SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
VINCENZO GEMITO

Pittore e celebre scultore

Vissuto a cavallo tra ottocento e novecento VINCENZO GEMITO fu uno degli artisti più rappresentativi della Napoli dell’epoca. Personaggio romanzesco, ebbe una vita difficile, con non poche contrarietà, che lo portarono anche alla follia, che fu però fonte della sua arte meravigliosa.

Vincenzo Gemito nacque il 16 luglio del 1852, e il giorno successivo la madre, rimasta ignota, lo depositò nella ruota dell’Annunziata, ricovero per i trovatelli della città. Aveva l’orecchio destro bucato da un cerchietto d’oro, e fu registrato all’anagrafe come Vincenzo Genito, che divenne poi Gemito per un errore di trascrizione.

Il 30 luglio fu adottato da una giovane napoletana, Giuseppina Baratta, cui era appena morto il figlio neonato, e con lei visse gli anni dell’adolescenza adattandosi ai mestieri più umili, come apprendista di un fabbro, di un muratore e di un sarto e come garzone di un bar.
Nel 1864 si iscrisse all’Istituto di Belle Arti e qui conobbe i più importanti artisti dell’epoca; fu amico del pittore Antonio Mancini e allievo degli scultori Emanuele Caggiano e Stanislao Lista. A questo periodo risalgono le sue prime importanti opere, tra cui Il Giocatore, acquistata da Vittorio Emanuele II, il Malatiello e il famoso busto di Giuseppe Verdi.
Nel suo studio sulla collina del Mojarello, e poi da quello nei pressi del Museo Archeologico, produsse numerosissimi ritratti in bronzo e le famose sculture del Pescatorello e del Pescatore, che divennero un soggetto classico della scultura napoletana dell’800 e del ‘900.

Nel 1877 Gemito si trasferì a Parigi, con studio al n.8 dell’Avenue du Bois de Boulogne, partecipò con successo a numerosissime esposizioni, e ritrasse i più noti personaggi parigini, tra cui il pittore Meisonnier e l’oculista Landolt.
Tornato a Napoli nel 1880 vi impiantò una propria fonderia, in via Mergellina 200 e, negli stessi anni, ricevette l’incarico di realizzare della statua di Carlo V, da collocare sulla facciata di palazzo Reale. L’importante incarico però gli causò non pochi problemi, perché egli, che aveva da sempre una forte avversione per il marmo, non fu soddisfatto della propria opera ed iniziò così a manifestare i primi segni dell’esaurimento psichico.

Dopo un breve soggiorno nella casa di cura Villa Fleurent, si chiuse in isolamento volontario nella sua casa di via Tasso, ove rimase dal 1887 al 1909. In questo ventennio difficile l’artista riscosse con le sue opere grandi successi, grazie all’intercessione dei suoi tanti estimatori, napoletani e parigini. Nel 1906 morì anche la moglie, Anna Cutolo, e restarono con lui ad assisterlo la figlia Giuseppina e l’anziano patrigno Francesco Jadicicco, quel ‘Masto Ciccio’ che era stato il suo modello per la realizzazione del celebre Filosofo.

Nel 1909 Gemito uscì finalmente dall’isolamento, dopo la visita di Elena d’Orleans, moglie del Duca d’Aosta, ed iniziò di nuovo a viaggiare e a lavorare: si recò a Roma e nuovamente a Parigi, tornando poi a Napoli ove era ormai conosciuto ed apprezzato; qui negli ultimi anni di vita eseguì, tra l’altro, il bel ritratto di Raffaele Viviani e numerosi studi sul tema del volto di Alessandro Magno. Nel 1911 quando La Gioconda venne rubata dalle sale del Louvre l’anziano maestro fu intervistato dal ‘Mattino’, e al cronista disse: ‘non si deve mai punire nessuno in questi casi. I quadri rubati dovrebbero essere riportati dai ladri stessi. Dovrebbero sentire la forza dell’arte. Non è un furto. Deve essere un miliardario che se ne è appassionato…e chissà quando la riconsegnerà…ma che fa…La Gioconda non la distrugge nessuno…ritornerà al mondo, chi sa fra quanto tempo, ma ritornerà’, poi, indicando il suo Pescatore in oro aggiunse: ‘le nostre opere corrono pericolo’.

Trasferitosi da via Tasso al vicino Parco Grifeo Gemito morì dopo breve malattia il primo marzo del 1929. Aveva lavorato fino all’ultimo intensamente e scrupolosamente e un aneddoto lo dimostra: si racconta infatti che un giorno egli era atteso in casa del pittore Volpe per una colazione in onore di Antonio Mancini e qui arrivò in ritardo, stanco e trafelato. Il padrone di casa si informò di cosa fosse accaduto e il vecchio artista rispose: ‘Aspettavo il facchino per consegnargli una statua e il facchino non è venuto’, l’ospite gli chiese allora se ne avesse cercato un altro, ma si sentì dire: ‘Nonsignore, m’aggio miso ‘a statua ncuollo e nce ll’aggio purtata io stesso a ‘o cliente’.


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