SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
OSCAR WILDE

 

* BIOGRAFIA OPERE E POESIE
* LA BALLATA DEL CARCERE DI READING
* LETTERE DAL CARCERE

segue:

* Epistola "DE PROFUNDIS" >

* il romanzo "IL RITRATTO DI DORIAN GRAY" >


E' impossibile non esprimersi con parole di entusiasmo quando si parla dell'opera di Wilde. L'arte di Oscar Wilde ha raggiunto altezze vertiginose. Il suo astro ha brillato molto intensamente e gli uomini non l'hanno fissato. Ma una nube nera si è interposta e tutti si sono sentiti in diritto di giudicare e disprezzare l'uomo e l'artista. Purtroppo i suoi contemporanei inglesi non compresero la sua arte né la sua vita. Wilde ha messo il suo genio nella sua vita. Anzi egli stesso disse che la sua vita era la sua opera d'arte. Questa frase che lo doveva assolvere lo fece condannare.

Ma la nube nera è sparita e l'astro brillerà per molto e molto tempo ancora. Perché Wilde ha scritto non tanto per i suoi contemporanei quanto per i posteri. Egli ci ha detto delle cose la cui bellezza sarà analizzata un po' per volta; ha lasciato profumi fortemente concentrati che dureranno nel tempo e giaceranno sempre. Tutti i letterati dal '900 ad oggi hanno attinto all'opera di Wilde; tutti attingeranno anche in seguito. Molte cose scritte da Wilde sono frutto del suo genio che gli permetteva di dare la sua impronta a tutto. Anche alle cose inverosimili e senza senso dette bellezza. Spettatore della sua stessa vita, riconobbe la propria potenza e si educò e si migliorò. Godeva egli stesso della sua creazione libera, senza impacci di scuole, di norme, di tradizioni.

Perciò preferì la conversazione della quale fu principe, perciò preferì l'arte dello scrivere alle altre belle arti. Leggendo Wilde si ha la netta impressione dell'artista che foggia con la parola cose meravigliose. I suoi paradossi non saranno più tali domani; ma, pur potendo essere oggetto di discussione, sono bellissimi. Non si può definire l'opera di Oscar Wilde con le definizioni fino ad oggi sufficienti.

Wilde ha gustato pienamente tutta la coppa del piacere, ma ha anche sorbito fin l'ultima stilla della coppa del dolore.

BIOGRAFIA - LE OPERE - BRANI DI POESIE

IL CAPOSTIPITE DELLA "FICTION"

- La vita di Oscar Wilde é una singolare parabola morale e, insieme, un'opera di genio. Soleva dire il Poeta, giunto al culmine tragico della sua esistenza, in quel periodo della ebbrezza dionisiaca, che precedette la catastrofe, ch'egli aveva posto tutto il suo genio nella sua vita; ma nulla più che il suo talento nelle opere della sua arte.
E veramente egli, che non seppe e non volle essere un grande scrittore, fu un conversatore affascinante, un favoleggiatore meraviglioso: ogni pensiero gli si presentava e atteggiava nella mente sotto la specie d'un apologo, d'una fiaba, d'una novella come uno scultore pensa, per usare ancora una sua frase, "in bronzo", egli pensava e parlava in quella materia che gli inglesi indicano ammirabilmente con una parola sola: "fiction".

Benché poi, nel processo della composizione artistica, la Primitiva bellezza dell'invenzione si perdesse o s'offuscasse nella preziosità nell'eufuismo, nelle minuzie piacevoli e bizzarre, il nome di Oscar Wilde è e sarà ricordato negli annali della letteratura inglese come quello d'un write, of fiction, d'un novellatore: e quel suo romanzo ch'egli scrisse quasi per gioco, per convincere chi lo accusava di non sapere se non scrivere novelle, sarà ben detto la più lunga delle sue novelle, la più ricca di quello sfarzo di nonnulla sapienti, curiosi, paradossali, di cui egli si compiaceva.

Bene, invece, nella vita, il genio dell'Wilde ebbe la sua più magnifica manifestazione; e quella tragedia di gioia e di piaceri folli, di improvviso sfacelo e di amarezze senza fine, con la sua catarsi perfetta nel rivivere dell'anima battuta alla pietà ed al richiamo dell'eterno dolore di Gesù; e quello spezzarsi ultimo di tutto l'ordine mirabile di morale, in cui si piacerebbe non so che nostro sentimento estetico dell'etica, quel ritorno alla vita abietta; e la morte miserabile, e i funerali senza onori e senza lacrime seguiti da solo sette persone; sono quanto di più alto io conosca immaginato e compiuto dallo spirito tragico moderno.

I NATALI

Oscar Wilde nacque il 16 ottobre del 1856 a Dublino; di buona famiglia irlandese di religione protestante e dalla madre, che fu di famiglia di letterati e letterata ella stessa (Jane Francesca Elgee sotto il nome di Speranza, fu ben nota per i suoi libri, nei quali raccolse antiche tradizioni della sua terra e accesa sostenitrice della causa dell'indipendenza irlandese) e il suo salotto letterario fu in voga a Londra per alcuni anni).
Oscar prese, come suole veramente gran parte degli uomini d'intelletto, più che dal padre sir William (famoso oculista) dalla madre, e prese l'amore alle cose della poesia, e forse taluni elementi della sua intima costituzione sensitiva e intellettuale. Egli parlava di lei nei suoi giorni
migliori con tale entusiasmo, che per questo solo chi lo avvicinava doveva ammirarlo; la serenità di Lady Wilde verso la vita era uno dei punti sui quali insisteva con maggiore compiacimento; e infatti la sua rassegnazione le risparmiò o almeno temperò le amare sofferenze nei giorni della sventura del figliolo: quando questi fu condannato e la sentenza fu comunicata a lei, ella, ch'era malata, semplicemente si voltò nel suo letto, e disse - « che ciò almeno gli giovi!».

Il padre era già morto nel 1876, Lady Wilde morì mentre il figlio era in carcere: «tre mesi passano...- Oscar dice nel De Profundis - ...e mia madre muore. Nessuno sapeva come profondamente io la amassi ed onorassi. La sua morte fu terribile per me, ma io, già signore del linguaggio, non ho parole per esprimere la mia angoscia e la mia vergogna ».

Parlava con affetto e ammirazione del suo fratello Willy; e, ricordando la sua sorella morta, gli occhi gli si riempivano di lacrime. Una delle sue poesie più soavi, una melodia piena di infinita disperazione, è dedicata alla memoria di questa fanciulla.
Fu scritta in Avignone durante una delle sue peregrinazioni frequenti fuori dal suo paese. Per chi conosce anche poco l'inglese, può goderne nella versione originale l'intima armonia.

REQUIESCAT

Cammina piano, ella è vicina
Sotto la neve,
Parla soave, ella può udire
Le margherite crescere.
Tutta la sua viva capigliatura d'oro
Appannata dalla ruggine,

Ella ch'era giovane e bella
Caduta in polvere.
Simile a giglio, bianca come neve,
Ella appena sapeva d'essere una donna, così
Dolcemente cresceva.
Asse di bara, pietra pesante,
Le stanno sul petto,
Io mi torturo il cuore da solo,
Ella riposa.
Pace, Pace, ella non può udire
Lira o sonetto,
Tutta la mia vita è sepolta qui,
Gittatele terra sopra.

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Tread lightly, she is near
Under the snow,
Speak gently, she can hear
The daisies grow.
All her bright golden hair
Tarnished with rust,
She that was young and fair
Fallen to dust.
Lily-like, white as snow,
She hardly knew
She was a woman, so
Sweetly she grew.
Coffin-board, heavy stone,
Lie on her breast,
I vex my heart alone,
She is at rest.
Peace, Peace, she cannot hear
Lyre or sonnet,
All my life 's buried here,
Heap earth upon it.


Io immagino l'infanzia di Oscar Wilde fra queste persone che gli erano care; e penso quanto la delicatezza e signorilità di queste anime abbia influito sull'anima simile del poeta. In essa, per verità io conosco non un frutto naturale prepotentemente maturato in un terreno avverso o incolto, come sono i poeti delle letterature giovani; ma tutta la profondità pregna di tristezza e di saggezza, pur negli istanti che paiono di gioia e di abbandono; ma tutta la insaziabilità torbida e violenta oltre le glorie e le vergogne, verso una introvabile semplicità di spirito; che sono i propri attributi d'una età di cultura antica e laboriosa. E mi pare che dalle stesse origini familiari, come dal paese ove nacque, ch'é quello in cui la tradizione letteraria é più diritta e ininterrotta che altrove, dominata com'é da quattro secoli da alcune ben definite e inesauste correnti di pensiero e di poesia, Oscar Wilde dovesse trarre quegli elementi che diedero alla sua vita un carattere così evidentemente letterario; e se di un altro scrittore tu potresti immaginare nascita, vicende e morte senza pensare alla sua arte, di questo ti pare di parlare dell'arte se parli della vita. Non l'anima sola, ma la stessa persona mortale del poeta ti appare materiata di letteratura; e le sue idee di critica essere le norme della sua esistenza; e le sue imagini di poesia la sua compagnia vera.

Per Parigi, componendo la Salomè, egli camminava e recitava a voce alta que' suoi versi, non curandosi della gente attorno; e fu detto che questo lo facesse per affettazione: io la chiamo, seguendo il Cortigiano, e penso che non vi fosse vita più sincera della sua.
Bene egli stesso lo sentiva; e in una lettera dal carcere al suo amico Roberto Ross, criticando l'idea che la vita naturale sia la vita di campagna, idea ancor viva in Inghilterra, ove viene dai filosofi del settecento, scriveva esagerando, che é quanto dire con una immagine: "Se io menerò la mia vita futura leggendo Baudelaire in un caffé, condurrò una vita più naturale, che s'io prendessi a lavorar siepi o a piantar cacao in paludi di loto » ; e diceva anche, parendo contraddire. ma confermando a chi bene intende:
"In realtà la vita naturale è la vita inconscia ».

Oscar Wilde studiò ad Oxford; dove fu laureato, e dove nel '78 vinse il premio Newdigate con una poesia, "Ravenna", recitata in teatro. In una pagina delle "Intenzioni", egli rievoca rapidamente le bellezze dei luoghi di studio, delle secolari culle della sapienza inglese, dove non poté se non continuarsi quel fascino ch'esercitava su di lui la sua patria dalla nascita; continuarsi e approfondirsi; benché le invettive e le ironie ch'egli scagliò poi contro i filistei d'Inghilterra, abbiano creato una leggenda del suo odio contro il suo paese; e la sua sorte, come la sua fortuna dopo morto, in ciò somiglia assai quella di Arrigo Heine.

A Oxford l'anima del poeta giovinetto si schiuse per la prima volta, ed egli ebbe il primo presentimento di quello che della sua vita egli avrebbe fatto, in un'ora allegorica della sua adolescenza
"Io mi ricordo - narra nel De Profundis - io mi ricordo ad Oxford, nell'atto che io, passeggiando per i viali stretti abitati dagli uccelli del Collegio Magdalen, una mattina dell'anno che precedette la mia laurea, diceva a uno dei miei amici, ch'io voleva mangiare del frutto di tutti gli alberi nel giardino del mondo, e ch'io andava fuori nel mondo con questa passione nell'anima. E così veramente io venni fuori e così io vissi ».

E qui aggiunge, perché scrive nel tempo della sua prigionia: « Il mio solo errore fu ch'io mi limitava esclusivamente agli alberi di quello che mi pareva il lato soleggiato del giardino, ed evitava l'altro lato per la sua ombra e per la sua tristezza ».

Gli anni che seguirono immediatamente quelli di Oxford, il poeta li passò nel silenzio e, io penso, nello studio: come quel Villiers de l'Isle-Adam ch'è quasi una figura mistica nella memoria di Stefano Mallarmé, io credo ch'egli «leggesse allora considerevolmente, una volta per tutte e per gli anni avvenire» ; poiché, nel tempo che seguì, ebbe a mala pena agio di scrivere.
Certamente allora non sentì il morso del bisogno materiale, chi pensi che di questo primo periodo della sua vita era nota peculiare una affettazione di effeminatezza, negli abbigliamenti quanto mai singolari. Scriveva versi, che nel 1881 raccolse in un libro; e poiché egli in seguito non scrisse più se non due o tre poemetti, questa lirica effiorescente della giovinezza vale a fare intendere, come questo fosse il tempo della sua preparazione alla letteratura; tempo che in ogni uomo di intelletto, che pure non sia per divenire un poeta, é interrotto consuetamente da questi canti e accordi dell'anima. Nei versi rimane memoria delle prime peregrinazioni in Francia e in Italia; ne parleremo più avanti, ma discorrendo tutta l'opera di Oscar Wilde, qui mi piace tradurre il suo Sonetto nell'avvicinarsi all'Italia, che é testimonio del sentimento del giovane irlandese:

Raggiunsi le Alpi; l'anima dentro m'ardeva,
Italia, mia Italia, al tuo nome:
E quando uscii dal cuore della montagna,
E vidi la terra per cui la mia vita si struggeva,
Io risi com'uno ch'abbia vinto un gran premio
E meditando la storia della tua fama,
Io guardavo il giorno, segnato ancora di ferite di fiamma;
Il cielo di turchese era converso in oro brunito,
Ondeggiavano i pini come una capigliatura femminile,
E negli orti ogni frasca rampicante
Rompeva in fiocchi di spuma fiorente;
M
a come io seppi che lontano a Roma,
In rei lacci un secondo Pietro giace,
Io piansi per vedere la terra così bella.

Brutto sonetto, fuori di qualche verso armonioso; e più brutto un altro, Italia, scritto e Venezia, che termine con una furiosa invettiva, chiamando l'arcangelo Rafaele e « colpire il Predatore con la spada del castigo ».
Più avanti ci gioverà ricordare che in questi anni Oscar Wilde era cattolico, se non cristiano.

Di questo periodo é il dramma "Vera": o, i "Nihilisti", opera di pure imitazione letteraria, fredda e artificiale, come se chi considera quanto fosse distante lo spirito raffinato e complesso di Oscar Wilde, da quel gorgo profondo e oscuro che fu l'anima di Dostojewski: certamente, come più tardi sostenne il Poeta, noi possiamo accordare l'anima nostra ai più diversi stati, alle passioni più lontane; ma come critici, non come creatori; ché in queste operazione sembra che noi spaziamo in una zona di luce fra due tenebre impenetrabili, come sono le scale dei suoni fra le vibrazioni inudibili.

Indice dei suoi studi, e primo programma dell'estetismo, appartiene e questo tempo anche le Lettura sul Rinascimento inglese; ed alle idee qui contenute si inspirarono i discorsi ch'egli tenne durante il suo viaggio in America, compiuto nel 1883. Egli non vi ebbe, allora, grande fortuna; e sia per questo, sia perché in America mancava quel che per lui dava pregio alla sua patria, il fascino dell'antichità e la compagnia delle società aristocratica e squisitamente oziose, né egli aveva anima da vibrare allo strepito delle macchine, al clamore dei mercati, egli ne riportò un'impressione di grande volgarità; in una sua novella, Il fantasma Canterville, é contenuta le più delicata e graziose satire ch'io conosce, di quella borghesia ricca e democratica; ma altrove, e in questo libro, egli ne parla con manifesto disprezzo.

Qui incomincia il secondo periodo, il "periodo estetico", com'egli stesso lo disse, della vita di Oscar Wilde; egli si piacque allora delle eleganza d'un Luciano de Rubempré e modellò le sue capigliatura su un busto di Nerone della galleria del Louvre; alto e aggraziato, dietro il dandy poteva bene immaginarsi l'atleta, e c'era tanta bellezza nelle fiamma di intelligenza dei suoi occhi, che alle meraviglie succedeva in chi l'incontrava, un senso d'intera ammirazione.

Ora lo troviamo (circa e dopo il 1884), e Parigi, in un'epoca singolarmente fortunose per le letteratura francese, mentre il trionfo clamoroso del Naturalismo soffocava, alle orecchie dei più, le voci innumeri discordi giovanili delle sètte del Simbolismo. Le simpatie letterarie del giovane inglese non erano dubbie; anche se nel suo romanzo egli si mostri buon discepolo delle scuole psicologica, affine per molte somiglianze ai dilettanti, le sue attenzione era particolarmente rivolta a decadenti e simbolisti, e in questo campo erano tutti i suoi amici; allora, e in seguito, frequentò i memorabili saloni del principe dei poeti, Mallarmé; allora, e poi a Londra, egli era amico di James Mc Neill Whistler, della cui tavolozza acquistavano evidenza immediata le inquietudini, le profondità, le sottigliezze, le violenze agitanti le anime più ardentemente protese verso l'avvenire.

Charles Baudelaire, il santo padre di quella scuola, il precursore meraviglioso, nei cui versi vibrano tanti fremiti nuovi, per la sua vita non meno che per le sue poesie, era sempre presente al suo spirito; in lui certamente egli conosceva un esempio singolarissimo di quella ch'io direi vita letteraria, e ch'é una forma di vita mistica. In lui, come nel poeta Maurice Rollinat, che in quei giorni ponea le mani sul suo corpo perituro e sulla sua anima immortale, allo stesso modo ch'aveva fatto Baudelaire, di cui egli era in poesia il discepolo riconosciuto. Rollinat, in seguito, seppe strapparsi a quella vita, e nel sorriso e fra le braccia della eterna madre Natura, l'anima perduta risorse.

Fra i morti, fra quelli di cui Wilde seguiva per le più remote vie di Parigi i passi antichi, le sventure, le miserie, era Gérard de Nerval, il poeta in cui l'immaginazione era pur così viva da cacciare dal suo cervello la ragione, e mandar lui a cercarla, a imitazione d'Astolfo, nella luna.
Narra lo Sherard una peregrinazione notturna ai luoghi abitati e frequentati un tempo dall'autore delle "Figliuole del Fuoco": Oscar, camminando, ripeteva l' elogio e l'epitaffio in versi del poeta morto.

Wilde viveva allora all'Hôtel Voltaire, sul Quai Voltaire, ch'era luogo assai pittoresco, mercato di libri vecchi, frequentato dalla gente letterata. Durante il giorno, lavorando, egli vestiva una lunga veste bianca, simile alla cappa monacale che usava Balzac scrivendo; e su Balzac, lavoratore prodigioso, egli modellava tutta la sua apparenza esteriore, sperando, con una previsione di pragmatismo, d'acquistarne l'energia interiore e la costanza, egli poco sapiente in disciplinare se stesso e il suo talento.
Più tardi, nella sua casa deliziosa di Londra, scrivendo allo scrittoio ch'era stato di Carlyle, spererà di subirne, in certa modo, una somigliante malìa. Nel tempo, ch'egli visse allora a Parigi, tuttavia seppe partorire il dramma La Duchessa di Padova (del quale soleva ripetere con singolare compiacenza, come preso dal suono delle parole, il verso
"Am I snot Duchess here in Padua?" (Non sono io Duchessa qui in Padova?), e due non lunghi poemi, La Casa della Cortigiana e La Sfinge.

La sua vita, intesa al lavoro letterario assiduamente, era, per testimonianza di chi lo conobbe allora, di una purezza singolare in Parigi, ch'é tutta un bordello; e la sua purezza si specchiava nella conversazione sempre decente, nell'odio di ogni volgarità. Considerando le figure femminili create dalla sua fantasia, noi possiamo immaginare quali fossero i suoi gusti in amore; e pensare che d'una donna comune, non squisita e raffinata, plain, com'egli dice con parola intraducibile per troppo significare, egli doveva avere orrore come d'un abito rozzo o d'una poesia incolta: e certo é che taluno di natura forse voluttuosa, deve la purezza della sua vita in massima parte al disdegno delle cose comuni ed all'orgoglio.

Di Parigi, Oscar Wilde, tornò a Londra, ed una sua lettera all'amico Sherard, sebbene scritta in tono quasi scherzoso, lo rappresenta delicatamente quale viveva nella nuova residenza. L'amico é in campagna, Oscar lo imagina « errante per valli violette coi suoi capelli color del miele, meditando sull'influsso dei paradossi sullo spirito pastorale » ; ma lo esorta a tornare in città, dove solo si può scrivere "mentre la campagna ti pende dalle pareti nelle grigie nebbie di Corot, nelle mattinate opaline che Daubigny ci ha date": non ch'egli abbia scritto qui - lo splendido turbine di vita in Londra lo rapisce alla sua Sfinge. Egli a stento lavora, per pigrizia: notti protratte e languide mattine si susseguono. Gli piacerebbe tornare a Parigi, dove faceva così buon lavoro. Tuttavia, bisogna stupire (amaze, amazing, una delle parole predilette per un certo tempo dal Wilde; che le contrapponeva tedious) la società; e la sua pettinatura neroniana l'ha stupita.

Nessuno lo riconosce, e tutti gli dicono che sembra giovane: "questo e delizioso, naturalmente". Festevole e spensierato badinage, come ognuno vede; egli sapeva ridere con infinita grazia di tutti e di se stesso. A Londra viveva in Charles Street, in una vecchia casa, in certe camere coperte di quercia, ornate di antiche stampe, in cornici nere e pesanti, sulle pareti; in una severa eleganza inglese. Di tempo in tempo, le sue condizioni finanziarie lo costringevano a tenere delle letture in provincia, con suo poco piacere; ma il danaro guadagnato così sgradevolmente, lo spendeva poi con signorile larghezza. Nei suoi ritorni in città si riuniva con gli amici al Café Royal per il pranzo; e tra i convivi era Whistler, che aveva scoperto un vino chiaretto dal nome, che li abbagliava, Château des Mille-Secousses.

Poco dopo prese moglie: sposa Costance Lloyd, una facoltosa irlandese: una fanciulla della quale forse era innamorato; ma per un'eredità ch'ella doveva ricevere, e che avrebbe assicurata alla famigliola un'agiata esistenza, si faceva aspettare più di quanto egli non avesse pensato, cosicchè dovette per un po' di tempo dirigere una rivista per signore; dispiacevole ufficio, i cui doveri però seppe allora accettare con gioia. Ebbe una bella casa in Tite Street, che fu il suo ultimo home; e vi scrisse, sullo scrittoio di Carlyle, grande parte della sua opera letteraria; in lotta assidua con la sua pigrizia; riferendosi alla quale soleva dire nei suoi momenti d'ozio queste parole " Io non faccio quel che dovrei fare; io dovrei porre nero su bianco - nero su bianco".

Wilde alle soglie del matrimonio era già omosessuale e visse la nuova condizione con enorme disagio, soprattutto a causa della soffocante morale vittoriana che imperava nell'Inghilterra del tempo. Questo matrimonio non poteva quindi durare a lungo e infatti, dopo la nascita dei suoi due figli Cyryl e Vyvyan, si separa dalla moglie a causa dell'insorgere della sua prima vera relazione omosessuale.

Nei primi tempi della sua vita coniugale, godettero gli invidiosi della sua precedente fama, poiché questa per alcuni anni tacque. E di lui non si parlò se non per un atto di nobile solidarietà letteraria, quando egli pagò una cauzione piuttosto forte per ottenere la libertà a uno sventurato poeta anarchico, John Barlas, arrestato per aver tirato un colpo di revolver sulla Camera dei Comuni, allo scopo di "attestare il suo dispregio per l'istituto parlamentare".

Egli conobbe allora la prima volta le aule della giustizia e le celle delle carceri, riportandone una impressione assai migliore di quella che doveva riportarne pochi anni dopo, ch'egli le frequentò con altro abito.

Intorno e dopo il 1890 rincomincia l'apogeo luminoso della vita di Oscar Wilde. Il suo unico romanzo, Il Ritratto di Dorian Gray, pubblicato nel 1891, parve un capolavoro, soprattutto a quelli che avevano famigliare il romanzo inglese contemporaneo, debole, timido, noioso, non ancora giunto alle esaltazioni, sia pur grottesche, ma coraggiose dell'Wells, e appena ornato dalle mirabili e primitive pitture del Kipling.

Dello stesso anno sono le Intenzioni; e due volumi di novelle; del '92, Il Ventaglio di Lady Windermere; del '93, Una donna di nessuna importanza; i due drammi di argomento moderno, londinese, aristocratico, che ebbero nella società migliore di Londra una fortuna grandissima; essa vi si vedeva ritratta con una indulgente severità che non poteva non piacerle; poiché Oscar stesso poteva ritrarsi nei personaggi che vi avevano la parte meno bella, allo scopo di renderla simpatica, elegante, squisita; lo scoppiettio continuo dei motti toglieva agio di pensarci su; e il fondo, quasi direi la tesi, morale, li rendevano grati al pubblico filisteo.

Appunto perché a nessuno potevano spiacere allora, e in quella società, a nessuno, io penso, possono piacere ora, e tra noi, o solo tra la gente letterata; e come allora gli fruttarono gran bene, se, com'é certo, gli procuravano ben molte delle duecentomila lire che erano la sua rendita di quegli anni seguenti, quando i suoi difensori s'appellarono agli scritti per salvare l'uomo, la loro mediocrità gli nocque, e i mille motti, staccati e privi di senso per il diletto grande dei discepoli, giovarono a formare quella falsa idea di lui, nelle gazzette e fra le persone timorate.

Del '93 é la Salomè, ch'é certamente la miglior cosa da lui scritta per il teatro; simile, per i suoi motivi ricorrenti, a una musica, legata come una ballata, e ricca insieme di tutto quello che può piacere a un pubblico squisito; opera nella quale io amo veramente immaginari trasfuso lo spirito voluttuoso e crudele di questo periodo della sua vita, che fu dell'adempimento delle idee, lo spirito di questa meravigliosa vita teoretica.
Ora si ricordi quella sorta di previsione della sua vita ch'egli aveva avuta, adolescente, in un giardino di Oxford: qui si adempie; in questo tempo, ricco, onorato, glorioso, egli vive finalmente tutto per il piacere; qui la teoria dell'edonismo ha la sua pratica e la sua crisi.
E pare veramente che una teoria o di letteratura o di filosofia, abbia un sacrificio offerto dalla vita, soffra una crisi nella dolorosa realtà, per morire e rinascere altra migliore. « Io non rimpiango », egli scrisse poi nel De Profundis, che é il commento migliore della tragedia della sua vita, « io non rimpiango un solo istante d'aver vissuto per il piacere. Io feci questo appieno, come si dovrebbe fare ogni cosa che si fa. Non ci fu piacere ch'io non sperimentassi ; io gettai la perla della mia anima in una coppa di vino; io scesi per il sentiero fiorito di margherite al suono dei flauti; io vissi di favi di miele. Ma continuare la stessa vita sarebbe stato un errore, perche sarebbe stata una limitazione. Io dovevo andare innanzi: l'altra metà del giardino aveva anche i suoi segreti per me».

E aggiunge, nel suo orgoglio di scrittore che vive, pur nel carcere da cui scriveva, la sua vita letteraria con profonda coscienza: «Naturalmente tutto ciò é adombrato e prefigurato nei miei libri».
E il lettore delle Intenzioni può cercarne le tracce soprattutto nel Critico come Artista.
«Nè avrebbe potuto essere altrimenti. In ogni singolo istante della propria vita, si è quello che si sarà non meno di quel che si é stati. L'Arte é un simbolo, perché l'uomo é un simbolo ».

Ho innanzi agli occhi un ritratto di Oscar Wilde del 1892; e lo paragono ad alcuni antecedenti; come a quello riprodotto nell'apertura di queste pagine (il disegno nell'ovale), e lo rappresenta giovane, efebico, con nel naso virile e nel labbro e nello sguardo non so che desiderio di altezza, che vita di sogno; a quello del periodo estetico, con la capigliatura neroniana e una serenità grande nell'espressione; a un altro che di poco, io penso, precede l'ultimo, e dove dall'attitudine calma di tutta la persona, dalla fermezza dello sguardo e dalle labbra serrate, traspare la volontà della sua vita tragica, tesa come un arco infallibile, verso il culmine desiderato. André Gide, che conobbe l' Wilde intorno a questo tempo, dice che più volte gli apparve ch'egli fosse convinto della sua missione rappresentativa ; e in seguito il male e il bene, il piacere e la sventura appaiono opera deliberata e necessaria di quella volontà:
« Io dovevo andare innanzi l'altra parte del giardino aveva anche i suoi secreti per me».

Ora qui, in questo ritratto del '92, si mostra magnificamente la belva intelligente e voluttuosa, ch'egli aveva fatta di sé, della sua carne e della sua anima: i capelli abbondanti bipartiti, scendendo sulle tempie in molli ondulazioni, pur lasciando che si vegga la fronte prodigiosa, una delle più belle fronti d'uomo che io conosca ; gli occhi non grandi nelle orbite nobilissime governano veramente tutta l'ordinanza mirabile del volto; e sembrano congiunti per non so che vincolo diritto e secreto alla bocca sinuosa dalle belle labbra; nel naso leggermente aquilino, le narici sono ovali e mobili, perfetto strumento del loro senso, avide, inappagabili; nella mandibola forte, che fa con la bocca un angolo e una piega crudele, hanno sede la volontà e il peccato, e fanno pensare e temere chi primo s'affacci a considerare quella testa.

Mi volgo a un altro ritratto, a 24 anni, fatto a Oxford nel '78 lo stesso uomo, con una somiglianza che di rado si conserva tale per un così lungo ordine d'anni di giovinezza, gli stessi lineamenti; ma, fuorché nel labbro superiore imperioso e rilevato, nulla dell'Wilde del '92, nulla della opera singolare e recondita della sua volontà.
Dissi della facoltà affascinante di favoleggiatore, ch'era una delle peculiari doti del nostro; in questo tempo, ch'egli pure scriveva le sue migliori novelle, raccontò certo le sue storie più delicate e più argute; sì da lasciare memoria di « un aimable et éloquent gentleman », come nel poeta Henry de Régnier, in « tous ceux qui aiment les belles paroles et les belles histoires ».

Qui mi piace riferire alcune di queste "istorielle" colte sulla bocca di lui dal Gide, come quelle che più d'ogni altra opera ci avvicinano all'intimo processo, fantastico dello scrittore; poiché l'Wilde stesso diceva di non poter pensare « autrement qu'en contes ».
Questa é squisitamente ironica: «Quando Narciso fu morto, i fiori dei campi si disperarono e domandarono al fiume gocce d'acqua per piangerlo. - Oh! rispose loro il fiume, se tutte le gocce della mia acqua fossero lacrime, io stesso non ne avrei abbastanza per piangere Narciso: io l'amavo. - Oh ! ripresero i fiori dei campi, e come non l'avresti amato? Egli era bello. - Era bello? disse il fiume. - E chi potrebbe saperlo meglio di te? Ogni giorno chino sulla tua riva, egli guardava nelle tue acque la sua bellezza... ".

Qui Wilde, che raccontava camminando con Gide, dopo un convito, di notte, per Parigi, si fermò un istante. «Sì io l'amavo, rispose il fiume, si é perché quando si chinava sulle mie acque, io vedevo il riflesso delle mie acque nei suoi occhi».
Poi Wilde, con un bizzarro scoppio di risa, aggiungeva: "Questa si chiama: Il Discepolo ».

Quest'altra, nella sua leggerezza, simboleggia tutta l'estetica wildiana: «C'era una volta un uomo, che la gente del villaggio amava, perché contava storie. Tutte le mattine egli usciva dal villaggio, e quando vi rientrava alla sera, tutti i lavoratori del villaggio, dopo aver faticato tutto il giorno, gli s'adunavano intorno, e dicevano : Via! racconta : che hai tu veduto oggi? - Ed egli raccontava: Ho veduto nella foresta un fauno che suonava il flauto, e faceva ballare una corona di piccoli silvani. - Racconta ancora. Che hai tu veduto? dicevano gli uomini. - Quando sono arrivato sulla spiaggia del mare, ho veduto tre sirene, a fior delle onde, che pettinavano con un pettine d'oro i loro verdi capelli. -
E gli uomini l'amavano perché contava storie.

« Un mattino egli abbandonò, come tutte le mattine, il suo villaggio - ma quando arrivò sulla spiaggia del mare, ecco ch'egli scorse tre sirene, tre sirene a fiore dell' onde, che pettinavano con un pettine d'oro i loro capelli verdi. E continuando la sua passeggiata, egli vide, giunto presso il bosco, un fauno che suonava il flauto a una corona di silvani..." - " Quella sera, quando egli rientrò nel suo villaggio, e gli domandarono come le altre sere : Via! racconta : ch'hai tu veduto? egli rispose : -- Non ho veduto nulla ».

Quest'ultima é pure una "istorietta" estetica ; e si connette alla idea che fu direttrice dei pensieri e delle opere dell'Wilde, e che gli faceva considerare ogni fenomeno dal punto di vista, estetico, alla idea della necessità dell' espressione. Qua e là il lettore la trova adombrata nelle Intenzioni; e in una lettera ch'egli scrisse dal carcere in una bella similitudine, piena di speranza:
«Di là dal muro della prigione ci sono alcuni poveri alberi sporchi di fuliggine, che stanno appena ora rompendo in gemme di un verde quasi squillante. Io so benissimo a che essi tendono: stanno trovando espressione ».

Questa é la parabola:
« C'era un uomo che non poteva pensare se non in bronzo. E questo uomo, un giorno, ebbe una idea, l'idea della gioia, della gioia che abita l' istante. E sentì che gli bisognava dirla. Ma in tutto il mondo non restava più un solo pezzo di bronzo; chè gli uomini l'avevano tutto usato. E questo uomo senti che sarebbe divenuto folle, se non avesse detta la sua idea. E pensava a un pezzo di bronzo, sulla tomba della sua donna, a una statua che egli aveva fatta per ornare la tomba della sua donna, della sola donna ch'egli avesse amata; era la statua della tristezza, della tristezza che abita la vita. E l'uomo sentì che diveniva folle se non diceva la sua idea.
« Allora prese questa statua della tristezza, della tristezza che abita la vita; la spezzò; la fuse e ne fece la statua della gioia, della gioia che non abita se non l'istante ».

In queste e in altre brevi favole era lo spirito che pervade anche il libro delle Intenzioni; lo spirito indubbiamente pagano di questo periodo di vita. Alcune, pure raccolte dal Gide, sono anticristiane, se pure non irriverenti ; ma a questo doveva giungere l'Wilde. Simile alla persona d'uno dei suoi dialoghi, egli trattava il mondo come una palla di cristallo, lo teneva nella sua mano e la rovesciava per compiacere ad una ostinata fantasia; già in questo libro aveva teoricamente esaltato il peccato; predicata l'emozione per amore della emozione, la ricerca della voluttà squisita; sostenuta l'immoralità di ogni arte.
Spinoza, questo incorrotto maestro di corruzioni, gli aveva insegnato che nella vita attuale dell'uomo il dolore é un ponte gettato verso una minor perfezione; ma il dolore; egli pensava, di cui ci riempie l'arte, insieme purifica e inizia. E fu logico, fu naturale che, distinti i due mondi, dell'Arte dove é piacevole il dolore, della Vita dove il piacere stesso è doloroso, nella regione più profonda e oscura dell'anima sua, egli cercasse di trasferire le qualità sognate d'un mondo irreale nella realtà che si vede e che si tocca, ch'egli cercasse di vivere la vita dell'arte. Né io dico che questo fu il processo cosciente di quel pervertimento; forse sarebbe soverchia indulgenza o severità credere intellettuale e voluto tutto il suo peccato.
Certamente egli venne deliberatamente nel profondo, in caccia di nuove emozioni. Per lui quel che era il paradosso nelle dottrine, divenne la perversità nelle passioni; una sola volontà lo guidò nell'arte e nella vita. Ma a poco a poco egli obliò che ogni piccola azione di tutti i giorni fa o disfà il carattere; a poco a poco permise che il piacere lo dominasse, non fu più il condottiero dell'anima sua, il signore di se stesso. E ultimamente cadde nel vizio senza il quale, a detta di Ludovico Ariosto, sono pochi humanisti; e che in questi andava congiunto al "peccadiglio di Spagna", di non credere "In unità del spirito, il padre e il figlio",
allo stesso modo che in Wilde fu l'ultima tappa della via tracciata dalle dottrine estetiche, se non certo la loro conseguenza. « M. Wilde, dice Henry de Régneer, croyait vivre en Italie au temps de la Renaissance, ou en Grèce au temps de Socrate » ; e sia, ma non penso che il suo peccato fosse un mero "erreur chronologique".

Gli amici descrivono Oscar Wilde nei tempi immediatamente anteriori alla prigionia, vagante per l' Europa e per l'Africa settentrionale, in preda a non so quale profonda inquietudine. Ad Algeri, narrò al Gide uno degli ultimi suoi miti delicati e sapienti; egli fuggiva l'opera d'arte, non voleva più adorare se non il sole; il sole detesta il pensiero, lo fa indietreggiare e rifugiarsi nell'ombra, dall'Egitto alla Russia e alla Norvegia, per la Grecia, l'Italia e la Francia, secondo il suo cammino, il sole geloso dell'opera d'arte. L'adorazione del sole era l'adorazione della vita, lirica adorazione che si faceva via più feroce, terribile. Il Gide aggiunge: a Nietzsche m'étonna moins plus tard, parce que j'avais entendu Wilde dire: - Pas le bonheur! Surtout pas le bonheur. Le plaisir. Il faut vouloir toujours le plus tragique".

Voci sinistre, invidie, inimicizie di beneficati, ostilità di rivali in letteratura, venivano intorno a quel tempo accumulandosi sul nome di Oscar Wilde; alcuni, che gli si erano professati devoti, lo abbandonavano per paura; di quelli che pure gli erano fedeli, egli stesso dubitava. Egli sentiva la tempesta, e non cercava di salvarsi; sapeva, lontano da Londra, che qualche cosa di terribile doveva finalmente venire a troncare e rinnovare la sua vita; e, potendo non ritornare, non temette di andare incontro alla sventura, con la sua serenità abituale soltanto offuscata dal presentimento d'una grave, dolorosa necessità.

Del processo, non voglio, non posso parlare.
All'origine dei guai fu il violento marchese di Queensberry, padre del giovane poeta Lord Alfred Douglas (Bosie), che insultò l'esteta con un biglietto, e venne querelato dal Wilde per diffamazione. Al processo, Queensberry dimostrò la fondatezza della sua accusa leggendo alcuni osceni scritti attribuiti a Wilde.
Accusatore in principio, un vento di sfortuna subitaneo lo trasmutò in accusato; o fosse disdegno, o fosse sicurezza, nemmeno volle difendersi; e d'un opuscolo osceno che gli si attribuiva, ad esempio, negò d'essere autore, non per l'oscenità, ma per il brutto stile. Giorni di atroce impazienza, nei quali l'Wilde pareva aver perduto ogni coscienza di sé, come ce li descrive lo Sherard, quasi unico amico rimasto accanto a lui!

Libero ancora, padrone ancora di fuggire, conscio della oramai immancabile disgrazia, egli non volle o non seppe sottrarvisi. Pure, non so che profumo di perversa poesia, gli alitava intorno; allo Sherard, appena giuntogli vicino, domandava:
"Oh, perché non mi hai tu portato nessun veleno da Parigi», con lo stesso tono e con la stessa insistenza con cui nei begli anni gli domandava, mentre scriveva La Sfinge "Perché non m'hai tu portata nessuna rima da Passy?».

Una dama velata lasciava alla porta del poeta un ferro di cavallo con un mazzetto di viole, e un augurio: "For Luck" La condanna ormai prossima, e giudicata certa e insostenibile; faceva di quelle ore un'agonia e il poeta se ne rammentò scrivendo in seguito La ballata del Carcere di Reading.
Pochi giorni ancora, e la condanna severa, chi pensi ch'egli viveva a Londra, dove l'anacronismo di cui egli era accusato, é, dicono, frequente, fu pronunciata: 2 anni di carcere duro !!.
Egli fu preso, vestito di sacco, ammanettato. A dì 13 di novembre 1895, di Londra fu condotto nel carcere di Reading; e nel viaggio, riconosciuto da taluno, fu oggetto dello scherno della gente. Per un anno poi, ogni giorno, alla stessa ora, per uno eguale spazio di tempo, pianse, pianse, pianse " a chi é in prigione - egli dice - le lagrime son parte della quotidiana esperienza: un giorno in prigione senza pianto è un giorno in cui si ha il cuore duro, non un giorno in cui s'è felici ".

Lungamente il pensiero della morte l'occupò; poi si guardò intorno e s'accorse che, nell'abisso dov'era caduto, la profondità della sciagura l'accomunava intimamente ai suoi compagni di carcere; dalle sue dottrine stesse scaturii non so che nuovo sentimento d'umiltà, intesa in un senso cristiano e antico, d'accettazione rassegnata d'ogni esperienza di male e di bene. Come del piacere, così sentì la necessità del dolore; e come questo sentimento egli lo scoprì in se, nascosto lungo tempo, così vide che ogni bellezza di vita ancora rimastagli si conteneva in qualche istante di umiliazione, di avvilimento.
A un amico, che gli diceva di non credere una sola parola di quel ch'era detto contro di lui, di considerarlo innocente, vittima d'una orribile congiura, egli rispose fra le lacrime che, sì, molto era falso nelle accuse che gli si facevano, ma la sua vita era stata piena di perversi piaceri; e che solo accettando questa verità, la loro amicizia avrebbe potuto continuarsi: e amici furono, infatti, ancora in seguito. Ogni parvenza e ogni realtà della colpa, egli l'aveva accettato, per procedere nelle linee del proprio sviluppo, e per essere degno di quel che gli era avvenuto. Per l'avvenire, poiché gli parve la sua rovina derivata da poco individualismo, per essersi affidato alla società, che gli rendesse giustizia, si ripromise di trarre sempre meno dal mondo, sempre più dal suo intimo io.
E qui gli sovvennero alla memoria i ricordi della sua religione d'un tempo; nelle lunghe ore dolorose, dopo l'avvilimento del lavoro manuale, riprese a leggere, con Dante che gli diede profondi conforti, gli Evangeli in greco, immaginando che in quella lingua forse conosciuta da Gesù, le stesse parole fossero uscite dalla sua bocca e l'ultima parola di Cristo fosse stata veramente: perdono.
La vita intera del Salvatore gli apparve come un poema meraviglioso, e come una vera tragedia la messa, rappresentazione mistica, per mezzo del dialogo e del costume, e del gesto anche, della Passione del Signore; e fu per lui fonte di piacere e di riverenza ricordare che l'ultima reliquia del coro Greco, perduto altrove per l'arte, si trova nel chierico che risponde al prete nella Messa.

Ma, benché giuntogli attraverso questo mezzo estetico, il messaggio del Cristo ebbe per lui un'umile e profondo significato: il dolore, quasi direi il dolore umano, di quella vita, fu ciò che nella sua prigione ebbe un fascino singolare su di lui; e per quel dolore e per l'infinita carità e pietà umana del Cristo, Oscar Wilde conobbe l'ultima sapienza della rassegnazione e della compassione, lenimento soave d'ogni vita e d'ogni sventura di egoista. Arturo Schopenhauer, al limite estremo della sua speculazione sul dolore del mondo, aveva pure trovato, tra le poche vie di salvezza, quella della compassione; similmente l'Wilde venuto per altri porti a un altro abisso d'eguale profondità, in quella sola via umana vide, o forse appena intravvide, uno scampo.

Come il filosofo, però, oramai anche il poeta era intimamente ateo; poteva egli, sì, rinunciare e abiurare il suo paganesimo trionfante una volta, ed affermare che il Cristo, o l'anima del Cristo è presente in qualche sua forma in ogni movimento, com'egli diceva, romantico, cioè interiore, spirituale; e che il rinascimento classico del Petrarca e di Raffaello non fece se non interrompere e guastare il proprio rinascimento di Cristo, ch'é in Giotto, in Dante, in Artù, in San Francesco, erompente dall'intimo attraverso qualche spirito che lo informa. Poteva, sì, concepire questa missione estetica del Cristo e fare una sorta d'esegesi del suo individualismo; ma il fondo dell'anima sua era oramai immutabile, e il peccato e la sventura non fecero veramente se non continuarne lo sviluppo naturale. Io non conosco più salda, e, insieme, più profondamente dolorosa, dichiarazione d'ateismo, che non sia, questa, tratta dal De Profundis:
" La Religione non m'aiuta. La fede ch'altri dà all'invisibile, io dò a quel che si può toccare e guardare. I miei iddii abitano tempi fatti con le mani; e dentro il circolo della attuale esperienza il mio credo è perfetto e compiuto: troppo compiuto, forse, perché come molti di coloro che hanno posto il loro cielo in questa terra, io ho trovato in essa non solo la bellezza del cielo, ma l'orrore dell'inferno ancora ».

Qui io sento come una vendetta della natura, alla quale tutto toglie il poeta pagano, e che dal poeta tutto pretende quasi come se gli dicesse: tu hai espressa tutta la mia bellezza, io voglio che tu non conosca altra bellezza, anzi che tu creda che altra bellezza non vi sia. E il poeta che deve cantare, che se non cantasse, morrebbe, si contenta della sua omerica cecità, o appena se ne lamenta così: come continua l'Wilde:
«Quando io penso intorno alla religione, mi pare che mi piacerebbe di trovare un ordine per coloro che non possono credere: la Confraternita dei Senzafede, si potrebbe chiamarlo, dove su d'un altare senza ceri, un prete nella cui anima non abitasse la pace, potesse celebrare con pane non benedetto e con un calice vuoto di vino ».

Nelle ultime pagine del De Profundis, il poeta oblìa questa sua sofferenza, e scioglie un inno alla bellezza del mare e dei fiori, che lo attendono oltre la porta della prigione:
«Io ho uno strano desiderio delle grandi e semplici cose, come il mare, che mi è non meno materno della terra"« Io tremo di piacere, quand' io penso che il giorno stesso in cui lascerò la prigione, insieme il citiso e la glicine fioriranno nei giardini, e ch'io vedrò il vento agitare in mobile bellezza l'oro ondeggiante dell'uno, e far che l'altro scuota la pallida porpora delle sue piume, così che tutta l'aria sarà Arabia per me».
« Come Gautier, io sono sempre stato uno di coloro "pour qui le monde visible existe".
« Pure, io sono conscio ora che dietro tutta questa bellezza, per soddisfacente ch'ella possa essere, c'è qualche spirito nascosto di cui le forme e le figure dipinte non sono se non modi di manifestazione; e con questo spirito io desidero d'essere in armonia».
« Il Mistico nell'Arte, nella Vita, nella Natura, questo è quel ch'io cerco».

Ora finalmente questa adorazione dello Spirito e del Figliuolo, ma non del Padre; questa religione senza Dio prende il suo vero nome, che pure non si trova detto dall'Wilde; dal cattolicesimo non cristiano, dal paganesimo estetico, finalmente sbocciava un cristianesimo non cattolico, un panteismo. Io non voglio e non posso fare una disquisizione di teologia; ma penso che il concepire l'Wilde una natura tutta bella, buona, clemente "le cui dolci piogge cadono egualmente sul giusto e sull' ingiusto" e che "ha valli segrete dove egli piangerà indisturbato", e che lo "farà mondo nelle grandi acque, e sano con le erbe amare", derivasse dal fatto che lo spirito ch'egli vi sentiva nascosto non era ancora per lui se non una illusione, quasi direi una invenzione, letteraria, una pura apparenza poetica; nulla di intimo, di profondo; ma penso che del suo dolore e della sua vergogna egli aveva troppo goduto, e sia pure d'una gioia amara e piena di pianto, come del compimento della sua vita artistica, perché quel che egli aveva sofferto potesse pesare contro la colpa; che, infine, quella stessa sicurezza di una fantastica assoluzione naturale del suo peccato, doveva impedirgli ogni vero pentimento, ogni umiliazione sincera, la quale non può darsi se non in conspetto di una sanzione temuta.

Ho insistito a lungo su questo periodo della vita dell'Wilde, e ho cercato di chiarirne la confessione ch'egli ne fa nel De Profundis, perché mi pare che questo stato dell'animo suo, sia, il più singolare e il più rappresentativo; "egli si conviene aspre cose patire - dice un nostro Antico - le durezze maturano la mente, e l'uva bene matura ha più pieno sapore".
Pertanto io dicevo, incominciando, che in questo aspetto dell'Wilde volentieri s'appagherebbe un nostro sentimento estetico dell'etica, che vuole onestamente compensati su questa terra ed equilibrati nella stessa persona il male e il bene, la virtù e il peccato. L'Wilde stesso pensava, forse, d'avere espiato, e non ricordava certe parole scritte in questo libro, non dubitando di dovere egli farne prova: parlava dell'uomo d'azione
:
« Sul campo dov'egli pensava d'aver seminato pruni, noi abbiamo fatta la nostra vendemmia; e il fico che egli piantò per il nostro piacere, è sterile come il cardo e più amaro
».

Seminatore per sé di gioie, l'Wilde aveva vendemmiati triboli; e l'hortulus cristiano di moralità, eh' egli aveva ordinato sulle terre del suo immoralismo pacano, doveva crescergli gli spini della passione, imbevuti del veleno del luogo.

Dopo due anni di pena, Oscar Wilde lasciò le carceri di Sua Maestà in Reading, passò la Manica, cercò pace e riposo lungo la riva del mare presso Dieppe, in un villaggio nominato "Le Petit Berneval". Qui, sotto il nome di Sebastiano Melmoth (protagonista d'un romanzo di un suo zio), rimase non lungo tempo, visitato dai suoi amici inglesi e francesi, vivendo una vita lussuosa e imprevidente con poche centinaia di sterline che gli rimanevano. Aveva presa, in affitto e fatta ammobigliare una graziosa villa, dov'egli contava di scrivere, in uno studio delizioso pieno di libri, di quadri, di fiori, due drammi, probabilmente nello stile della "Salomè", un "Faraone" e un "Achab e Jésabel". Questi drammi non furono mai scritti.

Qui mi conviene accennare a una persona, e che non è nominata dagli amici del poeta: lo Sherard la chiama un giovane, un amico; il Gide, X. (Lord Alfred Douglas, qui accanto nell'immagine a sinistra). Falliti alcuni tentativi di conciliazione con la famiglia, non per volontà della moglie dell'Wilde, nobile e dolorosa creatura, insistendo quest'amico "ch'era stato la sua rovina" a chiedere di poterlo rivedere, e di continuare la amicizia interrotta, Oscar dapprima resisté a lungo, supplicò l'amico che gli lasciasse finire il Faraone; poi povero, abbandonato, disperando di non poter più lavorare nella sua solitudine, diede convegno ad X. a Rouen, riprese l'antica vita, andò a Napoli, a Villa G... a Posillipo con lui. Ma anche questo durò poco. La famiglia del giovane cercò di vincerlo affamandolo; e l'Wilde, per sua parte, era senza un soldo. Inoltre, dagli Inglesi numerosi a Napoli, ovunque egli si mostrava, dovette soffrire continui affronti, insulti. Furono gli ultimi giorni di lusso; e finalmente egli se ne venne a Parigi, a condurre una vita miserabile di letterato Bohémien, a tradurre Barbey d'Aurevilly per un editore, a scrivere, forse, per il teatro, qualche lavoro che non fosse rappresentato con il suo nome.

Povero e abbandonato oramai per sempre, umiliato veramente, visse ancora due anni ; al Gide, che incontratolo gli faceva rimprovero di aver lasciato Le Petit Berneval, rispose allora con una frase piena di accoramento e di lacrime, che vale più d'un poema
"Il ne faut pas en vouloir à quelqu'un quia été frappé".
Dolcemente, come a un fanciullo nel suo sonno, lo sopraggiunse la morte il 30 novembre 1900. Pochi fiori e sette persone accompagnarono la bara dal piccolo albergo della via delle Belle Arti alla chiesa di St. Germain des Près per una triste cerimonia e poi l'avvio al cimitero quasi clandestinamente. (poche settimane prima era morto Friedrich Nietzsche).

Come il duca di York, nell'Arrigo VI del suo Shakespeare, ma con ben altro significato, forse la sua miseria ultima l'aveva fatto degno d'implorare avanti la morte: "Apri la tua porta di misericordia, o Dio clemente! L'anima mia vola attraverso queste ferite a cercar fuori te!".

LE OPERE

Ora mi conviene fare breve discorso, di proposito, delle opere del poeta, alle quali già in modo sparso ho accennato.
Dalle pagine che precedono, io penso che il lettore conosca qual è il valore del libro che qui si traduce ("Le intenzioni") nella vita del suo autore, e come, insieme con il De Profundis (che fu già tradotto, sebbene assai infedelmente e in cattiva lingua italiana), le "Intenzioni" siano in singolar modo rappresentative dello spirito sì del tempo e sì della persona a cui le dobbiamo. Della traduzione non sta a me parlare; ma voglio solo dichiarare che vi ho speso intorno ogni cura più amorosa, e mi sono studiato di far sì, che, pur conservando la lettera dell'originale, questo libro fosse un libro italiano. Lontano mi è il pensiero (e il lettore se n' è avveduto da queste pagine) di predicare fra noi le idee morali ed estetiche dell'Wilde; com'é costume di fare in Italia, per chiunque abbia scritto fuori d'Italia, quando si tratti di idee o non convenienti a noi o non intese o superate altrove; tanto è vero che la nostra è la patria delle idee perdute, e certi nostri filosofi i padri delle idee illegittime.

Delle idee morali ho detto sopra; delle estetiche non farò una esposizione, poiché al termine dei diversi saggi l'Wilde stesso le riassume chiaramente; non una interpretazione, perché chi volesse volgerle nel linguaggio della filosofia, se le vedrebbe sfuggir di mano, perdersi al vento, leggere, contraddittorie, inconsistenti, come sono, e appena coperte d'una tunichetta di filosofia spicciola hegeliana (parole, parole, parole!), di quella che insegnano nelle scuole inglesi; non una confutazione, finalmente, che in filosofia non è se non la opposizione di un sistema ad un altro, cioè un'opera più o meno oziosa.

Il pregio vero di questo libro è più recondito, è in quel che non si può ne esporre, né interpretare, né confutare nella poesia. E in primo luogo, in quanto è un elegante e molteplice ritratto dell'autore, che tu ritroverai in Gilberto, in Viviano e nello sciagurato gentiluomo ch'è oggetto del secondo saggio, a volta a volta paradossale, intelligente, amatore delle cose belle, e reo di delitti più gravi di quanti egli mai non commetterà, e caduto in un abisso profondo come quello in cui egli cadrà.
In secondo luogo, in quei tratti brevi e frequenti di descrizioni d'opere di poesia, in quelle frasi rapide o sulla natura o sulla musica, ch'io lascio a te di cercare, perché la lettura ti sia, com'è stata a me la traduzione, una fatica gradevole.

Taluno cercherà le Intenzioni per amore dei paradossi, e n'avrà largo pascolo; ma io penserei per tal sorta di persone, d'aver fatta opera vana; poiché il paradosso è di sua natura la più inutile forma di discorso: chi legge l'accetta, per non "essere da meno" di chi lo ha enunciato, come quel re della fiaba, per il quale, di deliberato proposito, nulla era incredibile. Pure giunse chi gli dicesse cosa da non si credere nemmeno da lui.

L'amore del paradosso è anzi quel che guasta molto dell'opera dell'Wilde; del suo romanzo, dei drammi, di questi saggi. Di noi alcuni avranno pur letto nel Leopardi, che «del bello, il maggior contrario è propriamente il vero» ; e questa affermazione quasi empirica, questo aforisma ci aveva fatto meditare; ma ecco, nella Decadenza del Mentire, l'Wilde ne fa un sistema, lo sviluppa, lo dimostra, lo riassume, e il fascino profondo è svanito, spezzato l' incanto sottile. Non restano se non alcune osservazioni acute sul processo della creazione artistica, altre mirabili sull'influsso dell'Arte sulla Vita e sulla Natura; o meglio su quel che nella Vita e nella Natura vi è di più immediatamente subordinato alla volontà e immaginazione nostra; restano, cioè, alcune pagine di critica romantica e alcune teorie di idealismo estetico, nelle quali solo la mente del poeta ha potenza di filosofo, forse in virtù di una inconsapevole reminiscenza del terribilmente metafisico idealismo assoluto del Berkeley.

Non poco, veramente; ma avrebbe potuto restare assai di più, solo che l'autore avesse avuto un po' più di misura; lo spirito dell'Wilde non é fatto per volare troppo alto, e a mezz'aria si trova perfettamente a suo agio. Talchè, se non il migliore, certo il più sensato di questi saggi è l'ultimo; si può, sì, preferire a una scena archeologicamente esatta, per un desiderio di fantastica semplicità, un cartello che indichi, appeso a un gran drappo, il luogo dell'azione; ma non si può negare che abbian pregio le molte e sapienti osservazioni dell'Wilde sulla Verità delle Maschere, per le quali, e con la sua Salomè, egli precorse tutto un nuovo movimento romantico nel teatro italiano e francese.
Nei saggi sul Critico come Artista, la critica dell'intellettualismo nell'arte, del moralismo nella storia, la definizione della vita contemplativa, il franco disdegno dell'azione, sono punti di singolare importanza, e che solamente dopo di lui furono attinti o superati; il concetto generale della critica estetica, come rinnovamento nell'anima nostra della vita che la creatura dell'arte ha vissuto nell'anima dell'artista, e i numerosi e brevi esempi ch'egli ne dà, sono veramente mirabili; ma dove egli afferma la superiorità del critico sull'artista, il sofisma su cui il paradosso si fonda è evidente, e noi non possiamo consentire con lui in questa affermazione che non ha valore se non in quanto ci giova a conoscere meglio lo spirito affinato, del quale è espressione legittima, di questo figliolo della cultura.

Prima di ricercare le tracce di questo spirito particolarmente critico nelle altre opere wildiane, per meglio illustrare il movimento estetico inglese, di cui questo libro é in certa maniera la bibbia, e che da noi è esaltato o combattuto con assai scarsa conoscenza, trarrò alcune pagine da due scritture poco note e molto rare del nostro, che sono quasi due manifesti di quella scuola, alla maniera dei manifesti delle sétte letterarie di Francia.
Primo, credo, in ordine del tempo, è l'"Envoi", o commiato, con cui egli accompagnò, pubblicandolo a Filadelfia nel 1882, un volume di versi del suo amico e compagno d'imprese letterarie, Rennell Rodd: "Foglia di Rosa e foglia di Melo". Questa è una vigorosa affermazione della inintellettualità del fatto artistico, alla quale, espressa con altre parole, sottoscriverebbe forse anche il migliore dei nostri filosofi estetici, Benedetto Croce. L'Wilde parla dei versi dell'amico, «pieni di dolce tristezza, e pure pieni di gioia
» ; e dice: «il più gioioso poeta non é quel che semina per le desolate vie maestre del mondo il seme sterile del riso, ma quello che rende più musicale il suo dolore, questo essendo il vero significato della gioia in arte, elemento incomunicabile di piacere artistico, che, in poesia, per esempio, viene da ciò che Keats chiamava la " vita sensibile del verso», l'elemento di canto nel cantare, reso a noi così dilettoso da quella meraviglia del movimento, che spesso ha la sua origine in un mero impulso musicale, e nella pittura convien si cerchi, non mai nel soggetto, ma solamente nel fascino pittorico - nello schema e nella sinfonia del colore, nella bellezza che appaga del disegno: così che l'ultima espressione della nostra arte di pittura non è stata nelle visioni spirituali dei Preraffaelliti, per tutte le loro prodigiose leggende greche e misteriose canzoni italiane, ma nell'opera di uomini come l'Whistler e Alberto Moore, che hanno innalzato il disegno e il colore al livello ideale della poesia e della musica.
Poichè la qualità della loro pittura squisita viene dal trattamento meramente inventivo e creativo della linea e del colore, da un certo modo e scelta di bel lavoro, che, rifiutando ogni reminiscenza letteraria ed ogni idea metafisica, è per se stesso interamente soddisfacente al senso estetico - è, - come direbbero i Greci, - fine a se stesso; l'effetto dell'opera loro assimigliandosi a quello che ci dà la musica; perché la musica é l'arte nella quale forma e materia sono sempre una - l'arte il cui soggetto non può separarsi dal modo della sua espressione, l'arte che più compiutamente effettua per noi l'ideale artistico, ed é la condizione alla quale tutte le altre arti costantemente aspirano.
«Ora questo senso accresciuto dal valore assolutamente appagante del bel lavoro» (o, come avrebbero detto i nostri antichi, magistero), "questo riconoscimento della capitale importanza dell'elemento sensibile nell'arte, questo amore dell'arte per l'arte, è il punto nel quale noi della giovane scuola ci siamo dipartiti dall'insegnamento di Giovanna Ruskin, - definitivamente e decisamente».

E, per vero, in questi pochi periodi è contenuto tutto quello che alla estetica morale ruskiniana opponeva il nuovo estetismo; tutto, e non poco; ma ogni altra cosa che si sappia o si dica degli esteti è, per usare la parola da Shakespeare, cuoio e brunello, sia di quanto aggiunsero essi stessi, o mutarono, alla norma primitiva, sia di quanto imaginarono gli ignoranti e gli avversari. Dirà taluno: estetica pagana; ma, che io sappia, nello studio del fatto artistico, non il sentimento si trova nella radice, ma l'intuizione, né pagana né cristiana; fenomeno anteriore simile nel Beato Angelico e in Prassitele, per una Madonna o per l'Eros di Tespia. Veramente quello che fu detto per la Musica, converrebbe dire per tutte le arti, che esse non esprimono la qualità, ma la forza del sentimento; rimanendo questo esterno sì alla intuizione che all'espressione, indifferente, o forse puro eccitatore d'un fatto diverso. L'arte è blandizia, dolcezza, fermezza, violenza; non amore o odio, non dolore o gioia, se non nel senso traslato delle prime parole riferite dell'Envoi.

Naturalmente, pur tenendo ferma questa essenza teorica dell'arte, libero è l'artista di scegliere qualunque modo di vita interna. A taluno piacerà meglio che la propria vita attiva e spirituale sia fine a se stessa, e i suoi prodotti mentali non abbiano se non un valore subordinato e secondario; ad altri, invece, sommettere alla funzione artistica tutta la vita, interiore e mondana; e tale è l'opinione professata in questo manifesto della "moderna scuola romantica" come l'Wilde chiama questa, che altrove dice rinascita dell'Ellenismo; tanto, anche nella sua mente, i diversi mondi s'opponevano e insieme si confondevano.

Esposte e lodate le liriche del volume, ricercata la linea che le governa intimamente, l'Wilde continua con queste parole:
"In somigliante modo noi potremmo raccogliere questi sparsi e dispersi petali di canto in una perfetta rosa di vita, e pure, forse, così facendo, noi potremmo perdere la vera qualità delle poesie; la vita reale è così spesso la vita che non si conduce; e bei poemi, come fili di belle sete, possono essere intessuti in molti modi e secondo molti disegni, tutti differenti e tutti meravigliosi: e la poesia romantica, anche, è essenzialmente la poesia delle impressioni, simile a quella recentissima scuola di pittura, la scuola dell'Whistler e di Alberto Moore, nella sua preferenza d'un atteggiamento a un soggetto; nel suo trattar piuttosto le eccezioni che i tipi della vita; nella sua intensità breve, in quel che si potrebbe chiamare la sua ardente momentaneità, poiché veramente gli atteggiamenti momentanei della vita, i momentanei aspetti della natura cercano ora pittura e poesia di esprimere. Sincerità e costanza avrà sempre, veramente, l'artista, ma la sincerità nell'arte è soltanto quella plastica perfezione di esecuzione, senza la quale una poesia o pittura, per nobile che ne sia il sentimento o umana l'origine, non è se non un'opera inutile e perduta, e la costanza dell'artista non può essere in alcuna definita regola o sistema di vita, ma in quel principio di bellezza, per il quale solo le ombre incostanti della sua vita sono nei loro momenti più fuggevoli arrestate e fatte permanenti. Egli non s'acquieterà, per es., in materie d'intelletto, in quella facile ortodossia dei nostri giorni, che è così ragionevole e così artisticamente ininteressante, né, ancora, desidererà quella ardente fede del tempo antico, che, pure intensificandola, limitava la visione; anche meno permetterà egli che la serenità della sua cultura sia turbata dalla disperazione discordante del dubbio, o dalla tristezza d'uno sterile scetticismo, poiché la Valle Perigliosa, dove eserciti ignari s'azzuffano nella notte, non è luogo di riposo adatto per Colei a cui gli Iddii han destinata la chiara montagna; l'altezza serena, l'aria assolata; - piuttosto egli saggerà curiosamente sempre nuove forme di fede, colorirà la sua natura del sentimento che ancora s'attarda intorno ad alcuni bei credi, e cercherà l'esperienza stessa, non i frutti dell'esperienza, e insignoritosi del suo segreto, abbandonerà senza rimpianto molto che una volta era assai prezioso per lui. "Io sono sempre insincero", dice Emerson, "com'io conosco che vi sono altri stati d'animo". "Les émotions" , scrisse Théophile Gauthier, "n
e se ressemblent pas, mais être ému - voilà l'important ".

Questo e il credo di quel che noi comunemente chiamiamo un dilettante; e sotto le specie di dominazione intellettuale cela una grande debolezza interiore; e nel desiderio di una fantastica molteplicità, disperde la personalità vera. In queste parole é il principio di tutta la morale wildiana e delle "Intenzioni"; e chi le consideri, e consideri insieme il tempo in cui furono scritte, non desterà meraviglia se conosce nell'Wilde un fratello, forse differente soltanto di nazione, di Robert Greslou e di Andrea Sperelli; né la citazione del Gautier, fatta in questo luogo, gli parrà senza valore, se vorrà seguire verso le sue radici l'amoralismo contemporaneo.

Al tempo in cui fu scritto l'Envoi appartiene anche la Lettura sul Rinascimento Inglese, che forse non é più che une serie di appunti per i discorsi che l'autore fece agli Americani. Egli segna in Keats l'inizio di quel movimento che dopo il 1847 si continuò col Preraffaellismo; e di questo riconosce i caratteri con parole simili a quelle, ch'io ho riferite, dell'"Envoi". Rivendica all'artista le libertà nelle scelta dei soggetti "perché l'arte, per citare un nobile passo del Swimburne, è la stessa vita, e nulla sa della morte.
E così accade che quegli che sembra star più remoto del suo tempo, è colui che meglio lo rispecchia, poiché egli ha liberata la vita da quella nebbia di familiarità che, come Shelley soleva dire, ce la rende oscura».
L'Wilde seguita determinando il valore delle critica, del romanzo, del dramma nel nuovo rinascimento; e spera dall'America, «ch'è giovane, almeno», le perfezione di questa reviviscenze dell'arte sassone; speranza che non si é, finora, adempiuta, e nella quale forse nemmeno il poeta fidava, ma ch'esprimeva, per compiacere ai suoi ascoltatori, insieme con frequenti sarcasmi contro il pubblico e lo spirito inglese.

Afferma da ultimo quel che noi siamo sazi oramai d'udire: "Veramente mai non si dovrebbe parlare di una poesie morale o immorale. La poesia é o bene scritta o male scritta; questo é tutto" ; temperando le crudezze dell'assioma con le previsione d'una futura fratellanza degli uomini, fondata sulla creazione d'una "comune atmosfera intellettuale". Finalmente, riconoscendo che "le divina prescienze delle bellezza non è retaggio dei Teutoni e dei Sassoni", ma che ad essi conviene una sorte di educazione o meglio rivelazione artistica, poiché "le verità dell'arte non possono essere insegnate, in questo trova la ragione e la enorme importanza delle arti decorative nel Rinascimento inglese; del disegno meraviglioso dovuto alla mano di Eduardo Burne-Jones; dei tappeti tessuti, dei vetri colorati, dei bei lavori d'argilla, di metallo e di legno".

Le Lettura si chiude con questa pagina singolare ed eloquente:

"Voi avete udito, io penso, o alcuni di voi, di due fiori connessi col movimento estetico in Inghilterra, dei quali si dice (erroneemente, io v'assicuro) che siano il cibo di alcuni giovani esteti. Ebbene, lasciate ch'io vi dica che le regione per cui noi amiamo il giglio e l'elianto non è affatto per alcuna moda vegetale, ma perché questi due bei fiori sono in Inghilterra i due più perfetti modelli di disegno, i più naturalmente adatti all'arte decorative - perché la sfarzose bellezze leonine dell'uno e la preziosa grazia dell'altro, dànno all'artista la più integra e perfetta gioia. E così sia di voi: non ci sia fiore nei vostri prati, che non attortigli i suoi viticci intorno ai vostri origlieri, non fogliolina nelle vostre titaniche foreste che non presti la sua forma al disegno, non uccello nella vostra aria che non dia la maraviglia iridescente del suo colore, le curve squisite delle sue ali nel volo, per fare più prezioso il pregio d'un semplice ornamento. Perché le voci che hanno la loro dimora nel mare e sulla montagna non sono soltanto la musica prediletta della libertà. Altri messaggi vi sono nella meraviglia delle altezze corse dal vento e nella maestà del mare silenzioso - messaggi che, se voi li ascolterete, vi daranno il prodigio d'ogni nuova immaginazione, il tesoro d'ogni nuova bellezza. Noi spendiamo i nostri giorni, ciascuno di noi, cercando il segreto della vita. Ebbene, il segreto della vita è nell'arte".

Nobili parole veramente, ma solo se chi le pronuncia possa rimeditare e sentire quest'altre del Keats: "Io non ho riverenza per nulla che esista, fuorché per l'Essere Eterno, per la memoria degli uomini grandi, per il principio di bellezza".
L'errore è in chi pensa di poter essere un artista, e non un uomo; creare, e non comprendere; avere una mano per dipingere o una gola per cantare, e non un'anima immortale.

L'OPERA PROPRIAMENTE LETTERARIA

L'opera propriamente letteraria di Oscar Wilde si apre e si conclude con due drammi, "Vera" e "Salomè". Da quello, che pure, nella sua impostazione vieta e di maniera, ha qualche sentore e qualche sapore shakespeariano (Alexis é forse un nipote del principe dano, e nel terrore dello Czar c'è qualcosa di Macbeth), a questo, ch'é il più poetico e pure il meno inglese e shakespeariano dei suoi drammi, la via è singolare e interessante; una pagina della citata Lettura ci sarà guida per ricorrere questo cammino. Fu scritta dopo la composizione del primo dramma, e n'è, nello spirito, assai lontana; dice: "il romanzo non ha ucciso il dramma, come ci vorrebbero persuadere alcuni critici. Il periodo romantico francese ci mostra che l'opera del Balzac e quella dell'Hugo crebbero insieme l'una accanto all'altra - anzi più, furono l'una complementare dell'altra, sebbene inconsapevolmente. Il dramma é il punto dove l'arte e la vita convengono; ha a fare, come disse il Mazzini, non solamente con l'uomo, ma con l'uomo sociale, con l'uomo in rapporto con Dio e l'umanità. E' il prodotto di un periodo di grande nazionale raccolta energia. E' impossibile senza un nobile pubblico, ed appartiene ad età come quella di Elisabetta, a Londra, di Pericle, ad Atene. Conviene partecipi d'un alto ardore morale e spirituale come venne alla Grecia dopo la disfatta della flotta persiana, ed agli Inglesi dopo il naufragio dell'armata di Spagna.
"Lo Shelley sentì come fosse incompiuto il nostro movimento in questo riguardo, e mostrò in una grande tragedia con quale terrore e pietà egli avrebbe pacificata la nostra epoca; ma, a malgrado dei Cenci, il dramma è nuovo tra le forme d'arte, attraverso le quali il genio inglese cerca invano un'uscita e un'espressione".
Poco tempo dopo ch'egli ebbe scritto queste parole, compì il nobile tentativo della "Duchessa di Padova", tragedia francamente shakespeariana, magnificamente concepita. A pena c'è dato, dalla traduzione tedesca, che sola se n'è pubblicata di sul manoscritto originale, risalire all'opera che certo è condotta con profondo magistero di verso, se non di dialogo, secondo che si può indurre dalle altre opere wildiane del tempo.

La scena della favola è in una Padova immaginaria della seconda metà del cinquecento; la favola, pur di tra il vecchio armamentario romantico di tiranni, di vendette, di prigioni, di veleni, trae qualche bagliore di alta poesia drammatica; o dove la sposa del Duca uccide il suo signore immaginando di compiacere al suo amante, e questi, ch'aveva avuto quella vendetta da compiere in retaggio dal padre, ha orrore della donna, perché aveva deciso di cacciare fino al manico la spada nel petto del tiranno addormentato, e di donargli la vita; o dove la Duchessa converte in odio l'amor suo e fa che l'amante sia condannato a bere il veleno; o dov'ella, tornata amorosa, beve il veleno e offre all'amante il suo anello, con cui potrebbe fuggire; ma questi ha più a cuore di morire con lei, nel primo ed ultimo bacio del loro amore.
Certamente la figura della donna, Beatrice, é disegnata, se non colorita, con singolare potenza; ed è forse la più squisita delle immagini femminili nell'opera wildiana, dopo la delicata Sybil Vane; Guido Ferranti, l'Amleto italiano, combattuto fra il dovere della vendetta e l'amore improvviso, "at first sight", della Duchessa, è forse più debole, se non nel quarto atto, dove il suo discorso innanzi ai giudici e a Beatrice, è una lenta, sottile tortura per la donna che l'ama, l'odia, lo teme, e teme insieme per lui; Simone Gesso, il duca, il tiranno, non è di maniera e di parole soltanto, ma nel secondo atto incrudelisce veramente contro il suo popolo affamato, per il quale invano intercede Beatrice.

Mista di prosa e di versi (se tale é nell'inedito inglese quale nella versione tedesca), anche la forma della tragedia è schiettamente shakespeariana; come alcuni dei caratteri, come il voluto sapore anacronistico che la pervade tutta, come la rappresentazione retta e vivace dell'anima di un'epoca, pur travisata nelle apparenze.
Ma se in questo era la forza, in questo era anche la debolezza della Duchessa di Padova; e se il poeta s'era illuso, per un istante, di risuscitare il dramma elisabettiano con farne rivivere la forma, con imitarne la vita e l'anima, comprese per certo poco dopo che l'arte sua non aveva creato se non un vano fantasma, poiché nessun "alto ardore spirituale e morale" poteva nel suo tempo, in Inghilterra, sollevare le folle fino all'altezza dello spirito tragico, e dare la sua voce a un poeta che l'esprimesse per la gioia, per lo spasimo, per il tumulto di un popolo ingenuo e possente.
La Duchessa di Padova non fu, vivendo il poeta, rappresentata nè edita.

Io penso che fin d'allora balenasse alla mente dell'Wilde la verità che dovette poi condurlo alla Salome: che il dramma moderno, se vuol essere, conviene che sia eminentemente individuale; che il poeta rinunci a quella che pure non era forse nulla più che un'illusione, di sentirsi animato, guidato, aiutato nell'opera dallo spirito della sua nazione e de' suoi contemporanei; ma si chiuda nella sua torre d'avorio e qui dia i suoi drammi, egli autore, egli idealmente attore e spettatore; e poi li riveli alla gente, perché ciascuna anima, che ne sia capace, ne goda nel suo intimo. Non che sia morto il teatro; ma é morta l'anima della folla; che comprende, che ama, che odia, buona sensibile violenta crudele, religiosa voluttuosa ironica; é morto il compagno necessario del poeta, il pubblico d'Eschilo, d'Aristofane, de' Misteri cristiani, di Shakespeare; é morta la persona ch'è fuori del dramma, lo spettatore che lacrima, che grida e gode e ride, che si flagella, che si esalta.
Io non so quale musico o poeta non vorrà piangere questa morte; ma non so quale non ne vorrà un poco, nell'amarezza, godere, pensando che di questa morte sono morte un poco tutte le poesie drammatiche, che quella vita aveva contribuito a far vivere; mentre l'opera sua nuova parteciperà dell'eterna vita dell'anima da cui sola sarà nata, e parlerà l'eterno linguaggio dell'anima nel tempio interiore d'infinite anime avvenire.

Come ogni cosa, nel declinare e nella decadenza apparente, tende a rifugiarsi nell'intimo, a vivere una vita profonda, così, pur durando sulle scene e sui teatri, il dramma si fa interiore ed acquista la perfezione della pura poesia.

A questo mai non giunse l'Wilde. Di più, prima d'andare avanti, o fosse delusione, o vanità, traviò. Io non so in qual conto egli tenesse i drammi scritti in questo tempo, ma a me paiono assai meglio partecipi della vita esteriore di lui, elegante e vana, che dell'interno tragico lavorio dell'anima. Il Ventaglio di Lady Windermere, e Una donna senza importanza, dei cui difetti ho già parlato, sono opere fatue e leggere, scritte, probabilmente, per l'applauso di quel pubblico che egli conosceva assai bene.
Il ritorno d'una madre colpevole, in quello, e, in questo, il ritrovamento d'un padre dimentico, sono i motivi simili intorno ai quali s'aggira l'intrigo, meglio che l'intreccio, dei due drammi; e l'intendimento apparente é morale; ma lo spirito dello scrittore accarezza molto volentieri la creatura che sembra flagellare; così che il lettore resta pensoso, come chi dubiti se gli si parli sul serio.

Immagino che le platee londinesi non potessero nemmeno ammettere il dubbio d'essere beffate; e si compiacessero con semplicità sì ai bei motti e sì al fine morale; ché di quelli, soprattutto, i due drammi abbondano; tanto é vero che applaudivano ancora quando il poeta, dopo lunghi applausi, si decideva a comparire alla ribalta, con un garofano verde all'occhiello e una sigaretta fra le labbra, dicendo: " non é forse cortese fumare innanzi a voi, ma nemmeno disturbarmi mentr'io fumo" ; si vera sunt tradita.

Considerate ora che la Salome fu scritta poco dopo; ma in Parigi, ch'è la patria vera di quell'anima più celtica assai che anglo-sassone; ma fuori del suo piccolo home; ma nella vita turbinosa, forse nel principio della rovina. L'anima che abbandonava la maschera nella vita, per scendere nel profondo, nelle viscere del peccato e di là dai confini del costume, sentiva il bisogno di compiere per la scena opera d'arte, di rimettere finalmente sul volto degli attori la maschera tragica. Erode debole e voluttuoso, sedette a banchetto fra gli scribi e i legati romani; Erodiade tessè l'insidia; Giovanni, sporto dalla cintola in su fuor del suo pozzo, con la voce esperta della solitudine, gridò la vergogna e la vendetta; Salome accesa d'un perverso amore improvviso danzò la sua danza lussuriosa davanti al re pallido nello spasimo afrodisiaco, davanti agli scribi cupidi, ai romani violenti, per avere quella testa selvaggia, quelle labbra di baciare nel delirio, e cadde sotto gli scudi dei soldati. Sulla terrazza della reggia, fra i tappeti gli aromi le gemme gli ori, la terribile pagina di poesia visse tutta la sua nuova, intensissima vita; la tragedia di un solo atto ebbe l'impronta manifesta delle creature create con grida e dolore; fu un poema demoniaco e sanguinoso.

Costretta nella brevità dell'arco scenico e dell'atto unico, come si conveniva per esprimere e attuare tutta la tragica potenza del soggetto, la Salome fu ancora, quasi a crescere lo sforzo, concepita e scritta in francese; e fu tradotta in inglese da quell'amico del poeta, al quale gli altri amici imputino la sua rovina.

Nella sua più intima essenza artistica, come nelle contingenze dell'anima dell'Wilde negli inni e nei luoghi in cui la scrisse, stanno dunque celate le ragioni profonde per cui quest'opera é il frutto più maturo e prezioso dell'arte di lui, e insieme rappresenta, assai meglio d'ogni altra, in cui pure egli abbia cercato di ritrarsi, il bel volto del poeta, sotto la maschera del peccato e del dolore, cioè nella sua verità nuda e intera.

IL DORIAN GRAY

Queste parole ho trovate nel libro d'un antico scrittore spirituale: "Mai non è da vincere peccato con peccato". L'eroe del solo romanzo di Oscar Wilde pensava che si dovesse curare l'anima per mezzo dei sensi, i sensi per mezzo dell'anima; che é, chi ben l'intenda, l'opposta sentenza della prima. E questa nitida opposizione mi è piaciuta molto, fra la massima cristiana e lo spirito dell'opera di chi volentieri si diceva pagano.
Non voglio qui narrare, la trama del Ritratto di Dorian Gray
(lo potete leggere interamente nelle pagine successive); ma brevemente, per mezzo d'una figura psicologica, accennarla. Dorian Gray é giovanissimo, bellissimo, purissimo; é l'anima stessa del poeta, per così dire, avanti lettera. Lord Henry Wotton è la persona, in certa maniera, della viziosa esperienza, la maschera di paradossale edonismo che il poeta foggiò per l'anima in cospetto del mondo. Basilio Hallward è la coscienza morale ostinata a malgrado della volontà malvagia, che finisce per ucciderla in sé, ma ultimamente le soggiace. Lord Henry é il maestro di eleganze di voluttà di cinismo alla giovane anima pura; il pittore Hallward dipinge il ritratto del fanciullo ancora innocente, e sul ritratto, per la magia d'un voto di Doriano, l'età, i vizi, i delitti, l'ipocrisia lasciano la loro impronta disgustosa, mentre i lui per lungo ordine di anni rimane intatta la giovinezza del corpo, l'innocenza dell'espressione. E quando, al termine di infinite abiezioni, Doriano colpisce, per uccidere il passato che lo opprime, il ritratto vivo di una orribile vita spirituale, ch'egli tiene nascosto, testimonio pericoloso, in una stanza remota, non la tela cede; ma s'ode un grido e un tonfo: «I servi, come poterono entrare, trovarono appeso alla parete un meraviglioso ritratto del loro signore, quali essi l'avevano ultimamente veduto, in tutto lo splendore della sua squisita giovinezza e bellezza. Sul pavimento giaceva un uomo morto, in abito da sera, con un pugnale nel cuore; appassito, rugoso, disgustevole il volto. Solo dagli anelli conobbero chi fosse ».

Nessuno, forse, più dell'autore stesso ripugnerebbe a questa interpretazione soggettiva e quasi autobiografica del romanzo; o, almeno, avrebbe ritenuto secondo le idee estetiche che allora appunto esponeva in queste "Intenzioni"; chè poi, invece, si piacque, come vedemmo, di cercare figurato sé stesso nelle sue opere e prefiguratovi il suo destino. Ma non conviene condurre l'idea della obiettività e incontingenza assoluta dell'opera d'arte, fino a questo assurdo, ch'essa non debba tenere affatto dello spirito dell'autore, sì da avere quasi un'anima sua; poiché in questo modo si tornerebbe per altra via alle necessità della scuola storica, e poiché ben l'intima comunione e dipendenza dell'anima che crea, é quel che libera la creazione dalle contingenze di tempo e di luogo.
Né io interpreto così per arbitrio mio razionale, ma per un bisogno intuitivo e perciò estetico: Oscar Wilde, una volta in carcere s'udì dire da un forzato: "In singolar luogo ci si imbatte in Lord Henry !" Io non saprei darne prova migliore.

È degno di nota come in questo romanzo il fine morale che appare dalla trama, sia in continuo contrasto con l'intonazione e lo spirito che lo governa. Se ultimamente il vizio é punito con una miserevole morte, lungo tutte le pagine del libro il peccato, la perversione, quasi il delitto, sono giustificati, ornati, magnificati. La stessa anima ambigua di indulgente severità regna qui, che nelle commedie scritte poco dopo; e lascia il lettore ingenuo sbattuto fra il lido e l'alto mare nell'ampio ondeggiamento dei periodi d'orientale splendore. Non altrimenti, a chi legge Il Piacere d'annunziano, romanzo anteriore di tempo e simile di spirito a questo dell'Wilde, l'amarezza delle ultime pagine non vale a distruggere la penetrante suggestione erotica di tutte l'altre; così che l'un libro e l'altro rimarranno documento, e per alcun tempo ancora lo rinnoveranno negli adolescenti, d'uno stato oramai superato delle coscienze europee in sul finire del secolo decimonono; amorali, troppo colte, voluttuose, chimeriche; come conviene che fossero nei figliuoli di Julien Sorel e d'Amaury.

Il magistero dell'arte, poiché finora, a proposito del Ritratto, non abbiamo parlato che d'altro, vi é mirabile; la trama, di cui forse la prima idea si ritroverebbe in una novella del Poe ("Il ritratto ovale"), é ordita veramente con fili d'oro, ricamata con gemme. La lingua opulentissima, il periodo laborioso e risonante, danno allo stile un sapore di decadenza, che gli é singolarmente acconcio; la finezza e molteplicità delle descrizioni delle più svariate cose, luoghi, paesi, libri, armi, strumenti di musica, gemme, vesti; lo svolgimento episodico e minuto dei fatti, fanno del romanzo, come fu già detto, una lunga novella, o una catena di novelle; come presso taluni pitturi antichi rompono l'unità del quadro la squisitezza dell'arte e la cura delle piccole cose. È questa la tecnica dei primitivi; nessun romanzo moderno più di questo mi chiama a mente quegli antichi arturiani; ed è agevole intendere come questa tecnica debba anche essere per affinità di cose estreme quella dei decadenti, e perciò il vero mezzo d'espressione d'uno spirito di decadenza.

Molto, di quanto si dice nel romanzo, si potrebbe ripetere per alcune, almeno, delle novelle di Oscar Wilde; delle quali non poche potrebbero non essere diverse, né per stile, né per cose narrate, se nel romanzo fossero comprese come episodi. "Il Delitto di Lord Savile" (che mi ricorda "Le Bonheur dans le Crime nelle Diaboliques" di Jules Barbey d'Aurevilly), é la storia d'un assassinio che un giovane signore deve commettere per conquistare la sua felicità coniugale, narrata con la più squisita indifferenza morale.
"La Sfinge senza segreto" é un "etching", rapido e passionato, d'una signora affetta d'una singolare mania, che le fa cercare l'apparenza del mistero per il puro amore del mistero; intonato tutto ad una delle prime frasi
: «Le donne son fatte per essere amate, non per essere comprese».
Il Modello Milionario é una breve inezia elegante. Nel Ritratto di Mr. W. H. le più sottili qualità critiche dell'Wilde sono adoperate per intrecciare curiosamente a una storia moderna, una teoria immaginaria sui sonetti shakespeariani; e la novella é certamente una delle sue più originali, condotta con assai delicata maestria.
In queste novelle abbonda il dialogo, che le fa più simili alle commedie wildiane e a quella parte del romanzo che ad esse somiglia, che non alle ricche pagine descrittive del Dorian Gray; alle quali più strettamente si congiungono le novelle poetiche delle due raccolte: "Il Principe felice" e "La Casa dei Melograni".

Della prima e più antica raccolta sono cinque non lunghi racconti, o quasi fiabe, in cui si mescola alla materia puerile un più sapiente spiritello di satira. La prima fiaba narra della statua d'un principe e d'una rondine: dicono di quella i fanciulli «Egli somiglia un angelo». «Ma come lo sapete?», disse il maestro matematico, «non ne avete mai visto neppur uno».
« Ah! Si, nei nostri sogni - risposero i fanciulli; e il maestro matematico s'accigliò e fece un viso assai severo, perché non approvava che i fanciulli sognassero ».
Il principe é vestito di scagliette d'oro; e l'amica rondine resta tutto l'inverno presso la statua, e con ognuna delle scagliette, che stacca e porta via col suo beccuccio nero, lenisce una miseria; ultimamente il freddo la uccide; e la statua non più bella é abbattuta e fusa. «Come non é più bello, egli non é più utile, disse il professore d'arte all'Università»; sembra una ironia contro lo stesso estetismo. Ma il principe diceva alla sua rondine «Non c'é mistero pari a quello della miseria».
E questa cura della gente umile e povera ci può sorprendere; pure non é un semplice atteggiamento letterario dovuto al genere che qui l'Wilde trattava. Più tardi, io credo, nel singolare saggio L'Anima dell'uomo sotto il socialismo, che fu pubblicato postumo senza data, egli affrontò deliberatamente il problema ch'era allora di moda (si ricordi che la Plunne era socialista nei giorni alcioni della sétta simbolica), e condannò la carità, ch'é esaltata in questa novella, e considerò il socialismo, soprattutto in riguardo della gente letterata, come la via migliore per la vita piena, intensa, perfetta, la via migliore a un nuovo Individualismo; "che sarà quel che i Greci cercarono, ma non aggiunsero, fuor che nel Pensiero, compiutamente, perché tenevano e nutrivano schiavi; quel che cercò il Rinascimento, ma non poté, fuor che nell'Arte, compiutamente aggiungere, perché teneva schiavi e li affamava. Sarà compiuto, e per esso ogni uomo attingerà la propria perfezione. Il nuovo Individualismo sarà il nuovo Ellenismo".

Strano miraggio, questo, in cui s'ingannarono molti altri spiriti generosi, ma, concedenti involontariamente troppo maggior pregio alle cose della carne che a quelle dell'anima pura! Ad essi mi piace ricordare un pensiero di Ruggero Bonghi: " Il Socialismo é la sommersione dell'io, il Cristianesimo é l'emersione dell'io". L'errore é un errore pagano; ed ecco, si comprende nell'Wilde.
Come lontani dalle nostre fiabe! La seconda é il sacrificio d'un usignuolo, che si configge sopra una spina per far sbocciare una rosa rossa d'inverno, pegno d'amore di uno studente alla sua bella; ma la bella ha avuto dei gioielli da un altro amante, e rifiuta la rosa, e lo studente la getta nella strada: "Stupida cosa l'amore ! - diceva lo studente, camminando via - Non é utile la metà della Logica, perché non prova nulla, e dice sempre cose che non avverranno, e fa credere cose che non sono vere. Realmente, non è affatto pratico, e, corne in quest'epoca esser pratici é tutto, io tornerò alla filosofia, e studierò Metafisica".
" Così egli tornò nella sua camera, e cavò fuori un gran libro polveroso, e cominciò a leggere".
Squisitamente lirico é in questa novella il dialogo fra l'usignuolo e gli alberi di rose.

La seguente é un idillio, Il Gigante egoista, che mi ricorda il racconto di Fileta nella seconda pastorale di Longo Sofista, e un'odicina d'Anacreonte su l'amore uccello; tanto è delicato. Le altre due mi piacciono meno; specie l'ultima, dove invano l'autore si sforza di dar parola e anima ad oggetti, che non possono averne, mi pare, per noi, e meno per i bambini, se é vero che i bimbi sono migliori poeti di noi. I fuochi d'artificio. È una novella del mondo dei razzi, dei bengala e degli altri esseri pirotecnici; ma é un mondo inanimabile, tengano a mente gli scrittori, e non quelli di fiabe soli.

Quattro novelle, e molto più lunghe di queste, compongono il volume della Casa dei Melograni. Non più fiabe, leggende; non più spirito alcuno di satira, ma un susseguirsi di allegorie pagane o medievali, un abbandonarsi della fantasia alle libere ali d'Ippogrifo, un insistere voluttuoso e prolungato dello strumento magico dello stile sulle più meravigliose e ricche apparenze.
Ecco Il Giovane re, che per amore dei poveri, il giorno della incoronazione, veste una pelle da capraro, brandisce un bastone da pastore, si incorona di un ramicello del rosaio selvaggio; e il sole gli tesse intorno un manto magnifico, gli fa fiorire di gigli il bastone, più bianchi di perle, su steli d'argento; di rose più rosse dei rubini il ramicello, mentre le foglie si fanno d'oro battuto.
Ecco "L'Anniversario dell'Infanta", in una immaginaria opulentissima corte spagnola, breve storia d'un giorno, dell'amore per la sua reginella e della morte, d'un piccolo nano.
Ecco Il Pescatore e l'anima sua, bizzarra favola di Psiche, dove l'amore è una piccola sirena, e Psiche é la nemica di Cupido.
Ecco Il fanciullo Stella, leggenda quasi cristiana del figliolo di re, che é abbandonato e raccolto da povera gente; e per la sua superbia e ingratitudine é fatto "orribile come un rospo e ripugnante come una vipera", e solo dopo una lunga espiazione ritrova insieme la sua bellezza e il suo trono.

Delle due varietà di novelle, quella moderna e quella fiabesca, é una singolare contaminazione "Il Fantasma Canterville", che ho sopra citato, dove il mondo meraviglioso vive e dura accanto alla vita di una famiglia americana del nostro tempo; e un incanto secolare é spezzato dalla grazia di una cara fanciulla, Virginia. Veramente deliziose sono le pagine di un colloquio fra Virginia e lo spettro antichissimo che non ha pace; e tutta la narrazione è improntata di un umorismo un po' bonario, che assai meno può nelle altre opere dell'Wilde, soffocato troppo spesso dalle intenzioni e pretese letterarie.

Intenzioni e pretese ch'egli abbandonò in buona parte dopo la grande rovina; o che, forse, solo allora, si mutarono in abiti intimi del suo spirito. Cadde il troppo e il vano, caddero i fiori e le fronde, e restò il frutto; ma, quasi a dimostrare che la tragedia clamorosa e violenta degli uomini contro di lui non fu che un atto della sua continua tragedia interiore, fra la prosa asiatica ed opulenta del romanzo e di alcune novelle, ed il mirabile magistero di semplicità del De Profundis, sta la giustezza del libro che tu hai fra le mani, e del saggio su L'anima dell'uomo sotto il Socialismo.

LA POESIA

Più breve discorso, prima che tu vada avanti, intorno alle Poesie di Oscar Wilde.
Nelle pagine che seguono, troverai disseminati ben molti giudizi sui poeti ultimi inglesi; e conoscerai quel che l'Wilde sentisse di ciascuno di loro. Egli veniva, veramente, come l'ultimo fiore di una meravigliosa primavera di poesia; dalla poesia ossianìca e sepolcrale e dei laghi, che pur protendendosi fino ai primi lustri del secolo decimonono, conservava, con Wordsworth, l'esaltazione fantastica e il languore sentimentale del romanticismo settecentesco, tre grandi nature diverse di poeti erano sbocciate, Byron fra un canto e una battaglia impregnando l'opera sua unicamente di tutto il suo essere prepotente voluttuoso insaziabile; Shelley entro forme di pura bellezza costringendo un suo titanico desiderio di rapire al cielo quella perfezione degli spiriti, che non é di questa terra; Keats nell'armonia del verso perfetto fermando la gioia eterna delle cose belle, vedute come di là da un magico velo, che spinge e fissa nella più remota lontananza e antichità, l'effimero splendore d'un fiore, la perenne melodia d'un'acqua corrente.

E la grande trinità aveva avuti i suoi epigoni naturali (Browning facendo parte per se stesso), da un lato in Tennyson, che poté ad alcun suo ammiratore apparire l'ultimo dei poeti, come colui che nella serra calda della sua perfetta poesia educava d'ogni sorta fiori, nati da semi sepolti tra le rovine venerabili, o trapiantati dai climi più diversi; dall'altro, nella fratellanza dei Preraffaelliti.

"Nel 1847 - così l'Wilde delinea, nella Lettura più volte citata, il movimento preraffaellitico, che non fu di sola poesia - nel 1847 un gruppo di giovani in Londra, tutti ammiratori di Keats, solevano adunarsi per discutere d'arte; essi erano determinati di fare una rivoluzione nella poesia e nella pittura. Questo significava, in Inghilterra, perdere tutti i loro diritti di cittadini; essi possedevano tutto ciò che il pubblico inglese mai non perdona - giovinezza, potenza ed entusiasmo. La satira pagò l'omaggio consueto che la mediocrità rende al genio, facendo cieco il pubblico britannico a quel ch'é nobile e bello, ma non nuocendo per nulla all'artista. Discordare su tutti i punti dai tre quarti dell'Inghilterra é uno dei primi elementi della vanità, la quale è fonte profonda di consolazione in ogni ora di dubbio spirituale.
" Questi giovani si chiamarono Pre-Raffaelliti, poiché come opposto alla facili astrazioni raffaellesche, pensavano d'aver trovato un più forte realismo immaginativo, un più accurato realismo tecnico, una individuazione più intensa; ma soprattutto era un ritorno alla Natura.
Più tardi vennero alla vecchia casa presso il Ponte dai Frati Neri Edward Burne-Jones a William Morris, che aggiunsero un più squisito spirito di scelta, una più pura devozione alla bellezza, una più intensa ricerca della perfezione. Morris sentì che la stretta imitazione dalla Natura era un elemento disturbante nell'arte immaginativa: a lui noi dobbiamo tale poesia, di cui non ancora é stata superata nella letteratura del nostro Paese la precisione compiuta e la chiarezza di parola e di visione.
"Le grandi ere nella storia delle arti sono state non soltanto era di maggior sentimento, ma anche di nuovi miglioramenti tecnici.
" Così fu di questo nostro movimento romantico; la pittura di Burne-Jones mostra un'assai più squisita meraviglia di disegno, a splendidezza di colore, che mai prima non avesse mostrata l'arte inglese; la poesia di Morris, Rossetti e Swimburne mostra una profonda coscienza del valore musicale d'ogni parola, quale mirabilmente esprime l'ammonimento di Théophile Gautier al poeta giovane, di leggere ogni giorno il proprio dizionario, come il sol libro meritevole d'esser letto da un poeta. E ancora, quel che la gente chiama inspirazione poetica, non ha perduto le sue ali; ma noi ci siamo abituati a contare le loro innumerevoli pulsazioni, a valutare la loro forza illimitata, a disciplinare la loro indisciplinabile libertà".


Più meravigliosa e continuata stagiona di poesia raramente aveva fiorito nel mondo; e perciò si comprenda la vanità dal giovane letterato, di volere a quella a ogni costo riallacciarsi, di parlare in prima persona di quelle idee e di quelle opere. Ma non mai, come intorno al 1880, in Inghilterra doveva aver virtù verso chi s'accingesse a poetare il dilemma: o rinnovarsi, o morire; un solo poeta, a noi che vediamo di fuori e di lontano il movimento letterario inglese, appare essere sorto dopo: Rudyard Kipling, che terribilmente si rinnovò.
Oscar Wilde era troppo profondamente letterato per essere un grande poeta; e quel che sembra un errore esterno, d'avere assunto come proprio un programma di poesia già vecchio di trent'anni, rivela, chi ben consideri, la natura intima e necessaria dello scrittore, troppo colto ed esperto, non ingenuo, non spontaneo. Né io credo a progresso, in poesia: ma intendo che ogni poeta debba essere, di sua natura, nuovo; a tale l'Wilde non fu, se non, forse, dopo battuto e temprato alla viva fiamma.

Prima, certamente, non avrebbe compreso questo detto sdegnoso d'un madrigalista anonimo del trecento.
"Dell'altrui fronde mai non chezo l'ombra;
Anzi m'ingombra - l'altrui pensier vile,
Che veste sua viltà dell'altrui stile".

Sogliono i canzonieri giovanili non pure nella scelta dei metri a dei soggetti, nella armonia particolare dal verso, assomigliare ai canzonieri dai maestri, ma ancora nei titoli e nella disposizione delle poesie; e veramente i "Poems" da Oscar Wilde pubblicati nel 1881, anche a un primo sguardo manifestano i molteplici influssi, a cui furono soggetti, shelleyani, keatsiani, rossettiani e altri. Ma a chi vada più addentro, dopo le fredde poesie politiche, "Eleutheria", dopo i poemetti prolissi, il "Giardino di Eros, Charmides, Panthea", sotto i titoli latini, italiani, francesi, qualche gemma, specie nei componimenti brevi, vien fatto di trovare.
Ecco "Rosa Mystica", breve rosario di sonetti e di odicine, dove, con la squisita musica di "Requiescant", si accompagnano alcuni sonetti che sono quasi prosa, come "In avvicinarsi all'Italia, Italia, Urbs sacra Aeterna"; con le strofette un po' ingenue, ma appassionate, di Roma non visitata, in quattro strofe una semplice preghiera, San Miniato :

(Vedi, ho salito il fianco della montagna
Su a questa santa casa di Dio,
Dove una volta veniva quell'Angelo-Dipintore,
Che vide i cieli spalancati,
E pose in trono sulla luna crescente
La virginale bianca Regina di Grazia
Maria! potess'io sol vedere il tuo volto
Morte più non potrebbe giungere troppo presto.
O coronata da Dio con spine e dolore!
Madre di Cristo ! O mistica sposa
Il mio cuore è stanco di questa vita,
E' troppo triste per cantare ancora.
O coronata da Dio con amore e fiamma !
O coronata da Cristo santo !
O ascolta prima che il sole scruti
E sveli la mia colpa e la vergogna).

e con due chiari sonetti religiosi, "In udire il Dies Ira cantato nella Cappella Sistina", ed "E Tenebris"

(Discendi, o Cristo, ed aiutami ! porgi la Tua mano,
Perch'io sto per annegare in mare più tempestoso
Che Simone nel Tuo lago di Galilea
Il vino della vita è spanto sulla sabbia,
Il mio cuore è come terra desolata dalla carestia,
Dove tutte le cose buone sono affatto perite,
E ben so che all'anima mia converrebbe giacere all'Inferno,
S'io questa notte innanzi al trono di Dio dovessi stare.
«Egli dorme forse, o cavalca alla caccia,
Come Baal, quando i suoi profeti urlarono questo nome
Da mattina a mezzodì sulla battuta altura del Carmelo
No, pace, io contemplerò prima di notte,
I pie' di rame, la veste più bianca che fiamma,
Le mani ferite, lo stanco viso umano.)

Vita Nuova, un sonetto orribilmente irto dei simboli cari ad alcuniPreraffaelliti; Madonna Mia titolo e ingenua descrizione di donna, quale egli con altri che sono nel volume, accattava al dolce stile, travestito da Dante Gabriele nella Casa della Vita; La Nuova Elena, poemetto, con pochi altri del libro, d'imitazione rossettiana, serie di parole belle, litanie quasi sacre:
(Giglio d'amore, puro e inviolato !
Torre d'avorio! rossa rosa di fuoco !)

larghe strofe armoniose, parole, parole, parole! Ecco le Impressions, ispirate dai suoi cari pittori francesi del paesaggio:

Il Tamigi notturno d'azzurro e d'oro
Si converse in una armonia di grigio !

L e piccole bianche nubi corrono il cielo,
E i campi coperti dell'oro del fiore di marzo;

ecco squisite odicine meliche, con intraducibile vaghezza giovanile di ritmo, "Sérénade, Endymion, La Bella Donna della mia mente, Chanson, Theocritus"; versioni di romanze dal francese, brettone e normanno; sonetti sulle tombe di Keats e di Shelley, sonetti per figure di drammi, Impressions dir Théâtre, come Rossetti ne aveva scritti per figure di quadri; e questo soave Sull'Arno:

L'oleandro sul muro
S'arrossa nella luce del crepuscolo,
Se ancora le grigie ombre della notte,
Come un manto, ricoprano Firenze.
La rugiada sul colle é risplendente,
E sopra i fiori brillano,
Ma, ahimè ! sono fuggiti i grilli,
Il piccolo canto attico si tace.
Solo le foglie dolcemente agita
Molle fiato di vento,
Nella valle che il mandorlo profuma
Il solitario usignuolo s'ode,
Il giorno ti farà presto silente,
O usignuolo, ricanta d'amore!
Mentre su l'ombra del boschetto ancora
S'infrangono le frecce della luna,
Prima che per il silenzioso prato
Strisci il mattino in nebbia verdemare,
E sveli agli occhi impauriti d'amore
Le lunghe bianche dita dell'Aurora.

Romeo é stato lungo tempo in disciplina con le Muse più moderne, per sussurrare così squisite strofe, la notte d'amore, nella conca trasparente dell'orecchio di Giulietta !
E cinque liriche, in ultimo, Apologia, Quia Multum Amavi, Silentium Amoris, La sua voce, La mia voce, con musica grave e lenta, parlano forse di un solo amore, di una passione grave e voluttuosa insieme, non più d'adolescente; a cui, forse, pure é dedicata l'ultima poesia del volume, Glykypikros Eros, « Amore Dolceamaro », i cui distici di decasillabi accoppiati ricordano taluni metri larghi e severi di Swimburne:

Pure io non mi dolgo d'avervi amata - Ah ! che altro
aveva io fanciullo a fare, -
Poiché i denti affamati del tempo divorano, e gli anni
con piede leggero perseguono.
Senza timone, noi siamo in balìa d'una tempesta, e una
volta trascorso il turbine di giovinezza,
Senza lira, senza liuto o coro, Morte pilota silenzioso
ultima viene.
E nel sepolcro non c'è gioia alcuna, poiché il verme
cieco si pasce della radice,
E il Desiderio si disperde in ceneri, e l'albero della
Passione non porta frutto.

Tale è il libro vario e singolare della giovinezza dell'Wilde; e su di esso ho insistito, perché in questo primo saggio della sui arte a me pare di scorgere, come nel ritratto del poeta fatto a Oxford nel 1878, i lineamenti morali e letterari del suo ingegno, già evidenti e definiti, ma senza nulla dell'opera deliberata e recondita della sua volontà.
Questa opera, invece, si manifesta assai palesemente, come nelle altre cose del tempo dionisiaco della sua vita, in quella orgia di parole e di rime, di fantasie e di colori, che é il lungo poemetto della Sfinge.
Morti splendori splendono nelle quartine laboriose, congiungimenti fantastici di mostri s'alternano con impossibili peccati della sfinge, simboli, enigmi, meraviglie s'inseguono, sulle pagine di carta antica, di fronte a incisioni di crocifissi raggianti, di cherubini; e in ultimo, ecco nei versi la preghiera, l'imagine, ritornante di Gesù:

Falsa Sfinge ! Falsa Sfinge ! Sullo Stige cannoso,
vecchio Caronte, poggiato sul suo remo,
Attende la mia volta. Va tu innanzi
e abbandonami al mio crocifisso,
La cui pallida salma, ammalata di dolore,
contempla il mondo con occhi stanchi,
E piange per ogni anima che muore,
e piange per ogni anima invano !

La serie di letterate perversioni, che compongono questo poema, in questi ultimi semplici versi aveva una sorta di catarsi, di purificazione, per volontà del poeta, il cui lungo peccato in gran parte intellettuale, il cui lungo peccato d'Arte, doveva trovare una simile catarsi o pacificazione nelle stesse braccia del Cristo vivo.
E nota singolarità di questo temperamento, nel senso cristiano, perverso, d'artista, cui la vita doveva dare con la sventura la pace; mentre per gli altri poeti, suole la vita avere nell'opera di poesia il suo atto di liberazione, come ebbe, ad esempio, Ugo Foscolo in Jacopo Ortis, come, sotto un certo aspetto, l'Alighieri nella Commedia.


LE ALTRE POESIE


Lo stesso divario intercede fra la prosa del romanzo e quella del De Profundis, che fra lo splendore orientale della Sfinge e la rude semplicità della Ballata del Carcere di Reading.

Egli non portava la sua tunica scarlatta,
Perché il sangue e il vino sono rossi,
E sangue e vino erano sulle sue mani
Quando fu trovato con la morta,
La povera donna morta ch'egli amava,
E che uccise nel suo letto.
Egli camminava fra gli accusati
Con un vestito grigio frusto :
Aveva in capo un berretto da cricket,
E il suo passo pareva leggero e gaio;
Ma io mai non vidi un uomo guardare
Così ardentemente nel giorno.

Io mai non vidi un uomo guardare
Con così ardente pupilla
Quella piccola tenda d'azzurro
Che i prigionieri chiamano Cielo,
Ed ogni nube errante che passava
Con vele d'argento.
Io camminava, con altre anime in pena,
Entro un altro recinto,
E pensava se quell'uomo avesse commessa
Una grande o una piccola colpa,
Quando a bassa voce dietro di me fu mormorato:
«Quello, lo impiccheranno».
Cristo Gesù ! le mura stesse della prigione
Sembrarono a un tratto crollarsi,
E il Cielo sulla mia testa divenne
Come un casco d'acciaio scottante;
E, come ch'io fossi un'anima in pena,
La mia pena io non poteva sentire.
Io solamente sapeva quale pensiero inseguito
Affrettava il suo passo, e perché
Egli guardasse il giorno abbagliante
Con così ardente pupilla
L'uomo aveva ucciso ciò ch'egli amava,
E pertanto doveva morire.


Poco più che cento di queste strofe, dedicate "In Memoriam -- C. T. W. - un tempo cavaliere della Guardia Reale - Obiit nella Prigione di S. M., Reading, Berkshire, - addì 7 di luglio 1896", narrano la vita della prigione, l'aria ingombra di lugubri immaginazioni, l'ansia mortale dei prigionieri, nei giorni in cui fu condannato e impiccato uno di loro.

Ahi! spaventevole cosa
Sentire la colpa d'un altro !
Perché, diritta dentro, la spada del Peccato
Trapassava fino alla guardia avvelenata,
E come piombo fuso erano le lacrime che spandevamo
Per il sangue che noi non avevamo versato.
I Guardiani con le loro scarpe di feltro
Strisciavano innanzi a tutte le porte chiuse,
E spiavano e vedevano, con occhi tementi,
Grige figure sul suolo,
E si chiedevano perché s'inginocchiassero a pregare,
Uomini che prima non pregavano mai.
Tutta la notte a ginocchi pregammo,
Folli lamentatori d'un cadavere.
Le piume agitate della mezzanotte erano
I pennacchi su un carro funebre:
E vino amaro sopra una spugna
Era il sapore del Rimorso.

Nessun ordine, almeno apparente, lungo tutto il poemetto, ma una serie vaga di immagini di poesia, di semplici meditazioni, quale può veramente passare nel sogno affannoso, nel quasi delirio della triste vita segreta dal mondo, più intenso, più straziante nell'ora terribile, in cui il nodo serra nella strozza d'un solo il grido del dolore di tutti.

E tutto il dolore che lo scosse, così
Ch'egli diede quel grido amaro,
E i selvaggi rimpianti, e i sudori di sangue,
Nessuno conobbe come me;
Poichè colui che vive più d'una vita
Più d'una morte deve morire.

E la rude lingua di prosa, il triplice martello della rima sui versi pari d'ogni strofa, ribattuto qua e là da rime al mezzo e al termine di ciascun verso dispari, il ritorno di talune frasi e versi e strofe insistenti come appunto insistono le forme dei sogni; dànno alla Ballata un fascino singolare e proprio, nel quale non si vuol negare che buona parte abbia la singolarità e novità della materia poetica. E se qualche traccia dell'antica preziosità riappare, anch'essa si fa austera ed ha un sapore d'amarezza.

Tre lunghi anni non semineranno
Né pianteranno qui
Tre lunghi anni il luogo maledetto
Sarà sterile e nudo
E mirerà il cielo meravigliato
Con uno sguardo puro.
Essi credono che un cuore d'assassino guasterebbe
Ogni semplice seme ch'essi seminano.
Non é vero ! La benigna terra di Dio
E' più benigna che non sappiano gli uomini,
E la rosa rossa soltanto fiorirebbe più rossa,
La rosa bianca più bianca.
Dalla sua bocca, una rossa, rossa rosa !
Dal suo cuore una bianca!
Poiché chi può dire per quale strana via
Cristo porta alla luce la Sua volontà,
Da quando il secco bastone del pellegrino
Fiorì in conspetto del grande Papa?

Lo spirito teorico del De Profundis ha nella bellezza nuova di questa breve ultima opera la sua forma pratica; da qui in poi l'Wilde sarebbe stato forse un grande poeta, se non l'avesse poco dopo raggiunto l'espiazione più vera e terribile, la miseria, la vergogna, la morte. Come uno spirito mistico, nascosto nelle cose della Natura, gli si era un istante rivelato solo per ritornare nell'ombra ignota, così questo bagliore vivido di poesia fu effimera luce, durò un istante, si spense.



Nella primavera del 1905, un gazzettiere ozioso annunciò all'Europa che Oscar Wilde viveva ancora, viveva chiuso in un convento spagnolo; e trattando da sofista una lettera del poeta, e aggiungendo della sua fantasia, cercava di rendere probabile la novella.
Ma no! Oscar Wilde é morto, é ben morto! Parlando di lui, io sento l'anima sua lontana antica, più antica di quegli uomini del Rinascimento, misti di paganità e di cristianità, ai quali egli assomigliava.
La sua triste favola é finita; anche per chi crede alla immutabilità dello spirito umano nel breve corso dei secoli, la sua triste favola é finita per sempre. Anche per chi crede alla solitudini e diversità irriducibile delle anime, una comunione profonda, un vincolo segreto con le anime operanti e contemplanti nel proprio tempo, si fa inevitabilmente sentire. E con l'anima di Dorian Gray, la comunione é perduta, il vincolo spezzato.
Chi ha in sé qualcosa di lui, é una maschera o una rovina. Altra via conviene che segua chi vuole chi il puro spirito regni nel suo tempio interiore e fra gli uomini.

marzo 1906
RAFFAELLO PICCOLI
(nella prefazione
della prima edizione italiana di "Intenzioni")


* LA BALLATA DEL CARCERE DI READING
* LETTERE DAL CARCERE

 

PRESENTIAMO ORA QUI «La ballata del carcere di Reading» che fu scritta da Wilde subito dopo la liberazione. Il suggestivo poema fu da lui molto studiato e limato. Una tristezza senza speranza pare che sovrasti ogni pensiero, ogni frase, ogni parola della poesia. Forse questa Ballata fu composta da Wilde con la speranza di riprendere almeno in piccola parte il posto di prima nella stima pubblica. Non ebbe fortuna. Il poeta si rassegnò al suo destino.

Dopo la “Ballata” presentiamo pure le “Lettere dalla prigione” scritte all'amico Roberto Ross. Esse oltre a dare una dimostrazione della bontà d'animo di Wilde costituiscono un nuovo monumento elevato all'amicizia. È bene infatti dedicare un reverente omaggio a Roberto Ross ai cui buoni sentimenti si deve se l'opera di Wilde non é andata dispersa come gli sterili zelatori della morale avrebbero voluto. E’ segno di grande generosità e di gentilezza d'animo il non abbandonare quelli che cadono in basso. Generosità che al momento della condanna Wilde avrà di certo raggiunto l'eroismo.
Roberto Ross è stato meritatamente l'erede letterario di Wilde perché ha avuto fede nella sua arte meravigliosa. La sua figura è molto simpatica a noi italiani che siamo particolarmente ammiratori dei Cavalieri dell'Ideale.

(Prefazione dell’editore, al libro “De profundis”, Vallecchi, 1920).
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LA BALLATA DEL CARCERE

 

"Egli non indossava più la sua tunica dal colore scarlatto, poiché il sangue ed il vino sono rossi ed il sangue ed il vino erano sparsi sulle sue mani, quando lo trovarono assieme con la morta, quella povera donna ch'egli amava e che aveva uccisa nel suo letto.

Egli camminava in mezzo agl'imputati, vestito d'un abito grigio logoro; aveva in capo un berretto da sport e gaio e leggero pareva il suo passo ; - ma io non vidi mai un uomo fissare così intensamente la luce.

Mai io non vidi un uomo fissare con occhio così ardente quella esigua striscia d'azzurro che i prigionieri chiamano il cielo ed ogni nuvola che fluttuava e passava come vela d'argento.

Con altre anime in pena io camminavo in un altro recinto, domandandomi se quell'uomo avesse commesso un piccolo o un grande delitto, quando sentii qualcuno che mormorava a bassa voce dietro di me: quello sarà impiccato.

Ah! Cristo ! Le mura stesse della prigione parvero improvvisamente vacillare e il cielo sulla mia testa divenne come una volta d'acciaio; e, benché io pure fossi un'anima in pena, la mia pena io non la potevo sentire più.

Io seppi solamente quale ostinato pensiero affrettava il suo passo e perché egli guardava la tormentosa luce del giorno con un occhio così intenso : l'uomo aveva ucciso colei che amava : e per ciò egli doveva morire.

Eppure ogni uomo uccide ciò ch'egli ama, e tutti lo sappiamo: gli uni uccidono con uno sguardo di odio, gli altri con delle parole carezzevoli, il vigliacco con un bacio, l'eroe con una spada!

Gli uni uccidono il loro amore, quando sono ancor giovani ; gli altri, quando sono già vecchi ; certuni lo strangolano con le mani del Desiderio, certi altri con le mani dell'Oro; i migliori si servono d'un coltello, affinché i cadaveri più presto si gèlino.

Si ama eccessivamente o troppo poco; l'amore si vende o si compra ; talvolta si compie il delitto con infinite lagrime, tal'altra senza un sospiro, perché ognuno di noi uccide ciò ch'egli ama - eppure non é costretto a morirne.

Non é costretto a morire d'una morte infamante in un giorno di tetra jattura, non ha intorno al collo il nodo scorsoio, né la maschera sulla sua faccia ; non sente, attraverso il palco, i suoi piedi precipitare nel vuoto.

Non é costretto a vivere assieme a degli uomini taciturni che lo sorvegliano di giorno e di notte ; che lo spiano quando vorrebbe piangere o quando tenta di pregare; che lo spiano per la paura ch'egli stesso defraudi la prigione della sua preda.

Non é costretto a destarsi sul far dell'alba per scorgere delle spaventose figure raccolte nella sua cella; il Cappellano che trema, paludato di bianco, lo Sceriffo severo, in attitudine di compunzione e il Governatore tutto nero e cerimonioso - con una gialla faccia da Giudizio Universale.

Non é costretto a levarsi con una fretta che fa pietà, per indossare i suoi abiti di condannato, mentre il medico dalla bocca volgare lo cova cogli occhi e prende nota di ogni gesto grottesco e di ogni contrazione nervosa, maneggiando un orologio i cui deboli tic-tac somigliano ai colpi sordi di un orribile martello.

Non é costretto a conoscere la sete bruciante che strazia la gola, prima che il carnefice con i suoi guanti di ruvido cuoio entri per la porta ferrata e vi leghi con tre cinture, in modo che la vostra gola non abbia più sete.

Non è costretto ad inginocchiarsi per ascoltare il salmo dell'Ufficio dei Morti ; e, mentre il terrore della sua anima gli accerta che non é morto, non incontra la sua bara, entrando nell'orrida baracca.

Né é costretto a gettare un estremo sguardo al cielo attraverso un piccolo pertugio di vetro; e non prega con delle labbra argillose che la sua agonia termini presto; e non sente sulla sua guancia che rabbrividisce il bacio di Caifa.

Durante sei settimane il condannato a morte fece la sua passeggiata nel cortile, vestito del suo abito grigio logoro; e in capo aveva il berretto da sport e il suo passo pareva gaio e leggero, ma io non vidi mai un uomo fissare così intensamente la luce.

Mai vidi un uomo guardare con un occhio così intenso quell'esigua striscia d'azzurro che i prigionieri chiamano il cielo e ciascuna delle nuvole vagabonde che trascinava nell'aria la sua capigliatura scarmigliata.

Egli non torceva le sue mani, come fanno quegli insensati che osano tentare di far vivere la Speranza, questo figlio maledetto, nella tomba della cupa Disperazione: non guardava che il sole e respirava l'aria del mattino.

Non si torceva le mani e non piangeva e non si tormentava, ma respirava a grandi sorsi l'aria, come se avesse contenuto qualche ignota virtù; con tutta la bocca aperta egli beveva il sole come se fosse stato del vino !

E le altre anime in pena ed io, che passeggiavamo nell'altro cortile, dimenticammo ad un tratto che noi stessi avevamo commesso un piccolo o un grande delitto e osservavamo con uno sguardo di freddo stupore l'uomo che doveva essere impiccato.

Ed era strano il vederlo passare con un'andatura così leggera e disinvolta – ed era strano il vederlo fissare così intensamente la luce - ed era strano il pensare ch'egli aveva un così gran debito da assolvere.

Perché l'olmo e la quercia hanno delle gaie fronde che erompono in primavera; ma orrendo a vedersi é l'albero della forca con le sue radici morse dalle vipere e, sia pur verde o secco, un uomo deve morire prima ch'esso rechi il suo frutto !

La più alta vetta é quel trono di grazia verso il quale tendono tutti gli sforzi degli uomini ; ma chi vorrebbe trovarsi con una corda di canapa al collo, alto sul patibolo, e attraverso il collare dell'assassino, gettare l'ultimo sguardo al cielo?

Dolce é danzare al suono dei violini quando l'Amore e la Vita sono propizi : delicato e rarissimo é il danzare al suono dei flauti e dei liuti; ma non é troppo dolce danzare per aria con agile piede.

Così, con curiosi occhi e con paurose ipotesi, noi l'osservavamo di giorno in giorno e ci domandavamo se ognuno di noi non sarebbe finito nella stessa maniera - perché nessuno può dire in quale rovente inferno la sua animasi si può perdere.

Infine - l'uomo morto non passeggiò più con gl'imputati e seppi ch'egli si teneva in piedi nell'orribile e nera tana in cui compaiono gli accusati e che mai più in questo mondo soave del Signore io avrei veduto la stia faccia.

Come due bastimenti in pericolo che passano nella tempesta, noi ci siamo incontrati in cammino ; ma non abbiamo fatto nessun segnale, non abbiamo detto la più piccola parola; non avevamo nulla da dirci; perché non ci siamo incontrati nella notte santa, ma nel giorno di vergogna.

Il muro di una prigione ci rinserrava entrambi; due diseredati eravamo : il mondo ci aveva rigettato dal suo cuore e Dio dalle sue cure : e l'insidia di ferro che attende il peccato ci aveva colti nella sua trappola.

Nella Corte degl'Indebitati ruvido é il lastrico e alte le mura fuligginose, ed era là ch'egli prendeva l'aria sotto il plumbeo cielo e da ogni lato un Guardiano gli camminava accanto per timore che l'uomo morisse.

Oppure egli si poneva a sedere con coloro che spiavano la sua angoscia di giorno e di notte; che lo sorvegliavano, quando s'alzava per piangere o quando s'inginocchiava a pregare; che lo spiavano per la paura che da sé medesimo si sottraesse al capestro.

Il Governatore era forte negli Articoli del Regolamento ; il Medico diceva che la Morte non era che un fatto scientifico e due volte al giorno il Cappellano giungeva, lasciando un piccolo trattato.

E due volte al giorno egli fumava la sua pipa e beveva la sua tazza di birra; la sua anima era pronta e in nessun angolo avrebbe potuto insinuarsi la paura; spesso diceva ch'era contento del supplizio prossimo.

Ma per quale ragione egli dicesse una così strana cosa, nessun Guardiano osava di chiederglielo; perché colui che ha ricevuto dalla sorte il compito di custode deve sigillare le sue labbra e portare sul volto una maschera.

Altrimenti potrebbe commuoversi e che dovrebbe dunque fare la Pietà Umana chiusa nell'Antro degli Assassini? Quale parola di grazia in un tal luogo potrebbe confortare l'anima d'un fratello ?

Con un'andatura pesante e cadenzata, intorno al cortile, noi formavamo la Parata dei Pazzi! Che importava a noi! Sapevamo d'essere la Brigata del Diavolo e le teste rase e i piedi di piombo facevano invero un'allegra mascherata.

A filo a filo laceravamo la corda incatramata con le nostre unghie logore e sanguinanti ; strofinavamo le porte e lavavamo i pavimenti, e forbivamo le lucide sbarre e, a gruppi, insaponavamo le intelaiature, urtando con frastuono le secchie.

Si cucivano i sacchi, si spezzavano le pietre, e si girava il trapano polveroso; si urtavano le carrette e si sbraitavano gl'inni e si sudava al mulino ; ma nel cuore d'ognuno il terrore era nascosto e tranquillo.

Tanto tranquillo esso era che ogni giorno si trascinava come un'onda carica d'àlighe ; e noi dimenticavamo il crudo destino che attende la vittima e il birbante, sino a che, una volta, ritornando da una « corvée » passammo accanto ad una tomba aperta.

Con la bocca, spalancata la fossa giallastra sbadigliava nell'attesa del suo vivente pascolo ; perfino il fango chiedeva del sangue al cortile d'asfalto e sapemmo che prima della bionda alba uno di noi penderebbe dal capestro.

Direttamente rientrammo, con l'anima assorta nell'idea della Morte, dello Spavento e del Destino ; il carnefice passò, recando il suo piccolo sacco, con i piedi strascicanti nella tenebra e ciascun prigioniero tremava, entrando nella sua tomba numerata.

Quella notte i corridoi deserti furono ingombri di paurose immagini e dall'alto al basso della Città di Ferro s'indovinavano dei passi furtivi che non si potevano distinguere e attraverso le sbarre che nascondono le stelle, delle facce livide sembravano guardare con curiosità.

Egli riposava come qualcuno che dorme e sogna sulla dolce erba d'un prato ; i custodi esaminavano il suo sonno e non riuscivano a spiegarsi come si possa dormire d'un sonno così quieto con il boia alla porta.

Ma non esiste sonno, quando é giunto il momento di piangere per coloro che non hanno mai versato delle lagrime : così noi - le vittime, i farabutti e i malfattori - interminabilmente vegliammo e attraverso ogni cervello, strisciando sulle sue mani di Dolore, filtrò la pena dell'altro.

Ahimé ! é una spaventevole cosa il provare il delitto di un altro ! Infatti, diritta all'anima, la spada del Male penetrava dentro di noi sino alla sua impugnatura avvelenata e come del piombo fuso furono le lagrime che spandemmo per il sangue che non avevamo versato.

I custodi con le loro calzature di feltro scivolavano dinanzi ad ogni porta sbarrata; osservavano e scorgevano, attraverso gli sportelli, con occhi di stupore e di paura, delle forme indistinte al suolo; e si domandavano perché mai s'inginocchiassero per pregare coloro che non avevano mai pregato.

Durante l'intera notte, inginocchiati noi pregammo, come dei folli che portano il lutto d'un cadavere. Le ali agitate di mezzanotte erano simili ai pennacchi d'un carro funebre e come un aceto di cui s'imbeve una spugna era il sapore del Rimorso.

Il gallo grigio cantò e cantò il gallo rosso, ma non si fece mai giorno : e delle forme stravolte di Terrore si accucciarono negli angoli dove noi stavamo ; ed ogni spirito maligno che volteggia nella notte sembrava giocare con la nostra paura.

Scivolavano essi e passavano, scivolavano rapidi, come trascorrenti nella nebbia imitavano la luna in una serie di figure, di contorsioni delicate ; e con delle movenze cerimoniose e delle grazie di odiosa smanceria i fantasmi arrivavano al loro convegno.

Li vedemmo passare, labili ombre, stretti per mano, con smorfie e con buffonate; intorno intorno con una ridda fantastica essi ballarono una sarabanda ; e i dannati grotteschi disegnavano degli arabeschi come fa il vento sulla sabbia !

Con piroette da burattini danzavano leggermente sulla punta dei piedi; ma coi flauti della Paura assordavano le orecchie, guidando la folle mascherata e rumorosamente cantavano e cantavano assai lungamente - poiché essi cantavano per destare colui che era morto.

« Oh! - essi gridavano - il mondo è grande, ma le membra impacciate barcollano - e lanciare i dadi una volta o due volte è un gioco corretto e comme-il-faut, ma colui che gioca col Peccato nella misteriosa Casa della Vergogna non vincerà mai ».

Ma non erano affatto immagini aeree quegli esseri grotteschi che se la sgambettavano con tanta allegria davanti a coloro che restavano incatenati ed immobili. Ahi Piaghe di Cristo ! Erano purtroppo vivi e terribili a vedersi.

Intorno intorno - essi ballavano il valzer e turbinavano ; alcuni giravano avvinti in coppie leziose; altri con passi affettati di mezze virtù sfioravano le scalee e con sarcasmi sottili e occhiate languide ciascuno di loro ci assisteva nelle nostre orazioni.

Cominciò a gemere il vento del mattino, ma la notte continuò : sul gigantesco telaio la trama delle tenebre scivolò fino a che ogni filo non fu tessuto;. e, mentre stavamo pregando, fummo presi dalla paura della Giustizia del Sole.

Il vento con i suoi gemiti venne ad errare intorno alle mura della prigione ; fino a quando, come una ruota d'acciaio che giri, noi sentimmo i minuti che penetravano nelle nostre carni: O vento lamentoso ! Che avevamo dunque fatto per avere un tal compagno d'insonnia?

E infine io vidi l'ombra delle sbarre, simile ad un traliccio di piombo ben tornito, proiettarsi sulla parete bianca di calce in faccia al mio letto di tavole e seppi che in qualche parte del mondo la terribile alba di Dio sorgeva color di sangue.

Alle sei ciascuno spazzò la sua cella, alle sette tutto era in calma, ma il soffio fremente d'una potentissima ala parve riempire la prigione, poiché il Signore della Morte dall'anelito di ghiaccio vi era penetrato - per uccidere.

Egli non passo adorno d'una fastosa porpora e non cavalcava un destriero dal candore lunare. Tre metri di corda e un palco scanalato - ecco tutto ciò che occorre alla forca : così con la sua corda d'obbrobrio l'Araldo venne a compiere la sua opera segreta.

Noi eravamo come gente che proceda a tastoni in uno stagno d'oscurità immonda ; non osavamo sospirare una prece, né abbandonarci alla nostra angoscia; qualcosa era morto in ognuno di noi e ciò che era morto era la Speranza.

La Giustizia selvaggia dell'Uomo va diritta per la sua via, senza permettersi la minima deviazione ; essa colpisce il debole, essa colpisce il forte; il suo cammino é implacabile: con un tallone di ferro schiaccia il forte, la mostruosa parricida !

Attendemmo che battessero le otto. Le nostre lingue erano rosse e inaridite ; perché il suono delle otto é il colpo del Destino che rende maledetto un uomo e il Destino adopera un nodo scorsoio tanto per l'uomo migliore, quanto per quello pessimo.

Non avevamo altro da fare che attendere il segnale; così, simili a pietre in una valle solitaria, eravamo seduti, immobili e silenziosi; ma il cuor di ciascuno batteva forte e rapido, come un pazzo sopra un tamburo.

Con un urlo improvviso l'orologio della prigione scosse l'atmosfera con un lungo fremito e da tutto il carcere s'innalzò un lamento d'impotente disperazione - simile al grido di qualche lebbroso nella sua tana, che già dovettero udire le paludi spaventate.

E come si vedono i più paurosi spettacoli nel cristallo d'un sogno, noi vedemmo la saponosa corda di canapa appesa al trave nerastro e afferrammo la preghiera che il laccio del boia mozzò in un grido di spasimo.

E tutto il dolore che lo scosse talmente da farlo erompere in quel grido spaventoso e il suo lancinante rimorso e i suoi sudori di sangue - nessuno li conobbe al pari di me, perché colui che vive più di una vita deve morire anche più d'una morte.

Non si recita l'officio il giorno in cui si impicca un condannato : il cuore del Cappellano é troppo malato o il suo volto é troppo pallido o c'è scritto ne' suoi occhi ciò che nessuno, deve leggere mai.

Perciò fummo tenuti chiusi fin quasi a mezzogiorno e allora venne suonata la campana e i custodi colle loro tintinnanti chiavi aprirono ogni cella e scendemmo pesantemente la scala di ferro, liberi alfine dal nostro ben distinto inferno.

E - fuori - camminammo immersi nella viva aria di Dio, ma non secondo l'usata maniera, perché il viso dell'uno era bianco e quello dell'altro era cupo - e mai io non vidi degli uomini tristi guardare così intensamente la luce.

Mai io non vidi degli uomini tristi fissare con un occhio così intenso quella piccola striscia d'azzurro che noi, prigionieri, chiamavamo il cielo e ogni nuvola indifferente che navigava libera e felice.

Ma ce n'erano alcuni tra noi che camminavano colla testa bassa, perché sapevano che, se a ciascuno fosse data la parte che gli spetta, essi avrebbero pur dovuto morire: quell'altro non aveva ucciso che una cosa viva, mentre essi avevano assassinato una cosa morta.

Colui, infatti, che pecca una seconda volta richiama al mondo della sofferenza un'anima morta e la trae dal suo maculato sudario e la fa sanguinare di nuovo, e la fa sanguinare di larghe gocce di sangue - e la fa sanguinare invano !

Come delle scimmie o dei pagliacci, in mostruosa parata, tatuati di frecce in irregolari disegni, silenziosamente noi andavamo lungo il cortile di lubrico asfalto; silenziosamente andavamo intorno intorno e nessuno faceva motto.

Silenziosamente andavamo intorno intorno, e dentro ad ogni cervello vuoto, la Memoria di terribili cose s'ingolfava come un vento terribile e l'Orrore caracollava davanti a ciascuno e il Terrore assaliva ciascuno alle spalle.

Si pavoneggiavano, i Custodi, qua e là, sorvegliando il loro armento di bruti; le loro divise erano nuove di fiamma - ed era la tenuta dei giorni di festa; - ma noi ben sapevamo quale compito avevano assolto, guardando la calce viva delle loro scarpe.

La, infatti, dov'era stata scavata una tomba non c'era più tomba alcuna ; soltanto un po' di terra e di sabbia accanto all'orrido muro della prigione e un mucchietto di calce bollente - per dare un sudario a quell'uomo.

Ed ha un sudario, l'infelice ! come non tutti ne possono avere: in fondo in fondo, al limite estremo d'un cortile di prigione, e ignudo per massima vergogna, egli giace, con delle catene strette ad ogni piede, ravvolto in un drappo di fiamma !

E per l'eternità la calce viva divora la carne e le ossa, corrode le fragili ossa durante la notte, corrode la tenera carne durante il giorno, avida a volta a volta di carne e di ossa, ma il cuore se lo mangia senza tregua.

Durante tre lunghi anni la sopra non semineranno e non pianteranno : durante tre lunghi anni l'angolo maledetto rimarrà sterile e ignudo e si rivolgerà al cielo meravigliato con uno sguardo senza rimproveri.

Essi credono che il cuore d'un assassino corromperebbe la buona semente che seminano. Oh, non è vero! La benevola terra di Dio é più generosa di quel che non pensino gli uomini - e la rosa rossa vi sboccerebbe più rossa e la rosa. bianca più bianca ancora.

Dalla sua bocca una rosa, una rossa rosa di porpora ! Dal suo cuore - una rosa bianca ! Chi può dire in quale strana maniera Cristo esprima la sua volontà, poiché l'arido bordone del pellegrino si coperse di fiori alla presenza del grande Papa.

Ma né la rosa candida come il latte, né la rosa rossa di porpora possono fiorire nell'aere d'una prigione ; frantumi, ciottoli e selci - ecco tutto quel che ci danno qui; poiché lo sanno bene che talvolta i fiori hanno calmato la disperazione dell'uomo semplice.

Perciò la rosa rossa come il vino, e la rosa bianca non si sfoglieranno mai, a petalo a petalo, su quel po' di terra e di sabbia, accanto all'orrido muro della prigione - per dire agli uomini che passano nel cortile che il Figlio di Dio é pur morto per tutti.

Eppure, benché l'orrido muro della prigione lo serri ancora tutto intorno, benché non possa errare la notte uno spirito carico di catene e benché uno spirito che giace in una terra così empia non possa fare altro che piangere, egli é in pace.

Egli é in pace - lo sventurato ! - egli è in pace o lo sarà tra poco: là non v'é nulla che lo possa impaurire e il Terrore non gli si mostra di pieno giorno, perché la Terra senza luce nella quale egli giace non ha né Sole, né Luna.

Lo impiccarono come s'impicca una bestia : non suonarono nemmeno un rintocco per confortare un poco la sua anima spaventata, ma precipitosamente lo trascinarono via e lo nascosero in una fossa.

Gli tolsero gli abiti di tela e lo lasciarono in pasto alle mosche; si beffarono della sua gola rossa e gonfia e de' suoi occhi puri ed assorti e con delle sghignazzanti risate fecero un mucchio del sudario nel quale il condannato riposa.

Il Cappellano non s'inginocchierebbe mai su quella tomba disonorata, né vi metterebbe la Croce benedetta che il Cristo santificò per i peccatori -- perché quell'uomo era di coloro che Cristo venne a salvare.

Ma tutto é bene ; egli non ha varcato che i limiti conosciuti della Vita ; e - per lui - delle lagrime di estranei riempiranno l'urna della Pietà spezzata da molto tempo, perché coloro che lo piangeranno saranno i reietti, e i reietti sanno piangere sempre.

Io non so se le Leggi hanno ragione o se le Leggi hanno torto : tutto ciò che sappiamo - noi, i prigionieri del carcere - si é che il muro é ben solido e che ogni giornata equivale ad un anno, un anno i cui giorni sono molto lunghi.

Ma questo io so: che ogni Legge fatta dagli uomini per l'Uomo da quando un Uomo per la prima volta troncò la vita del suo fratello e da quando ebbe origine il mondo della sofferenza - ogni Legge disperde il grano buono e conserva la crusca, col peggiore crivello.

Ed anche questo io so - e quanto sarebbe saggio, se ciascuno lo potesse ugualmente sapere! - che ogni prigione edificata dagli uomini é costrutta con i mattoni dell'infamia ed é chiusa con le sbarre - per paura che Cristo veda come gli uomini straziano i loro fratelli.

Con delle sbarre essi sfigurano la graziosa luna e accecano il buon sole ; e bene fanno a nascondere il loro Inferno, perché vi accadono delle cose che non dovrebbero mai esser viste né dal Figlio di Dio, né dal Figlio dell'Uomo.

Le azioni le più vili, simili ad erbe avvelenate, vigoreggiano nell'atmosfera del carcere; là dentro s'esaurisce e si sciupa soltanto ciò che é buono nell'Uomo ; la pallida Angoscia vigila alla pesante barriera e la Disperazione ne è la Custode.

Vi si affanna il piccolo fanciullo spaventato sino a farlo piangere giorno e notte ; vi si flagella il debole, vi si frusta l'idiota, vi si scherniscono i vecchi dai capelli bianchi e alcuni diventano folli e tutti diventano peggiori - e nessuno può aprir bocca.

Ogni angusta cella che noi abitiamo é un'infetta e cupa latrina, e il fetido, soffio della Morte vivente soffoca ogni abbaino sbarrato e tutto - tranne il desiderio - é ridotto in polvere nella macchina Umanità.

L'acqua salmastra che noi beviamo, filtra con una melma nauseabonda e il pane amaro che pesano con precauzione é pieno di calce e di gesso e il sonno mai non s'addorme, ma cammina con dilatati occhi - implorando grazia dal Tempo.

Ma quantunque la Fame sfinita e la livida Sete combattano tra di loro come l'aspide e la vipera, poco ci si preoccupa del cibo della prigione, perché ciò che estenua e uccide interamente si è che ogni pietra sollevata durante il giorno diviene il vostro stesso cuore durante la notte.

Sempre con la mezzanotte fosca nel cuore e col crepuscolo dentro la cella noi giriamo la manovella e sfilacciamo la fune, ciascuno nel suo separato inferno, e il silenzio é più terribile che il rintocco delle campane di bronzo.

E mai una voce umana si approssima per pronunciare una dolce parola e l'occhio che scruta attraverso gli sportelli e inesorabile e duro, e, dimenticati da tutti, noi imputridiamo e imputridiamo con l'anima e il corpo marciti.

Così arrugginiamo la catena di ferro della Vita, avviliti e solitari, e alcuni rompono in maledizioni e altri piangono - ed altri ancora non si lasciano sfuggire il minimo lamento ; ma le eterne Leggi di Dio sono elementi e spezzano il cuore di pietra.

Ed ogni cuore umano che si spezza in un cortile o in una cella della prigione è simile a quel cofano spezzato che offerse ilproprio tesoro al Signore e riempì dell'aroma del più ricco nardo l'impuro tugurio del lebbroso.

Ah ! beati coloro i cuori dei quali si possono spezzare e guadagnar la pace del perdono! Altrimenti come potrebbe l'uomo purificare la sua anima dal peccato? Dove, dunque, se non in un cuore infranto, potrebbe entrare il Cristo Signore'"?

E l'uomo dalla gola rossa e gonfia, dagli occhi puri ed assorti, aspetta le mani sante che trasportarono il Ladro in Paradiso - perché il Signore non disprezza un cuore infranto e contrito.

L'uomo paludato di rosso che interpreta la Legge gli concesse tre settimane di vita per mettere la sua anima in armonia con la sua anima, e per purificare dalla più piccola goccia di sangue la mano che aveva impugnato il coltello.

E con delle lagrime di sangue egli purificò la sua mano, la mano che brandì l'acciaio ; perché solamente il sangue può lavare il sangue e soltanto le lagrime possono guarire e la macchia vermiglia di Caino divenne il sigillo di Cristo candido come la neve.

Nel carcere di Reading, accanto alla città, c'é una tomba d'infamia e vi giace un miserabile divorato da denti di fiamma - in un sudario ardente egli giace e la sua tomba non ha nome.

E là, fino al giorno in cui Cristo chiamerà i morti al Giudizio, egli riposa in pace; non c'é nessun bisogno di piangere e di sospirare: egli aveva ucciso colei che amava ; e per questo ha dovuto morire.

Ma ognuno uccide la cosa che ama; lo sappiano tutti; gli uni uccidono con uno sguardo di odio, gli altri con delle parole carezzevoli, il vigliacco con un bacio, l'eroe con una spada!
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LETTERE DAL CARCERE


10 Marzo 1890.

Mio caro Robbie, Desidero che voi scriviate subito una lettera a Mister ... il procuratore, dicendogli che, siccome mia moglie ha promesso di lasciarmi erede d'un terzo se essa morisse prima di me, io non voglio fare opposizione alcuna a che essa acquisti la mia parte d'usufrutto. Ho fatto precipitare su di lei una sventura sì grande e sui miei figli una sì grande rovina che non ho diritto d'oppormi in nulla ai suoi desideri. Essa fu nobile e buona per me, quando mi venne a visitare qui. Ho piena fiducia in Lei. Vi prego di scrivere questa lettera senza indugio e di ringraziare i miei amici per la loro bontà. Sono persuaso d'essere nel giusto concedendo questo a mia moglie. Vi prego pure di scrivere a Stuart Merril, a Parigi, o a Robert Sherard per dir loro come io sia stato felice della rappresentazione della mia opera e ringraziate pure Lugné Poe ; é pur qualche cosa che in tempo di sventura e di vergogna, io sia ancor considerato come artista. Vorrei provarne più gioia; mi sembra d'esser morto ad ogni sentimento fuorché l'angoscia e la disperazione. Ad ogni modo fate sapere a Lugné Poe che io sono commosso dell'onore che mi ha fatto. Temo che voi avrete qualche difficoltà nel leggere questo foglio, ma, poiché non mi permettono di tenere presso di me né inchiostro, né penna, credo d'aver disimparato a scrivere. Vogliate scusarmi.

Ringraziate More della fatica, a cui si assoggetta, per farmi avere dei libri; sventuratamente, quando io leggo i miei poeti Greci e Latini, mi fa male il capo; sono stati dunque molto utili, ad ogni modo la sua bontà nel procurarmeli fu grande. Pregatelo di esprimere la mia gratitudine alla signora che abita in Wimbledon. Scrivetemi, vi prego, rispondendomi a ciò e parlatemi di letteratura, di libri nuovi, ecc., ed anche dell'opera teatrale di Jones, del modo con cui ForbesRobertson dirige il suo teatro e d'ogni nuova tendenza nei teatri di Parigi e di Londra. Cercate pure di vedere che cosa hanno detto di Salome, Lemaitre, Bauer e Sarcey, e datemene un piccolo riassunto. Scrivete a Henri Bauer e ditegli che le belle cose che dice di me m'hanno commosso. Robert Sherard lo conosce. Fu gran gentilezza la vostra d'essermi venuto a trovare.
Dovete venire ancora la volta prossima; qui io sento l'orrore della morte, con l'orrore più grande ancora di vivere in silenzio e in miseria.
Penso sempre a voi con affetto profondo. Vorrei che Ernesto andasse a ricercare a Oakley la mia valigia, la mia pelliccia e un esemplare delle mie opere, che ho dato alla mia cara mamma. Domandatelo a Leverson in cui nome fu acquistato il terreno per la sepoltura di mia madre.
Sempre vostro amico - OSCAR WILDE.
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5 Gennaio 1897

Mio caro Robbie, esaminate ora la mia proposta.
Io credo che mia moglie, che in fatto di danaro ha un animo assolutamente retto ed elevato, rimborserà le settantacinque lire sterline pagate per conto mio. Non dubito che essa lo farà, ma credo che dovrei offrire questo da parte mia e non accettare nulla da Lei, come reddito. Io posso accettare quanto mi é offerto per amore ed affetto, ma non ciò che mi è accordato di mala voglia o condizionatamente. Preferirei lasciare mia moglie del tutto libera. Essa può rimettersi. Ad ogni modo io penso che se essa fosse libera mi permetterebbe di vedere i miei figli di tanto in tanto. Questo é quanto desidero. Ma occorre prima che io le renda la sua libertà e va meglio che lo faccia da gentiluomo, abbassando il capo ed accondiscendendo a tutto. Occorre che esaminiate la questione da ogni lato, perché la difficoltà é nata appunto per causa vostra e per il vostro sconsigliato procedere. Fatemi sapere ciò che ne pensate voi e gli altri. Certo, voi avete operato per il meglio, ma partivate da un falso giudizio; posso dire con ogni sincerità che io giungo grado a grado all'equilibrio dell'anima mia quando penso che tutto procede per il meglio. Questa può essere filosofia, o cuore infranto, o religione, o tetra indifferenza d'animo disperato. Ad ogni modo, qualunque ne sia l'origine, un tal sentimento può molto su di me. Avrei torto di tenere legata mia moglie a me contro suo volere. Ha pieno diritto alla sua libertà e non esserle di peso sarà per me una gioia. Essere pensionato da lei é una condizione d'egemonia. Parlatene con More Adey. Ditegli che vi faccia vedere la lettera che io gli ho scritto, domandate a vostro fratello Aleck di dirmi che ne pensa. I suoi pareri sono eccellenti.

Ora passiamo ad altro. Non ho ancora avuto occasione di ringraziarvi per i libri. Mi giunsero graditissimi. L'interdizione delle riviste mi fu oltremodo penosa, ma il romanzo di Meredith mi ha deliziato. Che artista di sana tempra ! Egli ha perfettamente ragione, quando afferma che un sano equilibrio deve essere la virtù essenziale del romanzo. Tuttavia, sinora solo l'animale é riuscito ad avere espressione nella vita e nella letteratura. Le lettere di Rossetti sono abominevoli; non vi é dubbio che sono falsità scritte da suo fratello. M'interessai, tuttavia, vedendo che Melmoth di mio zio e Sidonia di mia madre sono stati due libri che hanno dilettata la sua giovinezza. Per quanto riguarda la cospirazione contro di lui negli ultimi anni della sua vita, credo che ci sia stata certamente, e che il danaro sia stato fornito dalla Banca -Hake. Quella scorta d'un tordo in Cheyne Walk mi pare assai sospetta, benchè William Rossetti dica « Io non veggo nulla di singolare nel canto di un tordo ».

Le lettere di Stevenson danno pure una grande delusione, e comprendo che un ambiente romanzesco è il peggiore ambiente possibile per uno scrittore di romanzi. In Gower Street, Stevenson avrebbe potuto scrivere un nuovo Trois illousquetaires. A Samoa egli scrisse le lettere al Times sui Tedeschi. Vi scorgo pure le tracce d'un terribile sforzo per condurre una vita naturale. Per spaccar legna in modo utile a noi stessi e profittevole agli altri dovremmo essere incapaci di descriverne il processo. In verità vita naturale é vita incosciente. Stevenson estese soltanto il dominio dell'artificio dilettandosi ad arare. Se io passerò la mia vita futura leggendo Baudelaire in un caffé condurrò una vita più naturale, che se mi mettessi a tosare le siepi, od a piantar cacao nelle paludi.

En route é assai artificioso; é semplice giornalismo. Non comprendiamo mai una nota della musica descritta. L'argomento é delizioso, ma lo stile è naturalmente senza valore, in pantofole e blando. È un francese peggiore di quello di Ohnet. Ohnet fa degli sforzi per essere banale e vi riesce. Huysmans si sforza di non essere tale, e lo é ... Il romanzo di Hardey è piacevole e quello di Harold Frédéric assai interessante per il suo soggetto. In seguito - poiché non vi è nella biblioteca della prigione alcun romanzo destinato ai poveri compagni di catena con i quali io vivo - penso d'offrire alla biblioteca una dozzina di romanzi; quelli di Stevenson (qui non c'é se non La Freccia Nera) qualcuno di Thackeray (non ve n'é alcuno) di Jane Austen (di cui pure ve n'è nessuno) e qualche buon libro alla Dumas Pére, di Stanley Weyman, per esempio, o di qualche altro giovane scrittore. M'avete detto che Henley progettava qualcosa, così pure il denominato Anthony Hope. Dopo Pasqua potrete fare una nota di quasi quattordici volumi e chiedere che mi siano consegnati. Piacerebbero molto ad alcuni che non si curano del Journal des Goncourt,
Non dimenticatevi che li pagherò io.

Inorridisco a ritornare nel mondo senza possedere un solo volume mio proprio. Mi chiedo se alcuno dei miei amici come Cosmo Lennox, Reggie Turner, Gilbert Burgess, Max ed altri volessero regalarmi qualche libro. Voi sapete quale sorta di libri io desideri: Flaubert, Stevenson, Baudelaire, Maeterlinck, Dumas padre, Keats, Marlowe, Chatterton, Coleridge, Anatole France, Théofile Gautier, Dante e tutta la letteratura dantesca, Goethe e la letteratura goethiana, ecc Sarebbe una gran cortesia per me il farmi giungere dei libri - e forse vi é qualche amico che vorrà mostrarmi la sua bontà. Sono di animo veramente assai grato, benché spesso, io temo, non sembri. Ricordatevi però che ho avuto continui tormenti, a parte la vita di prigione.
Rispondendomi - potrete scrivermi una lunga lettera sul teatro e i libri. La calligrafia, nell'ultima vostra, era così spaventevole che si sarebbe detto voi foste in procinto di scrivere un romanzo in tre volumi sulla terribile propagazione delle idee comuniste tra i ricchi, o di guastare in qualche altro modo una giovinezza che é sempre stata e resterà sempre piena di promesse. Se vi accuso a torto attribuendo la vostra cattiva calligrafia ad una tale causa, vi prego di tener conto dello stato morboso prodotto da una lunga prigionia ; ma scrivete sinceramente, ve ne prego, altrimenti si potrebbe credere che non abbiate nulla da nascondere. Vi sono, io credo, in questa lettera, molte cose orribili. Leggete la mia lettera a More. Verrà a visitarmi sabato. Lo spero. Richiamatemi alla memoria d'Arthur Clifton e di sua moglie che a mio parere, rassomiglia singolarmente alla moglie di Rossetti - la stessa meravigliosa capigliatura - ma certo di carattere più prezioso, quantunque Miss Siddall sia affascinante e i suoi versi assolutamente di prim'ordine. - Sempre vostro - OSCAR WILDE.
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2 Dicembre 1896

Caro Robbie. Su questi punti che trattano solamente d'affari More Adey sarà forse disposto a rispondermi. Mi permetteranno bene di ricevere la sua lettera che tratterà esclusivamente d'affari. E non ne sarà impedita la vostra missiva letteraria, che il direttore m'ha ora comunicato.
Mio caro Robbie, io poco ho da dirvi. Il rifiuto di commutare la mia pena, fu per me come un colpo assestato con una spada di piombo. Sono stordito da una pesante sensazione di dolore. Mi ero nutrito di speranza ed ora l'angoscia, affamata, si nutre ingordamente di me come se la sua voracità l'avesse spossata.
Tuttavia vi sono ora delle condizioni migliori d'una volta in questa mefitica aria di prigione : mi hanno dimostrato qualche simpatia ed io non mi sento più del tutto isolato dagli uomini, cosa che prima era per me un motivo di terrore e tormento. Leggo Dante, faccio riassunti e annotazioni per la gioia d'usare la penna e l'inchiostro ; sembra ch'io vada migliorando in più sensi e sto per mettermi a studiare il tedesco. La prigione mi par veramente il luogo adatto ad un tale studio.

V'é pur tuttavia una spina assai differente, ma non meno dolorosa, di quella di S. Paolo, che io debbo con questa lettera strappare colle mie carni. Ne é causa un messaggio che voi avete scritto su un pezzo di carta perché io lo vedessi. Sento che se lo mantenessi segreto il male s'estenderebbe nel mio spirito, come le cose velenose crescono nell'oscurità e prenderebbe luogo fra altri orribili pensieri dolorosi che mi rodono.... Il pensiero - per coloro che sono soli e silenziosi e in ceppi - non é una « viva cosa ed alata » come fingeva di credere Platone, ma una cosa morta, generatrice dell'orribile, come un fango che esibisca i suoi mostri alla luna.
Voglio parlare naturalmente di quanto voi dite intorno alle simpatie degli altri che s'allontanano da me o minacciano di allontanarsi per la profonda amarezza dei miei sentimenti, e credo che la mia lettera sia stata prestata e fatta vedere ad altri.... Ora io non voglio che le mie lettere siano poste in giro come curiosità : è cosa questa per me infinitamente spiacevole. Io vi scrivo liberamente, come ad uno dei miei migliori amici, e fatte poche eccezioni, la simpatia degli altri, pure se dovessi perderla, m'importa assai poco. Nessun uomo della mia sfera può cadere nel fango della vita senza trovare molta pietà da parte de' suoi inferiori, ed io so che quando una commedia dura troppo a lungo, gli spettatori si stancano. La mia tragedia é durata troppo lungamente: il culmine della situazione è superato, lo scioglimento é meschino ed io sono assolutamente conscio che, quando giungerà il finale, io ritornerò come un ospite importuno in un mondo che non ha bisogno di me : un revenant, come dicono i francesi, uno spirito che ritorna, incanutito il capo dalla lunga prigionia e sfigurato dal dolore. Per quanto orribili siano i morti che escono dalla loro tomba, i vivi che sorgono dai loro sepolcri sono più orribili ancora.
Questo lo so troppo bene. Quando si é da diciotto terribili mesi in una cella di prigione si vedono le cose e gli uomini quali sono in realtà. Lo `spettacolo fa impietrire.

Non pensate che io voglia biasimare chicchessia per i miei vizii. I miei amici n'avevano così poca parte, come io con i loro. La natura in ciò fu a noi tutti matrigna. Li biasimo perché non apprezzano l'uomo che hanno rovinato. Finché la mia tavola fu rossa di vino e di rose, che importava a loro? Il mio genio, la mia vita d'artista, la mia opera e la tranquillità che mi era necessaria per compirla non erano nulla per loro ...

Ammetto di aver perduto la testa ... Ero abbagliato, sperduto, incapace di giudicare. Feci un passo fatale, ed ora ... sono seduto su una panca di legno in una cella di prigione. In ogni tragedia v'é una parte grottesca. Voi conoscete il grottesco della mia tragedia e non crediate che io non mi riprovi; maledico notte e giorno d'aver concesso a qualche cosa di dominare la mia vita. Se. questi muri avessero un'eco ripeterebbero all'infinito: « stolto ! ». Son colmo di vergogna per le mie amicizie ... perché sono le amicizie che possono far giudicare un uomo. Sono la prova secondo cui l'uomo si misura.

Ed io sento una pungente umiliazione per alcune mie amicizie …. di cui voi potete leggere un resoconto completo nel mio processo. Questo é per me una fonte quotidiana di umiliazione mentale. Ad alcuni non penso mai. Non mi tormentano, non hanno valore alcuno ... A dir vero la mia tragedia sembra essere grottesca e null'altro. Perché, per essermi lasciato adescare ... e nel più infetto fango di Malebolgie, sto tra Gilles de Retz e il marchese di Sade. Vi sono dei luoghi in cui a nessuno, se non ai folli, é concesso di ridere, ed anche per i folli il ridere é infrangere la disciplina; se ciò non fosse, credo che potrei ridere. Quanto al resto non fate credere ad alcuno che io attribuisca agli altri dei motivi indegni. In verità, nella vita, essi non ebbero motivi di sorta. I motivi sono cose dell'intelligenza. Essi avevano solamente delle passioni e tali passioni sono falsi déi che richiedono ad ogni costo delle vittime.

Nel caso nostro n'ebbero una, coronata d'alloro. Ora ho strappato la spina. Quella frase che avevate scarabocchiato mi straziava orribilmente. Ora non penso più se non che voi vi ristabiliate, vi mettiate a scrivere finalmente la meravigliosa storia di ...

Richiamatemi, vi prego, al ricordo di vostra madre ed anche di Alek; « La sfinge dorata » é, credo, mirabile quanto mai. Mandate da parte mia il meglio dei miei pensieri e dei miei sentimenti e tutto quanto vorrà accogliere di ricordi e di rispetto alla signora di Wimbledon la cui anima é un santuario per coloro che sono in pena.
Non mostrate questa lettera a nessuno e rispondendomi non discutete su ciò che vi scrivo. Parlatemi di quel mondo delle ombre che ho tanto amato, parlatemi pure della vita dell'anima. Mi incuriosiscono i pungoli che m'hanno ferito e nel dolore c'é della pietà. Vostro OSCAR WILDE.


Prigioni di Sua Maestà. Heading, 1.° Aprile 1897.

Mio caro Robbie, Vi mando separatamente insieme a questa un manoscritto che vi giungerà sano e salvo, io spero. Appena l'avrete letto, desidero che me lo facciate copiare accuratamente e lo desidero per molte ragioni. Basterà una. Voglio che, nel caso ch'io morissi, voi siate il mio erede letterario ed abbiate il controllo assoluto dei miei drammi, dei miei libri e delle mie carte. Appena avrò legalmente diritto di testare, scriverò il mio testamento. Mia moglie non comprende l'arte mia, né v'é probabilità che se n'interessi. Cirillo é un bimbo. Così io mi volgo naturalmente a voi, come a dir vero, in ogni cosa, e voglio che abbiate tutti i miei scritti. Il danaro ottenuto dalla loro vendita potrà essere messo a frutto per Cirillo e Viviano.

Orbene, se voi siete il mio erede letterario, dovete possedere il solo documento che spieghi la mia singolare condotta.... Quando avrete letta questa lettera troverete la spiegazione psicologica d'un ambito di condotta che - esternamente - sembra un accozzo di assoluta idiozia e di ostentazione volgare. Un giorno la verità dovrà ben esser conosciuta; non é necessario che lo sia mentre sono vivo. Ma non intendo rimanere perpetuamente appollaiato sulla berlina grottesca dove mi hanno posto, e questo per la semplice ragione che mio padre e mia madre mi hanno legato un nobile nome, ed io non posso permettere che esso sia avvilito per sempre...

Non difendo il mio operato : la mia lettera contiene ancora dei brani che trattano del mio svolgimento intellettivo in francese e dell'inevitabile evoluzione prodottasi nel mio carattere e nell'attitudine mentale verso la vita. Voglio che voi o gli altri che siete rimasti presso di me e m'avete conservato il vostro affetto sappiate in qual modo e con quale disposizione spero di affrontare il mondo. Sotto un certo rispetto io so certamente che il giorno che verrò liberato, passerò da un carcere ad un altro e vi sono momenti in cui il mondo intiero non mi sembra più vasto della mia cella e non mi pare meno colmo di terrore. Tuttavia in origine Dio creò un mondo per ogni singolo uomo, ed é in questo mondo intimo a noi che dobbiamo cercare di vivere. Ad ogni modo leggerete questi passi della mia lettera con minor pena che gli altri. Non mi occorre ricordarmi come fluida é per me - per noi tutti - una cosa pensata e di quale evanescente sostanza sono plasmate le nostre emozioni. Io scorgo tuttavia una specie di scopo verso cui, per l'arte, posso dirigermi e c'è molta probabilità che voi possiate aiutarmi.

Quanto al genere di trascrizione, ecco cosa desidero : il manoscritto é troppo lungo naturalmente perché un segretario vi si provi, e la vostra calligrafia, caro Robbie, nella vostra ultima lettera, pare ricordarmi in modo singolare che questo compito non potrebbe essere affidato a voi.

Penso dunque che la sola cosa da fare del tutto moderna sia di dattilografare il manoscritto che, assolutamente, non deve uscire dalle vostre mani. Ma non potreste ottenere da Mrs. Marshall ch'essa v'invii una delle sue dattilografe - appunto sulle donne possiamo meglio contare, perché esse non hanno memoria affatto per ciò che é importante - e che essa ve la mandi ad Hornton Street od a Phillimore Gardens, per fare tale copia, sotto la vostra sorveglianza?
Vi assicuro che la macchina da scrivere quando sia toccata con espressione non é più noiosa di un piano, quando é una sorella od una parente prossima che lo suona. In verità buon numero di coloro che sono più legati al focolare domestico la preferiscono.
Desidero che la trascrizione sia non su carta sottile, ma buona carta, come quella in uso per copiare le parti di un dramma, e che vi sia lasciato un largo margine per le correzioni... Se la copia é fatta a Hornton Street, la signora dattilografa potrebbe ricevere i suoi pasti per mezzo di un'apertura con inferriata praticata nella porta, come i cardinali quando eleggono un papa, e tutto ciò sino a quando essa appaia al balcone e annunzi al mondo Habet Mundus Epistulam perché é appunto un'enciclica e come le bolle papali sono indicate dalle parole dell'inizio si potrà parlare della mia lettera come dell'Epistola: in carcere et vinculis

A dir vero, Robbie, la vita di prigione vi fa vedere persone e cose come sono in realtà e per questo essa impietrisce. Vi sono esseri del mondo di fuori ingannati dalle illusioni di una vita in continuo moto. Volteggiano con la vita e contribuiscono alla sua irrealtà. Noi che siamo immobili vediamo e comprendiamo.

Che la lettera sia buona o no per le nature anguste e i cervelli superficiali; a me pare fatta bene. Ho nettato « il mio seno d'una congerie pericolosa » per togliere a prestito un detto al poeta che voi ed io abbiamo pensato un tempo di strappare ai filistei. Non ho bisogno di ricordarmi che l'espressione é per sé sola (per un artista) il supremo e solo modo di vivere.
Viviamo perché ci esprimiamo. Tra le molte e molte cose di cui io debbo grazie al direttore, non ve n'é alcuna di cui io gli sia più grato del permesso di scrivere a mio piacere e tanto quanto desidero. Durante quasi due anni chiusi in me un cumulo crescente d'amarezze di cui sono ora in gran parte libero: al di là del muro della prigione vi sono alcuni poveri alberi neri di fuliggine che stanno per coprirsi di gemme d'un verde quasi acuto. So con certezza quel che accade a loro: trovano la loro espressione. - Sempre vostro OSCAR WILDE.


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