sepolcrali), quando la chiesa fu sconsacrata ed adibita a vetreria. 

XCIV - ANTONIO PRIULI 1618-1623
L' inglese Thomas Otway titolò " Venice Preserved" un dramma scritto postumo, così come Massimo Bontempelli scrisse "Venezia Salva", per descrivere la congiura architettata dalla Spagna ai danni della Serenissima, ancor prima di Nicolò Donà.
Non è dato sapere se fu solo invenzione, frutto delle diavolerie dei Dieci o se fu una reale vicenda per la quale Venezia avrebbe dovuto realmente temere. Resta il fatto che, grazie alle "buone" intercessioni francesi, ruzzolarono parecchie teste e l'ambasciatore spagnolo , marchese Bedmar fu richiamato in patria.
Non vi è dubbio comunque, che le tensioni tra Spagna e Venezia erano pur sempre nell' aria.
Il clima non consigliava quindi tergiversare. Al primo scrutinio, il 17 maggio 1618 fu eletto all'unanimità il settantenne Antonio Priuli.
Uomo molto devoto, era stato sposato con Elena Barbarigo con la quale aveva avuto 14 figli e seppur di nobile casato era indebitato fino al collo, avendo dovuto sborsare un capitale per sistemarli tutti e per salire nella scala sociale. La cronaca vuole che fosse debitore di 80.000 ducati, compresa la somma di 6.000 ducati "investita" nella porpora cardinalizia del figlio Matteo.
La nomina gli arrivò nell' isola di Veglia (nel canale del Quarnaro a sud della penisola d' Istria) dove stava trattando i confini dalmati con l 'Austria. L'investitura la ricevette a Chioggia, per la prima volta nella storia ducale.
All'arrivo a Venezia il doge fu acclamato con gran fervore da tutto il popolo, dal quale era ben voluto, sia per la sua manifesta magnanimità, sia per la sua sagacia ed equilibrio politico, tanto che anche i religiosi fecero festa, nonostante i rapporti con il clero, da sempre non fossero mai stati idilliaci.
E, nonostante fosse più debitore che ricco, il suo giro in pozzetto gli garantì un ulteriore apprezzamento da parte della folla.
Eletto per imporre una precisa linea di condotta, soprattutto nei confronti della Spagna e dello Stato Pontificio dovette invece subire una serie di congiure che portarono a morte molti patrizi veneziani,i quali molto spesso venivano ingiustamente inquisiti dai Dieci che una volta eletti non vedevano l'ora di disfarsi di concorrenti commerciali, come capitò ad Antonio Foscarini.
Il patrizio fu arrestato il 18 aprile 1622 con l'accusa di alto tradimento, dopo il processo e relativa condanna lo stesso doge lesse la sentenza: << Volemo che dimatina, inanzi giorno, per man del ministro de' giustitia, ne la preson medesima dove hora se ritrova, el sia strangolà , si che muora e dopo morto sia comandato dal medesimo ministro la impicagione per un piè sopra un paro de forche tra le do colonne de San Marco et ivi lasiato per un giorno>>
Dopo quattro mesi si scoprì che il congiurato era stato vittima egli stesso di una congiura, gli artefici furono a loro volta condannati a morte, Antonio Foscarini fu riabilitato con un atto di venia presso tutti gli stati e le corti conosciute.
Un' altra congiura il doge la subì in prima persona quando, al cardinal Matteo (suo figlio) fu conferito il vescovado di Brescia da parte del papa Gregorio XV, contro la quale nomina si oppose lo stesso ambasciatore di Venezia a Roma, Renier Zen (aspirante al consiglio dei Dieci) il quale sosteneva la tesi di una congiura papale nei confronti della Repubblica.
Riunito il Consiglio il doge che comunque aveva diritto di presiedere fu invitato ad allontanarsi e si allontanò non senza amarezza. << Andaremo... ma no ghe xe legge che ce lo comandi>>.
Il senato comunque ratificò quanto stabilito dal consiglio della signoria dei dieci, il cardinal Matteo fu costretto a rinunciare al vescovado e a rientrare a Venezia.
Nel febbraio del 1623 la Serenissima strinse accordi con la Francia e con il ducato di Savoia contro la Spagna.
La " Guerra dei trent'anni" stava coinvolgendo anche Venezia con lo scontro della Valtellina.
Antonio Priuli si sentì male di ritorno da una gita " fuori porta" sul fiume Brenta ed il giorno 12 agosto 1623 morì. La cronaca vuole che sia stato sepolto nella chiesa di San Lorenzo, ma non è dato sapere. 

XCV - FRANCESCO CONTARINI 1623-1624
A chi volesse confutare che la grandiosità della "Serenissima" stesse già volgendo al termine, si può solo controbattere con un fatto: gli arsenalotti, prima di essere chiamati a costruire la propria bara , venivano interessati al progetto della bara di un "futuribile" doge.
Francesco Contarini, dopo 79 scrutini raggiunse il quorum e l'8 settembre 1623 fu eletto all'età di 67 anni. 
Uomo di grande dialettica oltre che colto, aveva ricoperto importanti cariche diplomatiche in Italia e presso corti europee, era stato nominato cavaliere da Enrico IV. Anche l' ambasciatore spagnolo, il marchese di Bedmar costretto a riparare in patria un anno prima riconobbe in questo Nobil Homo una caratura diversa, tanto da sostenere che per la Spagna sarebbero stati guai seri se a Venezia vi fossero stati 25 persone come Francesco Contarini.
Venezia nel frattempo si era imbarcata nella "guerra della Valtellina" e a Francesco Contarini non rimase che continuar a sostenerla, opponendo la propria alleanza con la Francia alle mire spagnole, ovvero una guerra religiosa a tutto tondo, in apparenza (nda: la Valtellina non ha mai avuto, non ha e non avrà mai risorse economiche di tipo strategico) che vide i fautori di un cristianesimo riformista e tollerante contro un cattolicesimo integralista (n.d.a.: in realtà, la questione religiosa della Valtellina, servì come pretesto alla Spagna per mettere mano sul Cantone dei Grigioni a nord e sulla Padania a est, la dove gli effetti della riforma luterana stavano mietendo consensi, a discapito dei beni e possedimenti ecclesiastici, rivendicati dallo Stato Pontificio attraverso la mano armata della Spagna).
La città però non sembrò soffrire più di tanto la guerra in atto, anche perchè non vennero coinvolti territori o traffici direttamente controllati e gli effetti politici si fecero sentire meno di quelli economici, pertanto considerato che le finanze lo permettevano, la Serenissima continuò ad abbellirsi come per esempio la "sala dei banchetti" a Palazzo Ducale, con i dipinti di Iacopo Negretti detto "Palma il Giovane" e a godere di innumerevoli feste. 
Nel 1624 in città si contarono 142.000 anime meno una, quella del doge il quale la lasciò il 6 dicembre a causa di una malattia respiratoria. Fu sepolto a San Francesco della Vigna (Isola delle Vignole).

XCVI - GIOVANNI I CORNER 1625-1629
Anche se la governabilità era garantita da un apparato statale ben consolidato ed organizzato così come la rappresentanza dei vari ceti e delle confraternite, attraverso le procure (sorta di ministeri), il senato (sorta di esecutivo generale al quale spettavano soprattutto le decisioni della ragion di stato ), il consiglio dei dieci e della zecca (con compiti di polizia, spionaggio e controspionaggio), il consiglio degli avogadori e consiglio del piovego (per quanto attendeva la giustizia ordinaria), così non si può dire della rappresentanza di Venezia che stava continuamente scemando a causa delle continue elezioni dogali che, potevano far piacere solo al popolo povero, il quale tra un giro del pozzetto e le conseguenti feste riusciva a sbarcare il lunario alla meno peggio perché a "Venexia chi 'no gà bezi 'no gà gnanca bussolai" ( nda:chi non ha soldi non ha nemmeno "bussolai"- pan biscotto, leggermente dolcificato a forma di braccialetto- ovvero il dolce dei poveri).
Dopo la morte di Francesco Foscarini il soglio rimase vacante per quasi un mese. Il conclave trovò un accordo per riunirsi appena il 19 di dicembre 1624 e solo dopo una lunga diatriba tra "nuovi" e "vecchi" casati e 42 scrutini riuscì ad eleggere Giovanni I Corner di 73 anni che, ad onor del vero fu eletto all' unanimità, tranne il voto del proprio figlio Marco (?), il 4 gennaio 1625.
Discendente dal casato della regina di Cipro (Caterina) e del doge Marco, aveva un buon patrimonio da amministrare, aumentato dalla dote di 20.000 ducati della moglie Chiara Dolfin. Non aveva avuto un particolare curriculum, era diventato procuratore sborsando fior di quattrini, ma forse fu sufficiente che il suo casato fosse particolarmente legato alla curia romana .
Che Venezia avesse perso il suo smalto verso gli stati europei ed italiani fu dimostrato dalla poca considerazione dell' alleata Francia nella guerra di Valtellina contro la Spagna, la quale nel marzo del 1626 concluse una pace unilaterale (pace di Monzon) senza informare la Serenissima. Fu dimostrato inoltre, dalla noncuranza con cui venivano trattati i divieti, in tutti i territori veneti, di importazione dai territori fiorentini ed ancora, della sufficienza dello Stato pontificio nei confronti della Repubblica, il quale bene o male aveva capito come riuscire ad infiltrarsi nei gangli della Repubblica, fino alla massima carica, ovvero lasciando fare ai patrizi veneziani che ben riuscivano a farsi male da soli e non solo a loro stessi.
Lo stato di decadimento e logorio interiore della Repubblica diede la possibilità a questo doge di prevaricare quasi tutte le regole "promissorie", promuovendo una consorteria familiare "pro bono pacis" degli stessi Promissori, facendo avallare i servizi alla "cosca famigliare", di volta in volta, da Senato, Consiglio dei Dieci e Maggior Consiglio.
Riuscì a far mantenere il mandato senatoriale, con diritto di voto, ai due figli Alvise e Francesco ( ne aveva 12 di cui 6 maschi), ad ottenere la porpora cardinalizia ed il vescovado di Vicenza per Federico. Marcantonio fu inviato a Roma (senza alcun incarico) e sostenuto nelle spese.Un cognato fu eletto consigliere ducale, mentre all'ultimogenito Giorgio fu tacitamente concesso il contrabbando di bovini e tessuti da Firenze.
Fortunatamente non tutti tirarono "il manico dietro alla mannaia" (nda: vecchio detto popolare per significare l'apatia e la noncuranza). Contro il doge, la sua cosca ed i potentati, compresi 9 dei Dieci si scagliò Renier Zen (uno dei capi dei Dieci) il quale il 23 ottobre 1627 davanti al Senato lanciò una requisitoria che in altri tempi avrebbe portato a morte gli imputati o quantomeno la destituzione e la confisca dei beni.
La pubblica denuncia di Renier Zen replicata anche in Maggior Consiglio sortì l'effetto di far promulgare una legge per la costituzione di una commissione contro la consorteria.
La sera del 30 dicembre Zen, mentre aspettava la propria gondola nei pressi di Palazzo Ducale, venne aggredito con un'accetta da Giorgio Corner, ma riuscì a salvarsi gettandosi su una gondola di passaggio.
Giorgio fu processato e condannato all'esilio ( fu successivamente assassinato a Ferrara).Nei primi mesi del 1628 il doge tentò di abdicare ma non gli fu concesso.
Nel frattempo la "famiglia" si ricompattò e sferrò l'attacco a Zen durante la seduta del Maggior Consiglio del 23 luglio 1628.
Avendo contro anche i Dieci, la maggioranza del consiglio nella seduta del 29 luglio lo condannò all' esilio.
La popolazione si divise a tal punto da far presagire una guerra civile. Intervenne la "Quarantia Criminal" (organo consultivo ed elettivo dei Dieci) ed il 17 settembre il Maggior Consiglio cancellò la sentenza di bando per Renier Zen il quale in effetti non si era mai allontanato dalla città.
Passato lo spauracchio della lotta civile gli animi si placarono e non fu più messa in discussione la legittimità del doge, il quale ne uscì però talmente male da tutta la storia da minargli la salute.
Morì il 23 dicembre 1629 e fu sepolto nella cappella di famiglia a San Nicolò dei Tolentini. 

XCVII - NICCOLO' CONTARINI 1630-1631
Fu eletto il 18 gennaio 1630, a venticinque giorni dalla morte del suo predecessore. Ci vollero 58 scrutini e numerosi richiami del Senato alla Quarantia, prima che gli elettori trovassero un accordo che fu raggiunto solo dopo la rinuncia di Renier Zen. Nicolò Contarini arrivò al soglio dogale all' eta di 76 anni. Pur avendo ricoperto numerose ed importanti cariche pubbliche, non era mai stato procuratore, perché non era così ricco da poter investire denari per quella carica. Uomo di lettere si era laureato all'Università di Padova, e fu sempre un fervido sostenitore dell'autonomia della Repubblica contro le intromissioni religiose papali.
Nel frattempo, alla fine del 1629, Venezia era nuovamente scesa in campo a sostegno di Mantova coinvolta in una guerra di successione ( apertasi con la morte di Vincenzo II Gonzaga), sulla quale avevano avanzato pretese: i Savoia per il ducato di Monferrato (il Monferrato era stato ereditato da Vincenzo II dal fratello Ferdinando al quale era succeduto, il quale a sua volta l'aveva ereditato dall' altro fratello Francesco IV) , la Francia per i rami cadetti dei Gonzaga trasferitisi nei territori francesi, la Spagna a sostegno del ramo cadetto di Guastalla e l' imperatore Ferdinando II d' Asburgo a rivendicazione del feudo quale possedimento imperiale.
Nella "guerra di Monferrato" come fu definita, Venezia finì per allearsi con la Francia e lo Stato Pontificio.
Le truppe veneziane già nel maggio del 1630 subirono una pesantissima sconfitta a Valeggio ( sul Mincio), poi si ripetè la beffa di "Monzon" con l' accordo, nell' ottobre dello stesso anno, della dieta di Ratisbona (Bavaria), tra Francia , Spagna ed impero e la successiva pace di Cherasco avvenuta il 6 aprile 1631.
Venezia riottenne i territori occupati dagli spagnoli ma non fu nemmeno interpellata durante le trattative, ancora una volta subì le conseguenze della scarsissima considerazione di cui godeva ormai presso le potenze estere.
Nel giugno del 1630 scoppiò un'altra gravissima epidemia di peste.Il 22 ottobre nella basilica di San Marco, il doge espresse il voto solenne del Senato di erigere una nuova chiesa intitolata alla "Madonna della Salute", a protezione dell' epidemia.Nel solo mese di novembre i morti furono 14.000.
Più ammalato nello spirito che nella persona il doge si spense il 2 aprile 1631, il giorno dopo la posa della prima pietra della "Madonna della Salute". Le sue spoglie furono deposte a Santa Maria Nova e successivamente disperse nel 1852 con la demolizione della chiesa. 

XCVIII - FRANCESCO ERIZZO 1631-1646
Con l'epidemia di peste che imperversava, la Quarantia non ci mise molto ad eleggere il nuovo doge, perchè a dispetto dei suggerimenti di ben 36 "illustri medici" convenuti a Venezia per sconfiggere la malattia, i quali non riconoscevano nel contagio la prima causa delle morti, gli e lettori preferirono comunque non sfidare la sorte.
Dopo un brevissimo conclave,al primo scrutinio e con 40 voti, il 10 aprile 1631 fu eletto il procuratore Francesco Erizzo di 65 anni.
Gli Erizzo erano stati ascritti nel patriziato veneto durante la "serrata del Maggior Consiglio" ( 28 febbraio 1297), in rappresentanza della nobiltà istriana. Uno degli avi più famosi rimase il bailo Paolo, segato a metà da Maometto II a Negroponte.
Francesco Erizzo aveva svolto importantissimi incarichi, pur non essendo particolarmente ricco, era stato ambasciatore presso l' imperatore Ferdinando II e papa Urbano VII. Già "proveditor general da mar" (sorta di ministro della marina) era stato nominato negli ultimi tempi "proveditor general in tera" (forse paragonabile al ministero degli interni). Con questa carica, il 9 aprile ricevette la notizia della sua elezione, mentre si trovava a Vicenza. 
Che anche in questo caso i brogli ci fossero stati lo dimostra appunto il fatto che la notizia gli pervenne il giorno prima di essere eletto e che fatalmente l'unico voto mancato fu quello dell'integerrimo e civilissimo Renier Zen.
Ricevette il corno dogale il giorno 11 aprile prima ancora di salire a palazzo e a causa della pestilenza non vi furono cerimonie né feste né tanto meno il giro in pozzetto.
I primi giorni del dogado di Francesco Erizzo furono dedicati a porre rimedio al morbo che stava mietendo vittime come mosche, tanto da dover far seppellire quasi tutti i cadaveri in alcune isole dell'estuario, piuttosto che nei vari cimiteri parrocchiali.
Nell' autunno l' epidemia iniziò a cedere ed il 28 novembre il doge potè proclamare la festa per la devozione alla Madonna. In pochi giorni fu eretta una piccola baracca in legno e costruito un ponte di barche addobbato con fiori e drappi bianchi, la dove venne eretto il progetto del "Longhena" ( Baldassare Longhena - Venezia 1598- 1682, allievo di Scamozzi), dove ancor oggi viene annualmente predisposto un ponte di chiatte che unisce San Marco all' estrema punta di "Dorsoduro" detta appunto della Salute.
Dopo la pestilenza, Venezia stessa comunicherà a tutti gli stati ( proprio per la sua multietnicità) di aver subito una perdita di 46.490 anime, corrispondenti ad un quarto dell'intera popolazione.
Ricomposta negli animi e soprattutto nell'amministrazione(decimata) la Serenissima memore anche delle sconfitte psicologiche di Monzon e di Cherasco riuscì per un pò mantenne la propria neutralità.
In città si tentò di dar vigore ai patrimoni con nuove idee e quali potevano essere se non quelle del divertimento?
Nel 1937 a San Cassiano si instaurò il primo teatro accessibile al pubblico, dove vi fu rappresentata l' Andromeda con musica di Maneli su libretto di Benedetto Ferrari. Nel giro di poco tempo i teatri diventarono 18. Nel 1638 fu concesso a Marco Dandolo di aprire nella sua casa di San Moisè la prima casa da gioco aperta al pubblico ( chiamata "Ridotto").
Comunque già nel 1638, Venezia abbandonò la linea neutrale in termini di aggressioni ricevute , ovvero quando i turchi si affacciarono nei pressi della costa di Valona ed il "capitano generale da mar" Antonio Marin Cappello catturò alcune delle loro navi, il doge ordinò prima di affondarle e poi trattare con il sultano.
Nel 1642, la Repubblica riprese le armi contro lo Stato Pontificio di Urbano VIII che pretendeva l'annessione del piccolo ducato di Castro appartenente alla famiglia Farnese. Sollecitata da Ferdinando II de' Medici Granduca di Toscana, accorse quindi in aiuto di Parma e dei Farnese. Nel 1644 Castro fu restituita a Parma e la pace fu stipulata a Venezia ma...con la mediazione del cardinal Mazzarino.
Nel settembre del 1644 si riacutizzano i rapporti con la Sublime Porta, quando sei galee dei "Cavalieri di Malta" dediti alle conquiste di "corsa" catturarono un galeone turco carico di pellegrini diretti alla Mecca e poi sorpresi dal maltempo approdarono a Candia.
Ad aprile del 1645 la flotta turca, passati i Dardanelli, diede fondo nella baia di Canea ( ai piedi del monte Akrotyri) e mise la città-fortezza in stato d'assedio, prendendola il 22 agosto nonostante l'estremo sacrificio del capitano di castello Biagio Zulian che si fa saltare in aria con tutta la "santabarbara".
La flotta veneziana non trovò alleati e Girolamo Morosini fu costretto ad una sanguinosa ritirata.
Il Senato veneziano fu molto scosso dagli eventi ed in un lampo di completa scenescenza, l' 8 dicembre 1645 affidò al doge stesso di dirigere le operazioni della flotta, dimenticando forse che se anche costui aveva vantato una nobile carriera marinaresca, raggiungeva ormai la veneranda età di 78 anni.
il doge non si tirò indietro ma il 3 gennaio 1646 morì. Secondo il suo testamento il corpo fu sepolto a San Martino, mentre il cuore lasciato alla patria fu sepolto a San Marco. 

  XCIX - FRANCESCO DA MOLIN 1646-1655
Il 20 gennaio 1646, dopo 23 scrutini venne eletto Francesco Molin di quasi 71 anni, con una carriera tutta militare alle spalle.
In Adriatico era stato "capitano general da mar" contro i pirati turchi ed uscocchi, nella terra ferma era stato provveditore generale e sul Garda nelle battaglie contro la Spagna era stato provveditore d'armata, fino a raggiungere la massima carica di procuratore di San Marco.
Scoppiata l'ultima guerra contro i turchi fu nuovamente investito della carica di "capitano general da mar" ma ammalatosi di gotta dovette sbarcare a Corfù e rientrare in patria. 
La perdita di Canea ebbe un'eco talmente forte che Venezia, temendo anche per la stessa laguna fece fortificare Malamocco, parte del Friuli e della Dalmazia, con una spesa di 74.000 ducati.
L' Arsenale lavorò giorno e notte con turni da girone di inferno dantesco pur di fornire navi da dislocare nei punti strategici al fine di bloccare i rifornimenti ai turchi nell'assedio di Creta.I turchi dal canto loro spostarono le scorribande in Dalmazia.
Tutto sommato però, le tensioni si erano spostate dalla terraferma, dove la Repubblica di solito più che vincere riusciva ad impantanarsi, al mare dove invece aveva più dimestichezza.
Le cronache riportarono gesta eroiche di personaggi dall'indiscussa capacità come :Tommaso Mocenigo che da solo con qualche galera di scorta riuscì a tener testa a 47 navi turche; Lazzaro e Alvise Dolfin che sbaragliarono una squadra ottomana a Paros o come Giuseppe Dolfin e Daniele Morosini che tentarono addirittura di forzare i Dardanelli per arrivare a Costantinopoli.
Con le vittorie marinaresche anche le vicissitudini terrestri che, non fossero contro signorie italiane, iniziarono ad andar meglio tanto che il generale Leonardo Foscolo riuscì a bloccare l'offensiva ottomana e conquistare la fortezza di Clissa che fu scontata dal bailo di Costantinopoli Giovanni Soranzo al quale costò la prigionia in una torre e dall'ambasciatore Giovanni Cappello sul quale si ritorsero mille umiliazioni e persecuzioni fino alla morte ( giustificata dal sultanato come suicidio).
La nuova guerra stava nuovamente sfiancando le casse erariali ed ecco allora ancora una nuova scappatoia non molto ortodossa: la procuratia ha il prezzo definitivo, ufficiale e legale di 20.000 ducati.
Per di più si tenta di far passare una legge che preveda anche la vendita del titolo di Nobil Homo (N.H.) o Nobil Donna (N.D.) per le signore che non fossero riuscite a diventarlo di riflesso (nda: si legga cortiggiane) contro un corrispettivo di 60.000 ducati.
Pazienza per la carica di procuratore ma davanti alle nuove iscrizioni si sollevarono i vecchi patrizi divenuti indigenti per molti motivi, non solo la perdita dei commerci o di navi gestite in proprio ma per aver elargito alla Repubblica pensando alla causa comune.
La prima proposta non riuscì a passare, passò la seconda (nda: dalla quale derivò un detto, trasformato in barzelletta più volgare in tempi più recenti - "careghe ghe ne xe, xe i bessi che manca" - sedie ce ne sono, sono i soldi che mancano). Il senato ed il Maggior Consiglio avrebbero valutato di caso in caso e l'onorabilità del richiedente con una tassa di 100.000 ducati.
L' effetto fu sconvolgente! Interi antichi casati sostenitori di una Venezia coesa caddero nel dimenticatoio per lasciar posto a nuovi ricchi che nella Repubblica, ormai decadente, vedevano solo il profitto personale attraverso l'assunzione di importanti cariche.
Francesco Molin, più uomo d'arme che politico non badò molto a quest'aspetto, l'importante per lui fu poter far quadrare il bilancio, non badando agli aspetti futuri di quelle decisioni.
La calcolosi che lo perseguitava da prima della sua elezione e che gli faceva mordere un fazzoletto durante le udienze, quando le coliche lo attaccavano, se lo portò via il 27 febbraio 1655.
Una saccente e rancorosa pasquinata appesa al "gobbo di Rialto", descrisse così il defunto doge affatto insensibile ad un buon bicchiere di vino :
...xe morto el nostro duca
che tenea assae più vin che sal in succa.
Udite un gran portento:
maxenò più bocali che formento,
xa che gli era un Molin,
no da vento, nè da acqua, ma da vin.
(E' morto il nostro duca /che teneva assai più al vino che al sale in zucca./Udite un gran portento:/ macinò più boccali che frumento/ già che era un Molino/ non a vento, nè ad acqua, a vino)

Non è dato sapere dove riposino le sue spoglie.

  C - CARLO CONTARINI 1655-1656
In effetti l' ultima pestilenza era trascorsa da quasi 5 scrutini ed era quindi passata nel dimenticatoio. Il nuovo doge venne eletto il 27 marzo 1655, dopo un altro mese di "vacatio", 68 scrutini e con il quorum dei voti.
Carlo Contarini aveva 74 anni, figlio di Andrea ed Elisabetta Morosini, di casato molto ricco di per sè, aveva sposato Paolina Loredan con una dote stimata intorno ai 26.000 ducati, che non potè essere incoronata "dogaressa" per il veto posto da una legge del 1645.
La nomina gli giunse quando si trovava nel suo "buon ritiro", costruito nelle campagne di Padova, dopo una carriera spesa nell'occupazione di molte cariche pubbliche, governatorati in parecchie città venete da consigliere ducale nonchè da procuratore di San Marco.
Alla sua elezione fu molto prodigo nell' elargire denari dal pozzetto e nella distribuzione di pane e vino ai poveri.
Durante il breve dogado fu molto solerte e sempre attivo, tanto da dimenticare spesso di sedersi a tavola e mangiare, suo sembra sia il detto (nda: anche se, al giorno d'oggi invertito nel significato) "el puopolo magna quando vuole, la signoria quando puole"- << il popolo mangia quando vuole, i signori quando possono>>.
La cronaca vuole che, l' infausto evento della morte di 50 persone schiacciate durante la venerazione del "sangue di Cristo" nella ricorrenza della fondazione di Venezia, nel mentre erano in corso gli scrutini per l'elezione del doge sarebbe stata di malaugurio per il nuovo eletto (nda: o forse è vero che i 41 elettori avessero fatto ricadere la scelta sulla persona più malandata in salute, proprio per scaramanzia o per altri calcoli politici).
Carlo Contarini morì di depressione il 1° maggio 1656 e fu sepolto a San Buonaventura. La chiesa fu sconsacrata con tutto il convento nel 1810 e le sue spoglie andarono disperse.

 CI - FRANCESCO CORNER 1656
Il 17 maggio 1656, il nuovo doge fu eletto quando aveva compiuto da pochi mesi i 71 anni e morì il 5 giugno dello stesso anno, detenendo a futura memoria il record del dogado più breve della storia della Repubblica Veneta.
I grandi elettori della Quarantia trovarono l'accordo dopo 26 scrutini sui quali posero il sigillo di 39 voti.
Uno dei figli del doge Giovanni I Corner, tacciato di consorteria da Renier Zen per i malaffari di famiglia a scapito degli interessi della Serenissima.
La cronaca vuole che, al di là dei malanni dovuti alla senilità, la morte del padre fosse da imputare alle conseguenze di un alterco verbale, ovvero il famoso "attacco di bile", a causa del pollame che Francesco pretendeva di tenere a Palazzo Ducale, dove viveva con la famiglia al seguito del genitore, per poter avere uova fresche tutti i giorni.
La carriera politico-militare del neo eletto fu garantita dalla prodigalità del padre, così come fu garantita ai discendenti che poterono sempre contare su un patrimonio imperiale.
Fu sepolto nella cappella di famiglia a San Nicolò dei Tolentini.

CII - BERTUCCI VALIER 1656-1658
Bertuccio Valier ( 1656 - 1658) Un solo scrutinio e 41 voti confermarono il soglio ad una una antichissima famiglia veneziana ( probabilmente dalla stirpe romana della "gens Valeria") di grande prestigio, comunque nota fin dal 12° secolo e introdotta alla nobiltà dopo la "serrata del Gran Consiglio". Faccoltoso ma non ricchissimo, Bertuccio Valier fu eletto il 15 giugno 1656 a 60 anni, dopo una splendida carriera militare e politica presso molte città dell'entroterra veneto, aveva rifiutato la nomina a procuratore di San Marco perchè riteneva indegna una simile nomina che poteva essere ottenuta a pagamento. Comunque, nemmeno la sua fu un'elezione tranquilla con le truppe dalmate armate in città, che reclamavano l' elezione di Leonardo Foscolo, l'eroe di "Clissa" e successivamente placate solo da una gran profusione di viveri e danari questi ultimi distribuiti in larga durante il giro in pozzetto. Il 26 giugno 1656 dopo tre giorni di furibonda battaglia la flotta veneziana riuscì a ricacciare verso il Mar Nero la flotta turca e a ristabilire il blocco contro i rifornimenti alle truppe ottomane che stavano assediando Candia, ma durante la battaglia, colpito da una cannonata nemica perse la vita Lorenzo Marcello "capitano da mar" che con Lazzaro Mocenigo teneva sotto scacco la "Sublime Porta". Nella terza battaglia dei Dardanelli ( luglio 1657) anche Lazzaro Mocenigo, "capitano generale da mar", perse la vita lasciando senza comando la flotta veneziana e senza punto di riferimento le navi pontificie e dei "cavalieri di Malta" alleate nella lotta contro i turchi. La guerra contro i turchi stava nuovamente dissestando le casse dello Stato ed il doge stava quasi cedendo alla proposta di pace proveniente da Costantinopoli che avrebbe però previsto la cessione di Creta, il Senato però non accettò seguendo la linea di Giovanni Pesaro nella guerra ad oltranza per la difesa dell' isola. Parecchi casati patrizi versarono ingenti somme e lo stesso doge donò 100.000 ducati ma non fu ancora sufficiente a ripianare il bilancio, fu così deciso di accettare l' "amara" offerta di papa Alessandro VII che prevedeva la cessione delle proprietà di alcuni ordini religiosi alla Repubblica in cambio della riamissione dei "gesuiti" nei territori veneti. Bertuccio Valier, già gravemente ammalato di gota, iniziò ad avere anche problemi respiratori ed il 29 marzo 1658 si spense. Le sue spoglie furono temporaneamente deposte a San Giobbe e poi traslate nella chiesa dei SS Giovanni e Paolo nel monumento fatto erigere dal figlio Silvestro.

 CIII - GIOVANNI PESARO 1658-1659
Giovanni Pesaro ( 1658-1659) Nonostante la precarietà della situazione economica e finanziaria, l' incancrenimento della guerra con i turchi con la conseguente emorragia di mercati nel levante a favore dei spagnoli, francesi, inglesi, olandesi e germanici che provvedevano ormai con navi proprie ad importare spezie e cotone, Venezia seguitava a guardare ciecamente alla distribuzione del potere all'interno della città. Il conclave durò un solo scrutinio e l' 8 aprile del 1658 fu eletto Giovanni Pesaro di 68 anni, completamente sdentato e ammalato di malaria. Famiglia di origine marchiggiana, molto ricca e molto discussa per come lo era diventata, aveva possedimenti, liquidità e palazzi in tutta la città (uno dei quali affacciato sul Canal Grande- successivamente restaurato e rimaneggiato sotto la guida di Baldassare Longhena nel 1679 e definitivamente ultimato da Antonio Gaspari nel 1710, definito ancor oggi ca' Pesaro). Anche la carriera fu costellata di ombre, soprattutto durante la guerra di Castro contro l' esercito pontoficio, quando aveva abbandonato la difesa di Pontelagoscuro e durante la ritirata delle truppe aveva concesso saccheggi e sciacallaggi. Rientrato in patria subì un processo per infamia, dal quale ne uscì assolto ma senza più alcuna credibilità ed onore. Lo stesso fratello Leonardo fu bandito più volte dalla città ed infine radiato dal patriziato veneziano. La sua riabilitazione la riottenne solamente negli ultimi mesi antecedenti l'elezione, attraverso l'elargizione di 6.000 ducati in sostegno alla guerra per l'isola di Creta ed al discorso al Senato nel perorare la causa della guerra ad oltranza, ma non fu gradito al popolo ed il "gobbo di Rialto" fece sentire più volte la sua voce. Ma il dogado non durò poi molto, Giovanni Pesaro morì il 30 settembre 1659 e fu sepolto in un maestoso monumento a Santa Maria Gloriosa dei Frari.

 CIV - DOMENICO CONTARINI 1659-1675
Domenico II Contarini (1659 -1675) Il conclave si concluse il 16 ottobre 1659, dopo 8 scrutini e senza grosse contrapposizioni. Ancora una volta il "potere stava logorando se stesso" e dopo un'elezione se ne iniziava un'altra tra feste, bagordi di ogni tipo, con una città ormai incurante delle estreme conseguenze che quel tipo di politica avrebbe recato. Ed ancora una volta la Quarantia scelse un doge che di politica non ne voleva sapere, distaccato com'era il neo eletto, più attento alle cose famigliari ed al benessere della propria discendenza che non alla cosa pubblica, insomma un "privato cittadino" sotto tutti i punti di vista. Sposato con Paolina Tron dalla quale aveva avuto 5 figlie ed un maschio, era stato molto legato al fratello Angelo che con i suoi contributi aveva fatto proiettare nella politica. Morto il fratello aveva praticamente chiuso con la vita pubblica. Domenico II accolse l'elezione a 78 anni, quando ormai si era definitivamente ritirato nei suoi possedimenti nella campagna padovana e più precisamente nella villa di Val Nogaredo. Pur stupito da tanta inaspettata gloria, non rifiutò e scortato da dodici nobili, come voleva il cerimoniale si trasferì in città. La sua fu decisamente una figura "fantoccio", in mano ai potentati veri, più volte fu messo a tacere durante le sedute di consiglio o senatoriali senza alcuna presa di posizione. Nel frattempo la guerra contro il predominio turco nel Mediterraneo Orientale subì la svolta decisiva. Nonostante la coesione della Francia di Luigi XIV (re "Sole") con l'invio di 6.000 uomini Candia fu definitivamente persa. Le morti di Lazzaro Mocenigo e di Lorenzo Marcello avevano lasciato un incolmabile vuoto di comando nel blocco dei Dardanelli. La morte del duca di Beaufort, ucciso sugli spaldi di Candia aveva fatto riconsiderare la Francia sulla questione dell' isola. Il "capitano general da mar" Francesco Morosini comandante della flotta e della piazzaforte di Candia, dopo l'abbandono delle trattative dell'ambasciatore Alvise Molin nel marso del 1668, presso la "Sublime Porta" ( fu cacciato dal gran visir Ahmed Koprolu) fu costretto ad abbandonare ogni azione per essere stato abbandonato egli stesso. Il 30 agosto 1669 Candia vene consegnata all'impero ottomano con una resa incondizionata ed il 6 settembre , Francesco Morosini andando oltre ai poteri conferitigli dal Senato, concluse la pace con i turchi. Nel settembre del 1670 il condottiero di Candia fu sottoposto ad un processo per: viltà, peculato ed abuso di potere, ma la cosa finì in una bolla di sapone, perchè tutti avevano capito che le responsabilità abitavano da un'altra parte. Morosini non solo non subì alcuna condanna ma gli furono riconosciuti tutti i meriti dell'eroe e di salvatore della patria. In una Venezia più attenta alla moda delle scarpe femminili ( per decreto dovevano essere alte e non basse per elevarsi dai peccati terreni, cosa trasgredita anche dalle figlie dei nobili), oppure alla parrucca indossata per primo dall' abate di Collalto (bandita con apposito decreto prontamente trasgredito), anzichè ai morti di Candia, il 26 gennaio 1675 morì anche il doge, dopo una emiparesi durata quasi due anni. Giovanni II Contarini fu sepolto nella tomba di famiglia a San Benedetto.

 CV - NICOLO' SAGREGO 1675-1676
Nicolò Sagredo ( 1675 - 1676) Nicolò Sagredo aveva 68 anni quando fu eletto, dopo un fulmineo conclave che si concluse il 6 febbraio 1675, al primo scrutinio con un'alta percentuale di preferenze. La famiglia definita "novissima" ( dopo la guerra di Chioggia, contro Genova ) era originaria di Sebenico in Dalmazia, molto ricca e proprietaria di possedimenti e palazzi sparsi un pò dovunque sia nel veneto che in Istria e Dalamazia era stata messa all'indice durante la guerra di "Monferrato" quando, il padre del neo eletto doge (Zaccaria) fu condannato per infamia a dieci anni di carcere per la sconfitta di Valeggio. La morte dei fratelli Bernardo e Paolo nel corso della guerra di Candia riabilitò il casato. Nel giro di poco tempo Nicolò occupò incarichi di prestigio come l'incarico di ambasciatore presso la corte di Spagna che gli procurò anche il titolo di cavaliere. Il suo giro in pozzetto fece scalpore per la prodigalità nel largire denari e per come fu condotto dai portatori "arsenalotti" ( la cronaca vuole che la gran ressa di mani levate facesse ricadere nel pozzetto le monete gettate, cosicchè gli arsenalotti, riaccompagnato il doge alla scala dei giganti, accortisi del "sovrappeso" avessero mollato la portantina facendo cadere il doge e gli accompagnatori, per ramazarne il contenuto.) Il suo breve dogado non consentì di apprezzarne le qualità, di lui rimase il buon ricordo tramandato dal "puopolo" che più o meno così recitava:
<< Nicolò Sagredo anagrama
purissimo dose con gloria,
dose con gloria umana
in trono assiso, gran Nicolò Sagredo el mondo à visto.
Ora sta per la Patria al piè di Christo,
dose con gloria eterna in paradiso.>>
Morì probabilmente a causa della strozzatura di un'ernia ombelicale o forse dal "tentativo medico " di ridurla il 14 agosto 1676. Le spoglie furono sepolte nella cappella di famiglia a San Francesco della Vigna.

 CVI - ALVISE CONTARINI 1676-1684
Alvise Contarini ( 1676-1684) Un Priuli doxe deto un Sagredo doxe desfato un Contarini doxe fato Così scrisse il "Gobbo di Rialto" dopo le avvenute elezioni che si conclusero all' unanimità dopo una ulteriore cattiva figura dei potentati e dopo un unico scrutinio. Il conclave aveva quasi deliberato la nomina di Giovanni Sagredo, già ambasciatore in Francia, Inghilterra ed Austria oltre che storico e novelliere di fama. Ma, ancora una volta, a Venezia fu negata l'opportunità di un doge di grandi doti e di grande personalità. Contro di lui fu sobillato il popolo mediante una sortita di loschi figuri e relative corrutele, manovrati da una piccola frangia del Maggior Consiglio, i quali organizzarono una ignobile campagna denigratoria infarcita di inesistenti infamie.
Lo stesso Maggior Consiglio influenzato dalla piega che stava prendendo la "piazza" fu costretto a sospendere e, attraverso i meccanismi elettorali rinominare la Quarantia. Così, mentre il popolo già acclamava il N. H. Alvise Priuli, il 26 agosto 1676 fu eletto Alvise Contarini all' età di quasi 75 anni, il quale a tutto stava pensando nella sua villa di Este, tranne quello di occupare la massima carica dello Stato. Nel frattempo la minaccia turca non si era assopita e passo dopo passo, città dopo villaggio, attraverso i Balcani e le Alpi orientali, si presentò alle porte di Vienna che fu presa d'assedio ( 17 luglio-12 settembre 1683) dai 300.000 uomini di Kara Mustafà, sconfitti dall'alleanza europea grazie ai polacchi di Giovanni Sobjeski.
Ciò nonostante Venezia fu troppo occupata ad allestire carnevali che iniziavano ad ottobre e finivano in quaresima, proseguendo poi con tutte le altre festività da Pasqua in poi per dedicarsi ad altri problemi che non potevano riguardarla più di tanto, considerati i "trattamenti subiti" dalle varie alleanze negli ultimi decenni. Il bilancio del dogado di Alvise Contarini si riassume in un'unica cosa concreta: dopo la disfatta di Creta, dall'isola furono rimpatriate alcune reliquie, compresa la campana maggiore della chiesa di Candia che fu issata sul campanile di San Marco.
Il doge si spense, il 15 gennaio 1684 e le sue spoglie furono tumulate nella cappella di famiglia a San Francesco della Vigna.

CVII - M. ANTONIO GIUSTINIAN 1684-1688
Marcantonio Giustinian (1684 - 1688) Con voto unanime della Quarantia Marcantonio Giustinian fu eletto il 26 gennaio 1684 all'età di 65 anni. Il casato risaliva alla "gens romana" di Giustiniano ed era talmente ricco da poter far trasecolare un casato regnante. Il suo curriculum personale era stato di tutto rispetto: dopo essersi laureato in filosofia a Padova aveva intrappreso la carriera pubblica ricoprendo importantissime cariche. Era stato provveditore alle "biade" durante le guerre di Candia, ambasciatore in Francia dove ricevette il titolo di cavaliere.
Per l' imperatore d' Austria poteva fregiarsi del titolo di conte mentre in patria fu consigliere ducale e consigliere dei Dieci. Ciò nonostante fu da sempre un uomo di grande magnanimità ed indole riflessiva. Inizialmente pensò di non accettare il supremo incarico e di ritirarsi in convento a San Giorgio anche perchè non era sposato e piuttosto devoto, furono i parenti a convincerlo ad accettare, con grande sollievo del Maggior Consiglio il quale, ormai da secoli aveva ritagliato la figura del doge su personaggi di questo tipo, in maniera da non avere grossi contrasti in conseguenza a spiccate personalità. L'insediamento fu caratterizzato da due episodi che la cronaca volle far assurgere agli altari dei segni premonitori per gli anni avvenire: un turco fu colpito all'occhio da una grossa moneta durante il giro in pozzetto ed un fulmine cancellò la scritta "pax" della targa posta sulla scala dei giganti ( Iustitia et pax deosculatae sunt - Sono baciate giustizia e pace).
Francesco Morosini, difensore strenuo di Candia ed allo stesso tempo inccriminato per la pace siglata con la Sublime Porta, dopo essere stato completamente riabilitato aveva assunto il comando dell'armata veneziana conseguendo gloriose vittorie contro l'invasore a, Prevesa e Santa Maura, Corone e Kalamata. Nel marzo del 1684 Venezia firmò l'alleanza con lo stato Pontificio, il regno di Polonia e l'impero d' Austria. Nel 1686 furono riconquistate Modone Navarino e, Argo. In agosto del 1687 Mustafa Pascià di Nauplia, dopo aver ceduto la città all'armata dell'alleanza, si recò dal doge per rendergli omaggio. Nello stesso anno caddero Corinto, Patraso e Lepanto (nda: in pratica fu liberata tutta la Morea o Peloponneso e la Dalmazia Meridionale).
Marcantonio Giustinian si spense improvvisamente il 23 marzo 1688, celebrati i funerali nella chiesa dei SS Giovanni e Paolo fu sepolto nella cappella di San Francesco della Vigna, secondo le sue volontà.

CVIII  - FRANCESCO MOROSINI 1688-1694
Francesco Morosini ( 1688 -1694) Ultimo doge guerriero al quale, per la prima ed ultima volta il senato riconobbe con una targa, posta nella sala dei Dieci, i meriti indiscussi di un grande patriota ancora in vita, prima che questi fosse proclamato doge: Francesco Mauroceno Peloponnesiaco adhuc viventi Senatus

Finalmente la Serenissima Repubblica, accantonati gli interessi politici e soprattutto "di bottega" (nda: ma fu solo un fuoco di paglia) riuscì a non eleggere un fantoccio ma un uomo con i suoi meriti e la sua personalità. Francesco Morosini fu attratto dalle arti marziali e militari fin da giovinetto. Abbandonati gli studi letterari si arruolò sulla galea capitanata dal cugino Pietro Badoer. Partecipò ancora ragazzino alle lotte contro i pirati che infestavano l' Adriatico, quindi alla guerra di Castro e a quelle di Candia fino a divenirne, "provveditore generale" durante l'ultima.
Strenuo difensore della causa, mancato il sostentamento e l'appoggio da Venezia era stato costretto al ritiro delle truppe dall'isola con lo scopo di non far subire più gravi conseguenze alla popolazione ed all' armata ormai sconfitta. Non mancarono certo i detrattori ed i denigratori, come quando dopo la resa di Candia rientrò in patria con barili colmi d'oro e pietre preziose per il tesoro di San Marco e la campana "maggiore" della chiesa. La campana fu issata sul campanile di San Marco ma il tesoro non fu mai iscritto dai procuratori, certo è che pur incolpato della sparizione ne uscì a testa alta. Del resto la sua condotta sul campo militare aveva ampiamente dimostrato il suo valore, così come era unanimemete riconosciuta la sua lealta e la sua intransigenza. Anche quando difese l'alleato conte svedese di Koenigsmark che, il 26 settembre 1687, durante l'assedio di Atene, dalla sua nave fece fuoco sul Partenone facendolo saltare in aria perchè dopo essere stato tempio greco, chiesa cristiana e moschea era stato trasformato in polveriera dai turchi.
Francesco Morosini nato il 26 aprile 1619, fu eletto all'unanimità con un unico scrutinio il 3 aprile 1688. Il sigillo ed il corno ducale gli furono spediti tramite un segretario del senato e recapitate ad Egina il 26 maggio 1688, dove si era stanziato e dove gli fu comunque ordinato di non abbandonare il comando. Svanito il tentativo di riconquistare Negroponte le attenzioni del "doge in armi" si rivolsero alla fortezza di Malvasia, caposaldo di un florido mercato di vini, che ririconquistò nel 1689. Ormai stanco e deciso ad assaporare gli onori di casa, senza aspettare l'assenso del senato (nda: non l'aveva fatto nemmeno durante la resa di Candia) il 10 gennaio 1690 fece il suo ingresso trionfale a Venezia. Dopo i festeggiamenti gli fu concesso di ritirarsi nella sua villa dell'entroterra veneziano in località "Marocco", allontanandosi dal Palazzo Ducale (nda: sempre per la prima volta nella storiadi Venezia). Ma la questione turca era tutt'altro che risolta. Dopo la morte del "capitan general da mar" Girolamo Corner, luogotente e sostituto di Francesco Morosini, e dopo una prima conquista di Janina e Valona i turchi rialzarono la testa riconquistandole a loro volta ed impedendo lo sbarco a Creta all'alleanza capitanata da Domenico Mocenigo.
Al doge l'ozio non doveva proprio piacere così su proposta del senato il 24 maggio 1693 riprese il comando dell'armata. Imbarcatosi sull' ammiraglia ormeggiata in piazza San Marco, Francesco Morosini ripartì per l'ennesima fatica, salutato da tutti i veneziani. Prima della fine dell'anno aveva già ripreso Salamina, Idra e Spetze, poi si ammalò. Toccante rimase il messaggio foriero di una imminente fine inviato al senato ed al popolo veneto: << ci dispiace di non aver potuto fare di più nel servizio alla patria e quanto di più, essa meritasse>>.
Il doge morì a Nauplia il 6 gennaio 1694, le sue spoglie furono portate nella chiesa di Sant'antonio e deposte su un catafalco. Li furono sepolti il suo cuore e le sue viscere mentre la salma fu trasportata fino a Venezia e tumulata nella chiesa di Santo Stefano.

 CIX - SILVESTRO VALIER 1694-1700
Silvestro Valier ( 1694-1700) Chiusa la parentesi di Francesco Morosini, Venezia ritornò alle sue "abitudini": la sede rimase vacante per 49 giorni ed il nuovo doge fu eletto solo il 25 febbraio 1664. Figlio del doge Bertuccio, Silvestro Valier fu investito quando aveva 64 anni. Uomo molto raffinato, amava il lusso e la scena. Nonostante una legge del 1645 avesse abolito l'investitura delle consorti, il 4 marzo fu incoronata anche la moglie Elisabetta Querini che aveva sposato a 19 anni. Feste e bagordi proseguirono per molti mesi con grande apprezzamento del popolo. La guerra contro i turchi non fu dimenticata ma viveva in uno stato di assopimento. L'armata comandata dal "capitan general da mar" Antonio Zen, dopo aver conquistato l' isola di Chio la riperse per non aver inseguito gli ottomani in fuga che si ripresentarono poco dopo nuovamente sotto le mura. Antonio Zen fu destituito ed incarcerato con l'accusa di "inettitudine" e morì senza subire il processo, pagando lo scotto di avere in sott'ordine personaggi inesperti e più dediti alle gozzoviglie piuttosto che alle armi.
Nel luglio del 1688 fece visita a Venezia Pietro il Grande zar di tutte le Russie, dando un ulteriore occasione alla signoria ed allo stesso doge di sfoggiare la massima "pompa". I ranghi furono rinnovati con l'invio di due esperti capitani: Alessandro Molin e Girolamo Dolfin e ben presto l'armata dell'alleanza riuscì a presentarsi alle porte di Costantinopoli ma l' Austria preoccupata dai possibili risvolti continentali che si sarebbero naturalmente verificati con una totale vittoria sull'impero ottomano, preferì trovare un accordo con i turchi invitando gli alleati ad aderirvi o continuare l'impresa da soli. Quindi il 25 gennaio 1699, al tavolo di pace di Carlowitz (Serbia) si sedettero quindi Austria, Polonia, Venezia da un lato e la Turchia dall' altro. All' Austria rimase l' Ungheria, alla Polonia rimase la Podonia e a Venezia la Dalmazia la Morea o Peloponneso e la Dalmazia. La Russia che pur sedette dalla parte dell'alleanza considerò la pace di Carlowitz solo un armistizio, concludendo una pace separata a Costantinopoli solo il 13 giugno 1700.
Il 7 luglio 1700, Silvestro Valier già oppresso dalla gota e dall'asma durante un alterco con la serenissima consorte fu colto da apoplessia e morì. Lasciò all'erario 50.000 ducati, 18.000 andarono alla Chiesa della Madonna del Rosario per il noviziato di povere fanciulle e per 3.000 messe a favore della sua anima. La dogaressa morì 8 anni più tardi e con lui sepolta nel monumento sepolcrale in SS. Giovanni e Paolo.

 CX - ALVISE II MOCENIGO 1700-1709
Alvise II Mocenigo ( 1700-1709) Alvise II Mocenigo fu eletto il 16 luglio 1700, al primo scrutinio e con 40 voti. Aveva 72 anni, di famiglia ricchisssima con possedimenti un pò ovunque e palazzi in città. Era stato consigliere ducale, amministratore della Morea e podestà di Padova. Amante dello sfarzo, la sua elezione fu seguita, come ormai d' abitudine, da innumerevoli feste e ricchissimi banchetti ove scintillavano stoviglie d'oro e d'argento. Il suo dogado trascorse all'insegna della più completa neutralità mentre l'Europa era in subbuglio per la successione spagnola. L'inverno del 1709 fu particolarmente rigido tanto da far gelare la laguna.
Il clima non giovò al doge che si ammalò e il 6 maggio si spense. La sua devozione religiosa fu sempre piuttosto accesa, fino alla misoginia. Il suo testamento previde il pagamento di 4.000 messe in suffragio ed un lascito annuale di 1.000 ducati da distribuirsi tra i convenuti alla messa di commemorazione da celebrarsi a San Stae, ove fu sepolto.

CXI - GIOVANNI II CORNER 1709-1722
Giovanni II Corner ( 1709-1722 ) Il XVIII secolo che vide le ultime battute della Serenissima Repubblica, fu quasi sempre caratterizzato da elezioni veloci anche perchè i brogli ormai avvenivano alla luce del sole e come in una sorta di gran casinò alla rovescia, vinceva chi di più ripinguava le tasche degli elettori e dell'erario. Ancora una volta vinse chi meglio pagava: Giovanni II Corner fu eletto il 22 maggio 1709 al termine del primo scrutinio, aveva quasi 62 anni. La sua grande ricchezza era dovuta anche al fatto di aver sposato la cugina Laura Corner ed aver unito così i patrimoni. La cronaca volle che in virtù di quel patto di sangue iniziato già dal bisavolo Giovanni I e continuato dal nonno Francesco, anche Giovanni II non fosse stato da meno che al fratello Giorgio comperò la porpora cardinalizzia ed il vescovado di Padova. Ma mentre il patriziato continuava a intrallazzare, la situazione continentale stava velocemente mutando: tra il 1712 e 1713 infatti i predomini spagnoli nella penisola avevano lasciato il posto a quelli austriaci, come si preoccupava di sottolineare l'ambasciatore plenipotenziario Carlo Ruzzini, a Utrecht. Nel 1714 Venezia è di nuovo in guerra contro i turchi, e con la guerra, gli sfarzi e gli ostentamenti prosciugarono nuovamente le casse erariali . Per infondere nuova linfa nelle casse esangui, nel dicembre 1715 venne riaperto il gioco del "lotto" che fu dato in concessione a Lodovico Corner (guarda caso), dietro il corrispettivo di 125.000 ducati ed un tributo fisso annuo di 25.000. Nonostante le imprese del "capitano generale da mar" Alvise III Mocenigo (detto Sebastiano) la Repubblica venne sconfitta e costretta alla pace di Passarowitz (Pozarevac - Serbia - 21 luglio 1718), perdendo l'Egeo, le basi di Creta, tutta la Morea, conservando solo le isole Ionie, l' Istria e la Dalmazia fino a quel confine virtuale definito "Linea Mocenigo" ( stabilito nel 1721) e che si estendeva da Strmica al canale della Narenta, passando le Alpi Dinariche tra i centri di Imotski e Vrgorac. Fu decisamente l'inizio dell'agonia. Nel 1719 L' Austria dichiarò "porto franco" (esente da dazi per le merci in transito) Trieste e Fiume. Ancona, rimasta da sempre nella sfera di influenza pontificia, continuò i suoi traffici ed in pratica Venezia, prima sovrana assoluta in Adriatico fu costretta ad una serrata concorrenza. Non per questo la città (dei nobili) si strappò i cappelli, anzi se li mise nel senso che la parrucca, un tempo bandita, era diventata moda delle più sfrenate: con i riccioli "a gropi", con la riga in centro "alla cortesana", con la coda in un sacchetto di seta nera " alla dolfina", il tutto sfoggiato nel nuovo "cafè Florian" che nel 1720 aprì i battenti. Giovanni II Corner morì il 12 agosto 1722 e fu sepolto nella cappella di famiglia a San Nicolò dei Tolentini.

  CXII - ALVISE III MOCENIGO 1722-1732
Alvise III Mocenigo (1722-1732) Nato il 29 agosto 1662 aveva avuto un passato del tutto militare fino alla carica di provveditore generale " da mar". Al seguito di Francesco Morosini nella riconquista della Morea, si fece onore nella presa di Valona e nella battaglia delle isole Spalmadori (a SO di Lesina) quando il 9 febbraio 1695 la squadra navale turca, capitanata da Husain pascià, si scontrò con quella veneziana al comando di Antonio Zen e dove però Venezia subì una pesante sconfitta, nonostante lo stesso Alvise fosse riuscito a prendere in ostaggio la "sultana". A nulla valsero nemmeno le altre vittorie a Canea, e Andro, perchè successivamente la pace di Carlowitz e quella di Passarowitz , stroncarono ogni difesa veneziana. In ogni caso, il 24 settembre 1722 la Quarantia, nonostante l'uso semi legalizzato del broglio, non potè non tener conto di un passato così glorioso e, a parità di prezzo per il voto, preferì Alvise III Mocenigo che al primo scrutinio e con l'unanimità la spuntò su Carlo Ruzzini e Alvise Pisani. Il dogado trascorse senza grossi scossoni, ma anche senza più nerbo. Del resto la massima carica dello stato sempre di più aveva rappresentato solo gli eletti, mentre il continuo avvicendarsi nelle cariche più alte aveva provocato l'erosione delle fondamenta stesse dello stato. La cronaca volle che gli unici attendimenti della nobiltà fossero ormai solo il gioco i "casini" (nda: il casino era inizialmente una seconda casa molto più piccola di quella padronale, dove le dame usavano ritirarsi per conversare, accudire i figli, eseguire piccoli lavori manuali o suonare e cantare, lasciando i coniugi nell'abitazione principale che era anche ufficio, luogo di ricovero delle mercanzie più preziose e sede di trattativa di affari commerciali e politici. Il casino divenne, con l'andar del tempo, un luogo sempre più frivolo per finire con l'essere un luogo di meretricio vero e proprio, più o meno d'alto bordo.). Il doge stesso, non disdegnava di uscire nottetempo e senza scorta, con il solo accompagnamento del "còdega" (confraternita minore costituita da popolani che, dietro un compenso stabilito da una tariffa pubblica, accompagnavano chi lo richiedesse facendo strada con una lanterna. D' altro canto le gesta di Giacomo Giovanni Casanova, nato nel 1725, sono ormai molto note proprio perchè celebrate da moltissimi scrittori ed estimatori. Nel 1728 venne varato il più sfarzoso e più celebre "Bucintoro", addobbato con sculture di Antonio Corradini.
Il 21 maggio 1732 Alvise III Mocenigo morì proprio alla vigilia della festa della "Sensa" quando il doge saliva sul Bucintoro per celebrare la festa dello sposalizio con il mare. Fu sepolto nella tomba di famiglia nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo.

 CXIII - CARLO RUZZINI 1732-1735
Carlo Ruzzini (1732-1735) Dopo la morte di Alvise III Mocenigo rimasero da eleggere gli altri concorrenti che evidentemente avevano già precedentemente elargito. Il primo fu Carlo Ruzzini di 68 anni , contrapposto solo ad Alvise Pisani e, fu eletto con 38 voti al primo scrutinio il 2 giugno 1732. In effeti però non si potè dire che non avesse avuto un notevole "cursus honorum", per altro tutto teso alla diplomazia. In gioventù aveva condotto studi umanistici laureandosi in retorica e filosofia, proseguendo poi la carriera come ambasciatore in Spagna ed in Austria, plenipotenziario a Carlowitz, Utrecht e Passarovitz. Soprattutto a Utretcht era pazientemente riuscito ad intessere notevoli consensi per addivenire alla costituzione di una sorta di confederazione degli stati italiani con a capo Venezia ma alla fine non riuscì a stringere sulle questioni fondanti per l'insipienza del senato e dei procuratori. Al momento della sua elezione era già un uomo ammalato, ciò nonostante riuscì a mantenere tutti i suoi impegni a costo della sofferenza e memore delle tante umiliazioni volle tener Venezia fuori da tutte le beghe internazionali, ivi compresa la successione al trono di Polonia. Durante il suo dogado la cronaca ricordò solo un episodio significativo per i credenti: la traslazione dalla Francia delle reliquie del doge Pietro I Orseolo, canonizzato il 19 maggio 1731. Le spoglie costituite da tre ossa della gamba sinistra furono prima depositate a San Giorgio Maggiore e dopo essere state deposte in un'urna d'argento trasportate a San Marco dove giunsero il 7 gennaio 1733. La messa di suffragio fu cantata da Carlo Boschi detto "Farinelli". Carlo Ruzzini morì il 5 gennaio 1735 e fu sepolto nella Chiesa degli "Scalzi".

 CXIV - ALVISE PISANI 1735-1741
Alvise Pisani (1735 -1741) Anche l' altro nome contrapposto ad Alvise III Mocenigo ebbe alla fine la sua gloria: il 17 gennaio 1735 fu eletto al primo scrutinio con voto unanime Alvise Pisani, nato il 1° gennaio 1664. Di casato molto ricco e di antico lignaggio, Alvise era entrato in carriera diplomatica molto giovane occupando posizioni di grande rilievo in Francia, Inghilterra e di Vienna presso Carlo VI. Durante il suo dogado la politica di Venezia continuò a mantenersi neutrale anche perchè dell'antico splendore era rimasto ben poco se non le continue feste, banchetti e una carnevalata continua ( Nel 1739 il carnevale iniziò il 5 ottobre e finì 15 giorni dopo l'Ascensione dell'anno successivo). L'eccessiva falsa burocrazia aveva ormai soffocato ogni anelito di speranza ed il potere oligarchico anzichè guardare alle riforme come via di rinnovamento si era sempre più avviluppato in se stesso, lasciando allo sbando il popolo che poteva sempre meno contare su di un lavoro continuativo in città e sempre più su un lavoro di semi schiavitù nelle campagne dell'entroterra. Alvise Pisani si spense il 17 giugno 1741 e fu sepolto a Sant' Andrea del Lido. Nel 1810 la chiesa fu sconsacrata ed adibita a casermaggio militare per essere successivamente demolita. Le sue spoglie andarono disperse.

 CXV - PIETRO GRIMANI 1741-1752
Pietro Grimani ( 1741-1752) Al primo scrutinio e con 26 voti, il 30 giugno 1741 fu eletto Pietro Grimani di quasi 64 anni. Laureato in letteratura fu un fine diplomatico fino a raggiungere la massima carica di Procuratore di San Marco dopo aver ricoperto gli incarichi di "savio" ed ambasciatore presso Vienna e Londra. Amante delle lettere e della scienza, scrittore e poeta egli stesso, a Londra entrò a far parte " honoris causa", dell' Accademia Reale, su proposta di Isaac Newton che ne era presidente e fu, anche amico di Carlo Goldoni e di Francesco Algarotti. Nonostante la sua cultura ed il suo indiscusso mecenatismo però non fu mai amato dalla gente, soprattutto dai nobili decaduti che, a Venezia spesso diventavano più poveri dei poveri e che, lo consideravano da sempre una persona poco munifica. In politica estera Venezia continuò a rimanere neutrale ed anche una controversia, ingaggiata dal patriarcato di Aquileia che aveva tirato in ballo l'impero d'Austria al tempo di Alvise Pisani, fu risolta con il riconoscimento dell' imperatore Francesco I di Lorena e marito di Maria Teresa, grazie soprattutto alla mediazione "salomonica" di papa Benedetto XIV , il quale con un atto di imperio nel luglio del 1751 soppresse il patriarcato dividendolo in due arcivescovadi: quello di Udine con giurisdizione sulle diocesi dei teritori veneziani e quello di Gorizia, con giurisdizione sulle diocesi dei teritori Austriaci. Il 7 marzo 1752 Pietro Grimani si spense e fu sepolto nella chiesa della Madonna dell'Orto.

 CXVI - FRANCESCO LOREDAN 1752-1762
Francesco Loredan ( 1752-1762) Il "Settecento veneziano" fu sicuramente il secolo del decadente splendore, quasi si stesse assaporando gli ultimi anni di vita dopo la pensione.Nessuno badava più a spese ed il risparmio non era consentito. Le casate nobili e ricche avevano da tempo trasferito i loro interessi in terraferma, la dove trascorrevano la maggior parte del loro tempo ( è sufficiente pensare all' innumerevole quantità di ville sparse in tutto il Veneto, Friuli e parte della Lombardia). I poveri, innumerevolmente molti di più, si arrabattarono in mille arti e mille mestieri, non ultimi quello del borseggiatore durante il carnevale, festa che diventava sempre più lunga e dove in fondo bastava una maschera per fare la prostituta o il borseggiatore, oppure l'uno e l'altro, mentre il nutrito numero di nobili decaduti veniva sostentato dalle "scole" o dalle confraternite. A rappresentare tutto ciò: "un" doge sempre più controfigura di se stesso e spesso sbeffeggiato nelle commedie e nei teatri, dove stava prendendo sempre più forma una cultura libertaria e riformista, in antagonismo con i "paruconi" (i nobili al governo). Anche Francesco Loredan, nato il 19 febbraio 1685, fu "un doge" eletto in questo clima carnascialesco tra una cantina ed un "casino", per il semplice fatto che nessuno poteva in ogni caso rinunciare alla carica, pena la confisca dei beni l'esilio o adirittura la morte. Insomma, l'ambitissima carica di un tempo si era tramutata in un capestro! La Quarantia votò il suo nome all'unanimità, il 18 marzo 1752. La nomina gli fu comunicata il 6 aprile dopo le festività di pasqua, prima dell' Ascensione, del Redentore, della "Madonna d'Agosto", giusto in tempo per un nuovo carnevale. I suoi trascorsi non erano stati mirabilianti ma, aveva ricoperto cariche di prestigio soprattutto nella politica interna fino alla nomina di Savio del Consiglio. Il suo dogado trascorse all'insegna del "barocco", per quanto di più esteso possa essere il significato di questo aggettivo applicato all'arte, alla scienza, ed alla vita di tutti i giorni a discapito dell'illuminismo. Il 26 luglio 1755 l'avventuriero Giacomo Casanova fu incarcerato ai "piombi", con buona pace dei suoi detrattori e gran rimpianto di tante dame e serve veneziane, da dove fuggì il 1° novembre 1756, con buona pace inversa. Venezia fu a malappena sfiorata dai devastanti eventi esterni che coinvolsero non solo l'intera comunità europea, in quel periodo, per rimanerne successivamente a sua volta schiacciata e travolta. Ma per la politica interna, le cose importanti furono ancora una volta la promozione a papa Clemente XIII del cardinal Carlo Rezzonico e la "rosa d'oro" regalata dallo stesso papa al doge. Francesco Loredan iniziò ad ammalarsi nel 1755 con grande debilitazione nelle sue funzioni. Al suo capezzale furono chiamati due illustri medici (Stéfani e Reghellini) i quali, secondo il parentado del doge conoscevano tutto lo scibile dell'epoca. L'agonia durò sette anni tra suplizi di ogni genere, perpetrati con ogni mezzo chirurgico ed ogni altra diavoleria conosciuta, tanto da far "scrivere" al "gobbo di Rialto" : Si dice l' un che il doxe è già morto. No dice l'altro che egli è ancor vivo. E s'inganna ciascun che crede morto un che morto non è bensì mal vivo. Chi al corno aspira lo vorrebbe morto, chi ha faccende nel foro lo vorrebbe vivo, i preti e la canaglia lo vogliono morto, ma casa Loredan lo vuole vivo. Tante ciarle si fan per questo morto, che fatte non si son pel Prusso vivo per cui il Settentrione è mezzo morto. Gran ché! ch'abbia a impazzir ognun ch'è vivo per penetrar se il doxe è vivo o morto! Francesco Loredan spirò il 19 maggio 1762, dopo essere riuscito, nonostante tutto, ad assistere a qualche rappresentazione di Carlo Goldoni che un mese prima aveva abbandonato Venezia.Fu sepolto nella chiesa dei SS Giovanni e Paolo ma la sua morte fu tenuta nascosta fino al 25 maggio per non turbare l'andamento della fiera e della festa della "Sensa", festa alla quale non avrebbe mai dovuto mancare il doge, per antonomasia!


 CXVII - MARCO FOSCARINI 1762-1763
Marco Foscarini ( 1762-1763) E' pur vero che la "vecchia signora dell' Adriatico" era ormai avvezza ai brogli della sua cieca classe politica ma, un broglio come quello che portò all'elezione di Marco Foscarini non lo aveva ancora visto. La manovra fu intessuta da Elisabetta Corner, vedova del procuratore Pietro Foscarini cugino di Marco, la quale con grande abilità e disponibilità economica riuscì a creare il vuoto attorno al nome del cugino. Chi non accettava i consigli e magari anche la riconoscenza della ex procuratrice, veniva fatto oggetto di minacce da parte del nutrito manipolo di sgherri e parenti, attorniato dal quale girava per le piazze ed accompagnata nelle case di Venezia. Il 31 maggio 1762, Marco Foscarini di 66 anni fu eletto al primo scrutinio con quaranta voti. Di casato già ricco, aveva accresciuto il suo patrimonio proprio grazie ai lasciti di Pietro, morto lasciando la giovane vedova senza figli ma con l'impegno di star vicino al giovane Marco. La promessa fu mantenuta ed Elisabetta fu talmente vicina a Marco che la cronaca vuole ne fosse diventata l'amante. Il suo cursus honorum fu tutto proteso alla carriera politica, fino alla nomina di Savio del Maggior Consiglio. Fervido sostenitore del conservatorismo più spinto, poco prima della sua nomina a doge, aveva fatto precludere ogni possibile apertura alla democrazia con un discorso tenuto nella sala del Maggior Consiglio, in occasione di un dibattito sulla "correzione del potere dei Dieci", in altre parole aveva convinto tutti che la "Legge non poteva essere uguale per tutti" perché se l'opposto principio illuminista poteva valere per il popolo, lo stesso principio non poteva essere applicato al patriziato che "comandava sul popolo". Dopo un solo mese dall'elezione iniziò ad ammalarsi ed al suo capezzale furono chiamati 16 medici i quali naturalmente, lo curarono con i mezzi e la scienza dell'epoca. La sua sorte finì tra salassi e clisteri, asportazione di calcoli e di emorroidi. Morì il 31 marzo del 1763 e fu sepolto a San Stae. Alla morte il doge lasciò ben 250.000 ducati di debito personale, Elisabetta Corner si ritirò in buon ordine facendo finta di non averlo mai conosciuto.

 CXVIII - ALVISE IV MOCENIGO 1763-1778
Alvise IV Mocenigo (1763-1778) La massima carica, del tutto svilita non interessava più a nessuno. In fondo e da molti secoli, quel simulacro di trono non rappresentava più nessuno, se non se stessi, i propri interessi e quelli dei "feudatari". Del resto Venezia rispecchiò l'intera situazione europea. Infatti, seppur con sistemi di governo e rappresentanza diversi, perpetuò quel sistema oligarchico identico e comune al resto della penisola italica nonché al resto d' Europa, con l'esclusiva diversità nella parvenza di un' elezione del proprio rappresentante, anziché utilizzare la via dinastica, così come accadeva per il papa (nuda: sarebbe interessante capire se fu il clero o Venezia ad inventare questa formula). Solo lo scossone della "Rivoluzione Francese" prima e successivamente i motti operai conseguenti alla rivoluzione industriale fecero capire le vere necessità economico-politiche delle popolazioni, indipendentemente dal tipo di governo. Il 19 aprile 1763 fu eletto all'unanimità l'unico candidato: Alvise IV Mocenigo, nato il 19 maggio 1701(nuda: l'aggettivo cardinale dopo il nome non è dovuto a discendenza ma un distinguo degli storici). Di casato molto ricco,Figlio di Alvise e Paolina Badoer, fin da giovane fu iniziato ad una politica e diplomatica, con tutti gli abiti, gioielli, feste e parrucche consoni al suo rango ed agli ambienti frequentati. La traslazione delle spoglie di Pietro I orseolo fu la sua "grande opera". Sposato con Pisana Corner, Alvise fu padre di sei figli. Con Lui fu "incoronata anche la moglie, in barba ancora una volta alla promisione dogale e fu il primo doge a non essere costretto alla segregazione in palazzo ducale, anzi molto spesso si recò in terra ferma a far visita nei territori della "Serenissima". Che la Repubblica stesse soffrendo un grande disagio fu dimostrato dal depauperamento delle nomine in Maggior Consiglio, nel mentre nei secoli più addietro le famiglie si contesero l'iscizione al patriziato a suon di quatrini. Morto Marco Foscarini dopo aver lasciato ben 250.000 ducati di debito personale, Elisabetta Corner si ritirò in buon ordine facendo finta di non averlo mai conosciuto. Nel 1764, Il poeta Giorgio Baffo (1694-1768- poeta vernacoliere del sesso) dedica un sonetto al duca di York in visita a Venezia che finisce così: Savendo che ghe piase assae la dona pensa alla so morosa, e co rason, de metterghe 'l lucheto sulla mona. (libera interpretazione d.a: Sapendo che gli piacciono assai le donne lui pensa, con ragione, alla sua fidanzata si... ma di metterle la cintura di castità) Il 22 febbraio 1774 lo stesso Maggior Consiglio fece pubblicare un bando, nel quale si dichiarava la "gratuita" iscrizione all'"albo d' oro" a 40 famiglie (nda: con determinati requisiti) che ne avessero fatto richiesta. Si iscrissero 9 nomi. Il gioco del lotto, della zecchinetta e quant'altro, aveva mandato sul lastrico innumerevoli famiglie: il 27 settembre 1774 il "Ridotto" fu chiuso per decreto. Il dogado di Alvise IV Mocenigo finì il 31 dicembre 1778, fu sepellito nella tomba di famiglia nella chiesa dei SS Giovanni e Paolo dove due anni prima l'aveva preceduto la dogaressa sua consorte.

CXIX - PAOLO RENIER 1779-1789
Paolo Renier (1779-1789) Il soglio di Paolo Renier fu acquistato, soldi alla mano, comperando i voti a 15 zecchini d'oro ciascuno. Il doge fu eletto all'età di 69 anni con 40 voti al primo scrutinio dopo aver corrotto 300 consiglieri della penultima tornata. L'unico voto mancante fu quello del fratello .... Iscritto alla società dei "Liberi Muratori" , la sua carriera fu all'insegna del più moderno ed allo stesso tempo retrivo modo conservatore di far politica. Capace di una grande "ars oratoria" egli fu la quintescenza del "fate quel che vi dico, non fate quel che faccio!". Inizialmente rivoluzionario fino all' estremo attacco contro gli inquisitori di stato per l'arresto di Angelo Querini (nda:patrizio illuminista) ed al Consiglio dei Dieci, finì per adeguarsi a tutto con la nomina di "Bailo di Costantinopoli" ad esercitare la corruzione per la propria carriera stessa e diventare, prima di essere eletto, inquisitore di stato. Mal sofferto dal popolo e dai nobili decaduti, fu costretto a mettere ulteriormente mano al portafoglio per accattivarsi le simpatie, senza accorgersi che il malumore proveniva da molto più lontano: era la rinata voglia di democrazia. Egli stesso precedentemente promotore di riforme assieme ai difensori dei diritti dei "barnabotti" ( nobili decaduti abitanti case dello stato nel sestiere di San Barbaba) finì da doge, con l'arrestare gli avvocati Giorgio Pisani e Carlo Contarini, i quali furono confinati rispettivamente a Verona e a Cattaro nel maggio del 1780. Nel suo insieme il dogado scorse come o forse meglio che nelle altre capitali europee, non vi furono guerre o eventi straordinari degni di essere ricordati se non grandi visite di signorie, imperatori e duchi da ogni parte per visitare quello che già era un museo vivente all'aperto. Paolo Renier morì, dopo 37 giorni di malattia, il 13 febbraio 1789 (nda: poco prima della presa della Bastiglia in Francia, da parte dei rivoluzionari). Per non turbare il carnevale che imperversava la notizia fu data il 2 marzo, giorno delle ceneri. Il cadavere fu seppellito a San Nicolò dei Tolentini.  

CXX - LUDOVICO MANIN 1789-1797
Lodovico Manin (1789-1797) Ultimo doge della "Serenissima Repubblica". Pietro Gradenigo, di casato discendente dalle famiglie apostoliche e avversario prima dell'elezione commentò così il fatto: I gà fato doxe un furlan. La Republica xe morta. (Hanno proclamato doge un friulano. La Repubblica è morta) Lodovico Manin, nato il 14 maggio 1725, fu eletto il 9 marzo 1789 con 28 voti al primo scrutinio. Il suo casato era stato iscritto al patriziato veneto con diritto di voto nel Maggior Consiglio nel 1651, dietro il corrispettivo di 100.000 ducati. La sua carriera fu di tipo militare e politica. A ventisei anni era diventato "capitano d'armi " a Venezia, successivamente "capitano reggente" a Verona e Brescia. A 39 anni divenne Procuratore di San Marco. Il suo insediamento fu festeggiato con la spesa di 500.000 lire veneziane e contribuì ai bisogni del patriziato decaduto con 10.000 ducati, inimicandosi con questa ultima elargizione tutto il resto della popolazione povera (praticamente quasi tutta) che così definì il doge neo eletto, sposato con Elisabetta Grimani: El doxe Manin dal cuor picinin l'è streto de man l'è nato furlan. (Il doge Manin dal piccolo cuore, è stretto di mano perchè è nato friulano) In Francia iI 5 maggio 1789 iniziarono i tumulti che portarono alla rivoluzione francese, con tutte le conseguenze europee, sia sul lato politico che quello economico. Venezia non seppe far di meglio che dichiararsi ancora una volta neutrale. Nulla valse la requisitoria di Francesco Pesaro che propose almeno una "neutralità in armi". Il 2 gennaio 1793 il senato accettò le credenziali dell'ambasciatore della "Repubblica Francese" ed il 30 luglio 1795 a Parigi si insediò l'ambasciatore veneziano Alvise Querini. Il 1795 è ancora all'insegna del carnevale e dello "sponsal sul mar" ( sposalizio del mare). Il 1° giugno 1796 Francesco Foscarini, provveditore generale di Verona, aprì le porte ai francesi. Nella capitale si cominciò ad intuire che le cose non si stavano mettendo alla meglio ed iniziarono le interpellanze diplomatiche ma ormai fu troppo tardi. Dall' Istria alla Lombardia i territori veneti divennero permanenti campi di battaglia tra francesi ed austriaci. Nel 1797 Napoleone Buonaparte convinse il Direttorio francese a lasciargli mano libera sulla questione italiana e nel giro di pochi mesi le truppe del giovane generale dilagarono in tutto il settentrione d'Italia. Dopo la conquista del Friuli a nulla valse l'offerta di una rendita di 25.00 ducati annui per attenuare la pressione sulla capitale. Il 15 aprile il generale Junot, incaricato da Napoleone recapitò al doge una lettera di ultimatum con esplicite accuse di tradimento. Plateale fu anche la replica in senato di Marcantanonio Michiel che concluse così il suo discorso: << Perire, ma perdere da forti... e no da porci!>>. Il 20 aprile, i cannoni di forte Sant' Andrea ( situato nell'isola delle Vignole, all' imbocco delle bocche di porto di San Nicolò del Lido) spararono le uniche salve della loro storia, contro la nave francese "Liberatore d'Italia" affondandola e uccidendone il capitano. Il 25 aprile,da Graz Napoleone fece sapere che nei confronti di Venezia si comporterà come Attila, mentre le sue Truppe già sipresentavano alle porte della città dopo aver distrutto tutte le minime resistenze ed occupato la città di Mestre. Il 30 aprile, nella sala del Maggior Consiglio si riunirono tutti i "parrucconi privi di cervello"( così come definita la nobiltà dirigente, dal giovane "giacobino" poeta Ugo Foscolo), per tentare di programmare una strategia contro "sier spavento" (signor spavento) Napoleone e la Francia. La nota che ne uscì da tale riunione fu sostanzialmente questa: << 'sta note no semo sicuri gnaca del nostro leto - Questa notte non saremo sicuri nemeno nel nostro letto!>> Il 4 maggio, su commissione di Napoleone furono arrestati gli inquisitori di stato. Il 12 maggio senza alcuna resistenza, il doge depose le insegne dogali davanti ad un numero di gran lunga inferiore ai 600 consiglieri del Maggior Consiglio prescritto per legge. L'abdicazione avvenne a favore di una fantomatica "Municipalità provvisoria". Il 14 maggio il doge lasciò il palazzo ducale ed in città entrarono le truppe francesi. Il 16 maggio fu firmato il trattato di sottomissione alla Repubblica Francese ed il 4 giugno, a commemorazione dell' insediamento del governo provvisorio fu dichiarato "giorno della libertà" e festa nazionale. Il doge si ritirò a vita privata nel suo palazzo di San Stae, dove morì il 24 ottobre 1802. Le sue spoglie furono deposte nella chiesa degli "Scalzi", vicinissima all'odierna stazione ferroviaria di Santa Lucia.

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LA STORIA DEI DOGI TERMINA QUI

Qualche critico avrebbe ancora la pretesa appiccicare a Venezia degli estemporanei stereotipi che non merita. E' impensabile poter sintetizzare in alcuni vocaboli una intera civiltà che ebbe origine con i paleoveneti ( agli albori del 1° millennio avanti cristo), passando attraverso i domini romani, la fine dello stesso impero, le scorribande di tutte le tribù provenienti dai quattro punti cardinali, gli inizi dell'impero romano d'oriente, la fine di quest'ultimo, tutte le vicissitudini delle dinastie turco-ottomane, nonché di tutte quelle italico-europee fino alla fine ,e con tutte le conseguenze che tutto ciò ha comportato.

Una cosa non può essere certamente discussa: la sua grandiosa originalità, dovuta a intere generazioni "originali", multietniche e perfettamente integrate.
Agli inizi certamente molto combattiva e litigiosa. Combattiva e dominante nel medio periodo. Commerciante ed esosa in un periodo successivo. Vanagloriosa ed indifferente nei secoli a venire.

Sempre indipendente, tollerante sagace e ruffiana come Cecilia Zen Tron la quale, donna (nobile ma pur sempre donna) di cittadinanza veneziana, a dispetto dell'universale mala condizione umana femminile riuscì a controbattere così ad una provocazione affissa al pubblico ludibrio, sulla compravendita di un palco a teatro:

Brava la Trona ( Brava la Cecilia Tron)
La vende el palco ( vende il palco)
più caro de la mona (più caro della vendita del proprio sesso)
:

RISPOSTA! :
La Trona (Cecilia Tron)
la mona (il proprio sesso)
la dona (lo regala)

Così fu e probabilmente rimarrà Venezia,
fino a quando vi abiteranno dei veneziani,
indipendentemente dalle sofferenze e dalle umiliazioni subite:

PROVOCATRICE & PUTTANA
(nel senso più alto e retorico dei suoi significati)

Franco Prevato
Bibliografia
I Dogi  di Claudio Rendina
Venezia Ducale di Roberto Cessi
Altino meievale e moderna
di Ivano Sartor - Ed Com. Altino

Storia Universale di Cambridge
-  Rizzoli
Venezia è caduta, di Paolo Scandaletti, Neri Pozza Ed. 1997
Delle Arti e del Commercio, Antonio Zanon, 1764
Storie di Venezia di Fredric C. Lane - Einaudi
Mercanti, navi,monete nel cinquecento veneziano  di Ugo Tucci  - Il Mulino
I Veneti di  Loredana Capuis  - Longanesi
Pietre e legni dell'Arsenale di Venezia di U. Pizzarello & V. Fontana - Coop L'altra riva di VE
Encicopedie
"Treccani"  - "Britannica"
E le  innumerevoli pubblicazioni di Alvise Zorzi
"Dizionario del Dialetto Veneziano" - Giuseppe Boerio - ed. Giunti 


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