SCHED
PERSONAGGI 

PALMIRO TOGLIATTI


TRE PALLOTTOLE

LUI ESCE DAL COMA E DICE: "CALMA" 
NIENTE INSURREZIONI

 

"Roma 14 luglio - Stamane, verso le ore 11,30, mentre l'onorevole Togliatti usciva dalla porta del palazzo di Montecitorio, in compagnia dell'on. Leonilde Jotti, veniva affrontato da un giovane, che poi si è appreso essere tale ANTONIO PALLANTE, studente universitario venticinquenne, il quale gli sparava contro alcuni colpi di rivoltella - sembra quattro- tre dei quali lo raggiungevano in varie parti della regione toracica". (Comun. Ansa, ore 12.00)
"Egli ha dichiarato di essere iscritto al partito liberale" (Ib. ore 13.00)

"Roma 14 luglio - Il ministro dell'interno, on SCELBA, ha diramato tassative disposizioni a tutti i prefetti per impedire qualsiasi manifestazione di qualunque genere." (Ib. ore 13.05)

"Roma 14 luglio - La Camera del lavoro ha impartito disposizioni per la sospensione immediata di ogni attività lavorativa a Roma" (Ib. ore 14,30)

 

"Roma 14 luglio . INCIDENTI A ROMA, MORTI A NAPOLI, LIVORNO E GENOVA. - Incidenti si sono verificati a Roma nel corso della manifestazione di protesta per l'attentato a Togliatti. Sin dalle prime ore del pomeriggio masse di dimostranti sono andate confluendo verso piazza Colonna. I manifestanti che tentavano di invadere palazzo Chigi, sono stati respinti dalle forze di polizia che, sotto la pressione della folla, hanno esploso alcuni colpi di arma da fuoco in aria; altri gruppi hanno disselciato in alcuni punti il piano stradale...fatto barricate sotto la Galleria.  Si sono avuti feriti e contusi tra i dimostranti e agenti di polizia. Alle ore 18 la massa si è concentrata in piazza Colonna.." (Ib. ore 21.00)

"A Napoli una grande massa di dimostranti giungeva in piazza Dante dove però veniva affrontata dalla "Celere" che cercava di disperderla. I dimostranti reagivano. Durante i tafferugli la forza pubblica sparava alcuni colpi d'arma da fuoco. Si deplorano due morti ed un ferito grave.
A Livorno un agente di pubblica sicurezza è deceduto in seguito agli incidenti della giornata odierna.
A Genova, nel pomeriggio, quando più viva era l'agitazione, è stata invasa e devastata la sede del Msi in via Venti settembre. La polizia ha esploso alcuni colpi in aria a scopo intimidatorio... Nella  adiacente via Fieschi, a seguito di una disordinata e nutrita sparatoria, restava ucciso tale Biagio Stefani di 29 anni.
A Taranto, uno dei manifestanti, ferito durante incidenti con la polizia, decedeva durante il trasporto all'ospedale, mentre un agente versa in pericolo di vita".
(Ib. ore 23.55)

15 LUGLIO - Il Ministro degli Interni SCELBA  accusa apertamente i comunisti di strumentalizzare lo sciopero per una insurrezione civile; questo suo timore fa di conseguenza aumentare la tensione nel Paese. L'Unita' - uscita il mattino- accusa (lo leggiamo sul giornale in apertura) proprio il governo di volere la guerra civile trasformando un cordoglio spontaneo in un attacco repressivo e pretestuoso per imporre il proprio incontrastato potere
A Genova i dimostranti hanno disarmato perfino la Polizia, mentre alla Fiat gli operai hanno sequestrato nel suo ufficio l'Amministratore Delegato Valletta e controllano e hanno in mano l'intera azienda che presidiano. L'esercito vuole intervenire ma con grande senso di responsabilità Valletta rifiuta questa soluzione traumatica ritenuta quasi irresponsabile che potrebbe portare a conseguenze disastrose.
Esemplare il sangue freddo di Valletta, che nonostante il sequestro, rivolgendosi ai suoi dieci carcerieri, li apostrofa con un "intanto andate a lavorare altrimenti domani vi licenzio tutti e dieci".

Buona parte dei telefoni pubblici non funzionano, l'isolamento è quindi totale all'interno del Paese, e qualcuno ha deciso (non si sa chi) di fermare tutti i treni. Ma già a Bologna non si passa piu', l'Italia il giorno 15 è già divisa in due. isolata dalle comunicazioni ferroviarie, stradali e telefoniche.
A Milano alle ore 17,30 tutti in Piazza Duomo. Il fiato è sospeso! La tensione altissima. Il da farsi caotico, perche le manifestazioni sono spontanee e sta sfuggendo di mano il controllo  agli attivisti.

Il Paese senza comunicazioni è in fermento; sta vivendo il suo dramma. Un salto nel buio. Piazza Duomo a Milano è una polveriera che può esplodere da un momento all'altro. Si trattiene il respiro. Ma alle 17,15 da alcune radio accese nei bar di Piazza Duomo, dalla Francia, arriva la notizia che il "vecchietto" GINO BARTALI a dieci anni dall'ultima vittoria nel Tour del '38, pur avendo 22 minuti di distacco dalla Maglia Gialla, sulla tappa delle grandi montagne, passando primo su ogni colle nella grande tappa alpina, sta dominando la corsa, sta sbaragliando gli avversari e sta recuperando sull'Izoard  tutti i minuti di ritardo.

Tutta la squadra italiana in Francia al mattino alla partenza, all'annuncio dell'attentato voleva ritirarsi. Ma Bartali aveva ricevuto una telefonata da DE GASPERI e la benedizione del PAPA per vincere. E Bartali montò in sella e vinse! Alla grande!! -  Alle radio accese, venne la prima notizia: sul primo colle era primo, sul secondo ancora primo, sul terzo aveva guadagnato un grande vantaggio, sul quarto era ormai solo, e sul quinto colle aveva recuperato abbondantemente i 22 minuti di abissale ritardo che aveva il giorno prima.  L'impresa straordinaria, quasi sovrumana, da leggenda continua il giorno dopo. Vincerà anche la tappa alpina di Briancon Aix les Bains, e  all'arrivo indossa la maglia gialla con otto minuti di distacco dal secondo. La foratura di Bartali nella discesa di un colle Izoard tenne il fiato sospeso tutta l'Italia in ascolto. Dal dramma si passò alla gioia, al tripudio, non si parlò piu' d'altro. In Piazza Duomo (ma anche in tutte le altre citta' d'Italia) comunisti, democristiani e poliziotti si abbracciarono, tutti in delirio. Bartali aveva stracciato Bobet.
Bartali se proprio non aveva salvato l'Italia, certamente fece un gran favore a Scelba.

Molti dicono, che le vittorie di Bartali su quei colli, al Tour, arrivate nei "minuti" fatidici, abbiano stemperato la tensione, ricondotto alla ragione, distolto l'attenzione, fatto perfino scoprire alla "Chiesa in movimento" l'importanza dello sport come un diversivo sociale. Bartali fu poi indicato ed esaltato dal Papa, "perfetto atleta cristiano", e favorì la simbiosi tra morale cattolica e successo pubblico.

Infatti il dualismo che fra poco andrà a formarsi fra Bartali-Coppi assunse sempre più una forma di crociata; il primo, indicato come ammirevole cattolico, il secondo, fu sempre additato (e più avanti anche disprezzato e anche denunciato) come "pubblico peccatore", "rovina famiglie",  con gli scandali della Dama Bianca, sposata, arrestata e messa in prigione per adulterio in flagranza. Si volle demolire il Coppi di sinistra, ateo, e l' Italia si spaccò in due tifoserie; sportive, ma anche in un fanatismo ideologico; irrazionale ma ben strumentalizzato

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Una pagina di Gian Piero Piazza

Nell'estate di cinquant'anni fa, la storia registrava a Roma un fatto di cronaca nera che, secondo l'opinione espressa "a caldo" da più parti, poteva degenerare in una svolta cruenta capace di minare profondamente la precaria stabilità politica del nostro Paese e addirittura innescare la miccia di una rovinosa guerra civile. Nella tarda mattinata del 14 luglio 1948, il segretario del Partito comunista italiano Palmiro Togliatti veniva colpito nell'atrio di via della Missione, a pochi passi da Montecitorio, da tre colpi di pistola sparati da distanza ravvicinata.
L'autore dell'attentato, Antonio Pallante, un giovane appartenente alle frange dell'estrema destra, si era accollato il ruolo di violento protagonista per cavalcare l'ostilità, frutto di un architettato processo di demonizzazione, nei confronti dell'uomo che rappresentava il baluardo di una forza politica, il comunismo, considerata come il grande nemico e il pericolo maggiore per la neonata istituzione repubblicana e il consolidamento della democrazia nel martoriato panorama dell'Italia del secondo dopoguerra. I proiettili esplosi quasi a bruciapelo da una rivoltella calibro 38,8 avevano raggiunto il leader comunista alla nuca e alla schiena e uno gli aveva fortunosamente sfiorato la testa evitando per un soffio il tragico epilogo di quella sparatoria. Le condizioni di Togliatti erano comunque gravi. Ricoverato d'urgenza in ospedale, l'uomo politico veniva affidato alle esperte mani del chirurgo Pietro Valdoni e condotto immediatamente in sala operatoria.

Nelle concitate ore che precedettero l'esito dell'intervento, le agenzie di stampa inondarono le redazioni dei giornali di comunicati allarmistici e spesso contraddittori, annunciando addirittura la falsa notizia della morte del numero uno del Pci. Fortunatamente l'operazione andò a buon fine e Togliatti, risvegliatosi dall'anestesia verso le 17, fu il primo, nel clima arroventato di quelle ore cruciali, a imporre ai "luogotenenti" Secchia e Scoccimarro la moderazione. "Calma, non perdete la testa", ripeteva concitato Togliattti ai suoi che già caldeggiavano e al tempo stesso paventavano l'insurrezione in massa delle forze popolari, quell'esercito di proletari che avevano decretato con il voto la grande avanzata del comunismo in Italia.

Il timore di una sollevazione popolare manifestato dall'altra parte della barricata dal ministro dell'Interno Mario Scelba, in carica dal giugno del 1947, era tanto forte quanto ingiustificato. Scelba, all'indomani del 18 aprile 1948, il fatidico giorno delle prime elezioni politiche repubblicane che avevano decretato la vittoria dei democristiani sulle forze di sinistra, aveva pessimisticamente preannunciato un futuro denso di incognite per il Paese e per il compito che era stato chiamato a svolgere:

"L'avvenire ci prepara giorni difficili", aveva sentenziato il ministro. "Non nutro la minima fiducia che gli avversari rinuncino alla violenza per scardinare con la forza ciò di cui non riescono ad avere ragione con il metodo democratico. Ma se il momento dovesse giungere, noi useremmo la forza dello Stato contro ogni tentativo di violenza". Come i fatti avrebbero poi in concreto dimostrato, l'intransigente e determinato responsabile dell'ordine pubblico aveva torto di "temere il peggio", anche nei "giorni difficili" successivi all'attentato a Togliatti, definiti da lui come i momenti più pericolosi di tutta la sua carriera politica. Avevano torto anche coloro che, schierati tra le file più estremiste del partito comunista, interpretarono il gesto inconsulto dell'attentatore alla stregua di un "complotto" ordito da elementi della mafia in combutta con i servizi segreti americani per assestare un colpo mortale al comunismo in Italia.

Certo, non mancarono le indignate ripercussioni di massa alla "provocazione" che l'attentato configurava in sé e nelle grandi città, specialmente nell'Italia del Nord dove avevano sede i più importanti insediamenti industriali, la rivolta sfociò violenta con l'occupazione delle fabbriche a Torino e a Milano e la proclamazione dello sciopero generale. Ma la ribellione seppure a stento domata dai capipopolo e dalle forze dell'ordine, e risoltasi con un bilancio di un ventina di morti e centinaia di feriti tra le file degli insorti, non assunse mai la connotazione del preambolo all'insurrezione armata.

Se alla fine gli animi si placarono, il ritorno alla normalità fu dovuto a una precisa volontà politica dei vertici comunisti, che si erano strenuamente adoperati per riacquistare il controllo della base, consapevoli che non era il caso di mettere sul banco le carte suscettibili di far saltare la democrazia. Lo sapeva De Gasperi, lo statista democristiano uscito vincitore dal responso delle urne tre mesi prima, e lo sapeva Togliatti, che con quel gesto arrendevole e apparentemente imbelle aveva voluto ratificare per la seconda volta il patto non scritto stipulato agli inizi del 1947 con l'uomo più in vista della Dc, De Gasperi appunto. A questo punto, per meglio comprendere l'intreccio delle vicende che indussero Togliatti e i comunisti a mantenere il controllo della situazione in quel delicatissimo frangente, occorre fare un breve salto a ritroso nel tempo. Quando Togliatti, il 27 marzo 1944, rimise piede in Italia sbarcando a Napoli dopo 18 anni di forzato esilio trascorso in Spagna e a Mosca, dove era diventato il vicesegretario del Comintern, l'emanazione internazionale di un partito comunista mondiale strettamente legato alla politica della grande madre sovietica, si mise in luce al congresso nazionale del partito a Salerno.

In quell'occasione sviluppò a chiare lettere la propria linea politica che rimandava la questione istituzionale, monarchia o repubblica, a guerra finita e poneva sul piano delle imprescindibili priorità la necessità di costituire un governo di unità nazionale per guidare la guerra di liberazione estesa a tutti gli italiani. Durante quel periodo, Togliatti rimase a Roma per svolgere il lavoro di ordine prettamente politico. Mentre le brigate di partigiani comunisti combattevano a fianco degli alleati anglo-americani sotto il comando di Luigi Longo e Pietro Secchia, Togliatti tesseva la trama nella prospettiva di una futura alleanza con i cattolici, considerati l'altra forza politica di massa del Paese.

Stalinista convinto negli anni del suo soggiorno moscovita...

PALMIRO TOGLIATTI

... era nato a Genova il 26 marzo 1893, una domenica delle Palme, da cui il padre Antonio si ispirò nel dargli il nome, Palmiro, e che era stato nel gennaio del 1921 uno dei fondatori del Partito comunista d'Italia, fin dal suo rientro in patria aveva maturato una profonda riflessione sulle certezze delle proprie convinzioni politiche, allontanandosi gradualmente dal comunismo reale di Mosca, una forma di potere autoritario e poliziesco, forse l'unico in grado di garantire in Russia la continuità dell'utopia comunista, in bilico fra l'autocrazia e il sogno che alimentava le più rosee speranze, ma tanto distante dalla realtà socio-politica dell'Italia liberata.
La sua ideologia, tutt'altro che democratica, si basava piuttosto su una forma di autoritarismo illuminato, sotto l'egida di una figura carismatica circondata da un'avanguardia di intellettuali preposti a guidare la classe operaia alla rivoluzione. Egli credeva in un gruppo dirigente capace di dribblare le pastoie della burocrazia parlamentarista per conseguire una forma di democrazia all'interno del partito sostenuta dai consigli di fabbrica e da una élite operaia in stretta simbiosi con gli intellettuali. Quando, subito dopo la Liberazione, Togliatti viene eletto segretario del Partito, si rende conto che la situazione dell'Italia è molto distante dalle condizioni ideali per poter sperimentare e far attecchire il suo credo politico.

Dopo l' 8 settembre 1943, con la caduta del fascismo e l'Armistizio, il Paese diventa l'alleato del colosso americano che nell'immediato dopoguerra sarà il primo a combattere non solo idealmente il pericolo comunista. La più grande potenza mondiale che può vantare l'assoluto predominio atomico e un'economia floridissima, la sola in grado di garantire all'Italia gli indispensabili aiuti per la ripresa e la ricostruzione. Ai comunisti italiani non rimane altro che continuare a perseguire la politica di un governo di unità nazionale, nell'intento di occupare posti chiave e iniziare un progressivo cammino alla conquista delle redini del potere.

Nel dicembre 1945 sale al governo il democratico cristiano Alcide De Gasperi, lo statista cattolico che guiderà il Paese con un'alternanza di incarichi ministeriali fino al 1953. E' un governo formato da tutti i partiti delle forze di liberazione, comunisti in primo piano accanto ai democristiani. Togliatti, che prenderà parte in prima persona alla coalizione insediandosi al dicastero della Giustizia e lottando per far ottenere ai suoi importanti incarichi nei successivi governi presieduti da De Gasperi, si rende ben presto conto che la situazione gli sta sfuggendo di mano. Quella specie di potere consolare che finora aveva diviso con De Gasperi è seriamente minacciato dal viaggio "segreto" dello statista trentino a Washington.

Il presidente del Consiglio rientra a Roma con 50 milioni di dollari e l'assicurazione che il governo americano inserirà l'Italia nel cosiddetto Piano Marshall con consistenti aiuti per la ricostruzione del Paese. In cambio la Casa Bianca chiede l'estromissione dal governo dei comunisti. Per Togliatti la grande illusione di partecipare attivamente alla conduzione politica dell'Italia sfuma irrimediabilmente. Il terzo governo presieduto da De Gasperi sarà l'ultimo ad avvalersi, nel febbraio 1947, del supporto del Pci.

Appena qualche mese dopo il leader democristiano riuscirà ad estromettere il Partito comunista dal potere centrale. Togliatti pensa che l'estromissione abbia carattere provvisorio, che i meriti acquisiti nella conduzione politica del Paese al fianco dei democristiani nel periodo in cui è nata la Repubblica e si è varata la nuova Carta costituzionale non potranno in futuro alienargli importanti poltrone governative. Ma è solo un'utopia. La brusca svolta anticomunista attuata da De Gasperi, l'indebolimento delle sinistre con la scissione dal socialismo filocomunista perseguita da Saragat nel gennaio 1947 e la fondazione del Partito socialdemocratico di stampo "occidentale" condurranno inevitabilmente i comunisti alla sconfitta elettorale del 18 aprile 1948. Il 14 luglio Togliatti, che aveva accettato l'espulsione dalla stanza dei bottoni mediando con De Gasperi il patto di partecipare con un'opposizione oculata e costruttiva alla rinascita dell'Italia, nell'attesa di tempi più propizi all'alternanza di governo, non potè far altro che mantenere quell'accordo e gettare acqua sul fuoco dell'insurrezione popolare. Era in gioco il futuro della nazione. Senza gli aiuti del Grande Protettore, gli Stati Uniti d'America, l'Italia sarebbe precipitata in un baratro senza fondo. Togliatti dovette accontentarsi di essersi salvato. E con lui si salvarono anche gli italiani.

 

GIAN PIERO PIAZZA

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 


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