DIARI, MEMORIE, POESIE dei giovani vissuti sul fronte del conflitto 
che insanguinò l'Europa degli anni 1915-18

 

 

LA GRANDE GUERRA
RACCONTATA
DAI COMBATTENTI


di GIAN LUIGI FALABRINO

Come vissero la prima guerra mondiale i giovani che la fecero? Come la ricordarono, che emozioni ne trassero i sopravvissuti? Poco sappiamo del tormento dei soldati, ignoranti e spesso analfabeti, se non per avere sentito i racconti orali dei vecchi, o per le poche eccezioni di documenti pubblicati: per esempio, il Diario di guerra del contadino - granatiere Giuseppe GIURIATI, o le Lettere di prigionieri di guerra italiani, a cura di Leo SPITZER. In genere, i diari, le lettere, le memorie, le poesie sono state scritte dagli ufficiali: molti di loro erano letterati, oppure borghesi di qualche cultura. E si sente la differenza fra chi pubblicò "a caldo" o, anche a distanza di anni, ma senza rielaborare gli appunti e i diari, e chi ha voluto fare della letteratura. Il rischio del reduce che non ricorda più il vero o, meglio, "ricorda" la guerra come gli altri, i borghesi, vogliono sentirsela raccontare, o come gli stessi protagonisti finiscono per idealizzare, amplificando la propria parte, è bene espresso in una delle molte tavole di Giuseppe NOVELLO, autore, con il commento di Paolo MONELLI, del divertente e amaro album di ricordi La guerra è bella ma è scomoda.
C'è da dire che i giovani borghesi, ancora studenti o già letterati, avevano quasi tutti voluto la guerra, ed erano entrati nel conflitto nutriti di un impasto di ideologie mazziniane, nazionaliste ed umanitarie, convinti di combattere l'ultima guerra del Risorgimento, di dover cancellare l'onta di Custoza e Lissa, di dover far grande la Patria ed arginare il militarismo tedesco. Ma non era solo un'esaltazione dei giovani. Partono con quelle idee uomini maturi, alcuni già illustri: va alla guerra e muore Renato SERRA, critico celebre, che lascia le Ultime lettere dal campo. Va a combattere Fausto Maria MARTINI, poeta già noto, che scrisse Appunti di vita di guerra ("Mi duole di non essere mutilato, mi duole che non potrò mostrare una ferita alla fronte o alla faccia").
Ci va Leonida BISSOLATI, uno dei primi socialisti, poi espulso dal partito, già capo e animatore, con Gaetano SALVEMINI, dell'interventismo democratico. Ha 58 anni, ma si arruola volontario come sergente degli alpini, viene ferito nel luglio del '15, ritorna sull'Isonzo, combatte in Carnia e sull'Adamello, finché nel 1916 diventa ministro del governo Boselli. Della doppia esperienza, di combattente e di ministro, ci ha lasciato un Diario di guerra formato di scarni appunti. E va in guerra Luigi GASPAROTTO, deputato al Parlamento, che già l'11 luglio, giurando fedeltà "Al Re e alla Patria", rimpiange il giuramento mazziniano e comincia a brontolare sulla burocrazia militare che non ha saputo "in tanti anni di pace neghittosa regalarci un giuramento più decente" (sono le prime pagine di Rapsodie - Diario di un fante).
Se anche molti anziani democratici erano stati interventisti per educazione mazziniana, continuità risorgimentale e solidarietà con il Belgio invaso e le democrazie occidentali, figuriamoci i giovani. L'entusiasmo e gli ideali, specialmente dei primi mesi di guerra, si ritrovano nei Ricordi di uno storico allora studente in grigioverde, di Alberto M. GHISALBERTI.

Ghisalberti, allegro e ottimista, fu molto più fortunato di tanti suoi coetanei, quei "sottotenentini" partiti con entusiasmo per la "bella guerra" e destinati in gran parte alla fine cantata da uno di loro, Vittorio LOCCHI:

"sottotenentini / ragazzi imberbi e gioviali / che la gente seria, / la gente perbene, una volta / chiamava beceri / quando rompevano i vetri / e stracciavano le bandiere / ai Consolati d'Austria / erano rimasti lassù / nel Vallone dell'Acqua, / al Lenzuolo Bianco, / alla Casa della Morte, / col grido tra i denti, / col cuore in mano; / colpiti mentre correvano / davanti al plotone d'assalto, / come se si trattasse / davvero di scherzare / con l'eternità" (La Sagra di Santa Gorizia).

Fra i sottotenentini sopravvissuti, alcuni diventarono illustri scrittori dopo la guerra. Corrado ALVARO dalla sua esperienza al fronte trasse un romanzo, Vent'anni, nel quale, simbolicamente, il protagonista scopre una rassomiglianza fra lui stesso e il nemico che ha ferito. Anche Riccardo BACCHELLI fu volontario di guerra e trasmise le proprie esperienze nel romanzo Oggi, domani e mai, mentre un altro letterato di grande successo, Antonio BALDINI, pubblicò Nostro Purgatorio quando la guerra non era ancora finita. Fra i romanzi ispirati alla guerra sul fronte italiano, il più celebre è certamente Addio alle armi, dell'americano Ernest HEMINGWAY, ufficiale di sanità con le truppe americane in Italia, che dà una vivacissima e drammatica descrizione della rotta di Caporetto.

E "romanzo storico" è stato definito uno dei più forti libri italiani contro la guerra, Un anno sull'altipiano, di Emilio LUSSU, scritto nel 1937 a Parigi, dove l'autore era esule per antifascismo. Lussu era stato interventista e volontario: ma l'esperienza della guerra sull'Isonzo e nella battaglia dei Sette Comuni ne fece un convinto antimilitarista, che in quel libro denuncia la vanità dei massacri, l'idiozia degli alti comandi e la crudeltà delle decimazioni, così frequenti fino a Caporetto.

Più documentari, senza la mediazione della forma romanzesca o la distanza degli anni, sono i libri di altri reduci, terribili talvolta nelle loro secchezza. Sono bastati i primi mesi di guerra e Carlo SANSA (Trincee) ha perduto le sue illusioni sulle rive dell'Isonzo e sulle pendici del San Michele, nelle trincee appena scalfite nel terreno, vicinissime al nemico, ben difeso dalle linee naturali dei monti. Fermato a pochi chilometri dalla sua Trieste è deluso anche Giani STUPARICH (Giorni di guerra), uno dei mille triestini, goriziani, istriani e dalmati fuggiti dall'Austria e venuti in Italia a rischiare a vita doppiamente, in trincea o sulla forca, se fatti prigionieri.

Ma i "sottotenentini" non andarono alla guerra soltanto per educazione risorgimentale e mazziniana o per scelta irredentista d'italianità. Altri vi andarono per spirito d'avventura, non rinnegato neppure quindici anni dopo, come Luigi Bartolini che in Ritorno sul Carso esprime il suo disprezzo per gli imboscati, per la quotidianità della vita borghese, per le "umiliazioni" della vita di ogni giorno: "Per me, trovo che la guerra era bella e conforme al mio spirito; e stimo grande ventura l'essermici trovato nell'età giusta della vita".

Quasi come ad un'estensione del suo amore per lo sport e la montagna, del suo pionierismo sciistico, andò alla guerra Paolo MONELLI, destinato a diventare poi un grande giornalista. A Paolo Monelli si deve Le scarpe al sole, un diario della guerra alpina che si può considerare uno dei più bei libri italiani sulla Grande Guerra, pieno di baldanza giovanile e di amor di patria, di scherzi agli ufficiali dei comandi e di battaglie disperate, di morose e di vino: il combattimento del 15 novembre 1917, a Castelgomberto, è ridotto a mezza riga, perché nulla potrebbe descrivere quell'inferno; ma pagine intere sono dedicate alle ribotte degli alpini, alle loro storie di pace e di fatica, alla poesia dei fatti quotidiani, con un senso della vita e della morte che non si trova in tanti letterati e una reale fraternità con le classi popolari, che non ha nulla del paternalismo allora così comune.

Ma si andava alla guerra non solo per patriottismo o per avventura. Sembra che il vento di guerra, l'ideologia marinettiana del "bagno di sangue", avesse travolto i giovani intellettuali, anche quelli che avrebbero dovuto essere coerenti con ideologie più pacifiche. Valga per tutti il caso di Giosuè BORSI, poeta toscano, giovane gaudente, prima di convertirsi a un cattolicesimo totalizzante e mistico. Borsi ha lasciato un volume di Lettere dal fronte piene di spirito, di entusiasmo e di anelito alla morte, bellissime e sconcertanti: la volontà della Patria lo chiamava a liberare la Venezia Giulia, come una sconosciuta Giulia (idealizzata al modo degli stilnovisti) lo aveva redento dalle passioni; "Chi m'avrebbe detto che un giorno sarei andato a morire come Mameli, Manara, Medici - scrive quando parte per il fronte - che avrei combattuto in una guerra del Risorgimento, con lo stesso animo dei garibaldini, con le loro stesse canzoni, contro lo stesso nemico!". Giosuè Borsi morì a Plava il 10 novembre 1915.

Significativo dei luoghi comuni della cultura nazionalista, da cui trarrà tanta parte il fascismo, è Kobilek di Ardengo SOFFICI. L'artista ammira i soldati tra i quali vive, ma c'è da chiedersi quanto li avesse capiti: "Questi uomini muovono alla guerra come ad una festa". E aggiunge: "Chi ride, scherza, sopporta tanti disagi con una tale pazienza e perseveranza in faccia alla morte imminente, ha il diritto di essere il padrone della futura vita italiana, e se dovesse essere defraudato del suo diritto avrà ragione di divenir terribile". C'è, in Soffici, il rimpianto per la "bellezza irriducibile" della guerra; ma c'è anche, molto irritante e spia di quell'incultura nazionalista che ci farà inebriare di superiorità latina, mare nostrum e colli fatali di Roma, il disprezzo per i nemici, "bruti che da tre anni vanno diguazzando nei massacri e nei ladrocini"; perfino un libro di Schopenauer, trovato addosso a un morto, ad uno di "quegli imbecilli", è "in una di quelle edizioni di gusto tedesco, linde, corrette ed odiose". Poi quegli imbecilli e barbari vincono a Caporetto, e, nel suo successivo diario di guerra, La ritirata dal Friuli, la sconfitta rende Soffici più umano.

Prima della battaglia è sorpreso e sconvolto dall'insipienza dei comandi, dalla stanchezza delle truppe, dalla trivialità degli ufficiali; dopo, durante la rotta, delle quali ci ha lasciato una delle testimonianze più drammatiche e vive, registra annichilito il disordine, lo sfacelo, le fucilazioni a casaccio, il rimbambimento dei generali e la destituzione dei pochi comandanti efficienti. La sconfitta di Caporetto è protagonista di molti altri libri di memorie. Mario MUCCINI (E ora, andiamo!) fra tante storie di indisciplina, di violenza e di errori militari, ricorda una notte d'amore con una maestra, conosciuta durante la ritirata. I vinti di Caporetto è il titolo di un libro di Guido SIRONI, molto significativo dello choc per lo sfondamento dopo due anni e mezzo di guerra di posizione, e per gli ordini "stupefacenti" di restare sul posto ad attendere disposizioni: "piuttosto prigionieri che arretrare di un passo". E così Sironi e molti altri caddero prigionieri fin dal primo giorno della battaglia. Il libro è un diario della prigionia, della resa ai tedeschi fino alla vita nei campi di concentramento in Germania, sotto la dura disciplina teutonica.

Sironi racconta l'episodio di sessanta alpini estratti a sorte e fucilati perché un gruppo di italiani, durante il viaggio, aveva rubato pane a un vagone dell'esercito tedesco. E ha pagine acute sulla psicologia del prigioniero e sull'ossessione della fuga (un solo italiano, il colonnello Turano, riuscì a evadere dalla Germania; non ci riuscì dall'Austria neppure lo spericolato asso dell'aviazione Luigi LOCATELLI, due volte medaglie d'oro, che raccontò i suoi tre tentativi falliti in Le ali del prigioniero). A Cellelager era finito, fra gli altri, Carlo Emilio GADDA, che ha lasciato il Diario di guerra e di prigionia, oltre alle lettere dal fronte comprese nelle Lettere agli amici milanesi.

Anche Gadda era stato volontario dei granatieri, poi destinato al 5° Alpini; ma deve registrare subito le delusioni dell'interventista che ha sognato la gloria e la "quarta guerra d'indipendenza", per trovarsi relegato nell'inazione, nella sporcizia e nei disagi, per sentirsi vittima della burocrazia militare, oltre che della volgarità e della grettezza dei colleghi ufficiali. Se non fosse poi diventato l'eccezionale autore di grandi libri, le Lettere e il Diario sarebbero soltanto documenti psicologici di un uomo difficile, egocentrico, nevrotico. Fatto anch'egli prigioniero a Caporetto, Gadda descrive la vita a Cellelager e l'uccisione del tenente Aicardi, narrata pure da Sironi: ma nel confronto tra Gadda e Sironi, lo scrittore celebre vince in freddezza e distacco, e perde in umanità.

L'avanzata austriaca si esaurisce nella prima battaglia del Piave (novembre 1917). Luigi GASPAROTTO (Diario di un fante) è uno dei pochi che si rende conto che la tragedia di Caporetto è finita in realtà con una vittoria italiana. Verrà poi la seconda battaglia del Piave, che esaurisce la capacità offensiva degli Austriaci; verrà Vittorio Veneto (e i fatti del 1918 si leggono in Al di là del Piave, del fuciliere inglese Norman GLADDEN).

Ma gli uomini di guerra sono stupidi, oltre che feroci, e lo stesso Gasparotto deve registrare l'ultima carica dei lancieri d'Aquila, ordinata alle 14.50 del 4 novembre, cioè dieci minuti prima dell'armistizio. Muoiono gli ufficiali ventenni Augusto Piersanti e Achille Balsamo di Loreto, e il caporale Giulio Marchesi. Dopo la fine della guerra, nel 1919, Gioacchino Nicoletti (Sotto la cenere) ha tenuto un diario interessante delle missioni italiane nei territori della defunta duplice monarchia: a Vienna, che ammira, e in Slovacchia, a dividere czechi e ungheresi che si contendono le spoglie della disfatta.

I NOSTRI NEMICI

Dalla parte dei nemici, citiamo di passaggio due libri di strateghi che si riferiscono alle due grandi offensive austriache: la battaglia dei Sette Comuni (dove resistemmo quasi per miracolo) e Caporetto. Il tenente colonnello Karl SCHNELLER fu l'autore del piano della Strafexpedition (la "spedizione punitiva" del maggio 1916 sull'altopiano di Asiago): di essa Schneller ha tenuto un diario burocratico e pieno di pettegolezzi sugli alti comandi, pubblicato in italiano col titolo 1916, mancò un soffio.

A sua volta il generale bavarese Karl Krafft von DELLMENSINGEN, capo di stato maggiore della XIV armata austro - tedesca, è stato uno degli autori del piano di sfondamento a Caporetto, del cui successo ha forse il merito maggiore: e ha descritto la battaglia in "1917 - Lo sfondamento dell'Isonzo". Anche da parte austriaca le pagine più significative non sono nelle memorie dei generali, ma nelle testimonianze delle sofferenze e degli eroismi della prima linea. Robert SKORPIL ha raccontato la tragedia della guerra di montagna, vista dalla parte dei Kaiserjager contro gli Alpini, in Pasubio 1916/1918, con molta comprensione sia verso i propri soldati, sia verso il destino dei nemici.

La stessa umanità esprime Fritz WEBER in tre libri: Guerra sulle Alpi (1915/1917), Dal Monte Nero a Caporetto e il celebre Tappe della disfatta. Dell'ultimo, tra tante pagine significative, è impossibile non ricordare l'esaltazione per la vittoria di Caporetto, le delusioni successive, la bellissima pagina su Trieste che sente avvicinarsi la fine della Monarchia, e l'odissea finale del tenente Weber che, dopo la disperata e affamata resistenza sul Piave dell'ottobre 1918, riesce a riportare i soldati e i cannoni al deposito di Vienna, attraverso l'Impero in disfacimento e la Slovenia in rivolta. Negli anni ottanta sono state pubblicate le memorie di un aviatore nostro nemico, diventato poi cittadino italiano: L'Aquila di Trieste, di Goffredo de Banfield, decorato dall'imperatore Carlo I con l'ordine di cavaliere di Maria Teresa.

I POETI

Ma, tornando dalla nostra parte, non va dimenticato che anche la poesia è nata dalla putredine e dall'eroismo del conflitto. Non parlo tanto dei due grandi assertori della guerra: Filippo Tommaso MARINETTI è autore nel '15 di Guerra sola igiene del mondo e, con i suoi amici futuristi, parte volontario e verrà ferito sul Monte KUK. A sua volta, Gabriele d'ANNUNZIO, combattente coraggioso ma privilegiato, mise l'oratoria e la poesia al servizio della propaganda bellica. Merita però ricordare le prose del Notturno, scritto a Venezia nel 1916, quand'era convalescente per l'incidente che gli aveva fatto perdere un occhio: il Notturno è un libro ambiguo e complesso, diviso tra eroismo e carità, fra aspirazione alla morte e dolore per la perdita del pilota Beppe Miraglia, suo amico e compagno dei primi voli di guerra. Del conflitto, UNGARETTI dà una testimonianza sofferta nel suo primo volumetto (
Il porto sepolto, 1918), ricco di umanità e di dolore. Si legga San Martino del Carso: "Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro / Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto / Ma nel cuore / nessuna croce manca / E' il mio cuore / il paese più straziato". Oppure Fratelli: "Di che reggimento siete / fratelli? / Parola tremante / nella notte / Foglia appena nata / Nell'aria spasimante / involontaria rivolta / dell'uomo presente alla sua / fragilità / Fratelli".

Meno sintetiche e più descrittive sono le poesie di Clemente REBORA, ossessionato dalle urla del ferito, dalla "demenza che non sa impazzire", dai cadaveri intorno alle trincee: "C'è un corpo in poltiglia / con crespe di faccia, affiorante / sul lezzo dell'aria sbranata". Poeta e prosatore, anche Piero JAHIER è stato interventista: in guerra, attraverso il contatto con la truppa, scopre il popolo. Le sue poesie e prose sulla guerra ("Con me e con gli Alpini"), sebbene traboccanti di populismo paternalista, hanno intuizioni nuove, come in Dichiarazione: "Altri morirà per la Storia d'Italia volentieri / e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita. / Ma io per far compagnia a questo popolo digiuno / che non sa perché va a morire / popolo che muore in guerra perché 'mi vuol bene' / 'per me' nei suoi sessanta uomini comandati / siccome è il giorno che tocca morire". Come e meglio di altri ufficiali, Jahier scopre il valore civile, il "peso" del popolo, del sottoproletariato, dei manovali, nel Ritratto del soldato Somacàl Luigi, che termina con un riconoscimento che è insieme ripudio delle ideologie borghesi: "Certo, Somacàl, soldato stronco, uomo zimbello, sei il mio amico. / Ho trovato vicino a te l'onore d'Italia. / Dico che è in basso l'onore d'Italia, Somacàl Luigi".

Ma vicino a questi grandi poeti, non sfigura certamente (anzi, ci dà la sintesi più commossa di ciò che la guerra ha significato per chi l'ha vissuta) la poesia di uno sconosciuto, scolpita nella Galleria del Castelletto alle Tofane:

"Tutti avevano la faccia del Cristo
nella livida aureola dell'elmetto
Tutti portavano l'insegna del supplizio
nella croce della baionetta
E nelle tasche il pane dell'Ultima Cena
e nella gola il pianto dell'ultimo addio".


Un eccezionale testo: 
"Soldati e prigionieri italiani nella prima guerra mondiale"
Autore Giovanna Procacci, Editore Bollati Boringhieri.

E' uno studio approfondito su tutto ciò che era l'apparato di controllo dello stato, il fronte, i processi, la prigionia e contiene un gran numero di lettere dei soldati intercettate dalla censura ed ancora conservate all'archivio di stato.
488 pagine - Questi i titoli di alcuni degli argomenti trattati:
Servizio informazioni del comando supremo, la censura postale, sequestro della corrispondenza e iter giudiziario, provvedimenti contro la diserzione, decimazioni esecuzioni condanne, il fronte, strategie di attacco, la rivolta morale, la fuga, autolesionismo follia ribellione, l'assalto e la vita in trincea, rapporti tra ufficiali e soldati, lo stato e i prigionieri, legislazione, etc etc.
A conclusione di questo studio vi è una raccolta di lettere censurate che riportano il vero stato d'animo del soldato.
Sono lettere struggenti, spesso di semianalfabeti che però testimoniano l'immane sofferenza della guerra.

(sono riportate così come sono scritte) 

Dal fronte 14.3.916
….. se sapessi quante barbarie, che modi di aggire, che buone maniere verso i soldati!
Come i padri che educano i figli siamo presi a schiaffi e calci, ma se Iddio mi da vita a farmi arrivare in Italia saprò io…..

Dalla Svizzera 18.3.916
Cara mamma….. non potendo sfogarmi sono fuggito e a te se vengono a dirti qual che cosa dicci che se non mi maltrattavano non sarei fuggito…..

Zona di guerra 1.12.915
… Fino che eravamo al masatorio in prima linea, in rischio di farci macelare ogni minuto, ci trattavano (i superiori) un po' meglio, perché avevano paura di noi e quando si fa per avanzare cridavano avanti, avanti altrimenti vi sparo…..

Zona di guerra 10.1.916
…Altro che combattere contro il nemico, Io non combatterò mai contro i miei fratelli per prendere (Trieste?). Cadorna, Boselli che loro sta in Italia, sevverrò in licenza di questi la pelle ci farò…..

Zona di guerra 7.2.16
..…Come pure al S. Michele che si può chiamare cimitero e via via sono andato sette o otto volte a lassalto senza conquistare niente….

Zona di guerra 21.2.16 in risposta ad una ragazza che esalte la guerra
… Se quella signorina, pur essendo stupida, avesse visto qualche testa volare, qualche grappolo di uomini sparire, allo scoppiar di un obice, senza che se ne possa trovar neppure un osso allora mi avrebbe scritto altrimenti.
…. Nella tua ultima mi parli troppo di Dio. Povero vecchio e buon dio! … La madre austriaca e la madre italiana pregano, per i rispettivi figli, lo stesso dio di pace, di amore e di altre simili cose. A chi dovrebbe dar retta dio?? Lascialo in pace il povero vecchio! Io,eretico, sono ancora vivo tanti religiosi perirono

Zona di guerra 20.3.16
I superiori….. anno anche paura che come abbiamo fatto a metterci daccordoe di non avanzare possiamo anche metterci d'accordo a fare come ha fatto qualche reggimento che vio forse non lo sapete perché queste cose sui giornali non le mettono…..l'anno butato nel fiume….

Zona di guerra 5.4.16
…..Povere madri che perdono i loro figli! Spesse volte ci guardiamo l'un l'altro in faccia vedendoci così lacerati di fame e di sonno le lacrime ci riempiono gli occhi come bambini….

Zona di guerra 24.4.16
…..Quando è dopo che si è conquistato? Una 50 metri di roccia viva. Quanti sono i morti? 500-600 secondo l'accidentabilità che permette il terreno…..

GIAN LUIGI FALABRINO
Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente a Cronologia) 
il direttore di

 

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