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PERSONAGGI
DON LUIGI STURZO (2 di 4)

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(suggeriamo anche se ci ripetiamo in qualcosa,
di leggere i singoli periodi in RIASSUNTI STORIA D'ITALIA )

"APPELLO
A TUTTI GLI UOMINI LIBERI E FORTI"

(nello stesso giorno (18 gennaio 1919) che si apriva a Parigi la conferenza per la Pace,
Don Sturzo, a Roma, da una camera d'albergo dell'albergo santa Chiara, lanciava questo appello al Paese" e tracciava il programma del suo nuovo Partito Popolare; poi nel successivo Congresso di Bologna del 14-16 giugno, illustrava la Costituzione e le finalità del nuovo Partito.



APPELLO AL PAESE

18 gennaio 1919

"A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini supremi della patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e di libertà. E mentre i rappresentanti delle nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni Paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei princìpi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali del lavoro, a sviluppare le energie spirituali e materiali di tutti i Paesi uniti nel vincolo solenne della "Società delle Nazioni".

E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società.
Perciò sosteniamo il programma politico, morale patrimonio delle genti cristiane, ricordato prima da parola augusta e oggi propugnato da Wilson come elemento fondamentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse; perciò domandiamo che la società delle nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l'avvento dei disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza della sanzione e dei mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffattrici dei forti.

Al migliore avvenire della nostra Italia - sicura nei suoi confini e nei mari che la circondano - che per virtù dei suoi figli nei sacrifici della guerra ha con la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldata la coscienza nazionale, dedichiamo ogni nostra attività con fervore d'entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi.
A uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell'istituto parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto alle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali, vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l'autonomia comunale, la riforma degli enti provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.

Ma sarebbero vane queste riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova società, il vero senso di libertà rispondente alla maturità civile dei nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa non solo agl'individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo, libertà di insegnamento senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.
Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse a nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica, e attingere dall'anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all'autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale.

Le necessarie e urgenti riforme nel campo della previdenza e della assistenza sociale nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici mentre l'incremento delle forze economiche del Paese, l'aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo, la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l'analfabetismo varranno a far superare la crisi del dopoguerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati della vittoria.

Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, ispirandoci ai saldi princìpi del cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell'Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi, di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni idealità, di fronte a vecchi liberalismi settari che nella forza dell'organismo statale centralizzato resistano alle nuove correnti affrancatrici.

A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell'amore della patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degli interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito popolare italiano facciamo appello e domandiamo l'adesione al nostro programma.

Roma, 18 gennaio 1919

La Commissione Provvisoria: on. avv. Giovanni Bertini, avv. Giovanni Bertone, Stefano Cavazzoni, conte Giovanni Grosoli, on. dr. Giovanni Longinotti, on. avv. Angelo Mauri, avv. Umberto Merlin, on. avv. Giulio Rodinò, conte avv. Carlo Santucci, prof. don Luigi Sturzo, segretario politico

* * *

PROGRAMMA DEL PARTITO POPOLARE ITALIANO

I. Integrità della famiglia. Difesa di essa contro tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento. Tutela della moralità pubblica, assistenza e protezione dell'infanzia, ricerca della paternità.

II. Libertà di insegnamento in ogni grado. Riforma e cultura, diffusione dell'istruzione professionale.

III. Riconoscimento giuridico e libertà dell'organizzazione di classe nell'unità sindacale, rappresentanza di classe senza esclusione di parte negli organi pubblici del lavoro presso il Comune, la Provincia, lo Stato.

IV Legislazione sociale nazionale e internazionale che garantisca il pieno diritto al lavoro e ne regoli la durata, la mercede e l'igiene. Sviluppo del probivirato e dell'arbitrato per i conflitti anche collettivi del lavoro industriale e agricolo.
Sviluppo della cooperazione. Assicurazioni per la malattia, per la vecchiaia e invalidità e per la disoccupazione. Incremento e difesa della piccola proprietà rurale e costituzionale del bene di famiglia.

V. Organizzazione di tutte le capacità produttive della nazione con l'utilizzazione delle forze idroelettriche e minerarie, con l'industrializzazione dei servizi generali e locali. Sviluppo dell'agricoltura, colonizzazione interna del latifondo a coltura estensiva. Regolamento dei corsi d'acqua. Bonifiche e sistemazione dei bacini montani. Viabilità agraria. Incremento della marina mercantile. Risoluzione nazionale del problema del mezzogiorno e di quello delle terre riconquistate e delle province redente.

VI. Libertà e autonomia degli enti pubblici locali. Riconoscimento delle funzioni proprie del Comune, della Provincia e della Regione in relazione alle tradizioni della nazione e alle necessità di sviluppo della vita locale. Riforma della burocrazia. Largo decentramento amministrativo ottenuto anche a mezzo della collaborazione degli organismi industriali, agricoli e commerciali del capitale e del lavoro.

VII. Riorganizzazione della beneficenza e dell'assistenza pubblica verso forme di previdenza sociale. Rispetto della libertà delle iniziative e delle istituzioni private e di beneficenza e assistenza. Provvedimenti generali per intensificare la lotta contro la tubercolosi e la malaria. Sviluppo e miglioramento dell'assistenza alle famiglie colpite dalla guerra, orfani, vedove e mutilati.

VIII. Libertà e indipendenza della Chiesa nella piena esplicazione del suo magistero spirituale. Libertà e rispetto della coscienza cristiana considerata come fondamento e presidio della vita della nazione, delle libertà popolari e delle ascendenti conquiste della civiltà nel mondo.

IX. Riforma tributaria generale e locale, sulla base della imposta progressiva globale con l'esenzione delle quote minime.

X. Riforma elettorale politica con il collegio plurinominale a larga base con rappresentanza proporzionale. Voto femminile. Senato elettivo con prevalente rappresentanza dei corpi della nazione (corpi accademici, Comune, Provincia, classi organizzate).

XI. Difesa nazionale. Tutela e messa in valore della emigrazione italiana. Sfere di influenza per lo sviluppo commerciale del Paese. Politica coloniale in rapporto agli interessi della nazione e ispirata a un programma di progressivo incivilimento.

XII. Società delle nazioni con i corollari derivanti da una organizzazione giuridica della vita internazionale: arbitrato, abolizione dei trattati segreti e della coscrizione obbligatoria, disarmo universale.

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PREMESSA
* Ricordiamo qui, che a Parigi il 28 aprile si è costituita la Società delle Nazioni.
* Il 6 giugno Mussolini ha esposto il programma dei Fasci di combattimento, accusando non solo Wilson (come ha già fatto Salvemini) di applicare i principi della pace democratica solo in funzione antitaliana, ma accusa anche i socialisti di avere un atteggiamento pacifista in politica estera e di propagandare idee dissolutrici della disciplina sociale all'interno.
* Il 10 giugno infine, nasce la "questione di Fiume"; nelle spartizioni la città è negata all'Italia.
* Il 5-8 ottobre si svolge a Bologna il XVI congresso nazionale del PSI. Prevalgono i massimalisti, in vista della presa del potere da parte del proletariato, in contrasto con la linea riformista. I socialisti camminano verso la spaccatura di Livorno del gennaio 1921, con una corrente che darà vita al Partito Comunista Italiano.

COSTITUZIONE,
FINALITA' E FUNZIONAMENTO DEL PARTITO POPOLARE ITALIANO
(Discorso di Don Sturzo al Primo Congresso dei Popolari a Bologna - 14-16 giugno 1919)

"Il Partito popolare italiano si presenta in congresso nazionale dopo quasi cinque mesi di vita come un partito maturo delle sue sorti e sicuro del suo avvenire. Mai come oggi ci siamo sentiti uniti e forti in una idea madre, che tutte le altre contiene in sé e di sé valorizza: l'idea di potere liberamente, con le nostre forze e con la nostra responsabilità, partecipare alla vita della nazione, per darvi un impulso nuovo, per cooperare, in un'ora supremamente difficile, alla salvezza della nostra Italia da oppressioni interne e straniere, per sventolare quella bandiera di libertà e di giustizia, che agli altri partiti non è dato poter fare, per intima contraddizione programmatica e pratica, ma che noi possiamo, nella più pura concezione della vita, anche pubblica, ispirata ai supremi princìpi del Vangelo.

Così nacque, nelle trepide discussioni del dicembre scorso, il nostro partito; e così fu segnato nei punti programmatici e nell'appello del gennaio (vedi sopra - Ndr.) quando pochi iniziatori, interpreti del pensiero di una corrente irrefrenabile, si fecero da soli, sicuri dell'esito, promotori del nuovo partito.
Voi che oggi siete qui convenuti a Bologna, rappresentate il vasto, cordiale, fiducioso consenso, che da un capo all'altro del nostro Paese esplose dall'animo di quanti aspiravano a un partito, che non avesse legami col passato, che non sognasse materialismi etico-sociali, né anticlericalismi di maniera; né si attardasse in concezioni equivoche di appoggio a quell'ombra di vita quale è il vecchio liberalismo nello sfacelo di ordinamenti sorpassati, nel dissolvimento di una compagine sociale fittizia; ma che per sé stante traesse dalle idealità cristiane la sua ispirazione e dalla balzante realtà politica e sociale il suo orientamento pratico e la sua forza organizzativa.
Nel campo della borghesia professionista e studiosa, per il lungo e perseverante infiltramento di una filosofia anticristiana e materialista, per l'influenza massonica negli studi e negli ordinamenti statali, per una amoralità sistematica nel campo degli affari e nella economia capitalistica, è stato alimentato il pregiudizio anticlericale e laico, che in molti si è fermato a una concezione antitetica col sentimento nazionale e con la supremazia statale, elevata a primo etico della vita pubblica. In altri il pregiudizio è arrivato fino alla lotta antireligiosa non solo negli elementi educativi e morali ma persino nelle manifestazioni di gerarchia e di culto.
Bisognava rompere il cerchio assiderante che metteva quasi fuori della
vita pubblica coloro che non accettavano e contrastavano questa ambientazione di pensiero, con l'accusa di antipatriottismo, e che negava a coloro che apertamente professano la religione cattolica e cercano di trarre da essa ispirazioni pratiche di vita sociale, ogni diritto di essere e di rappresentare una massa organizzata nelle grandi assise della nazione.
D'altra parte i continui monopoli di fatto di ogni organismo del lavoro affidato o concesso ai socialisti e alle organizzazioni sindacali e cooperative e il prepotere di esse nella vita pubblica alimentavano la tendenza a confondere con il più grosso materialismo economico e con la più accesa lotta di classe il diritto alle conquiste economiche e politiche del proletariato.
Occorreva rompere gli indugi, in un momento di profonda trasformazione storica della società, e polarizzare verso una sintesi politica le correnti cristiane di pensiero e di azione e le organizzazioni sociali e le forze proletarie, e distinguerle in uno sforzo di autonomia, e per contenuto e per tattica, da precedenti tentativi o da altri partiti, che con sintesi parziali tentavano guadagnarle o assorbirle.
Il titolo `Partito popolare italiano' volle essere la sintesi nominale di questo pensiero, e racchiuderne il contenuto, e volerne la specificazione e la personalità; perché nel concetto di popolo si volle trovare quella integrazione sostanziale di unità nazionale e di ragione sociale, di libertà insieme e di organizzazione, di forza politica e di valore morale, che segna le conquiste ascensionali della storia umana, da quando tutti gli uomini furono chiamati popolo eletto, plebe santa, popolo cristiano.

L' ANIMA CRISTIANA

È superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il cattolicismo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall'inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione.
Sarebbe illogico dedurre da ciò che noi cadiamo nell'errore del liberalismo, che reputa la religione un semplice affare di coscienza, e cerca quindi nello Stato laico un principio etico informatore della morale pubblica; anzi è questo che noi combattiamo, quando cerchiamo nella religione lo spirito vivificatore di tutta la vita individuale e collettiva; ma non possiamo trasformarci da partito politico in ordinamento di Chiesa, né abbiamo diritto di parlare in nome della Chiesa, né possiamo essere emanazione e dipendenza di organismi ecclesiastici, né possiamo avvalorare della forza della Chiesa la nostra azione politica, sia in parlamento che fuori del parlamento, nella organizzazione e nella tattica del partito, nelle diverse attività e nelle forti battaglie, che solo in nome nostro dobbiamo e possiamo combattere, sul medesimo terreno degli altri partiti con noi in contrasto.

Con questo noi non vogliamo disconoscere il passato di quella azione elettorale, che dal 1874 in poi le organizzazioni cattoliche italiane, sotto diversi nomi, con adattamenti locali e con limiti imposti nel campo elettorale politico, poterono tentare e svolgere - non solo sotto il concetto di difesa dei princìpi religiosi contrastati da una politica anticlericale, che imperversava come politica nazionale, che temeva l'influenza della Chiesa e del papato nella vita italiana - ma anche con una formazione iniziale e pratica di un contenuto sociale e amministrativo che è servito a maturare un vero e vasto programma di riforme politiche, quale è stato formulato oggi dal Partito popolare italiano. E si deve anche riconoscere che l'aspro e difficile cammino, compiuto in 40 anni di tentativi e di sforzi nella vita pubblica italiana dalle organizzazioni cattoliche, senza la vera figura di un partito politico, in condizioni impari e con tutte le diffidenze e i pregiudizi antipatriottici creati da una scuola anticlericale, è valso a far rivalutare nella coscienza di tutti il dovere morale di partecipare
alla vita pubblica della nazione, senza restrizioni, per portarvi quello spirito cristiano di riforme sociali, economiche e politiche che possano contrastare al materialismo e al laicismo di cui è imbevuta la società presente, che ne ha fatto così triste esperimento in cinque anni di cataclisma, e che ne vede gli effetti in quella conferenza di Parigi che si sperò invano dovesse segnare il trionfo di princìpi morali e spirituali nel mondo.

Oggi era maturo un atto, che, senza costituire una ribellione, fosse invece l'affermazione nel campo politico della conquista della propria personalità, e potesse chiamare a raccolta quanti, senza nulla attenuare delle proprie convinzioni religiose da un lato, e senza menomazioni esterne nell'esercizio della vita civica e politica dall'altro, potessero convenire in un programma e in un pensiero politico, non di semplice difesa ma di costruzione, non solo negativo ma positivo, non religioso ma sociale.
Così, nell'appello lanciato ai liberi e ai forti, i promotori hanno inteso chiamare non solo quelli che hanno militato fin oggi e militano ancora nelle organizzazioni cattoliche o nelle leghe sociali cristiane o in qualsiasi altra forma di associazione economica o religiosa, le quali hanno finalmente visto valorizzato nel campo politico quel contenuto ideale e pratico che era ragione e forma della loro attività; ma anche coloro che, non militando nelle unioni di azione cattolica sia pure per diffidenze o per pregiudizi diffusi e non controllati nell'ambiente nel quale sono vissuti, consentono e mentalmente e praticamente al programma e alle finalità del Partito popolare, e trovano nel campo politico la polarizzazione naturale delle proprie tendenze e delle proprie convinzioni. Agli uni e agli altri, già entrati fidenti nel partito, e oggi uniti in questa prima grande affermazione nazionale, io dico che, con la loro adesione, essi cementano quella unità politica che deve essere fatta di convergenze ideali, di animosa fattività, di spirito di lotta e di ferrea disciplina.

AFFERMAZIONI PROGRAMMATICHE

Da questa concezione sintetica e da questa visione politica è venuto fuori lo schema del nostro programma. Esso è riassunto nell'appello che lo precede, e ha un significato teorico e una portata pratica che è bene esaminare. Non rifarò certo l'analisi dei punti del nostro programma, né lo illustrerò nella portata particolare delle singole affermazioni. Solo mi preme constatare che un programma politico non è né un elenco di proposizioni dogmatiche, né una lettera morta, come fissata in un ordine testamentario, che è al di fuori di noi stessi. Il programma è anzitutto una realtà, e come tale è vivente e si evolve, si specifica, crea attorno a sé la battaglia come teoria e come pratica, e segna nel suo sviluppo il cammino e il progresso del partito.
Le stesse verità etiche contenute nel programma, la stessa ispirazione cristiana che pervade la visione concreta dei problemi e delle soluzioni ivi accennate, che sono il profondo pensiero della umanità specialmente dopo la predicazione del Vangelo, non possono divenire contenuto specifico e pratico di un programma politico, se non quando sono posti come problemi reali e presenti nella vita pubblica del momento che si attraversa, e prospettati sotto l'angolo visuale caratteristico dell'attività di un partito.

Così, mentre la integrità della famiglia attraverso i secoli ha avuto lotte e polemiche religiose, filosofiche o morali, e per i cattolici nella sua specifica ragione religiosa è un soggetto di fede dogmatica e di disciplina morale, diventa nel campo delle attività legislative un problema politico, il fondamento etico di una ricostruzione sociale, quale noi vogliamo attraverso una legislazione che meglio ne tuteli lo sviluppo, la forza morale, la ragione sociale e organizzativa della nazione.

In questo senso il nostro programma sarà da noi elaborato e concretizzato nella vita quotidiana di studi, di lotte, di polemiche, di contributo legislativo, di attività, di trionfi e di sconfitte; e tutto contribuirà a renderci sempre più vicini
alla realtà della vita, non attraverso puri schemi mentali o ordini del giorno, che assolvano allo sforzo verbale di un adattamento alla media delle nostre assemblee, ma attraverso opere ricostruttive e sforzi pratici per l'attuazione concreta nella realtà.
Ecco perché io credo che il congresso oggi non possa entrare nel dettaglio dei dodici punti del programma: trasformeremmo l'assemblea stessa in una vana accademia e ripeteremmo vecchi errori di nominalisti e di concettualisti; ma accettati, come di fatto, la linea sintetica e il valore morale del programma del partito, occorre invece cominciare la elaborazione di esso di fronte alla realtà contingente quale oggi ci viene messa dinanzi. Pertanto sono stati messi all'ordine del giorno del congresso tre temi: quello sociale, quello politico, e quello tattico, come tre punti nei quali cercheremo di trovare la convergenza del nostro programma al momento che si attraversa, per valorizzarlo nella pratica: non come la semplice concezione del filosofo che trova la legge astratta dal concreto della vita; ma come la visione sintetica dell'uomo politico che porta nel concreto della vita la convinzione dei suoi princìpi formulati in una concezione astratta o meglio ideale.

Qualcuno osserva che nel programma vi sono affermazioni o enumerazioni di problemi, e non le soluzioni pratiche. Non poteva essere diversamente; mentre i princìpi etico-politici derivanti dai due punti fondamentali del programma, giustizia e libertà, sono le affermazioni che trasportano la teoria nel campo della realtà politica, così il contingente politico, che è attuazione, troverà la sua soluzione mano mano che si presenta o che si pone, sotto forme e contenuto diverso; per cui non possiamo che trovare una linea di approssimazione, una via di tendenze, una soluzione temporanea, che chiami altre approssimazioni, altre tendenze, altre soluzioni, nel divenire perenne che è la vita, nel continuo intersecarsi di forze contrastanti e di elementi contradditori pur ispirati a princìpi fermi e solenni, che danno la guida della luce nel mondo.

Il nostro programma, concepito così come ragione dinamica di un intero organismo, sarà il punto di partenza oggi alle nostre discussioni nei temi specifici posti in congresso come nel fatto è stato il punto di partenza all'azione pratica che abbiamo iniziato nei pochi mesi della nostra attività.

L'ORGANIZZAZIONE

E' a tutti noto quale sia stata la nostra azione di partito dal 18 gennaio a oggi: quasi cinque mesi di incessante lavoro, per potere arrivare a questa prima nostra affermazione nazionale con una maturità che deve, lo spero, renderci fiduciosi del nostro avvenire. Il nostro primo compito era l'organizzarci al centro e alla periferia, e posso riassumere i dati che a tutt'oggi risultano, come una approssimazione della realtà perché molti elementi sono sfuggiti per mancanza di corrispondenza, altri non si sono potuti apprezzare direttamente per difficoltà di conoscenza, per imprecisione di rapporti, per facili deficienze che in un'azione rapida e vivace non potevano affatto mancare. In ogni capoluogo di provincia, in forma provvisoria, per incarico del centro o per designazione di convegni e di assemblee locali, è stato costituito un comitato o una commissione di propaganda; su 69 province solo in undici mancano i comitati e vi sono dei corrispondenti.

Questo organismo importante e delicato assumerà dopo il congresso forma definitiva e carattere costituzionale, con norme già deliberate e rese pubbliche; in modo da dare a tali centri l'autorità e la rappresentanza che viene dalla regolare elezione fatta dalle sezioni esistenti nella provincia.
Tanto più interessa che questi organismi siano definitivi e rappresentino direttamente le forze organizzate, in quanto che alla vigilia delle elezioni generali politiche (che speriamo siano fatte con lo scrutinio di lista e a rappresentanza proporzionale) (del 16 novembre - Ndr.) s'impone la coordinazione delle forze, che può essere fatta localmente dai centri provinciali. In tali organismi si è dato posto ai rappresentanti del gruppo dei consiglieri provinciali iscritti al partito, per coordinare la loro azione a
mministrativa alle direttive politiche del partito.

Ai comitati provinciali si allacciano le commissioni o comitati collegiali o intercollegiali, che non hanno una funzione specifica e autonoma, ma che possono solo servire da elemento coordinatore e di propaganda alla dipendenza dei comitati provinciali. Gli organismi però che sono la forza e la base del partito, e che devono da soli o uniti compiere una vera funzione politica, sono le sezioni comunali.
Fin oggi il numero delle sezioni approvate arriva a 850; e gli iscritti tesserati a 55.895, però alla segreteria centrale vengono segnalate dall'ufficio stampa molte altre sezioni (circa 200) che non hanno ancora mandato il verbale né ottenuta l'approvazione. Così l'ufficio contabile segnala 106.135 tessere inviate, dietro richiesta, a comitati, a sezioni e a incaricati e ogni giorno arrivano lettere di regolarizzazione. Se si pensa che è stato difficile improvvisare dei propagandisti del partito e se si rileva che ogni giorno affluiscono al centro richieste di conferenzieri e di organizzatori, sì da non dare il tempo a rispondere; se si rileva il numero dei comizi, convegni locali e provinciali tenuti in questi pochi mesi di attività; se si rileva l'adesione data al partito da 20 giornali quotidiani e da 51 settimanali; se si nota il movimento di lettere e telegrammi, oltre 7.000; e ciò con pochi uomini e con pochi mezzi, si può di sicuro dire che la formazione del partito era matura nella coscienza popolare, e che solo mancava la prima scossa per richiamare alla nuova attività politica una parte cospicua del nostro Paese.

Anche dalle terre redente sono venute voci di simpatia e di adesione, e alla presenza nel congresso degli amici di Trento facciamo plauso. Essi rappresentano quel glorioso Partito popolare trentino che a noi ha dato un nome e una storia.
Ed è bene notare che questa semplice e schematica organizzazione di partito in comitati e sezioni valorizza ed è valorizzata dal movimento sociale-cristiano che fa capo alle due confederazioni, quella dei lavoratori e quella delle cooperative, e alla federazione nazionale della mutualità .
Questi grandi organismi, che raccolgono un numero straordinario di forze morali ed economiche, sono certo autonomi e per se stanti e non dipendono organicamente dal partito; ma non si può disconoscere che dei rapporti pratici vi devono essere, e vi sono, nel campo sociale, economico e politico, per la sintesi spirituale del programma, e per la coordinazione dei mezzi. Per questo, senza perdere la loro autonomia e caratteristica speciale, nel consiglio nazionale del partito vengono fra gli aggregati scelte quelle persone che siano esponenti di tali organizzazioni e che saranno tramite di coordinazione e di intese; per questo, nel lavoro pratico e programmatico, si ha cura di procedere con accordi e con intese, che rendano possibile la valorizzazione delle forze e degli organismi sociali nella vita politica del Paese.

A completare la nostra organizzazione di partito abbiamo costituito il gruppo parlamentare del Partito popolare, con diciannove aderenti e con speciale regolamento, che ne fissa la disciplina e i criteri di azione e di responsabilità, sì da potere così formare un organismo distinto, e con propria vitalità, però non avulso dal partito, ma soggetto alla medesima disciplina sostanziale e formale.

TATTICA ELETTORALE

Era evidente che la prima azione di un partito, che sorge purtroppo in periodo quasi elettorale, dovesse essere quella della preparazione morale e pratica alla grande battaglia che segnerà per noi una vera prova del fuoco, non perché il partito possa esaurire le sue energie in una battaglia elettorale, ma perché le ripercussioni locali e generali di una lotta elettorale, combattuta con criteri direttivi, al di sopra di interessi particolari, per forza di cose saranno forti e profonde. Per di più il Partito popolare italiano, se doveva tener conto della forza derivante dalle organizzazioni cattoliche, dalle unioni e leghe aderenti che hanno dimesso ogni movimento elettorale e se non poteva ignorare il passato prossimo delle lotte, dei compromessi e delle alleanze fatte, e le condizioni di difficoltà locali in cui si è svolta ogni attività precedente nel campo della vita pubblica, doveva però come primo passo della sua esistenza, e per la responsabilità che aveva assunta, staccare la nuova azione dal passato e marcare la ragione autonoma, nazionale e positiva del suo carattere.

Pertanto la commissione provvisoria, sia nei primi comunicati dati alla stampa sia nelle circolari alle sezioni ed ai comitati provinciali, insistette validamente perché nessun impegno venisse preso per determinare candidature locali, nessun vincolo venisse convalidato da successive azioni, nessuna sezione nascesse come prodotto di orientazione predeterminata verso precise soluzioni elettorali. Elaborazione, questa, molto difficile nel vario e multiplo sviluppo di organizzazioni popolari economiche e professionali, che direttamente o indirettamente a mezzo di speciali organismi elettorali non bene determinati, viventi spesso per l'autorità di persone e per il valore di tradizioni più che per consenso spontaneo delle forze organizzate, avevano fino a ieri legami con nomi e con situazioni locali al di fuori di una vera concezione e sintesi di partito.

Era dovere della commissione provvisoria imprimere una caratteristica per sé stante alle nostre forze elettorali e dar valore alla elaborazione di una coscienza politica nazionale, più che secondare le piccole posizioni locali e la visione particolare dei bisogni di province e di collegi. Sforzo non lieve che si è compiuto, al punto che da quasi ogni angolo delle nostre sezioni si ripete oggi il voto di una tattica rigida di partito e si ha il senso che sia ormai finito il tempo delle investiture politiche date da pochi per combinazione di corridoi e di sale, alle quali sia estraneo il corpo elettorale organizzato; e che ormai sia da tutti compresa la responsabilità del partito, non frazionata per collegi e province, ma unica nella nazione, come quella di un vero corpo vivente, coerente in se stesso, dall'un capo all'altro della penisola, pur nella grande varietà delle condizioni e delle energie delle diverse regioni.

Occorreva e occorre che più del successo materiale venisse da tutti valorizzato quello morale, e che più che l'effimera organizzazione elettorale si avesse una forza fatta di convinzioni profonde, con una personalità viva operante. Questi sono stati la cura e il lavoro di cinque mesi, e noi veniamo al congresso preparati in modo da potere decidere del problema tattico senza avere assunto impegni generali o particolari con altri partiti o con singole persone e avendo spinto le sezioni e i comitati alla valutazione della propria reale efficienza, per potere sostenere nostre candidature sia per la conquista immediata sia per quelle affermazioni che, se fatte o ambientate bene, valgono non di rado meglio di una vittoria. Non possiamo dire, né del resto sarebbe opportuno, in quanti collegi si potrà oggi affrontare la battaglia con candidati nostri, non abbiamo nemmeno la valutazione del modo come la battaglia sarà combattuta; solo possiamo affermare che un partito nuovo e giovane come il nostro che ha un avvenire avanti a sé, ha una vita popolare che freme, e non deve sciupare le sue forze in sterili tentativi, quando la sua è una responsabilità civica di primissimo ordine, e quando a esso sono volte tante aspettazioni nell'ansia di un momento così aspro per la patria nostra.

I PROBLEMI DELL'ORA

Consci di questa nostra posizione e responsabilità, fin dal primo sorgere abbiamo iniziato la più viva battaglia che si sia fin oggi combattuta per le nostre riforme costituzionali, a favore del collegio plurinominale con sistema proporzionale. Le affermazioni teoriche, che facevano capo all'associazione proporzionalista di Milano, furono col nostro passo portate su terreno politico, per una attuazione immediata, e alla nostra affermazione seguirono quelle degli altri partiti. Però taluni di questi, e più che i partiti talune coalizioni e consorterie, ben noti in Italia, mentre a voce mostravano e mostrano di volere la riforma, all'ombra discreta del governo le cospirano contro. L'urgenza delle elezioni, ieri a giugno oggi a ottobre, è l'argomento principale di questi anonimi oppositori che per il temuto ritardo delle elezioni affacciano non si sa quali conseguenze dannose per la nazione.
A noi è agevole compito l'insistere con ogni mezzo; ed è stato bene ohe la prima affermazione del gruppo parlamentare del partito sia avvenuta proprio sulla rappresentanza proporzionale, e che il nostro amico onorevole Micheli, quale relatore, abbia dato il suo nome al progetto di legge che è avanti la Camera, come a segnare la nostra prima battaglia di partito, per il risanamento morale dei costumi politici e per l'inizio delle più vaste riforme istituzionali da noi invocate.

L'altra attività del partito vi è nota. Con sobrietà e con fermezza esso ha detto la sua parola con la circolare dell'11 maggio sulle grandi questioni internazionali e nazionali che si dibattono a Parigi, levando per primo la parola della coscienza cristiana ferita dal rinnovarsi e ingigantirsi di imperialismi economici a danno della umanità; mentre prima aveva protestato contro la violazione del principio di autodecisione invocato da Fiume e contro i più vitali interessi della patria nostra.
I tentativi di un bolscevismo di maniera, tendente a portare in Italia una dittatura di classe e un depauperamento economico, ebbe la nostra parola ammonitrice nell'appello del 9 aprile; mentre alle classi dirigenti si ricordava il dovere di sane ed urgenti riforme che il popolo oppresso dal disastro economico e dal malgoverno politico invoca a gran voce. E a questo fine era stata già diramata la circolare del 3 aprile sul problema agrario, che incombe sulla nostra vita nazionale come il principale problema di produzione e di distribuzione della ricchezza, problema che deve essere risolto per salvare il Paese dalla crisi economica che minacciosa avanza.

Per i problemi pressanti dell'emigrazione e della tutela degli ex combattenti si sono stretti rapporti col Consorzio nazionale di emigrazione e lavoro e con il Segretariato nazionale cooperativo; e non vi è stata pubblica manifestazione di interesse collettivo a cui il partito sia rimasto estraneo. Esso ha infatti portato la sua voce al congresso nazionale del pubblico impiego in Roma, in quello dei professori secondari di Pisa, in quello contro la tubercolosi a Genova, in quello della 'Tommaseo' a Modena, affermando dappertutto quei princìpi che rispondono alla concezione del nostro programma nella pratica elaborazione della vita.
A questa elaborazione abbiamo chiamato anche la donna, costituendo i gruppi femminili nelle nostre sezioni e studiando i problemi che la riguardano, perché anche la donna deve oggi contribuire con le sue forze sane e con la sua indole animatrice al formarsi della nuova società che sorge.

A completare il nostro lavoro, segnato a rapidi tocchi in questa relazione e a rispondere alle necessità della formazione politica delle nostre masse abbiamo fatto appello alla stampa e in diverse riunioni tenute con i direttori dei giornali quotidiani aderenti al partito si è visto quale forza da utilizzare abbiamo con noi. Però era necessario non solo sviluppare la propaganda con opuscoli e stampe già diffuse a migliaia, ma avere un organo di partito.
Ed è già venuto alla luce il primo numero del
Popolo Nuovo, accolto da generale favore come una voce continua e forte che indirizzi e guidi nell'aspra e difficile lotta.
Dobbiamo infine salutare con entusiasmo la scuola dei propagandisti sorta a Roma e il fascio universitario del partito sorto a Bologna, indice delle nuove vivaci forze giovanili intellettuali, ohe portano insieme il sacro fuoco della gioventù e la più elevata elaborazione di cultura.

Il CONGRESSO

Il compito della commissione provvisoria del partito è oggi compiuto: l'ultimo suo atto era la preparazione del congresso e non già di un congresso di parata, ma di una vera e propria assemblea costituente. Per questo abbiamo redatto un regolamento molto preciso, in cui traspira un senso di alta disciplina e abbiamo fissato pochi temi sintetici, che diano la caratteristica del partito, e valgano a far prendere posizione netta e chiara nel dibattito degli interessi nazionali e delle tendenze politiche nel Paese. Certo nessuno potrà presumere di aver fatto un lavoro privo di mende e di imperfezioni; e il rilievo sarà facile a quanti, e dal punto di vista generale e da quello locale, troveranno che si poteva fare in modo diverso e con risultati migliori. Quel che preme si è che il lavoro fatto fin oggi, con tante attività e con sì vive speranze in ogni parte, non sia svalutato da mosse inopportune, ma possa invece essere valorizzato da un congresso che deve esserne la più alta ed insieme sincera espressione e deve poterlo sintetizzare sì da renderlo valutabile anche dagli estranei, e tale da poter destare energie sopite, vincere diffidenze ingiustificate, superare difficoltà non dome, accendere entusiasmi profondi.

A quelli che non solo vogliono un programma audace e un'azione d'avanguardia qual è designata dal nostro partito ma, temendo che gli elementi che lo formano manchino oggi di quella coesione intellettiva e morale che arriva alla parte pratica di attuazione di metodi e di atteggiamenti, prevedono deviazioni e compromessi, io dico alto e sereno che la forza dinamica di un partito è fatta di fiducia non di preconcetti, di assimilazione non di repulsione, di simpatia non di esclusivismi. Così si elabora la coscienza di un partito organizzato simile a quella del nostro spirito, che nel contrasto e nella contraddizione delle sue energie e passioni, arriva a dominarsi e dominare, a sviluppare le sane tendenze, a vincere gli ostacoli, ad affrontare la vita.

Siamo oggi alla prima prova, molti di noi non si conoscono; altri si sono visti solo designati alla nostra mente nel passato prossimo o remoto quando le stesse concezioni odierne venivano a noi sotto un angolo visuale diverso. Quante teorie oggi ammesse e sostenute da noi furono ieri oggetto di contrasto e di biasimo! Come oggi è mutata la situazione politica e sociale del Paese! Come certi problemi ieri posti in
primo piano, oggi sono superati e risoluti! Tutto si rifà e si rinnova nella coscienza pubblica.
E il Paese aspetta questa parola: nell'aspra lotta dei partiti avversi, nella difficoltà pratica di conquistare posizioni rese formidabili dal lungo incontrastato dominio di coalizioni massonico-liberali, capitalistiche e socialiste dopo il fallimento di una politica nazionale e internazionale equivoca, incerta, debole, contraddittoria, nell'avvento di classi organizzate, nella trasformazione della economia pubblica, nella
crisi fatale di ogni ordinamento che oggi manchi alla sua ragion di essere, anche il Partito popolare italiano deve dire: ecco, sono presente all'appello.

E benché ciascuno abbia un modo di concepire il nostro partito; e fra noi sia diversa la valutazione del nostro stesso programma, delle nostre energie, del nostro compito immediato e dei nostri metodi, pure la realtà sarà più forte di noi; e il nostro partito deve anch'esso subire la prova della realtà e della lotta, e se sapremo restare al nostro posto di combattimento, potremo dire innanzi alla propria coscienza di avere assolto il nostro dovere di cittadini in un'ora che si presenta per la patria estremamente difficile; ma potremo insieme aver conquistata e coordinata quella intima energia che oggi è sparsa in mille nuclei polarizzati verso di noi, che ancora a noi, al nostro pensiero sociale, alla nostra dinamica politica sono, se non estranei, diversi. L'avvento del nostro partito fu sognato molti anni addietro come una vera forza popolare di evoluzione e di conquista; oggi possiamo chiamarla una realtà vivente cui è segnato un avvenire.
E a questo avvenire inneggio dal cuore nel momento solenne nel quale, fiducioso di aver compiuto il mio sforzo di sognatore e di uomo d'azione, consegno al congresso il mio mandato e quello di tutta la commissione provvisoria, che insieme con me nei primi difficili passi ha guidato e reso maturo alla vita il Partito popolare italiano.

Bologna, 14-16 giugno 1919
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NOTA: Alle elezioni politiche del 16 novembre, il PSI diventa il primo partito italiano con il 32,4% dei voti e 156 deputati (solo 27 i riformisti) ; il Partito Popolare di Luigi Sturzo è il secondo con il 20,6 % dei voti e 100 deputati. Mussolini che si era presentato a Milano con la lista dei fasci di combattimento, ha una cocente delusione, non ottiene neppure un seggio.
Per la prima volta dopo l'unificazione nazionale i raggruppamenti della destra e della sinistra nati nel periodo risorgimentale non avranno la maggioranza parlamentare e il governo di Nitti dovrà reggersi per qualche mese sull'appoggio dei Popolari. Poi per forti contrasti con i Popolari, e un tentativo di rimpasto, getta la spugna e torna al potere dopo sei anni, Giolitti.

Tuttavia i socialisti, durante l'inaugurazione della nuova legislatura (1° dicembre) sentendosi forti, abbandonano la Camera inneggiando alla Repubblica Socialista.
Ma non fanno solo questo; nel paese promuovono azioni e iniziano gravi tensioni sociali, scioperi, occupazioni di fabbriche, serrate degli industriali, rivendicazioni economiche, incidenti nelle campagne fra contadini e proprietari di fondi. E' il cosiddetto "biennio rosso" che segna però la crisi del PSI e, l'anno dopo, avviene la scissione di una corrente, la massimalista, che andrà a formare nel gennaio del '21, il Partito comunista.
Ad approfittare della caotica situazione sono i pochi seguaci dei Fasci di combattimento, che usando la violenza contre le "bande rosse", diventano in breve tempo i paladini della legalità nelle industrie, e i protettori della borghesia agraria.
A Mussolini - che era uscito sconfitto dalle elezioni - i socialisti con i loro contrasti, con le loro incertezze e con le azioni non coordinate, e non sempre motivate quelle promosse (dalle rivendicazioni economiche si è passati a inneggiare alla repubblica Socialista), non potevano fare regalo migliore !!!.
Ad appoggiarlo, i militari, i milioni di reduci disoccupati, la classe media, la borghesia agraria, e soprattutto gli industriali che a ragione, temono in Italia una svolta bolscevica, le espropriazioni, il collettivismo, il controllo operaio sulla produzione, la fine del liberismo.

A Mussolini gli basteranno soli pochi mesi per uscire dalla sconfiita del '19; nelle elezioni del maggio del '21, ha già 35 deputati fascisti e 10 nazionalisti. Il 7-11 novembre fonda il Partito Nazionale Fascista. Inizia la inarrestabile "marcia" verso il potere, per poi fare l'anno dopo quella trionfale su Roma.
I Popolari, al Congresso del 20-23 ottobre a Venezia, in funzione antifascista si pronunciano a favore di una collaborazione addirittura con i socialisti; l'operazione non riesce anche perchè la corrente di destra non ha condannato esplicitamente il movimento fascista.

Ciò che accadde dopo, con Mussolini al Governo, l'abbiamo già narrato all'inizio nella biografia. Don Sturzo, a Torino nell'aprile del '23, cade nel tranello che gli ha teso Mussolini.
Due mesi dopo, il 25 giugno, i burrascosi rapporti ebbero un'improvvisa svolta: Il "Corriere d'Italia", giornale cattolico, ospita un articolo di monsignor Pucci, probabilmente ispirato dal Vaticano, che invita Don Sturzo "a non creare problemi". Pochi giorni dopo un gruppo cattolico pubblica un manifesto esortando i cattolici a sostenere il governo Mussolini.
Il 10 LUGLIO Don Sturzo ("per desiderio della Santa Sede") rassegna le dimissioni di segretario politico del PPI. L'Osservatore Romano è lieto di apprendere la notizia delle dimissioni, affermando che esse "possono contribuire alla pacificazione degli animi, e a scongiurare il pericolo di offese contro il clero e le organizzazioni cattoliche".
Per Mussolini -l'anticlericale che si firmava sulla "Lima" l'eretico"- è il primo successo sulla Chiesa; nel '29 lo completa, ed è trionfale.

A Don Sturzo, dopo un furioso attacco di Mussolini dal suo giornale (lo chiama il "prete sinistro") non gli rimaneva che prendere la via dell'esilio. Sperava presto di far ritorno in Italia (così scriveva a Salvemini da Londra) credendo nell'appoggio di Amendola, Gronchi, De Gasperi. Soprattutto quando vi fu (per il delitto Matteotti) l'abbandono della Camera per l'Aventino. Purtroppo si sbagliava; una buona parte dei cattolici, dall'Aventino scesero e si affiancarono alla politica fascista; soprattutto per non essere esautorati come deputati (destituzione che invocava perfino il Corriere della Sera).

(Sturzo al card. Bourne, 15 giugno 1925; citato da P.Alatri, "Luigi Sturzo nel centenario della nascita", in SS XIII (1972), p. 211) (vedi anche l'impietoso articolo di Mussolini su Il Popolo d'Italia, in scritti e discorsi di M.: "Noi e il Partito Popolare")

Don Sturzo fece vaghi appelli dall'estero, ma ormai in Italia erano rimasti in pochi a contrastare l'inarrestabile marcia di Mussolini e del Fascismo.

LETTERA DALL'ESILIO (1925) > >


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